Il mito dell’Eden

Adamo, Prometeo e gli altri miti delle origini non hanno un evento scatenante alle loro spalle. Nascono per rispondere alle domande “da dove veniamo?” e “come è stato creato l’universo?”. Domande di tipo filosofico-scientifico che richiedono soluzioni razionali. Ma la ragione non aveva risposte adeguate per queste domande (anche al giorno d’oggi non va al di là di teorie che, per quanto largamente condivise, sono di problematica dimostrazione). Ci voleva una soluzione d’altro genere, centrata sui sentimenti più che sul ragionamento.
La risposta fu che l’essere umano è curioso, commette imprudenze e incorre in guai seri. Adamo cede alla curiosità (per invidia, superbia o concupiscenza: tutte versioni ugualmente plausibili) e la trasgressione gli costa la perdita di una condizione beata. Nonostante ciò l’umanità sopravvive e progredisce. Il mito ne celebra le conquiste raccontando sotto metafora le esperienze, le paure, i fardelli che continua a portare.
Adamo nasce nell’Eden, un luogo imprecisato dove tutto è facile e sereno: non ci sono nemici da cui difendersi, non esiste la fame, non esistono i turbamenti sessuali. Ma l’Eden è anche il luogo in cui cresce l’albero della vita: forse mangiarne i frutti assicurerà la vita eterna.
Parallelamente, la Grecia sviluppa il mito dell’età dell’oro: un’epoca perduta in cui la terra dava frutti senza che fosse necessario coltivarla, bovini e ovini offrivano il latte, gli uomini non uccidevano gli animali per mangiarli, il lupo e l’agnello convivevano pacificamente. Nel mito dell’età dell’oro gli uomini non commettono un singolo peccato che provoca la collera di un dio. Diventano violenti, ma perché? Non si sa. Forse perché sono ormai così tanti che la terra non dà più spontaneamente cibo per tutti: bisogna coltivarla, ognuno ne rivendica la proprietà e ciò fa esplodere i conflitti.
***
Nell’Eden cresce anche l’albero della conoscenza del bene e del male, e Dio proibisce di mangiarne i frutti. (Ovviamente viene da chiedersi come mai Dio doveva proprio creare l’uomo per metterlo in questa situazione. E viene da chiedersi cosa significa minacciare: “se ne mangerete certamente morirete”. Adamo ed Eva, dopo essere stati cacciati dall’Eden, sopravvivranno per centinaia di anni. Erano forse destinati a vivere in eterno senza riprodursi? La Bibbia non è chiara in proposito ma, come a proposito di Noè, un mito non deve essere necessariamente coerente).
Prevedibilmente, il divieto stimola alla trasgressione. Appena gli viene proibito di mangiare il frutto, Adamo subisce la tentazione e ci casca a capofitto. Conoscere il bene e il male potrebbe farlo diventare “come Dio”? Adamo mangia il frutto: cessa di essere un bamboccio incosciente, ma perde la sua condizione privilegiata.
Dal suo punto di vista, Adamo non fa altro che essere curioso, affermare se stesso e il suo libero arbitrio. In sostanza, non accetta di essere un animale domestico.
Dal punto di vista del Dio della Bibbia, il suo atto (sia che coinvolga la personalità, la gola o gli organi sessuali) viene classificato come peccato di superbia. E, come nel caso del bambino, il punto di vista che conta è quello dei genitori.
Cedendo alla ybris, Adamo perde l’innocenza, la sicurezza, il nutrimento gratuito e (forse) la speranza dell’immortalità. Ma non la vita. Inseguito da un angelo che lo minaccia con una spada di fuoco, viene espulso dall’Eden e passa attraverso il terrore della morte. Che sia questo il vero significato di “certamente morrete”? Entrando nella vita si va necessariamente incontro alla morte, ma restare nell’Eden non sarebbe stato vivere. Ciò che Adamo non sa è che dovrà affrontare un mondo ostile e la certezza della morte peserà costantemente sul suo capo.
***
Ma qual è il luogo dove cresce l’albero della vita, dove non si conosce il bene e il male, non ci si deve difendere dai pericoli, non bisogna faticare per procurarsi il cibo? Il grembo materno.
E come se ne viene espulsi? Con un passaggio violento, che riempie di terrore. Non per niente si nasce piangendo. Ogni essere umano viene alla luce attraverso il terrore della morte e subisce un imprinting indelebile. Ha patito una punizione? Dunque ha commesso un peccato. Non sa quale sia, ma il senso di colpa non lo abbandonerà mai più. Più tardi, quando acquisterà l’uso di ragione, si accorgerà di trovarsi in una condizione kafkiana: il senso di colpa è di per sé una punizione che gli avvelena l’esistenza.
L’uomo non sa quando e come ha peccato. Non sa nulla. Eppure, se viene punito, un peccato deve averlo commesso. Per forza. E mille indizi gli dicono che la stessa sensazione pervade anche i suoi simili, tutti quanti. Il terrore della nascita e la reminiscenza di un paradiso perduto sono esperienze universali. Tutti le provano, a tutti restano stampate nella coscienza.
Non si può vivere portando questo fardello senza darsene una spiegazione. Bisogna penetrare il senso di questo fatto sconosciuto, non compreso, non voluto e che condiziona la vita. Bisogna capire perché è necessario che la donna “partorisca con dolore”: dolore della madre e del figlio. Bisogna trovare un perché al fatto inspiegabile che l’uomo, ogni uomo, è condannato a morte fin da quando viene al mondo.
E la spiegazione non può essere che il peccato originale: il nostro primo progenitore deve aver commesso una colpa così imperdonabile da indurre Dio a mutare per sempre la struttura e il destino dell’umanità.
***
Quando fu elaborato il mito di Adamo non si sapeva che un embrione di coscienza è già presente durante la vita intrauterina. Nessuno ignorava che il feto si muove, cambia posizione, scalcia; ma si riteneva che la coscienza, la capacità di sentire, reagire e ricordare, non fossero presenti in chi non è ancora venuto alla luce. Si pensava che la vita intrauterina fosse del tutto inconsapevole.
La scienza ha scoperto che non è così. Il feto prova sensazioni di piacere e di dolore, ha una coscienza e una memoria, seppure embrionali, e la nascita è uno degli eventi più angosciosi della vita. Il trauma del parto resta stampato nel subcosciente, viene vissuto come la punizione di un peccato sconosciuto e provoca il senso di colpa che ogni individuo sente in maggiore o minor misura.
Ciascuno reagisce a modo suo. Tutti cerchiamo un modo per espiare o per farla franca. Il mito è uno di questi. Non annulla il senso di colpa, ma tende a inquadrare l’ignoto peccato e la nota punizione in una parvenza di razionalità, esorcizzando la paura.

Annunci

Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...