Recensione

    Leggere “Jehoshua” di Fabrizio Centofanti mi ha fatto tornare con la memoria a Gerusalemme. Ci andai molti anni fa, quando ero più giovane e in una diversa disposizione di spirito. Ci andai quasi per caso, perché mi trovavo per lavoro a Tel Aviv e di sabato non avevo niente da fare. Non ci andai con lo spirito del pellegrino, ma con l’animo poco devoto di un trentacinquenne in carriera, che ha in testa cose concrete e a Gerusalemme cerca semmai l’arte, la storia, le basi della sua cultura, più che della sua religione. 

    Fu un’esperienza strana, e leggendo mi accorgo che quella stranezza deve aver toccato anche l’autore del romanzo. Dal punto di vista urbanistico la città è dominata dalle due moschee di Omar e di Al Aqsa. Il Muro del Pianto è lì a ridosso e sembra che sgomiti per farsi vedere ma, distrutto com’è, non ha l’impatto visivo delle due moschee. La via Dolorosa è un budello percorrendo il quale bisogna concentrarsi e mettercela tutta per trovare qualcosa che risvegli l’emozione della tragedia di Gesù. In mezzo a turisti di tutto il mondo, che non si capisce bene cosa stiano cercando (come me: anch’io non lo sapevo), nel caldo torrido sfilavano gli ebrei ortodossi askenaziti, sudati e puzzolenti nei loro abiti pesanti e incongrui, con in testa un cappellone di pelo; e le vie erano piene di arabi dall’aria incazzata. Non ho mai visto una città araba in cui gli abitanti avessero facce così perennemente incazzate.

    In mezzo a questa folla, circondato da queste facce, salivo per la via Dolorosa e pensavo di essere un mostro: perché non dedicavo pochi minuti di concentrazione al dolore di un uomo picchiato a sangue con trentanove frustate e costretto a portare in spalla lo strumento della sua morte? Macché. Non ci riuscivo: tutto ciò che mi circondava era così assurdo!

    In cima al Golgota trovai una chiesa piccola, dall’architettura tanto pretenziosa quanto insignificante, dove l’unico segno dell’evento eccezionale per la storia dell’umanità che lì si era svolto quasi duemila anni prima erano tre buchi nel pavimento, troppo piccoli e troppo vicini per essere un vero vestigio della crocifissione. Era tutto così falso!                                                               

    Nel libro di Centofanti ho trovato l’eco del mio sconcerto di tanti anni fa: un grido, una richiesta urlata di Verità.

    Cosa importa che nel tessuto urbano di Gerusalemme non siano rimaste tracce vere del passaggio di Cristo? C’è il Vangelo. A che servono le architetture velleitarie, le scritte “Via Dolorosa” sulle targhe della strada, gli altri seppur minimi orpelli? L’unica cosa che serve davvero siamo noi, la nostra speranza, la nostra volontà. Ma sono poi questi i sentimenti che ci animano? Se percorriamo la via Dolorosa, a piedi sul posto, o a casa nostra rileggendo il Vangelo, se la percorriamo con il senso di smarrimento con cui la percorsi io, che cercavo ingenuamente qualcosa di paragonabile alle due moschee o almeno al muro del pianto, non combiniamo niente di buono per noi o per gli altri. La Gerusalemme vera è la Gerusalemme celeste, che non sta nel passato e nemmeno nel futuro perché è al di fuori del tempo.

    Eppure noi abbiamo bisogno della tradizione, dei simboli, delle liturgie. Forse perché non siamo sicuri delle cose in cui dovremmo credere e cerchiamo rassicurazioni con lo stesso spirito con cui i soldati (e gli ultras della curva sud) sventolano le bandiere. Ma i simboli identitarii, le moschee, i muri, le vie Dolorose, non fanno che differenziarci gli uni dagli altri, ci dividono, ci mettono in contrasto fino a far scoppiare guerre e attentati.    

    Il cristianesimo dovrebbe essere la religione dell’amore, e il romanzo di Centofanti stira questa verità fino all’amore fisico, al sesso. E perché non dovrebbe? Non è amore anche quello dei corpi? Come si può pretendere che le anime si amino e cessino di combattersi, se gli si nega la fisicità dell’amore? Alla vera charitas non si arriva di botto, dimenticando il corpo, disprezzandolo, mortificandolo. Chiedere agli uomini di essere angeli significa pretendere che non siano più umani. Ma, prima o poi, le contraddizioni scoppiano. 

    Questo libro contiene quasi una profezia: Gesù ricompare in Palestina, fra guerra e attentati, e chiede un rinnovamento francescano, fatto d’amore e di rifiuto delle ostentazioni. Scrivendo Jehoshua, Fabrizio Centofanti aveva presagito, intuito, percepito l’avvento di papa Francesco? Forse don Fabrizio ha percepito l’esigenza di rinnovamento che vibra nell’aria e, con la forza del credente, l’ha gridata dai tetti.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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