Lotta della discrezione contro l’orgoglio. Una recensione.

Degli scrittori, come uomini, se ne dicono di tutti i colori: vanitosi, puerili, litigiosi, invidiosi, e spesso pure stronzi. Io non so se ho i meriti di uno scrittore vero, ma è probabile che ne abbia i difetti. Almeno qualcuno. Almeno l’orgoglio. Perché quando un amico ti manda un messaggio come quello che trovate qui sotto come si fa a non gonfiarsi come un pallone aerostatico?

Uno ha un bel dirsi: questo è un messaggio privato; tientelo, conservalo come una pagella piena di bei voti. L’orgoglio risponde: e perché non dovrebbero leggerlo anche gli altri?

Totale: la discrezione ha lottato contro l’orgoglio. E ha perso.

Ecco qui la recensione di un libro non più in commercio, che ha venduto pochissimo e che probabilmente non verrà ripubblicato, nemmeno adesso che si è arricchito di altre due parti e, se fosse stampato, arriverebbe quasi a quattrocento pagine. Mah.

 

Ciao Ric, era da un po’ di tempo che volevo mandarti un commentino che avevo scritto sul tuo libro. Non l’ultimo ovviamente, perché io non sono mai al passo, ma sempre un pelo indietro. Oddio è da talmente tanto che mi viene periodicamente in mente che ho lo stupido dubbio di avertelo già mandato, ma non credo. Il fatto è che per un breve periodo, nel 2010, mi sono imposto di scrivere qualche breve sensazione sui libri letti. Idea utile, mutuata da Raul (Montanari n.d.c), ma non applicata con la sua sistematicità. Fatto sta che Gli occhi di Caino mi sono capitati proprio in quel breve momento e addirittura il relativo commento è stato persino trascritto dall’agendina a un file del computer. Al grido di meglio tardi che mai te lo incollo qui sotto. Non sarà geniale, ma è molto sincero dato che l’avevo scritto per me stesso. A questo punto sono pronto per procurarmi Cipango!

Ecco qua: Gli occhi di Caino, Riccardo Ferrazzi, Eumeswil

Si intuisce in modo potente e delicato che il tempo non corre su una linea retta, bensì su una strada curvosa come quella che unisce (o separa) Madrid e Salamanca, così certi momenti vissuti vent’anni fa sono vicini come se bastasse allungare un dito per sfiorarli (afferrarli mai, ovvio) mentre ciò che è trascorso in mezzo è talmente pallido e sbiadito che non vale nemmeno la pena di raccontarlo. Quindi non c’è da stupirsi se in questa città fatta di maschere, un posto dove anche i muri ti parlano, le pietre del selciato ti ascoltano e, sono sicuro, i vicoli stretti e tortuosi ti osservano da lontano, presente e passato tendano a confondersi, nell’esistenza e nella lettura.

(Qui nel mio calepino compariva un disegno malfatto che si proponeva di riprodurre il tempo di Victor: una linea ondulata con l’inizio e la fine molto vicini e la parte in mezzo che si perde in fondo al foglio. Sono più bravo a descrivere il mio disegno che a farlo… e non perché io sia bravo con le descrizioni).

È una storia di contraddizioni, di bocche e di porte che si aprono un istante e poi si chiudono di colpo, di sentimenti forti e nobili – non a caso nell’aria aleggia la corrida – e di una fuga, quando si fa chiaro che la verità non ne vuole sapere di essere violata. Ma, si dice sempre, si sa per sentito e per esperienza, la fuga è soltanto una tregua, perché il mistero irrisolto rimane lì ad affondarti le unghie nella spalla fino a quando non trovi il coraggio di tornare a stanarlo e affrontarlo. Come sempre, nei libri belli (semplicità delle semplicità) non è tanto il disvelamento di una trama a contare, quanto il dolore dell’itinerario. E soprattutto arrivare in fondo non è poi nulla se non un altro punto di partenza. Per continuare a parlare di libri belli, come se fossi un bambino che ha appena chiuso per la prima volta Gian Burrasca, ecco, quelli (questi) non finiscono mai, perché il finale sfuma oltre le tesserine che possono sistemarsi al posto giusto o rimanere escluse dal disegno e rimanere lì per sempre a farti compagnia.

E la scrittura: precisa, pulita, elegante, ma non scivola mai verso quel tentato poetico che di solito tracolla nel patetico vorrei ma non posso. È un linguaggio giusto per la sua storia, cosa chiedere di più? Mi sembra un piccolo classico.

E già mi struggo pensando che di sicuro non avrà quel che merita in termini di successo. Ma la cosa più importante ce l’ha: è un bel libro.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Lotta della discrezione contro l’orgoglio. Una recensione.

  1. gigio ha detto:

    Ciao Riccardo
    buon 2014
    nella tua critica al Corriere hai dimenticato le fondamentali ed utilissime riflessioni di Lina Sotis,che i francesi chiamerebbero Lina Sottises.
    gigio

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