Brasilia

Con colpevole ritardo ho letto l’ultimo libro di Franz Krauspenhaar. E, come sempre, il diabolico Franz mi ha preso in contropiede: è un romanzo? Un racconto lungo? Una novella? Un sogno? Ovviamente, è tutte queste cose (e molto di più).

Avrei dovuto immaginarmelo: quasi mai Franz si adagia nelle regole di un genere. Lui reinterpreta, stravolge, crea. L’ha fatto in tutti i suoi romanzi. Penso soprattutto a quel capolavoro che è “Le cose come stanno” (ma anche a “Le monetine del Rafael”) in cui rielabora il romanzo epistolare o reinventa il flusso di coscienza andando oltre Thomas Bernhard.

Un po’ era stato proprio lui a mandarmi fuori strada: mi aveva detto che Brasilia è “tutto trama”, e io avevo pensato a “Cattivo sangue”. Invece è tutta un’altra cosa. Adesso non è certo il caso di spoilerare ma, anche se è vero che è un libro tutto trama, ciò che viene a galla è una rivisitazione freudiana delle ambivalenze edipiche (ommadonna come parlo difficile, ma è proprio questo!). Addirittura straordinario è come Franz dipinge, cesella, e infine sdoppia la figura del padre: ambiguo come Long John Silver, eppure protettivo (come Long John Silver!).

E poi il colpo di genio: ambientare tutto a Brasilia, la città del futuro come lo si immaginava nel passato, un po’ Metropolis (quella di Fritz Lang, ma anche quella di Superman) un po’ profezia di san Giovanni Bosco (e forse per questo condannata nel romanzo a ospitare una setta satanica!).

Ogni tanto il romanzo italiano ha bisogno di qualcuno che gli ricordi perché si scrive. Qualcuno che se ne freghi del mainstream. Qualcuno che faccia letteratura.

Grazie Franz!

Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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