Petrus Romanus

Magari non percossa, ma certo attonita “la terra al nunzio sta”. E io, nel mio piccolissimo, non trovo di meglio che riesumare un racconto che ho scritto qualche anno fa. Credo che non sia del tutto fuori luogo.

 

    Quest’anno avrebbe dovuto esserci il censimento, ma non si farà. Non lo fanno più neanche in Francia, in Austria, in Spagna.

    In Germania la Bild Zeitung ha scoperto che l’Istituto di Statistica aveva truccato le cifre e lo scandalo ha travolto maggioranza e opposizione. Girano voci incontrollabili: pare che i luterani siano scesi al 9% e che i cattolici siano in caduta verticale. La percentuale dei musulmani è top secret. Neanche la Bild è riuscita a saperla.

    In Inghilterra la Camera dei Comuni sta dibattendo una legge per istituire una nuova festa nazionale. Non discutono se introdurla o no, ma solo se sarà il Bayram o la fine del Ramadan.

    In Italia è sempre più difficile trovare in edicola giornali scritti in italiano. Sono rimaste solo due testate. Tutte le altre sono fallite. È incredibile com’è cambiato il mondo in tre o quattro decennii. Quando ero ragazzo si pensava che nel Duemila gli impiegati sarebbero andati in ufficio in elicottero volando in mezzo ai grattacieli. Le emigrazioni sembravano imprese di cadetti in marcia verso aree incolte da bonificare: il Far West, la Pampa, l’Australia. Nessuno avrebbe immaginato una colonizzazione a rovescio.   

                                                            ***

    Sono cambiate tante cose e altre stanno per cambiare. Il mondo è una ruota che gira e niente è acquisito per sempre. Quando ero giovane, i vecchi contavano i re che avevano visto. Da quando sono diventato vecchio anch’io, ho preso lo stesso vizio.

    Sono nato sotto Pio XII, pastor angelicus, e mi sono rimaste impresse le sue pose ieratiche. Ricordo Giovanni XXIII, pastor et nauta, e lo stupore dei primi sbandamenti conciliari dopo secoli di Controriforma. Ho reminiscenze più vaghe di Paolo VI,  flos florum, un pontificato che mi è rimasto abbastanza incomprensibile. Giovanni Paolo I, de medietate lunae, chi l’ha visto? Eppure fu il primo ad abbandonare il plurale majestatis. Giovanni Paolo II, de labore solis, che uomo! Un Papa che pestava pugni sul tavolo. Benedetto XVI, de gloria olivae, non un inquisitore pieno di certezze, ma un uomo problematico. E adesso c’è questo Papa che ben pochi hanno visto e del quale si sa praticamente niente.

    Si è capito subito che non era uno dei cardinali, e neanche un vescovo. Poi un giornale spagnolo (chissà come ha fatto a saperlo) ha scritto che il Papa era un parroco di paese, uno che si era fatto prete a quarant’anni, e ormai era vecchio, con problemi di salute. Qualcuno aveva fatto il suo nome in conclave, gli avevano telefonato, lui si era rifiutato vivacemente e c’erano voluti tre giorni per convincerlo. Pare che sia arrivato di notte in tassì fino in piazza San Pietro, come un turista.

    I cardinali gli hanno chiesto se accettava la nomina. Lui ha risposto: Accipio. Con quella parola è diventato un monarca assoluto e l’ha dimostrato subito sconvolgendo la prassi e il cerimoniale. Ha vietato a tutti di rivelare il suo nome e la sua provenienza. Non ha voluto assumere un nuovo nome. Non è uscito sulla loggia per impartire la benedizione al popolo. Si è ritirato nei suoi appartamenti e, a un anno dalla sua elezione, è ancora lì. Non è mai uscito. Le personalità politiche in visita al Vaticano sono ricevute dal Segretario di Stato. Le cerimonie e le udienze sono affidate al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Papa comunica le sue apostoliche volontà con bigliettini che il Segretario di Stato custodisce gelosamente e non mostra a nessuno (ma, come sanno i soliti bene informati, contengono soprattutto richieste di generi di conforto: libri, cioccolato, whisky).

    Gli anticlericali strepitano che il Papa non c’è, che non è mai stato eletto, o che i cardinali di curia l’hanno fatto fuori. I romani lo chiamano Petrus Romanus. Nessuno dimentica che, secondo la profezia, un Papa di nome Pietro segnerà la fine della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.  

                                                          ***

    E mentre il mondo traballa, io sto per morire. Sto per morire e non ho ancora capito che senso ha, se pure ne ha uno, la vita che ho vissuto. È una domanda alla quale non si può rispondere senza prima aver deciso se Dio esista o no, se esista l’anima, se esista un aldilà. Ma io non ho sempre dato a queste domande le stesse risposte, e non per un motivo preciso. Semplicemente perché il tempo passava e io cambiavo.

    Detto così, sembra quasi che Dio esista solo per i vecchi, che sia una cosa che si inventano per alleviare la paura della morte. Invece è tutto il contrario. Finché uno non ti serve, non lo cerchi. Poi ti accorgi che non puoi farne a meno (succede a tutti, e sempre all’improvviso). E allora vorresti capirci qualcosa, trovarci un po’ di coerenza. Ma non la trovi.

    Insomma, sto cercando di dire che gli interessi di Dio meritavano di essere serviti un po’ meglio. Per me, il primo sintomo che qualcosa non quadrava fu l’abolizione del divieto di mangiare di grasso al venerdì.

    Ma come? Fino a venerdì scorso, se mangiavi un panino col salame e poi finivi sotto un tram, andavi sparato dentro a un calderone di pece bollente e non ne uscivi più in saecula saeculorum. Adesso, tutt’a un tratto, mangi zampone e culatello, vai in paradiso, guardi giù e vedi tuo padre che per aver fatto la stessa cosa qualche anno prima deve bruciare per l’eternità. Come si fa a credere una cosa simile?    

    Naturalmente la fesseria non stava nell’aver tolto il divieto. Stava nell’averci impegnato la faccia, minacciando demonii e fiamme infernali. Perché, se poi ti rimangi le prospettive apocalittiche, non resta che pensare: o mi hai preso in giro prima o lo stai facendo adesso. In ogni caso mi hai preso in giro. E io non mi fido più.

    Sarà pure meschino mettere in dubbio i dogmi della fede per via di una fetta di salame, ma tant’è: chi pretende di regolare anche le stupidaggini si fa del male da solo. 

                                                             ***

    Cosa volevo dire? Ho perso il filo. Ah, sì: stavo dicendo che, finché uno si sente giovane, è convinto di fabbricare il suo destino. Quantomeno ci prova, si appassiona, si esalta per i successi, medita la rivincita per le sconfitte.

    Non voglio darmi arie da psicologo o da antropologo, ma sospetto che questo atteggiamento sia un riflesso dell’esuberanza sessuale: finché sai di poter generare, vai incontro alla vita sicuro di dominarla. E finché ti trovi in questo stato d’animo imperialista, nessuno può venire a raccontarti che andando a letto con la collega dell’ufficio contabilità, sposata con due figli, commetti un peccato mortale e fai piangere l’angelo custode. 

    No. Non funziona. Tu e la collega siete presi, innamorati, arrapati, chiamalo come ti pare. È matematico che lo farete ancora, per quanti scrupoli di coscienza vi vengano. Cosa dovreste fare? Schizzare dal letto ogni volta che finite di peccare e correre a confessarvi sapendo bene che domani sarete daccapo? Che senso ha chiedervi di pentirvi per qualcosa che fra ventiquattr’ore, piova o nevichi, rifarete tale e quale?

                                                             ***

    Anche nel caso del sesso sembra meschino attaccare la morale con questi discorsi terra terra. Ma il fatto è che quando cala il testosterone smettiamo di fare progetti e ci dedichiamo ai consuntivi. Le cose per cui ci affannavamo non le abbiamo ottenute, e se domani mattina piovessero dal cielo arriverebbero fuori tempo massimo. Ecco: abbiamo sbagliato tutto. Gli errori sono peccati. E i peccati bisogna espiarli. Eccetera eccetera.

    Ma siamo sicuri che questa sia la prospettiva giusta? I fatti più gratificanti della vita, la morale li guarda con gli occhi della vecchiaia. Gli occhi di chi non fa investimenti perché non ha più un futuro. Gli occhi di chi constata che – proprio quando sarebbe il momento di raccogliere i frutti – le forze, gli appetiti, i gusti che credevi dovessero durare fino all’ultimo, sono venuti meno.

    C’è poco da fare: la morale e la Storia hanno gli occhi sulla nuca. E invece le civiltà si costruiscono con i progetti di chi guarda al futuro, non con le melanconie di chi riflette sul passato.  

                                                               ***

    Un tempo si temeva che i cosacchi venissero ad abbeverare i cavalli nelle fontane di Roma. Oggi le anime belle dicono che dovremmo essere orgogliosi di aiutare milioni di diseredati. Ma dovremmo anche preoccuparci di avere sempre qualcosa da dare. Quando finiranno l’oro, le banconote e i debiti, cosa potremo offrire? Cultura? Saggezza? Ma no. La nostra civiltà è in agonia. E io muoio con lei.

    Eppure, in questi ultimi tempi mi è nata nel cervello una fantasia, un ultimo gesto di orgoglio. È assurdo, lo so, ma è la mia unica consolazione. Del resto, a chi sta per affrontare il Mistero si può concedere un pizzico di megalomania. Così, per farsi coraggio.

    Ecco: io guardo il cielo di Roma e immagino che tremila anni di civiltà si siano rifugiati in me, che restino abbarbicati alla mia vita, per quel poco che durerà. E ho fatto installare un congegno: quando il cuore avrà smesso di battere, la mia immagine apparirà alla finestra del palazzo apostolico e annuncerà la fine di tutto. Urbi et orbi. 

    Sì, lo so: con la Chiesa in liquidazione non ci sarà più una guida da seguire o un antagonista con cui contendere. Senza un punto di riferimento il mondo sbanderà. Ma se la Storia ha superato il punto di non ritorno, io sono troppo vecchio per indicare soluzioni. Me ne vado. Lascio al mondo il mio amore per l’umanità, la fiducia che la civiltà sappia rigenerarsi, la speranza che Petrus Romanus segni una fine ma anche un nuovo inizio.

    Addio.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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