Risvegli

L’inizio di un nuovo anno somiglia un po’ a un pigro risveglio. Inizierò l’anno 2013 con due risvegli tratti da “I nomi sacri” seconda parte.

    L’aurora dalle rosee dita fece spiovere i raggi di un sole autunnale da dietro la balza di Tor del Tronco fin sui tetti di Pevera. Il bagliore destò galli e massaie, attraversò le finestre dell’Hotel Pangloss e piovve sul letto della stanza numero 5, dove Dumm e Clay giacevano nel torpore del primo mattino. Compartecipi di due spezzoni complementari dello stesso sogno; i corpi inconsapevoli si avvicinarono scambiando tepori, tenerezze e feromoni. Nello stemperarsi del dormiveglia avvenne la risurrezione della carne, con le inevitabili conseguenze. Dumm e Clay, aperti gli occhi, si rivolsero uno sguardo impaurito.    

    “Non lo faremo più” mormorarono insieme. E pensavano: lo faremo ancora. Ma la luce del giorno non lasciava margini alla fantasia: erano tornati avvocato e cliente. Dumm si portò i vestiti in bagno. Clay rimase a letto a fumare, a guardare il soffitto, a domandarsi: e adesso?

    Dumm riapparve vestito, borbottò qualcosa a proposito della colazione e si dileguò. Clay entrò nella doccia e si rilassò. Ritrovò Dumm mezz’ora dopo, seduto a un tavolo ingombro di bricchi, ciotole di marmellata, burro, miele, formaggini, prosciutto, finocchiona, uova e crostini.

    “Chi è Paleologo?” chiese Dumm continuando a masticare.

    Clay aggrottò la fronte.

    “È un nome che ho già sentito. Forse è un cliente dello studio.”

    “Uhm. E Giorgio chi è?”

    “Il mio capo. Quello che sto cercando.”

    La forchetta nella mano di Dumm stava sorvolando il piatto del prosciutto.

    “Come sarebbe a dire?”

    “Be’, è un po’ scomparso. Non sappiamo dove sia.”

    La forchetta precipitò nel piatto.

    “Il conto in Svizzera!”

    Clay ci rimase malissimo. Dopo quello che c’era stato fra loro, lo stronzo dalla chioma tricolore pensava ai quattrini.                

                                                           ***

    Intronizzato sul più importante apparecchio del bagno, Zweifel meditava sul classico interrogativo: “che fare?” e contemporaneamente, in un oscuro angiporto cerebrale, elaborava una riflessione parallela sulle circostanze del suo meditare.

    È forse un inevitabile attributo dell’umana miseria l’attitudine a filosofare, per così dire, intra feces et urinam? Autorevoli studiosi, sulla base di inoppugnabili documenti, hanno appurato che Adolf Hitler dedicava un’ora ogni mattina a questo genere di sedute, accompagnate dalla lettura della Neue Zürcher Zeitung. Martin Lutero in persona attesta di essere stato folgorato da profonde intuizioni sui misteri teologali mentre si trovava in questa indecorosa posizione. E come immaginare i lampi che avranno attraversato i cervelli di Napoleone, Aristotele o Bertrand Russell mentre stavano accoccolati su una turca? Chi può dire se solenni cazzate come la campagna di Russia, l’unità di tempo luogo e azione o la logica autoreferenziale non siano state partorite con il favore della peristalsi?

    Orbene, argomentava l’antiquario cercando invano di svincolarsi da altre suggestioni, ricorrenti ma non pertinenti, come lo strano monopolio instaurato da Armida sulla sua vita sessuale, nonchè l’improvvisa impennata nel grafico della sua efficienza amatoria, pur avendo ormai da tempo doppiato il capo della cinquantina (ma dimostrando qualche anno di meno, gongolò), così come la curiosa constatazione di trovarsi a Milano-Babilonia e non aver ancora telefonato a un fotomodello, a uno stilista, a un parrucchiere…

    Ma non perdiamo il filo del discorso. Dicevamo… Cosa dicevamo? Ah, l’uso del plurale majestatis ben si addice a chi, travolto dalla schizofrenia contemporanea, è istituzionalmente uno e bino, quando non addirittura polverizzato in miliardesimi, in infinitesimi di personalità…

    Ma insomma, basta! Dicevamo… Cosa dicevamo? Non lo so. Non lo so più. Qualche stupidaggine, probabilmente.

    Il guaio vero è che sono al punto di prima. Ho rimesso le mani sulla coppa, ma non so come usarla. Non l’ho mai saputo. E poi, chissà se conserva ancora i suoi poteri. Forse il giorno dell’eclissi, quando lo incontrai sul ponte del Reno, Giorgio aveva già spremuto dalla coppa tutta la sua forza. Se è vero che pochi minuti dopo ha tenuto testa a Mittelmessig e Alberico, doveva avere acquisito facoltà straordinarie. E la coppa potrebbe essere ridotta a un inutile bicchiere. Ma al punto in cui sono, cosa posso fare se non insistere, andare avanti?

    Ecco: questa è l’angosciosa condizione umana, concluse Zweifel mentre un fiotto d’acqua precipitava nel sifone con il fragore di una catastrofe: siamo costretti a camminare nel buio sperando nell’inconcepibile, per dare senso a qualcosa che potrebbe non averne affatto.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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