Il caso

Da quando la scienza ha cominciato a produrre risultati pratici i suoi successi hanno diffuso una incrollabile fiducia nel progresso. Gli scienziati se ne sono giustamente inorgogliti ma, non contenti di aver mandato in soffitta i vecchi totem e tabu, li hanno sostituiti con altri, altrettanto immotivati. La ragione ha affermato il suo predominio ma si è autoreclusa in una torre d’avorio che somiglia tanto a una prigione.
È un curioso fenomeno quello di chi per paura di precipitare si tarpa volontariamente le ali e dimentica di volare. Per mettere al bando le fantasie dei visionari la scienza si è appellata al principio di causalità, ma ci si è attaccata come alla coperta di Linus. Al giorno d’oggi ritiene veri e reali soltanto i fenomeni che hanno una causa e possono essere riprodotti in un esperimento. Qualunque fenomeno che non risponda a questi requisiti viene classificato come un insignificante prodotto del caso.
Ogni tanto, qualche benintenzionato fa notare l’esistenza di fenomeni borderline, come l’effetto-farfalla (il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia che mette in moto una catena di eventi che provocano un tifone a Taiwan) o il cosiddetto epifenomeno (evento per il quale non è possibile individuare una specifica causa perché si verifica quando ricorre una determinata concomitanza di condizioni, non necessariamente le stesse). Ma i teorici della scienza si limitano a ignorare queste osservazioni lasciando intendere che la causalità può non essere evidente ma c’è e, se gli scienziati volessero, potrebbero scovarla facilmente. Il problema è che non vogliono, chissà perché. Forse perché stare rinchiusi dentro un fortino apparentemente solido come il principio di causalità è davvero rassicurante. Oppure perché è comodo attribuire al caso tutto ciò che non si è in grado di spiegare.
Per esempio: la paleontologia ha accumulato una quantità impressionante di dati sui quali riposa la dottrina evoluzionista. Chi vuole sottilizzare può anche sostenere che la scomparsa di una specie e la pressoché contemporanea apparizione di un’altra non sia una “prova” dell’evoluzione. Ma il fatto è lì, è dimostrato e, qualunque cosa l’abbia originato, dal fatto non si può prescindere. Il problema nasce invece al momento di trovarne la causa, e cioè di spiegare che cosa ha provocato la mutazione genetica.
Siccome la causa non si trova, è stata escogitata (ma non dimostrata) la teoria filogenetica, secondo la quale le mutazioni avverrebbero continuamente, a caso, ma avrebbero successo soltanto quelle che, (una volta di più) casualmente, producono individui attrezzati per sopravvivere nelle condizioni in cui si verranno a trovare. Dopodiché gli individui meglio adatti alle circostanze si espanderebbero fino a causare l’estinzione dei predecessori.
Possibile, certo. Ma è soltanto una teoria. Non sarebbe più onesto ammettere: “L’evoluzione è un fatto, ma non siamo ancora capaci di spiegare come avviene”? Perché dare per certa una ipotesi per la quale non esiste riscontro e che, per giustificare se stessa, deve far ricorso al caso? Il caso non è una causa efficiente. A meno di ipotizzare che nel caso sia contenuta una razionalità finalistica.
Tutto il contrario: quando scienziati e divulgatori sentenziano che il tal fenomeno è un “prodotto del caso”, intendono dire che non ha una causa, non obbedisce a una legge, e non è prevedibile che possa ripetersi anche se si tornassero a verificare le stesse circostanze. In sostanza, ciò significa sostenere che in natura accadano spontaneamente eventi simili all’estrazione dei numeri del lotto (che è un meccanismo artificiale per produrre numeri casuali).
Ma i conti non tornano, perché gli scienziati sanno benissimo che: 1) da almeno un secolo la fisica quantistica ha dimostrato che la causalità non è deterministica ma soltanto statistica e 2) il caso non è un caos, ed è governato da regole ben note.
Non è necessario riprodurre qui complicate formule matematiche (che pure esistono) per dimostrare che lanciando una moneta le probabilità che esca testa o croce si avvicinano sempre più al 50% al crescere del numero dei lanci. E forse non è altrettanto risaputo ma è altrettanto certo che gli eventi casuali, riportati su un grafico, si distribuiscono in modo da formare una curva nota come “campana di Gauss”; una curva della quale ogni studente di statistica conosce tutte le caratteristiche. Dunque, che senso ha non prendere in esame certi eventi sostenendo che sono “prodotto del caso”? Forse significa soltanto che non si ha voglia di studiarli.
Da quasi un secolo gli scienziati sanno che la scienza è molto diversa da come la descrivono i libri di testo delle scuole medie. Ma è come se non volessero dirlo in pubblico. Si comportano come i seguaci di Platone o di Pitagora, che di certe cose parlavano soltanto fra “iniziati”. E i nuovi tabù, che loro stessi hanno istituito, li trattengono dall’esplorare la realtà in tutte le direzioni.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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