Premi e castighi

Il magistrato che incriminò Enzo Tortora entra in politica, esce allo scoperto dopo trent’anni di carriera, ed esterna il dolore che (dice lui) l’ha macerato mentre seguitava a esercitare il mestiere di accusatore accumulando scatti di grado e di stipendio.

Sul Corriere della Sera di oggi Aldo Grasso si domanda: visto che il poverino ha sofferto tanto, non poteva continuare a soffrire in silenzio?

Sì e no.

Sì, perché se l’ha fatto per trent’anni poteva farlo per trentuno (o, meglio ancora, vita natural durante).

No, perché la nostra costituzione (la più bella del mondo, sappiatelo) impone la riabilitazione del reo.

Il magistrato in questione non era forse reo di indebito sputtanamento di un cittadino innocente? Dunque, era costituzionalmente giusto condannarlo a fare per altri trent’anni un mestiere nel quale aveva clamorosamente toppato. Cosa importa se centinaia, migliaia di cittadini gli sono passati per le mani, innocenti a rischio di detenzione e discredito, o colpevoli beneficiati dai suoi rimorsi (con conseguente rischio per altri innocenti)? La costituzione pensa al reo, mica può preoccuparsi di tutti i poveri fessi che gli capiteranno tra le grinfie.

Dunque, laudato sia il CSM che, a suo tempo, non ha radiato quel magistrato e anzi, sopportando stoicamente il danno di immagine per la magistratura, l’ha condannato a trent’anni di rimorsi, durante i quali, esercitandosi in corpore vili, avrà imparato (?) a evitare i marchiani errori in cui era incorso nel caso Tortora.

Naturalmente, tutto ciò non ha alcun impatto sul fisiologico procedere della carriera, gli scatti di anzianità, le promozioni, la pensione, ecc. ecc.

 

Ahimé, davanti a tutto ciò un dubbio mi assale. Non sarà che la nostra costituzione (la più bella del mondo, per chi se lo fosse dimenticato) ha un totale disinteresse per la sorte di chi viene ingiustamente bistrattato da un organo dello stato? E non sarà che, per una strana forma di strabismo istituzionale, alcuni funzionari finiscono per fruire di una impunità de facto?

Certo i padri costituenti (me li immagino avvolti in bianche tuniche, intenti ad accarezzarsi lunghi e candidi barboni) non hanno preso in considerazione la sorte di chi, ingiustamente accusato, viene assolto al termine di un’odissea di due anni di istruttoria con carcerazione preventiva, processo di primo grado, appello e ricorso in cassazione (da parte della pubblica accusa).

Per i padri suddetti il discredito e il conseguente sconvolgimento emotivo, affettivo, mentale, patrimoniale, a cui viene sottoposta la vita del povero cristo travolto in una simile vicenda, non hanno alcun peso.

Eppure, immaginate di subire anni di accuse con conseguente linciaggio mediatico: che ne sarà della vostra reputazione? Ci sarà mai un commerciante che si arrischierà a vendervi qualcosa a credito? Troverete una banca disposta a farvi un mutuo? Chi vi darà un lavoro? Cosa penseranno di voi clienti e fornitori, i dipendenti, i colleghi, gli amici, i parenti, perfino vostra moglie e i vostri figli?

Tutto questo per i padri costituenti non aveva importanza: secondo loro la sentenza di assoluzione basta a lavare tutto, anche gli anni di vita buttati via. Quanto al maldestro accusatore, che si vuole da lui? Ha fatto il suo mestiere!

 

Eh no. È evidente che qui c’è qualcosa che non va. D’accordo che il cittadino ingiustamente colpito da un rappresentante dello stato debba rivalersi contro lo stato e non contro la persona che ha sbagliato. D’accordo. Ma perché lo stato, quando riconosce che il cittadino ha subito un danno ingiusto, non prende provvedimenti contro chi ha abusato (o ha usato male) dell’autorità che gli è stata delegata? Lo stato non ha motivo di prendere vendette, ma ha il dovere di mettere al riparo i cittadini da inquisitori che hanno preso lucciole per lanterne.

Il prestigio della magistratura non si tutela proteggendo chi ha sbagliato, ma proteggendo i cittadini che rischiano di essere oggetto di altri sbagli. Il fondamento della legge è che chi sbaglia paga. Questo principio dovrebbe valere per tutti.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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