La vita irreparabile

Arrivare a un’età in cui quasi niente è più possibile. Essere condannati a non viaggiare più, a perdere spesso l’equilibrio e cadere più o meno rovinosamente, a credere di aver appetito e non averne più dopo due bocconi, a chiedere cento volte la stessa cosa perché ogni volta te la dimentichi, a non poter prendere una qualunque iniziativa (nemmeno cucinarti un piatto di pasta) perché i tuoi movimenti non hanno più coordinazione. Questo è ciò che ci aspetta, tutti quanti, se avremo la fortuna (!) di vivere a lungo. Grazie, infinite grazie ai medici che si sono preoccupati di farci vivere sempre di più. Vivere per vivere. Se poi è una vita che somiglia a una galera, vabbe’, poi penseremo anche a quello. Poi.

Intanto, in quella infinita sofferenza, quando ci renderemo conti di avere soltanto desideri impossibili da soddisfare, quando dipenderemo in tutto e per tutto da persone che, per quanto ci vogliano bene (e forse neanche!), pretenderanno che facciamo tacere i nostri desideri per obbedire a ciò che loro hanno deciso per noi, in quella condizione disperata, ci torneranno in mente cose della nostra infanzia, ricordi di quando (anche allora!) niente andava come avremmo voluto, ma avevamo dentro lo stupore di chi va alla scoperta del mondo e la speranza di qualcosa che non sapevamo nemmeno esprimere, ma eravamo certi che fosse lì, dietro l’angolo, ad aspettarci. Come se le delusioni trovassero conforto nel ricordare la dolcezza delle illusioni.

Ogni cosa ha un suo limite naturale. Anche la vita. Restare in questa valle di lacrime quando niente più ci suscita il ricordo dello stupore infantile e la speranza si riduce a flatus vocis, è una crudele condanna, un anticipo di purgatorio che è difficile credere di aver meritato.

Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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