I miti dell’umanità (terza parte)

In quasi tutta la produzione drammaturgica di Euripide vengono alla ribalta i miti in cui la divinità prende la rivincita sulla piccolezza umana. A questo proposito il mito di Medea è probabilmente il più emblematico.
Una volta andato a buon fine il furto del fuoco, l’umanità insistette a trasgredire e violò il regno di Poseidone inventando l’arte nautica. La navigazione portò con sé l’epopea del viaggio e dell’avventura, che avrebbe trovato la sua massima espressione nell’Odissea. Il mito di Giasone alla conquista del vello d’oro ne contiene tutti gli elementi essenziali: l’audacia di avventurarsi sul mare a bordo della prima nave mai progettata e costruita, la sorpresa di paesi sconosciuti di cui non si conosceva nemmeno l’esistenza, e la necessità di affrontare gli imprevisti sfruttando ogni possibile risorsa, senza scrupoli, senza vergogne.
Una volta messa la rotta verso il Mar Nero, cosa può fare Giasone se non approfittare di ogni circostanza favorevole? Per impadronirsi del vello d’oro seduce Medea, principessa barbara di natura selvaggia e senza freni. Per seguire l’amante Medea è capace perfino di uccidere un fratello. Addirittura lo squarta e lo getta in mare a pezzi per ritardare gli inseguitori che si fermano a raccogliere quei poveri resti. Ma se Giasone, fuggendo con il vello d’oro, avesse arretrato davanti alla pazzia amorosa di Medea, non soltanto avrebbe mancato lo scopo del viaggio: avrebbe condannato se stesso e l’intero equipaggio a morte sicura.
Una volta avviata, l’avventura non tollera limiti. L’epopea della prima navigazione diventa una storia feroce, simile a quelle che possiamo trovare nella cronaca nera dei giorni nostri. Medea ha trucidato il fratello per fuggire con Giasone; quest’ultimo, rientrato a Corinto, abbandona Medea per un nuovo amore. E la principessa barbara si vendica uccidendo i figli che ha avuto da lui.
Anche se è il prototipo dell’avventuriero dal “multiforme ingegno”, Giasone è soltanto un uomo; mentre la ferocia di Medea, brutale, eccessiva, incomprensibile, è sintomo di una natura sovrumana, che richiama alla mente la danza selvaggia della principessa negra in “Cuore di tenebra”. Euripide riconosce la natura misteriosa di Medea e le tributa un’apoteosi trasfigurandola in cielo.
Quando i poeti si impadroniscono del mito per farne un’espressione artistica, abbandonano la celebrazione delle trasgressioni e del progresso civile dell’umanità. Ormai sono conquiste date per acquisite (anche se non c’è da esserne poi tanto sicuri), e i poeti rivisitano il mito per esplorare i misteri dell’animo umano, le sue debolezze, le sue incoerenze, ma anche il quid inspiegabile che lo collega a un mondo superiore.
Mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo ha incorporato in sé le contraddizioni fra essere e dover essere, corpo e spirito, dio e creatura, contraddizioni dalle quali aveva creduto di emanciparsi con singoli atti di ardita disubbidienza.
Ora deve trovare di volta in volta vie precarie per sfuggire alle contraddizioni, pur sapendo che tesi e antitesi si ripresenteranno in forme sempre nuove e gli imporranno altre fatiche, altri lutti.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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