Un brano di romanzo? Ma sì, dài!

Nikeforos attese la seconda scampanellata prima di andare ad aprire. Il monastero, come ripeteva padre Costadinos, era un luogo di culto, non di turismo. In linea di principio, i visitatori andavano scoraggiati. Se insistevano andavano studiati e, se del caso, dopo attento esame, blanditi. Il visitatore ideale era devoto e generoso: lo si guidava alla cappella, si pregava con lui, gli si offriva una tazza di the e lo si convinceva a donare un obolo.

Nikeforos aprì la porta. Il forestiero, un europeo con la testa incorniciata da una nuvola di capelli bianchi, aveva ancora la mano sul cordone del campanello. Parlava qualche parola di arabo e un po’ di inglese, quello che conosceva anche Nikeforos: l’inglese degli stranieri. Aveva un modo di fare che ricordava quello di padre Panayotis (che faceva penitenza un giorno sì e uno no, perché un giorno peccava e il giorno dopo purgava, sicché, per volare in Paradiso, bisognava che il Signore Iddio gli mandasse l’angelo della morte nel sonno successivo a un giorno di purga, prima che l’alba lo ridestasse pronto a peccare di nuovo).

Lo straniero era educato e gentile. Aveva ammirato le mura del monastero, il chiostro, i giardini, gli orti. Nella cappella si era interessato agli arredi sacri, alle icone, ai tappeti. Aveva quasi buttato lì un’offerta per una porta di tabernacolo armena del settecento, un olio su legno raffigurante i funerali della Vergine. Aveva chiesto di vedere i calici da messa e davanti a due sopracciglia inarcate in atto di scandalizzato diniego aveva domandato se nel monastero c’erano calici d’avorio. No, Nikeforos non ne aveva mai visti. Forse qualcun altro aveva avanzato di recente una richiesta simile? Uno che si chiamava Alessio Paleologo? Nikeforos si era stretto nelle spalle: il guardiano cambiava ogni giorno e a darsi il turno erano tutti i monaci. Uscendo dalla cappella, lo straniero aveva alzato gli occhi alle mura e aveva espresso il desiderio di dare un’occhiata al panorama.

“Il deserto è luogo di tentazioni. Lì il Demonio tentò Nostro Signore.”

“Solo un minuto. Non guardarlo sarebbe come tornare in Europa senza aver visto le piramidi.”

Lo straniero si era incamminato su per gli scalini di pietra e Nikeforos era andato a preparare il the. Chissà cosa sperava di vedere nel deserto quel nordico dai capelli chiari. Era forse uno spettacolo, la desolazione? Eppure doveva averla contemplata a lungo: Nikeforos ricordava di aver razzolato a lungo nei cassetti cercando due tazze spaiate ma non dozzinali, che dessero una impressione di dignitosa povertà. Poi, mentre versava l’acqua bollente nella teiera insieme al the macinato, era stato colto da un presentimento funesto: lo straniero non sarà volato giù dalle mura? Aveva teso l’orecchio, aveva creduto di sentire lo scalpiccio dei suoi passi. Ma lo straniero non era apparso sulla soglia. Nikeforos era uscito a cercarlo: le mura, le scale, il cortile erano vuoti. Aveva sentito un rumore secco e si era precipitato all’ingresso. La porta era aperta e il vento la faceva sbattere.

Nikeforos si era affacciato sulla soglia e aveva scorto una nuvola di polvere sulla pista che si inoltrava nel deserto. Aveva fatto tre volte il segno della croce e aveva richiuso con il chiavistello: ecco la punizione di un’audacia sacrilega. Al Demonio bastano pochi minuti di contemplazione del deserto per rapire l’anima di un povero sprovveduto!

Nikeforos corse a perdifiato verso il chiostro. Incontrò padre Panayotis (che era in un giorno di purga) e gli raccontò l’avvenimento. Nel frattempo arrivarono Aristides e Stavros, e il fatto venne nuovamente raccontato e commentato. E intanto sopraggiunsero padre Ferapont e padre Vessarion, insieme a Zakaria, Boutros e Ibrahim che continuavano a far domande; e allora uscì dal refettorio anche padre Krisostomos, e dall’orto, con il saio rialzato al ginocchio, vennero padre Priamos e padre Anastasios, e dal chiostro orientale arrivò correndo padre Vasilios. Infine, richiamato dal brusìo, comparve padre Costadinos, il priore.

In quel preciso istante il campanello prese a suonare a distesa, e non smetteva più. Stavros gridò al miracolo. Padre Vessarion e padre Anastasios sembrarono propensi a crederlo anche loro, ma Padre Ferapont, padre Vasilios e padre Panayotis sostennero che il Demonio tirava la corda per dileggio, per gioire di un’altra anima trascinata nel fuoco eterno. Ed ecco: come al passaggio di un angelo del Signore, tutti tacquero. Padre Costadinos, con la mano destra chiusa a pigna, tracciò il segno della croce sulla fronte e sulle spalle di Nikeforos. Lo fissò negli occhi e con voce ferma disse: “Dio ti proteggerà.”

Con il volto perlaceo come il panno che Veronica offerse al Nazareno, Nikeforos andò alla porta preparandosi a combattere con Asmodeo, Achitofel e Astaroth, o magari con Satanasso in persona. E gli parve una visione demoniaca quella di Zweifel che, gorgogliando in una lingua barbarica, trascinava giù dal sedile posteriore dell’auto il corpo di un uomo ancora giovane, con la testa fracassata e il ventre pieno di sangue. Era chiaro che, con o senza l’intervento del principe delle tenebre, il poveretto era definitivamente trapassato. Dall’alto delle mura l’antiquario aveva scorto un ammasso verde-azzurrognolo, aveva intuito che si trattava della carcassa di un’auto, aveva temuto che fosse quella di Alessio e si era precipitato sul posto. Ma era arrivato troppo tardi.

Affidate alle cure pietose di padre Priamos, le spoglie mortali di Alessio Paleologo furono vegliate da Nikeforos, Stavros e Aristides, e ricevettero gli estremi conforti da padre Costadinos. Zweifel si incaricò di organizzare il rimpatrio della salma. Glielo doveva. Nella tasca interna della giacca custodiva un documento che aveva prelevato dal portafogli del morto: una polizza di pegno del Monte di Pietà di Milano.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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