Ma di chi è la colpa?

    Sarò magari sbrigativo, ma sono del parere che gli argomenti di cui si occupa la letteratura non siano determinati dagli scrittori, dai critici o dagli editori: a determinarli sono i lettori per il semplice motivo che, se un libro non piace, non si vende. È vero che ci sono libri che potrebbero piacere e non si vendono perché l’editore non li spinge. Ma esistono anche tanti macigni che hanno fatto passare agli editori la voglia di fare i mecenati.

    L’editoria cartacea non è poi diversa da quella cinematografica e, se certe tematiche non interessano al pubblico, editori e produttori imparano presto a starne alla larga. Viceversa, se una cosa “tira”, ci insistono sopra fino alla nausea. Cosa chiedono oggi i lettori? La presentazione di un mistero e la relativa soluzione. Può essere una soluzione positiva, con tanto di colpevole individuato e messo dentro, e allora siamo nel giallo; oppure una soluzione del tipo “il bello della caccia non è la preda ma la caccia in se stessa”, e allora siamo nel viaggio iniziatico. Cioè l’ingrediente fondamentale del romanzo rosa e del romanzo storico.

    Il romanzo classico, basato sui sentimenti e modellato sul genere della tragedia, è finito. Come mai? Forse perché ha stancato. Fatto sta che è morto e sepolto. Riposi in pace.

    Ciò che non è morto affatto è il desiderio di spiegazioni, per così dire, metafisiche. Il romanzo classico sottintendeva domande del tipo: Emma Bovary tradisce perché è stupida o perché la vita è comunque una delusione? La vita di Levin (bravo giovine che si macera nelle domande esistenziali) ha più senso di quella di Vronski (rubacuori che si redime con un mal di denti e una spedizione militare)? E, più in generale, che stiamo al mondo a fare? Magari non se ne rendono conti, ma i lettori di narrativa cercano risposte a domande di questo tipo.

    Il giallo e il noir vanno incontro alla domanda inespressa dei lettori? Forse l’hanno fatto per un po’, ma ormai siamo agli sgoccioli.

    Il giallo con un morto ammazzato nel primo capitolo e la cattura del colpevole nell’ultimo è sempre più in disuso perché le domande sottostanti sono di una banalità sconfinata. Come mai Tizio è stato ucciso? Per rubargli un milione di dollari o per vendicare uno sgarro (generalmente di natura sessuale, possibilmente ripugnante). Una volta scoperto che l’assassino è Caio, cos’altro volete chiedervi? Potete chiudere il libro, metterlo su uno scaffale alto e non pensarci più.

    Il noir ha avuto una stagione di gloria perché ha dato l’illusione di andare alla ricerca di spiegazioni più profonde. Ma non era vero. I lettori l’hanno capito e anche il noir sta per tornare alle edicole delle stazioni dalle quali era uscito. 

    Invece il viaggio iniziatico regge perché il lettore ha sempre la speranza che il mistero contenga una sconvolgente verità. Eppure i viaggi iniziatici sono tutti uguali: si può ibridarli con l’azione, con l’esoterismo o la fantastoria alla maniera di Dan Brown e dei suoi epigoni, ma la sostanza è sempre quella. 

    D’altra parte, un viaggio iniziatico senza lieto fine rischia di deludere il pubblico e di non vendere. E allora niente di meglio che il romanzo storico: l’autore potrà suggerire una nuova interpretazione di certi fatti o di certi personaggi, potrà perfino manipolare la vicenda, ma solo fino a un certo punto, perché la Storia non si cambia (e se finisce male non è colpa dell’autore).

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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5 risposte a Ma di chi è la colpa?

  1. Pingback: Ma di chi è la colpa? | Merlin Cocai

  2. Lorenzo moretto ha detto:

    Caro Riccardo, non la farei così facile né vedrei i lettori come un unico lettore. La sopravvivenza dipende non solo dall’addattamento ma anche dalla capacità di innovare (su quest’ultima siamo molto scarsi, d’accordo, ma è funziona).
    Con affetto,
    il moro

  3. riccardo ferrazzi ha detto:

    Chi si rivede! Come va, Moro? Credimi, non faccio di ogni erba un fascio: il fatto è che i lettori “di nicchia” sono così pochi che gli editori si rifutano di rincorrerli. Se non sei un nome che dà garanzia di vendere almeno cinquemila copie, non ti pubblicano. E se non sei pubblicato è come non avere neanche scritto. Bisogna aver venduto, prima di potersi permettere di innovare.

    • Lorenzo moretto ha detto:

      Bene, dai: ho cambiato lavoro (sempre Milano, sempre assicurazioni) per fare nuove esperienze e per incrementare, per questo negli ultimi 6 mesi ero latitante (immerso in cose nuove).
      Ma il punto è proprio questo: non si può pensare di crescere e trovarsi (e poi perdersi e ritrovarsi, e così via) se devi subito produrre risultati minimi: a questo servono gli editori piccoli, direi, oppure gli editors coraggiosi. Certo, nel frattempo devi trovare di che vivere, ma lo facevano tutti (ma proprio tutti) i grandi prima di essere riconosciuti come tali dagli altri. Quindi non vedo niente di nuovo nel meccanismo, anzi, la tua analisi mi sembra più una lamentela che non porta i lettori ad avvicinarsi al tuo nuovo libro.
      Meglio essere se stessi, sempre, che essere altro, a costo di non essere letti. Io la vedo così.
      Ciao!

  4. riccardo ferrazzi ha detto:

    No, non mi lamento. Ma devo prendere atto di una realtà che, alla tua età, non mi condizionava più di tanto; ma quando l’orizzonte è sempre più corto, i limiti diventano una gabbia.

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