Il senso del mito

L’occidente ha costruito la sua nozione di civiltà sull’arte, la scienza e la filosofia. Ma mentre scienza e filosofia si propongono obbiettivi precisi, l’arte non è mai riuscita a liberarsi dal sospetto di essere fine a se stessa.

Fino al Settecento la scienza aveva ottenuto risultati disuguali nelle sue varie discipline: matematica e geometria erano già molto sviluppate e in costante progresso, invece la chimica e la medicina erano ancora legate alla magia.

La filosofia tentava di concepire sistemi per esprimere in modo razionale l’universo caotico che ci circonda. Lo faceva provando alternativamente a spiegare il mondo per capire l’uomo o a spiegare l’uomo per capire il mondo.

Ai primi dell’Ottocento la scienza operò il sorpasso: rinunciò alla pretesa di scoprire che cosa siano la gravità, la luce, l’elettricità, ecc. Si concentrò sul come funzionano e quali effetti producono. Nacque la tecnologia, e con lei la macchina a vapore, il motore a combustione interna, il motore elettrico, la radio, e tutte le altre invenzioni che hanno rivoluzionato la vita degli uomini.

Il ritmo con cui la tecnologia progrediva diffuse la certezza che sempre nuove macchine avrebbero permesso di portare ancora più in là il dominio dell’uomo sulla natura. Il caos stava per essere sconfitto (cosa che la filosofia non era mai riuscita a fare).

Questo fu il cavallo di battaglia del positivismo, il modo di pensare che diffuse l’idea delle “magnifiche sorti e progressive”.

Solo ultimamente scienza e filosofia sono tornate ad accostarsi: i fisici teorici, per formulare le loro ipotesi, devono disporre di un contesto, cioè di un sistema. E anche se i sistemi scientifici sono sempre “falsificabili”, di un sistema non si può fare a meno.        La filosofia, scacciata dalla porta, rientra dalla finestra.

La ragione umana da un lato ha prodotto e continua a produrre scoperte entusiasmanti, dall’altro ha esplorato i suoi stessi limiti. L’umanità ringrazia per l’automobile, l’aereo, la tv, il computer e i progressi della medicina, ma non può evitare di chiedersi: cosa stiamo al mondo a fare? A questa domanda la ragione non riesce a dare risposte soddisfacenti.

Fortunatamente il genere umano dispone di altre risorse. Il senso della vita può essere indagato anche con l’arte: la musica, la poesia, le arti figurative, e soprattutto la narrazione.

I metodi impiegati dall’arte non sono rigorosi come quelli della scienza o della filosofia, ma sono altrettanto persuasivi. La metafora e il simbolo fanno le funzioni del sillogismo e dell’esperimento. Il meccanismo della metafora vale anche su scala più vasta, nell’allegoria, nella parabola, nella fabula.

In lingua greca mythos significa semplicemente racconto. Ma nel corso dei secoli il termine ha preso una connotazione più specifica: il mito è una storia fantastica che, quasi inconsciamente, scava i più profondi moti dell’animo umano e li porta alla luce.

I fatti narrati dai miti non sono necessariamente falsi, ma il senso della storia narrata è qualcosa che, se fosse espresso in termini (pseudo)scientifici, perderebbe buona parte della sua intensità.

Nel mito la metafora non si limita a significare altro da ciò che dice, ma eleva una vicenda o un personaggio a simbolo di una caratteristica umana.

Insomma: il mito è la continuazione della filosofia con altri mezzi. È l’ammissione delle nostre debolezze, dei peccati che sappiamo o crediamo di aver commesso e di quelli che sappiamo di poter commettere, un giorno o l’altro. È una confessione pubblica e collettiva di peccati veri o immaginari.

Non per niente la psicanalisi ha usato i miti per dare nome ai “complessi”: la prima funzione del mito è la catarsi.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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