…segue

    La vetrata dell’hotel Costantinopolis si affaccia su un panorama mozzafiato. La spiaggia nera si incurva in una mezzaluna perfetta, come se qualcuno l’avesse disegnata con il compasso.

    All’altro capo della mezzaluna un promontorio roccioso taglia l’orizzonte, si spinge in mare e si arresta con un improvviso precipizio di fronte a un isolotto dirupato.

    Il tempo non ha fatto che peggiorare. Le onde spazzano lo stretto. Raffiche di vento strigliano le palme e gli agrumeti che dalla costa risalgono verso le colline dell’entroterra. Ormai le nubi hanno coperto il cielo. È rimasta solo una striscia di luce a oriente, dove la cappa di nubi non è ancora arrivata. I lampi e i tuoni, sempre più frequenti, illuminano il mare e fanno tremare i vetri alle finestre.

    Nella veranda, intorno al tavolo di von Sinnen sono raccolti Clay, Dumm, Armida e Zweifel. Hanno minacciato di rivolgersi ai rispettivi consoli e alla polizia: non hanno avuto risposta. Hanno sbraitato fino a perdere la voce, ma i pretoriani dell’Alchemie non hanno fatto una piega. Ora i quattro se ne stanno seduti in silenzio. Bevono succhi di frutta, sgranocchiano tartine, tuffano le forchette nelle insalate di indivia e avocado. Non protestano più, ma hanno scritte in faccia curiosità e apprensione.

    Von Sinnen li guarda con occhi assenti. Poi si schiarisce la voce e prende la parola. “Per due di voi le spiegazioni sono superflue. Ma Dumm e Clay sono entrati per caso in questa faccenda e hanno diritto a qualche chiarimento.” Zweifel annuisce. Armida sbarra gli occhi. Clay ha l’aria di chi si domanda se per caso non è capitata sul set di un film giallo, verso la fine, quando il detective spiega chi è l’assassino. Dumm agguanta una tartina spalmata di caviale, la mette in bocca, mastica rumorosamente, porta una mano alle labbra, si guarda in giro, riprende a masticare. Giorgio è lì, vede e sente tutto ma nessuno fa caso a lui, e lui non si domanda perché. Accetta la cosa e attende gli sviluppi.

    “Come Zweifel ha sempre sospettato, c’è un rapporto fra questo libro e la coppa.” Von Sinnen alza il libro e una fotografia della coppa. Dumm si protende a sbirciare e intanto allunga una mano verso le tartine al burro e alici.

    “La causa delle nostre peripezie è in questi due oggetti. Il libro contiene una teoria che definisce i rapporti fra realtà e paradosso. Le iscrizioni sul bordo della coppa esprimono le condizioni di equilibrio della realtà. In parole povere: il libro dice che gli avvenimenti, a priori, sembrano determinati dal caso ma, visti a posteriori, sembrano avere uno scopo. Per capire il perché bisogna decifrare le iscrizioni della coppa. Ma, secondo la teoria, solo poche persone potrebbero farlo. Giorgio era una di queste. Lui avrebbe potuto.”

    “Era? Avrebbe potuto?” La voce di Clay è quasi uno strillo. “Come sarebbe a dire? Cosa gli è successo?”

    “Alberico ha tentato di usarlo per impadronirsi della coppa. La Alchemie ha fatto di tutto per impedirlo e Mittelmessig si è sacrificato nell’impresa. Di Giorgio si sono perse le tracce. Ma la preoccupazione del momento è un aspetto della teoria che ci riguarda da vicino. Nel flusso del tempo esistono dei momenti critici, così come nello spazio esistono i buchi neri. Uno di questi momenti critici si è verificato a mezzogiorno dell’11 agosto. In quel momento Mittelmessig, Alberico e Giorgio si sono trovati di fronte, e sono spariti tutti e tre.”

    Ognuno dei presenti avrebbe qualcosa da dire. Zweifel rivede Giorgio sul ponte del Reno, Armida pensa all’uomo che ha preso per un turista francese. Dumm sente sulle dita la stoffa dell’abito di Mittelmessig, il cuoio del suo portafogli. Clay vorrebbe gridare: “Non è vero!”. Ma tutti e quattro restano muti, mentre von Sinnen li contempla con il suo sguardo freddo.

    “Se è stato possibile riunire tutti voi qui, nello stesso momento, non può essere un caso. Queste coincidenze avvengono quando il tempo e lo spazio sono sull’orlo del collasso. Stiamo per infilarci in un buco nero, e potrebbe essere quello definitivo se non ricuperiamo la coppa. Tre di voi l’hanno già avuta fra le mani. Bisogna evitare che finisca in quelle di Alberico. Unite le forze, trovatela. La Alchemie ve ne sarà riconoscente.”

                                                   ***

    La cappa di nubi ha soffocato l’ultima luce all’orizzonte. È mezzogiorno, ma su Azor è scesa una notte irreale illuminata dai lampi e scossa dai tuoni. Il vento solleva dalla spiaggia la polvere bruna che ormai copre le strade e la fionda contro i vetri della terrazza. La luce elettrica va e viene. Già due volte è mancata e von Sinnen ha continuato a parlare al buio ripetendo le stesse cose con teutonica stolidità: l’imminenza del buco nero, l’equilibrio necessario tra rivoluzione e conservazione, il pericolo che Alberico si impadronisca della coppa e scateni un processo di puro e semplice annientamento.

    Clay non ha più voglia di parlare. Dumm ha smesso di sgranocchiare tartine. Armida e Zweifel guardano oltre la vetrata e rabbrividiscono davanti allo scrosciare della pioggia, agli scoppi dei fulmini sempre più vicini. Le raffiche di vento fanno tremare i vetri.

    Improvvisamente dalle profondità della terra esce un boato, come l’urlo di un drago ferito a morte. Le poltrone sobbalzano, dondolano quadri e lampadari. La luce elettrica se ne va di nuovo, con uno schiocco secco e un flash abbagliante. Mentre i secondi trascorrono lentissimi, la terra oscilla e gorgoglia come il sobbollire dell’acqua in un pentolone. Piove a dirotto.

    Altre scosse sismiche si susseguono una dopo l’altra. Muri, soffitti e pavimenti barcollano. L’hotel Costantinopolis scricchiola in tutte le giunture. La vetrata esplode all’improvviso scagliando frammenti dappertutto. Vento e pioggia irrompono nell’apertura.

    La terra continua a sussultare. Le crepe si allargano, cadono i calcinacci. Von Sinnen si è rifugiato presso un pilastro. Nel centro della sala il soffitto è pericolante. Una parete è visibilmente inclinata e minaccia di crollare. Le raffiche di vento portano un odore misto di salmastro e di zolfo. La pioggia varia continuamente di intensità ma il temporale non accenna a finire.

    Con uno schianto secco un fulmine cade nelle vicinanze e si scarica sugli spuntoni di ferro che sporgono da una trave spezzata. Giorgio chiude gli occhi e continua a tenerli chiusi mentre l’eco del tuono si disperde: tra lo sfrigolio del metallo incandescente e lo scrosciare della pioggia ha sentito il calpestio di un cavallo al galoppo.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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