I miti dell’umanità (seconda parte)

La vicenda di Agamennone non si concluse con l’abolizione dei sacrifici umani: la famiglia degli Atridi è la più efferata e trasgressiva, ma anche benemerita, nella storia dell’umanità.
Dieci anni dopo aver abolito i sacrifici umani, il re vittorioso tornò da Troia e venne ucciso a tradimento dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto. Si consumava così la penultima vendetta di una faida antica, che rimontava ad Atreo e Tieste, e ancora più indietro. Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, rientrò dall’esilio e, per vendicare il padre, uccise la madre ed Egisto. Ma i due amanti assassini avevano regnato per dieci anni e buona parte del popolo si era abituata a ritenerli legittimi detentori del potere. Il colpo di stato portò la città sull’orlo della guerra civile.
Era assolutamente necessario trovare una soluzione e, visto che tutto nasceva da una trasgressione inaudita come un matricidio, la soluzione fu quanto di più trasgressivo si potesse immaginare. Nientemeno che l’usurpazione del supremo attributo di Zeus: la bilancia della giustizia.
Oreste impose al popolo l’istituzione dei tribunali: l’umanità non avrebbe più tollerato le vendette private, le faide. Avrebbe sottoposto le controversie al giudizio di una giuria. In questo modo la Giustizia venne trascinata giù dall’Olimpo per essere amministrata dagli uomini.
Il mito di Oreste celebra un’altra trasgressione di successo.
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È interessante notare come, nella vicenda degli Atridi, storia gotica di uxoricidi e matricidi, prenda a poco a poco importanza la figura di Elettra, la ragazza dai capelli color d’ambra, figlia di Agamennone e sorella di Oreste.
Nel grande affresco dell’Orestea Eschilo la dipinge come una mite fanciulla che sopporta le umiliazioni e resta devota alla memoria del padre. Ma già Euripide, nella sua tragedia, le dà maggior rilievo affiancandola al fratello nella vendetta. Sofocle, ultimo drammaturgo ad affrontare questo mito, fa di Elettra un demonio assetato di sangue: è lei che spinge Oreste quando lo vede vacillare di fronte all’idea del matricidio, è lei che insiste per regolare nel sangue i conti con Egisto.
È sintomatico come la figura di Elettra cambi da Eschilo a Euripide a Sofocle: in poco tempo il quadro celebrativo dell’istituzione dei tribunali scomparve a favore dell’indagine psicologica sul personaggio. La trasgressione che aveva portato l’uomo ad appropriarsi della giustizia, nel giro di quarant’anni smise di essere rivoluzionaria e passò in secondo piano.
La mediazione di tre tragedie rappresentate davanti al pubblico di una città, Atene, che stava sperimentando una mutazione epocale, oscurò il significato religioso del mito (e lo sappiamo per certo: un personaggio di una commedia di Aristofane – Le Nuvole – se ne lamenta proprio in questi termini).
Gli dèi svaniscono sullo sfondo e la scena non ospita più il contrasto fra i principii eterni e gli interessi particolari: la storia di Oreste, nata per celebrare l’emancipazione dell’uomo dagli dèi, finisce per concentrare l’attenzione sui conflitti fra uomini.
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Gli sconvolgimenti di un ordine durato a lungo comportano anche cadute di stile. Una volta riportati sulla terra gli attributi della divinità, la celebrazione dell’uomo prende un aspetto popolare e quasi fumettistico nel mito di Ercole, superman dotato di una forza straordinaria, che compie imprese di ogni genere e per ogni dove, raddrizzando torti ed esplorando l’orbe terracqueo, ma anche cacciandosi in un guaio dietro l’altro e tirandosene fuori grazie alla sua forza immensa, o con qualche lampo di genio, o a volte perfino con astuzie da quattro soldi.
Anche se di nobili natali, Ercole è a tutti gli effetti un uomo: è violento e irresponsabile. La sua vita è un continuo compiere imprese eccezionali per riparare i guai provocati dalla sua sconsideratezza. Ne combina di così gravi da arrivare a pensare seriamente al suicidio. E alla fine trova la morte per la gelosia di una donna e il desiderio di vendetta di un centauro.
Con Ercole il mito è definitivamente umanizzato e la divinità compare solo in forma di nemesi, per punire gli eccessi o per riaffermare l’esistenza del trascendente.
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Ma la trasgressione è sempre presente e i principii (come pure le pulsioni incomprimibili) riaffiorano con prepotenza. Quando il potere divino non è più imposto dal fulmine di Zeus ed è usurpato da un re o da un tribunale, le leggi entrano in conflitto con altre leggi.
Il centro del mito continua a essere la trasgressione, ma nel mito arcaico, che ha in Eschilo il suo ultimo rappresentante, l’uomo si ribellava agli dèi (o a ciò che riteneva attributo divino) e si appropriava di alcune delle presunte prerogative della divinità; nei miti più recenti, o nelle riletture che i drammaturghi danno dei miti antichi, lo schema si inverte: la trasgressione avviene contro le leggi degli uomini in nome di istanze superiori.
Se ogni tappa nel progresso dell’umanità espande la consapevolezza di essere agli antipodi dei padri, ogni passo avanti è un riconoscersi uguali e contrari a loro. Ma tagliare i ponti con i padri significa perdere contatto con le convinzioni più radicate. Una volta detronizzati, i padri assurgono a depositari di una scienza perduta, archivi di un mondo dal quale i ribelli si sono autoesiliati. I prezzi dell’indipendenza sono lo smarrimento di una presunta sapienza primordiale e il senso di colpa. Chi sente nostalgia di un padre, padrone sì, ma giudice, guida e protettore, non riconosce più l’autorità di chi l’ha spodestato ed è subentrato al comando: gli imputa di essere andato troppo oltre.
Antigone disobbedisce a Creonte invocando il dovere della pietà per i defunti e trasgredisce la legge del re introducendo una distinzione giuridica: ci sono cose che il re non può ordinare perché appartengono a una sfera che trascende il suo potere. Creonte può uccidere i suoi fratelli ma non può proibirne la sepoltura.
La rivoluzione di Oreste non ha distrutto e ricostruito la nozione di bene e male: si è limitata a trasferire in terra la bilancia della giustizia. La controrivoluzione di Antigone è in qualche modo un contraccolpo reazionario che contesta il potere costituito appellandosi a qualcosa di nascosto nel profondo dell’animo umano. La rivoluzione non ha saputo cancellare il timore della divinità, il bisogno di un giudice infallibile e soprannaturale.
Con Antigone l’umanità scopre di non essere autosufficiente: la legge umana non è abbastanza forte per esorcizzare la paura del caos.
Ancora più incomprensibile, in termini di morale corrente, è la punizione che Afrodite infligge a Ippolito, reo di non aver ceduto all’amore di Fedra, sua matrigna. Alla dea non importa che Fedra sia la seconda moglie di Teseo, padre di Ippolito. L’amore trascende le convenzioni sociali. Ippolito ha rifiutato l’amore, dunque Ippolito deve morire.
Allo stesso modo Penteo, il re razionalista che disprezza le orge delle baccanti e offende Dioniso, dio del vino e dell’entusiasmo, viene ucciso dalla sua stessa madre, Agave che, invasata dal dio, lo strazia scambiandolo per una bestia feroce.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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