Don Cristobal

Riccardo Ferrazzi – CIPANGO ! – Leone editore

 

È impossibile leggere una biografia di Cristoforo Colombo (una qualunque delle tante che si sono scritte) senza imbattersi in un centinaio di pagine dedicate al problema delle sue origini. Chi lo fa genovese, chi lo fa catalano, galiziano, portoghese, ebreo, e chi più ne ha più ne metta.

In Italia nessuno dubita che Colombo fosse genovese. Esistono fior di documenti che attestano l’esistenza a Genova di un Cristoforo Colombo e dei suoi fratelli, figli di Domenico, tessitore e taverniere, uomo di terra, tutt’altro che benestante e incline a far debiti. Ma nessun documento certifica che quel Cristoforo Colombo sia lo stesso che scoprì l’America.

Al contrario, in Spagna pochi dubitano che Cristobal Colon fosse spagnolo. E i motivi che adducono sono questi: 1) Colon non ha mai scritto una riga in italiano, né è mai stato sentito parlare italiano. Tutti i suoi scritti sono in spagnolo o in latino. Non solo: il suo spagnolo ha inflessioni portoghesi e il suo latino ha gli errori tipici di chi è di madrelingua spagnola. 2) Colon si è firmato a volte Colom, ma mai Colombo. E il cognome Colom è piuttosto frequente in Catalogna.

Salvador de Madariaga ha tentato di conciliare le due tesi: ha immaginato un Cristoforo Colombo appartenente a una famiglia di ebrei spagnoli convertiti, fuggiti dalla Spagna dopo i pogrom del 1391 e stabilitisi a Genova, dove avrebbero conservato la lingua spagnola nei rapporti familiari. Ma la sua tesi, che pure risolverebbe molte incongruenze, è del tutto congetturale e manca di riscontri.

Alcuni sostengono che Colombo era ebreo perché sua madre si chiamava Susanna Fontanarossa (o Fonterossa), figlia di un tal Giacomo, abitante in contrada Bisagno. Ora: che Susanna sia un nome frequente fra gli ebrei e raro fra i gentili è vero; ma mi sembra un po’ poco per costruirci sopra una ipotesi sensata.

Esiste anche una teoria secondo cui Cristoforo sarebbe figlio illegittimo di un certo Palestrello, nobile piacentino. Susanna l’avrebbe avuto prima di maritarsi con Domenico Colombo. Ma anche per questa tesi i documenti sono pochi e ambigui.

Ricapitolando: la forza della tesi genovese sta nella documentazione: a Genova sono stati trovati documenti in abbondanza, altrove neanche uno. Ma che Colombo non abbia mai scritto una riga in italiano è un fatto, e questa è la forza delle tesi spagnole.

Tuttavia esistono altri motivi per pensare che il Cristoforo Colombo scopritore dell’America sia quello di Genova. Tanto per cominciare, i nomi dei fratelli corrispondono: Bartolomeo (Bartolomé) e Giacomo (Diego). Ma soprattutto, se Colon fosse stato spagnolo, una volta avvenuto il descubrimiento i parenti fino ai prozii e ai terzi cugini sarebbero saltati fuori a centinaia mendicando raccomandazioni, un posto a corte o una fattoria nel nuovo mondo; e figuriamoci se la città o il villaggio natale non avrebbe rivendicato onori e privilegi reali. Invece gli onori e i proventi dell’impresa furono divisi soltanto con i fratelli e i figli, e nessuna città spagnola ha mai rivendicato l’onore di aver dato i natali a Cristobal Colon. Risulta invece che dei cugini genovesi, sarti di professione, andarono da Colombo a chiedere di portarli con sé in uno dei suoi viaggi (cosa di cui Cristoforo si lamentò in una lettera: hasta los sastres quieren ir a descubrir!)

Ma come mai Colombo non scrisse neanche una riga in italiano?

La spiegazione è forse difficile da credere per uno straniero, ma nel 1451 l’italiano non era una lingua nazionale. La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio era semplicemente il dialetto dei fiorentini. Mentre Colombo era genovese e non sapeva neppure cosa significasse la parola “italiano”. I genovesi fra loro non parlavano italiano (non lo fanno neanche oggi!). Il dialetto zenese non si insegnava, non si scriveva e ha suoni di problematica traslitterazione. Cristoforo Colombo parlò sicuramente zenese da ragazzo, ma non imparò mai a scriverlo. Non lo faceva nessuno. E non parlò mai il dialetto fiorentino. Perché avrebbe dovuto?

Sicuramente imparò a leggere e scrivere in latino. Glielo avrà insegnato qualche prete, perché a quei tempi le scuole non esistevano. Si imbarcò a quattordici anni (più o meno), probabilmente per sfuggire alla vita noiosa e meschina che poteva offrirgli un padre senza arte né parte come il suo, ma anche per spirito di avventura, che non manca a nessun adolescente.

Doveva essere più o meno il 1465. Costantinopoli era caduta in mano ai turchi da dodici anni: la via delle spezie era chiusa e gli armatori genovesi erano alla disperata ricerca di altre rotte. Bisognava trovare una nuova via per le Indie circumnavigando l’Africa o aprendo un’altra strada. In un modo o nell’altro, Spagna e Portogallo erano passaggi obbligati e parlare spagnolo era un grosso atout.

Cristoforo Colombo si imbarcò con un armatore genovese che commerciava con la Spagna o forse addirittura con un armatore catalano, e una volta a bordo si trovò in full immersion spagnola: imparò la lingua, lesse libri catalani e castigliani, ascoltò dai nostromi le leggende marinare dell’oceano.

Fra il 1465, anno in cui si imbarca, e il 13 agosto 1476, giorno in cui fa naufragio al largo di Cabo San Vicente, matura il progetto di navigare a occidente fino a incontrare terra ferma.

Riccardo Ferrazzi – CIPANGO! – Leone editore

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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