Il diluvio

Il mito non nacque subito, nell’immediatezza della catastrofe.

Le ricerche archeologiche hanno rinvenuto le tracce di altre disastrose inondazioni avvenute in epoche successive, su scala minore, che rinnovarono negli uomini il terrore delle catastrofi. La prima sciagura aveva stupefatto i superstiti e li aveva costretti a mettere da parte la ricerca delle cause per dedicarsi alla ricostruzione. Le successive alluvioni risvegliarono la paura e fecero nascere il timore di sconvolgimenti maggiori, forse definitivi.

La paura delle catastrofi non fu mai esorcizzata: una delle dottrine insegnate dai filosofi stoici era l’ecpirosi, secondo la quale ogni trentamila anni l’universo si dissolveva nel fuoco; e ancora oggi la tradizione cristiana parla di una apocalisse prima del giudizio finale.

 

Il meccanismo psicologico per cui la punizione induce il senso di colpa (a prescindere dai comportamenti tenuti) spiega la nascita dei miti del diluvio.

Invece Adamo, Prometeo e gli altri miti delle origini non hanno un evento scatenante alle loro spalle. Nascono per rispondere alle domande “da dove veniamo?” e “come è stato creato l’universo?”. Domande di tipo filosofico-scientifico che richiedono, almeno in prima istanza, risposte razionali. I miti delle origini sorsero solo quando la ragione dovette riconoscere di non saper trovare spiegazioni adeguate a queste domande. Non è dunque azzardato pensare che il primo mito sia stato quello del diluvio, nato dallo sbigottimento di fronte a una catastrofe planetaria, e che soltanto in seguito la mitopoiesi abbia affrontato il problema delle origini.

Con il disgelo dall’ultima glaciazione la terra subì uno sconvolgimento radicale. Fu il primo cataclisma di proporzioni planetarie di cui l’homo sapiens sia stato testimone. L’inondazione delle terre fertili venne interpretata come la punizione di un’offesa fatta alla divinità. Ma quale poteva essere questa offesa? L’enormità del castigo e la sua irreversibilità richiedevano una colpa altrettanto enorme. L’offesa agli dèi, comunque fosse stata perpetrata, doveva affondare le radici nel profondo, nella natura stessa dell’uomo. Doveva trattarsi di qualcosa che continuava ad agitarsi nell’animo umano: la pretesa di elevarsi al di sopra del livello assegnato, fino a diventare simili alla divinità. I greci erano così consapevoli della propria voglia di elevarsi anche a costo di trasgredire che diedero a questo tipo di superbia un nome apposito: la chiamarono ybris.

 

Che il primo mito sia stato quello del diluvio è solo una congettura. In mancanza di documenti, prove logiche, indizi o collegamenti, l’unica cosa certa è questa: tutti i miti che riguardano i primordi dell’umanità si basano su uno schema di “delitto e castigo”, ma un castigo che non è mai definitivo.

Anche i miti del diluvio hanno una struttura simile a quella del peccato originale, ma sono vaghi, se non addirittura reticenti, sulle motivazioni del disastro.

Nel racconto biblico Dio scatena il diluvio perché gli uomini imbestialiscono, ma non è chiaro in che cosa consista la loro degenerazione. Si dice soltanto che “la malvagità degli uomini era grande” e che “la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza”. Per questo “il Signore disse: sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato. E con lui anche le bestie, i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti”.

Ma Noè “trova grazia agli occhi del Signore” perché è un “giusto” e “cammina con Dio”. Sulla fiducia del giusto Noè, Dio salva anche sua moglie, i suoi figli, le nuore e alcuni esemplari degli animali che aveva deciso di sterminare.

Il racconto non è molto logico da parecchi punti di vista.

  1. Se la malvagità umana consiste nella violenza (cioè nell’omicidio), già l’assassinio di Abele da parte di Caino avrebbe dovuto far scattare la punizione divina. Del resto, la discendenza di Caino si distingue subito per spietatezza: Lameth si vanta con le sue mogli di aver ucciso chi gli aveva fatto soltanto un livido. Ma Dio ancora non interviene. Poi, secoli dopo, manda il diluvio. La Bibbia non cita un fatto specifico che abbia determinato la Sua decisione.
  2. Se corruzione e violenza meritano lo sterminio, l’umanità avrebbe dovuto essere spazzata via altre mille volte, dai tempi di Noè ai giorni nostri.
  3. La punizione scelta fa sì che pesci, balene e meduse non subiscano alcun danno. Quali sono i peccati commessi dagli animali terricoli? E come mai non sono stati commessi anche dagli animali acquatici?
  4. Gli animali scelti da Noè potranno sopravvivere e ripopoleranno la terra. Noè è così “giusto” da saper distinguere gli animali “giusti” da quelli “ingiusti”? Oppure Dio gli ispirerà la scelta? La Bibbia non lo dice. Sembra di capire che Noè scelga a caso e i prescelti siano semplicemente i più fortunati.
  5. I figli di Noè non sono tutti candidi agnellini e lo stesso Noè non è precisamente un esempio di “giustizia”: si ubriaca, si addormenta con le pudende scoperte, il figlio Cam lo deride, e lui si arrabbia al punto di maledirlo con tutta la sua discendenza. Il “giusto” Noè (dimostrando davvero uno scarso sense of humour) pronuncia contro il figlio queste parole: “Sia maledetto Canaan, figlio di Cam! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!”.

E così via. Ma contraddizioni come queste compaiono più o meno in tutti i miti. Ciò che conta è che il significato rimane intatto: il mito esiste per dimostrare una sola cosa, tutto il resto è contorno; e anche i poeti, quando lo rielaborano, non hanno motivo di preoccuparsi della sua coerenza. Nel racconto del diluvio, alla Bibbia interessa unicamente mostrare che gli uomini hanno commesso un delitto e devono espiare, ma siccome Dio, oltre che giusto (e terribile!), è anche misericordioso, concede all’umanità una seconda chance.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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