In fretta, lentamente, tutto cambia

Post malinconico, ve lo dico subito perché se siete di buonumore non voglio rovinarvi la giornata. Se insistete a leggere, i miei coetanei penseranno “sai che novità”, mentre chi ha venti o trent’anni alzerà le spalle. Ma non c’è niente da fare: ognuno sperimenta certe cose una volta nella vita e, quando gli capita, ha l’impressione di averle scoperte lui. E le dice.

Ci sono epoche in cui i nostri sogni, i nostri obbiettivi, le cose in cui crediamo di trovare il bello della vita, cambiano. Succede per esempio nell’adolescenza, quando l’irrompere della sessualità fa perdere il senso di mistero che tanto ci piaceva nei giochi dell’infanzia. Ma il cambiamento dell’adolescenza lo viviamo come un progresso, uno sviluppo, un miglioramento. Passate le prime incertezze, ci tuffiamo nella novità, ben contenti di farlo.

I cambiamenti successivi sono più sottili. Ognuno vive a suo modo la scuola, le prime esperienze lavorative, l’abbozzo di una carriera. Ma tutti siamo chiamati a farci concavi e convessi per affrontare le svolte della vita, e prima o poi ci ritroviamo così deformati che, guardandoci indietro, non sappiamo più dire qual era, quale avrebbe dovuto essere, la nostra vera forma.

Viene il momento in cui uno ricorda che avrebbe voluto diventare filosofo o ammiraglio o amministratore delegato, e si accorge di essere diventato tutt’altro: pasticcione e incoerente, dilettante in barca a vela, dirigente dalla carriera lasciata a metà. E mi domando qual è stato il punto in cui ho incontrato l’ostacolo che non ho saputo superare? E questa incapacità era esterna, oggettiva, o me la sono sentita nascere dentro, al punto che, in fin dei conti, posso dire di essere stato io a rinunciare, ad accontentarmi?  

Lentamente, ma a velocità supersonica, si va in pensione. Poi un giorno uno fa due conti e capisce che gli restano da vivere soltanto una decina di anni, forse quindici (e non è neanche detto che saranno anni di buona salute).

Anche con un orizzonte così limitato non è impossibile trovare nuovi interessi, ma il crollo dei vecchi miti mi lascia sconcertato. Chi se ne frega più di comperare una Ferrari? Chi rincorrerebbe una ventenne senza sentirsi ridicolo? (Sì, lo so: Berlusconi. Ma io mi vergognerei). Certi cibi che mi piacevano tanto non li digerisco più. Il vino lo degusto a piccoli sorsi, la grappa quasi me la sono scordata. Eccetera eccetera.

Ripeto: si troveranno nuovi interessi, qualcosa si farà. Ma abbandonare i sogni, i miti che ho inseguito per tutta una vita, non è facile. È come sentire un vuoto in mezzo al petto. Capitano giorni in cui dimentico le circostanze e penso di organizzarmi un safari in Africa o di partecipare alla Mille Miglia. Insomma: mi faccio un film come se avessi ancora l’età per certe cose e devo interromperlo prima che arrivi al culmine, perché ci sento dentro qualcosa di stonato, sbatto le palpebre, e mi rendo conto che è un film, non la realtà.

Tutti sanno che la vecchiaia è piena di rimorsi e rimpianti, ma nessuno sa quando comincia e quanto durerà. Tutti si illudono che sia qualcosa come il clic di un interruttore, che arriva dalla sera alla mattina ed è come voltar pagina in un libro di racconti: finito uno, ne cominci un altro. Invece la vecchiaia è un processo, lento finché guardi avanti, velocissimo quando ti volti indietro. Si invecchia e non ci si vuole credere. E si cercano mille ragionamenti, storici, sociali, di costume, per dirsi che una volta non era così, che in futuro sarà cosà. Il sottinteso è: non è giusto! Ma cosa c’è di giusto nella vita? Si invecchia. Punto e basta.

 

È possibile che un ventenne legga questo post e arrivi fin qui? Non credo! Ma se pure ci fosse, rivelargli queste cose non gli rovinerà la vita: tanto, non ci crederà. Ci crederà senza “sentirle”. Quando poi arriverà a constatare che purtroppo è davvero così, concluderà: sì, me l’avevano detto; vuol dire che non c’è proprio niente da fare.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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3 risposte a In fretta, lentamente, tutto cambia

  1. Corrado Olivotto ha detto:

    Ciao.
    Ho 53 anni e mi piace leggere le tue riflessioni.
    Posso proporre una mia poesia del 2010 (alla quale spero vorrai offrire qualche commento)?

    Fuori dal Coro

    Cantano le voci, addestrate, armoniose,
    ad una sola voce dicon tante cose;
    cantan tutte insieme ed è triste corale
    che racconta, degli umani, il poco bene e il tanto male.
    Cantano le voci, ben composte, ordinate,
    illuse, abbindolate, sottomesse e rassegnate;
    cantano da servi, per questo io mi onoro,
    con fierezza e dignità, di cantar fuori dal coro.

    Cantano le voci, ed è “sottomissione”:
    “sia lode agli obbedienti e guai alla ribellione!”.
    “Premiato sia ognor il cittadino esemplare
    e perisca nell’averno chi non vuol s’allineare!”.
    Messi in fila ed intruppati l’inno cantan e la bandiera,
    con impegno e competenza, fan volar da mane a sera.
    Non son pecora ma orso, a fronte alta io mi onoro,
    solitario, orgoglioso, di cantar fuori dal coro.

    Cantano le voci, e dicon “sfruttamento”:
    altrui goda del lavoro della plebe del momento;
    servi, schiavi, proletari, ogni sorta di sfruttati
    in ogni epoca, come muli, al lavoro destinati.
    Arricchito abbiam sovrani, faraoni e feudatari,
    valvassori e valvassini, cardinali e proprietari.
    Dico forte: “non ci sto!” e di nuovo io mi onoro,
    contro questa società, di cantar fuori dal coro.

    Cantano le voci, e dicon “privilegio”
    di chi alla faccia delle genti vive l’ozio e vive l’agio.
    La canzon dei governanti, professori ed avvocati,
    signori della guerra, amministratori delegati,
    di eminenze e santità, capitan di sindacati
    e di tutti quei che hanno i lor posti riservati.
    Contro tutti i mantenuti, forte, alla faccia loro,
    io continuo, impenitente, a cantar fuori dal coro.

    Cantano le voci, e dicon “soldi” e dicon “sesso”,
    dicon che denaro e pube muovon l’uomo a più non posso.
    Dirigenti arrapati, segretarie compiacenti,
    corruttori interessati versatori di tangenti,
    uno stuolo di toponi che van dietro al pifferaio
    col miraggio della gnocca e di un pien salvadanaio.
    Ho quattro soldi, e gli affetti sto vivendo con decoro;
    posso farlo e mi ostino a cantar fuori dal coro.

    Cantano le voci, cantano benone,
    cantano e stavolta dicon “contrapposizione”.
    Maschio contro donna, nord contro meridione,
    uomo contro ambiente, fede contro religione,
    rossi contro neri, operai contro padroni,
    guerre tra paesi, conflitto tra generazioni.
    Io sono senza Patria, in nessun modo mi coloro,
    per questo, solitario, canto sempre fuori dal coro.

    Cantano le voci la morte dei valori.
    L’etica, dalla porta, è rimasta chiusa fuori.
    Tutti pronti ad imbrogliare, raggirar, turlupinare,
    a pensare ai fatti propri, a truffare, a derubare.
    La natura umana è quella, dall’origine del mondo,
    di cambiar non v’è speranza, siam carogne nel profondo.
    Non son migliore ma son cosciente e ad occhi aperti ancor mi onoro
    di cantare, nauseato, come sempre fuori dal coro.

    Cantano le voci, e canteran per sempre,
    la canzone degli umani, di questa razza decadente.
    Al suon del suo motivo distruggeremo il mondo,
    scompariremo tutti con le stelle sullo sfondo.
    Saran di nuovo amebe e dopo l’estinzione
    di nuovo questa terra vedrà l’evoluzione.
    Saranno infine forse umani e speriam che anche tra loro
    ci sia un matto come me a cantar fuori dal coro.

    Corrado Olivotto

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Mah. Certo, cantiamo fuori dal coro, ma non so quanti ascoltano. E soprattutto ho l’impressione che chi ascolta faccia come i deputati quando Napolitano li strigliò: lo applaudirono e continuarono a farsi gli affari loro come se niente fosse. Detto questo, a una certa età è normale essere disillusi: per tutta la vita si è cercato di mettere insieme qualcosa di buono e ci si accorge di aver pestato la testa contro il muro. Che ci vuoi fare? Pazienza. Dopotutto, non è scritto da nessuna parte che noi si venga al mondo per aver ragione. (Ma perché siamo al mondo, proprio non lo so).

  3. Corrado Olivotto ha detto:

    Però teniamo la testa alta e continuiamo a dichiararci diversi.
    Ciao.

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