Acqua sotto i ponti

    Anche oggi piove. È il terzo giorno di libeccio e comincio a non poterne più. La luce è smorta, le piante sgocciolano e la mia memoria è diventata una spiaggia dove vanno ad arenarsi i relitti di un naufragio. Rottami e carcasse si accumulano uno sull’altra, in disordine. La pioggia, il cielo umido, il grigiore, mi fanno ricordare migliaia di pomeriggi così, quando il mondo era così arcaico che, quando ci ripenso, mi sembra di aver vissuto un’altra vita.

    Il mondo senza computer, senza telefoni cellulari, televisione, termosifoni e frigoriferi, è quello di sessant’anni fa e io ho fatto a tempo a viverci in mezzo. Ho visto con i miei occhi il camioncino che veniva a sversare carbone in uno stambugio in cantina dove ogni giorno scendevo a prenderne un secchio da bruciare nella stufa. In casa mia e, credo, anche nelle altre, in ogni stanza c’era una temperatura diversa. Non passava un inverno senza una bronchite.

    A luglio si compravano grossi pezzi di ghiaccio. Arrivavano a domicilio su un carretto a pedali e si tenevano in una specie di frigorifero ante litteram: la ghiacciaia. Era quasi un lusso. Allora la spesa non si faceva al sabato ma tutti i giorni, e non c’era un gran bisogno di conservare i cibi. La frutta e la verdura in commercio era soltanto quella di stagione. I formaggi, i salumi, perfino certi tagli di carne, non erano gli stessi in estate o in inverno. Le madri lavavano i panni a mano con la soda Solvay, passavano la giornata a rammendare, facevano la coda per il pane, il latte, lo zucchero. I padri lavoravano anche al sabato. E il caffè sapeva di cicoria.

    In quel mondo perduto c’era un mistero. Bisognava fare le code perché c’era stata una guerra, ma nessuno voleva dire che guerra era, perché l’avevamo fatta, come era andata a finire. C’era stata, punto e basta. Bisognava guardare avanti e darsi da fare, perché gli altri – tutti gli altri – erano molto più avanti di noi e chissà quando li avremmo raggiunti. Forse mai.

    Oggi guardo fuori dalla vetrata e mi domando se ciò che vedo è vero. Il mondo è cambiato come non era mai successo in tutti i secoli precedenti e le trasformazioni sono venute da dove meno ce le aspettavamo. Gli elettrodomestici sono stati più rivoluzionari di Lenin e Robespierre messi insieme. Sono passato in mezzo alla guerra fredda, agli esperimenti atomici e a una rivoluzione mondiale abortita, eppure la vita, mentre la vivevo, mi sembrava noiosa, qualunque, troppo lenta. Ho vissuto in un mondo che guardava sempre avanti: tutti pensavano ad andare sulla luna e non si accorgevano che intanto le automobili diventavano beni di consumo.

                                                            ***

    Perché ho vissuto così, senza avvertire lo svolgersi della Storia, lasciandomela scorrere sulla pelle come l’acqua della doccia? Forse perché tanti anni fa pioveva di più. Fateci caso: quando piove, uno sta in casa o in ufficio o in officina. Tempo per pensare non ne ha. Tempo per riflettere, meno ancora. Chi lavora è proiettato nel futuro. Un futuro prossimo, vicino come il muro sull’altro lato della strada, ma sempre qualcosa che ci sta di fronte. Invece, quando il tempo invita a godersi la vita, lavorare pesa e il pensiero dominante è liberarsi dalle schiavitù. E mentre pensi al presente scivoli inevitabilmente nel passato.

    Nel mondo della mia infanzia pioveva sempre. A novembre il Po straripava. Ad aprile la Fiera di Milano era un tripudio di ombrelli e impermeabili. Si lavorava e si studiava sotto un cielo grigio, mentre la pioggia crivellava le pozzanghere. E anche l’umore era piovoso. Le canzoni del festival di Sanremo avevano titoli come “Viale d’autunno”. Beniamino Gigli e Tito Schipa singhiozzavano in continuazione. I magistrati avvelenavano la vita a Fausto Coppi perché aveva l’amante. Walter Chiari rincorreva Ava Gardner e mancava poco che lo scomunicassero. Guareschi dava fastidio e lo mettevano in galera. Acqua, tanta acqua sotto i ponti.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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