Letter… 2

    Clay sbarcò a Malpensa con la testa piena di domande.

    Giorgio era morto, aveva detto Nicchia. Ma dove, ma come, ma quando?

    E cosa doveva pensare di Robert e Sandro? Giorgio era stato da loro? Lo avevano visto davvero oppure se l’erano sognato? Com’era possibile che nessun pronto soccorso l’avesse curato, nessun obitorio l’avesse preso in carico, nessuna polizia avesse aperto un’inchiesta?

    Mentre scendeva la scaletta e riceveva sul viso una scarica di vento e pioggia, Clay si concesse una considerazione personale: ecco qua, una parte della tua vita se n’è andata.

    Fine del primo atto. Il cataclisma ha spazzato via tutto quanto e, anche se ti dà fastidio pensarlo, devi ricominciare daccapo, da zero. Dumm aveva preso un volo per Zurigo. Nell’atrio dell’aeroporto di Azor si erano guardati negli occhi e non avevano trovato niente da dirsi: l’imbarazzo aveva fatto mancare le parole a tutti e due. Del resto, che c’era da dire? Non si sarebbero rivisti mai più: Azor li aveva separati per sempre.

    Restava la caccia al tesoro. Soltanto Giorgio avrebbe potuto interpretare le iscrizioni sulla coppa, ormai lo sapevano tutti e quattro, oltre a Revolution e Alchemie, ma nessuno avrebbe rinunciato a cercarla. Impadronirsene voleva dire sottrarla alla concorrenza.

    Zweifel, dopo aver ricuperato il libro fra i calcinacci dell’Hotel Costantinopolis, si era eclissato ed era ricomparso solo quando dagli altoparlanti era scesa la chiamata del suo volo. Armida, la maliarda platinata, era scomparsa. Forse aveva preso il largo per prima. L’unico a non muoversi era von Sinnen, poveraccio, sparito sotto le macerie del terremoto.

    La combinazione di sconquasso tellurico e diluvio universale aveva fatto danni materiali e sconvolto le coscienze, ma ormai era storia passata. Il sole tornava a scaldare la terra, la pioggia aveva smesso di scrosciare, il blackout era finito.

    Clay era riemersa alla realtà con il sollievo di chi esce da un incubo. Si era trovata sul lungomare senza sapere come c’era arrivata, aveva visto una cabina telefonica e aveva chiamato Nicchia. Un taxi l’aveva portata all’aeroporto, dove si era data da fare con voli e coincidenze.

    Stava cercando un telefono per richiamare l’ufficio a Milano, quando guardò oltre le vetrate della sala imbarchi e fu colpita dal panorama di Azor tornato idilliaco: palme che grondavano datteri, filari di aranci che rimontavano i contrafforti delle colline. E se la scena apocalittica sulla veranda dell’Hotel Costantinopolis fosse stata un’allucinazione?

    “Sono Clay, avvocato. Dovrei essere a Malpensa verso le 15.15, sempre che non salti fuori qualche problema a Lisbona. È l’unica combinazione che ho trovato… Metta in conto qualche ritardo… Calcoli treno, metro, imprevisti vari… Abbia pazienza, non so proprio a che ora arriverò in ufficio…”

    “No. Vengo io in aeroporto.”

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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