Una storia lunga

Stavolta il brano di romanzo è piuttosto lungo. Ve lo dico subito:  lettore avvisato, mezzo salvato.  

    Giorgio sbatte le palpebre. Qualcosa è cambiato, ma che cosa? La luce, l’aria, l’acqua. È cambiato tutto. Arrampicato sul tronco, si era disteso a pancia in giù, pronto a scivolare in acqua al minimo allarme. Ma la paura era cessata, l’adrenalina non sosteneva più lo stato d’allerta. Nella notte, il silenzio e il dondolio del galleggiamento l’hanno fatto addormentare. Intanto, il tronco è andato alla deriva finché la corrente si è sfrangiata in un rincorrersi di mulinelli, piccoli vortici, rigurgiti, e l’ha mandato a incagliarsi contro una sponda.

    Adesso il sole è alto nel cielo, l’odore a pelo d’acqua non è più quello delle alghe d’acqua dolce ma il sentore salmastro delle lagune. L’albero è arenato in acque basse e Giorgio scivola giù dal tronco. L’acqua gli arriva ai fianchi, e lui si fa strada attraverso una foresta di papiri, risale una sponda sabbiosa, si stende al sole ad asciugare. Intorno a lui ci sono prati, arbusti, sterpaglie, e più avanti, in cima a una collina, un boschetto di pini a ombrello sopra il quale un falco vola a spirale e a tratti lancia un sibilo acuto.

    Il fiume dev’essere vicino alla foce ed è probabile che da queste parti ci sia una città, un porto. L’avventura fra i montanari impazziti ormai è solo un brutto ricordo. Una volta tornato alla civiltà, Giorgio sente il bisogno di riordinare le idee. Sono troppe le cose che ha trascurato nella sua vita. Cose come l’amore e la verità, che non si ottengono chiudendosi in se stessi come eremiti nel deserto. Forse può ancora ottenere ciò che non gli è riuscito in passato. Ma, accidenti, quanto fa male ricordare le occasioni perdute!

    L’aria è calda. Un filo di brezza diffonde l’odore resinoso dei pini. Giorgio chiude gli occhi e pensa a una terra assolata, lontana nel tempo e nello spazio.

                                                             ***

    “In piedi!”

    Il ragazzo tiene in mano un giavellotto con un puntale acuminato che non promette niente di buono. Anche l’espressione che ha sul viso non è amichevole. Giorgio fa per rialzarsi, ma perde l’equilibrio e cade a terra: solo ora si rende conto di avere i polsi e le caviglie ammanettate. Il ragazzo gli appoggia la punta della lancia contro il petto.

    “Da dove vieni?”

    Giorgio, ancora sbigottito, accenna al fiume. Il ragazzo fa una smorfia, come per dire che non gli crede. È giovane: avrà forse vent’anni, il volto incorniciato da una barba rada e capelli biondi cortissimi. Punzecchia Giorgio con la lancia.

    “Cammina.”

    “Non posso!”

    “Sì che ce la fai. Guarda a terra e metti un piede davanti all’altro.”

    Giorgio si alza a fatica e arranca a passettini brevi, rischiando di incespicare a ogni passo. Quando il sentiero è in salita o in discesa, traballa, scivola e sta per cadere. Il ragazzo cammina alle sue spalle e ad ogni esitazione gli fa sentire la punta del giavellotto fra le scapole o alla base della spina dorsale.

    “Cammina. E non aprire bocca finché non te lo dico io.”

                                                              ***

    È una lunga passeggiata, dalla riva del fiume al boschetto di pini marittimi e poi giù per un sentiero fra due siepi di bosso, prima in terra battuta, poi piastrellato come le pareti di un bagno. Infine il sentiero diventa una strada pulita, ben tenuta, con marciapiedi lastricati di piastrelle colorate come un quadro di Mondrian. Le siepi sono così perfette che sembrano muri verdi.

    A Giorgio pare di ascoltare dei mormorii che si spengono proprio quando si avvicina. Ci deve essere qualcuno dietro le siepi. Il ragazzo non parla più, ma la lancia è puntata nelle reni e basta una piccola pressione per comunicare l’ordine: “Sbrìgati”. Il falco continua a volare: sale verso il sole arrampicandosi lungo una traiettoria a spirale, prende quota fischiando, poi si butta in picchiata e nel silenzio risuona il fruscìo delle sue ali.

    Il sentiero diventa un viale dove si affacciano ville circondate da giardini lindi e perfetti. In ogni giardino ci sono uomini intenti a tagliare l’erba, potare piante, innaffiare. Indossano abiti da lavoro di vari colori, ma tutti hanno una stella a cinque punte stampata sul taschino all’altezza del cuore. Parlano fra loro a mezza voce e ammutoliscono quando sentono tintinnare la catenella ai piedi di Giorgio. Si fermano a guardarlo saltellare sotto il pungolo della lancia, abbassano la testa e tornano a lavorare di cesoie e di rastrello.

    Il ragazzo non ha più detto neanche una parola. A metà del viale indica a Giorgio una delle ville e gli fa segno di entrare. Giorgio prova a domandare: “Che succede?”, ma la lancia affonda subito nei fianchi e gli fa capire che non è il caso di discutere. Giorgio salta a piè pari sui gradini dell’ingresso, una luce verde si mette a pulsare e la porta si apre. Il ragazzo ha azionato un telecomando. Giorgio varca la soglia saltellando. Il ragazzo entra anche lui, aspetta che la porta si richiuda, indica un divano e quando Giorgio si siede gli lancia le chiavi delle manette. Poi va al computer, digita qualcosa e sorride.

    “Ho messo in funzione il sistema di isolamento. Nessuno può entrare o uscire, compresi i rumori. Le porte sono blindate, i vetri infrangibili, gli infissi a prova di urto. Qui dentro le manette non servono più. Ora possiamo fare conversazione.”

    La stanza in cui si trovano è enorme: ci sono divani, pochi mobili squadrati e tanto spazio libero da poterci allestire una pedana da scherma o un campo da tennis. Il pavimento è coperto da tappeti monocromatici, alle pareti sono appesi quadri informali dalle tinte smorte, i muri e il soffitto hanno diverse sfumature di grigio. Giorgio comincia a far domande, e quella che viene fuori è un’altra storia pazza.

                                                                        ***

    “Come si chiama questo posto?”

    “Quale posto? La casa?”

    “Non la casa, la città. Come si chiama?”

    “E perché dovrebbe avere un nome?”

    Giorgio trasecola.

    “Fammi capire: la città non ha un nome, e magari neanche la strada, e la casa non ha un numero civico, vero? Ma se non usate i nomi come fate a intendervi?”

    L’altro ci pensa su, prima di dare una risposta.

    “Non ne abbiamo bisogno” dichiara. “Nella mia civiltà non socializziamo gran che. E anche nelle altre quattordici, per quanto ne so. Tu vieni da un paese sottosviluppato, immagino, e forse non sai che rivolgere la parola a qualcuno in un luogo pubblico è il massimo della maleducazione. Noi parliamo a tu per tu solo quando siamo al chiuso, in casa nostra. Ma in linea di massima troviamo più comodo scrivere, telefonare, parlarci in videoconferenza. Le nostre civiltà uniscono i vantaggi dell’organizzazione collettiva a quelli della privacy. Qui ognuno è signore in casa sua, anche se appartiene a una civiltà e ogni civiltà fa riferimento al livello superiore di Organizzazione. Naturalmente, tutto questo non era possibile prima dell’avvento del computer.”

    Giorgio tace. Il ragazzo lo guarda e crede di interpretare il suo silenzio.

    “Stai pensando che qualche parola ogni tanto dobbiamo pur scambiarcela, se non altro per comperare un etto di prosciutto? Niente affatto: la spesa si fa al computer, si paga con la carta di credito e la portano a casa i paria.”

    “I paria?”

    “Quelli che hai visto nei giardini. Gente che rifiuta il computer e vive facendo lavori manuali. Loro sì, danno un nome a tutto. Imparano a memoria interi vocabolari e un sacco di relazioni cervellotiche fra un nome e l’altro. Dicono di seguire a volte una cosa che chiamano “logica” e altre volte una cosa che chiamano “analogia”. Tutte favole, il cui unico scopo è giustificare l’avversione per il computer. Semplicemente non capiscono che l’unico metodo per scoprire la verità è tornare indietro dai vicoli ciechi e ritentare. La verità è il computer.”

    Giorgio guarda il ragazzo e non si azzarda a obbiettare.

    “Perché fai quella faccia? Con il computer si prova, si sbaglia, si riprova. Trial&Error. Questa è la grande regola. È così che si cerca la verità, se si è proiettati nel futuro. Altrimenti ci si riduce come i paria, a cercare nel passato.”

    Giorgio fa una smorfia ma non ribatte. Pensa che questo posto è pieno di stranezze e prima di aprire bocca è meglio farsi un’idea delle conseguenze.

    “Certo, anche con il computer non sono rose e fiori. Ma Trial&Error significa appunto questo: prova, metti in conto che sbaglierai, riprova. Sbagli di nuovo, e poi ancora, e ancora? Non importa: insisti e vedrai che prima o poi ci prendi.”

    Giorgio si era ripromesso di tacere, ma sul viso ha un’espressione così scettica che basta guardarlo per capire cosa pensa.

    “Sei un negazionista! Sei uno di quelli che dicono che nel computer non c’è niente di più di ciò che c’è stato messo? Benissimo! Questa è l’occasione che aspettavo! Adesso ti dimostro che la realtà virtuale va oltre la fantasia. Resta lì dove sei: te la faccio provare.”

                                                             ***

    Giorgio non ha mai visto una chioma così. I capelli hanno sfumature cangianti che vanno dal fulvo al corvino e hanno riflessi scarlatti, castani, addirittura blu cobalto. Anche il colore degli occhi non è mai lo stesso, e il viso ha infinite espressioni, e la pelle è sempre calda e tenera e soda, e mai nello stesso modo. Anche il trucco cambia continuamente, anche gli abiti che indossa o si toglie, e tutto ha il preciso scopo di fargli montare la libidine, come se lei la sentisse, come se riuscisse a misurarla: a volte asseconda il desiderio, a volte lo precede. 

    Come si fa a ragionare quando aspiri profumi di muschio, cuoio, lavanda, e l’eccitazione ti fa sudare, e un’altra lingua si insinua sotto alla tua, e senti il sapore di una pelle, il dolore dei morsi? Nelle orecchie colano parole sussurrate, suoni senza senso, gemiti. E dappertutto c’è il contatto di un corpo, tepore e tenerezza, cosce contro cosce, seni sulla faccia, unghie nella schiena. E tutto va a finire dove è normale che finisca.

    Eppure anche in fondo a tutto ciò si agita la solita vergogna. Come hai potuto cadere nella trappola? Se ci sei cascato è perché in qualche modo l’hai voluto. E l’hai voluto perché c’è in te qualcosa di sporco, di osceno, che non sei capace di cancellare, che ti trascina a rotolarti nel fango come un maiale.

                                                            ***

    “Questa è la realtà virtuale! Il computer esplora l’intera gamma degli stimoli che il corpo può recepire e trasmette sensazioni erogene in tutti i modi in cui è possibile provocarle. Le sensazioni stimolano le ghiandole endocrine, inducono la secrezione del testosterone e l’eiaculazione del liquido seminale.”

    “Vuoi dire che era tutto… che è stato tutto fasullo?”

    “Non fasullo: virtuale! O neghi l’evidenza o devi riconoscere che le esperienze virtuali sono più forti di quelle reali.”

    “Be’, forte lo è stato, come no? Ma era un trucco? Come è possibile?”

    “No, no, no! Come te lo devo dire? Non è un trucco! Il computer eccita effettivamente gli organi sensoriali. Gli impulsi sono regolati in modo da portare al climax tutti gli organi nello stesso istante, cosa che in natura è praticamente impossibile. Gli organi da stimolare sono milioni e ciascuno impiega tempi diversi per raggiungere l’apice: il computer li sintonizza, quindi l’orgasmo virtuale ha una intensità che non è neanche paragonabile a quelle di un coito fisico. Insomma: la realtà virtuale è più completa della cosiddetta Realtà.”

    Giorgio è confuso. Non può permettersi di ignorare ciò che ha appena provato. Ma nelle parole del ragazzo c’è l’arroganza di chi salta alle conclusioni.

    “Allora, cosa ne dici? Ti sei convinto che la verità è il computer?”

    “Non saprei. Non riesco a ragionare con calma. Sono troppo scosso per pensare a queste cose. Magari se potessi dormirci su…”

    Uno sguardo perplesso. Un’alzata di spalle.

    “In fondo a quel corridoio c’è una stanza per gli ospiti.”

                                                             ***

    Che giorno è, Giorgio? Quanto tempo è passato dall’eclissi? Disteso sul letto, in una penombra vagamente allucinatoria, non riesci a prendere sonno e ripensi a Robert, a Sandro, a Beatriz. È stato tutto un sogno, magari proiettato sullo schermo di un computer? Hai sognato di perderti sulle montagne, di camminare nel buio e nella nebbia, di mangiare e bere. Hai sognato di correre nella notte. Hai sognato il treno, il cavallo e i colpi di fucile, il fiume… No, è pazzesco.

    Però se ti domandi quanto tempo è passato dall’eclissi non sai rispondere. A Madrid era l’11 ottobre. Due mesi esatti dopo l’eclissi. Cosa è successo in quei due mesi? Robert e Sandro li hai davvero incontrati, oppure confondi ricordi e desideri? Forse stai vivendo un attimo enormemente dilatato: sei ancora sulla piazza davanti alla cattedrale, la luna passa davanti al sole, il tempo si ferma e tu rimani lì, congelato dalla premonizione di un viaggio immaginario.   

    “Ascolta…”

    La voce è roca, sussurrata. Giorgio salta a sedere sul letto. Fa per scendere, ma chi ha parlato alza il braccio e sembra un vigile che impone lo stop.

    “Ascolta: qui sta per succedere un guaio. Taglia la corda finché sei in tempo.”  

    Giorgio scruta la figura che gli parla dalla penombra.

    “Tu chi sei? Cosa vuoi?”

    “Non vogliamo che tu ci vada di mezzo.”

    L’uomo tiene in viso in ombra, ma porta una tuta con la stella a cinque punte.

    “Come hai fatto a entrare?”

    “Abbiamo i nostri sistemi. Tu, piuttosto, apri le orecchie: quando scoppia il casino è meglio non farsi trovare. Capito? Taglia la corda. Subito. Non dire che non ti abbiamo avvertito.”

    “Qual è il guaio che dovrebbe scoppiare?”

    “Non l’hai ancora capito? Qui sono tutti pazzi! Sono divisi in quindici civiltà – quindici diversi tipi di idiozia – e ognuno all’interno della sua civiltà vive da solo, per non disturbare la sua preziosissima privacy. L’unica cosa che hanno in comune è una leggenda. Credono a un Grande Eroe Culturale che arriverà a cavallo, con rumore di zoccoli e di tuono, per instaurare la Virtualità Assoluta.”

    Giorgio si sente cadere addosso la stanchezza. Finora ha sopportato tutte le stramberie di questo nuovo mondo imponendosi di considerandole pedaggi obbligati sulla strada della civiltà. Invece si ritrova in un altro manicomio! 

    “Il mondo è pieno di leggende che non hanno mai fatto male a nessuno.”

    L’uomo lo guarda in silenzio, senza espressione. Poi riprende: 

    “Questi se ne stanno nel loro mondo virtuale a scriversi cosa dovrebbero fare gli altri. Nessuno ha la minima esperienza di ciò che sostiene, eppure tutti predicano. Ognuno è convinto di vivere nella società ideale, dove i conflitti sono impossibili perché le relazioni interpersonali sono ridotte al minimo. Così tutti quanti stanno chiusi in casa, dialogano al computer e non conoscono la realtà.”  

    Giorgio comincia a preoccuparsi. Se lo sconosciuto dice la verità, la situazione non è allegra: quando scoppiano le rivolte chi non ha amici finisce immancabilmente fra l’incudine e il martello.

    “Ci sarà una rivolta?”

    Sul volto in penombra compare una smorfia che sembra quasi un sorriso. L’uomo accenna un gesto che sembra quasi un inchino.

    “No: una rivoluzione.”

                                                              ***

    Il paria se ne è andato. Ha superato i sistemi di allarme per venire ad avvertirlo. Ma potrebbe anche aver detto un sacco di bugie. Bisognerebbe sentire un’altra campana.

    Giorgio accende la luce. Anche questa è una stanza immensa. Oltre al letto ci sono tavolini, sedie, armadi, comò, schermi televisivi. In una specie di alcova c’è il terminale di un computer. Giorgio lo accende, va al menu dei programmi e trova una lista sterminata di videogiochi. Torna alla schermata iniziale e prova i tasti di funzione. Non succede niente di speciale fino al quarto. Quando tocca F5 avverte una lieve scossa elettrica nelle dita, un fruscio minaccioso gli ronza nelle orecchie e sul video esplode un caleidoscopio. Ancora qualche secondo, poi compare un testo.

                                                ATTENZIONE !!!

    La Funzione F5 può essere inizializzata solo da un Funzionario di Grado Y o superiore. Digitare la password. Se il tasto F5 è stato premuto per errore premere Enter.

    Il cursore è bloccato su una finestra riservata alla password e non c’è modo di spostarlo di lì. Qualunque tasto si prema, non si fa altro che scrivere nel rettangolo riservato alla password. Giorgio preme Enter e compare un altro testo.

                                               Principi generali

    La Funzione F5 ha lo scopo di impedire una scorretta accumulazione di conoscenze. È una consolidata conquista della civiltà aver riconosciuto che le innovazioni possono avere conseguenze devastanti. Se nel ventunesimo secolo fosse stato autorizzato lo sviluppo di colture geneticamente modificate, centocinquanta specie di insetti avrebbero corso il rischio di sparire dalla faccia della terra. Con la scusa di evitare la morte per fame di qualche milione di indiani, cinesi e africani, si sarebbe perpetrato un delitto contro la biodiversità. Simili rischi non saranno tollerati. Ogni cittadino è esortato alla massima vigilanza: dobbiamo difendere le conquiste della Rivoluzione Elettronica.  

    Ancora l’ossessione di “difendere le conquiste”! Giorgio fa scorrere le pagine.

    Alla funzione F5 è demandato il compito di vagliare l’impatto di scoperte e invenzioni. Le innovazioni possono essere introdotte solo dopo aver accertato al di là di ogni ragionevole dubbio l’assenza di conseguenze indesiderate. Non saranno tollerate avventure da apprendisti stregoni.

    Il testo prosegue sullo stesso tono e minaccia di non cambiare musica per un bel po’. Giorgio fa scorrere velocemente altre pagine.

    … Per queste ragioni, oltre che per un elementare principio di uguaglianza, l’uso della scrittura va scoraggiato. È di tutta evidenza che forme sofisticate di comunicazione costituirebbero un illecito vantaggio per i più colti. E siccome l’insegnamento è in sé autoritario e prevaricatore, piuttosto che insegnare a leggere è preferibile abbassare il livello della comunicazione…

    … Il pubblico non avrà accesso a programmi che contengano testi scritti. I manuali di istruzioni per l’uso di elettrodomestici, macchine utensili e personal computer conterranno unicamente indicazioni analogiche. Fintantoché non verrà elaborato un metodo che assicuri una perfetta uguaglianza di comprensione, la lettura dei Principi Generali è ristretta ai Funzionari di grado Y o superiore.

    È tutto così. Il testo dei “Principi generali” prosegue per altre dodici pagine, ma Giorgio le fa scorrere senza leggere.

                                                            ***

    “Hai usato il computer.”

    Non è un rimprovero: il tono sta a metà fra la constatazione e il lamento.

    “Ho guardato il menu.”

    “Hai toccato il tasto F5. Dovrò dichiarare alla Vigilanza che ho premuto io il tasto per errore. Dovrò mentire all’Autorità, ti rendi conto? Il mio dovere sarebbe di denunciarti.”

    “E perché? Uno straniero equivale a una innovazione tecnologica?”

    “Ah. Hai letto i Principi generali.”

    “Sì. E non mi sono piaciuti.”

    Il ragazzo annuisce in silenzio. Va al computer e scrive qualcosa. Una menzogna o una delazione?

    “Voglio essere chiaro: io non tradisco la mia civiltà.”

    Fa una pausa e inghiottisce a vuoto.

    “Però certe cose sono dure da mandar giù. Vieni. Ti faccio vedere.”

    Muove il mouse e clicca. Sullo schermo appare un complicato sistema di ingranaggi che ruotano a velocità diverse.

    “Questo meccanismo l’ho inventato io, anni fa, e l’ho notificato come prescritto. L’Ufficio Brevetti mi ha fatto sapere che non è un’invenzione: si chiama differenziale ed è già in uso in altre civiltà. Nella mia non è stato autorizzato per non turbare il corretto sviluppo della cultura autoctona.”

    Giorgio lo guarda come se fosse un ubriaco che sproloquia alla luna. Ma tace.

    “Non ci credi? Ho inventato anche un attrezzo che attutisce le cadute da grandi altezze. Mi hanno comunicato che in altre civiltà ne esistono di simili. Li chiamano paracadute, deltaplano, parapendio. Ma l’Ufficio ha deciso che l’innovazione sarebbe un danno per lo sviluppo della mia civiltà. E naturalmente non ha dato spiegazioni perché, se rendesse noto qual è la direzione autorizzata per la nostra civiltà, lo sviluppo non sarebbe più spontaneo! Il risultato è che la mia civiltà ha il computer ma non il differenziale e il paracadute! Tu riesci a trovarci una logica?”

    Giorgio si stringe nelle spalle e non risponde.

    “Non è finita: negli ultimi cinque anni ho sviluppato una teoria matematica che potrà anche essere discutibile, ma avrebbe un’infinità di applicazioni pratiche. L’altro giorno mi arriva la solita comunicazione dell’Ufficio Brevetti: questa tecnica è già stata messa a punto da un’altra civiltà, si chiama “calcolo infinitesimale”, ma voi non potete adottarla perché nuocerebbe allo sviluppo della vostra cultura. Capisci? Mi fanno sentire come se avessi commesso un sacrilegio. Come se avessi infranto una legge, io che nemmeno sapevo che esistesse! Ma ti rendi conto? Non gliene frega niente se io passo la vita a inventare cose già inventate da altri e a pentirmi di averci pensato. Ma che senso ha una cosa del genere? Sai quante volte ho chiesto una indicazione, un suggerimento? Credi che mi abbiano degnato di una risposta? Neanche una parola. Secondo loro devo continuare a pestare l’acqua nel mortaio.”     

    Giorgio alza le spalle e fa un commento perfido:

    “Avranno i loro motivi.”

    “E perché non li spiegano anche a me? Non esistono motivi! Davanti al rischio dell’ignoto è più comodo fare marcia indietro. Abbiamo programmi per scongiurare l’estinzione della vipera cornuta ma non per mettere a coltura i territori dove si muore di fame. Invece di guardare avanti, ci crogioliamo nella nostalgia di un paradiso terrestre che non è mai esistito. A furia di difendere le “conquiste del passato” siamo diventati conservatori e reazionari. E questa è una cosa che mi mette addosso una paura dannata perché la Storia è una valanga che prima o poi rompe gli argini, e non la tiene più nessuno.”

                                                           ***

    Un rumore improvviso. Un colpo secco che rimbomba come una martellata.

    “Cos’è stato?”

    “Un paria che tira sassi, anche se i vetri sono infrangibili e lui lo sa.”

    “Succede spesso?”

    “Sì, quando c’è un giro di vite.”

    “Un giro di vite?”

    “I paria rifiutano di imparare a usare il computer, te l’ho detto. Comunicano a voce, si innamorano, fanno sesso reale. Sono comportamenti antisociali, e ogni tanto l’Autorità dà un giro di vite. Per questo ti ho messo le manette: per far credere che eri un paria riacciuffato dopo un tentativo di fuga.”

    Un altro colpo, un altro sasso che rimbalza contro il vetro di una finestra. Giorgio guarda fuori: tre uomini scavalcano la recinzione e avanzano verso la casa. Sulle loro giacche, all’altezza del taschino, c’è la stella a cinque punte. Dietro a loro, altri paria scavalcano la cancellata.

    “Sono in tanti. Vengono a prenderci.”

    Il ragazzo si alza e viene a guardare. Alza le spalle.

    “Non possono entrare in casa. Il sistema di isolamento è inespugnabile.”

    “Io non sarei così tranquillo.”

    Il ragazzo torna al computer e scorre i lanci di agenzia. I paria hanno preso d’assalto le centrali di gas, elettricità, telefoni e acquedotti. L’azione è evidentemente concertata, ma le autorità non riescono a entrare in contatto con la dirigenza del movimento insurrezionale e non sanno con chi trattare. La polizia non è attrezzata per impedire i sabotaggi che scoppiano a gatto selvaggio. Ogni cittadino è invitato a provvedere alla sua sicurezza con mezzi propri.

    “L’ultima frase, dalle mie parti, si chiama Si salvi chi può” commenta Giorgio con una certa apprensione nella voce. 

    “Anche qui da noi” dice il ragazzo. “Ed è praticamente un sacrilegio. Invitare ognuno ad arrangiarsi da sé va contro tutti i principi delle nostre civiltà. Tutto ciò che ha rilevanza sociale dovrebbe dipendere dal computer.”

    Ha appena finito la frase e le luci nella stanza si spengono.

    “Niente paura. Adesso parte il gruppo elettrogeno.”

    Pochi secondi dopo, un motore si mette in moto. Il computer continua a funzionare con le pile, ma il collegamento è caduto e non c’è modo di ristabilirlo. Frattanto, i paria che hanno scavalcato la recinzione sono almeno cinquanta, si accalcano contro una grande porta-finestra e premono, battono i pugni contro i vetri. Giorgio guarda il ragazzo che continua a cliccare e a digitare a vuoto. Non capisce che i paria hanno occupato anche le agenzie di stampa?

    “Qui si mette male. Da un momento all’altro quelli sfondano la porta.”

    “Melodrammatico, eh? Ma ci avevo già pensato. Vieni con me.”

                                                             ***

    L’ingresso di servizio non è sorvegliato. La via è libera. Giorgio e il ragazzo indossano due tute da giardinieri con la stella bene in vista, escono nel giardino e varcano il cancello. Non c’è molta gente nelle strade. I pochi passanti vanno di fretta, con la testa china e l’aria di chi non vuole essere importunato. Anche il ragazzo guarda a terra e si avvia. Giorgio vorrebbe chiedergli dove va, ma ricorda che è sconveniente parlare in pubblico e non vuole certo attirare l’attenzione. Si accoda a qualche metro di distanza e cammina anche lui a testa bassa.

    Sull’angolo, dove la strada confluisce in un viale, il ragazzo finisce addosso a un corteo di paria che sfilano silenziosi, con la faccia scura di chi è pronto a tutto. Il ragazzo fa per tirarsi indietro ma i paria gli sono addosso, lo agguantano, lo tengono stretto; uno gli strappa la tuta, la mostra agli altri e fa dei gesti strani. Il ragazzo si divincola ma ormai i paria l’hanno circondato.

    Giorgio non può avvicinarsi: la folla lo respinge. Per qualche secondo non riesce a capire cosa succede. Il silenzio è rotto dai rumori di una colluttazione. Giorgio vorrebbe  aiutare il ragazzo, dargli una mano a fuggire, ma qualcuno lo trattiene, lo spinge in un portone e gli si stringe addosso. È la gitana.

    “Fermo!” gli soffia all’orecchio.

    Due paria hanno afferrato il ragazzo per le braccia e lo tengono stretto. Un altro lo prende a sberle. Giorgio vorrebbe gridare.

    “Zitto!” sibila la zingara.

    Il viso del ragazzo è diventato livido. Il naso sanguina. Gli occhi sono gonfi.

    “Entra, svelto!”

    La gitana apre una porticina, spinge dentro Giorgio, si intrufola anche lei e richiude. Nella penombra dell’andito, lo prende per mano, lo trascina verso l’angolo più buio, si infila giù per la spirale di una scala a chiocciola. E all’improvviso sparisce, non c’è più. Come se la terra l’avesse inghiottita.

                                                               ***

    Giorgio arriva in fondo alla scala, ma è così buio che non se ne accorge, mette un piede in fallo e va a sbattere contro un muro. Si ferma, riprende fiato, vorrebbe guardarsi attorno; ma in quell’oscurità non c’è modo di orientarsi. Anche restare in equilibrio non è semplice: deve stendere le braccia in tutte le direzioni e procedere a tentoni, appoggiando una mano alla parete, tastando il terreno prima di appoggiare i piedi.

    Quante volte hai camminato, nuotato, viaggiato nel buio, Giorgio? Perché devi muoverti nell’incertezza più assoluta, uscendo da una follia per cascare a capofitto dentro un’altra? Gitani vagabondi, montanari retrogradi, futuristi computerizzati. Che senso ha un itinerario come questo? Sarà forse l’allegoria di qualcos’altro? Ma se la vita fosse piena di presagi, tanto varrebbe affidarsi ai tarocchi o alla lettura della mano. No: in questo mondo tutto succede a caso.

    Eppure… Eppure i protozoi si sono evoluti in esseri umani e avrebbero potuto non evolvere affatto. L’evoluzione avrebbe potuto fermarsi al livello dei rettili, dei dinosauri. Avrebbe potuto produrre ippogrifi e unicorni. Invece ci sono gli homo sapiens. Il caso li ha selezionati viaggiando al buio nella più totale libertà, oppure l’evoluzione procede lungo il percorso di un gioco dell’oca, con un inizio ben preciso e uno sbocco inevitabile? Non lo sai. Non puoi saperlo.

    Lascia perdere, Giorgio. Pensa a qualcosa di pratico. Anche questa volta sei rimasto solo. Non sai da quanto tempo cammini nel buio, ma allinei un passo dopo l’altro e non incontri ostacoli; anzi, indovini curve e scalini con un intuito di cui tu per primo ti stupisci. E la gitana dov’è? Non si è più fatta viva. Deve essere tornata su per la scala.

    Eccoti qua: costretto a proseguire in questo cunicolo senza luce, pieno di strettoie, curve a gomito, rampe in salita o in discesa. Procedi con il cuore in gola, con il terrore di trovare da un momento all’altro il passaggio sbarrato. E ti viene il dubbio di essere tu a scavare questo tunnel senza un motivo, senza uno scopo, senza un’idea di dove tu stia andando e perché.

                                                             ***

    È notte quando il cunicolo sbuca su una spiaggia e Giorgio impiega qualche secondo prima di rendersi conto che è tornato all’aperto. Alla sua destra brucia il fuoco di un falò. Accanto al fuoco c’è un cadavere sulla sabbia. I paria gli danzano attorno, lo prendono a calci e bastonate, lo riempiono di sputi, lo coprono di insulti. Sembrano scimmie festanti sul corpo di un nemico abbattuto.

    Qualcuno parla ad alta voce – a quanto pare, il tabù del silenzio è stato infranto – e il gruppo dei paria gli si affolla intorno. Il ragazzo che Giorgio credeva di aver abbandonato a un sicuro linciaggio si è tratto d’impaccio e ha convinto i paria a dare l’assalto all’Ufficio Brevetti. Il cadavere steso sulla spiaggia è quello dell’ingegnere che non ha approvato l’uso del differenziale. Il ragazzo arringa la folla e non sembra la stessa persona che, a proposito dei paria, parlava di subcultura: ora grida slogan e metafore a effetto. Si è adeguato rapidamente. 

    Il mare è vicino. L’onda batte e ribatte sulla spiaggia ma negli intervalli fra uno scroscio e l’altro c’è un rumore in avvicinamento: lo scalpitare di un cavallo al galoppo. I paria continuano a schiamazzare. Quando il cavallo piomba sulla folla, tutti sono colti di sorpresa. Giorgio rischia di finire a terra mentre il cavallo attraversa il fuoco e fa schioccare scintille tutto intorno. Una voce disumana grida: “Oooh! Eeeh!”. Esplodono due colpi di fucile.

    E adesso Giorgio deve correre perché il cavallo punta su di lui. Giorgio scappa verso le luci del lungomare, corre con il cuore in gola e con il rimbombo degli zoccoli nelle orecchie. Risale fino alla passeggiata, corre a perdifiato verso il porto, rotola giù per le scalinate che portano ai moli, si precipita verso una banchina illuminata dai fanali, passa sotto l’ombra delle gru scavalcando gomene abbandonate, scansando container e casse di legno. E in fondo al molo c’è il mare. Non era il caso di spaccarsi i polmoni in una corsa furibonda per poi doversi tuffare: tanto valeva entrare in acqua  lungo la spiaggia e usare le energie per nuotare. Ma non c’è tempo per i rimpianti.

    Un cargo attraccato alla banchina è pronto alla partenza. I verricelli stanno ricuperando le cime degli ormeggi, la biscaglina pende sulla murata. Giorgio ci salta sopra e si arrampica fino in coperta. Si aspetta di essere bloccato, ma non si fa vivo nessuno. L’equipaggio deve essere impegnato nella manovra.  

    Giorgio si butta nel primo boccaporto che incontra, scende due rampe di scale, percorre un corridoio, scende un’altra rampa senza incontrare anima viva. Calcola di essere al livello della linea di galleggiamento e cerca un nascondiglio in un angolo poco frequentato. Vuole stare alla larga dalla sala macchine, ma non è facile orizzontarsi nella pancia di una nave. Cammina su pavimenti coperti di linoleum, sfila davanti a rampe di scale che portano chissà dove. Sbuca in un corridoio che dà su un balcone affacciato su un immenso pozzo buio: la stiva.

    A metà del balcone c’è una cabina. Giorgio entra, si chiude la porta alle spalle e crolla su una branda. Resta immobile nel buio aspettando che il respiro e le pulsazioni ricuperino il ritmo normale. Per tenere occupato il cervello mette in atto il più antico dei rimedi: conta le pecore, e quando arriva a cinquantacinque sente sopraggiungere la stanchezza tutta in una volta. Piomba in un sonno senza sogni, e il suo ultimo pensiero cosciente è questo: Sofia è irraggiungibile. Anche l’azione collettiva è un’utopia e l’individualità riprende sempre il sopravvento.  

                                                              ***

Si fanno ragionamenti quando si sogna? Chi lo sa. Magari sognamo di ascoltare qualcuno mentre svolge un ragionamento, poi ci svegliamo e dimentichiamo tutto; ma ci sono rimasti in mente i concetti. Forse qualcosa di simile è ciò che succede a Giorgio. Da quando ha lasciato Madrid gli è sembrato di vivere un sogno, ma è arrivato a una conclusione: ingessarsi in una ideologia significa farsi superare dalle circostanze. Sono troppe le cose che succedono insieme, c’è troppa gente che si dà da fare. Per far marciare tutti nella stessa direzione bisogna convincerli: lasciare intendere tutto e il suo contrario.   

    Ma gli uomini non rinunciano a progettare. Anche se, rileggendo cinquemila anni di storia con un po’ di spirito critico, concluderebbero che è meglio lasciar andare le cose per il loro verso e non fare troppo assegnamento sui progetti.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Una storia lunga

  1. Giuseppe Ummarino ha detto:

    Don ricordo: Bello, mi sono compåiaciuto a leggerlo: Frase chiave (ed annotata): “Quanto fa male ricordare le occasioni perdute. Grazie Riccardo.

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Troppo buono, comandante. Grazie a te!

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