Carlos Paz e altre mitologie private

Il Decamerone, una raccolta di novelle, è uno dei tre pilastri della letteratura italiana; eppure, da tempo immemorabile, gli editori arricciano il naso all’idea di pubblicare racconti. Un giorno, chissà perché, prese a circolare la voce che “i racconti non vendono”, nessuno si azzardò a smentirla, e a tutt’oggi proporre una raccolta di racconti è qualcosa che sta fra l’incoscienza e l’eroismo. Se Alice Munro non fosse stata già famosa in America gli editori italiani non avrebbero pubblicato neanche lei. Il risultato è che all’estero con i racconti si prende il premio Nobel, in Italia neanche si pubblicano. Stando così le cose, è merito di Amos Edizioni, un merito non da poco, se oggi possiamo leggere questi quindici gioielli di Marino Magliani.
Mitologie private? È proprio così. I ricordi non sono l’immagine fedele di ciò che fu; sono luoghi, persone, situazioni alle quali il tempo ha conferito l’aura del mito. Spesso abbiamo ritegno a parlarne. Non ci lasciamo andare nemmeno con chi c’era: loro hanno visto con altri occhi, avevano altre simpatie, altri obbiettivi, altre speranze. E come possiamo trasmettere ad altri le sensazioni che provammo o, cosa ancor più difficile, le sensazioni che proviamo ora: il ricordo di felicità incomprese, le disillusioni inespresse, la malinconia del rievocare, il senso della vita che sfugge tra le mani?
Magliani ci riesce. Ha la capacità di trasportare il lettore nel suo mondo. Ci accompagna sulle “fasce” liguri dove crescono i suoi olivi, o al di là dell’Oceano (la pozzanghera, come lo chiamano gli argentini), o sulle spiagge olandesi battute dal vento, e in ogni contesto ci fa sentire stranieri eppure a nostro agio, ci fa immaginare come deve essersi sentito lui quando ha colto lo spunto per ciascuno dei suoi racconti.
Alla base di questa capacità c’è qualcosa di molto semplice da dire e molto impervio da mettere in pratica. Ognuno di noi è curioso a modo suo. C’è chi si interessa al disegno generale delle cose, al “come va a finire”, al “chi” o al “perché”. Invece la curiosità di Magliani si appunta sui dettagli, li scopre, li cataloga, ne indaga le interconnessioni per poi riversarli sulla pagina con una lingua apparentemente semplice, che va diritta al concetto e introduce il lettore nel genius loci.
Il racconto che dà il nome alla raccolta, “Carlos Paz”, tocca uno dopo l’altro quasi tutti i luoghi mitici di Magliani e il falso distacco con cui l’autore rievoca le sue disavventure in ciascuno di questi luoghi rende come meglio non si potrebbe l’intrico di sentimenti con cui un uomo, uno scrittore, si volta indietro e ripercorre la sua vita. Soltanto Piero Chiara ha saputo ricreare queste atmosfere.

“Inenarrabile, l’Olanda – quell’Olanda – un po’ come qui. Riesce a descrivere questo posto senza banalizzare? Non penso… Se non si riesce a descrivere un posto, probabilmente quel posto per noi non esiste e non fa esistere neanche noi, che esistendo lo faremmo esistere…”
In questo breve estratto dal racconto “Andante crociera” è contenuto il senso della narrativa di Magliani. È la filosofia degli scrittori veri. Come diceva Hemingway, “la gran cosa è vivere le cose e scriverne, non troppo presto e – porco cane! – non troppo tardi”. Se non riesci a descrivere i luoghi in cui hai vissuto, vuol dire che per te non hanno significato, e se non esistono posti che significano qualcosa per te, vuol dire che non hai vissuto, che semplicemente non esisti.

Questo altro estratto, dal racconto “Corsica ferry”, è invece il succo della sua filosofia di vita.
“Un giorno, approfittando di un momento di disattenzione della maestra, sono uscito dalla fila. Quando se ne sono accorti ero lontano. Mi hanno ritrovato in un paesino che si chiama Isolalunga, mezzo affamato. Non seppi spiegare perché ero scappato. Potevo dire semplicemente la verità: ho avuto paura e sono scappato. Ma non volevo ammetterlo. Intendiamoci, se non l’ammettevo è perché non era vero. Io ero scappato perché ero libero, che non è vero neanche questo, non ero libero, ma avevo iniziato ad avere il culto della libertà. Scappando mi ero accorto che non avevo paura.”
Questa è stata la vita di Magliani e, ciascuna a suo modo, così sono state anche le nostre. Abbiamo rincorso la libertà, con un po’ di paura e molta incoscienza; l’abbiamo raggiunta e l’abbiamo perduta, e poi di nuovo, tante volte, l’abbiamo rintracciata e ripersa. La ritroviamo infine nel ricordo, dove non può più sfuggirci, e la rivestiamo degli abiti che non ha mai avuto, quelli che avremmo voluto regalarle.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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Una risposta a Carlos Paz e altre mitologie private

  1. biancoemario ha detto:

    Buonissimo articolo. Essendo molto amico nonché estimatore di Marino Magliani condivido fino in fondo quello che dici. Tra l’altro in un mondo letterario in cui sono in gran voga le tinte molto scure a tratti sanguigni, la narrativa di Marino ti solleva di un palmo da certe bassezze.

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