Leggere in lingua originale

La politica, per il momento, è in stand-by, e io torno agli argomenti che mi divertono di più. Per esempio, il provincialismo dei critici letterari.

    Ogni tanto riparte il revival della solita, eterna, immutabile “questione della lingua”. Quest’anno mi sono riletto in lingua originale due superclassici: L’isola del tesoro e Le avventure di Huckleberry Finn. E mi domando: ma la gente che sproloquia di “questione della lingua” ha mai letto i classici stranieri in lingua originale?

    Appena Camilleri cominciò a vendere, i critici si accorsero di lui e, non sapendo cos’altro dire, sciolsero inni e peana alle sue “originali scelte linguistiche”. A sentir loro, sembrava quasi che il commissario Montalbano avesse rinnovato la lingua avvicinandola finalmente al parlato. Perché questa è l’ossessione della critica: la lingua italiana è una lingua letteraria, non è quella che parla il popolo.

    Ma pensa un po’. E gli altri popoli come stanno messi? Dico: i francesi non parlano argot e patois? I tedeschi non parlano schwaebisch e plattdeutsch? E inglesi e spagnoli non hanno centinaia di dialetti, gerghi e lingue collaterali? Questo i critici non se lo domandano. Forse perché si fa troppa fatica a leggere in originale.

    Eppure, nel mio piccolo, qualche dubbio l’avevo. Ricordavo, per esempio, parecchie libertà linguistiche nel classico hard boiled “Il falcone maltese” di Dashiell Hammett. Non vorrei dire stupidaggini, ma mi par di ricordare qualcosa del genere anche nei romanzi di Raymond Chandler, e perfino in Rex Stout (certi titoli, per esempio: Eeny meeny murder mo, oppure Help wanted, male). Dunque, con questi indizi, o sospetti, o chiamateli come volete, ho voluto leggere due classici. E cosa ho trovato?

    Huck Finn, tanto per cominciare, non è scritto in inglese. Neanche in americano, direi. Semmai in una lingua che (come direbbe Archie Goodwin) was born and braht up in the Sawth. Non mi riferisco a come parla il negro Jim: quello è evidentemente un pidgin, un gergo che è quasi una lingua diversa. Parlo della lingua di Huck e di Tom Sawyer, dalla grammatica ultrasemplificata, dove, per esempio, to know non diventa mai known o knew ma sempre e soltanto knowed, e il passato del verbo essere è invariabilmente was anche quando il soggetto è plurale. Eccetera eccetera.

    Dunque? Che ne dite? Secondo voi Mark Twain ha scritto Huck Finn perché sentiva il bisogno di rinfrescare la lingua di Shakespeare? Ovviamente no. Non poteva fregargliene di meno. Gli interessava soltanto rendere credibile il personaggio di Huck attraverso il liguaggio: probabilmente, se non l’avesse fatto, anche le avventure sarebbero risultate insipide o assurde.

    Quanto a Treasure Island, date un po’ un’occhiata a come parla Long John Silver! E Billy Bones, e Israel Hands. Di quando in quando, perfino lo squire Trelawney raccoglie qualche eco del gergo dei gen’lemen o’ fortune.

    A Stevenson non importa un accidente di scrivere come Pope o come Thackeray, l’unica cosa che gli interessa è la verosimiglianza. Che pirati sarebbero i suoi se non parlassero un gergo da lupi di mare? Quanto al resto, al diavolo le convenzioni! Ben sapendo che una storia come questa non può essere raccontata che in prima persona, e trovandosi nella necessità di raccontare cose che l’io narrante, Jim Hawkins, non può sapere, Stevenson si fa un ricchissimo baffo delle convenzioni narrative, pianta lì il racconto di Jim e passa la parola al dottor Livesey, salvo poi restituirla a Jim per portare a termine la storia!

    Conclusione? Basta con questa assurda, idiota e noiosissima questione della lingua! In italiano esistono dialetti e gerghi esattamente come in ogni altra lingua del mondo. Chi scrive un romanzo (o un’opera teatrale, o una poesia) è libero di usare i modi espressivi che ritiene più convenienti per ciò che intende rappresentare. L’unica cosa che conta è il risultato.

 

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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