Quando intravedi il traguardo

Per tutta la vita aveva lavorato, pensato, risparmiato, investito, in funzione del futuro. C’era da studiare per ottenere un buon posto di lavoro. C’era da sgomitare per far carriera. Tutto aveva un senso soltanto se serviva a ottenere qualcosa di più.

Certo, non era semplice avidità. Era piuttosto la convinzione, ingenua, poco razionale, di poter raggiungere una condizione beata, nella quale, una volta raggiunta, avrebbe potuto accomodarsi e “non pensarci più”.

In realtà, se ci pensava bene, doveva ammettere che si trattava di un sogno. Come quello delle favole in cui Cenerentola e Principe “vissero insieme felici e contenti”. La condizione beata, se mai ci arrivi, non ti rendi conto di averla raggiunta; anche perché a questo mondo non esiste niente che non possa cambiare dalla sera alla mattina e, se hai qualcosa, magari poco, ma basta che sia qualcosa più di niente, devi stare sveglio di notte per proteggerla, perché potrebbero rubartela, farla sparire come neve al sole.

Con questa illusione che non si realizzava mai, aveva vissuto. Aveva lottato per quel poco che poteva pensar di lottare. Aveva avuto qualche colpo di fortuna e qualche botta di malasorte. Insomma: si era arrabattato.

E adesso si trovava a confrontarsi con un pensiero spiacevole, di fronte al quale si sentiva piuttosto disarmato.

Che prima o poi avrebbe dovuto morire, lo sapeva. L’aveva sempre saputo. Ma chissà perché, aveva sempre pensato alla morte come al clic di un interruttore. Clic: si spegne la luce, e basta. Invece adesso si trovava di fronte al fatto che la vita di un uomo difficilmente dura più di un certo numero di anni, lui ne aveva già vissuti parecchi, ne restavano relativamente pochi, e nessuno poteva garantirgli che sarebbero stati tot, e che di questi tot ce ne sarebbero stati almeno ics di buona salute. Non era stato facile programmare la propria vita quando era tutta davanti, ma paradossalmente era ancora più difficile farlo adesso, che ne restava poca.

Il vero problema, pensò, è che non ho più niente da sperare. Non in questo mondo. E se tutto si risolvesse con un clic, a data certa, forse riuscirei a rassegnarmi e a programmare qualcosa di soddisfacente. Ma l’incertezza sui tempi e sulle condizioni mi sega anche la speranza.

Devo imparare a fare a meno della speranza, pensò. Forse è proprio questo che significa l’espressione “vivere nel presente”. Chi vive nel presente non ha futuro (o se ne frega, che è la stessa cosa) e, senza futuro, la speranza non esiste.

Sarebbe stato capace di vivere senza speranza? Non lo sapeva. Ma si rese conto di non avere alternative. Doveva provarci.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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