Orsi, pecore, e animali vari

Nel giugno del 2005 pubblicai questo post su un blog che non esiste più. I recenti fatti l’hanno reso profetico. Lo ripubblico anche se servirà soltanto a farmi scagliare maledizioni, ma è quello che penso da sempre.

 

Qualche anno fa, dopo un secolo di assenza, è stato reintrodotto l’orso nei boschi del Trentino. Qualche giorno fa (servizio in tutti i Tg), un orso è entrato nello stabbio dove dormiva un gregge di pecore e ne ha massacrate una dozzina. I cani se ne sono stati alla larga. Il pastore, svegliato dalle urla delle pecore sbranate, non disponendo di fucile e munizioni da caccia grossa, ha provato a fare un po’ di baccano cercando di spaventare l’orso (il quale non si è messo a ridere solo perché gli orsi hanno uno scarsissimo senso del ridicolo).

Nessuno dei giornalisti che hanno dato la notizia si è domandato cosa sarebbe successo al pastore se, potendo, avesse sparato all’orso e l’avesse ucciso. Probabilmente sarebbe stato incriminato. Allo stesso modo, nessuno ha spiegato cosa dovrebbe fare un turista se si vedesse assalito da un orso (il quale, per inciso, è un bestione che sa correre, nuotare, arrampicarsi sugli alberi e col cazzo che non assale l’uomo!). Nessuno ha pensato di chiedere al solito “esperto” quali danni avesse subito l’ecosistema del Trentino nei cent’anni in cui era stato privato (o liberato?) della presenza dell’orso, e cosa avrebbe dovuto guadagnare dalla sua reintroduzione. Nessuno si è domandato se le pecore siano meno degne di tutela degli orsi (per non parlare degli esseri umani) ed eventualmente perché. Tra l’altro, in Abruzzo sta succedendo la stessa cosa con i lupi, anche loro reintrodotti. Pare che la regione rimborsi i pastori, e il risultato è che gli abruzzesi pagano le tasse per il piacere di far sbranare le pecore dai lupi.

Questo modo di impostare le tematiche relative all’ambiente data da decenni. Purtroppo non ho conservato il ritaglio e temo che dovrete fidarvi della mia parola (ma giuro che su questo punto i miei ricordi sono vividi come non mai). Parecchi anni fa comparve sul Corriere della Sera un servizio in gloria del governo indiano che aveva costituito una “riserva” nella quale vivevano e si riproducevano le tigri del Bengala, salvate così dall’estinzione. Dopo alcune colonne di trionfalismo, il giornalista ammetteva di sfuggita che, sì, in effetti, ogni tanto qualche tigre usciva dalla riserva e sbranava qualche contadino. Ma si trattava di incidenti, e comunque “non più di quattro o cinque all’anno”.

Pur di evitare l’estinzione di una bestia feroce, il deficiente (non vedo che altro titolo si meriti) era disposto a condannare a morte (e a una morte orribile) quattro o cinque innocenti all’anno. Il deficiente (e ribadisco: deficiente) era tornato alla preistoria, quando si sacrificavano esseri umani al Minotauro.

Le ideologie diventano mode e fanno perdere contatto con il buon senso: non lasciare estinguere la tigre è di moda, ci affascina e ci gratifica; invece l’immagine dei contadini indiani sbranati è fastidiosa e la rimuoviamo. Noi siamo buoni e ci preoccupiamo della salvezza della tigre, se poi crepano degli esseri umani mica è colpa nostra (basta che siano sconosciuti, analfabeti, il più possibile lontani da noi).

E allora torniamo a casa nostra. Le Alpi Marittime e l’Appennino Ligure sono stati ripopolati di cinghiali e daini: non risulta che i boschi ne abbiano tratto giovamento, ma gli orti e le vigne dell’entroterra sono saccheggiati e, in risposta, il bracconaggio impazza. Tutti lo sanno, nessuno ne parla.

Qualche anno fa in Valtellina ci fu una moria di cervi. Un contadino forse se l’è cavata con la condizionale, ma sicuramente avrà dovuto pagare fior di multe. I carabinieri hanno scoperto che i cervi superprotetti si erano moltiplicati, scendevano a valle e depredavano le coltivazioni. I contadini proteggevano i campi con il veleno. Se non l’avessero fatto ci avrebbero rimesso il raccolto e invece dei cervi sarebbero morti di fame loro.

Be’, come vogliamo chiamare un comportamento in base al quale imponiamo ad altri di rischiare la pelle o il pane quotidiano in vista di qualcosa che a noi sembra carino? Forse colonialismo. Può sembrare strano parlare di colonialismo in Trentino, in Abruzzo, in Liguria o in Valtellina, ma perché non chiamare le cose con il loro nome?

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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