Il primo mito

Quale fu il primo mito? Quello di Adamo? Quello di Prometeo? Non è detto che la fantasia umana abbia partorito i miti seguendo l’ordine cronologico. Forse non è neanche plausibile. I racconti delle origini si formarono quando gli uomini cominciarono a domandarsi chi siamo e da dove veniamo. Ma la narrazione, il piacere di raccontare, dovrebbe essere qualcosa che nasce prima delle domande filosofiche.

È ragionevole immaginare che la narrazione prenda spunto da fatti contingenti e solo in seguito venga organizzata letterariamente da poeti e cantastorie. Il mito nasce per l’esigenza di dare una spiegazione a ciò che appare incomprensibile: il caos che sembra dominare il mondo, la complessità dell’essere umano, i sentimenti, i comportamenti che la ragione non riesce a spiegare.

Il primo fatto contingente che tocca l’animo umano è il cataclisma, la catastrofe. E il più primordiale dei sentimenti è il senso di colpa. Quando siamo colpiti da una disgrazia, quando la cieca casualità dell’universo si abbatte sulla nostra testa, non esiste un motivo al mondo per cui dovremmo sentirci colpevoli. Eppure è inevitabile domandarsi: questa catastrofe ce la siamo cercata? In qualche modo siamo stati noi a provocarla?

L’origine dei miti risale al momento in cui la coscienza umana si accorse di provare questo senso di colpa, per così dire, generico, senza causa apparente? È più che verosimile. Nessuno riusciva a spiegarsi il perché di questa immotivata frustrazione, ma ognuno si rendeva conto di condividerla con altri, con molti altri, con tutti. Perché un simile stato d’animo facesse scaturire il mito mancava solo un evento imprevisto e contundente che coinvolgesse tutti e costringesse tutti insieme a domandarsi: che cosa abbiamo fatto?

L’evento scatenante fu la fine dell’ultima era glaciale e il conseguente innalzamento del livello dei mari. Enormi estensioni di terra fertile sparirono sott’acqua e quella spaventosa catastrofe parve una punizione divina.

Nella mente degli uomini scattò un meccanismo tipico della psicologia infantile: il bambino che ancora non distingue il lecito dall’illecito si vede improvvisamente (e, dal suo punto di vista, immotivatamente) punito dai genitori. Capisce di essere oggetto di una punizione (che interpreta come “qualcosa di brutto che arriva quando si è fatto qualcosa di altrettanto brutto”), ma non riesce a comprenderne il motivo: non gli pare di aver fatto niente di male. Può soltanto pensare “si vede che sono stato cattivo”, ma continua a non sapere perché. Anche quando glielo spiegano non resta convinto. E si abitua a pensare che il bene e il male si riconoscono dal fatto di essere puniti oppure no. Ma in seguito il bambino vede altri (magari proprio gli stessi genitori che lo hanno punito) comportarsi come aveva fatto lui, e farla franca. Si domanda: perché io sono stato punito e loro no? Perché loro sono “grandi”? Allora la colpa non sta in uno specifico comportamento, ma nel fatto che sono io, sono colpevole a prescindere, capro espiatorio e vittima designata.

Molti individui, non soltanto gli ignoranti e i superstiziosi ma anche i colti e gli intelligenti, non riescono a liberarsi da questo dubbio. Gli esseri umani non possono fare a meno di cercare nel mondo una razionalità e, paradossalmente, se non la trovano se la inventano. Faticano ad accettare la casualità dell’universo. Quando subiscono un danno immotivato, come per esempio un cataclisma, lo percepiscono come una punizione e si domandano dove, quando, come, hanno commesso un peccato.

Si può bene immaginare cosa deve aver provato l’umanità quando il livello dei mari salì fino a sommergere le terre coltivate. La prostrazione conseguente all’enormità della “punizione” e l’impossibilità di capire quale peccato l’avesse provocata innescarono i miti del diluvio. È frustrante subire una punizione e non sapere perché.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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