Letter 3

    C’erano volute cinque ore di volo e una lunga attesa in sala transito a Lisbona prima che Clay potesse rimettere piede in Italia. Tanto per non farsi mancare niente, sul golfo del Leone c’erano stati vuoti d’aria, le maschere a ossigeno erano uscite dagli alloggiamenti e penzolavano dal soffitto, i bambini strillavano, la puzza di acetone aveva invaso la fusoliera e le hostess andavano su e giù portando sacchetti pieni di vomito. Poi altre turbolenze sulle Alpi e un atterraggio complicato, sotto la pioggia.

    Mentre l’aereo rullava sulla pista, una voce femminile non aveva rinunciato a recitare nell’altoparlante: “Ci auguriamo che il viaggio sia stato di vostro gradimento e speriamo di ospitarvi ancora a bordo dei nostri aerei”. I passeggeri  accalcati nell’imbuto della porta avevano ringhiato come belve in gabbia; dopodiché avevano avuto modo di irritarsi ancora davanti ai nastri del ritiro bagagli. E non era finita: c’era ancora da fare la coda per la dogana.

    Nicchia aspettava davanti al cancello di uscita, elegantissima come sempre, con un tailleur blu gessato e un foulard elegantemente annodato sul collo. Chissà come faceva a non avere mai un capello fuori posto, mai una calza smagliata. Teneva in mano due buste gialle, una grande e una piccola. Aveva il volto più impenetrabile che Clay avesse mai visto, occhi spenti e voce distante, come se mostrare di avere dei sentimenti fosse una vergognosa debolezza.

    “Devi tornare a Costanza. Il tuo aereo parte fra un’ora dal cancello 5. Ci sarà qualcuno ad aspettarti all’aeroporto di Zurigo. Qui c’è il biglietto. In quest’altra busta ci sono le radiografie per l’identificazione.”

    “Ma allora non sono sicuri che sia lui?”

    “Consegnale all’ispettore Jäger della polizia di Costanza. Poi fammi sapere.”

    Neanche una parola di più. Neanche un “Come è andato il viaggio?” o “Sei stanca?” o “Si può sapere cosa sei andata a fare ad Azor?”. Nicchia si era voltata e si era diretta all’uscita camminando con il suo portamento da signora, le spalle dritte, lo sguardo fisso davanti a sé. Chissà se ha pianto, si domandò Clay. No, si rispose: sicuramente no. Lei non piange. O forse solo per rabbia, se mai le capitasse di restare senza risorse. Ricordò l’unica volta in cui aveva visto Nicchia con le lacrime agli occhi: quando aveva dovuto ammettere di non sapere che fine aveva fatto Giorgio.

    A farla piangere non era stato il disinganno o l’umiliazione dell’abbandono. Era stata la certezza che, senza Giorgio, lo studio sarebbe andato in malora. Soltanto adesso, dopo tutto quel che aveva passato, Clay capì che Nicchia aveva pianto per lo scorno.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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