Stelle

    Edito da Effatà, esce l’ultimo libro di Fabrizio Centofanti. È qualcosa di notevole nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Notevole perché unico. Dal punto di vista tecnico può forse essere accostato al flusso di coscienza alla maniera di Javier Marias; ma, al di là degli schemi narrativi canonici, “Stelle” non è uno di quei facili romanzetti che ingombrano i banchi delle librerie. Costringe a pensare, anche a costo di allontanarsi dal testo, anche perché dipanare le vicende che intrecciano i molti personaggi potrebbe perfino smorzare l’impressione, l’impatto della lettura, che riporta in vita le atmosfere di eccesso romantico dello Streben e dello Sturm und Drang.

    Questo è il motivo che mi ha convinto a non scrivere una recensione, ma soltanto un breve rendiconto dei pensieri che mi ha ispirato. Con un’avvertenza: può darsi che io abbia finito per tradire lo spirito del libro; può darsi che abbia sovrapposto le mie ossessioni a quelle dell’autore. Ma se non altro una cosa è indubbia: “Stelle” è un libro che va al di là della narrazione di una vicenda. E non se ne scrivono molti così.

    Io non so se tutti i lettori sono stati educati come me. Voglio dire: come la monaca di Monza, alla quale, da bambina, davano le bambole vestite da suora. A me, fin dall’asilo, hanno fatto il lavaggio del cervello sul concetto di uomo come “animale razionale”. Tutti, scuola pubblica e privata, preti e giornalisti, politicanti e filosofi, tutti mi hanno riempito la testa di quanto siamo speciali, ed eccezionali, e fatti a immagine e somiglianza di Dio, per il fatto di avere a disposizione uno strumento potentissimo come la ragione.

    E come potevo sottrarmi al condizionamento, quando gli aerei cominciavano a bucare il muro del suono, e i missili portavano l’uomo sulla luna, e i vaccini debellavano morbillo e polio, e i chirurghi trapiantavano il cuore, eccetera eccetera? Forse non è mai esistito un periodo storico in cui il potere della ragione umana fosse portato alle stelle come nella seconda metà del secolo scorso. Nemmeno nel Settecento, in pieno fiorire dell’Illuminismo, la Ragione fu così trionfante. All’epoca si affermava una teoria filosofica, nel 1950 se ne vedevano gli effetti concreti. 

    Ebbene: mi hanno ingannato. Non è vero che la caratteristica distintiva dell’uomo sia la ragione. Non nei termini assolutistici con cui mi hanno pestato in testa questo concetto. L’uomo è innanzitutto sentimento.

    Centofanti lo spiega nel modo più semplice e più chiaro. Cosa può opporre la ragione se sei sposato/a e ti innamori di un’altra/o? Cos’ha da dire la ragione quando cerchi il senso della tua vita e non lo trovi? Come può aiutarci la ragione quando siamo schiacciati dai sensi di colpa? Cos’ha da spartire la ragione con i pochi, benedetti, momenti di felicità o di cosmica beatitudine che proviamo, per esempio, nella notte contemplando il cielo stellato?

    Certo, non ha molto senso ripudiare la ragione e affrontare la vita alla maniera dei Carmina Burana: Similis sum folio de quo ludunt venti. Ma è altrettanto insensato pretendere che tutto ciò che proviene dal sentimento sia irrazionale e quindi nefasto. Tanto più che la ragione è di una noia totale, e non è neanche detto che le sue risposte siano sempre quelle giuste. Sarà per questo che gli antichi Greci, che pure dedicarono un’isola ad Apollo, sentirono il bisogno di importare il culto di Dioniso?

     E per chiudere il cerchio dei pensieri (abitudine razionale sì, ma non disgiunta dal bisogno di coerenza che, in quanto bisogno, ha pur sempre l’aspetto del sentimento), ricordo che secondo Platone il senso della vita umana consiste nel mettere ordine nel caos, cioè nel far prevalere la ragione sul sentimento. Ma è poi lo stesso Platone a riconoscere che la spinta a vivere proviene dall’Amore: il primo dei sentimenti.   

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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