L’aldilà

Non è dato sapere in quale civiltà sia comparsa per la prima volta l’idea di premi e punizioni nell’aldilà, ma i miti non hanno mai dubitato che un aldilà esista. Il passaggio traumatico dalla vita intrauterina alla luce del sole contiene una promessa: anche la morte sarà una metamorfosi dolorosa e sconvolgente, ma non un annientamento.
Nell’Odissea, che si presume sia stata composta intorno al decimo secolo a. C., l’oltretomba è un luogo di tristezza e oscurità uguale per tutti, buoni e cattivi. Ma col passare dei secoli le cose cambiano e a conclusione del suo dialogo più impegnativo – la Repubblica – Platone narra il mito di un soldato caduto in battaglia e tornato in vita per raccontare cosa accade alle anime dopo la morte dei corpi.
Er, figlio di Armenio, muore combattendo in Panfilia (una regione dell’Asia Minore). Dieci giorni dopo, quando è già disteso sulla pira e si sta per accendere il fuoco, torna in vita. Racconta che la sua anima si è separata dal corpo, si è messa in viaggio insieme a molte altre ed è giunta in un luogo dove si aprivano due voragini nella terra e altre due nel cielo. In mezzo a queste voragini c’erano dei giudici che inviavano le anime dei giusti nella voragine di destra in alto verso il cielo e le anime dei malvagi in quella di sinistra in basso verso il centro della terra.
Non solo: Er racconta di aver visto spuntare dalle altre due voragini anime impolverate e male in arnese che salivano dal fondo della terra, e anime immacolate e splendenti che scendevano dal cielo. Da dovunque provenissero, le anime degli amici si riconoscevano, si salutavano e si raccontavano le proprie esperienze. Le anime scese dal cielo parlavano di visioni di straordinaria bellezza, mentre quelle emerse dalla terra raccontavano di aver scontato pene dieci volte maggiori dei mali che avevano inflitto ad altri durante la loro vita. Ma le anime di chi si era comportato in modo particolarmente malvagio non sarebbero mai riemerse dal ventre della terra: se si avvicinavano all’uscita, rimbombava un suono simile a un muggito e da chissà dove uscivano schiere di selvaggi che a vederli parevano di fuoco, afferravano le anime dei malvagi, li legavano, li riportavano indietro, li scorticavano e li dilaniavano sui rovi.
Dopo essersi raccontate tutto ciò, le anime provenienti dal cielo e dalla terra si erano messe di nuovo in viaggio ed erano giunte al cospetto delle tre Moire, figlie del Destino. Qui ogni anima aveva scelto la vita in cui reincarnarsi, e ciascuna si era regolata in base all’esperienza della sua vita precedente: Agamennone, che aveva perso la fiducia nell’umanità, aveva scelto la vita di un’aquila; altri, ingenui, avevano preferito una vita da tiranno; Ulisse, ricordando le disavventure che aveva patito, si era accontentato della vita di un uomo qualunque.
Infine le anime avevano bevuto l’acqua del Lete dimenticando tutto ciò che avevano visto, e avevano iniziato la nuova vita che si erano scelta.
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Questo racconto, scritto intorno al 370 a. C., contiene una descrizione dell’aldilà più dettagliata di quanto si possa trovare nei Vangeli o nella Bibbia: una descrizione che fa pensare alla Divina Commedia. Nei Vangeli Gesù non scende in particolari: minaccia “la Geenna del fuoco” per i malvagi e dice che i giusti potranno “sedere alla destra del Padre che è nei cieli”. Non parla di diavoli né di penitenze specifiche. Anche nella Bibbia premi e castighi sono promessi in modo generico. Antico e Nuovo Testamento non accennano neppure lontanamente a un purgatorio.
Invece in Platone, oltre a un paradiso fatto di “visioni di straordinaria bellezza” e un inferno dove si viene “scorticati sui rovi”, vengono descritti il giudizio e definita la misura delle punizioni (Dieci volte peggiori del male fatto. Solo i più malvagi scontano la pena in eterno). In questo modo l’inferno fa anche funzione di purgatorio.
Platone ha rielaborato e forse sviluppato i contenuti di una fede che, almeno ai tempi di Omero, non apparteneva alla cultura greca. Si tratta forse di una dottrina ebraica tramandata oralmente e mai pervenutaci? Oppure di miti mesopotamici altrettanto sconosciuti? O di una filosofia indiana giunta chissà come fino al mare Egeo?
Non è sempre facile riconoscere cosa Platone inventò di sana pianta e cosa riferì o rielaborò da miti preesistenti. Nelle “Leggi” accennò al diluvio universale, nel “Crizia” e nel “Timeo” tramandò la leggenda di Atlantide. Ma altri miti, come per esempio quello della caverna, sembrerebbero inventati ad hoc.
Nel caso di Er, il solo fatto che il protagonista del racconto muoia in Asia Minore non basta per sostenere che il mito sia di origine indiana o mesopotamica: Platone potrebbe aver citato la Panfilia semplicemente per indicare un luogo lontano. Ma il mito contiene un elemento che non compare nei libri sacri del cristianesimo, dell’ebraismo o dell’islam: la metempsicosi. Bibbia, Vangeli e Corano non ne fanno menzione. (Il che è abbastanza curioso: sempre Erodoto testimonia che egiziani e persiani credevano alla trasmigrazione delle anime; ma la Bibbia, i Vangeli e il Corano non si curano di negarla esplicitamente!).
Da un lato la metempsicosi è una credenza tuttora viva in India e, dall’altro, la descrizione dell’aldilà di Platone corrisponde in modo sorprendente a quella della tradizione cristiana. Si direbbe che in Platone siano confluite diverse suggestioni di cui non è facile rintracciare le origini.
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Le culture che considerano l’uomo creatura di Dio fatta a sua immagine e somiglianza non possono fare a meno di una morale che definisca il giusto e l’ingiusto, e prometta premi e castighi nell’aldilà. Dunque queste culture devono postulare che l’anima sia immortale e individuale, e che esistano un paradiso e un inferno.
Invece le culture ilozoiste, secondo le quali ogni essere vivente possiede un’anima sensibile, pongono l’accento su un unico Spirito che informa di sé l’intero universo. (Di qui proviene l’espressione “rendere lo spirito”: queste culture suppongono che la morte del corpo restituisca l’anima individuale all’unità del Pneuma).
Anche nell’ilozoismo esistono il bene e il male, ma i premi o i castighi vengono attribuiti attraverso la metempsicosi: le anime buone si reincarnano in forme di vita più alte, le anime malvagie restano imprigionate in forme di vita animali.
È abbastanza sorprendente scoprire che queste due impostazioni filosofiche, abbastanza antitetiche, hanno convissuto tanto in Grecia che in Medio Oriente.
La Bibbia dichiara fin dai primi versetti che l’uomo è creatura di Dio. Eppure l’uomo diventa tale perché Dio gli insuffla il suo spirito. E la Bibbia contiene un libro, l’Ecclesiaste, di impostazione chiaramente ilozoista (…c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità… Chi può dire se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?)
Nel mondo greco Pitagora pretendeva dai suoi discepoli che si mantenessero rigidamente vegetariani perché – diceva – non soltanto lo Spirito è presente in ogni essere animato ma, quando un corpo muore, trasmigra in un altro (e non si deve rischiare di uccidere un corpo che ospita un’anima che fu umana).
Pitagora non mise mai per iscritto le sue teorie. Proibì severamente ai suoi adepti di scriverne e perfino di parlarne con chi non era stato iniziato. Tuttavia (come era logico che prima o poi succedesse) ci fu un adepto che trasgredì e scrisse un libro. Si chiamava Filolao. Platone venne a saperlo e promise una cifra consistente per entrarne in possesso. Le molteplici influenze pitagoriche rintracciabili negli scritti di Platone lasciano pensare che il libro di Filolao fu acquistato e letto con profitto; quindi è lecito supporre che il mito di Er ricalchi le teorie pitagoriche.
Ma Pitagora da dove aveva ricavato l’idea della metempsicosi? Tutto ciò che sappiamo è che anche di lui, come di quasi tutti i saggi dell’antica Grecia, si dice che abbia soggiornato in Egitto e, forse, in Mesopotamia.
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Secoli più tardi, in una Roma ormai caput mundi, Ovidio occupò il quindicesimo libro delle sue Metamorfosi evocando Pitagora, facendogli perorare la causa vegetariana e predicare la metempsicosi. Nel testo, Pitagora dichiara in prima persona: “Io stesso ricordo che al tempo della guerra di Troia ero Euforbo figlio di Panto, caduto sotto la lancia del minore degli Atridi”.
La metamorfosi è connessa con le dottrine dell’ilozoismo e della metempsicosi; non c’è da meravigliarsi se Ovidio concluse il suo poema tirando in ballo Pitagora. Ma la sua scelta ci fa sapere che ai tempi dell’imperatore Augusto le teorie di Pitagora, vegetarianesimo e metempsicosi, erano conosciute e praticate.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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