Teoria e pratica del macinacaffè

    I giornali hanno scoperto con orrore (e con una certa dose di incredulità) che alla periferia di Stoccolma si è formata una terra di nessuno abitata da immigrati che, dopo aver goduto dei benefici della legislazione svedese, rifiutano di accettarne le regole. E tutti a cascar giù dal pero. Ma come! Cos’hanno da lamentarsi del sistema sociale svedese? Non è il più avanzato, il più civile, il più aperto del mondo? Pare di no.

    La socialdemocrazia si è installata in Svezia una sessantina di anni fa e da allora non ha smesso di vantarsi di essere un capolavoro sociale. Per mezzo secolo si è venduta come un esempio per tutti i progressisti occidentali, cosa che inorgogliva gli stessi svedesi i quali, elezione dopo elezione, riconfermavano i socialdemocratici al potere.

    Nessuno rifletteva sul fatto che il sistema funzionava in un paese poco popolato, fatto di gente laboriosa, senza grandi pretese, con una (scarsa) cultura a sfondo luterano, contadino, boscaiolo e, anticamente, guerriero. Ma a lungo andare ogni società si trasforma e le cose che non sono più all’altezza delle pretese cominciano a essere tante. Ciò che andava bene negli anni 50 allo scandinavo laborioso, di poche pretese, amante delle sue foreste e rigido come il suo clima, non basta più allo svedese che passa tre mesi all’anno in Spagna o in Grecia; e non basta nemmeno allo svedese immigrato e proletario (si dice ancora così?) che, a ragione o a torto, si sente emarginato.

    Anche alla socialdemocrazia è successo ciò che era avvenuto nell’impero sovietico. Quando cadde il muro di Berlino, si scoprì che nelle fabbriche della DDR le catene di montaggio erano ancora quelle di prima della guerra: all’est la tecnologia si era mummificata. Qualcosa di simile succede anche in sociologia: la socialdemocrazia scandinava si è illusa di avere inventato una ricetta buona per l’eternità e ha peccato di miopia esattamente come il socialismo reale, imploso per non aver saputo adeguarsi ai tempi che cambiavano.

     È un errore che viene di lontano. Marx in persona aveva teorizzato la “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto” che, in soldoni, significa questo: finché esiste un margine di profitto nel fabbricare, per esempio, macinini da caffè, ci sarà sempre qualcuno che si metterà a costruirli e a venderli a un prezzo più basso, pensando: guadagnerò poco, ma poco è meglio di niente. Da questa constatazione Marx partiva per profetizzare la Zusammenbruchstheorie, che preconizzava il crollo dell’economia di mercato, l’avvento del monopolista unico e la rivoluzione proletaria.

    A lui e ai suoi seguaci sfuggiva il fatto che i prodotti (proprio come le società) non rimangono eternamente uguali a se stessi. Il macinacaffè nasce a manovella, diventa elettrico, a due o tre velocità, in versioni con prestazioni differenziate e con design accattivante, e a un certo punto cessa di esistere perché si trova il modo di vendere il caffè già macinato in confezioni che ne mantengono a lungo la fragranza. Insomma: la struttura della produzione progredisce.

    Anche le società progrediscono. Non esistono ricette sociali buone per l’eternità. Chi va al potere può anche ordinare per legge che i cittadini diventino tutti “buoni”. Può irreggimentare la cultura e la comunicazione di massa. Può bombardare l’opinione pubblica come hanno fatto Goebbels, il Cominform e le vestali del politically correct. Ma c’è sempre qualcuno che rifiuta il messaggio, e i renitenti aumentano man mano che l’evoluzione della realtà mette in risalto gli inconvenienti e le incongruenze di un sistema che non tiene il passo.    

    Una sola legge non cambia mai, ed è che al potere si arriva da rivoluzionari ma per mantenerlo si diventa conservatori.

    Chi vuole davvero il bene del popolo deve avere il coraggio di passare la mano e accettare che altri approfittino del suo lavoro, magari distruggendolo e sputando nel piatto dove hanno mangiato, perché in politica non esiste la riconoscenza.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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