Dissociazione

Le esperienze di dissociazione sono fenomeni sorprendenti, che vanno analizzati con estrema cautela. Sarebbe insensato trarre conclusioni prima di aver capito di che cosa si tratta e, siccome il fenomeno è tutt’altro che chiarito, tutto ciò che si può fare è affacciare qualche ipotesi.

Per quanto eccezionali, i resoconti di chi si è venuto a trovare in situazioni estreme ed è tornato fra noi cominciano a essere un discreto numero. Da un lato i progressi della medicina rendono possibile riportare in vita pazienti che hanno subito un arresto cardiaco, dall’altro si può supporre che un tempo i rari protagonisti di casi di morte apparente dubitassero di se stessi e non parlassero della loro esperienza (o si confidassero soltanto con pochi intimi) per paura di essere creduti pazzi e rinchiusi in manicomio.

Leggendo tra le righe, già nella letteratura greca si trovano descrizioni che, pur essendo sempre state ritenute di fantasia, potrebbero aver preso spunto da episodi di dissociazione. Per esempio, il mito di Er con cui si chiude la Repubblica di Platone. Ma anche nelle letterature di epoche posteriori si trovano racconti fantastici che potrebbero provenire da esperienze di questo genere. Va tenuto presente che, soprattutto nel medioevo, se l’autore avesse raccontato simili esperienze come fatti veramente accaduti, sarebbe stato preso per uno stregone e avrebbe rischiato di finire sul rogo!

Oggi questi ritegni sono venuti meno e le testimonianze sono più frequenti.

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Reinhold Messner, lo scalatore che ha raggiunto in carriera il maggior numero di vette oltre gli 8000 metri, ha raccontato in tv un’esperienza avvenuta durante un’ascensione particolarmente faticosa. Si trovava in altura, senza ossigeno, a una temperatura proibitiva. Pur essendo spossato oltre il limite delle proprie forze, sapeva di dover continuare a muoversi perché fermarsi avrebbe significato l’assideramento e la morte.

A un certo punto Messner sostiene di aver visto se stesso, il suo corpo, che proseguiva arrancando meccanicamente. Per un periodo di tempo che non è stato in grado di misurare, la mente si è dissociata dal corpo e lo ha osservato muoversi usando risorse di cui non era cosciente. Grazie a questo sforzo eccezionale Messner riuscì a raggiungere un riparo, la situazione cessò di essere critica e corpo e mente si ricongiunsero.

Di primo acchito, si potrebbe concludere che lo scalatore sia rimasto vittima di un’allucinazione. Ma ripensandoci l’ipotesi diventa meno plausibile. Non era la prima volta in cui Messner si era trovato in una situazione estrema: tutte le sue imprese avevano richiesto grandi e prolungati sforzi fisici, oltre a una tenuta psicologica superiore al normale. E nemmeno si può accusarlo di essere una mammoletta impressionabile o uno sprovveduto che non sa dare il giusto peso alle sue sensazioni.

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In Sincronicità come principio di nessi acausali Carl Gustav Jung, oltre a dare notizia delle esperienze di dissociazione riferite da soldati che, pur stando riparati all’interno di un bunker, erano rimasti feriti in seguito a esplosioni, riporta un caso molto chiaro e circostanziato.

Una paziente di cui non ho motivo di mettere in dubbio la credibilità…mi raccontò che… (il suo primo parto era stato difficile e il forcipe le aveva provocato una emorragia) … Quando il medico, la madre e il marito se ne furono andati e tutto fu messo in ordine, la paziente vide l’infermiera sulla porta che domandava: “Desidera qualcos’altro, prima che io vada a cena?”. La paziente avrebbe voluto rispondere, ma non ci riuscì. Aveva la sensazione di sprofondare attraverso il letto in un vuoto senza fondo. Vide che l’infermiera le si accostava e le afferrava la mano per sentirle il polso. Da come le dita dell’infermiera si muovevano su e giù per il polso la paziente capì che il polso non dava battito. Ma lei si sentiva bene e la paura dell’infermiera la divertiva. Lei non aveva paura proprio per niente. E questa era l’ultima cosa che riusciva a ricordare di un periodo del quale non sapeva precisare la durata.

    La sensazione successiva di cui ebbe coscienza fu che, senza alcuna emozione particolare, guardava in giù da un punto posto proprio sul soffitto della camera e vedeva tutto ciò che accadeva sotto di lei. Vedeva se stessa pallida come un cadavere, stesa a letto con gli occhi chiusi. Accanto al letto c’era l’infermiera. Il medico si aggirava agitato su e giù per la stanza dando l’impressione di aver perso la testa e di non saper bene cosa fare. I parenti si affacciarono sulla porta, sua madre e suo marito entrarono e la guardarono sgomenti. La paziente pensava: “Ma è proprio sciocco che pensino che sto morendo! È chiaro che tornerò in me.”   

    Quando si destò dal suo svenimento le dissero che aveva perso conoscenza per circa mezz’ora. In seguito raccontò ciò che aveva visto e l’infermiera, che sulle prime aveva cercato di negare, fu costretta a riconoscere che le cose si erano svolte proprio così.

    La paziente non era mai stata isterica. Aveva sofferto un autentico collasso cardiaco con sincope dovuta ad anemia cerebrale come mostravano tutti gli indizi esterni, chiaramente allarmanti. Aveva effettivamente perso coscienza. Quindi avrebbe dovuto essere completamente assente dal punto di vista psichico, assolutamente incapace di osservare con chiarezza e di dare un giudizio. L’aspetto singolare poi è che non si trattò di un’interiorizzazione diretta della situazione mediante osservazione indiretta, inconscia: essa vide tutta la situazione dall’alto, “come se i suoi occhi si fossero trovati sul soffitto della stanza” come disse nel definire la situazione.

Il resoconto della paziente di Jung non finisce qui, ma prima di prendere in esame il seguito non si può fare a meno di osservare che, per quanto incredibile possa sembrare, gli episodi di dissociazione come questo sono stati a lungo ignorati. Non c’è dubbio che sia problematico studiare un fenomeno che si verifica raramente, in occasioni imprevedibili, e che può essere soltanto riferito da chi l’ha vissuto, ma è sconsolante scoprire che la scienza medica non riesce neppure a formulare ipotesi sensate su ciò che accade agli esseri umani in questi casi.

La circostanza comune a quasi tutti coloro che, in condizioni critiche, riferiscono fenomeni di dissociazione è la visione dall’alto. I soldati feriti alla testa in seguito a esplosioni mentre si trovavano all’interno dei bunker raccontavano di essersi visti “come guardando giù dal soffitto”. Di questo particolare nessuno finora ha saputo dare una spiegazione, nemmeno in via di ipotesi.

Finora l’unica ipotesi avanzata sugli episodi di dissociazione è che si tratti di allucinazioni provocate dalla mancata ossigenazione del cervello. È evidente che l’arresto cardiocircolatorio interrompe l’apporto di ossigeno al cervello, ma perché l’anossia dovrebbe provocare la sensazione di dissociazione? Come mai la visione di se stessi avviene da un punto di vista sopraelevato? E soprattutto, com’è possibile che un soggetto privo di conoscenza, in condizioni gravemente menomate, e in carenza di ossigeno, abbia una visione panoramica di se stesso, delle altre persone presenti, dei loro atteggiamenti e delle loro azioni così come effettivamente si svolgono?

L’unico riferimento che potrebbe dare indicazioni al riguardo dà risultati negativi: è accertato e controllato che alcuni maestri yoga sono in grado di fermare il battito cardiaco anche per ore. Ciò dovrebbe provocare l’anossia, eppure nessuno yogin riferisce sintomi di dissociazione.

Forse ciò che trattiene gli scienziati dall’indagare su questi fenomeni sono le ulteriori reminiscenze che in alcuni casi vengono riferite dai soggetti quando tornano in sé. Si tratta di racconti quasi incredibili, che fanno a pugni con le convinzioni di medici e uomini di scienza. Però sono ormai un numero sufficiente a dare un nome al fenomeno: NDE. Near Death Experiences. Esperienze di quasi-morte.

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Il resoconto della paziente di Jung ha una seconda parte, più difficile da credere, che però merita di essere conosciuta perché altri sopravvissuti a NDE riferiscono visioni e atmosfere simili.

Mentre osservava dall’alto il suo corpo svenuto, l’infermiera, e il medico che non sapeva cosa fare, la paziente aveva una sensazione:

“… sapeva che dietro di lei c’era uno splendido paesaggio, una sorta di parco dai colori smaglianti, e in particolare un prato verde smeraldo con l’erba corta che si stendeva su un pendio e al quale si accedeva attraverso una porta a grata che dava sul parco. Era primavera e il prato era pieno di piccoli fiori variopinti che lei non aveva mai veduto prima. Un sole intensissimo illuminava la zona e tutti i colori avevano uno splendore indescrivibile. Il pendio era costeggiato da entrambi i lati da alberi color verde scuro. Il prato le faceva l’impressione di una radura nel bosco, dove l’uomo non aveva mai messo piede. “Sapevo che era l’ingresso a un altro mondo e che se mi fossi voltata per guardare direttamente la scena sarei stata tentata di varcare la porta e quindi abbandonare la vita.” Non vide realmente questo paesaggio perché gli voltava le spalle, ma sapeva che c’era. Sentiva che niente le avrebbe impedito di varcare la soglia. Sapeva soltanto che sarebbe tornata nel suo corpo e non sarebbe morta. Per questo trovava sciocca e ingiustificata l’agitazione del medico e l’affanno dei parenti.”

In altri casi di NDE vengono riferite sensazioni celestiali di pace e serenità. In qualche caso vengono riferite sensazioni di terrore. Spesso chi ritorna da simili viaggi racconta anche di aver percorso un tunnel con una luce in fondo.

Sembra logico concludere che queste visioni contengano l’immagine di ciò che i soggetti hanno sempre fantasticato come felicità o infelicità. Va però osservato che una caratteristica comune a tutti i resoconti è la sensazione di trovarsi in situazioni nuove, in paesaggi mai visti, dai colori vivissimi e quasi innaturali.

Non si sa quale meccanismo chimico o psicologico potrebbe causare questa specifica sensazione. Va anche tenuto presente, e ciò non può essere senza importanza, che tutti i racconti di questo genere sono caratterizzati da un tono di grande coinvolgimento: i protagonisti non ne parlano come di un sogno o di un incubo, ma come di una esperienza di vita vissuta.

In qualche caso sono state riportate anche visioni diverse. Una in particolare è degna di grande considerazione perché capitò proprio a Jung di essere in punto di morte, di tornare alla vita e di ricordare le sensazioni provate nel periodo in cui rimase privo di conoscenza.

Al principio del 1944 mi fratturai una gamba e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di vita e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora… Mi pareva di essere sospeso nello spazio. Sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina e distinguevo i continenti e l’azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c’era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l’India. La mia visuale comprendeva tutta la terra; la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato. Sulla sinistra, in fondo, c’era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell’Arabia; come se l’argento della terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso e lontano — come a sinistra in alto su una carta — potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i ghiacciai dell’Himalaya coperti di neve, ma a quella distanza c’era nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra. Più tardi mi informai dell’altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 chilometri. La vista della terra a tale altezza è la cosa più meravigliosa che io abbia mai visto.”

Questo resoconto è contenuto nel libro “Ricordi, sogni, riflessioni” e prosegue così: Jung vide un masso tipico dell’isola di Ceylon, il masso si trasformò in un tempio, Jung entrò e venne colpito da una riflessione filosofica che gli ispirò un senso di serenità cosmica. Poi, dopo un tempo difficile da precisare, comparve il suo medico curante e lo avvisò che non poteva restare lì: doveva tornare a vivere. E Jung tornò alla coscienza.

Senza prendere in considerazione la parte più esoterica del racconto, si può osservare che ricorrono almeno due caratteristiche comuni a tutte le esperienze di dissociazione: la visione dall’alto e la sensazione di piacevole meraviglia. Diverso è l’oggetto della visione e, almeno all’inizio, il soggetto non può vedere se stesso perché il punto di osservazione si trova ben più in alto del soffitto della stanza.

Vale la pena di sottolineare che questa visione è riferita da un illustre clinico, specializzato in neurologia e psicologia, abituato a interpretare i sogni propri e altrui. Va anche tenuto presente che all’epoca del fatto (i primi mesi del 1944) nessuno era mai salito a 1500 chilometri di altezza. Solo i prototipi delle V2 tedesche, pochi mesi prima, avevano raggiunto e superato quella quota. La prima fotografia della terra scattata dallo spazio data dalla fine del 1946. Si può forse ipotizzare che la mente di Jung abbia ricuperato il ricordo di una tavola di atlante o uno scorcio di mappamondo, ma resterebbe comunque da spiegare come abbia potuto elaborare colori così sgargianti.

Personalmente sono portato a credere che la prima parte di queste visioni (in particolare le “visioni dall’alto”) non abbia niente a che fare con i sogni o le allucinazioni e costituisca un fenomeno inspiegato. Invece sono incline a pensare che la seconda parte si generi quando il soggetto sta tornando a ricuperare la coscienza e sta sostanzialmente sognando. Ma si tratta di una mia opinione, per la quale non sono in grado di portare alcuna prova o riscontro. Semplicemente, i contenuti della seconda parte mi sembrano troppo concordanti con i desideri o con le paure del soggetto.

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Come fa notare Amleto nel suo celebre monologo, la morte è un regno dal quale nessun viaggiatore è mai tornato. Qualcuno si è avvicinato al confine più di altri ed è riuscito a raccontare ciò che crede di aver visto. Ma non tutti i ricordi sono affidabili e, del resto, dei ricordi è sempre lecito dubitare.

Se non altro, nei racconti dei reduci da una NDE c’è un aspetto che potrebbe dar luogo a un’indagine: l’atmosfera che pervade le NDE non è molto distante da ciò che la nostra cultura ci ha preparato ad aspettarci nell’aldilà.

Ammesso e non concesso che questa osservazione sia verificabile e significativa, diventano possibili due opposte spiegazioni: o al momento del trapasso proviamo le sensazioni che la nostra cultura ci ha preparato a provare, oppure nel corso dei millenni la nostra cultura ha recepito i racconti di chi ha vissuto delle NDE.

Raccogliere resoconti di NDE presso popoli di culture diverse dalla nostra potrebbe fornire qualche elemento utile per impostare una interpretazione sensata del fenomeno.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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