Nuovi racconti della Bettola

Chi conosce le altre storie che la Bettola Vecchia ha ispirato a Paolo Lezziero (Storie della Bettola Vecchia; La lucciola, l’Adriana e altri racconti; tutti editi da La Vita Felice) leggendo questi nuovi racconti forse trasalirà: certo, la Bettola c’è; ma dove sono andate a finire le storie?

Ci sono ancora, ma in un modo diverso: invece di essere narrate sono sottintese, raccontate per sottrazione, presentando un esemplare umano e saltando subito all’epilogo, per mostrare, senza dirlo esplicitamente, che la vita dei protagonisti (spesso innominati, e proprio per questo esemplari) non è stata altro che un rincorrere qualcosa di inafferrabile: persino nell’Italia del miracolo economico incipiente, quando tutti si arrabattavano con le stesse motivazioni, non era poi tanto chiaro dove si volesse arrivare.

Si fuggiva dalle campagne perché non si poteva più tollerare di restare chiusi negli orizzonti ristretti del podere e dell’osteria del villaggio. Ma nelle frazioni dell’hinterland milanese, dove l’Italia marciava a ritrovare il suo posto nel mondo, si perpetuava il modo di vivere contadino: si lavorava otto, dieci ore al giorno, sei giorni la settimana, e il lato dolce della vita stava tutto in un biccerott (come l’avrebbe chiamato Gadda), un bianchin bevuto con gli amici, o un panino appena sfornato e imbottito con la pancetta candida, venata di rosso. L’evento culminante di una vita, la controprova del successo, stava nell’acquisto di due mobili nuovi, buffet e controbuffet, portati a casa firmando un pacco di cambiali.

Uno legge queste pagine di Lezziero e sulle prime si domanda: ma come, è diventato un laudator temporis acti?

Sì e no. Come per il Villon delle Belles dames du temps jadis, o per l’Hemingway di Morte nel pomeriggio, il ricordo di un passato che non può tornare va oltre la nostalgia. Lezziero non perde tempo a costruire parabole: ci prende per un braccio e ci trascina per cortili e sentieri. Indica Tizio e Caio, squaderna la vita di gente che ha trascorso gli anni coltivando piccole manie, cercando un senso dove non ce n’era, perdendo un grande amore per non aver saputo cogliere il momento giusto. Gente come noi, che portava una tuta da lavoro o una camicia di popeline Capri (ve la ricordate?), che inforcava una bicicletta o guidava un’Alfa Romeo. Tutti, ma proprio tutti, dal più sveglio al più imbranato, potrebbero dire con Rimbaud: par delicatesse j’ai perdu ma vie…

Nostalgia? Sì, certo. L’inevitabile nostalgia di chi tira un bilancio e scopre che, invece del Dare e Avere, si trova a conteggiare le occasioni perdute, i sogni non realizzati, il tempo speso ad affannarsi per cose inutili. E sente nascere il sospetto che la vita, la vita vera, fosse nelle cose di cui non ha mai fatto conto; cose che, non avendole apprezzate, nemmeno ricorda.

 

Paolo Lezziero – Nuovi racconti della Bettola – La Vita Felice Edizioni

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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