La trappola

Chiamatela Abenomics o Quantitative Easing, chiamatela come volete, in tutte le facoltà di Economia e Commercio la situazione in cui ci siamo volontariamente cacciati ha un nome ben noto: trappola della liquidità.
Eppure sui giornali e in tv nessuno ne parla. I politici si guardano bene dal chiamarla così. Perfino Draghi, che pure dà la sensazione di conoscerla piuttosto bene, non la nomina mai.
Non ne parlano neanche Weidmann (ma non gliel’hanno fatta studiare quando andava all’università?) e meno ancora Schaeuble (a cui invece farebbe gioco dirne male).
La trappola della liquidità è la situazione che si verifica quando ripetute immissioni di liquidità sul mercato (da parte delle banche centrali) fanno sì che stampare altra moneta non provochi una crescita del PIL. In condizioni normali, stampare moneta provoca una discesa del saggio di interesse e un aumento del prodotto interno lordo. Ma a volte capita che i tassi scendano al minimo, tanto che in qualche caso diventano addirittura negativi, ma l’economia non riparte.
Come mai?
La moneta è una merce come tutte le altre. I tassi di interesse si formano per l’incrociarsi della domanda con l’offerta. Se nessuno ha bisogno di credito (perché le aziende non investono e le famiglie riducono i consumi), offrire altro credito non dà alcun risultato.
Da quando lo scoppio della “bolla” dei mutui USA ha portato le banche centrali a stampare moneta, si sono avuti risultati diversi.
In Giappone non è cambiato granché. L’economia del Sol Levante ristagna ormai da decenni. Il debito pubblico del Giappone è così elevato che non è pensabile aumentarlo per stimolare investimenti pubblici. D’altronde gli investimenti privati ristagnano perché l’esportazione non tira più come una volta.
Invece negli USA la disoccupazione è scesa sotto il 5%, le aziende sono tornate a fare utili e le quotazioni degli immobili stanno tornando a livelli pre-crisi.
Cos’è successo? Gli USA non sono stati ad aspettare che il quantitative easing risolvesse da solo tutti i problemi: si sono dati da fare. Dopo l’errore macroscopico di far fallire la Lehman, la Fed ha imposto alle banche una serie di fusioni che ne hanno rafforzato le capacità operative, lo stato è intervenuto a gestire Fannie Mae e Freddy Mac (i due megaistituti coinvolti nel crollo dei mutui immobiliari), ha salvato compagnie assicurative e aziende metalmeccaniche, ha messo in gioco il suo credito per garantire quello di General Motors e Chrysler. In quattro o cinque anni la struttura economica degli USA si è svecchiata, ha assorbito le perdite ed è ripartita. Piano, ma è ripartita.
In Europa siamo alle solite. Ci sono volute tragedie e psicodrammi per ottenere risultati politici: che Berlusconi andasse a casa, che Tsipras picchiasse il naso contro la realtà dei debiti, che la Spagna di Zapatero accettasse il commissariamento. Ma poi? Poi niente.
La Francia continua a fare deficit senza che il PIL dia segni di vita. L’Italia viaggia con deficit ai minimi termini, ma ha uno stock di debito enorme, e non cresce. La Germania predica austerità perché teme di esser chiamata a pagare i debiti altrui ma non riesce a esportare più di tanto e anche per lei la crescita è una chimera.
Come si insegna in tutte le università del mondo, dalla trappola della liquidità si esce solo in un modo: favorendo gli investimenti. Il modo migliore di favorire gli investimenti è usare il (residuo) credito degli Stati per stimolare la costruzione di infrastrutture che migliorino la produttività. Una volta erano strade e ponti. Oggi possono essere le autostrade informatiche, le reti di ferrovie ad alta velocità, la diffusione dei superconduttori, le energie rinnovabili, le auto elettriche o a idrogeno. Ma anche (se non soprattutto) l’informatizzazione della burocrazia, lo snellimento della giustizia (civile, penale e amministrativa), una regolamentazione bancaria unica per tutti gli stati della UE.
Quest’ultimo punto, che sarebbe il più logico e fattibile, è quello che Schaeuble e Weidmann non accetteranno mai. I capoccioni tedeschi detestano Grillo e Podemos, ma basta che Alternative fuer Deutschland strilli un pochettino e loro se la fanno addosso. Grazie a questi cuor di leone e alla loro politica da cortile resteremo in mezzo al guado (o al guano?) per chissà quanto tempo ancora.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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