Nel deserto

L’amico Marino Magliani sta traducendo dallo spagnolo un racconto lungo, intitolato “L’amico del deserto”, scritto da Pablo d’Ors, sacerdote, professore e scrittore, e mi ha offerto l’opportunità di leggerlo in originale. Lo considero un regalo prezioso anche perché la narrativa spagnola merita un’attenzione che non si riduca ai romanzoni storico-mistico-esoterici. Ma soprattutto, verso la fine del racconto, ho incontrato due frasi che, più tardi, mi hanno fatto riflettere. Non so come le tradurrà Magliani; secondo me la prima dice press’a poco così:

Finalmente capii che siamo nati per vivere, e nient’altro.

E la seconda:

   Uno magari pensa che qui [nel deserto] il tempo debba essere particolarmente denso. È tutto il contrario: non perché si abbia l’impressione che le ore passino più in fretta o più piano, ma perché qui il concetto di tempo sparisce.    

Queste frasi mi sono tornate in mente quando, in mezzo a una conversazione, un amico che ha più o meno la mia età se ne è uscito con questa osservazione: “Perché dovremmo dare per forza un senso alla vita? È già tanto esistere”. E mi sono reso conto che, nella prima frase, nati per vivere significava in realtà nati per esistere.

Dunque, ho pensato, sono (almeno) in due a rifiutare ciò che sembra ovvio, e cioè che la vita debba avere uno scopo.

Mi è sembrato che valesse la pena di meditarci su.

 

La caratteristica distintiva dell’essere umano, dice Heidegger, è la progettualità, cioè l’intima necessità di proiettarsi nell’avvenire, di vedere se stesso in una condizione futura. E la progettualità è intimamente connessa alla nozione del tempo: fuori dal tempo non può esistere progetto, ma solo contemplazione.

Dunque, prosegue Heidegger, l’uomo si proietta in avanti nel tempo finché incontra un limite insormontabile: la morte. E quando arriva a immaginarsi, per così dire, seduto a cavalcioni sul limite estremo di ogni possibile esperienza, che fa? Guarda indietro e riprogetta il suo passato.

Che significa “riprogettare il passato”? L’uomo che si immagina al termine dell’esistenza reinterpreta gli avvenimenti con una logica diversa da quella con cui aveva tentato di dominare la realtà. Cerca un senso, una logica diversa.

(Naturalmente, si può obbiettare che questo discorso presuppone un universo razionale, mentre è opinione diffusa che l’universo evolva in modo casuale. Ma si può obbiettare all’obbiezione, facendo notare che anche il caso segue leggi matematico-statistiche. Eccetera eccetera.)

Comunque la si pensi, l’uomo non può fare a meno di cercare nella natura e nella storia una qualche forma di razionalità: ne sente il bisogno. Potremmo accontentarci di dire che lo fa semplicemente perché “è fatto così”. Ma siamo sicuri di sapere “come è fatto” l’uomo?

Forse si può capirne di più seguendo le orme di Hegel, che scoprì una logica dinamica e ricostruì il divenire dell’universo da un nuovo punto di vista. Partì dal concetto più generale e inclusivo: Sein (Essere), e gli oppose un altro concetto: Dasein, che non è altro che da-sein e cioè letteralmente essere là. Quindi: esserci, stare nel tempo e nello spazio, esistere. Essere (Sein) ed esistere (Dasein), dice Hegel, sono due concetti che si oppongono e che devono trovare una sintesi.

Ma in che senso sarebbero opposti?

Come fece notare Heidegger a distanza di un secolo e più, si può esistere solo nel tempo. Il tempo nasce quando qualcosa comincia a esserci, a esistere. Prima del big bang le quattro dimensioni non avrebbero avuto senso: non esisteva niente!

Eppure, anche quando niente esiste, l’essere è (ed è fuori dal tempo). Ma in che modo? Non possiamo saperlo: noi siamo Dasein e viviamo nel Dasein.

Esistiamo e sappiamo di esistere, ma non conosciamo l’essere. Supponiamo che sia razionale (o meglio: gli imprestiamo la nostra razionalità), e ne cerchiamo le tracce nella natura o nella storia. Ma non lo troviamo, e allora riesaminiamo la realtà da altri punti di vista. Riprogettiamo. Con gli stessi risultati.

 

E l’essere ci conosce? Forse sì, ma non abbiamo modo di sapere neanche questo. L’unica cosa certa è che non si può esistere senza partecipare dell’essere. E questa partecipazione comporta dei doveri da parte nostra? L’essere chiede qualcosa agli individui?

Sì: ci chiede di esistere.

La speculazione teoretica si ferma qui, al livello in cui l’essere ci chiede soltanto di esistere. Gli scopi della vita attengono a un’altra sfera, alla morale o all’etica, e nell’immensità del deserto rimpiccioliscono, si allontanano, si perdono oltre l’orizzonte.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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