I miti delle ribellioni

Il progresso comporta sempre la lacerazione di un sistema di rapporti, la rivolta contro l’autorità costituita, l’ammutinamento contro i Padri. E non sempre ha successo, perché ogni rivoluzione genera sentimenti controrivoluzionari che durano per secoli.
Il rivoluzionario dice di voler distruggere e riedificare, ma in realtà vuole capovolgere il mondo lasciandolo così com’è. Vuole rovesciare i rapporti, non abolirli o cambiarne la sostanza. Il comportamento dei grandi rivoluzionari dimostra che nessuno è più conservatore di chi dice di voler cambiare tutto.
Ebbene: tutto questo i miti lo sapevano già.
Esiodo racconta che Crono, figlio del cielo e della terra, aveva il vizio di divorare i suoi figli (evidente metafora della vita umana destinata a soccombere al Tempo). Ma suo figlio Zeus fu messo in salvo dalla madre Rea. Cresciuto in età e in potenza, affrontò il padre, lo spodestò e lo evirò per impedirgli di fare altri figli (e mangiarli). Però non lo uccise. Mal gliene incolse, perché Crono tentò di riconquistare l’Olimpo e Zeus ebbe un bel daffare a mantenersi in sella.

Il mito che più di ogni altro celebra la rivolta è quello di Prometeo. Lui, il prototipo del rivoluzionario, non è un uomo: è un titano, una creatura mostruosa e gigantesca (i punti di contatto fra diverse culture mitologiche sono quasi infiniti: anche la Bibbia dice che un tempo esistevano i giganti, razza umanoide ma non propriamente umana, che poteva unirsi agli esseri umani e procreare).
Per ordine di Zeus, Prometeo forgiò gli esseri umani. Li modellò impastando il fango (anche lui!) ed ebbe per loro l’amore che un padre ha per i propri figli, tanto che rubò il fuoco agli dèi per darlo agli uomini. Zeus lo punì incatenandolo su una rupe nel Caucaso (guarda caso, lo stesso luogo in cui approda l’arca di Noè) e si vendicò mandando il suo uccello, un’aquila, a mangiargli il fegato. Ma ormai il fuoco era arrivato all’umanità e Zeus non poteva più riprenderselo.
Il Dio della Bibbia, che crea Adamo direttamente e lo anima col suo soffio vitale, lo confina in una prigione dorata dove vuole che si comporti come un obbediente animale domestico. Invece l’uomo greco, che pure nasce per volontà di Zeus, riceve la vita da un titano e da lui impara l’arte di arrangiarsi.
Nel mito ebreo il peccato commesso da Adamo è una colpa personale le cui conseguenze ricadono sull’intera umanità. Il mito greco è più confuso: il primo uomo non ha un nome; il peccato originario è commesso da un titano.
La logica del mito ebreo è semplice e spietata. Quella del mito greco è casuale e indecifrabile.

Stando a quanto dice la scienza, pare che il primo a maneggiare il fuoco sia stato un homo erectus, più o meno un milione di anni fa. Non è una certezza assoluta perché archeologia e paleoetnologia, come tutte le scienze, sono in continuo divenire: ogni nuovo ritrovamento induce a riformulare teorie e interpretazioni, e la collocazione temporale di questo o quell’evento viene continuamente corretta e ridatata. Ma sembra assodato che i discendenti dell’australopiteco abbiano cominciato a usare il fuoco ben prima della comparsa dell’homo sapiens. Il fuoco apparteneva dunque ai titani (i giganti che hanno preceduto gli homo sapiens)?
Sarebbe davvero interessante trovare un qualunque indizio di come sia nato il mito di Prometeo. In particolare, sarebbe utile sapere se il mito conteneva fin dagli albori la sua struttura, che da un lato è a base di “delitto e castigo” ma dall’altro fa di Prometeo il primo eroe dell’umanità.
Purtroppo i primi testi scritti che ci sono pervenuti risalgono (a quanto pare) al 4000 a.C. Anche supponendo che la scrittura sia stata inventata mille o duemila anni prima, le origini del mito sono probabilmente più antiche. E c’è di più: tutte le conquiste dell’umanità, la ruota, la navigazione, l’agricoltura, hanno avuto inizi faticosi e interrotti. La domesticazione del cavallo, che si dice sia avvenuta verso il 5000 a.C., può essersi verificata anche molto prima, sporadicamente, ad opera di uomini che non seppero o non vollero trasmetterne il segreto. Può essere avvenuta cento volte, in cento luoghi diversi, e ogni volta può essere stata dimenticata.
Lo stesso fenomeno può essere successo anche per l’arte affabulatoria. È persino possibile che il mito di Prometeo si sia sviluppato nella mente dell’homo sapiens quando ricevette il fuoco da un homo erectus, prima ancora di imparare ad articolare i suoni in parole.

I miti che in altre civiltà raccontano storie di delitto e castigo come quella di Prometeo differiscono negli sviluppi del racconto. Rubare il fuoco, in quanto peccato di superbia, non è poi diverso dal cogliere e mangiare il frutto dell’albero del bene e del male. I peccati di Prometeo e di Adamo sono inconsapevoli e puerili ribellioni contro Dio.
Ma la ribellione è presente anche in altri miti, in modi più espliciti.
Nella tradizione ebraico-cristiana si narra che, prima della creazione dell’uomo, le schiere angeliche si divisero: un terzo degli angeli, agli ordini di Lucifero, si sollevò contro Dio. Gli angeli ribelli furono sconfitti in battaglia dagli angeli rimasti fedeli, guidati dall’arcangelo Michele, e Dio li precipitò per sempre nell’Inferno.
Nella tradizione greca i titani si schierarono dalla parte di Crono, il padre che divorava i figli, e si ribellarono a Zeus e ai nuovi dèi che avevano spodestato il padre. I titani ammassarono montagne una sull’altra e diedero la scalata all’Olimpo (come non sentire in questa arrampicata verso il cielo un’eco della torre di Babele?). Zeus scagliò le sue folgori, sconfisse i titani e li gettò nel Tartaro.
Incidentalmente, si può notare che in questi miti compare non soltanto un generico aldilà, ma un luogo di dolore (il Tartaro o l’Inferno) in contropartita all’Eden, dove viene somministrata ai colpevoli una eterna punizione.

Per lungo tempo si è ritenuto che il mito di chi rubò il fuoco agli dèi sia nato in Grecia ai tempi della civiltà minoica. Non ci sono prove, e niente vieta che Prometeo sia un eroe autoctono; ma esistono alcune possibili alternative.
L’idea della prima rivolta contro gli dèi (una rivolta titanica, appunto) potrebbe avere avuto origine contemporaneamente a Creta e altrove; oppure potrebbe essere arrivata a Creta insieme ai primi colonizzatori dell’isola; oppure potrebbe essere stata importata dai Dori che si stanziarono nel Peloponneso intorno al 1200 a.C.
Ma l’origine dorica è improbabile. Le corrispondenze fra il mito di Prometeo e la storia di Adamo sono evidenti: anche Adamo ruba qualcosa a Dio (non il fuoco, ma la conoscenza del bene e del male), anche lui viene punito, anche lui diventa nonostante tutto un eroe dell’umanità. D’altra parte, queste somiglianze sono troppo generiche e non permettono di sostenere che Adamo e Prometeo siano lo stesso mito rielaborato da differenti culture.
Potrebbe trattarsi di due miti diversi che hanno finito per assumere fisionomie simili? A favore di una simile teoria gioca il fatto che assimilare dèi e miti altrui ai propri è un tratto tipico della cultura greca (e romana). Ma un fenomeno di assimilazione può avvenire soltanto a seguito di contatti ripetuti, il che non è poi molto lontano dall’ipotesi di un’origine comune.
Allo stato attuale delle conoscenze, l’ipotesi più probabile è che il mito sia arrivato a Creta con i primi colonizzatori delle isole egee, quasi sicuramente fenici che provenivano dalla costa sudorientale del Mediterraneo, dove avevano frequenti contatti con le tribù nomadi della mezzaluna fertile.
Insomma: è altamente probabile che i miti greci e gli analoghi miti mediorientali abbiano la stessa origine. Se questo è vero, Adamo e Prometeo non dovrebbero essere gli unici miti condivisi fra le due sponde del Mediterraneo.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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