Manolete

Sarebbe stato un bell’uomo se non avesse avuto quella faccia impossibile. Aveva un fisico alto, secco, elegante. Ma aveva il naso più sproporzionato che si possa immaginare e le orecchie a sventola. Quando vedo una sua foto mi pare di sentire nella pelle le umiliazioni che quella faccia gli fece subire, fin da quando si rese conto che le ragazze non lo degnavano di uno sguardo, se non per ridere di lui. Posso immaginare la rabbia, il senso di impotenza e la scornata rassegnazione sotto gli scherni dei coetanei.

Reagì come molti, maturando la voglia di sfidare il mondo intero ma, a differenza di tutti gli altri, mise in pratica il suo proposito. Ci riuscì esibendo un coraggio fuori dal comune (anche in un ambiente di professionisti del coraggio, come i matadores) e la disponibilità ad accettare tutto, ma proprio tutto. Cominciò come torero semidilettante in una specie di circo, fra pagliacci e numeri comici di varia natura. Con quella scombinata compagnia fece una tournée in Francia, raggranellò qualche soldo e proseguì la gavetta nelle novilladas in Andalusia.

Era ancora agli inizi, ma fu la rivelazione di quegli anni. La sua fama corse col passaparola di pueblo in pueblo: Manolete faceva cose da pazzi, Manolete faceva passare i tori così vicino al corpo che le corna gli strappavano le gale del costume, Manolete veniva incornato un giorno sì e uno no, Manolete era quello che se i tori non caricavano, caricava lui. Nel giro di un paio di stagioni tutta la Spagna lo riconobbe come un fenomeno, di quelli che nascono una volta in un secolo.

Prese come manager il più titolato (e con meno scrupoli). Si chiamava Camarà. Fu Camarà a spiegargli che cosa voleva il pubblico. E lui, che nella sua ingenua voglia di rivincita pensava soltanto a essere il migliore, accettò tutto: lo stile statuario, i tori piccoli, la cocaina per i giorni in cui non si sentiva in vena di strafare. Conquistò la Spagna e il Messico. Diventò milionario. Si lasciò irretire da una compagnia di viveurs e da una donna di discussi precedenti. Ma non tradì mai il suo pubblico. Morì per mantenere l’impossibile impegno di “essere sempre il migliore”. Gli spettatori pagavano il triplo se in programma c’era lui, e quando scendeva nell’arena lo salutavano mostrando i biglietti e gridando in coro: “Hemos pagado la entrada!”.

Morì perché in un giorno di poca vena si impegnò nella suerte suprema esponendo il corpo più del dovuto alle corna di un toro Miura di nome Islero. In quel pomeriggio di fine agosto del 1947 Manolete sapeva di non avere entusiasmato il pubblico con la cappa e la muleta, e voleva soddisfarlo almeno con la spada. Voleva uscire dall’arena senza che la gente sventolasse i biglietti per chiedere i soldi indietro. Morì per ciò che gli spagnoli chiamano vergüenza torera.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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