Coccodrillo

Ieri è morto Adolfo Suarez. Sono sicuro che tanti non si ricorderanno chi è stato e che cosa ha fatto. Eppure uno stato di quaranta milioni di abitanti, la Spagna, deve a lui l’uscita da un passato un po’ tenebroso e l’ingresso a pieno titolo nel ventunesimo secolo.

Come tardo omaggio a un uomo abile e coraggioso, torno a postare questo vecchio racconto che in qualche modo lo ricorda.

 

Uscii dall’ufficio insieme a José Luis, che spense le luci e chiuse la porta col chiavistello. Se ne erano già andate anche le donne delle pulizie. José Luis abitava a casa del diavolo e aveva moglie e cinque figli, ma era troppo spagnolo per lasciarmi solo a combattere con il bilancio. “Hasta mañana, don Victor” mi salutò, e già pensava alle paturnie della moglie, ai piagnistei dei figli. Sgommò via per il Paseo de la Habana mentre il crepuscolo si spegneva sui tetti di Madrid e la gente nei bar faceva silenzio per ascoltare il telegiornale.

Dopo decenni di letargo, la storia aveva avuto un soprassalto: Francisco Franco se ne era andato sottoterra. Non era mai successo che la Spagna cambiasse regime senza turbolenze e pochi anni prima, in Portogallo, c’erano state le prove generali. José Luis faceva il saldaconto dei clienti e si domandava: l’anno prossimo avrò ancora un posto e uno stipendio?

Presi la strada dell’albergo. La storia, pensavo, ha il vizio di procedere in modo discontinuo: ogni tanto va in catalessi e ci rimane per decenni, poi si risveglia all’improvviso e tu sei lì, ingessato nella pigrizia mentale.

Camminavo a testa bassa e registravo meccanicamente gli odori che uscivano dai negozi: fiori appassiti, crema pasticcera, dopobarba, tabacco, pollo allo spiedo. Non si sovrapponevano, non si mescolavano. Era come se ogni bottegaio rivendicasse la sua sovranità sul tratto di marciapiede delimitato dal profumo della sua merce. Ognuno stava chiuso nella sua cellula odorosa ed esponeva la sua merce in condizioni di monopolio. In fondo, mi dicevo, anche i bilanci hanno un profumo. Cassa: 207.475 pesetas. Limpido. Preciso. Ma bastava aprire la cassaforte per vedere che i contanti erano sì e no ventimila. Il resto erano bigliettini sui quali il cassiere aveva annotato le cifre prelevate dal direttore generale, che si seccava all’idea di rimborsarle.

***

La hall dell’albergo rigurgitava, non di turisti giapponesi, ma di spagnoli purosangue. Faticai a raggiungere il bar. Vargas mi vide zigzagare nella calca e cominciò a mescolare il gin tonic.

“Qué pasa? ” domandai.

Lui lasciò cadere nel bicchiere la fettina di limone, incrociò le braccia e fissò un punto indefinito nella hall. Appollaiato sullo sgabello, mi voltai a contemplare il panorama.

Erano tutti uomini, riuniti in gruppi come procuratori di borsa intorno alle corbeilles. Sfoggiavano gemelli e spille fermacravatta, teste imbrillantinate, giacche blu da ammiraglio e sgargianti foulard. Non era un congresso di parrucchieri per signora: erano hidalgos, possidenti di provincia. Gente che al paesello è qualcuno, ma a Madrid non si raccapezza e si sente in dovere di esagerare. Dal chiacchiericcio generale sentivo emergere accenti baschi e andalusi, galiziani e catalani. Convenuti dal monte e dal piano, hidalgos di tutte le Spagne si erano dati appuntamento nel mio hotel.

Vargas il laconico alzò la fronte e cercò il mio sguardo.

“El Movimiento” sussurrò.

Quei provinciali agghindati come parrucchieri erano i falangisti sui quali si era retta una dittatura quarantennale. Eppure, le parole che più spesso mi arrivavano all’orecchio erano Europa, democrazia e libertà di stampa. Mi avvicinai a un gruppo dove un quarantenne biondo, con i pantaloni freschi di stiratura, concionava a voce alta.

“Cosa abbiamo da guadagnare dall’Europa? Con gli europei non abbiamo niente in comune. Pretenderanno di cambiare lo scartamento delle nostre ferrovie, di venderci pomodori tedeschi e tori francesi. Vadano al diavolo!”

In un altro gruppo, signori più anziani la cui autorevolezza non aveva bisogno di aggrapparsi alla piega dei pantaloni scambiavano commenti su un altro tema.

“Libertà di stampa? Ma andiamo! Vogliamo illuderci che un contadino sappia ragionare con la sua testa? No, no. La stampa resti sotto il controllo dello stato.”

In un terzo gruppo aveva preso la parola un personaggio con gli occhi sporgenti e il mento ritratto.

“Democrazia, senza dubbio.” Sottolineò questa sua personale concessione con un gesto deciso di ambedue le mani. “Ogni componente del popolo avrà voce. Ma le voci non possono essere tutte uguali. La legge elettorale dovrà prevedere il voto plurimo.”

Mi cascarono le braccia. Quella gente pretendeva di cucire insieme le più disparate stupidaggini per poi presentarle con l’apparenza coerente di un bilancio.

Povera Spagna. Povero José Luis.

***

Qualche anno più tardi, quando la democrazia spagnola dimostrò di reggere i cambi di maggioranza e perfino i tentativi di colpo di stato, cominciai a pensare che la storia è un elfo. Ci appare sotto mentite spoglie. Possiamo vederla e parlarle, ma la riconosciamo solo quando non c’è più.

Però l’altro giorno, aprendo il giornale, ho scoperto che Tomás Pito Flauta, un vecchio amico che si muove molto bene in certi ambienti, non la pensa come me. Ho ritagliato l’articolo. Il passo saliente è questo (e perdonate lo stile ridondante: i giornalisti spagnoli scrivono così).

Il certificato di nascita delle nostre attuali istituzioni democratiche fu stilato la sera in cui Adolfo Suarez, nella sua qualità di segretario del Movimiento, convocò gli stati generali del franchismo senza Franco. L’adunata ebbe luogo all’hotel Eurobuilding nelle sale del Club Siglo XXI.

Forse non tutti i lettori sanno che, durante la dittatura, il club svolse la funzione di un parlamento ufficioso dove si presentavano in anteprima le svolte ideologiche, si saggiavano gli umori del partito, si spianava la strada ai giovani emergenti. Gli ignari si consolino: anche le opere di Seneca non arrivarono a Cordoba che dopo la morte di Nerone.

Il concistoro si aprì in un clima di grande incertezza. Il generalissimo era morto senza eredi politici. La bassa forza del Movimiento attendeva di sapere attorno a chi organizzare il consenso e cosa avrebbe ottenuto in contropartita. Perché una sola cosa era lampante: il potere elettorale, per la prima e ultima volta, era in mano ai delegati di provincia.

Osserviamolo, il delegato-tipo. È arrivato a Madrid dopo aver viaggiato in treno per un giorno intero (conosciamo bene la pertinacia con cui le ferrovie nazionali avversano il postulato euclideo secondo il quale la linea retta è il modo più breve per congiungere due punti). Il delegato porta con sé alcune ingombranti valigie con vestiti e camicie per ogni possibile circostanza, corredati da imprescindibili accessori come foulard e distintivi delle più varie associazioni. Ma porta anche la sua formazione mentale, temprata dall’abitudine a gestire piccole dosi di potere stando, come recita l’adagio castigliano, fra la spada e la parete: esercizio che, nella sua fisiologia, favorisce lo sviluppo di un virile buon senso.

A Madrid, il delegato-tipo è un pesce fuor d’acqua. Passata l’euforia della prima nomina, quando il fascino della capitale raggiunge il suo zenit, il delegato capisce ben presto che, negli ambienti che contano, deve presentarsi con il cappello in mano e gli conviene tornare a coltivare l’orticello di casa, dove la sua autorità è fuori discussione.

Ma all’improvviso il capo trasloca all’altro mondo. Il futuro avanza come una nube temporalesca. Lo stato d’animo dei delegati  oscilla fra il timore di legarsi a una politica perdente e la speranza di uscire dall’anonimato raccogliendo proseliti attorno a un’idea brillante. Ognuno ha la sua – e la carità di patria induce a sperare che non fossero tutte peregrine – ma nessuno ha il peso politico necessario per farsi prendere in considerazione. Quarant’anni di regime hanno calibrato una trafila gerarchica simile a quella della Chiesa o dell’esercito, e il delegato-tipo non è che un parroco o un sottotenente anziano.

A questa schiera sull’orlo dello sbandamento Adolfo Suarez offrì un programma e una prospettiva. Ma soprattutto si rivelò uomo di stato: trattò con capi e capetti ben sapendo che la politica non può rifuggire dalle questioni di bassa cucina; al tempo stesso, non esitò a tagliare i ponti con gli ultraconservatori di Blas Piñar. La riunione del club Siglo XXI decise il percorso democratico: monarchia, federalismo, Europa. La strada della storia era tracciata.

***

Ieri sera, al Cafè Gijón, Tomás discuteva con Paco Sombral e mezza redazione de La Nación. Io sono entrato, li ho visti e mi sono guardato bene dall’intervenire: ho ordinato uno jerez e sono rimasto alla barra, ma allungavo le orecchie.

Senza dirlo a chiare lettere, Sombral accusava Tomás di essersi venduto alla nuova destra rampante. Tomás asseriva di aver fatto solo giornalismo, niente di più e niente di meno. Aveva il tono provocatorio e la faccia da schiaffi. Un giovane redattore gli ha detto sul muso che non la penna dei giornalisti ma il pugnale dei sicofanti è sempre a disposizione del potere. Tomás l’ha guardato con sufficienza.

“Non ti hanno mai chiamato nell’ufficio del direttore? Non ti hanno mai detto: butta giù due colonne così e così?”

Il ragazzo ha alzato gli occhi verso Sombral e ha incrociato uno sguardo che diceva: sta’ zitto, cretino!

Tomás si è alzato.

“Non credere di cavartela così a buon mercato” ha insistito Sombral con la faccia scura.

“Ma sì” Tomás gli ha sorriso. “Nel tuo prossimo fondo mi farai a fettine. Io risponderò e tu replicherai. Divertiremo il pubblico e ci accrediteremo come opinionisti. Quando ti intervisteranno in televisione, ricordati di ringraziarmi.”

Sombral non ha risposto. Tomás si è voltato verso di me.

“E tu che ci fai in questo covo di pennaioli? Vieni, ti invito a cena.”

Per la strada non ha fatto che sghignazzare; al ristorante ha chiamato i redattori de La Nación con un termine di gergo che non mi permetto di riferire. Insomma, è stato così supponente che, credendo di dargli una lezione, gli ho parlato delle idee antidiluviane che circolavano fra i delegati nella famosa riunione del club Siglo XXI. Io ero là, la Storia mi era passata sotto il naso e non l’avevo riconosciuta. Non avevo visto neanche lui. Da quale osservatorio privilegiato aveva seguito il dibattito?

“Non mi hai visto perché non c’ero” ha confessato. Mi ha guardato in faccia e si è messo a ridere.

“Victor” ha continuato scrollando la testa, “un contabile in gamba riesce a scappare con la cassa e a fare in modo che in apparenza i conti tornino. Quella che ti è passata sotto il naso era soltanto la verità. La Storia è quella che ho raccontato io.”

Annunci

Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...