I miti dell’umanità

In Grecia e a Roma la pratica dell’agricoltura (altra grande trasgressione di successo) diede origine al mito dell’età dell’oro, epoca leggendaria in cui la terra dava frutti in abbondanza senza che fosse necessario squassarla, ararla, coltivarla. Al tempo stesso, l’agricoltura venne celebrata nel mito di Demetra e Trittolemo, che stava alla base dei misteri eleusini e accoglieva probabilmente un mito mesopotamico che non ci è pervenuto.
In Mesopotamia, che fu – per quanto ne sappiamo – il primo luogo sulla terra a essere coltivato in modo sistematico, l’aratura, la semina e la mietitura vennero probabilmente considerate tecniche magiche ed esoteriche, i cui segreti dovevano essere rivelati soltanto agli iniziati e non potevano essere messi per iscritto.
Da un lato l’aratro e il vomere erano sentiti come armi con cui si faceva violenza alla Madre Terra, dall’altro l’alternanza delle stagioni applicata ai tempi della semina, del germoglio e del raccolto, implicava morte e resurrezione: il seme era un cadavere che veniva sepolto per risorgere moltiplicato. E questo era chiaramente opera di magia. Diventare agricoltori significava apprendere i segreti delle semine e dei raccolti, delle stagioni, delle fasi lunari. Significava essere iniziati a un mistero.
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La Bibbia colloca l’origine dell’agricoltura immediatamente dopo la cacciata dall’Eden. È la condanna che Dio decreta ad Adamo e alla sua discendenza: guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Caino è il primo coltivatore, Abele il primo allevatore, e già nel loro comportamento è presente l’idea di una violenza alla terra, che è anch’essa creatura di Dio: i due fratelli sentono il bisogno di sacrificare le primizie del loro lavoro.
Se la trasgressione dell’agricoltura (la violenza alla terra e agli animali) non ha dato luogo a un mito ebreo è perché le pratiche agricole erano di per sé una punizione (l’aveva detto Dio stesso mentre scacciava Adamo ed Eva dall’Eden) e il sacrificio delle primizie scongiurava ulteriori castighi. Per gli Ebrei non c’era null’altro da “elaborare” con l’affabulazione.
Ma nelle culture che ignoravano l’Eden, il peccato e la cacciata, qual era il significato del sacrificio delle primizie?
Anche il rito, come il mito, ha una funzione esorcistica. Quando si fa qualcosa di nuovo e fuori dall’ordinario ci si mette a rischio di trasgredire una legge sconosciuta. Per questo, a ogni buon conto, si sacrifica parte del (possibile) maltolto per stornare la collera degli dèi. E la cosa funziona: abbiamo sacrificato le primizie, il dio non ci ha punito, dunque non abbiamo trasgredito o, se pure l’abbiamo fatto, abbiamo pagato un giusto tributo alla divinità.
Ma sarà così anche per le prossime volte? Per caso o per fortuna l’offerta è stata eseguita in modo gradito agli dèi, ma se fosse stata eseguita in un altro modo avrebbe potuto offenderli?
Per stare sul sicuro, il procedimento del sacrificio viene ritualizzato: gli stessi gesti e le stesse parole che hanno stornato le possibili conseguenze negative dovranno essere ripetuti alla lettera, alla maniera dei farisei. In questo modo si otterranno due risultati: la punizione non arriverà e la paura dell’ignoto sarà debellata. Il rito dà sicurezza.
Nei miti delle origini il ricordo delle antiche trasgressioni esalta contemporaneamente la sottomissione alla divinità e l’intraprendenza umana. Il timore delle punizioni divine non tratterrà l’uomo dal trasgredire, tentare, sbagliare, sopportare castighi e ricominciare daccapo.
Inconsapevolmente, il mito cambia aspetto. Non è più soltanto una creazione della fantasia: dopo la scoperta dell’agricoltura e il superamento dei cataclismi, l’eroe che trasgredisce apre nuove strada all’umanità. Quando tutti si convincono di averci guadagnato, il racconto diventa mito.
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La guerra di Troia fu combattuta, secolo più, secolo meno, intorno al 1000 a.C.
Circa duecento anni prima, i Dori, popoli nordici probabilmente di origine gota, poco numerosi ma esperti di guerra, avevano invaso il Peloponneso e se ne erano impadroniti. Sparta e Argo erano rette da due fratelli di stirpe dorica: Menelao e Agamennone, i due biondi fratelli achei.
Furono loro a dichiarare la guerra. Ma i venti erano contrari e la flotta non poteva partire. L’indovino vaticinò che gli dèi avrebbero dato venti favorevoli solo dopo il sacrificio di una vergine di stirpe reale. Sull’ara dove avrebbe dovuto sacrificare la figlia, Agamennone immolò una cerva e fece fuggire Ifigenia in un paese lontano. I venti divennero favorevoli e la flotta partì per la guerra.
Agamennone che, per non uccidere la figlia, sgozza un animale è la versione greca di Abramo che sacrifica un ariete al posto del figlio Isacco. È vero che i due miti hanno qualche differenza: nel mito greco la sostituzione dell’essere umano con un animale è operata direttamente dalla divinità mentre Abramo segue le indicazioni di un angelo; e Agamennone ha come scopo l’impresa di Troia mentre Abramo pensa unicamente a mostrare la sua devozione a Dio. Ma non c’è dubbio che l’uno e l’altro mito celebrino la stessa cosa: la fine dei sacrifici umani.
Ebbene: chi poteva azzardarsi a celebrare le ribellioni degli uomini contro la divinità? Solo la voce interessata di chi beneficiava delle trasgressioni. Per la mentalità del 1000 a.C. rifiutarsi di sacrificare un figlio e al suo posto scannare un animale era profanazione, empietà, bestemmia.
Anche prima di Abramo e Agamennone qualcuno avrà provato orrore per i sacrifici umani, avrà tentato di ribellarsi e sarà stato lapidato. Ma quando un patriarca fa circolare la voce che Dio stesso gli ha ordinato di non uccidere Isacco, quando un re afferma che Diana stessa ha sostituito Ifigenia con una cerva, e gli dèi non li smentiscono, e re e patriarca continuano a esercitare il potere come se niente fosse, allora ciò che sembrava sacrilegio diventa devozione a un nuovo rito.
In questo modo i sacrifici umani furono aboliti e l’umanità poté compiere uno dei passi avanti più decisivi della sua storia.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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