Che fare della RAI?

    Nessuno può ragionevolmente prevedere quale sarà il futuro della televisione nei prossimi dieci anni. È possibile che lo sviluppo della telefonia metta in crisi lo schermo piazzato in salotto, ma non potrà certo eliminare i contenuti. In tutto il mondo le società di telecomunicazione, di informatica e di tv stanno studiando integrazioni proprio su queste basi.

    Anche il trasporto aereo si è venuto a trovare in una situazione che ha richiesto profonde ristrutturazioni. Vogliamo aspettare che la RAI metta in scena una commedia horror come l’Alitalia? Le avvisaglie ci sono tutte: basta vedere le acque tempestose in cui si dibatte la stampa cartacea. Basta osservare di quanto si è ridotta la quota di mercato di RAI e Mediaset negli ultimi anni.

    Dice: la Rai è un mostro intoccabile, intrisa com’è di politica. È vero, ma la crisi economica morde e i cittadini fanno sempre più fatica a capire perché pagare il canone quando le tv private danno bene o male lo stesso servizio senza chiedere un quattrino. Alla favola del “servizio pubblico” non ha mai creduto nessuno, e infatti il canone è la tassa più evasa in assoluto.

    Finora la politica ha fatto della RAI ciò che ha voluto. Ha assunto il doppio, forse il triplo, dei dipendenti necessari. Ha ripianato le perdite con denaro pubblico. L’unica cosa che importava alla politica era una informazione addomesticata, spartita con il manuale Cencelli. In nome della lottizzazione la politica ha imposto il canone e un tetto pubblicitario, così ha falsato la concorrenza e Mediaset ha potuto accumulare miliardi. Ma dei miliardi la politica non si preoccupava. Piuttosto, per non avvantaggiare politicamente Berlusconi, l’ha confinato ai margini del mercato dei quotidiani, dove ha lasciato campo libero al suo arcinemico De Benedetti.

    Tutto bene? Tutto fissato per l’eternità con Berlusconi padrone di metà dell’etere e De Benedetti di metà della carta stampata? Eh no: il tempo passa.

    Berlusconi può sopravvivere anche alle condanne penali, ma ha 78 anni (è nato nel ’36) e ha un bel darsi le arie da giovinotto: ormai è incamminato sulla strada della Baggina. A una successione “dinastica” in Forza Italia i primi a non credere sono proprio i suoi figli. Che ne sarà di Mediaset quando la parabola di Silvio sarà collassata?

    De Benedetti ha due anni di più (è nato nel ’34): pure lui si è preso le sue libertà, in molti sensi, ma volente o nolente è al capolinea. La carta stampata è in crisi. Che ne sarà di Repubblica e dell’Espresso quando Scalfari (nato nel ’24) lascerà questa valle di lacrime?

    C’è poco da illudersi: siamo alla vigilia di un megarimescolamento mediatico-politico. Ma nessuno pensa lontanamente a guidarlo e dirigerlo, e noi possiamo soltanto stare a guardare. Chi vivrà vedrà.

 

    Ogni tanto è lecito dedicarsi alla fantascienza e immaginare un mondo, se non proprio razionale, almeno tollerabile. A me, per esempio, piacerebbe avanzare una proposta utopistica:

1) si aboliscano contemporaneamente il canone e il tetto pubblicitario.

2) si privatizzi la RAI.

3) si sopprimano i sussidi all’editoria.

    Dopo tutto, è una proposta meno utopistica di quanto sembri. Silvio non ha più la forza politica ed elettorale per opporsi. Matteo ha tutto l’interesse a svincolarsi da Repubblica e tenere a battesimo un nuovo modulo mediatico.

    Quali sarebbero le conseguenze? Qualcuno fallirà, altri ristruttureranno. Migliaia di fannulloni dovranno darsi da fare per diventare produttivi (magari in agricoltura). Lo stato incasserà qualche milione (non molti), ne risparmierà altri (parecchi), e potrà legiferare sul conflitto di interessi. I politici avranno un argomento in meno per litigare. I contribuenti saranno liberati da un odioso balzello. Gli (pseudo) intellettuali piangeranno calde lacrime per lo “smantellamento delle industrie culturali”.

    Troppo bello, eh?

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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