Una conferenza

Anche stavolta, un brano di romanzo, lunghetto, ma mica poi tanto.

 

   “Gli storici si affannano a suddividere la Storia in periodi, salvo poi riconoscere che gli avvenimenti scelti come spartiacque sono del tutto convenzionali e privi di significato. La Storia non è fatta dai singoli esseri umani ma dallo scontro di opposti interessi: è lì che avviene il suo sviluppo dialettico. Individui, nazioni, classi sociali, l’umanità nel suo complesso, si trasformano, evolvono, entrano in crisi di identità e continuano a lottare finché non si riconoscono in nuove individualità. I veri snodi della Storia sono i momenti in cui lo spirito raggiunge l’autocoscienza.”

    Von Sinnen alzò lo sguardo dai fogli che aveva davanti e contemplò l’aula magna dell’università di Costanza gremita di pubblico.

    “Abbandoniamo le suddivisioni inserite nella Storia da professori miopi. Io affermo che la civiltà ha conosciuto solo due spartiacque. Considero preistoria tutto ciò che avvenne prima dell’abolizione dei sacrifici umani, e divido la Storia in un periodo antico e uno moderno: prima e dopo la stagione dei regicidii.”

    Sprofondato in una poltroncina a metà sala, impegnato a scaccolare una narice, Dumm non si stupì per l’audacia dell’oratore.

    “Abramo liberò l’uomo da un dio-padrone che esigeva sacrifici umani. Robespierre lo liberò da un re-padrone che considerava i sudditi una sua proprietà. Rifiutando di sacrificare Isacco l’umanità uscì da una condizione animalesca. Sacrificando Luigi XVI uscì da una condizione servile. Ecco gli snodi della Storia, i momenti-chiave in cui l’umanità divenne cosciente delle proprie trasformazioni. La Cronaca seguiterà a elencare guerre e paci, imperi costruiti e distrutti, decadenze e rinascimenti. Ma se il compito della Storia consiste nell’individuare i punti critici nello sviluppo dell’umanità, l’esistenza dell’homo sapiens non può che essere inquadrata in tre fasi: una prima fase (lunga, lunghissima) in cui gli esseri umani ebbero comportamenti più istintivi che razionali; una seconda in cui esorcizzarono i loro terrori accettando di sottomettersi a un padrone al quale delegavano il rapporto con la divinità, e infine una terza fase in cui ciascun individuo reclamò la responsabilità di se stesso.”

    Dumm sbadigliò. Armeggiò per cambiare posizione alle gambe accavallate, infilò la mano sinistra nel tubo della gamba destra dei pantaloni e si grattò il polpaccio. In fin dei conti, si trattava solo di far passare un po’ di tempo, poi Armida sarebbe venuta a prenderlo e la caccia al tesoro sarebbe ripresa, magari dopo una sosta in albergo per una doccia e un po’ di ginnastica in orizzontale.   

                                                             ***

   “Quando le circostanze ci costringono a fare una scelta, il futuro appare caotico. Al contrario, quando ci voltiamo indietro a cose fatte, sembra che la Storia abbia marciato su una precisa linea di tendenza. E viene spontaneo proiettare questa traiettoria nel futuro. Perché no? È ingenuo proiettare una linea di tendenza in modo lineare, e lo sappiamo, ma è un abito mentale al quale è difficile sottrarsi. C’è chi si è spinto a profetizzare l’avvento del superuomo o una palingenesi sociale. Ma la realtà si dimostra razionale solo a posteriori. A priori, è semplicemente imprevedibile.”

    Von Sinnen si mosse sulla sedia. Questa uscita allo scoperto era piena di rischi. L’abbandono del basso profilo era una novità. Ma il contenuto del discorso era inequivocabile: la politica dell’Alchemie non cambiava di una virgola.

    “In realtà, ciò che chiamiamo progresso non è niente di pacifico. Al contrario: è una lacerazione della cultura dominante, una ribellione contro l’autorità costituita, una rivolta contro i Padri. Non c’è dialettica senza conflitto e il conflitto ha luogo fra individui che lottano per affermarsi. Il modello che meglio rappresenta l’evoluzione dell’umanità è il rapporto padre-figlio.”

    Dumm, sprofondato nella poltroncina, considerò con longanimità le sberle e i calci in culo associati all’immagine paterna: prime basilari lezioni di cui era costellata la sua infanzia, primi imprinting della sua personalità. Non erano stati piacevoli ma, se non li avesse ricevuti, forse si sarebbe adagiato nella dipendenza dai genitori, non avrebbe sviluppato la sua autosufficienza. Sarebbe rimasto un bue legato alla mangiatoia invece di diventare un magnifico toro selvaggio.  

    “Le rivoluzioni iniziano necessariamente con una fase distruttiva. Raccolgono consensi finché possono indicare un idolo da abbattere, un re da deporre, un padre da cui emanciparsi. In questa fase prevale l’assemblearismo, la ricerca del consenso con un progressivo scavalcarsi delle tesi più estreme, in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per giustificare l’enormità di un parricidio servono motivazioni rigide, coerenti, inattaccabili.”

    Dumm si grattò la nuca. In effetti, che si può fare con un padre? Mandarlo a quel paese e salpare per altri lidi, come aveva fatto lui. Altrimenti non resta che levarlo di mezzo. Un po’ dispiace, pensò, quasi meravigliandosi di se stesso; in fin dei conti è pur sempre un parente stretto. Ma, cazzo, se è lui a cercarsela…     

    “Ma una volta abbattuti gli idoli il problema è costruire l’ordine nuovo. Proporre non basta più: bisogna avere la forza di imporre. Con la caduta del nemico l’assemblearismo perde forza propulsiva. Serve un nuovo padre, un’autorità carismatica. Ma nessuno può vantare la stessa legittimità del padre appena defenestrato. La rivoluzione ha disperatamente bisogno di un capo. Il ricordo dell’ancien régime favorisce i rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro, unito al rimorso del parricidio, genera il senso di colpa. È qui che si manifestano i limiti della rivoluzione: l’azione collettiva non diluisce le responsabilità individuali. La folla sa distruggere, ma la sua è una violenza pudica, che uccide e se ne vergogna, che si ripiega su se stessa, che individua capri espiatorii perché sa di meritare un castigo e cerca di stornarlo. Invece, per costruire l’ordine nuovo serve una violenza audace che prenda su di sé anche le responsabilità dei tiepidi, degli scettici, dei recalcitranti.”

    Dumm si guardò attorno per la cinquantesima volta. Armida non era ancora arrivata. Cosa poteva esserle successo? Tutti i ragionevoli motivi di ritardo cominciavano a mostrare la corda. Nell’anticamera del cervello cominciò ad agitarsi un sospetto. Che Armida gli avesse tirato un bidone?

                                                       *** 

    “Questa è la situazione in cui regolarmente incappa ogni rivoluzione quando raggiunge i suoi obbiettivi più immediati. Il rivoluzionario ha vissuto in un mondo antipode rispetto al padre che l’ha schizzato nell’esistenza e lo reclama come sua proprietà. Quando il padre non c’è più e nessuno ha ancora preso il suo posto, la perdita del “nemico” provoca crisi esistenziali, rimorsi, ripensamenti, incapacità di affrontare le normali difficoltà della vita.”

    Von Sinnen umettò l’indice destro, raccolse il foglio dalla pila di sinistra e lo depose su quella di destra. Non c’è niente di più irritante di queste banali interruzioni nei momenti topici di un ragionamento. Doveva ricordarsi di parlarne al segretario: se mai fosse capitata un’altra conferenza, invece di fogli dattiloscritti, meglio allestire un “gobbo”.

    “Diventa chiaro” riprese “che il rivoluzionario vuole capovolgere il mondo, ma lasciandolo così com’è. Nessuno è più conservatore di chi vuol cambiare tutto. E siccome percepisce la contraddizione, si affida volentieri a una personalità carismatica. Nel marasma che segue la caduta degli idoli, chi si propone come capo trova gli altri ben felici di accodarsi. Che sia lui ad affrontare l’ignoto, pensano. Se avrà successo ci saremo liberati dall’incertezza del futuro; se fallirà ne faremo un capro espiatorio. Intanto gli tributano una subordinazione da ancien régime ed è precisamente in questo modo che un arruffapopoli vicino alla cerchia di Robespierre può diventare imperatore. Ebbene: qual è il risultato? La rivoluzione non cambia gli schemi del potere.”

    Dumm tirò su con il naso. Forse si era distratto, ma non era riuscito a seguire il ragionamento. Non era convinto.

    “Chi plaude al capo non vuole rischiare in proprio. Se il capo non rischia per lui, medita di deporlo. Ma per deporre il nuovo padre senza sconfessare la rivoluzione bisogna ucciderlo. E per la mentalità rivoluzionaria la pena di morte esige motivazioni di ordine sociale: la legittima difesa non basta a giustificare il parricidio. Il rivoluzionario è un moralista. Quando si trova a dover gestire il potere, diventa inevitabilmente conservatore. Non è un paradosso: è la realtà di tutti i giorni. Quante volte avete ascoltato la frase dobbiamo difendere le conquiste della rivoluzione? Pensateci: difendere le conquiste del passato significa ingessare lo sviluppo! C’è qualcosa di più reazionario?”

    E così è servita la Revolution e il suo avventurismo, pensò von Sinnen. Alberico poteva strepitare fin che voleva, ma che la rivoluzione sia intimamente contraddittoria è una verità lampante. (Anche se, e von Sinnen se ne rendeva conto, proprio questo era il segreto della sua vitalità: le contraddizioni evolvono, mentre gli assiomi e i postulati sono sempre quelli. Meno male che il ghost writer era stato attento e aveva fatto scivolare il discorso in tutt’altra direzione).

    “Ogni essere umano vive un periodo rivoluzionario. Il fatto stesso di nascere comporta una serie di fratture, distacchi e rivolte. Ogni tappa dell’esistenza espande la sua individualità e gli fa capire di essere agli antipodi del padre. Ogni passo avanti è un riconoscersi uguale e contrario a lui. Con maggiore o minore intensità, ogni individuo deve rendersi conto che, per non essere divorato da Crono, non gli resta che ribellarsi e ucciderlo.”

    Dumm inspirò a fondo, alzò gli occhi sull’oratore e abbassò una mano a soffregarsi i genitali. Su questa storia del padre che rompe mi hai già convinto, che ci torni sopra a fare? 

    “Ma tagliare i ponti con i padri significa smarrire il fondamento delle convinzioni più profonde. Nella fantasia di chi si ritrova solo con se stesso i padri detronizzati assurgono a depositari di una scienza perduta, archivi di un mondo delle idee dal quale la rivoluzione l’ha esiliato. L’indipendenza presenta il conto. Il prezzo da pagare è il senso di colpa per la perdita di una presunta sapienza ancestrale. Ognuno sente improvvisamente il fardello di colpe che gli pesano sulla groppa e l’unità dei rivoluzionari si incrina.”

    Dumm si voltò a guardare le uscite. Il discorso di von Sinnen, che per un attimo l’aveva catturato, stava diventando una noia micidiale. Però, se non altro, gli stava facendo tornare un po’ di buon senso. Credeva di avere in pugno Armida e invece era stata lei a manovrarlo come un burattino.  

    E pensare che in Italia lo aspettava un’eredità! Case e contanti. Poteva vivere felice in un angolo di paradiso, magari dalle parti di Barletta: qualche ettaro di oliveto, un frantoio. Sole e mare. Orecchiette, aglio e cime di rapa. Pane di Altamura, salsiccia piccante, vino aleatico. Moglie, figli…

    Ohé! Siamo mica matti?     

                                                      ***

    “Una volta distaccati dai padri, una volta usciti dal giardino incantato in cui erano rinchiusi, i rivoluzionari si proiettano nel futuro, scoprono la prospettiva della morte e la interpretano come una punizione per il loro egoismo.”

    Dumm si alzò provocando una serie di rumori, scalpiccii, borbottii. Von Sinnen si interruppe e guardò in platea. Dumm ignorò gli sguardi puntati su di lui, raggiunse il corridoio e sfilò fino all’uscita. Sul piazzale un autobus aveva raccolto gli ultimi passeggeri e, fermo allo stop, si preparava a svoltare a sinistra giù per la discesa. Armida strizzava le palpebre nel riflesso del finestrino e fumava nervosamente con il viso tirato. Con la prudenza imposta dalla strada tutta curve, l’autobus si avviò. Dumm si mise a correre. Incrociò un taxi solo dopo aver corso per due chilometri di galoppo. Aveva la lingua penzoloni quando aprì lo sportello, si lasciò cadere sul sedile e ansimò: “Segua quell’autobus.”

                                                              ***   

    “Perché questo è il guaio delle rivoluzioni: ogni iniziativa è un salto nel buio. Gli avvenimenti rivelano la loro logica solo dopo essere avvenuti. Quando ancora non si sa cosa accadrà, quando non si può nemmeno essere sicuri che accadrà qualcosa, tutto sembra caotico e insensato. Chi ci dice che l’accelerazione terroristica di Robespierre e l’imperialismo napoleonico non siano state necessità storiche assolute? Forse era inevitabile che la rivoluzione sfociasse in un bagno di sangue. Forse no. Si possono elencare migliaia di ragionevolissimi “se”, ma ogni alternativa non è che pura ipotesi: mancano le controprove.”

    Il foglio a questo punto diceva: “PAUSA” e von Sinnen contò mentalmente fino a cinque.

    “La scomparsa dei padri” riprese “genera insicurezza. L’insicurezza alimenta il senso di perdita, che viene vissuto come il castigo di una colpa irreparabile. Chi cade in preda al rimorso tenta di stornare il castigo dal branco sacrificando uno dei membri, cerca la purificazione nell’estremismo così come i disperati preferiscono l’annientamento alla semplice sconfitta. Da questo meccanismo psicologico nasce la sindrome da accerchiamento che spinse i giacobini a instaurare il Terrore, a ghigliottinare Danton, a instaurare la dittatura dei comitati. Mentre la massa spera in un ritorno all’ordine, il rivoluzionario denigra i padri per giustificare la sua ribellione.”

    Un telefonino suonò. Un segretario sussurrò “Hallo”, ascoltò, tentò di replicare, fu zittito. Si avvicinò alla cattedra con il cellulare in mano. Von Sinnen lo prese e lo portò all’orecchio. Ascoltò in silenzio. Non replicò, restituì il telefonino, si alzò e senza una parola di spiegazione si avviò all’uscita. La conferenza era terminata.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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