Insomma: chi era Cristoforo Colombo?

Più lo si guarda e più Cristoforo Colombo appare come un avventuriero, cacciaballe, impostore e giocatore d’azzardo. Né più né meno che uno dei tanti italiani giramondo disposti a tutto pur di arraffare soldi e gloria. Uno dei pochi che abbia avuto successo.

Era ebreo, era illegittimo, era figlio bastardo di un nobile, di un re in esilio, di un Papa in servizio permanente effettivo? E chi lo sa. Può darsi che sia nato da una “divagazione” della signora Susanna. Il signor Domenico non doveva essere una cima. Però, quando aveva diciotto anni, Domenico rischiò la bancarotta e Cristoforo si rese garante per i suoi debiti. Correva l’anno 1469, e il figlio marinaio-pirata diciottenne era già più ricco di suo padre.

Da bambino, Cristoforo fu probabilmente uno scugnizzo sul tipo di Balilla, svelto di lingua e di ingegno, magari anche un po’ lazzarone, ma curioso, che preferisce inseguire un colpo di fortuna piuttosto che ingobbirsi sul telaio o gestire una taverna. Suo padre (vero o putativo) aveva provato tutti e due questi mestieri e non ne aveva ricavato gran che. Lui impara un po’ di latino e di aritmetica, legge libri, gira per il porto, ficca il naso qua e là. Finché nelle chiacchiere dei marinai coglie qualcosa che gli accende la fantasia: ci sono altre terre nell’Oceano, piene d’oro e di spezie. Chi le trova diventa ricco come un re delle favole.

Appena può, Cristoforo si imbarca. Si dà da fare come corsaro e come intrigante pur di arrivare a parlare con un re. Finanziare una spedizione non è impossibile anche per un privato ma, una volta trovate le nuove terre da colonizzare, ci vuole la potenza di un regno per difenderle (e per garantire i diritti di sfruttamento).

Con i re di Spagna Colombo si vanta di aver navigato “in tutti i posti dove l’uomo è arrivato”. Questa frase ha fatto credere a qualcuno che Colombo in America ci fosse già stato. Ma è soltanto una vanteria. Certo, Cristoforo ha navigato parecchio: conosce il Mediterraneo occidentale, le coste oceaniche africane, l’Inghilterra, l’Irlanda, forse anche la Groenlandia. Ha vissuto a Madera. È stato alle Canarie e alle Azzorre.

Suo fratello Bartolomeo fa collezione di mappe. All’epoca, ne circolavano tante. Riportavano nomi arcani: Cipango, Antilha, le Sette Città, l’Atlantide. Si basavano su frasi pescate qua e là in Plinio e in Tolomeo, sui resoconti di Marco Polo e di altri viaggiatori, su vere e proprie leggende come l’Atlantide descritta da Platone, le profezie di Esdra, l’ultima Thule cantata da Seneca, la favola di sette vescovi andati a evangelizzare altrettante isole beate, eccetera eccetera.

Alcune di queste carte riportano la costa della Cina e una miriade di isole fra le quali, a grande distanza dalla costa, spicca una grande isola rettangolare: Cipango. Per secoli si è pensato che Cipango fosse il Giappone. Ma di oro in Giappone non ce n’è. Probabilmente Cipango era la costa della California.

Resta da capire come mai Colombo sbagliò tanto grossolanamente la misura delle miglia corrispondenti a un grado terrestre e come mai rimase tenacemente aggrappato al suo errore anche quando gli venne dimostrato che la distanza per spostarsi di un grado era quasi il doppio di quanto diceva lui.

Colombo non era un cretino e neanche un visionario. Sapeva che la Cina era molto, molto più a ovest; ma sapeva pure che per la strada c’erano altre terre da conquistare. E siccome doveva promettere la Cina e le Indie per farsi autorizzare il viaggio, accorciò la lunghezza dei gradi per vendere il suo inganno. Non si fece scrupolo di ingannare i re, così come spesso aveva ingannato i marinai, pur di raggiungere il suo scopo.

Ma come sapeva dell’esistenza di altre terre?

Come lo sapevano tutti: dai racconti di chi c’era stato. Perché in America c’erano già andati altri. I Vichinghi toccarono il Labrador prima dell’anno mille, stabilirono basi in Groenlandia e vennero a contatto con gli Inuit, gente dai tratti somatici mongoli, che poteva essere presa per cinese. Racconti e leggende su questi viaggi circolarono per secoli nell’ambiente dei marinai nordici. Nel Portogallo di fine Quattrocento non erano storie ignote ed erano in molti a pensare che l’oceano nascondesse terre ancora da scoprire; il problema non era tanto andare a trovarle, quanto tornare indietro a raccontarlo.

Di mappe con l’indicazione di Cipango, delle coste della Cina e dell’isola di Taprobana, ce n’erano tante; ma erano favoleggiamenti, variazioni sul tema del “Milione”. Invece la mappa conservata in Vaticano e l’affresco valtellinese contengono le coste del nuovo continente. Questo è il mistero inspiegato. Qualcuno (si parla di un certo Nicolò Zeno, marinaio veneziano) era andato fin laggiù, aveva esplorato, era tornato e aveva confidato la sua scoperta al Papa, che l’aveva vincolato al segreto?

Quel che è certo è che il re del Portogallo doveva esserne all’oscuro, altrimenti avrebbe autorizzato il viaggio di Colombo o ne avrebbe organizzato uno per conto suo. Forse il Papa ne parlò ai re di Spagna; i quali, una volta conquistato il Nuovo Mondo, era logico che non dicessero niente a nessuno. Però il Vaticano avrebbe potuto aprire i suoi archivi, e Dio sa perché non l’ha mai fatto.

Nonostante ciò, Colombo sapeva che prima di arrivare in Cina avrebbe trovato sulla sua strada molte isole e un intero continente. Sapeva che il viaggio era fattibile con i mezzi di cui disponeva. Aveva un’idea abbastanza precisa di dove andava e di cosa avrebbe trovato. Era un avventuriero, non un sognatore.

Nel suo primo viaggio, quando l’equipaggio fu a un pelo dall’ammutinamento, Colombo chiese tre giorni ancora di rotta a ovest: se non avessero trovato terra, avrebbero virato di bordo. La notte del terzo giorno Rodrigo de Triana dalla coffa della Pinta gridò “Terra!”. Molti colombisti ritengono che quei tre giorni non siano stati chiesti a caso, ma perché Colombo sapeva che la terra era ormai a portata di mano (dunque la sua misurazione delle distanze era esatta!).

Colombo era un giocatore. Scommetteva e all’occorrenza bluffava, ma sempre sul sicuro. Non si sarebbe mai messo in mare con l’idea un po’ romantica di “andare a vedere cosa c’è al di là”.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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