Accoglienza e civiltà

Abituato alle quotidiane indignazioni contro i governi di casa nostra che non fanno abbastanza per salvare i naufraghi, accogliere i profughi e difendere i migranti dai caporali che li sfruttano in modo vergognoso, (tutto vero, intendiamoci) sono rimasto allibito di fronte alla notizia che la Danimarca requisirà ai migranti ogni quattrino in eccesso a una certa cifra (oltre a gioielli e altre cose di valore) con la motivazione che i profughi riceveranno prestazioni statali di assistenza gratuita.
Ancor più allibito sono rimasto nel constatare che la notizia non ha dato luogo ad alcun dibattito, né fra i massimi responsabili della politica europea, né al parlamento europeo, e nemmeno sulla stampa.
Ma com’è possibile? E che faranno gli altri stati? La Germania, che ha accolto e integrato milioni di italiani, spagnoli e turchi, è tornata a essere quella dei lager? E la Svezia, che sembrava la più civile, la più democratica, la più aperta, sta per chiudere le frontiere? Già ero rimasto scioccato davanti all’Ungheria che alzava reticolati e barriere di filo spinato. Ma pensavo che si fosse trattato di una reazione dovuta all’impotenza di un paese relativamente piccolo di fronte a un’ondata migratoria che eccedeva dalle sue possibilità. La dichiarazione con cui Angela Merkel si dichiarava disposta ad accogliere un milione di profughi sembrava aver rimesso le cose a posto.
Poi sono venuti i fatti di Colonia (e di parecchie altre città).
Volenti o nolenti, siamo tutti costretti a prendere atto di una verità scomoda: per accogliere il diverso non basta aprire la porta. Bisogna anche spiegargli che in casa d’altri non si mettono i piedi sul tavolo. Bisogna avere la forza morale di pretendere che chi viene in Europa e rivendica il diritto di essere accolto abbia il dovere di accettare le regole del paese che lo accoglie e si comporti di conseguenza. Bisogna applicare la legge senza sconti e senza condizioni di favore per chi proviene da un’altra cultura. Bisogna, insomma, che l’Europa smetta di essere considerata, dai profughi ma anche da noi, qualcosa da accettare finché se ne ritraggono vantaggi e da rifiutare quando non torna comodo.
Se non siamo in grado di elaborare una politica europea nei confronti delle migrazioni, l’Europa resterà un flauts vocis. Le migrazioni non si fermano pagando miliardi alla Turchia o alzando reticolati al confine tra Grecia e Macedonia o pretendendo che chi sbarca a Lampedusa rimanga in Italia. Chi fugge dalla Siria (ma anche dall’Eritrea, dal Senegal, dall’Africa subsahariana) vuole andare in Germania, in Inghilterra, in Svezia. Non lo fermano le traversate marittime. Non lo fermeranno i reticolati, e nemmeno le rapine di stato.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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