Una vita piena di passioni

Su Nazione Indiana c’è un post di Gianni Biondillo sul primo maggio. Mi ha fatto venir voglia di postare nei commenti questo mio vecchio racconto. Ma è troppo lungo. Lo posto qui.

 

Alle dieci del mattino Ettore Crivelli si fermò a massaggiare il gomito colpito a tradimento da una fitta. Accese una sigaretta e scommise con se stesso che non avrebbe fatto in tempo a fumarne neanche metà. Ebbe la sua magra soddisfazione: il tram emerse dalla nebbia, si arrestò scricchiolando e aprì le porte. Tutto intorno, Milano si andava scongelando come un barbone coricato su una panchina, che apre gli occhi, sente il ghiaccio nelle ossa e si meraviglia di essere vivo.   

    Beccheggiando da una fermata all’altra, il tram percorse un interminabile rettilineo. Cullato dal dondolio, Crivelli si abbandonò a uno stato semiipnotico.

    Il tram si arrestò al semaforo del Verziere, e solo allora Crivelli si rese conto che avrebbe dovuto scendere prima. Per un attimo sperò che, in tanti anni, via Larga fosse cambiata. E invece no, era sempre quella, con le facciate dei palazzi incrostate dal fumo di tutte le ciminiere di Milano e le finestre che sembravano feritoie.

    Davanti all’entrata del Teatro Lirico c’era una piccola folla. Le locandine riportavano il programma di un concerto. Il tram descrisse un’ampia curva e si fermò in via Albricci. Con lo stesso senso di ineluttabilità con cui per tanti anni era andato al lavoro, Crivelli scese e tornò indietro. Fu come varcare a ritroso la soglia del tempo.

                                                              ***  

Freddo, buio inverno del ‘44: rastrellamenti, fucilazioni, bombardamenti. Era odioso farsi la guerra fra italiani, era umiliante nascondersi nei rifugi.

    Crivelli arrivò davanti al teatro e si fece largo. Nessuno insegna a perdere, rimuginò: i giovani che imparano a perdere non vinceranno mai. Ma poi pensò a suo figlio e la fitta nel braccio tornò a farsi sentire.

    Si rivide in coda nella biglietteria, circondato dalle camicie nere: gente che non aveva più niente da perdere e avrebbe voluto morire per non ammettere di avere perso tutto. Colse il riflesso del suo volto nel vetro di una porta, si riconobbe e ci rimase male: le disillusioni l’avevano scavato, le contrarietà gli avevano incattivito lo sguardo.    

    Cinquant’anni fa aveva salito di corsa le scale che ora lo facevano ansimare, era sbucato in piccionaia e aveva guardato giù verso il palco. L’uomo calvo, vestito di un ruvido grigioverde, aveva preso a parlare senza il solito piglio arrogante. Ma la platea reclamava il capo, duro e carogna come un Agamennone. Erano stati serviti.

    Ettore Crivelli, travolto dalla retorica, aveva gridato: Duce! con la stessa passione con cui da piccolo, svegliandosi al buio, gridava: Mamma!

                                                              ***

Sul palcoscenico, gli orchestrali arrivavano alla spicciolata. Succede sempre così, pensò Crivelli: gli avvenimenti piovono dal cielo come fiocchi di neve, e tutt’a un tratto diventano valanghe.

    In quel giorno di dicembre del ‘44 Guido era accanto a lui, ma già preparava la svolta che avrebbe cambiato le loro vite. Erano insieme fin dalle elementari. Balilla, avanguardisti e compagnia bella. Bruciavano di impazienza: gli altri andavano all’assalto delle demoplutocrazie e loro rischiavano di non avere più nemici da uccidere, bottini da saccheggiare.

    Ma da quando si erano arruolati le cose erano andate sempre peggio. Guido aveva cominciato a parlare sottovoce. Diceva che Stalin i padroni li aveva fatti fuori per davvero e invece i fascisti avevano raccontato un sacco di balle. Diceva che i veri nemici erano gli inglesi e gli americani, con la loro democrazia pilotata dai padroni.

    Guido sparì verso la metà di febbraio e fu dichiarato disertore. Crivelli, amico del criminale, venne consegnato per due settimane. Ogni giorno subiva interrogatori e saltafossi. Allo scadere della consegna, due camerati lo trascinarono al bordello e lo infilarono nel letto di una Circe da quattro soldi che non smise mai di far domande. Chissà quanto sarebbe durato il trattamento se la repubblichina non fosse stata un albero che in primavera perse tutte le foglie, e il tronco diventò un capestro.

    Crivelli raggiunse Guido il 13 aprile e per undici giorni rimase nascosto in una cantina ad aspettare l’ordine di collocare bombe nei bidoni della spazzatura. Ma per colpire così, nel mucchio, ci vuole uno stomaco forte: il bidone torna a scoppiare ogni notte, e ogni sogno comincia con un’ombra che vola in aria e ricade come una bambola di pezza, e sprofonda negli occhi spalancati di un vecchio che non riesce a urlare perché la scheggia gli ha tranciato un braccio e il dolore gli blocca il fiato nei polmoni.

                                                              ***

Il primo violino si alzò per dare il la e tutta l’orchestra, dai contrabbassi all’ottavino, rumoreggiò in un caotico baccano. A Crivelli tornò in mente la notte tra il 24 e il 25 aprile. Anche quella volta era andata così.

    Avevano litigato per le munizioni, le giberne e i caricatori. Poi avevano litigato per una bottiglia di grappa. Alle due di notte, per sedare le risse, Guido aveva sventolato la pistola. Li aveva fatti salire a calci sul camion e, invece di montare in cabina, si era messo in un angolo con il mitra spianato.

    Furono sballottati per un paio d’ore, e spuntava l’alba quando arrivarono in un paesone deserto. Guido ordinò di scendere e circondare un edificio. Quando furono in posizione sparò una raffica contro la porta, si avvicinò correndo e le diede un calcio. La porta non si aprì e Guido, bestemmiando perché si era storto la caviglia, sparò ancora contro una finestra sprangata. Dal primo piano partirono quattro colpi di pistola. Subito dopo volò una cosa luccicante.

    Con lo stomaco aggrovigliato, Crivelli scappò a gambe levate, inciampò, si buttò dietro un angolo lasciando il mitra in bella vista, in mezzo alla piazza.

    La bomba era una SRCM, di quelle che fanno più fracasso che danni, ma quando, a metà del volo, il cappuccio di alluminio si staccò, tutti erano stesi a terra. Dopo lo scoppio, nessuno si decideva a sporgere la testa. Guido ordinò l’appello. E mentre loro sussurravano pseudonimi, dal primo piano qualcuno urlò: 

    “Siete italiani?”

    Guido gridò che erano della brigata ***. E così, finalmente, lo seppe anche Crivelli. Trascorsero lunghi minuti, poi la porta si aprì e cinque uomini in camicia nera vennero fuori con le mani intrecciate sulla nuca.

    E non si sa come, tutto il paese era lì attorno, tutti spingevano e vociavano, le donne urlavano insulti e sputavano addosso ai prigionieri, e ogni tanto sbagliavano la mira. E non si sa da dove, saltò fuori un tribunale popolare. Crivelli non riuscì a sentire la contestazione dei reati. La folla gridava e i giudici, considerando inutili le formalità, pronunziarono la sentenza.

    I prigionieri si guardarono in faccia. Guido li condusse al muro e schierò il plotone; si fece da parte come un arbitro quando c’è da tirare un rigore e ordinò “Caricat”. Nel plotone nessuno si mosse, un po’ perché avevano già il colpo in canna, un po’ perché tutto era successo troppo in fretta. I condannati si misero sull’attenti, alzarono il braccio e gridarono qualcosa. Il giorno dopo, Guido disse che l’avevano distratto, e così aveva ordinato “Fuoco” dimenticando il “Puntat”. I colpi partirono a casaccio. I cinque scivolarono a terra, seduti, rannicchiati, stupiti di essere ancora vivi. Guido bestemmiò, estrasse la pistola e andò a distribuire i colpi di grazia.

    Era successo. Era andata così. Crivelli cercò di pensare ad altro, ma gli tornò in mente che in quei giorni non c’erano stati assalti, eroismi, scontri all’arma bianca. Mentre dall’orchestra salivano le note beffarde del primo pezzo in programma, un poema sinfonico dal titolo impronunciabile, Crivelli storse la bocca. Poi si riscosse e fece autocritica: mai farsi prendere la mano dal sentimentalismo.

                                                               ***

Nei primi mesi del ‘46, Guido l’aveva piazzato in una fabbrica, ufficialmente come magazziniere, in realtà come staffetta della rivoluzione. Bisognava stare in guardia: la reazione aveva occhi e orecchie dappertutto. Persino ai massimi livelli del Partito si scoprivano infiltrati e deviazionisti. In una riunione di cellula fu deciso che i compagni avrebbero frequentato solo ambienti sicuri. Venne stesa una lista di negozi e ritrovi gestiti da compagni. Rimase scoperto solo il settore barba e capelli perché nessun barbiere della zona era iscritto al Partito. Per un po’ tutti si arrangiarono con pennelli, lamette e allume di rocca. Quando la sezione provinciale segnalò un parrucchiere apolitico e incline a farsi i fatti suoi, Crivelli andò in avanscoperta. Trovò che nello stesso negozio, segmentato da esili paraventi, si radevano barbe e si facevano messe in piega. Nello specchio, incrociò lo sguardo della Luciana.

    Saranno state le sue vanterie o la sua fama di duro; sarà che lei era morbida ma soda nei punti giusti. Il risultato divenne ogni mese più evidente. Il Partito era per il libero amore, ma con le responsabilità inerenti e conseguenti: se la metti incinta la sposi. Era il 1952. Nacque un maschio e lo chiamarono Sergio, come il nonno.

                                                              ***

Per un paio d’anni tutto filò liscio. Poi, all’improvviso, successe che non andava più liscio un accidente. Lui, capo della commissione interna, prese una sbandata per una certa Elena che inalberava due tette provocatorie e si arrendeva con complice soavità.

    La Luciana faceva baruffa col parrucchiere un giorno sì e uno no. Cominciò a parlare di aprire un negozio per conto suo. Non era chiaro di dove sarebbero saltati fuori i soldi, e Crivelli non voleva neppure discuterne. La questione era un’altra: la moglie di un membro del Partito non poteva mettersi a fare profitti con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E neanche della donna sulla donna.

    Crivelli arrivava a casa, versava un bicchiere di vino e la Luciana attaccava la litania prima ancora di mettere in tavola. Con la scusa delle riunioni sindacali, lui prese a rincasare dopo cena. Ma più che col sindacato, si riuniva con Elena Fiordilatte.

    In quel periodo morì suo padre, di un colpo, come si chiamava allora l’infarto, e sua madre lo seguì pochi mesi dopo. Si spensero come i moccolotti che rilucono nei cimiteri e chiedono solo di essere lasciati in pace a consumarsi, e di notte, nei vialetti deserti, hanno una luce così priva di scopo da sembrare non un simbolo ma una parodia della vita.

    Tutto sommato fu una fortuna che i vecchi Crivelli se ne fossero andati così; almeno non lessero la lettera che arrivò a metà dell’autunno. Un foglio azzurrino senza firma. Sulla busta c’era un timbro: Armée Française – Légion étrangère.

    “Sergeant major Crivelli est caduto in combattimento le 20 avril 1954 mentre copriva la retraite à ses camarades. Tutti que estavano à Dien Bien Phou n’oublieront jamais suo gesto heroico.”      

                                                              ***

La prima autocritica Crivelli la fece tra sé e sé, immaginando cosa avrebbe detto Guido se fosse venuto a sapere di quella lettera, e cosa avrebbe dovuto dire lui alla Luciana se avesse deciso di mostrargliela.

    Guido avrebbe sentenziato che suo fratello era morto da cretino, se non da delinquente. Non gli era bastato combattere fino alla fine per la parte sbagliata: aveva continuato a far la guerra per gli imperialisti, per i padroni.  

    Crivelli non voleva ascoltare quelle parole e non voleva costringere Guido a pronunciarle. Non gliene parlò, e si tenne dentro per sempre il paragone tra la sua vittoria e la sconfitta di suo fratello. Non ne parlò nemmeno alla Luciana. Si sarebbe sentito rinfacciare che, se faceva un’eccezione all’ortodossia per il fratello morto, poteva farne un’altra per la moglie viva.

    Non ne parlò a nessuno. E di questo fece autocritica: si era illuso di essere coraggioso, ma ormai non ci credeva più neanche lui.

                                                              ***

L’applauso arrivò inaspettato e Crivelli sobbalzò nella poltroncina. Sul palcoscenico, il direttore indicava di volta in volta uno strumentista e quello si alzava in piedi per ricevere gli applausi. Crivelli si domandò se la prassi valeva anche per i fischi.

    Come tutti tranne lui avevano pronosticato, la collega dalle poppe a mongolfiera trafisse il cuore di un dirigente. Da un giorno all’altro la falce e il martello arrugginirono, sbocciò il biancofiore. Ettore attese Elena all’uscita e lei finse di non vederlo. Lui la rincorse, la prese sottobraccio e lei si divincolò. Con scarsa delicatezza, lui le ricordò un paio di particolari intimi; lei scappò via, raggiunse un gruppo di colleghe e lo chiamò sporcaccione importuno.

    Non era di buonumore Crivelli quando gli toccò aprire gli occhi. In tram, una signora anziana piena di sussiego lo fulminò con lo sguardo e lo redarguì: “Se proprio non può farne a meno borbotti pure, ma ci risparmi le bestemmie”.

    Crivelli la mandò a quel paese. Ma, anche se continuava a guardarsi attorno con la faccia feroce, si sentiva un mascalzone. Scese due fermate prima del solito, accompagnato da sguardi solforici e sospiri di sollievo. Il tram ripartì. Lui gli gridò dietro una oscenità e fece il gesto dell’ombrello. 

    Arrivò a casa premeditando scenate per una macchia sulla tovaglia o per la minestra senza sale. Suonò il campanello, bussò e sacramentò. Quando si decise a usare le chiavi, trovò le luci spente. Sulla tavola non apparecchiata c’era un foglio a quadretti sotto un bicchiere rovesciato.

    “Me ne vado e mio figlio viene con me. Questo è tutto ciò che ti interessa. Quando sarò più calma ti scriverò una lettera con tutti i motivi per cui non posso più restare.”

                                                              ***

La lettera arrivò una settimana dopo, quando lui aveva già fatto cantare la portinaia. La Luciana era scappata con un rappresentante di cosmetici che le ronzava attorno da più di un anno.

    “Sei buono soltanto a chiacchierare” scriveva la Luciana. “Aspetti che gli altri facciano la rivoluzione, ma tu non fai un accidente. Cosa sarà tuo figlio? Un operaio come te, sempre al minimo di paga per non passare da reazionario? Cosa c’è di male a darsi da fare per vivere meglio? Tu hai in testa solo gli scioperi. Mai che ti venga l’ispirazione di fare un’ora di straordinario.”

    “Ecco chi mi ero tirato in casa!” urlò Crivelli. “Una serva dei padroni!”

    La lettera proseguiva rinfacciandogli la sua storia con la collega dal seno inversamente proporzionale alla virtù.

    “Non ce l’ho con te per un’avventura con una puttanella, ma non ti perdono di aver trovato tempo per il partito, per il sindacato e anche per le porcherie: per tutto, meno che per la tua famiglia.”

    Crivelli diede fuori di matto: ma pensa te! lei scappa con l’amante e, ancora un po’, è colpa mia!

    In capo a tre settimane venne a sapere dove la Luciana aveva aperto il dannato negozio. Quando lei girò l’angolo e se lo trovò di fronte, reagì come una gatta spaventata.

    “Cosa sei venuto a fare?” soffiò. “Non abbiamo più niente da discutere.”

    A Crivelli si rimescolò il sangue. Tra cento possibili risposte pescò nel mazzo la più inutile e sbraitò:

    “Brutta troia!”

    La Luciana si mise a strepitare. A corto di argomenti, Crivelli commise un altro errore. Non capì che la Luciana aveva oltrepassato il punto in cui i gesti conservano un valore simbolico. Ormai era troppo tardi per prenderla a sberle. La discussione degenerò in una rissa in mezzo alla strada, con tanto di pubblico.

    L’eterno carabiniere, condannato da un destino mediocre a fare il notaio dei fallimenti altrui, allontanò i curiosi e domandò alla signora se intendeva sporgere denuncia per maltrattamenti. La Luciana scosse il capo. Crivelli urlò che la querela l’avrebbe sporta lui, per adulterio e abbandono del tetto coniugale. Il carabiniere lo prese per un braccio, lo trascinò via, lo mise sull’autobus e gli intimò: “Ci dorma sopra!”

    Con l’aiuto di un fiasco, Crivelli ci dormì sopra fino al mattino dopo. Andò al lavoro e passò la giornata in stato confusionale, imboscato tra gli scaffali o chiuso nel cesso a fumare una sigaretta dietro l’altra. Uscì dalla fabbrica camminando a testa bassa e, invece di prendere il tram, si avviò a piedi verso casa. Non aveva fame, non aveva sete, non voleva niente. Voleva restare così, come i serpenti che inghiottono una preda e restano assorti finché non l’hanno digerita. Non fece caso al tizio che lo seguiva.

    Quando uscì dall’osteria non era ubriaco, ma si muoveva con la pesantezza di un orso e aveva i riflessi annebbiati. L’uomo si fece avanti e lo chiamò. Crivelli si voltò e, con la compiaciuta volgarità dell’ebbrezza, gli spiegò dove avrebbe fatto meglio ad andare. Il rompiscatole sparò un diretto che gli arrivò inatteso alla bocca dello stomaco. Crivelli si accasciò. Per buona misura, lo sconosciuto gli mollò un calcio nelle costole, poi tirò il fiato dal naso, come i cavalli, e sibilò: “Tocca ancora la Luciana e ti spacco la faccia.”

    Crivelli non rispose. Quando riuscì a rialzarsi, l’altro era sparito.

                                                              ***

L’orchestra rumoreggiava. Sembrava che ogni strumento se ne andasse per conto suo. Crivelli sentì acuto un senso di smobilitazione, di bancarotta. Forse l’orchestra si era ribellata. Forse il direttore restava sul podio perché si vergognava di ammettere il disastro.

    Il giorno dopo il pestaggio, Crivelli andò al lavoro masticando l’amara radice dell’odio. All’ora di pranzo riunì cinque compagni attorno a un tavolo della mensa e spiegò che c’era da dare una lezione a un porco fascista che la sera prima l’aveva preso a tradimento.

    Con la fronte corrugata e gli occhi bassi, gli altri risposero: “Compagno, le nostre azioni hanno un significato politico e devono essere approvate dal Partito”. Se ne andarono con uno strano ghigno sulla faccia.

    Prima di sera Guido gli mandò a dire di presentarsi in sezione. Quando Crivelli entrò nella saletta trovò lo stato maggiore schierato come un tribunale.

    “…la tua condotta danneggia l’immagine del Partito: sei andato a gridare i fatti tuoi in mezzo a una strada e non hai smesso di far baccano finché non sono arrivati i carabinieri. I quali avranno fatto un rapporto, e magari adesso sei anche schedato. Ma non basta: hai cercato di coinvolgere i compagni nelle tue beghe personali! Compagno Crivelli, è necessaria una severa autocritica.”

    Mentre Guido parlava, nella testa di Crivelli accaddero molte cose. L’amico di tutta la vita, quello che gli aveva aperto gli occhi al momento buono, voleva disfarsi di lui? Impossibile. La spiegazione era un’altra. Guido doveva salvare l’immagine del Partito. Perché il Partito è tutti noi. Il Partito ha sempre ragione.

    E Crivelli si autocriticò: aveva lasciato che la sua vita privata si sottraesse alla sfera ideologica. Invocò l’attenuante di circostanze eccezionali che l’avevano fuorviato. Si impegnò a rafforzare il controllo ideologico sui sentimenti.

    Evitò l’espulsione, ma dovette dimettersi da tutti gli incarichi.

                                                              ***

I suoni che salivano dal palcoscenico evocavano atmosfere cupe. I colpi del timpano ritmavano il passo del destino, le trombe riportavano alla memoria uno scontro senza esclusione di colpi. Crivelli alzò il mento e strinse la mascella. È dannatamente virile andare verso l’ignoto in piena consapevolezza. È come firmare una cambiale: per quanto calcolato sia il rischio, speriamo di non venir mai a sapere fino a che punto abbiamo sfidato la sorte.

    Dopo l’autocritica, il compagno Crivelli scrisse tre lettere alla moglie. Ma non le spedì. Era venuto a sapere che la portinaia, due volte al mese, prendeva l’autobus e andava a farsi fare la messa in piega dalla Luciana. Lui prese l’abitudine di passare in guardiola a confidarsi. Per vedere suo figlio avrebbe dovuto rivolgersi al tribunale, diceva, ma l’ultima cosa che voleva era la Luciana a San Vittore. Il messaggio giunse a destinazione e ottenne una risposta: non mettere di mezzo un innocente del quale ti sei sempre disinteressato. Lui continuò a consultarsi con la portinaia e i rifiuti della Luciana a poco a poco divennero meno categorici. Intanto, visto che il consorte dell’ambasciatrice faceva i turni di notte all’Alfa Romeo, Ettore e Andromaca si consolarono a vicenda.

                                                               ***

Nelle riunioni di cellula, Crivelli non apriva bocca se non interrogato. Il ricondizionamento ideologico funzionava alla grande. In pochi mesi aveva fatto proprie alcune verità fondamentali. Per esempio, aveva capito che il “giusto politico” non ha niente a che vedere con la logica o con i sentimenti. In politica il giusto coincide con il potere, e gli ideali non diventano prassi se non capisci da che parte tira il vento.

    Come sempre, successe all’improvviso. Sull’onda delle sommosse polacche, l’Ungheria perse la bussola. Non ci voleva molto a immaginare come sarebbe andata a finire e Crivelli prese la parola in sezione per propugnare l’allineamento sulle posizioni dell’Urss. Quando i carri armati russi spararono sugli insorti, certi compagni si indignarono e Crivelli li accusò di fare il gioco dell’America. Quando la delegazione degli insorti entrò nell’ambasciata sovietica e non ne uscì più, gli stessi compagni domandarono se l’Urss contava di edificare il socialismo in quel modo e con quei metodi.

    Crivelli si alzò per incolparli né più né meno che di tradimento. Poche ore dopo la radio trasmise la presa di posizione ufficiale del Partito. In un inverno plumbeo Crivelli fu reintegrato nelle sue cariche. Guido, che era passato alla sezione provinciale, sorrideva e gli dava grosse pacche sulle spalle.

    A poco a poco le cose cambiarono. Nessuno si azzardò più a dargli del cornuto, le compagne ricominciarono a sorridergli. Il marito della portinaia era passato ai turni di giorno. Il primo ottobre del ‘58 la Luciana gli permise di accompagnare Sergio al primo giorno di scuola.

                                                              ***

La musica aveva preso un andamento di marcia, ma non aveva l’aria di un trionfo; la melodia era spezzata e i violini sembravano presagire un finale poco allegro. Crivelli ripensò alle domeniche con Sergio al Luna Park, allo zoo, al cinema, e ai litigi con la Luciana quando lo riportava a casa.

    Erano i tempi del miracolo economico e degli autunni caldi. I padroni facevano soldi a palate e bisognava scioperare di brutto per costringerli a spartire il plusvalore. Crivelli organizzava picchettaggi e cortei, e non era un compito facile. Al primo sciopero serio un compagno, grattandosi la testa, gli fece notare:

    “Compagno, noi abbiamo tutti il superminimo. Le nostre paghe sono già più alte delle richieste contrattuali.”

    “Poche storie!” urlò Crivelli. “Il padrone è un porco per definizione!”

    Nacque così lo slogan che gli avrebbe procurato una certa notorietà. E gli anni sessanta passarono di gran carriera, tra uno sciopero, una festa dell’Unità e una serata al tavolo dello scopone scientifico, sempre maledicendo la suinità della razza padrona. Passarono di corsa gli anni in cui Crivelli avrebbe potuto far carriera nel Partito o nel sindacato. In fabbrica la sua autorità era indiscussa, ma in sezione ogni tanto dimenticavano di convocarlo e quando lo chiamavano non riusciva mai a prendere la parola.

    Il Partito candidò Guido alla Camera. Risultò primo dei non eletti ma a Roma ci andò ugualmente: il capolista venne eletto anche in un’altra circoscrizione e optò per quella. Crivelli rimase a far la spola tra Sesto e Milano, a odiare i padroni, a sognare scioperi per metterli in ginocchio. Il Partito non si ricordò di lui. O forse, nella sua impersonale saggezza, decise che Crivelli stava bene dov’era.

    L’apice del successo venne, non con la primavera, ma con l’autunno di Praga. Quando la Cecoslovacchia fu normalizzata, Crivelli, che da mesi auspicava i carri armati, poté gridare “l’avevo detto io!”. Ma i tempi erano cambiati. Un anno prima, gli studenti erano scesi in piazza a Parigi e la ventata anarchica si era propagata a mezzo mondo. Gli studenti cercarono il collegamento con la base operaia e al loro arrivo nelle sezioni i dirigenti diventarono impettiti e sussiegosi: per la prima volta qualcuno chiedeva la loro opinione e li faceva sentire importanti.

    Nel ‘71, Crivelli e una studentessa di architettura realizzarono tra loro il famoso collegamento. Per dirla tutta, la ragazza non era gran che (più che altro era una borghese con punte di stronzaggine), ma finché durò fu una soddisfazione. Tutto finì quando lei gli disse che a fine mese avrebbe sposato il figlio di un architetto.

    Intanto Sergio, che studiava giurisprudenza, aveva infittito i contatti. Veniva in sezione e giocava a carte con i compagni operai. Nel corso degli anni Crivelli non aveva mancato di spiegargli come funzionano le cose a questo mondo, ma anche Sergio non era più quello di una volta. Una sera saltò su a dire che il Partito aveva tradito gli ideali della classe operaia e Crivelli gli girò la faccia con una sberla. Poi si guardò la mano sbalordito: era stato come se a picchiare fosse stato Guido e a prenderle fosse stato lui.

    Scosse la testa. Chi parla male del Partito è un nemico del popolo, e basta. Ma da troppo tempo la teoria e la pratica avevano imboccato strade divergenti. Sergio metteva sul tavolo questioni irrisolte. Crivelli gli vedeva bollire dentro i suoi sogni di sempre: forse la rivoluzione era matura e Sergio avrebbe potuto cavalcarla.

                                                              ***

Scrosciarono gli applausi e sul palcoscenico tutti si profusero in inchini. Ci fu un intervallo e parte del pubblico sfollò verso il bar. Crivelli rimase inchiodato sulla poltroncina con il gomito dolorante e la memoria che ripercorreva il periodo più odioso della sua vita.

    Una domenica mattina la Luciana aveva telefonato. Da qualche giorno Sergio non si faceva vedere. Crivelli le aveva risposto di non fare la madre possessiva: Sergio aveva ventidue anni e sani appetiti. Sarà in giro con una ragazza, aveva concluso.

    Il giorno dopo suonarono alla porta due sconosciuti con barbe lunghe, vestiti sporchi e uno sguardo che diceva: “Sono fasullo”. Erano carabinieri in borghese. Gli fecero un sacco di domande, poi lo condussero in una caserma che Crivelli non aveva mai visto. Prima di lasciarlo andare, un tizio con la faccia decisa disse che Sergio era “passato in clandestinità”. 

    Crivelli telefonò a Roma. Guido promise di informarsi. Tre giorni dopo, entrando in sezione, Crivelli lo trovò insieme a cinque o sei compagni che tacevano con l’aria di chi non sa come regolarsi. In tono secco Guido disse che Sergio aveva preso parte a un esproprio proletario, cioè a una rapina, nel corso della quale era rimasto ucciso un gioielliere. Sergio era membro di un’organizzazione extraparlamentare, faceva parte di un gruppo di fuoco, era ricercato e latitante. A nome dei presenti, Guido parlò di solidarietà e di vicinanza umana, ma fece capire che il Partito non doveva essere coinvolto e che Crivelli avrebbe fatto bene ad autosospendersi.

    Da quel momento in fabbrica e in sezione nessuno gli rivolse più la parola. Crivelli si aggrappò all’idea che i compagni non parlassero con lui per non avere grane con la polizia.

    Le ultime parole della Luciana furono maledizioni. Lo accusò di aver rovinato la vita a Sergio riempiendogli la testa di idee sballate. Lo insultò fino a perdere il fiato. Crivelli la cacciò fuori e le sbatté la porta alle spalle. Quella sera saltò la cena e quando il fiasco fu vuoto lo scagliò contro il muro.

    E in capo a un anno la maledetta cosa che doveva succedere successe. La televisione disse che, in seguito a una soffiata anonima, la polizia aveva fatto irruzione in un covo. C’era stato un conflitto a fuoco. Un morto e cinque feriti: tre poliziotti e due terroristi. Il morto era Sergio.

    Il primo pensiero di Crivelli fu: “Non si è arreso, come suo zio”. Ma la botta gli era arrivata addosso e gli dava un senso di menomazione, come se una scheggia gli avesse portato via un braccio.

                                                              ***

Crivelli seguì il corteo da lontano. I parenti della Luciana gli si affollarono intorno in silenzio con le facce scure e lo tennero a distanza finché lei se ne andò. Tornò in città e, per non chiudersi in casa, passò in sezione. Nessuno lo salutò. Il barista gli disse sottovoce: “Ciao Crivelli”, e lui pensò: perché non mi chiami compagno? la politica e gli ideali non hanno niente a che fare con il mio lutto? e Sergio, allora, per che cosa è morto?

    Buttò giù un bicchierino e se ne andò, attraversando una platea di ciechi e muti. Alle due di notte cercò a tastoni i fiammiferi sul comodino. Nel buio, fissò a lungo la brace della sigaretta.

                                                               ***

I musicisti ripresero posto sul palcoscenico. Crivelli ricordò di aver letto sulla locandina un titolo tedesco impronunciabile, una parola corta e una lunga; e il nome dell’autore, che sul momento gli era parso inoffensivo, gli riportò alla memoria i lampi di un antico temporale. Scosse il capo e la fitta nel braccio si rifece viva. Rimase immobile, respirando piano, finché il dolore si acquietò.

    Dopo la morte di Sergio, il mondo aveva preso a funzionare a rovescio: le vittorie arrivavano come frutti maturi, ma una specie di maleficio le tramutava in fradicie sconfitte. Inatteso come un tredici al totocalcio, il padrone convocò la commissione interna e comunicò di aver ceduto l’azienda a un ente statale.

    “Sarete soddisfatti” concluse, alzandosi dal tavolo. Ma loro no, non erano soddisfatti: volevano sapere il perché e il percome.

    “Mio figlio lavora a Londra e mia figlia vive a Parigi” brontolò il vecchio nemico. “Non ne vogliono sapere di tornare: avete spennellato il mio nome sui muri della fabbrica e ci avete scritto sotto boia, ladro, e compagnia bella. Cosa volete da me? Arrangiatevi.”

    In sezione fecero festa. Finalmente la sanguisuga si era tolta di mezzo. Ma l’esultanza aveva bisogno di continui stimoli. Finirono per accapigliarsi fra interisti e milanisti. Prima di mezzanotte se ne andarono a casa.

    In quel periodo Guido fu nominato vicepresidente di una commissione parlamentare e diventò irraggiungibile. Tornava a Milano solo nei periodi elettorali, convocava i capi sezione, impartiva disposizioni e tornava a Roma in giornata.

    In fabbrica, quando venne a scadenza il contratto aziendale, i nuovi dirigenti presentarono un documento pieno di parole americane e di ragionamenti fumosi. Lo sproloquio concludeva che l’azienda andava ristrutturata. Non diceva come. Seguirono tre anni di fulminei scorpori e inesplicabili riaggregazioni. Ogni sei mesi cambiavano il direttore generale e il capo del personale. I salari rimasero inchiodati ai minimi, non si sostituì chi andava in pensione, non si fecero investimenti. A uno a uno, i progettisti emigrarono verso altre aziende. In una mattina di ottobre, una mattina come tante altre, un foglio in bacheca avvertì che la società era stata posta in liquidazione. L’ufficio personale aveva allo studio un piano per incentivare le dimissioni volontarie.

    La commissione interna decretò l’occupazione. Per qualche giorno tutti ebbero un gran daffare a confezionare striscioni e cartelli. L’Unità pubblicò mezza colonna, una domenica, nelle pagine interne. La controparte non replicò. Dopo due mesi di inconcludenza venne in fabbrica il segretario provinciale. Esordì ammettendo “Compagni, abbiamo perduto una battaglia” ma, invece di proseguire come al solito con “Restiamo uniti e vinceremo”, consigliò di aderire al piano di licenziamenti incentivati.

    Crivelli, capo degli irriducibili, aveva scritto a Guido, che da tempo non si faceva trovare al telefono. Ma nemmeno la lettera ebbe risposta e allora Crivelli prese il treno e andò a Roma. Passò il pomeriggio e la sera tra Montecitorio e Botteghe Oscure. Uscieri e segretari non gli diedero retta. Guido sembrava irreperibile. Crivelli dormì in una specie di locanda e il mattino dopo tornò davanti al bottegone. Intercettò Guido alle due, mentre usciva per andare a pranzo, e gli fece capire che non si sarebbe accontentato di quattro chiacchiere e una pacca sulla spalla.

    Guido lo fece salire in ufficio. Disse che non era colpa di nessuno: dal Giappone arrivavano prodotti migliori a prezzi più bassi. Non si potevano investire miliardi per salvare una fabbrica del nord mentre al sud c’era la disoccupazione. Non restava che chiudere. Ma lui si era mosso, altroché. Aveva stretto nell’angolo il ministro del Lavoro e quello delle Partecipazioni Statali. Aveva preteso reimpieghi e prepensionamenti. Aveva minacciato ritorsioni.

    “Tu lo sai come funzionano queste cose” disse, inchiodando Crivelli con lo sguardo, “non bisogna chiedere un centesimo più del possibile, ma il possibile non si chiede: si pretende. E tu?” aveva continuato senza dargli il tempo di riflettere, “quanti anni hai, Ettore? Hai diritto di riposarti dopo una vita straordinaria come la tua. Guerra, donne, politica! Una vita piena di passioni.”

    Lo fece accompagnare alla stazione da un’auto di servizio. Chiuse la portiera dicendo: “Vieni a trovarmi quando vuoi. Ma fissa l’appuntamento col segretario, se no magari non mi trovi.” Crivelli lo guardò senza parlare. Per un’ora non parlò neppure a se stesso. A Orte, lo scossone della fermata ricompose le espressioni del viso di Guido, i suoi gesti, i suoi toni di voce. Per la prima volta nella sua vita Ettore Crivelli provò amarezza senza provare odio.

                                                               ***

“La rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua spinta propulsiva”. Ascoltando questa frase pronunciata in televisione, Crivelli pensò che il capo si era lasciato trasportare dalla retorica. La reazione montò una campagna propagandistica e il Partito non reagì, chiuso in un silenzio che ostentava sdegno e nascondeva imbarazzo.

    Anche Crivelli diventò silenzioso. Sempre più spesso gli tornavano in mente le parole “una vita piena di passioni”.  Si aggrappò all’idea che, in fondo, le menzogne sono verità viste di striscio. E passarono altri anni, tra partite a scopa e dibattiti ai quali non partecipava più. Il presagio che si dibatteva come un uccello nel roccolo sigillava la bocca di Crivelli e scioglieva la lingua a chi si illudeva di far politica sproloquiando i nuovi slogan: glasnost, perestroika.

    Successe, semplicemente successe. Senza grandezza, come in un 8 settembre, il muro di Berlino cadde a pezzi, l’Urss si sgretolò. L’inverno del ‘45 era tornato e la vita, la vita piena di passioni, era diventata uno stoppino annerito, adagiato su una larga goccia di cera.

                                                              ***

Ingannato da tutti, pensò Crivelli guardando giù verso l’orchestra e massaggiandosi il braccio. Ingannato fino all’ultimo. Una vita piena di passioni? Ma no: una vita di odio.

    Scoppiò l’applauso e Crivelli, meccanicamente, batté le mani. Il dolore salì dal gomito alla spalla e gli mozzò il respiro. Crivelli si piegò in avanti, si rialzò con fatica, sfilò ingobbito davanti agli spettatori in attesa dell’ultimo brano in programma, raggiunse l’uscita e si fermò sul pianerottolo. Cercò di raddrizzarsi, di tirare il fiato.

    Ci riuscì solo a metà. Ebbe un capogiro e dovette appoggiarsi al muro. Il dolore si era esteso al petto. Il volto aveva preso una espressione sbigottita, con gli occhi che schizzavano dalle orbite. Il pavimento dondolava come la piattaforma di un tram.

    L’ultimo pensiero cosciente di Ettore Crivelli fu lo sforzo di non lasciarsi andare. Voleva morire in piedi.

 

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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