La logica non basta

A proposito di intuizioni, non si può fare a meno di rilevare che sono proprio i matematici e i fisici (non gli esoteristi!) a dichiarare che un sicuro sintomo di verità in una enunciazione matematica è la sua “eleganza” o, tout court, la sua “bellezza”. Già Guglielmo di Ockham aveva stabilito (ma non dimostrato) il principio che per qualunque problema la soluzione più semplice è quella giusta. Il cosiddetto “rasoio di Ockham” è anch’esso un’intuizione, e non è possibile darne una dimostrazione rigorosa, ma non c’è dubbio che molto spesso semplicità, eleganza e verità vanno a braccetto.

Quando parlano di bellezza gli scienziati si riferiscono alla coerenza interna dell’enunciato, che dà una sensazione di equilibrio. Ma, qualunque cosa intendano, è strano sentire degli scienziati esprimersi in questi termini. Se fossero artisti una simile dichiarazione sarebbe la scoperta dell’acqua calda: come fa un artista a decidere se i suoi versi (o le sue melodie, o i suoi quadri, ecc. ecc.) sono pronti per essere presentati al pubblico? Devono essere belli!

Ma qui casca l’asino. Gli scienziati, un attimo dopo aver tirato in ballo la bellezza, fanno precipitosamente marcia indietro: sì, è vero che lo diciamo, ma non prendeteci sul serio; è soltanto un modo per compiacerci delle nostre scoperte.

La verità (scandalosa, impronunciabile) è che solo le intuizioni fanno progredire la scienza. Sotto sotto, gli scienziati lo sanno, ma non lo ammetteranno mai: se lo facessero, sarebbero costretti a riconoscere che l’idea di un mondo diviso in due parti opposte e incomunicabili, una dominata dalla ragione e l’altra dal caso, è una semplificazione ingiustificata.

Gli scienziati non possono tollerare l’idea che esistano parametri (magari diversi ma ugualmente validi) sia per l’area dominata dalla ragione che per quella, enorme e inesplorata, che preferiscono lasciare al caso. Meno ancora sono disposti a riconoscere che questi parametri siano qualcosa di non matematico, e che possano addirittura far riferimento a un criterio vago e sfuggente come la bellezza. Però si ritengono liberi di farne uso, a condizione di non dichiararlo pubblicamente. Si comportano cioè come gli adulteri. E non è il caso di scandalizzarsi per questo paragone. L’intuizione è una forma di consonanza fra l’uomo e l’universo: ha qualcosa a che fare con l’amore.

L’intuizione di Galileo a proposito del pendolo può apparire come una semplice generalizzazione, magari un po’ temeraria ma facilmente controllabile con un esperimento. L’intuizione che fece schizzare Archimede fuori dal bagno strillando “Eureka!” nasceva dalla sensazione di minor peso che proviamo quando ci immergiamo nell’acqua (ma è probabile che la prima verifica capace di convincere tutti sia avvenuta solo quando fu varato il primo scafo metallico). Invece l’intuizione di Fermat andava al di là di tutti gli strumenti di calcolo conosciuti, non generalizzava un’osservazione specifica e l’unico spunto che l’aveva motivata era l’aver cercato una soluzione e non averla trovata.

Chi volesse insistere a parlare di generalizzazioni dovrebbe perlomeno riconoscere che in questi tre casi il grado di temerarietà è diverso e crescente. Ma l’intuizione ha poco a che fare con la logica: è più simile al presentimento o alla cosiddetta “ispirazione”. Tentar di ridurre l’intuizione a una generalizzazione non ha senso. Indurre è probabilmente una struttura a priori della mente umana, ma intuire è qualcosa di diverso: è la facoltà di sintonizzarsi su una particolare lunghezza d’onda della realtà.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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