Come sfanculare il Novecento

Da almeno cent’anni, da quando Ungaretti tornò dalle trincee dell’Isonzo, la critica letteraria italiana si diletta a sparare contro Carducci. Facile bersaglio! Nell’opera omnia del Nostro non mancano cose non più palatabili, rivoluzionarismi ingenui e ottocenteschi, polemiche di basso livello su temi che hanno smesso di appassionarci. (Ma Carducci non è certo l’unico: anche nell’opera omnia di Ungaretti, e perfino di Montale, non mancano cose discutibili. Per non parlare di Pascoli o di alcuni celebrati contemporanei).

Intanto, vale la pena di fare una osservazione “tecnica”. Dante si vantava di avere scritto l’intera Commedia senza mai aver dovuto deviare dai concetti che intendeva esprimere per rincorrere una rima o il ritmo di un endecasillabo. Oggi ci si fa un dovere di evitare le forme canoniche del verso (e la rima poi!), anzi: si spezzano volutamente i ritmi, si rinuncia alla musicalità, tanto che ormai (come diceva Moravia) la poesia si differenzia dalla prosa solo perché va a capo prima che finisca la riga del foglio. (C’è stato, anni fa, un tentativo di ricuperare le forme classiche della poesia italiana, che non ha avuto seguito semplicemente perché chi ci si è dedicato non aveva niente da dire. Purtroppo, fra il “cosa” e il “come” gli scrittori italiani finiscono quasi sempre per scegliere il “come”. Si fa meno fatica.)

Il Novecento è stato il secolo degli sperimentalismi, la maggior parte dei quali non ha avuto seguito, ma ciò che continua a vivere è la pertinace illusione di “fare novità” attraverso una rivoluzione tecnica. Il risultato è che si è perduta la tecnica di una volta, senza guadagnare niente di nuovo. Carducci, che Dio l’abbia in gloria, era ancora capace di scrivere, non una Divina Commedia, ma almeno un sonetto, con tutte le rime e i ritmi al loro posto, svolgendo un ragionamento tutt’altro che banale; anzi: eternamente vero.

Basta un minimo di pazienza per trovare nelle sue poesie, fra polemiche e banalità, cose che colpiscono il cuore e il cervello, e tornano in mente, e risuonano come avvertimenti quando i casi della vita ci portano a considerazioni, magari scontate, ma entrano nella carne come colpi di pugnale, come sentenze senza appello.

Pensate a una cosa normale, normalissima, come il tornare a casa dopo una lunga permanenza altrove. Vincenzo Monti se ne esce con un insipido “Bella Italia, amate sponde/ or vi torno a rivedere”. Carducci, se non altro, ha il nerbo da “maledetto toscano”: rivendica odio e amore, e (come Saffo) non si vergogna di dire che gli batte il cuore. Ricorda di aver concepito lì i sogni che non ha potuto (o saputo?) conseguire, e si batte il petto sconsolato: “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;/e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;/e dimani cadrò.”

Lasciate perdere gli “Oh”, lasciate perdere quell’orribile “dimani”, e guardate la sostanza. Ricordo di aver letto questo sonetto quando avevo forse sedici anni, e di averlo considerato “di maniera”. Eh già, perché a sedici anni si pensa: a te è andata così, ma io quel che amo e quel che sogno lo avrò. Ecchecazzo! Non faccio mica il poeta, io! Io c’ho le palle!

Poi un giorno ti rendi conto che quel che potevi fare nella vita ormai l’hai fatto, e ti devi accontentare. Scopri che è dannatamente poco, quasi niente. Che quel trombone di Carducci non aveva tutti i torti. E, come lui, ti devi accontentare di chiedere la tua pace a un paesaggio, a qualcosa che non hai fatto tu, ma è tuo, e se ti venisse a mancare sarebbe peggio che farti amputare una gamba.

 

TRAVERSANDO LA MAREMMA TOSCANA

Dolce paese, onde portai conforme

L’abito fiero e lo sdegnoso canto

E il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

 

Ben riconosco in te le usate forme

Con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,

E in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

Erranti dietro il giovenile incanto.

 

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;

E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

E dimani cadrò. Ma di lontano

 

Pace dicono al cuor le tue colline

Con le nebbie sfumanti e il verde piano

Ridente ne le pioggie mattutine.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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