I nomi sacri

Riccardo Ferrazzi

I NOMI SACRI

Riccardo Ferrazzi
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A posteriori

A mezzogiorno dell’11 agosto 1999 l’oscurità scese sulla terra e il mondo trattenne il respiro. Le lancette di tutti gli orologi si bloccarono. Il tempo si fermò.
Congelati in un presente senza fine, gli uomini alzarono lo sguardo al cielo e si sentirono schiacciare da un presagio di catastrofe. Per una immobile eternità non ci furono che silenzio e paura.

***

Poi finì anche l’eternità.
In uno strano albeggiare di mezzogiorno il sole riapparve allo zenit. Gli orologi ripartirono, gli uomini tornarono ad abbassare lo sguardo sulla terra. Con maestosa gradualità il mondo si rimise in marcia. La vita riprese a spingere gli stantuffi di un treno che rotola da Dovunque a Chissadove, e sembra che si muova per il puro piacere di spostarsi.

PRIMA PARTE

Alba

Giovedì 22 luglio 1999
Il primo sussulto della realtà avvenne alle diciassette in punto, a cinquemila metri di quota, mentre l’aereo sembrava immobile, sospeso sopra un pavimento di nubi gonfie come schiuma da barba. Giorgio infilò la mano destra nella tasca della giacca e pescò il pacchetto di sigarette.
L’altoparlante gracchiò. La voce del comandante annunciò l’inizio della manovra di atterraggio all’aeroporto di Zurigo. Il tempo a terra era piovoso ma la temperatura restava alta, intorno ai 25 gradi. Fasten your seat belt. No smoking. I segnali cominciarono a lampeggiare. Giorgio sospirò e armeggiò per rimettere in tasca il pacchetto: qualcosa faceva ostacolo. Un foglio di carta spessa, piegato in quattro. Ah sì, era la ricetta.
Un avvocato d’affari passa la vita a rimbalzare da un aeroporto all’altro accumulando stress e Giorgio se ne era lamentato con il medico: un po’ di insonnia, un po’ di spossatezza. Il dottore l’aveva guardato con una strana espressione. Invece di prescrivergli un sonnifero, aveva alzato il telefono e gli aveva fissato un appuntamento con il professor Candido. Giorgio non aveva potuto rifiutare. Incontrava Candido quasi tutte le settimane al circolo del bridge: al tavolo da gioco si davano del tu e si chiamavano per nome.
Era stata una strana visita. Il professore non gli aveva neanche chiesto quali sintomi accusava. Si era messo a chiacchierare del suo hobby, la scultura, e dell’imminente esposizione delle sue opere alla galleria Sferisterio. Non la finiva più. Nel frattempo gli puntava una luce negli occhi, misurava la pressione, lo auscultava un po’ dappertutto, perfino sul collo. Poi si era seduto alla scrivania, aveva scarabocchiato la ricetta e, con la sua parlata piena di bonomia meridionale, aveva detto:
“Prendile per un mese. Poi ci rivediamo e magari facciamo un egì.”
“Facciamo cosa?”
“Un elettroencefalogramma.”
Giorgio aveva ficcato in tasca la ricetta senza leggerla. Sulla strada dell’aeroporto, quando era passato davanti a una farmacia, si era detto: qual è il pericolo? Un tumore? Un infarto? Ma no. Solo un po’ di insonnia. Magari basta smettere di fumare. O anche solo fumare un po’ meno. Tutto qui. Non c’è motivo di preoccuparsi.
Fasten your seat belt. Giorgio allacciò la cintura e lo scatto della fibbia gli si ripercosse nelle vene. Cosa diavolo…? Sta’ a vedere che questa non è una fibbia ma l’interruttore di un congegno che accelera le particelle subatomiche, spezza il continuum spazio-temporale (o qualcosa del genere) e in un nanosecondo modifica la struttura dell’apparecchio, la realtà circostante, tutto quanto.
È incredibile quante idiozie passino per la testa di una persona seria durante un volo, quando la paura non supera il livello di guardia, ma è lì, e lavora sottotraccia. Giorgio si diede dell’imbecille e si guardò intorno furtivamente, come se qualcuno avesse potuto scorgere i sintomi della sua stupidità.
In quel momento la tendina della prima classe venne scostata da un gesto nervoso e una hostess si precipitò verso poppa. I finestrini diventarono bui, le luci si accesero nella fusoliera, il rumore dei motori si fece più forte. L’aereo fu scosso da un sobbalzo, si inclinò su un’ala, si raddrizzò a fatica, tornò a saltare come un cavallo imbizzarrito. Le pulsazioni schizzarono a centottanta e un principio di nausea salì dallo stomaco fino in gola. Nel cervello di Giorgio qualcosa fece clic.
Un pensiero assurdo gli folgorò la mente. A terra doveva essere scoppiato un incendio gigantesco: per questo le nuvole bollivano come minestra in un pentolone.
Da quel momento la realtà prese l’aspetto dei sassi sul letto di un torrente, distorti da un velo d’acqua in continuo movimento.
***
Sulla verticale dell’aeroporto il cielo era grigio, ma a ovest il tetto di nubi terminava in una specie di gronda e oltre la gronda spiovevano i raggi del sole: l’ammasso di nuvole scivolava lentamente verso est. Il temporale scaricò l’ultimo scroscio mentre il carrello toccava la pista. L’apparecchio rullò decelerando fin quasi ad arrestarsi, imboccò uno svincolo e tornò indietro verso l’aerostazione. Ben prima che i motori fossero spenti i passeggeri lasciarono i sedili e andarono ad accalcarsi nell’imbuto della porta. Tutti parlavano con voce più alta del necessario. Lo scampato pericolo li rendeva isterici come una mandria di quadrupedi spaventati.
Al banco dell’agenzia di noleggio Giorgio chiese una utilitaria. Gli diedero una Smart color giallo canarino, vistosa come un faro nella notte. Quando ebbe firmato le carte, aveva smesso di piovere e il cielo si andava rasserenando. Giorgio viaggiò per quasi un’ora in un paesaggio da cartolina illustrata, poi la strada si infilò nel buio di una foresta. Riemerse alla luce quando il bosco finì bruscamente sull’orlo di un enorme anfiteatro naturale che digradava verso il lago. Negli ultimi riverberi del tramonto, dopo aver varcato la frontiera tedesca, Costanza gli apparve impregnata di una strana atmosfera, come un mondo riflesso in uno specchio: tutto era più o meno normale ma funzionava alla rovescia.
Fra chioschi di imbisse e di döner kebap, uomini e donne in sandali e pantaloni corti passeggiavano fra musicisti da strada, venditori di caricature, easy riders con gilet di cuoio appiccicati alla pelle sudata, amazzoni dalle capigliature tinte di verde e blu, marmocchi dagli occhi malvagi tenuti a bada da nonne autoritarie. Il crepuscolo aveva il colore dell’irrealtà: il lago, così enorme, così immobile, sembrava un preludio all’infinito. A sud, riemergendo da una frangia di foschia, le cime delle Alpi galleggiavano sospese sul nulla. Da ovest, dietro l’orizzonte, il sole lanciava raggi curvi come traiettorie di mortaio.
Giorgio cenò in una trattoria del centro ripassando a memoria gli articoli del contratto che doveva discutere il giorno dopo. L’aroma del burro fuso (un odore che lo riportava ai giorni della sua infanzia) gli stimolò l’intuizione e gli suggerì due soluzioni brillanti per un paio di problemi irrisolti. Uscì dal ristorante rimuginandoci su, si avviò nel buio e sbagliò strada.
Nelle vie deserte non c’era anima viva e, con il sopraggiungere dell’oscurità, Costanza aveva preso un’aria cimiteriale. Davanti alle botteghe penzolavano insegne di ferro battuto appese a bracci di forca; a ogni cantonata lapidi e affreschi commemoravano antiche tragedie. Giorgio perse l’orientamento, finì in un vicolo cieco e dovette tornare sui suoi passi. Girò l’angolo, si trovò di fronte la vetrina di un antiquario e qualcosa lo costrinse a dare un’occhiata. Fu come perdere l’equilibrio: lo sguardo precipitò in un imbuto. Giorgio tentò disperatamente di guardare altrove, ma non ci riuscì.
La vetrina era quasi spoglia. In esposizione c’erano un tavolo e due sedie in stile Biedermeier; sul lato più lontano del tavolo era posato un volume. Tutto qui. Ma quei pochi oggetti scandivano lo spazio in modo asimmetrico e trasmettevano una sensazione di scompenso. Come cinque ore prima, quando Giorgio aveva agganciato la fibbia della cintura di sicurezza, qualcosa fece clic. Il malessere si trasformò in ansia, il cuore prese a battere all’impazzata. Giorgio fu travolto dal panico: non era più l’aereo che scivolava d’ala ma il mondo intero che si attorcigliava in un vortice ruotando intorno a un buco nero.
In mezzo al gorgo, il libro gli apparve come un punto fermo e Giorgio ci si aggrappò con lo sguardo. Ma lo sforzo gli parve dannatamente inutile quando lesse il titolo – Sistema della scienza – e si rese conto di quanto fosse banale. Il nome dell’autore era stampato in cima alla pagina, dove il vetro faceva uno strano riflesso e Giorgio non riuscì a decifrarlo. L’insuccesso lo demoralizzò. Tanto valeva lasciarsi andare, farla finita.
Eppure, una volta agganciati gli occhi al libro, il mondo riprese un assetto stabile. Le pulsazioni si normalizzarono. Giorgio riemerse dalla vertigine con la fronte appoggiata alla vetrina e i ginocchi tremanti. Si scostò con cautela, fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora. Si voltò, scappò via infilando una strada a caso.
L’albergo gli si parò davanti come un amico che ci scorge di lontano, ci saluta e ci viene incontro.
***
Più ci si vergogna di qualcosa, più si ha l’impressione di portarla scritta in fronte. Attraversando la hall Giorgio si sentì colpevole. Colpevole in astratto, senza sapere quale legge avesse trasgredito, quale fosse il suo delitto; ma la sensazione era così forte che in ascensore non ebbe la forza di guardarsi allo specchio. E si vergognò anche della sua debolezza.
Per non restare ingabbiato fra timori e tremori si impose di concentrarsi sul motivo per cui si trovava a Costanza. Ricostruì le precise parole con cui Alberico gli aveva affidato l’incarico, e si domandò quali fossero i sottintesi. Alberico non si poteva prendere sottogamba: era il chief executive della Revolving Waste & Pollution (in gergo di Borsa: Revolution). Ed era anche il marito di Nicchia, la sua socia nello studio legale.
A letto, con la luce spenta, la vetrina gli ricomparve davanti agli occhi e tornò ad attirarlo nel suo moto a spirale. Ma questa volta la vertigine fu quasi piacevole: il cuore batteva al giusto ritmo, il corpo galleggiava descrivendo lente volute. Giorgio ripensò al libro. Cosa aveva di importante?
Non trovò una risposta, ma pensò di acquistarlo e regalarlo a Nicchia. Come in un film, la vide apparire sulla porta del suo ufficio, entrare con la scusa di chiedere un parere, indugiare cercandone un’altra per non andarsene. L’immagine rimase lì, con gli occhi che non incontravano mai i suoi, pronunciando parole che non si fissavano nella memoria e che lasciavano una vaga sensazione di disagio.
Il sonno arrivò di soppiatto, dopo un lungo rigirarsi nel letto, insieme alla sensazione che fra tutte quelle parole ce ne fosse una speciale, un nome capace di fermare lo scorrere del tempo per congelarlo in una solida, immobile realtà.
***
Il professor Candido concluse la giornata aggiornando le schede dei pazienti. Ne aprì una nuova intestata a Giorgio e fra i dati clinici annotò: sospetta sindrome di Wolf-Parkinson-White. Alla voce diagnosi scrisse: Ansia, Depressione.
Mannaggia. In situazioni di stress la WPW può causare un collasso cardiocircolatorio e, con la depressione in arrivo, non era un rischio da poco. Un elettrocardiogramma sotto sforzo, forse anche una coronarografia, e intanto una psicoterapia di sostegno; questo ci voleva. Ma lui era neurologo, mannaggia, mica cardiologo; e manco psichiatra.
***
Venerdì 23 luglio 1999
Mittelmessig alzò la testa di scatto e il movimento gli fece piovere sulla fronte un ciuffo di capelli bianchi. Un gesto nato male, ai tempi delle scuole medie, tra professori severi e compagni prepotenti.
Di tanto in tanto, il capo della Allgemeine Chemische (che tutti, lui compreso, chiamavano Alchemie) regrediva alla sua mediocre giovinezza, ai suoi studi universitari senza infamia e senza lode, alla società studentesca dove erano ancora in voga le sfide alla sciabola. In cinque anni – tanto ci aveva messo a laurearsi – nessuno l’aveva mai preso in considerazione per un duello. Più tardi, quando si era installato al timone della Alchemie, si era preso la rivincita assumendo un ex compagno di corso provvisto di una virile cicatrice sulla guancia e relegandolo in ruoli di secondo piano.
Mittelmessig guardò l’orologio: era l’ora di pranzo.
“Se non ha niente in contrario” sibilò, “propongo di andare avanti a oltranza.”
Da quando si erano seduti uno di fronte all’altro, al tavolo di una deserta sala da riunioni, si erano scontrati cinque volte. In tre casi l’aveva spuntata lui: questione di logica, di rigore intellettuale. Ma per gli altri due problemi la logica serviva a poco. L’italiano aveva proposto soluzioni tenute insieme con gli spilli, eppure inattaccabili. Lo staff della Alchemie, che aveva analizzato la bozza di contratto per dritto e per traverso, semplicemente non ci aveva pensato. Davanti allo spalancarsi dell’imprevisto, Mittelmessig tentennava.
Il suo antagonista portò alle labbra la tazza del caffè dissimulando la smorfia che aveva sul viso. Rideva di lui? Mittelmessig provò ad affondare il colpo.
“Intanto mi spieghi una cosa: come è possibile lavorare in Italia, in mezzo al caos, alla disorganizzazione?”
L’altro posò la tazza e il suo sorriso si accentuò.
“Provi a guardarla a rovescio. Io mi meraviglio quando vedo i tedeschi perdere la calma per un treno in ritardo.”
Implacabile come una divisione corazzata, Mittelmessig argomentò che un treno in ritardo provoca centinaia di appuntamenti saltati, ritardi e disguidi. E siccome mancare di puntualità equivale a ignorare le dovute forme, e di chi non rispetta le forme non ci si può fidare, un treno in ritardo è un attentato alla convivenza civile: una iniezione di angoscia a livello di massa.
“Perché dovremmo preferire l’incertezza?” concluse.
Giorgio si strinse nelle spalle.
“Basta avere fiducia in se stessi.”
Nei suoi occhi era rimasta una traccia di insolenza. Mittelmessig fissò il vuoto per un momento. Poi scosse la testa e il ciuffo gli ricadde sugli occhi.
***
Giorgio si inoltrò nel centro di Costanza rischiando di perdersi un’altra volta nel labirinto di viuzze pulitissime, dove i passanti erano rari e nessuno parlava ad alta voce. Da quando l’aereo aveva attraversato la turbolenza poco prima dell’atterraggio, la realtà gli sembrava in bilico sull’orlo di un sogno, pronta a cascarci dentro da un momento all’altro. Chissà se la vetrina dell’antiquario esisteva davvero. Forse era stata un’allucinazione.
L’aveva superata senza notarla – guardava la pasticceria di fronte – e aveva proseguito fino all’imbocco del vicolo cieco in cui si era infilato la sera prima. Tornando indietro si ritrovò la vetrina sotto gli occhi, con le due sedie Biedermeier, il tavolo e il libro posato nell’angolo più lontano: tutto identico alla sera prima, immobile nel suo segreto equilibrio. L’insegna Adam Zweifel – Antichità in lettere d’oro su fondo verde e l’ingresso sporgente sulla via davano alla bottega un’aria quieta e ordinata che – chissà perché – gli richiamò alla mente l’immagine del lago, enorme massa d’acqua che aspettava quietamente e ordinatamente di inabissarsi nell’imbuto del Reno.
Giorgio spinse l’uscio aspettandosi di sentir tintinnare un campanello e preparato a metter piede in un bugigattolo. Invece la porta si aprì in silenzio su un ampio spazio tagliato in diagonale dal fascio di luce che entrava per la vetrina. In questa strana città niente era come sembrava.
Nella zona in ombra due figure stavano in piedi una di fronte all’altra, senza parlare, ferme come statue. La donna dava le spalle all’entrata. Di fronte a lei, al capo opposto di un tavolo fratino, l’uomo la fissava senza espressione.
Giorgio arrossì come se l’avessero colto a spiare dal buco di una serratura. Per darsi un contegno, restò nella luce e finse di interessarsi alla merce in esposizione. Sul ripiano di una cassapanca erano ammucchiati parecchi libri in pessime condizioni; i quadri appesi alle pareti erano croste inguardabili; qua e là, sparpagliati alla rinfusa, c’erano acciarini, tabacchiere, portacipria, ventagli, speroni, calzastivali, bastoni da passeggio. Tutta paccottiglia.
La vetrina, vista dall’interno, non aveva niente di vertiginoso. Il libro era sempre posato sul tavolo e non c’era modo di capire se fosse stato messo lì per caso o di proposito. Decifrando i caratteri gotici del frontespizio, Giorgio lesse un complicato sottotitolo e, a piè pagina, sotto al marchio dell’editore, la data 1807. Poi lesse il nome dell’autore e rimase sbalordito.
“Notevole, vero?”
L’antiquario era alle sue spalle. Con il profilo sinistro illuminato e il destro affondato nel buio, sembrava diviso in due metà. I capelli bianchi, che un tempo dovevano essere stati biondi, partivano da un’attaccatura alta sulla fronte per scendere fin sulle spalle. I tratti del volto erano marcati ma non volgari. Teneva gli occhi bassi.
“Un esemplare molto raro” proseguì, contemplandosi la punta delle scarpe. “La prima edizione fu di settecentocinquanta copie, e non tutte uguali: l’autore volle cambiare il sottotitolo quando una parte della tiratura era già in distribuzione. Ma aveva ragione: il libro diventò famoso con il secondo sottotitolo. Il titolo – Sistema della Scienza – non se lo ricorda nessuno. Questa è una delle prime copie, le più rare: quelle che portano il sottotitolo originale. Nel secolo scorso un libraio la lasciò per testamento all’abbazia di Birnau in cambio di messe di suffragio per l’anima di un grande poeta che era stato amico e compagno di studi dell’autore. Le messe vengono celebrate tuttora, sa? Ogni 29 febbraio.”
Giorgio sollevò un sopracciglio.
“Ogni anno bisestile? In perpetuo?”
L’antiquario annuì. Sbirciò verso la donna come per accertarsi che non ascoltasse, e sussurrò:
“Cinquemila marchi. È un prezzo onesto.”
Giorgio finse di non aver sentito. Prese in mano il libro e sfogliò qualche pagina. Zweifel insistette.
“Lei colleziona prime edizioni?”
Giorgio scosse il capo. Tornò a posare il libro sul tavolo.
“Cercavo qualcosa di insolito da regalare a una signora.”
Senza dire una parola l’antiquario scomparve nella parte buia del negozio, e inspiegabilmente Giorgio si vide bambino, ai giardini pubblici, mentre correva senza ascoltare i richiami della mamma. Ma poi la voce non si sentiva più (era questo a fermarlo: il silenzio), lui si voltava e la mamma non c’era. Vedeva solo aiuole e arbusti e ghiaia, aveva il cuore sospeso nel vuoto, e si aspettava una punizione.
“Ecco un oggetto insolito” Zweifel tornò a uscire nella luce. “L’ho con me da tanti anni… Potrei dire che mi ha condizionato la vita. Ma le passioni, si sa, durano anni e finiscono in un attimo.”
L’antiquario teneva in mano un cilindro d’avorio cavo, più stretto alla base che alla sommità. Il bordo esterno era solcato da incisioni grossolane.
“Prenda il libro” intervenne la donna. “Se non altro, è autentico.” Giorgio si voltò a scrutare nella penombra. Lei gli dava le spalle e non si era mossa.
L’antiquario posò l’oggetto sul tavolo accanto al libro.
“La fattura è sicuramente orientale” asserì. “La datazione è incerta: le incisioni dovrebbero risalire all’alto medioevo, ma potrebbero essere anche più antiche.”
La donna si voltò, ma rimase nella zona in ombra.
“Non è un regalo adatto per una signora” insistette.
L’antiquario non se ne dette per inteso.
“C’è una leggenda a proposito di questa coppa. Tutti i proprietari le hanno dato un nome e, ciascuno per un motivo diverso, tutti l’hanno chiamata Sofia. Per caso, la signora si chiama così?”
Giorgio non rispose. Zweifel sollevò la coppa nella luce.
“Mille marchi per un oggetto che potrebbe valerne più di centomila! Basterebbe interpretare il significato delle immagini incise sul bordo.”
Giorgio diede un’occhiata poco entusiasta. Sembrava una ciotola ricavata da un osso di balena o da una zanna di elefante. Aveva l’aspetto trasandato delle altre cianfrusaglie che ingombravano il negozio. Non era il caso di perderci del tempo.
L’antiquario riprese a blaterare in tono convinto.
“Il primo proprietario accertato è Mattia Veraci, librettista e poeta di corte del principe elettore del Palatinato. Seconda metà del Settecento. Compose, tra l’altro, un’opera intitolata “Sofia” che doveva contenere qualcosa di rivoluzionario o forse scandaloso. Tanto è vero che l’elettore acquistò il manoscritto e lo bruciò. Ma si dice che ne esista un altro, in cui Veraci avrebbe trascritto la “Sofia” con un sistema crittografico di sua invenzione, e le incisioni sul bordo della coppa conterrebbero la chiave del codice. Purtroppo il secondo manoscritto non è mai saltato fuori. O è andato perduto o chi lo possiede se lo tiene stretto.”
Giorgio raccolse la prima cosa che gli capitò sottomano, un calzastivali; gli diede un’occhiata distratta e lo rimise giù. L’antiquario non si diede per vinto e ripartì all’attacco. La dote più importante di un venditore è la capacità di credere alle sue stesse menzogne.
“Forse ha sentito parlare di Aram Lucesco, il campione di bridge, l’inventore della “convenzione Lucesco”. La prima volta che vidi questa coppa, vent’anni fa, ero in casa sua, a Parigi. Lucesco non aveva mai sentito parlare di Veraci, eppure anche lui chiamava la coppa Sofia! E anche lui era sicuro che le incisioni contenessero un messaggio. Ne parlammo in un paio di occasioni, ma non volle confidarsi con me, e i nostri rapporti si guastarono.”
Giorgio si voltò e fece un passo verso l’uscita. L’antiquario lo rincorse.
“Se è un omaggio per una signora posso scendere a settecentocinquanta marchi. Per pura galanteria.”
Giorgio ebbe quasi ribrezzo. Cosa l’aveva fatto incappare in quell’ambiguo personaggio?
“Non sono abbastanza esperto per dire se questa roba è originale” buttò lì, cercando scuse. “Almeno per il libro ci vorrebbe una perizia.”
L’antiquario aprì le braccia in un gesto teatrale.
“Ma io le do tutta la documentazione!”
Ritornò nel buio, aprì uno stipo e cominciò a estrarre fogli su fogli che impilò sul tavolo borbottando.
“Ecco: il catalogo dell’abbazia, il lascito, la dichiarazione del bibliotecario. Più di così! E per l’avorio… dove ho messo quel ritaglio? Era qui…”
La donna scelse quel momento per uscire dall’ombra, raggiungere la porta e andarsene. Giorgio colse solo la silhouette di un naso greco e una massa di capelli nerissimi. Aveva parlato? Gli aveva detto arrivederci? Non ne era sicuro.
Frattanto Zweifel, rovistando nello stipo, aveva pescato un foglio ingiallito.
“Trovato!” rumoreggiò. “Dunque, ascolti: Lucesco si stabilì a Parigi nel 1968, dopo i tumulti del maggio di quell’anno. Affittò un appartamento in rue de Stamboul e ci trovò un fascio di vecchie riviste abbandonate dall’inquilino che l’aveva preceduto. Invece di gettarle, le mise in un ripostiglio e le dimenticò. Cinque anni dopo, a Strasburgo, ebbe una sera particolarmente fortunata al tavolo da gioco. Tornò a Parigi con la valigia piena di contanti, cambiali e oggetti di valore, tra cui anche questo avorio.”
Per la prima volta gli occhi dell’antiquario incrociarono quelli di Giorgio.
“Detto fra noi, è probabile che Lucesco abbia dovuto lasciare Strasburgo in fretta e furia. I giocatori che perdono possono diventare pericolosi. Comunque sia, arrivando a Parigi, mentre il treno sferragliava sotto la volta della Gare de l’Est, Lucesco si sentì crescere dentro una strana frenesia. Corse a casa, ci si chiuse a chiave e, senza riuscire a spiegarsi perché, si mise a frugare nel pacco delle vecchie riviste. Gli cadde l’occhio su questo articolo.”
Sventolò il ritaglio come se fosse un argomento inoppugnabile.
“Lo legga. Poi, se crede, consulti pure un perito.” Alzò una mano a palma in fuori, come a prevenire l’obiezione. “I periti costano, dirà lei. E non servono a gran che, aggiungo io. Per interpretare le incisioni sul bordo di questo oggetto non serve un critico d’arte: ci vuole un lampo di genio.”
Giorgio scosse il capo e fece per andarsene. L’altro gli si parò davanti.
“Il libro, l’avorio e la documentazione: tutto per cinquemila marchi.”
Sembrava un ultimatum, e Giorgio si fermò a riflettere. Non era quello il modo di spacciare i falsi e le refurtive. Il tono dell’antiquario diceva che non c’erano più margini: era prendere o lasciare.
***
Giorgio ripose la carta di credito nel portafogli. L’antiquario curvo sul tavolo compilava la ricevuta mormorando parole incomprensibili. Sempre borbottando in dialetto svevo, confezionò due pacchi e li mise in una busta di plastica.
Giorgio uscì dal negozio con la busta in mano, rimase indeciso sulla porta come se non sapesse dove andare, poi si riscosse e si avviò verso l’albergo.
Cinque minuti dopo anche Zweifel si affacciò sull’ingresso. Guardò nella strada con aria circospetta, chiuse la porta a chiave e abbassò la saracinesca. Raggiunse l’agenzia di una banca scivolando rasente ai muri e depositò dei fogli nella cassa continua. Ascoltò lo scatto del cassetto metallico che si chiudeva e tirò il fiato. Stropicciò le palpebre, inspirò a fondo e respirò piano, con soddisfazione. Quando si avviò aveva sul volto un’espressione di sollievo.
In piazza Fishmarkt andò a sedersi a un tavolino della gelateria Nicola. Sorrise al cameriere, un egiziano atletico e olivastro. Ordinò un gelato al ribes.
***
Sotto la doccia che scrosciava Giorgio mugolò un’aria complicata, la lasciò a metà, la riprese, si cacciò in un circolo vizioso musicale e, per venirne fuori, non trovò di meglio che ripensare alle stranezze delle ultime ore. Una paura esagerata al momento dell’atterraggio, l’impressione di entrare in un’altra realtà, una vertigine, poi gli incontri con il mediocre testone a capo dell’Alchemie e con il rigattiere ciarlatano. Fra tutte queste cose c’era un nesso? Improbabile, davvero improbabile.
Ma i suoi acquisti avevano a che fare con il capogiro della sera prima? Questo sì: la vertigine gli era capitata davanti alla vetrina e lui c’era tornato per curiosità, nella speranza di capire cos’era successo. E anche per una rivalsa con se stesso: per dimostrare che quel capogiro non era niente di preoccupante e che lui era perfettamente in grado di andare dove gli pareva e piaceva.
Evabbe’, ma l’antiquario gli aveva rifilato un bidone? Giorgio si strinse nelle spalle. Certo, se quella vecchia checca non avesse avuto in serbo cianfrusaglie e frottole, se la donna non avesse finto di dissuadermi… insomma: se le cose non si fossero svolte esattamente come sono andate, forse non avrei speso cinquemila marchi per un libro. Mi avranno pure infinocchiato, concluse, ma in fin dei conti è per questo che si lavora e si fatica: per levarsi gli sfizi.
Più ci ripensava, più si rendeva conto che la sua fiducia in se stesso era meno salda di quanto credesse. Finì per ammettere che a volte il dubbio di aver fatto la figura del cretino deve lottare con la fierezza di esserlo per davvero.
Uscendo dalla doccia decise di prendersela comoda: sarebbe tornato a Milano l’indomani con il volo delle 15.15. Si rivestì. Abbottonò la camicia guardandosi nello specchio e vide sul suo volto la stessa smorfia di Alberico quando sparava frasi del tipo: “Cercare spiegazioni per ogni cosa è come guardare gli alberi e non vedere la foresta”. Ci rimase malissimo: aveva sempre pensato che chi imita il capo è un povero di spirito. Invece c’era cascato anche lui. E Alberico non era neanche il suo capo: era un cliente. Importante, d’accordo, ma nient’altro che un cliente.
Scese nella hall cercando di non pensare ad alberi o foreste. Eppure finì per parafrasare qualcosa che aveva detto l’antiquario: ciò che non accade in cinque anni capita tutto a un tratto, in cinque minuti.
Avrebbe dovuto sapere che, quando poi succede, non è mai come te lo aspetti.
***
Nella terrazza del Casinò i camerieri vorticavano fra i tavoli portando vassoi pieni di gelati. Nella sala da gioco uomini e donne dai volti meschini sbarravano gli occhi sul frullare delle slot machines.
La donna che nel negozio dell’antiquario gli aveva sconsigliato l’acquisto era seduta a un tavolino d’angolo. Giorgio la vide, si fece avanti, e mentre sfilava fra i tavoli pensò che dieci anni prima sarebbe andato all’arrembaggio come un pirata, mentre adesso combatteva come un mercenario.
La donna alzò la testa, lo fissò, e a Giorgio parve di ricevere un urto in pieno petto. Si sentì piovere addosso, tutte insieme, emozioni mai raggiunte, orizzonti mai visti, vite mai vissute. Una volta di più la realtà ebbe un sussulto: Costanza, il casinò, tutto quanto fu trasportato in un mondo sospeso, dove qualcuno faceva domande e Giorgio era obbligato a rispondere.
“Perché hai comperato il vaso di Pandora?”
Pandora? Ah sì, una favola antichissima. Con una morale: il senso della vita sta nell’accettare il destino, non nel cercare di cambiarlo; altrimenti sono guai.
E io che cosa ho combinato in dieci anni di cosiddette pubbliche relazioni? Un sacco di iotidonacosaté e tumidainacosamé. Il mio successo è fatto di compromessi, leccate di stivali, bugie. E la bugia più grossa è stato illudersi che valesse la pena di spenderci una vita.
“Rispondi: perché hai comperato il vaso?”
Ci ho speso cinquemila marchi: una pazzia. E invece non ho usato la ricetta del professor Candido. Si può essere più stupidi? Da quando ho avuto paura sull’aereo non sono più lo stesso. Ho fatto lo sprezzante con Mittelmessig, uno che domani potrebbe diventare cliente e procurarmene altri. E sono diventato spendaccione. Non mi riconosco più. Per tutta la vita sono stato concreto e razionale; nelle ultime ventiquattr’ore ho commesso solo sbagli, uno dopo l’altro. Dimmelo tu, Alba (è così che ti chiami, vero?): sono diventato schizofrenico? Se è così, è colpa tua, dei tuoi occhi, delle tue domande che tagliano la strada alle ipocrisie.
“Ma tu, quando ti concedi una pazzia, credi di commettere un delitto?”
Un delitto? No. Però sento in gola una specie di magone, un miscuglio di gioia e timore. È come provare a camminare sulle nuvole e vedere che, incredibilmente, ci riesci; ma sempre con il terrore di sprofondare da un momento all’altro. Ecco: è come violare una legge e farla franca. Immorale ma piacevole.
***
La trentacinquenne prima viola dell’Orchestra Filarmonica di Costanza (e viola titolare nel Quartetto Schuppanzig) assaggia il gelato di mango e socchiude gli occhi: gli alberi sul lungolago si trasformano in uno squarcio di palmizi e bianche spiagge caraibiche. Ma subito la spiaggia ridiventa lungolago. Una settimana alle Antille? Quando mai! In sei anni di relazione semiclandestina con un pezzo grosso, il più grosso di Costanza, le sono toccati solo due piovosi weekend a Maiorca e una domenica di gennaio a Parigi. Quanto ai viaggi d’affari, l’unica volta in cui l’ha seguito, a Vienna, è stata un disastro: abbandonata a se stessa, ha passato due giorni nei musei e una notte a fumare una sigaretta dopo l’altra.
Stasera è sola. Lui ha accompagnato la consorte al festival di Bregenz, all’altro capo del lago. La ribalta, si sa, è per le mogli legittime, soprattutto quando portano in dote un pacchetto di azioni Alchemie.
La musicista osserva Giorgio e la donna dai capelli neri che si avviano verso la sala da gioco. Al tavolo della roulette lui le chiede un numero, lei articola qualcosa sottovoce. Lui getta una fiche sul cinque. La pallina d’avorio rotola nell’imbuto, saltella sul disco dei numeri, si ferma. Il croupier impila gettoni accanto al cinque.
La donna dai capelli neri sbircia verso l’uscita come un’adultera colta in flagrante. Lui le chiede un altro numero, lei finge di non ascoltare. Lui cerca i suoi occhi, lei guarda a terra. La vincita resta sul tappeto verde. La pallina scivola di nuovo nell’imbuto. Rien ne va plus.
Esce ancora il cinque.
Fra i mormorii dei giocatori che si pigiano ai bordi del tavolo, lui raccoglie il bottino e va alla cassa. Lei ha un’aria oscuramente colpevole. Per un secondo, prima di vederli affondare nel buio, la musicista fissa i due profili che si stagliano nel riquadro della porta.
***
La nebbia saliva dal lago e una brezza leggera la trascinava verso l’imboccatura del Reno, enorme sifone che inghiottiva acqua e vapore. Zweifel seguì a distanza la coppia che si avviava verso il ponte. I due si fermavano per guardarsi negli occhi, riprendevano la strada, uniformavano il passo con difficoltà. Lei domandava. Lui rispondeva animandosi via via fino a gesticolare.
L’antiquario rabbrividì. C’è gente che non prova rimorso nemmeno per un omicidio, ma le persone normali possono sentirsi responsabili anche di ciò che non hanno commesso.
Il tizio che fumava appoggiato al parapetto del ponte si fece attento: l’antiquario prendeva a destra sul lungofiume, la coppia proseguiva verso l’Insel Hotel. Per gli altri poteva essere il momento giusto in cui tentare uno dei loro trucchi. Invece non successe niente. Nel parcheggio dell’hotel la donna salì su una utilitaria nera, Giorgio rimase lì con la mano alzata in un gesto di saluto, in piena luce, sotto gli occhi del guardaportone. Con trascuratezza tutta femminile l’auto si avviò a fari spenti verso la stazione, girò l’angolo e scomparve.
L’uomo non riuscì a leggere il numero della targa. Entrò nell’albergo in tempo per scorgere Giorgio che prendeva l’ascensore. Andò al bar e scelse un posto dal quale poteva controllare l’andirivieni nella hall.
***
Sabato 24 luglio 1999
L’utilitaria color canarino rallentò fino a fermarsi davanti al casello della dogana. Erano le undici del mattino: il sole scottava e nelle strade cominciava a farsi sentire l’odore dei bratwurst e del sauerkraut. Il doganiere osservò la decalcomania della Hertz appiccicata sul parabrezza e la mano che tendeva il passaporto. Accennò via libera.
L’auto varcò la frontiera, imboccò la strada per Zurigo, rallentò sobbalzando sulle rotaie di un passaggio a livello, sfilò davanti a una berlina scura appostata all’angolo di una strada senza uscita. Il tizio al volante – muscoli da culturista, testa rapata, naso importante – si drizzò sul sedile e mise in moto. Il ciccione seduto al suo fianco aspirò l’ultima boccata dalla sigaretta e gettò il mozzicone sull’asfalto. La berlina si immise sulla strada nazionale e seguì l’utilitaria.
Un’altra auto attraversò la linea di confine. L’uomo alla guida portava occhiali scuri e teneva abbassata l’aletta parasole. Le tre macchine proseguirono distanziate senza perdersi di vista. La città si sfilacciò nella periferia. Le case si diradarono. La strada salì con ampie curve fino al margine del bosco e ci si immerse. Le auto percorsero cinque chilometri nel buio e nella frescura degli alberi, poi sbucarono in aperta campagna. La berlina mise la freccia a sinistra e iniziò la manovra di sorpasso. Aveva quasi affiancato l’utilitaria quando un autobus spuntò in fondo alla curva e venne avanti minaccioso come l’onda di un oceano. La strada diventò un imbuto.
Per una frazione di secondo Giorgio pensò di gettarsi a destra nel prato, ma non seppe decidersi. Fra scricchiolii di pneumatici, lampeggiare di fari e clacson suonati a distesa, la massa dell’autobus piombò come un maglio e sfilò a un metro dal finestrino con il fragore di un treno in corsa. Dopo aver superato la curva Giorgio guardò nel retrovisore: l’autobus era sparito, la berlina viaggiava a distanza di sicurezza, le mucche al pascolo sul fianco della collina abbassavano il muso nell’erba alta.
Le auto proseguirono in fila indiana, come se si studiassero. Entrarono in autostrada. Quando l’automobilina gialla accennò a sorpassare un Tir, la berlina schizzò sulla terza corsia, si affiancò e strinse a destra. L’utilitaria rischiò di incastrarsi fra la motrice e il rimorchio del Tir, evitò il disastro per pochi centimetri, frenò disperatamente, si buttò sulla corsia di emergenza e rimase lì, ferma come un giocattolo abbandonato.
La berlina dovette proseguire: la terza auto danzava negli specchietti, il Tir incombeva sulla destra come uno schiacciasassi, un’auto della Polizei arrivò a sirene spiegate. Il grassone mugolò una parolaccia, compose un numero sul cellulare e pronunciò una frase in codice. A Zurigo un uomo con la guancia sinistra attraversata da una cicatrice, riagganciò con una smorfia. Avrebbe preferito portarsi appresso una rivoltella, ma gli ordini erano chiari: niente armi.
Quel giorno il traffico era più caotico del solito. L’uomo con la cicatrice arrivò in aeroporto proprio nel momento in cui il bersaglio oltrepassava il cancello dell’area duty free. Tecnicamente era ancora possibile comperare un biglietto e portare a termine la missione, ma gli imprevisti erano troppi: un tizio appoggiato al banco della Galata Airlines fingeva di leggere un giornale italiano attraverso dei grandi occhiali scuri, e dagli altoparlanti usciva già l’ultima chiamata del volo Zurigo-Milano.
Giorgio sbarcò a Linate incolume ma perplesso. In autostrada, quando era ripartito dopo cinque minuti di sudore e tachicardia, aveva visto la berlina ferma sulla corsia di emergenza dietro a un’autopattuglia. Un agente annotava qualcosa sul taccuino. Una multa. Tutt’al più il ritiro di una patente. Se avesse gridato al tentato omicidio gli avrebbero riso in faccia. Eppure, la sera prima, Alba gli aveva parlato di un viaggio pericoloso. Lui non le aveva dato importanza, ma adesso la cosa gli era tornata in mente e non riusciva a togliersela dalla testa.
Ci pensava ancora quando uscì sul piazzale dell’aeroporto. Non fece caso al tizio dagli occhiali scuri e non si accorse di essere seguito. Sul taxi imbottigliato nel solito ingorgo di viale Corsica, appoggiò la nuca allo schienale. Rivide gli occhi di Alba e chiuse i suoi. Si ritrovò sonnambulo, a passeggio sul cornicione di un grattacielo. Sognava e sapeva di sognare, ma non poteva essere sicuro che svegliandosi non sarebbe precipitato nel vuoto, e il dubbio gli mozzava il respiro.

Iside

Si fa in fretta a dire “il caso”! Nel gioco dell’oca un colpo di dadi ti sposta da una casella a un’altra, ma il percorso è prefissato e ogni casella contiene un verdetto senza appello. A priori tutto può accadere e, nel momento in cui accade, sembra casuale; ma a posteriori ogni cosa sembra l’effetto di una precisa causa che ha agito in vista di un preciso scopo.
Il taxi si fermò davanti a casa e Giorgio sbatté le ciglia. I mancati incidenti sulla strada di Zurigo erano stati colpa sua? L’insonnia che lo teneva sveglio di notte, di giorno lo faceva ciondolare. Forse, guidando mezzo insonnolito, aveva sbandato senza rendersene conto. Oppure gli era capitato fra i piedi un ubriaco al volante, uno che aveva fatto la notte in discoteca, un cretino che non sapeva guidare. Tutto qui. Se lo ripeté due volte, sapendo benissimo che non era tutto lì.
Il problema vero era un altro. Trattare un accordo planetario fra Revolution e Alchemie era il vertice della sua carriera. Il successo in quella trattativa l’avrebbe inserito nell’élite mondiale degli avvocati d’affari. E lui aveva vinto il primo round. Per questo si era concesso una distrazione, un acquisto insolito, un regalo per Nicchia. Alba l’aveva trovato con la guardia abbassata e aveva colpito duro: carriera e successo non sono fine a se stessi. Sono mezzi per ottenere uno scopo. Ma quale? Giorgio aveva dovuto ammettere di non saperlo, e questa improvvisa consapevolezza l’aveva sconcertato.
Alba l’aveva sbilanciato. Alba avrebbe potuto aiutarlo. Ma chi era? Come avrebbe potuto rintracciarla? Aveva fatto un vago accenno all’Università, a un dipartimento di germanistica, ma lui non aveva approfondito. Perché era nel negozio dell’antiquario? Non ne avevano parlato. Lui non l’aveva chiesto.
Secondo Alba, se Giorgio non avesse comperato il vaso dell’inganno si sarebbe risparmiato un viaggio pericoloso. Ma lui – che cretino! – non aveva voluto sapere quale viaggio, quale inganno. Gli occhi di Alba l’avevano obbligato a rispondere senza far domande. E lei se ne era andata senza lasciargli l’indirizzo, un numero di telefono, nemmeno il cognome.
***
Il messaggio sulla segreteria telefonica era stringato: appuntamento al circolo del bridge dieci minuti prima del solito torneo settimanale. Alberico era fatto così. Concedeva poco tempo per riferire i fatti, assegnava missioni e pretendeva risultati. Ma era capacissimo di cambiare le carte in tavola, lasciandoti nelle peste.
Giorgio condensò i suoi appunti in una pagina di taccuino e tornò a pensare a Alba. Nella scatola che conteneva il libro l’antiquario aveva accluso parecchi documenti. Nell’altra scatola, insieme alla ciotola d’avorio c’erano soltanto la ricevuta e il ritaglio di una rivista francese dalla curiosa testata: La lanterna del pompiere. Sulla ricevuta c’era il numero di telefono del negozio. Giorgio lo compose, ascoltò quindici squilli e nessuna risposta. Che strano. Un antiquario chiuso al sabato pomeriggio?
Non restava che richiamare più tardi. Giorgio sfogliò la documentazione – copie autenticate, estratti e scartoffie varie – prima di leggere il ritaglio della rivista francese. L’articolo, intitolato “Testamento su una stella”, parlava di un nobile alsaziano vissuto nella seconda metà dell’Ottocento, cultore di scienze occulte, organizzatore di confraternite esoteriche, studioso di lingue antiche, collezionista di libri rari. Un emerito perdigiorno.
In un modo imprecisato (e probabilmente illegale) il gentiluomo era entrato in possesso di un soprammobile d’avorio istoriato con cinque figure misteriose e si era incaponito a studiarlo. Aveva passato giorni interi alla Biblioteca Nazionale, aveva scritto ad amici e confratelli di Roma, Istanbul e Alessandria d’Egitto. Ma apparentemente non aveva cavato un ragno dal buco. Aveva ripreso a fondare riviste di esoterismo e a viaggiare per mezza Europa. Il soprammobile era rimasto sulla ribalta di un comò insieme ad altri cimeli e carabattole.
Qualche anno dopo, colpito da un male incurabile, il nobile aveva lasciato Parigi per ritirarsi nel castello di famiglia. Un giorno, nello stato di alterazione indotto da una iniezione di morfina, si era ricordato del soprammobile d’avorio e si era convinto che fosse un talismano capace di ridargli la salute.
Giorgio sospirò, smise di leggere e alzò gli occhi al soffitto. Poi si pentì. È troppo facile disprezzare un viziato imbecille e ridere delle sue manie. Davanti alla morte essere ricchi o poveri, intelligenti o cretini, non fa differenza: la morte è l’unica cosa che realizza l’uguaglianza assoluta. Purtroppo, al ribasso.
Anche il segretario doveva pensarla più o meno così. Per devozione o per rispetto di un uomo che muore, si era precipitato nella residenza di Parigi. Aveva frugato nella paccottiglia accumulata dal padrone nella sua vita di eccentrico. Ma l’oggetto era scomparso.
Per giorni e giorni il malato non aveva fatto che disperarsi. La fine si avvicinava e l’oggetto d’avorio era sempre al centro dei suoi pensieri. Con le ultime parole rivelò al segretario che le immagini incise andavano lette “sulle punte, come una stella”, poi con un lungo sibilo abbandonò la vita terrena. In quell’ultimo sospiro il segretario giurava di aver sentito distintamente la parola “Sofia”.
Giorgio mise da parte l’articolo, prese in mano l’oggetto d’avorio e osservò il bordo intagliato. Ci voleva uno sforzo di fantasia anche solo per separare i contorni delle immagini. Riuscì a distinguere due figure umane, una in piedi, una distesa. La lente d’ingrandimento gli rivelò che l’uomo in piedi era in atto di danzare o di spiccare un salto, mentre quello disteso sembrava morto o addormentato. Tutti e due erano contornati da figure stilizzate di ardua decifrazione: grappoli d’uva? mannelli di spighe? Chissà. Le altre immagini erano incomprensibili. Potevano significare qualsiasi cosa.
***
Per tutto il viaggio di ritorno da Mantova (dove aveva dato il benestare alla pulitura di tre corsi di laterizio sul braccio meridionale della basilica di Sant’Andrea) il dottor Alessio Paleologo, funzionario della Sovrintendenza alle Belle Arti, rimpianse di non aver voluto il climatizzatore in macchina. Giunto a casa, si affrettò a prepararsi un bagno. Quando squillò il telefono aveva un piede nella vasca, e rimpianse di non possedere una segreteria telefonica. Chi gli rompeva le scatole proprio adesso? Forse sua madre, intenzionata a precettarlo per una delle sue noiosissime cene? Andò a rispondere facendo gli scongiuri.
Scampato pericolo: era Giorgio che chiedeva un favore. Alessio lo invitò a passare da lui più tardi, staccò il telefono e tornò alla vasca. Immerso fino al mento nell’acqua tiepida, rimpianse l’idromassaggio che non si era mai deciso ad acquistare. Poi, sempre sul filo dei rimpianti, passò a domandarsi se lavorare di sabato fosse roba da dirigenti o da timbratori di cartellino. E infine, per una associazione di idee della quale non avrebbe saputo ricostruire il percorso, rivisse una scena di qualche giorno prima.
“Alessio, fammi la cortesia di chiamarla con il suo nome: Costantinopoli.”
“Mamma, si chiama Istanbul da più di cinque secoli.”
“Non per un Paleologo!”
“Mamma, ormai a Istanbul ci sono i turchi.”
“Non vuol dire: la Storia cambia!”
“Mamma, se cambierà ne riparleremo.”
Da quando aveva acquistato l’uso di ragione Alessio sentiva pesare sulle spalle la responsabilità di discendere dagli imperatori romani d’oriente: il suo avo Costantino Paleologo, l’ultimo imperatore, era stato fatto a pezzi dai turchi nel 1453. Ma se cinquecento e rotti anni non cancellano le pretese dinastiche, l’intrusione della Storia nella vita di un uomo può rivelarsi più ingombrante di un mutuo ipotecario. Non potendo sbattezzarsi, Alessio era vissuto nell’ambivalenza di chi vorrebbe essere un altro rimanendo se stesso. Aveva conosciuto migliaia di greci profughi dall’Asia Minore ma non aveva mai voluto metter piede a Istanbul, a Smirne o ad Alessandria, non aveva mai preso sul serio le manie di sua madre e si era scelto una placida carriera nelle sovrintendenze alle Belle Arti.
Eppure da qualche tempo le sue scelte di vita cominciavano ad apparirgli come una fuga. Fare in modo di non avere rimorsi non l’aveva messo al riparo dai rimpianti. Alessio sentiva nella sua carne quanto è illusoria la speranza di trovare la felicità autoesiliandosi su un’isola o nello studio del Rinascimento.
Quando uscì dal bagno il suo umore era diventato agrodolce. Ricevette Giorgio in pantofole e accappatoio, sfoggiando la nonchalance dei nobili di sangue. Diede un’occhiata al libro e due alla tazza.
“Non sono uno specialista di prime edizioni, però ne conosco uno che mi deve un favore. Dammi un po’ di tempo e ti saprò dire. Quanto al bicchiere, così, a occhio, non è entusiasmante. Certo, se fosse autentico, potrebbe anche risalire all’epoca di Giustiniano. Dovrò fare qualche ricerca.”
Giorgio parve un po’ contrariato, ma disse che non c’era fretta, ringraziò e corse al circolo del bridge.
***
Il professor Candido spinse la porta del circolo faticando a dominare l’apprensione: quella sera avrebbe giocato con una partner quasi sconosciuta. Di lei sapeva soltanto che la chiamavano Iside. Ripensandoci, non riusciva a ricordare come fosse nata l’idea di giocare con lei proprio quella sera.
Ordinò un caffè. Iside non era ancora arrivata, ma tutti gli altri soci stavano già lì, con le facce tese e l’insicurezza che traspariva dietro alle dentiere, ai riporti, ai lifting. Discutevano di picche e di cuori con lo stesso puntiglio con cui gli architetti controllano la statica di un grattacielo. Sognavano di giocare venti mani perfette per riscaldarsi al sole della propria intelligenza.
In fondo al bar, Giorgio parlava con un tizio dai capelli sale e pepe e dalla bocca viziosa, che si guardava intorno con la spocchia di chi è convinto che il sistema solare ruoti intorno a lui. Infatti chiuse la discussione con una smorfia che diceva “chissenefrega”, voltò le spalle e andò al bar. Giorgio, un po’ sconcertato, vide Candido e lo salutò.
“Senti, levami una curiosità…”
Il caffè era ancora bollente. Iside non si faceva vedere. E Giorgio, mannaggia a lui, voleva mettersi a parlare della sua salute al bar, davanti a tutti?
“… tu conosci una convenzione Lucesco?”
Candido respirò.
“Te la vuoi studiare? È complicata assai. Domani ti faccio tenere lo schema. Mo però, abbi pazienza, ci sta il torneo…”
“No, no. Non disturbarti. Volevo soltanto sapere… questo Lucesco è ancora al mondo?”
“Ah, non tengo la minima idea. Chiedo scusa: Iside è arrivata.”
Il professore ingoiò il caffè in un sorso scottandosi la lingua e il palato. Una signora si era fermata sulla porta del bar e fissava i presenti uno per uno. Giorgio vide nei suoi occhi lo sguardo di Alba e rimase senza fiato.
***
L’uomo percepì il movimento sull’ingresso e si tolse gli occhiali scuri. Attraversò la strada facendo in modo di coincidere sulla soglia con i due gemelli dai capelli rossi e dal viso pieno di efelidi che uscivano di casa discutendo tra loro. Estrasse di tasca un mazzo di chiavi, finse di sceglierne una per poi accorgersi che poteva approfittare del portoncino aperto, borbottò “Buona sera” e si infilò nell’ascensore. Sbarcò all’ultimo piano, con un’occhiata circolare individuò le vie di fuga, poi scese quattro rampe di scale.
Davanti all’appartamento di Giorgio si fermò a studiare la toppa. Come aveva immaginato: porta blindata e serratura ostica. Ma il pianerottolo dava su un ballatoio dal quale, con una ragionevole acrobazia, era possibile raggiungere il balconcino e la porta-finestra. Certi architetti, ridacchiò, sono sponsorizzati dal sindacato dei ladri.
L’uomo scese per le scale con le orecchie tese. Al primo piano, da una porta chiusa trapelava una voce che annunciava i titoli di un telegiornale. Notizie banalissime spacciate in tono incalzante. La voce tacque di colpo. Il portinaio aveva spento il televisore. Sarebbe uscito? Avrebbe fatto un giro d’ispezione?
L’uomo si immobilizzò sudando freddo. Per la prima volta nella sua vita si domandò chi glielo faceva fare. Senza trovare una risposta, attese in silenzio. Tutte le porte rimasero chiuse. L’uomo tirò il fiato e risalì al quarto piano.
***
Mancavano cinque minuti a mezzanotte quando Candido andò in collera con se stesso: un imprevisto gli aveva fatto collassare la concentrazione e ormai di acchiappare il primo posto nel torneo non se ne parlava più. A onor del vero, in diciannove mani le carte non gli avevano dato modo di sfoderare manovre sofisticate. Ma, come diceva zio Mimì, chiacchiere e tabacchiere ‘e legno ‘o banco non l’impegna. Iside, la sua socia, era stata perfetta. La fesseria l’aveva fatta lui, clamorosamente e senza scuse.
O meglio, una scusa la teneva: nella mano numero quindici, mentre lui era intento a dipanare il groviglio di un ragionamento complicato, il partner di Giorgio, quel tizio un po’ guappo seduto al tavolo di fronte, ne aveva dette di cotte e di crude ad alta voce. Distratta da tanta libertà di linguaggio, la concentrazione del professore si era sciolta come aspirina effervescente: la mano sinistra, scollegata dal cervello, invece di battere l’ultima atout, aveva messo sul tavolo una cuori. Il disastro era stato totale, irreparabile.
Iside non aveva fatto una piega. Candido invece non la finiva più di tormentarsi. E ora, ultima mano di un torneo compromesso, Giorgio e il suo socio, con le facce scure, venivano al tavolo e salutavano con un cenno del capo, chiusi in un silenzio temporalesco. I preliminari presero pochi secondi. Giorgio attaccò con il cinque di picche e il suo socio si mosse sulla sedia con aria seccata. Iside incassò una presa dopo l’altra. Con gli occhi che schizzavano veleno, Alberico gettò le ultime carte sul tavolo e abbaiò:
“Ma torna all’asilo! Va’ a giocare a rubamazzo!”
Si alzò con il viso stravolto e si avviò all’uscita. Giorgio lo rincorse fin sull’ingresso e lui, fermo sulla porta, si voltò sibilando:
“Picche! Si può essere più deficienti?”
Giorgio spalancò le braccia.
“Dove dovevo attaccare?”
“A fiori, imbecille! Fiori!”
“E come facevo a sognarmelo?”
Alberico lo fissò come avrebbe fissato un borsaiolo colto in flagrante.
“Tu gli occhi li usi soltanto per fare lo scemo con mia moglie, eh?”
Giorgio rimase incenerito.
“Che cosa?!”
“Ma va’ a quel paese!”
***
“Ho parcheggiato qui dietro, nella via più buia di Milano.”
L’espressione di Iside era più di sfida che di timore; come se gli avesse chiesto, non di accompagnarla, ma di farsi iniziare in una setta di satanisti.
“E Candido?”
“Vuole aspettare la classifica. Per penitenza, credo.”
Scesero nel caldo umido, nell’aria satura di gas combusti. Percorsero il buio del cortile cercando a memoria la porticina con la serratura a scatto, incastonata nel portone. Sbucarono in una via Manzoni notturna dove la gente andava di fretta, a capo chino o con il volto stralunato, e le automobili sfrecciavano sotto i fanali come se attraversassero un deserto cosparso di carogne e avvoltoi. Sull’angolo di via della Spiga un ragazzino biondo con gli occhi fuori dalle orbite e la camicia bianca aperta sul petto fermava i passanti, mostrava una patente e chiedeva diecimila lire in prestito “per tornare a casa”. Tutti giravano al largo.
Iside parlò sottovoce.
“Sapevi che il tuo socio bara?”
“Ma cosa dici?”
“Fissava l’angolo del tavolo alla sua destra: chiamava fiori.”
Per la seconda volta in pochi minuti Giorgio rimase di sasso.
“Non ci credo! Alberico è un uomo di successo. Non ha bisogno di barare al gioco.”
Iside scosse il capo.
“I giocatori sono come i bambini. Vogliono vincere a ogni costo.”
“Ma non è vero! Io non baro. Tu non bari.”
Iside alzò le spalle.
“Noi giochiamo per passare il tempo. Hai mai vinto un torneo, tu?”
“Che c’entra? È perché non mi applico. Non sono come Candido, il tuo partner di stasera. Lui passa le notti a studiare tutte le manovre possibili e immaginabili.”
Discutevano avanzando a scatti, una battuta e tre passi avanti, come per dire: discorso chiuso. Succede sempre così quando qualcuno ci apre gli occhi: chi ascolta deve digerire la notizia e non vorrebbe sentire altro, chi parla sa di avere altro da dirci e aspetta il momento giusto.
Ci fu uno strillo. Il biondino con la camicia bianca attraversò la strada di corsa. Un’auto inchiodò i freni e ripartì. Scese un silenzio irreale. Negli occhi di Iside c’era qualcosa di oscuro e misterioso.
“Candido sogna la botta segreta, come gli spadaccini di una volta. Quelli come lui cercano la luna nel pozzo, e lo sanno, ma non ci vogliono credere.”
“Quelli come lui? Chi sarebbero?”
“I cavalieri erranti. Vagano per la foresta e neanche sanno cosa cercano. Però si mettono d’impegno: salvano le damigelle in pericolo, tagliano la testa ai cattivoni.” Iside spalancò gli occhi. “Solo Lancillotto sa quel che cerca: è Ginevra, la moglie del re.” Sbatté le ciglia mentre sulle labbra le si disegnava un sorriso amaro. “Capisci? L’unico modo per vincere è fare un segno al socio, e al diavolo re Artù!”. Si appoggiò all’angolo in ombra di una vetrina e la sua voce uscì dal buio come dall’antro di una sibilla. “Lancillotto bara, vince, e si disprezza per aver vinto con una slealtà. Ma insiste negli inganni. Gli rimorde la coscienza, però non molla i trofei.”
Giorgio alzò i sopraccigli.
“E questa cosa sarebbe, l’apologia della scorrettezza?”
“Perché, tu credi di essere la statua della Giustizia?”
La notte, il buio, l’aria inquinata erano diventati opprimenti. Le automobili schizzavano via come grossi gatti dagli occhi luccicanti, i tram sibilavano schioccando scintille. Il getto d’acqua sul retro del monumento di via Croce Rossa era un osceno orifizio sgocciolante. Giorgio sbatté le palpebre: il mondo sembrava stravolto, come se davanti a lui si fosse aperta una voragine e Iside l’avesse trascinato giù per una scala a chiocciola fino a una catacomba, a una cappella sconsacrata dove si celebrava una messa nera. Provò l’impulso di divincolarsi, come se sentisse le braccia strette in una camicia di forza. Ancora una volta qualcosa nel cervello fece clic e la realtà ebbe un sussulto.
“Mai mancato di parola, in affari?”
Be’, magari per cose da poco… (quanto poco? Poco per te. E per gli altri?). Ma finché non si danneggiano i terzi… (e tu hai mai chiesto ai terzi se si ritenevano danneggiati?). E comunque, se cambiano le circostanze… (sì, buona questa!).
“Mai ingannato te stesso, quando la realtà è fastidiosa?”
La realtà? E chi la capisce, la realtà! Vetrine che danno le vertigini, coppe misteriose, mariti distratti che leggono il tradimento negli occhi di un adultero inconsapevole. Forse il destino fa vincere alla roulette per chiudere le storie che non dovrebbero neanche cominciare.
“La realtà è soggettiva. Prendi i personaggi delle opere liriche: bevono filtri e veleni, e mai che li sfiori l’ombra di un sospetto. Eroi imbecilli che si fanno fregare come ritardati mentali! Eppure gli spettatori non ci fanno caso. È per via dell’illusione scenica, cioè di un altro inganno.”
E allora cosa voleva dire Alberico, che Nicchia e io ci rendiamo ridicoli? L’inganno dei sentimenti ci fa scoccare sguardi melensi mentre discutiamo le clausole di un contratto e ci fa indossare un’armatura in camera da letto.
***
L’uomo girava per stanze e corridoi roteando il cerchio della lampadina tascabile sui pavimenti ingombri, sui cassetti rovesciati, sugli armadi aperti, sui divani fatti a pezzi. L’oggetto non era lì? Ma allora dove poteva essere?
Nel salotto di un club privato, privatissimo, Alberico aveva il volto rannuvolato e non degnava di uno sguardo la bionda appariscente seduta di fronte a lui con le cosce accavallate. I cubetti di ghiaccio nel bicchiere di whisky erano quasi sciolti e il telefonino non si decideva a squillare.
Il professor Candido lesse il suo nome nei bassifondi della classifica e fuggì dal circolo senza salutare nessuno. Non ci avrebbe più messo piede, giurò a se stesso. Non prima di aver trovato conferma al sospetto che teneva dint’a capa, che respingeva in nome della ragione e della scienza, ma che diventava certezza ogni volta che prendeva in mano le carte: in qualche modo doveva essere possibile un metodo di comunicazione subliminale, un sistema esoterico che avrebbe permesso di sbaragliare qualunque avversario.
Alessio Paleologo non ascoltava più la televisione e il suo noioso bla bla. La spense. Andò allo scaffale che riempiva la parete di fronte, prese un atlante e cominciò a sfogliarlo: Planisfero politico. Europa. Balcani e Medio Oriente. Grecia. Mediterraneo orientale.
Mittelmessig salì le scale in punta di piedi. Senta, sua moglie, dormiva in un’altra stanza ma aveva il sonno leggero. In un appartamento sul lungofiume la prima viola della filarmonica cittadina si rigirò nel letto e rischiò di svegliarsi, estenuata da una insopportabile sensazione di mediocrità.
Nel bel mezzo di un incubo, Zweifel sognò di avere i ladri in casa. Si agitò nel letto. Non sapeva che fare e si sentiva vigliacco: il suo DNA lo condannava al dubbio sistematico, ma in certe situazioni non è lecito abbandonarsi all’inerzia.
Giorgio guardò l’utilitaria nera di Iside che faceva lampeggiare i fanalini, svoltava a sinistra e scompariva nel buio. Solo quando l’auto fu sparita ebbe la sensazione di aver visto una targa tedesca.
L’uomo spense la lampadina tascabile, scese a pianterreno con l’ascensore e se ne andò. Aveva commesso inutilmente una violazione di domicilio: l’oggetto non era lì.
***
Giorgio aprì la porta di casa, accese la luce e rimase senza fiato. I ladri non si erano limitati a violare la sua intimità: l’avevano sbranata con metodo e cattiveria. Il pavimento della cucina era allagato di latte. Barattoli, tovaglie, posate, scatole di pasta e di biscotti giacevano a terra come i resti di un saccheggio. In tutta la casa mobili, letti, divani e poltrone erano a pezzi. Giorgio si sentì colpito a tradimento da una malvagità compiaciuta, di quelle che provano gusto a infierire su chi non può difendersi.
Perché proprio a lui? Aveva commesso un delitto? Aveva infranto una legge? No. Niente affatto. Il castigo gli era caduto addosso per caso, come certe punizioni che ti toccano da bambino, quando le prendi e non capisci perché. L’ansia gli scoppiò dentro all’improvviso e gli tolse la capacità di reagire. Il cuore batteva all’impazzata, il respiro era faticoso, le pareti parevano convergere minacciando di schiacciarlo. Si accasciò su un divano mezzo sventrato e rimase immobile come il topo ipnotizzato dallo sguardo del serpente.
Ma si riebbe. I battiti tornarono regolari. Giorgio tirò il fiato, si assicurò di non avere capogiri, si alzò e andò al telefono.
Alla parola “ladri”, il portinaio accorse con la moglie. Tutti e due in vestaglia, con i capelli arruffati e le palpebre ammiccanti, si affacciarono sulla porta, gettarono uno sguardo impaurito all’interno.
“Cazzo!” sibilò la portinaia.
***
“Desidera?”
“Mi hanno sfasciato l’appartamento.”
“Ci sono morti o feriti?”
“No.”
“Secondo piano.”
Lunghi corridoi. In fondo, dietro a uno sportello, un appuntato:
“Mi hanno distrutto l’appartamento.”
“Compilare il modulo.”
In piedi, alle due di notte, sotto i tubi al neon, uno dei quali sfrigolava e tintinnava, diventava fioco, si spegneva e si riaccendeva con ipnotica regolarità.
“Ecco.”
Una sigaretta schiacciata nel portacenere. Una mano con tre dita ingiallite. Un’occhiata critica. Un accento non identificabile.
“Effrazione?”
“Come dice?”
Uno sguardo severo. Una voce svogliata.
“C’è stata effrazione?”
“Ah, sì. Hanno rotto un vetro alla finestra della cucina. Sono entrati di lì.”
“Attenda.”
Quindici minuti a sobbollire, sotto la luce che andava e veniva come se un cinesino nascosto in una intercapedine girasse incessantemente un interruttore di quelli vecchi, a rotella, che a ogni scatto faceva clic. Raffinata tecnica di lavaggio del cervello? Cinque passeggiate su e giù per il corridoio. Ancora l’appuntato.
“Attenda.”
“Ma che cosa?”
“Attenda.”
Affacciarsi ai finestroni del corridoio per scacciare la sensazione di soffocamento. Guardare giù nel cortile e ritrarsi per un’improvvisa vertigine. Nelle finestre di fronte, in un’altra ala del palazzo, due agenti tenevano strette le braccia del ragazzino biondo con la camicia bianca aperta sul petto.
Sesta passeggiata, contando le piastrelle. Una notte da pazzi.
***
“Dove si trovava ieri, venerdì 23?”
“No, guardi che io sono venuto a denunciare un furto.”
“Risponda: dov’era venerdì 23?”
“Ma come…? Evabbe’: ero in Germania per lavoro. Sono rientrato stamattina. Ma quando sono arrivato l’appartamento era in ordine. È successo tutto stanotte, poche ore fa.”
Silenzio. L’uomo in borghese ci pensò su, poi si voltò e se ne andò senza una parola. L’appuntato tirò un’ultima boccata, schiacciò il mozzicone sotto il tacco e fece un cenno di congedo. Era tutto.
A casa. La luce dei fanali. Il rumore dei passi sul marciapiede.
A letto. Letto? Due materassi tagliuzzati messi uno sopra l’altro sul pavimento del soggiorno. Un cuscino mezzo sbudellato. Un lenzuolo mai visto, color pompelmo, con stampati Biancaneve e i sette nani. In cucina un vetro rotto, la tapparella bloccata a metà corsa. E tutti i suoni della notte: tram, sgommate, richiami in lingue sconosciute. Prender sonno minacciava di essere un’impresa impossibile.
Cosa aveva fatto? Chi ce l’aveva con lui, e perché? A un certo punto – non riusciva a ricordare quando – era finito dentro a un imbuto e non faceva che rotolare verso un buco nero. Aveva incontrato Alba e aveva rischiato un incidente stradale. Aveva parlato con Iside e si ritrovava l’appartamento a soqquadro.
***
“In casa l’oggetto non c’è.”
“E allora che fine ha fatto?”
Colpa sua, certo. Aveva dato per scontato che l’obbiettivo andasse al circolo del bridge e non l’aveva seguito. Ma lui doveva perquisire l’appartamento, sì o no? A ogni buon conto, si era preparato una risposta intelligente.
“Dall’aeroporto è andato dritto a casa. È uscito solo per venire all’appuntamento con lei. Non ha avuto visite. O l’oggetto è in macchina o l’ha passato a un coinquilino.”
Silenzio. C’erano da valutare i pro e i contro.
“Controlla gli inquilini. Ma non alzare troppa polvere. Chiaro?”
“Capito.”

Intrigo

Martedì 27 luglio 1999
“Ti giuro. Anch’io non volevo crederci, eppure diceva sul serio. È geloso.”
“Non è uno scherzo divertente, Giorgio. Dacci un taglio.”
Nicchia era fatta così. Quando le cose prendevano una piega indesiderata chiudeva gli occhi e metteva giù il muso al mondo intero. A rigor di logica, la realtà avrebbe dovuto stritolarla, e invece no: lei riusciva sempre a resistere come una testuggine protetta dalla sua corazza di ostinazione.
Si erano conosciuti all’università un’ora prima di sostenere un esame. Per lui era l’ultimo e lo affrontava con il cinismo del laureando: o la va o la spacca. Per lei era uno dei primi e l’aveva preparato con scrupolo e coscienza. Sulla porta dell’aula confrontarono dubbi e vuoti di memoria. Giorgio si aggrappava alle liane del buon senso, lei recitava a memoria intere pagine del testo. Il suo primo soprannome fu Secchia.
L’esame andò bene per tutti e due. Al bar, alle quattro del pomeriggio, festeggiarono con due coppe di spumante e lei confessò che, sì, aveva un ragazzo, un tipo un po’ spocchioso. Insomma, un po’ stronzo. E Giorgio, sull’onda delle bollicine, si propose come cavaliere bianco: l’avrebbe salvata dal mostro. “Conosco un castello a ore. Con un giro di chiave mettiamo il mondo in castigo fuori dalla porta. Ci stai?”
Lui credeva di scherzare. Lei aveva risposto: “Sì”.
Che cosa strana entrare con Secchia in un albergo equivoco! Con il naso per aria aveva ignorato la desolazione dell’ambiente. Aveva consegnato con un sorriso la carta di identità al sinistro individuo che stava alla reception. Aveva messo piede nella più squallida delle camere senza una smorfia. E che cosa strana fare sesso con Secchia! Come far ginnastica insieme, sfidandosi con lo sguardo come in una corsa, chi perde paga, un po’ compagni, un po’ avversari. C’era tutto: esuberanza, eccitazione, piacere. O forse no. Qualcosa mancava, e lo faceva sentire in colpa.
Che cosa strana parlare con Secchia, dopo!
“Quando ci vediamo?”
“Eh, se capiti in università…”
“Dammi il tuo telefono.”
“Scappo, prima che chiudano i negozi. Ciao!”
Era una novità: qualcuno gli dava libero accesso al suo corpo ma si teneva stretti i suoi pensieri. Giorgio non ci trovava una logica. Non c’era rimasto male, non se ne faceva un cruccio. Però di tanto in tanto tornava a pensarci.
Non si videro più, per anni. Giorgio fece carriera nell’ufficio legale di una multinazionale. Secchia si laureò e andò a far pratica in uno studio di gran nome. Tornarono in contatto a poco a poco. Era sempre lei a farsi viva, a chiedere pareri e consigli, a mostrarsi lusingata dalle sue avances. Ma sesso non ne fecero più.
Quando entrò in scena Alberico tutto diventò frenetico. La Revolution coprì Giorgio di incarichi e lo lanciò in un giro di relazioni di alto livello. Giorgio e Secchia aprirono uno studio associato. Sei mesi dopo lei entrò in ufficio con una notizia. Alberico le aveva proposto di sposarlo. Un vero e proprio contratto: a lui serviva una moglie, a lei una clientela. Ciascuno avrebbe mantenuto la sua libertà nei limiti dell’intelligenza e del buon gusto.
“Gli vuoi bene?” aveva chiesto Giorgio.
“Quello è un problema mio. Dimmi cosa ne pensi tu.”
“Anche quel che penso io è un problema mio.”
“Ma io ho diritto di sapere cosa ne pensa il mio socio.”
Giorgio aveva fatto un sospiro.
“La contessa di Castiglione finì per chiudersi in un castello dove aveva bandito gli specchi per non veder sfiorire la bellezza che aveva sedotto un imperatore.”
“E allora?”
Giorgio si era stretto nelle spalle.
“Se sposi Alberico ti chiamerò Nicchia, come la contessa.”
***
Il professor Candido si inchinò per baciare la mano di Selvaggia Guidarelli Stevens, nobildonna da rotocalco che lasciava la galleria senza manco aver domandato un prezzo. Si era presentata al vernissage con due ore di ritardo, aveva sfarfalleggiato tra le sculture facendo man bassa di prosecco e salatini, si era profusa in piaggerie con la vecchia carampana: donna Teofila Paleologo. Meno male che non erano tutti come lei. I Galbiati, dinastia setaiola di Turate, si erano complimentati assai; i Frigerio, quarta generazione di formagiàtt brianzoli, si erano informati sul prezzo dell’opera n.10. Tutti gli altri avevano promesso di tornare. E anche Alessio Paleologo, figlio della carampana e pezzo grosso delle Belle Arti, aveva sussurrato un paio di commenti piuttosto acuti.
Certo, la cultura è il setaccio delle classi sociali, ma i risultati della selezione sono imprevedibili: anche fra gli acculturati le cose non vanno sempre lisce come l’olio. Paleologo si era fermato davanti all’opera n.5, un cilindro cavo ornato da rilievi ispirati agli arcani dei tarocchi, e si era incuriosito. Al professore era mancato il coraggio di confessare che si trattava di un lavoro concepito in un modo e portato a termine in un altro per via di una maligna venatura del marmo: aveva divagato cercando agganci con la new age ma Paleologo aveva rimbeccato con supponenza. Candido aveva incassato sorridendo, ma quel rigurgito di arroganza aristocratica gli era rimasto sul gozzo. Mai sentito parlare della rivoluzione francese, caro Paleologo?
Fortunatamente, qualcuno aveva dirottato il discorso sull’arte bizantina. Artista e critico erano tornati in sintonia. E così, senza darvi peso, Alessio aveva accennato a un oggetto d’avorio per il quale gli era stata commissionata una expertise.
***
Con il viso incorniciato da una barba di quattro giorni, Zweifel comparve a Milano come una nuvola estiva rotolata giù dalle montagne. Se l’era presa comoda: aveva passato il sabato e la domenica a Ginevra tirando notte in certi localini, lunedì era andato in banca e nel pomeriggio aveva fatto acquisti, martedì mattina aveva preso il treno per l’Italia ripromettendosi di “fare il bravo”.
Facendo il giro delle vecchie conoscenze capitò davanti alla bottega di un legatore-libraio specializzato in prime edizioni. E cosa c’era in vetrina? Un volume intitolato “Sistema della Scienza”, pubblicato nel 1807 da Göbhardt, editore in Bamberga e Würzburg. Zweifel controllò il sottotitolo e il frontespizio: era proprio il volume che aveva venduto a Giorgio.
Il commesso, un tizio in camice nero, piccolo, magro, con il naso lungo e gli occhi vispi, si premurò di fargli sapere che il libro non era in vendita. Il proprietario era interessato solo a una stima.
“Ma” soggiunse con aria furba “sa come l’è. Il dottor Paleologo passerà in settimana. Ci devo riferire qualcosa?”
Zweifel non rispose e finse di interessarsi ad altro. Uscì dal negozio con le sopracciglia aggrottate: i conti non tornavano. Giorgio aveva chiesto una perizia. Si era esposto. Ma Revolution e Alchemie non erano entrate in azione. Avevano agenti sul campo, coperture e complicità, eppure stavano alla finestra. Come mai? Certo, la Revolution giocava in casa e qui, nel profondo sud, la guerra si fa senza schierare eserciti in campo aperto: nella città del diavolo e del biscione, tattiche e strategie diventano intrighi bizantini.
Zweifel ci pensò per tutta la sera e quando riuscì ad addormentarsi cadde in un sonno agitato. Poco prima dell’alba ebbe un incubo e si svegliò di soprassalto, agitando le braccia come il fantolino nelle fauci del drago visconteo.
***
Mercoledì 28 luglio 1999
L’irrealtà tornò a farsi avanti verso le nove del mattino, in forma di telefonata. Sprizzando alterigia e ipocrisia, Mittelmessig si rifece vivo. Telefonava da Lipsia, disse. Aveva passato il martedì a Varsavia per la convention delle reti commerciali di Volinia e Livonia; in serata avrebbe partecipato alla cena del comitato di Borsa a Francoforte e l’indomani sera sarebbe partito per New York. Ma non c’era motivo perché l’accordo con la Revolution restasse a bagnomaria.
“Se lei potesse trovarsi a Costanza domattina alle dieci, in qualche ora di lavoro potremmo concludere. Del resto, con il ritmo dei miei impegni, bisogna cogliere queste occasioni. La prego, consulti la sua agenda e con suo comodo, ma con cortese sollecitudine, avvisi le mie assistenti.”
Più che l’agenda Giorgio doveva consultare Alberico, ma non lo trovò in ufficio e la segretaria, col sussiego di una duchessa, dichiarò che non era assolutamente possibile rintracciare il capo supremo. Nel frattempo uno sciopero selvaggio aveva messo in crisi gli aeroporti, per un problema tecnico era stato sospeso il transito nella galleria ferroviaria del Gottardo, e il traffico sulle autostrade era raddoppiato.
Passarono le ore. Alberico non diede notizie di sé. Nell’arco della giornata Giorgio pensò parecchie volte di scendere in farmacia per comperare le dannate pillole del professor Candido e ingoiarne un paio. Ma non ne fece niente, con la scusa che da un momento all’altro avrebbe potuto farsi vivo Alberico. Alle cinque del pomeriggio, con l’aeroporto sempre paralizzato e Alberico sempre introvabile, Giorgio partì in automobile. Arrivò a Costanza verso mezzanotte, infuriato con i controllori di volo, le ferrovie svizzere e i doganieri tedeschi.
In albergo, quando aveva già spento l’ultima sigaretta e stava per spegnere anche la luce, qualcuno bussò alla porta. Andò ad aprire e l’uscio, spinto con violenza, lo colpì in pieno viso. Si ritrovò faccia al muro con un braccio piegato dietro la schiena. Mani professionali gli palparono torace, schiena e cosce. Qualcuno gli mise davanti agli occhi un tesserino verde: Kripo. Kriminal Polizei.
Qualcuno abbaiò un ordine. Il poliziotto in divisa lasciò la presa e Giorgio si voltò massaggiandosi il braccio. Uno sbirro in borghese aveva aperto la valigia e frugava nei suoi vestiti. Il capo, un tizio con i capelli a spazzola e il girovita del bevitore di birra, gli dedicò uno sguardo privo di espressione.
“Quando ha visto Adam Zweifel per l’ultima volta?” domandò.
“L’antiquario? Venerdì scorso, mi pare.”
Il suo tono di voce suonò evasivo. Ma il poliziotto parve non badarci: gli chiese di precisare l’ora e di indicare testimoni.
Testimoni? Nella bottega c’era solo una cliente che non aveva fatto acquisti e che lui non avrebbe saputo rintracciare. Ma l’avrebbe rivista volentieri.
L’agente finì di spiegazzare pantaloni e camicie, e aprì la ventiquattrore. Si trovò sotto gli occhi una lettera su carta intestata Alchemie. Allibì. La porse al capo, che diede una scorsa e parve colpito. Lanciò un ordine e tutti si immobilizzarono; lui stesso si mise sull’attenti e recitò in tono formale:
“Voglia scusare il disturbo che le abbiamo arrecato.”
L’agente in divisa uscì. Quello in borghese si accodò. Anche il capo fece dietro front e si avviò. Giorgio gli gridò dietro:
“Posso sapere di che si tratta?”
L’ispettore si voltò appena, senza fermarsi.
“Auf Wiedersehen.”
Era un saluto, ma suonò come una minaccia.
***
“Pronto.”
“Oh, finalmente! Ascolti: l’amico è tornato sul lago. Non avevo istruzioni e l’ho seguito. Adesso è in albergo. Cosa faccio?”
Quindici secondi di silenzio.
“Ha portato con sé l’oggetto?”
“Non lo so.”
“Scoprilo.”
Eh già. La fa facile, lui.
“Be’… farò del mio meglio.”
“No. Il tuo meglio non basta. Devi fare di più.”
***
Giovedì 29 luglio 1999
La strada si arrampicava in ampi tornanti sul fianco di una collina boscosa fino a sbucare sul piazzale dell’università, un edificio anni 60 tutto vetro e cemento. Alle otto e trentacinque, Giorgio si vide riflesso nel cristallo della porta e strabuzzò gli occhi: aveva l’aria sciupata di chi ha dormito poco e male.
All’istituto di germanistica un’impiegata in gonna e golfino grigi, con i capelli grigi raccolti in uno chignon, alzò due occhi grigi come lastre di ferro e attese in silenzio. Giorgio descrisse Alba in tutti i particolari. Dietro il banco la statua umana rimase immobile, con un viso assolutamente privo di espressione. Stava elaborando in testa la frase adatta per levarselo di torno? Giorgio si sentì malsicuro, ma insistette a gettare parole una dietro l’altra, come i passi di chi va al patibolo.
Alle sue spalle uno studente alto più di due metri, in maglietta, calzoncini e scarpe da ginnastica, alzò la testa da un opuscolo.
“È una borsista dell’università di Monaco” disse.
Giorgio si voltò.
“La conosce? Sa come si chiama? Dove posso trovarla?”
“Mi hanno detto che si occupa del carteggio fra un poeta e un filosofo” borbottò lo spilungone stringendosi nelle spalle. “È tutto quello che so.”
A Giorgio cascarono le braccia, ma non si arrese.
“Forse la conoscono alla facoltà di filosofia?”
L’altro scosse il capo senza distogliere gli occhi dalla sua lettura.
“È chiusa da venerdì scorso. Provi magari in biblioteca.”
Mentre percorreva tre lunghi corridoi, una rampa di scale in salita, un atrio, un’altra rampa in discesa e ancora un corridoio, Giorgio si disse che le Alpi separano due mondi antipodi. Italiani e tedeschi hanno modi opposti di reagire alle difficoltà della vita. E si domandò che vita fosse quella dell’impiegata grigia e muta. Come passava le serate? Era mai stata in ferie a Rimini?
In biblioteca, un impiegato dall’aria efficiente lo ascoltò per quindici secondi prima di rendergli noto che non aveva mai sentito parlare di una borsista di nome Alba. A Giorgio non rimase che discendere scornato dalla collina dove era salito con orgogliosa sicurezza. Ora l’ultima speranza di rintracciare Alba era Zweifel.
Trovò un parcheggio in un viale alberato e si incamminò verso il centro. Ma era una giornata storta: la bottega dell’antiquario aveva la saracinesca abbassata. Giorgio sentì impellente il bisogno di un litro di caffè. Entrò nella pasticceria dirimpetto, scelse un tavolino e ordinò la colazione.
***
“Dica, che fine ha fatto l’antiquario?”
La cameriera, caviglie elefantine, piedi smisurati, lo fissò stolidamente.
“È chiuso.”
“Sì, lo vedo. È in ferie?”
Lei gli voltò le spalle senza rispondere e marciò verso la cucina. Sugli opposti versanti delle Alpi anche il modo di essere gentili è agli antipodi (ma non è detto che uno sia meglio dell’altro). La cameriera tornò reggendo un vassoio pieno di bricchi e tazze. Posò sul tavolo le cuccume del latte e del caffè, le scodelline con miele, burro, marmellata, un paniere con cinque diversi tipi di pane, e una copia del Konstanz Tagblatt. Aprì il giornale alle pagine di cronaca e indicò un titolo: “Mistero e antichità”. L’articolo era poco più di un trafiletto.

Da ambienti vicini al Comando di Polizia filtra il sospetto che il proprietario e gestore della galleria d’arte Zweifel sia rimasto vittima di un oscuro destino. La scomparsa dell’antiquario è stata denunciata lunedì mattina dal domestico Turgut Uskudar, cittadino tedesco di origine turca. La Polizia Criminale, sotto la direzione dell’ispettore capo Jäger, non ha rinvenuto nell’appartamento dello Zweifel segni di lotta o di scasso. Tantomeno risultano asportati oggetti di valore. Per quanto è dato sapere, il commerciante è vedovo, non ha parenti prossimi e le sue dichiarazioni fiscali non fanno pensare a un patrimonio particolarmente cospicuo. Risulta però che in più di una occasione abbia elargito generosi contributi a benemerite istituzioni cittadine quali la Società Filarmonica e il Quartetto Schuppanzig. Resta priva di conferma la voce che l’affarista mantenesse contatti con ambigui personaggi; tuttavia, fonti solitamente bene informate fanno sapere che, per quanto incensurato, lo Zweifel non sarebbe sconosciuto alle autorità di polizia. Insinuazioni tuttora in attesa di riscontro tendono a collegare il faccendiere a un giro di opere d’arte di dubbia provenienza.
Ultim’ora: il trafficante sarebbe stato visto per l’ultima volta venerdì sera, nella gelateria Nikola. Le indagini, condotte e coordinate dall’ispettore capo Jäger, proseguono alacremente e già nelle prossime ore sono attesi ulteriori progressi.

Giorgio piegò il giornale. Decisamente non era la sua giornata fortunata.
***
Alle dieci in punto, sulla porta del palazzetto in stile guglielmino dove si era svolto il suo primo scontro con il capo dell’Alchemie, una segretaria bionda e longilinea annunciò che Mittelmessig aveva dovuto ritardare la partenza da Francoforte, ma era atteso entro un’ora al massimo. Giorgio venne accompagnato in un salottino dove si immerse nelle sue carte. Alle dodici meno un quarto alzò la testa e guardò l’orologio: le mediocri impiegate di bella presenza si erano dimenticate di lui. E il boss, il teorico dei treni in orario, che fine aveva fatto?
Cinque minuti prima di mezzogiorno un’altra segretaria, bionda anche lei, ma con le gambe storte e una bocca da batrace, dichiarò che Mittelmessig, tuttora trattenuto a Francoforte, contava di partire da un momento all’altro e sarebbe arrivato a Costanza entro le due del pomeriggio. L’ufficio chiudeva per la pausa pranzo. L’ospite era pregato di levarsi dai piedi e tornare verso le due.
Senza proferire parola, Giorgio ripose le sue carte nella valigetta e se ne andò. Convocarti e farti fare anticamera: mezzucci per innervosire l’avversario. Roba da dilettanti. Per smontare il trucco bastava sorridere e Giorgio si ripromise di sorridere molto, sfoggiando condiscendenza e superiorità.
Non si rese conto di essere spiato mentre attraversava il centro. Infilò soprappensiero una strada che andava restringendosi e si riduceva a un vicolo serpeggiante fra due muri bianchi di calce, in cui si aprivano rare finestre.
È incredibile quanto possa far caldo in Germania nelle ultime settimane di luglio. Costanza sembrava un villaggio messicano all’ora della siesta: spopolata, sonnolenta, stordita dal sole. Il vicolo era un percorso obbligato chiuso fra due muri ciechi. L’ombra di un cane o di un grosso gatto si rintanò in un portone mugolando un verso soffocato. Fu il primo segnale di pericolo.
A metà di una curva gli si parò davanti un individuo con la testa rapata e il naso da pugile che indossava pantaloni mimetici, scarponi anfibi e un gilet di pelle nera. Giorgio fece per tornare indietro, ma un tipo obeso e sudaticcio, anche lui in tenuta paramilitare, uscì da un portone alle sue spalle e, grufolando suoni incomprensibili, tentò di strappargli la ventiquattrore. Giorgio mantenne la presa e accennò a reagire, ma non ebbe successo: il ciccione allungò un braccio e gli strinse il collo in una presa da judoka. Giorgio si divincolò, non riuscì a liberarsi, perse l’equilibrio. Mezzo soffocato, pencolando su una gamba sola, finì per appoggiarsi con le spalle al suo aggressore.
Il primo teppista si fece sotto con le labbra arricciate in un sorriso carogna. Prese le misure e gli affondò un diretto nello stomaco. Giorgio spalancò la bocca senza riuscire a gridare: non aveva più fiato nei polmoni. Il dolore del colpo gli piegò i ginocchi. Il grassone lo lasciò scivolare a terra e si impadronì della valigetta. Il pelato si avvicinò mettendo in mostra gli scarponi.
“Dov’è?”
Il calcio arrivò come una fucilata nelle costole. Giorgio urlò. Ma in quel vicolo deserto i rumori sembravano attutiti dai muri bianchi, dai tetti incombenti. Nessuno sarebbe venuto in suo aiuto. Doveva arrangiarsi da solo, anche se era in evidente svantaggio e si muoveva su un terreno sconosciuto. Si trascinò fino ad appoggiare la schiena contro il muro.
“Dov’è?”
Lo scarpone si alzò ancora. Giorgio protese le braccia per deviare la botta e, da seduto, sferrò un calcio allo stinco del teppista, che incassò urlando una volgarità. Giorgio afferrò la gamba che avrebbe dovuto colpirlo, scattò in piedi tenendola alta, spinse, e l’altro barcollò agitando le braccia senza riuscire a toccarlo: cadde all’indietro e batté la nuca sul selciato.
Cacciando un verso simile a un latrato, il ciccione mollò la ventiquattrore e si precipitò con le braccia aperte come le ali di un avvoltoio. Finse un attacco a gamba tesa, riportò i piedi a terra e sferrò un diretto con il pugno destro. Giorgio riuscì a schivarlo, ma l’altro gli strinse il collo con la sinistra e con le dita cercò la carotide.
In cinque secondi Giorgio ebbe le braccia di pasta frolla. Scalciò con la forza della disperazione e fu fortunato: una ginocchiata senza misericordia colpì nel segno. La stretta si allentò. Giorgio spinse via il teppista, raccolse la valigetta e se la diede a gambe.
Aveva il fiato mozzo, le costole doloranti, un labbro insanguinato. Non era mai stato un uomo d’azione e non ci teneva a diventarlo. Voleva solo scappare.
***
La finta bionda non distingueva più le note sullo spartito. Posò la viola e l’archetto. Il malessere si irradiava dallo stomaco fino a offuscarle la vista. Con le gambe molli e la testa pesante, capì che non sarebbe riuscita a raggiungere il bagno. Davanti agli occhi aveva una nebbia tremolante e in quella penombra le parve di scorgere un uomo che combatteva a mani nude contro un destino che procedeva a passo cadenzato, a ritmo di marcia funebre.
La musicista si afflosciò sul divano. Lo stomaco, compresso da una colata di cemento, era una zavorra che cresceva in peso e volume fino a soffocare il respiro. Eppure, proprio nell’istante in cui la nausea stava per averla vinta, ci fu un colpo secco: l’ingessatura che ingabbiava lo stomaco andò in frantumi, la testa smise di girare. La finta bionda respirò, si guardò attorno, si bloccò come se avesse ascoltato un suono, un rumore ritmato.
Tumb, tumb, tumb. Era il battito del cuore? No: il rumore veniva dalla strada.
Si alzò, meravigliandosi di non provare vertigini. Andò all’ingresso. Tumb, tumb, tumb. Era il suono di un passo, un ritmo di corsa. L’uomo che lottava si era liberato, stava fuggendo, ma i suoi nemici lo inseguivano per ucciderlo. L’uomo aveva la bocca sporca di sangue. Veniva giù per il vicolo zoppicando e aveva sul volto l’ansia di chi non sa come uscire da un incubo.
La finta bionda aprì la porta. L’uomo apparve in fondo al vicolo. Stringeva una valigetta nella destra e si voltava per guardarsi alle spalle. Era lui! Era quello che aveva fatto saltare il banco al Casinò.
“Qui!” gridò la musicista.
L’uomo le rivolse uno sguardo allarmato.
“Presto!” insistette lei.
Lo prese per un braccio. Lo trascinò in casa. Chiuse la porta appena in tempo: i due teppisti arrivarono correndo e passarono senza fermarsi.
“Posso telefonare?” chiese lui, con la voce ancora ansimante.
“Certo.”
Lo vide inspirare profondamente e contrarre il viso in una smorfia di dolore. Aprì la valigetta, prese un’agenda e la sfogliò. Con gli occhi sbarrati, lei gli vide comporre un numero che conosceva bene. Dopo un solo squillo, la voce di qualcuno che avrebbe dovuto essere a Francoforte gridò nel microfono:
“Günther! Allora? L’hai trovato?”
Le dita che stringevano il ricevitore diventarono bianche.
“Günther! Rispondi!”
Giorgio riattaccò senza dire una parola.
***
“Perché mi hai fatto entrare?”
“Volevi che ti prendessero?”
Lui si guardò intorno. C’era Mittelmessig dietro l’aggressione. Tutta Costanza era una trappola.
“Ma tu chi sei?”
“Una musicista.”
La donna non lo guardava negli occhi. Teneva lo sguardo a terra e aveva sul viso la caparbietà delle persone timide quando sono messe alle strette.
“Forse farei meglio a legarti e imbavagliarti.”
“Questo devi giudicarlo tu.”
***
L’uscita del garage dava su una via parallela. Semisdraiato sul sedile posteriore di una utilitaria nera, identica a quella di Alba (e di Iside), Giorgio si ripeteva di essere pronto a tutto, ma non aveva idea di cosa fare in caso di emergenza. Che significa “pronto a tutto”? Cosa vuol dire “in caso di emergenza”? Potevano aggredirlo in cinque o sei, sparargli con un fucile a cannocchiale, mettergli nell’auto una bomba collegata all’accensione. Chi sa cosa fare in situazioni simili?
Il viale dove aveva parcheggiato era poco distante. La sua macchina era ancora là. I teppisti non si vedevano. Disse alla finta bionda di accostare e lei obbedì senza aprire bocca. Quando l’aveva fatto entrare in casa sembrava sicura di sé ma dopo la telefonata si era chiusa in se stessa.
“Ora me ne vado.”
Lei si voltò a metà e rimase di profilo.
“Buona fortuna” disse.
Giorgio non sapeva se ringraziarla o chiederle scusa.
“Buona fortuna anche a te” finì per dire, e aprì lo sportello.
L’utilitaria nera ripartì. Giorgio rimase allo scoperto, se ne rese conto e si diede del cretino: avrebbe dovuto immobilizzare la donna e rubarle la macchina. Per non commettere un reato stava rischiando la pelle. Camminò verso la sua auto lungo un marciapiede stranamente vuoto. Si riparò dietro un albero e sbloccò l’antifurto. Era sicuro che l’auto sarebbe esplosa, invece non successe niente. Salì in macchina, inserì la chiave nel blocchetto dell’accensione, chiuse gli occhi e trattenne il respiro. Mise in moto. Il motore partì.
Il traffico era inesistente, tutti i semafori erano verdi, le strisce pedonali deserte. Nessuno lo seguì. Quando si trovò di fronte i caselli della dogana gli tornò in mente l’inseguimento di quattro giorni prima. Perché sei tornato a Costanza? Perché non hai aspettato di ricevere istruzioni da Alberico? Sarebbe stata la cosa più logica. E invece ti sei precipitato qui. Perché volevi rivedere Alba.
Fece inversione e riattraversò la città. Le strade erano sempre vuote. Tutti i semafori erano verdi. Attraversò il ponte sul Reno e filò verso l’imbarcadero: un traghetto stava per partire. Sembrava che fosse rimasto lì per aspettarlo.
***
Il professor Candido ritirò le mani dal blocco di creta che aveva iniziato a sbozzare e sospirò. Niente a questo mondo, manco una tecnica per scolpire o un sistema per giocare a bridge, poteva stare in piedi senza armonia. E l’armonia mica è faccenda da geometri: è afflato poetico, sintonia con il cosmo. Per produrre armonia bisogna essere posseduti dall’ispirazione, bisogna eruttare creatività come lava ardente.
Ma il furore creativo tiene il vizio di apparire e scomparire come una malafemmina. Ci stavano giorni in cui Candido se lo sentiva montare dentro come l’onda di un oceano; ce ne stavano altri, giorni di bonaccia, in cui doveva rassegnarsi a languire in piena agonia da impotenza. Così dovevano sentirsi i depressi come Giorgio, uno che il furore artistico manco sapeva dove stesse di casa, ma quanto a depressione se ne stava tirando addosso una còfana.
Eh sì, l’ispirazione è una gatta selvatica. A suo tempo, cercando spiegazioni scientifiche, Candido aveva ipotizzato che nel suo atelier ci stesse un campo di forze squilibrato. L’ispirazione andava e veniva perché le differenze di potenziale si armonizzavano solo a certi precisi livelli di pressione atmosferica, umidità, saturazione elettromagnetica, ecc. Ma era una teoria che non spiegava niente. Una spiegazione vera doveva dar conto di tutto, compreso l’entusiasmo, la perdita della nozione del tempo, l’estasi della creazione.
Mannaggia! Il professore si pestò una manata sulla fronte. Come aveva fatto a non pensarci prima? Mannaggia, mannaggia. Gli antichi asceti, i monaci ortodossi, loro sì che tenevano il know how: contemplavano icone, si concentravano sull’ombelico. Perché, caro Candido mio, per imboccare la strada dell’ispirazione ci vuole un oggetto simbolico, un catalizzatore di energie e di analogie. Per esempio, che so, una sfera armillare, una rappresentazione della terra circondata dalle orbite concentriche dei sette cieli, un oggetto che faccia pensare alla volta celeste, convessa come un elmo, concava come una scodella.
***
Seduto alla scrivania, Alessio Paleologo si ripeté che alla sua età non aveva il diritto di sognare a occhi aperti. Ma certe fantasie non c’era verso di scacciarle, anche perché tutto congiurava per attizzarle. Accendevi la televisione e ti beccavi un documentario sulle specialità della cucina greca, un reportage da Cipro, una lettura di poesie di Kavafis. Sulle tv private giochi e talk show erano condotti da presentatori di origine mediorientale, e le ballerine erano agghindate come le ospiti del Serraglio. La Gazzetta dello Sport era piena di pronostici sui prossimi incontri del Milan con il Galatasaray e della Juve con il Panathinaikos. La persecuzione greco-turca non dava tregua.
Alessio aveva cercato ispirazione nella lettura dei Salmi (niente da fare) e aveva mortificato la carne con un giorno di digiuno (peggio che andar di notte). Dopodiché il lascito genetico degli antenati bizantini aveva preso il sopravvento e Alessio si era chiuso in casa con il telefono staccato e il tavolo ingombro di testi.
In capo a cinque lunghe ore di concentrazione, dopo aver riesaminato il vaso d’avorio nei dettagli e nel suo insieme, Alessio si arrese a un sogno. Con la nuca appoggiata allo schienale socchiuse le palpebre e lasciò che lo sguardo si perdesse nel soffitto; accompagnato da un ritmico sciabordare di onde risalì i Dardanelli e il Mar di Marmara, veleggiò di isola in isola fino a scorgere in lontananza l’imboccatura del Bosforo. Laggiù, sull’orlo di quel gigantesco sifone, si stagliavano la cattedrale di Santa Sofia e le cupole immense di Costantinopoli.
***
Come nei telefilm americani: uno cade dal terzo piano, si procura ematomi, fratture e lussazioni; ha il cuore in gola e in tutto il corpo sente un tale repertorio di dolori, fitte e bruciori che non gli resta neanche la forza di guaire; e mentre giace a terra, convinto di tirare le cuoia da un momento all’altro, arriva un tizio che gli dà un’occhiata beota e domanda: “Tutto bene?”.
Giorgio provò a tirare le somme. Mittelmessig l’aveva attirato in una trappola, due picchiatori l’avevano preso a pugni e calci, e lui se ne andava a Monaco in cerca di una donna sconosciuta. Tutto bene? Eh, dipende.
Finché la sensazione di pericolo era stata incombente, l’adrenalina l’aveva reso reattivo come un serpente a sonagli. Ma una volta a bordo del traghetto era sopravvenuta la reazione. Seduto al posto di guida, con il corpo scosso da sussulti incontrollabili, si era dato del fesso: ingoiare una pastiglia, una qualunque, gli avrebbe fatto solo bene. E invece era lì, incapace di reagire, ridotto a tremare come una foglia. Perché non aveva comperato le pillole di Candido? Perché era un fesso, ecco perché.
Il traghetto era approdato a Meersburg mentre Giorgio era in piena tachicardia. Guidare l’auto fin sul pontile era stata un’impresa. Si era fermato nel primo spiazzo e si era steso di traverso sui sedili in attesa che le pulsazioni tornassero regolari. I picchiatori di Mittelmessig l’avevano seguito? No. Grazie al cielo, no.
Quindici minuti per ricuperare la normalità. Poi il cuore aveva ritrovato un ritmo decente, Giorgio aveva preso la strada di Monaco, e tutt’a un tratto gli era caduta addosso una enorme spossatezza. La mente non riusciva ad andare oltre l’immediato: restare nella corsia, accodarsi ai camion, spiare il momento buono per il sorpasso. Giorgio aveva l’impressione di compiere una ritirata in territorio nemico.
Sotto il cielo grigio la campagna si srotolava monotona, ondulata come un mare, senza siepi, senza filari di alberi. La pianura si stendeva fino all’orizzonte e in quella incredibile semplicità tutto sembrava irreale come i paesaggi di un cartone animato. Forse i mastini della Alchemie lo aspettavano a Monaco; forse a Milano erano in agguato sotto casa e davanti all’ufficio. I cartoni animati diventarono un film dell’orrore.
***
“Non l’ha portato con sé.”
“Davvero? Sicuro che non l’ha dato a Mitt?”
“Non l’avrebbero aggredito.”
Venti secondi di silenzio.
“Dov’è adesso?”
Una pausa imbarazzata.
“Mi ha seminato.”
Alberico chiuse la comunicazione. Inutile prendersela con un incapace.
***
Venerdì 30 luglio 1999
Giorgio aprì gli occhi in una stanza d’albergo invasa da un chiarore color cipria. Il cielo era di un grigio uniforme. Piovigginava, e Monaco aveva già la faccia dell’autunno. Inaugurò la giornata domandandosi: come si fa a essere tanto stupidi da andare in cerca di una donna della quale non si conosce neppure il cognome? Caffè e carboidrati gli ridiedero tono e ragionevolezza: al punto in cui era, tanto valeva andare fino in fondo.
All’università si spacciò per un borsista di Costanza impegnato a classificare una biblioteca, lascito di un banchiere. Una ricercatrice che curava l’epistolario di Hölderlin l’aveva pregato di avvisarla nel caso si fosse imbattuto in una lettera del poeta. Ebbene: ne era saltata fuori una che portava la data (sbagliata e impossibile) del 29 febbraio 1800. Il testo sembrava ordinaria amministrazione, ma con i carteggi non si sa mai: a volte in un accenno buttato lì quasi casualmente c’è la spiegazione di una frase incomprensibile contenuta in un’altra lettera. Insomma: bisogna avvisare la collega. Ma l’appunto con il nome e l’indirizzo non lo trovo più. Lei potrebbe gentilmente aiutarmi?
L’impiegata, un esemplare identico a quello di Costanza, immobile come un monumento funerario, ascoltò in silenzio la descrizione di Alba. Quando Giorgio tacque esausto, quel volto impassibile parve lo schermo di un vecchio computer sul quale andava e veniva la scritta running. Poi la donna si riscosse: aprì un cassetto, sfogliò un registro.
“Alba Tausch” lesse. “5, Faulerweg. Irrendorf.”
***
A Milano Zweifel visitò antiquari, show room, centri estetici e ambientini originali. Non inciampò nella Revolution, non ebbe sentore di una presenza della Alchemie. A quanto pareva, la situazione era in stallo e l’antiquario ne approfittò per assaggiare qualche boccone di Babilonia.
Uscendo dal ristorante dove un giovane e presuntuoso fotomodello gli aveva dato buca, passò davanti a una vetrina dall’aria problematica. L’insegna rossa faceva pensare a una macelleria, ma la scritta diceva “Galleria Sferisterio”. La porta a vetri opacizzata rendeva difficile capire di che si trattava. Strizzando gli occhi gli parve di intravedere dei blocchi color latte che avrebbero potuto essere sculture. Spinse l’uscio senza troppa convinzione. I blocchi, effettivamente, erano di marmo. Il primo, scolpito in bassorilievo, poteva avere qualche intento figurativo. L’antiquario si chinò a osservarlo.
“Permette?” disse una voce alle sue spalle. “Sono l’autore.”
Poteva capitare peggio. Di solito, gli artisti si attaccano con le ventose a ogni possibile compratore e per levarseli di dosso bisogna spianare un revolver. Ma questo sembrava innocuo: un paio di complimenti bastarono a farlo felice. Zweifel venne a sapere che si chiamava Candido, che era un illustre clinico e scolpiva per passione. Parlava come un gentiluomo napoletano, colto, ma senza ombra di saccenteria. Davanti all’opera n.5 si diffuse sulla simbologia dei tarocchi e Zweifel si affrettò a deviare il discorso verso argomenti più tecnici come i criteri di scelta fra diversi materiali.
Il professore stava tessendo l’elogio dell’alabastro quando la porta si aprì all’ingresso di donna Teofila Paleologo che veleggiò maestosamente verso Candido e gli si rivolse direttamente, come se Zweifel fosse stato di vetro.
“Sono passata nella speranza di rivederla, Maestro. Mi auguro che non vorrà mancare al nostro the di domenica pomeriggio.”
Il professore, degradato a maestro honoris causa, si profuse in ringraziamenti ma non seppe cosa rispondere all’occhiata interrogativa che accennava a Zweifel. Donna Teofila non si smarrì per così poco e dedicò all’antiquario un sorriso di routine.
“Venga anche lei, caro.”
***
All’entrata di Irrendorf Giorgio domandò a un benzinaio dov’era Faulerweg. Si sentì rispondere: non ne ho idea. Proseguì, e un altro benzinaio gli disse di prendere per Nirgends. Più avanti un passante gli consigliò di svoltare verso Abgrund. Lungo una strada stretta, a schiena di mulo, un ragazzo che parlava ingoiando intere sillabe lo indirizzò verso Unsinn. Giunto a una rotonda in estrema periferia, Giorgio stava per tornare indietro quando lesse la targa Faulerweg.
La via era linda come le piastrelle di un bagno e silenziosa come una cripta. Nelle strisce verdi fra il marciapiede e le case nessuno si dava al giardinaggio, non c’erano bambini schiamazzanti, i cani non abbaiavano. Il lato dei numeri pari era aperta campagna. Il numero 5 era una porzione di casa a schiera, a due piani, senza pretese. Il campanello e la cassetta postale erano anonimi. Giorgio suonò. Non si fece vivo nessuno. Provò il campanello del vicino. Si affacciò sulla porta un uomo piccolo, magro, quasi calvo, con lo sguardo diffidente.
“Chi cerca?”
L’ometto ascoltò la storiella dell’epistolario e dell’università con l’aria di chi non ci capisce gran che e gliene importa anche meno.
“La casa al numero 5 è mia” disse. “L’affitto della Tausch è scaduto due mesi fa. Non ho idea di dove sia andata.” Rientrò in casa e chiuse la porta.
A Giorgio parve di cadere dal quinto piano. E mentre cadeva si rese conto di non averci mai creduto davvero: ritrovare Alba non poteva essere così facile.
In qualche modo raggiunse il centro del paese e dall’ufficio postale telefonò all’università. La segretaria ribadì che a lei risultava soltanto l’indirizzo di Irrendorf. Lezioni ed esami erano terminati, l’ateneo stava per chiudere, gli assistenti si sarebbero rifatti vivi ai primi di settembre. E quello era tutto.
Giorgio ebbe l’impressione di affacciarsi a un balcone altissimo, guardar giù e vedersi solo, nello sperduto ufficio postale di uno sperduto paesino della Baviera, senza una pista da seguire e con una storia che, a raccontarla, l’avrebbe fatto passare per matto.
Mentre tornava a testa china verso l’automobile fu colto da un’altra tachicardia. Disteso sul sedile posteriore, attese che il polso e la respirazione tornassero normali giurando a se stesso che appena messo piede a Milano avrebbe comperato le pastiglie del professor Candido.
Quando si sentì di nuovo saldo sulle gambe tornò alla cabina telefonica. Ma anche l’ultimo tentativo fece cilecca. Un efficientissimo impiegato della Deutsche Telekom gli notificò che nel distretto di Monaco c’erano venticinque abbonati di nome Tausch, fra i quali un Aladar e due Albert. Ma nessuna Alba.
***
Convinto non fumatore, Candido teneva come unico rimedio contro il nervosismo le caramelle di menta. Ne mise in bocca una. Nel silenzio claustrale della sua biblioteca privata, all’ombra di due pile di volumi appena consultati, tornò a domandarsi: qual era l’elemento che avrebbe potuto rendere invincibile un sistema per giocare a bridge? Il metodo scientifico, tornò a rispondersi. Il metodo scientifico aveva trasformato la diagnostica in una cosa seria e aveva mandato in soffitta Paracelso. Secoli di “provando e riprovando” avevano garantito, per esempio, che l’insonnia unita all’opacità del fondo della retina costituisce un serio indizio di depressione.
Voltò pagina e riprese la lettura, ma una contraddizione inespressa gli impediva di concentrarsi. Il professore contemplò i tomi accatastati sul tavolo e ricostruì il percorso che l’aveva portato ad ammucchiarli. Metodo scientifico? Ma quando mai! Nel susseguirsi dei rinvii da un testo all’altro non ci stava niente di deduttivo, niente di analitico: era rimbalzato da un manuale di astronomia al dialogo De l’infinito universo e mondi, di lì ai Vangeli gnostici, poi ad Alice nel paese delle meraviglie, e via di questo passo. La trama dei rimandi, vista in prospettiva, era semplicemente una serie di analogie. Il professore prese nota del Cfr che concludeva la nota a pié pagina e decise: basta. Il prossimo rimando sarà l’ultimo. Si alzò, con uno sguardo panoramico passò in rassegna gli scaffali, individuò il volume e sfogliò fino a trovare il passo indicato. Lesse:

Stanno nel cielo lettere eternamente scritte, fisse e in movimento. Ciascuna compie un’opera e ne significa un’altra. L’universo è pieno di segni. Chi possiede la sapienza calcola ed estrae.

Candido deglutì rischiando di strozzarsi con i resti delle caramelle. Cos’erano le lettere eternamente scritte? I pianeti, i corpi celesti.
Altro che cuori e picche, altro che il bridge. Qua ci stava in ballo la Sapienza, quella vera, con la S maiuscola. E al diavolo il metodo scientifico! Al diavolo Newton e Galileo! Che poi, se vogliamo dirla tutta, pure loro facevano gli oroscopi. Il metodo scientifico era pure ‘na bella cosa, ma gli antichi ne avevano sempre saputo di più. Il problema era che tenevano la mania della segretezza e non lasciavano indicazioni pratiche.
Beninteso, la tecnica astrologica stava tutta nel Tetrabiblon. Ma i segni celesti vanno interpretati. E Tolomeo mica aveva spiegato come si fa. Mannaggia! Quelle erano cose che si rivelavano soltanto agli iniziati. Mannaggia, mannaggia. Possibile che gli antichi non prendessero mai appunti? Possibile che i sapienti si limitassero a discutere passeggiando per ameni boschetti in compagnia dei discepoli? Se gli cadeva una tegola in capa al maestro, che fine faceva la dottrina? No, no. Pure i sapienti tenevano necessità di un promemoria, di una mappa con le pietre miliari della sapienza. Solo che non le scrivevano in un libro, in un codice, in un papiro alla portata dei profani. Vai a sapere cosa potevano usare. Un ciondolo, un talismano, o magari qualcosa di insospettabile, un oggetto di uso comune: un vaso, una tazza, un bicchiere.
***
L’autostrada saliva verso le Alpi fra campi di cereali, file di cavoli, graticci di luppolo. Sempre così, per centinaia di chilometri. Niente altro da fare che seguire il flusso dell’autostrada. E pensare.
Giorgio, perché hai il morale a terra? Cos’è successo di irreparabile? Mittelmessig ha fatto il gioco sporco, Alberico ti ha lasciato senza istruzioni, il tuo prestigio di avvocato è in pericolo. E non hai trovato Alba. D’accordo, tornare a Costanza è stato un gesto avventato; cercare Alba a Monaco è stata un’idiozia. Ma ormai tutto questo è alle spalle. Non pensarci più.
Però non era come dirlo. I campi avevano un’aria polverosa che metteva malinconia. Ma un contadino, una persona con i piedi per terra, non sarebbe tornato a Costanza. E comunque, una volta in fuga, non avrebbe avuto l’impressione di rotolare dentro a un imbuto senza poter farci niente.
C’è qualcosa di consolatorio perfino nel darsi del fesso, si disse Giorgio; nel supporre che un altro al tuo posto saprebbe come comportarsi.
Ma che panorama deprimente! Orzo e cavoli in tutte le direzioni. Questo è la campagna: fatica e ancora fatica. Curvare la schiena fino a farsi venire la gobba. E come saranno i sogni? Forse in campagna esistono soltanto incubi: alberi altissimi, case enormi, cancelli chiusi, cani che abbaiano. Uomini grandi e grossi, come suo padre, che prendono gusto a umiliare i sottoposti e a strisciare davanti ai potenti. Sarà poi così appagante calpestare i deboli? E leccare culi cos’è, una penosa necessità o un vergognoso piacere? Con i padri è sempre così: spiegazioni non date, contraddizioni irrisolte. E il sospetto di un segreto innominabile. La coscienza non assolve mai: più ti maltratta e più ti fa sentire in colpa. Al punto che, per restare in pace con le tue miserie, saresti disposto a trovare attenuanti anche per il male assoluto, e ti convinci che l’unica giustizia possibile è l’amnistia: tutti colpevoli, tutti innocenti.
Giorgio sbatté le ciglia: si stava perdendo in mille scemenze. Forse un calo degli zuccheri? Negli ultimi giorni tutto era andato a rovescio e l’umore ne risentiva. Se non stava attento, alla prossima biforcazione invece di prendere per il Brennero rischiava di finire a Salisburgo.
***
Sabato 31 luglio 1999
In fondo alla valle Trento sembrava benedetta dal sole, e invece un incantesimo l’aveva subito resa fosca. Un attimo prima il tramonto aveva incendiato i tetti, un attimo dopo era già buio pesto. Vie spopolate, vetrine buie, fanali spenti. Un ristorante deserto, con le sedie di legno lucidate da migliaia di fondi di pantaloni, gli aveva ricordato le osterie sul Ticino, quando suo padre andava a caccia e pretendeva che lui gli trottasse alle spalle.
Rumore di sterpaglia calpestata, poi un botto e un altro ancora. La rosa dei pallini si allargava e il fagiano piombava giù come un fagotto. Un cane lo riportava, lui glielo strappava dai denti e il sangue gli sporcava le mani. E via di nuovo nel bosco. A mezzogiorno era così stanco che non aveva fame, ma i cani si ficcavano sotto i tavoli e gli mordevano i polpacci perché, loro sì, erano affamati, e per quel giorno erano le star: se avesse fatto anche solo il gesto di allungare un calcio, suo padre lo avrebbe accoppato. Ma che senso aveva pensarci ancora?
In cima al Brennero il panorama si era aperto: sul versante meridionale delle Alpi il tramonto era azzurro. Poi però l’autostrada si è avvitata in una curva intorno a uno spuntone roccioso in cima al quale si erge una rocca e a Giorgio è tornata in mente una novella che parlava di una donna straniera finita da queste parti, in un castello così. Una storia triste, tutta sul tema delle occasioni perdute. Come non chiedere ad Alba il telefono, l’indirizzo, il cognome!
E questo è quanto. Giorgio non se l’è sentita di cercare una farmacia: ci vuole del fegato per chiedere un sonnifero, ma una pastiglia sola, perché un tubetto è una tentazione e potrei vuotarlo. Si è coricato, ma non ha potuto prender sonno, ed è rimasto disteso sul letto discutendo con se stesso fino a sfinirsi.
Non è facile alzarsi e riavviare la routine. Giorgio riparte, ma è come una formica sbandata: una volta uscito dalla fila indiana non ha nessuno davanti a scegliere il percorso e nessuno dietro a coprirgli le spalle. Si sente solo. Suo padre ha voluto essere sepolto non a Milano, ma nel paese dove si erano stabiliti i suoi nonni ai tempi che Berta filava. Per Giorgio quelle ultime volontà sono state come sentirsi dire: non avevo bisogno di te da vivo, figurati da morto.
Chilometri di curve e saliscendi fra i vigneti, mentre il cielo diventa viola e l’aria è ferma, e l’erba dei prati sembra muschio nero, e le colline sono un letto di braci che sfumano nel cielo. Giorgio arriva davanti a un cimitero e rimane lì, chiuso in macchina ad aspettare la fine di un acquazzone. Chicchi di grandine rimbalzano sul cofano con un rumore di mitraglia. I cipressi sono obelischi disperati, in fila davanti al cancello, di fronte a un muro che non finisce mai.

Fedra

Domenica 1 agosto 1999
“Cazzo! L’è mica come di notte che c’è in giro nessuno. E l’antifurto l’è di quelli tosti. Perfino il qui presente Cernuschi Anacleto detto Demolíscion Men cià bisogno i suoi tre o quattro minuti. E non contarmi su che a te quattro minuti ti fanno una sega. Prova un po’ te a darsi da fare in pieno giorno in sulla pubblica piazza. E poi sappiami dire.”
“Cleto, parla chiaro: devo cercare un altro?”
“Uè te cos’hai capito? Io sul bísnes ci sputo mai sopra. Che poi questo qui l’è una roba che ci vuole un artista. Uno come me. Diciamo che l’è una sfida. Però niente menate da ricettatori eh? Io apro consegno e incasso. Il resto ti ‘rangi te.”
***
L’entrata dell’Auditorio risucchiava frotte di dame in bilico sui tacchi e sugli avversi sassi dell’acciottolato. Aggrappate una all’altra come ciechi in cordata, si lasciavano risucchiare nell’imbuto dell’ingresso. Lì il vortice le macinava, le fiondava nel cortile e le convogliava in un percorso a serpentina dal quale emergevano nel foyer con il vestito fuori squadra e l’occhio trepido del naufrago. Ma tornavano a raggrupparsi, ripigliavano a ciacolare, incuranti del pubblico che le sospingeva sgarbatamente e le costringeva a inerpicarsi sui ripidi gradini della sala grande. Qui, oltre a equivocare la fila, vi entravano dal lato meno opportuno obbligando decine di infelici ad alzarsi per dare passo, dopodiché, raggiunta la poltrona, ci si adagiavano, giravano attorno gli occhi miopi e si affrettavano a confidare alla vicina: “Te, ma hai visto che gente ordinaria?”.
Sul palcoscenico un barbuto violoncellista avanzò pendoleggiando il suo strumento. Lo seguì una flautista dall’aria svagata e, a qualche distanza, la truppa degli altri orchestrali, mercenari reclutati per un concerto fuori stagione, silenziosi e impenetrabili come indiani sul sentiero di guerra.
Nella sua poltrona a metà sala, Giorgio abbassò lo sguardo verso il gregge che prorompeva dalle turbolenze del doppio sifone. Un popolo che frequentava le sale da concerto con lo stesso spirito con cui si gioca al lotto: sostenendo perdite a ripetizione pur di continuare a sperare in una vincita incalcolabile. In fondo ai loro occhi sottomessi sopravviveva il miraggio di una epifania del Bello, di un attimo capace di riscattare una vita di noia.
Hai poco da fare il cinico, si disse. Di fronte a una Bellezza che alza il velo dell’assoluto non siamo tutti quanti imperdonabilmente brutti? Sedicenni devastati dall’acne, matrone con l’epidermide esplosa nei frattali della cellulite, quarantenni professionisti stressati, eccoci tutti qui in attesa di una magia che ci trasfiguri in puri spiriti, belli per definizione. Perché, siamo sinceri: chi di noi, per quanto laido e farabutto, non è convinto di essere “bello dentro”?
***
Rientrato a Milano sabato notte con gli occhi che si chiudevano dal sonno, Giorgio non aveva scorto sentinelle davanti al portone di casa. Ma non voleva dire: gli sgherri dell’Alchemie potevano essere dovunque, in attesa dell’ordine di entrare in azione.
Giorgio aveva barricato la finestra della cucina e si era messo a letto, ma l’insonnia non gli aveva dato tregua. Alle cinque e cinquantacinque aveva fatto la doccia. Era andato in cucina, aveva preparato caffè, biscotti e marmellata, e li aveva consumati coscienziosamente. Era tornato in bagno per lavare i denti e radersi. Aveva fatto tutto con calma.
Ma era ancora troppo presto. Ben prima delle otto aveva dovuto accendere la televisione e fingere di interessarsi ai tg del mattino. Alle nove in punto aveva telefonato ad Alberico e aveva dovuto arrendersi alla realtà: era domenica mattina, gli uffici erano vuoti, il numero di casa squillava senza risposta, il cellulare era staccato. Anche Nicchia era irraggiungibile: forse stava prendendo il sole sulla tolda di una barca a vela all’Elba o a Montecarlo.
Giorgio si era sentito spiacevolmente a corto di risorse. Chiudersi in casa poteva essere un rischio mortale. Chiedere ospitalità a un amico? Non ne aveva. A un cliente? I pochi ai quali avrebbe potuto rivolgersi non erano certo a Milano in una domenica d’agosto. Rintracciare Alberico era urgente, indispensabile.
D’accordo: almeno alla domenica mattina un essere umano ha il diritto di essere lasciato in pace, ma chi ha le responsabilità di Alberico non può restare uccel di bosco per un giorno intero. All’ora di pranzo doveva pur rispondere al telefono. Per forza. Dunque, tutto stava nel far passare qualche ora. Un concerto era la cosa più pratica per tirare l’una stando in mezzo a una folla, cioè al sicuro.
Ma l’esecuzione era davvero penosa. L’orchestra aveva un suono scialbo. Il maestro van Mistonigen batteva il tempo con gli occhi (e le orecchie) chiusi: se ne fregava del pubblico di Milano. Pensava all’assegno, lui; idealmente era già sul taxi, sull’aereo per Miami. In mezzo a quello strazio se ne erano andate l’ouverture e tre dei quattro tempi della sinfonia. Mancava l’Allegro con fuoco e poi, come ciliegina, l’ultimo pezzo in programma: la Morte di Isotta. Nessuno avrebbe chiesto un bis.
Prima di uscir di casa, Giorgio aveva ricuperato la ricetta del professor Candido e se l’era messa in tasca. Adesso meditava di squagliarsela per cercare una farmacia aperta. Ma, a parte il fatto che poi non avrebbe saputo come tirare l’ora di pranzo, con le luci basse rischiava di ruzzolare giù per le scale. Pensò che è più facile inciampare in discesa che in salita e gli parve di ricordare che in cima alle scale ci fosse un’altra uscita.
***
Giorgio si voltò e rimase sbigottito: sotto un casco di capelli color rame gli occhi di Alba (e di Iside) lo fissavano da una poltrona cinque file più in alto. Riconobbe l’espressione olimpica e la vertiginosa profondità, ma in più quello sguardo trasmetteva un riflesso caldo, un presagio di passione.
Senza sapere perché, decise che quella donna doveva chiamarsi Fedra. Intanto l’orchestra seguitava a svolgere il suo compitino senza un briciolo di emozione. Giorgio non smise di voltarsi. Quegli occhi attiravano i suoi e li facevano sprofondare in un abisso.
La musica tacque, il maestro si voltò e, con rimarchevole faccia tosta, si inchinò sollecitando l’applauso. Giorgio non gli fece caso: di punto in bianco le sue tristezze avevano spiccato il volo. Imprevedibile come un temporale estivo, la vita tornava a reclamarlo. Quello sguardo affascinante era riapparso per la terza volta. Non se lo sarebbe lasciato sfuggire.
Il pubblico cominciava ad alzarsi dalle poltrone quando il vicino di destra si curvò verso di lui con un atteggiamento premuroso e gli porse un volantino.
“Tenga: un biglietto gratis per il viaggio.”
Giorgio guardò il pezzo di carta.
“Quale viaggio?”
“Il più importante.”
Giorgio alzò gli occhi dal foglio. Cos’era, un avvertimento dell’Alchemie? Ma l’uomo si era già confuso tra la folla.
***
“Senti un po’, Cleto, finora com’è andata?”
“Ah be’ te lo sai che io ciò una regola: prepararsi bene e darci la botta a colpo sicuro. Ma lo stronzo stava chiuso dentro in casa. Il mezzo l’era giù nel box e bastava mica far fuori l’antifurto perché prima cè due serrature poi cè l’impianto d’allarme e poi le telecamere. Ciài voglia. Sicché stamattina alle dieci e mezza lo stronzo mette il muso fuori della rampa e l’Anacleto che l’è lì giusto perché l’è un professionista a momenti se lo fa scappare. Pensa te. Ma dico io alla domenica i sciuri stanno mica in letto fino alle due del pomeriggio? L’è propio vera che i migliardi ci fanno male al cervello se uno che cià la pila invece di dormire va a ciucciarsi due ore di betoffen.”
“Vabbe’, ma poi cos’è successo?”
“E cosa vuoi che cè successo? Davanti al Lauditorio cè mica verso di lavorare con un minimo di pràivassi e al Cleto ci tocca star qui a grattarsi i coglioni. Sono le dodici e mezza e in strada cè un casino di gente. E quando che ‘riva la una cè bell’e finito il cinema: basta betoffen tutti a casa.”
***
Il maestro van Mistonigen era scomparso dietro le quinte, gli scarsi applausi si erano spenti, il pubblico tornava a ingorgare gli imbuti delle uscite. Giorgio rimase seduto sbirciando il volantino firmato “Chiesa dei Santi dell’Ultimo Occidente”: uno sproloquio catastrofista che mescolava Nostradamus e l’Apocalisse.
La donna dai capelli rossi scese per le scale con la sicurezza di una danzatrice, fluttuò ai margini della folla, sbucò nel foyer e sparì. Giorgio la ripescò isolata in un angolo. I loro sguardi si incrociarono per l’ennesima volta e Fedra gli rivolse la parola con naturalezza, come se lo conoscesse da sempre, come se riprendesse un discorso interrotto.
“Aspetto un’amica che suona nell’orchestra. È flautista.”
Giorgio arricciò le labbra in una specie di sorriso.
“Forse non verrà.”
“Perché non dovrebbe?”
Giorgio si strinse nelle spalle.
“E chi lo sa. Forse è fuggita con il direttore. Oppure ha avuto una crisi mistica e si è fatta suora di clausura…”
“Non credo proprio. Eccola là.”
L’amica arrivò di corsa, trascinò Fedra in un angolo più appartato e le parlò fitto, ridendo, gesticolando, gettando occhiate a destra e a sinistra. Guardò anche Giorgio, sussurrò un commento e proruppe in un’altra risatina, poi scappò con le ali ai piedi giù per il corridoio.
“La profezia si è avverata in parte. La mia amica non fuggirà con il direttore. Però andrà a pranzo con il primo violoncello.”
Fedra aveva sulle labbra il sorriso della Gioconda. Giorgio la guardò e si disse che le donne fanno le misteriose quando vogliono che tu prenda in mano le redini del loro destino. Sollevò un sopracciglio.
“Io non suono nessuno strumento. Non so neanche leggere la musica. Ma se non altro conosco un ristorante qui a due passi.”
***
Seduto al tavolo della cucina davanti a una tazza di nescafè, Candido teneva gli occhi persi in una fantasia che andava e veniva. La visione risaliva a poco prima del risveglio, soglia indistinta sulla quale aveva ondeggiato a lungo. O forse no. Chi può dire quanto durino i sogni? Una macchina con tanto di elettrodi e display può certificare che la fase REM è durata tot minuti e tot secondi; ma che significa? Quello è il tempo di chi osserva dal di fuori. Chi sogna vive una realtà che avanza a scatti, si blocca su un’immagine, torna indietro, riparte, rielabora scene già viste. Chi sogna vive in un tempo dilatato, o addirittura fuori dal tempo, in un’esperienza di estasi e trasfigurazione.
Del suo sogno perduto, il professore ricordava soltanto un elmo barbaro ornato da due corna. Sotto all’elmo ci stava un teschio con la calotta cranica sturata. E il vino nero ciangottava dint’a capa ‘e muorto. Un incubo longobardo.
Spalancando gli occhi vacui Candido aggiunse due cucchiaini di zucchero nella tazza. Il nescafè teneva un sapore strano.
***
Alessio Paleologo prelevò dal frigorifero una mozzarella e un pomodoro, li affettò schizzando siero lattiginoso e verdi semi sulle piastrelle della cucina, ricuperò le fette biscottate dal fondo della dispensa, versò mezzo bicchiere di vino rosso e sedette al tavolo della cucina con l’idea di farsi un light brunch ascoltando un notiziario in tv, quando un’immagine vivida gli scoppiò nella mente.
Succede sempre così: uno si sveglia e ricorda tutto. Poi va in bagno, lava la faccia e mentre strofina l’asciugamano sulle guance prova a ripensarci. Macché: il ricordo è già svanito. Più tardi, all’improvviso scatta un timer e il sogno è lì, splendido e surreale come un film.
Alle spalle di Alessio incombe la mole di Castel Sant’Angelo. Un generale bizantino lo guida in una sortita oltre il vallo, dove impallidiscono i fuochi dell’accampamento nemico. Alessio ha stomaco e intestino attorcigliati per la paura, ma i goti sono sbronzi o addormentati e si accorgono del pericolo quando è troppo tardi. Alessio penetra nel campo nemico. Assiste (o partecipa?) alla strage delle sentinelle. È lui che squarcia la tenda con la spada? È lui che affonda la punta nella schiena di un nobile barbaro? È lui che taglia la gola della concubina? Alessio non può fare a meno di domandarselo, ma si proibisce di rispondere. Avverte dentro di sé la gioia selvaggia di ammazzare, come una belva, come il rapace che uccide per cibarsi della preda. È una gioia che ha a che fare con il sesso e con la morte.
Intorno a lui scorrono fiumi di sangue, gorgogliano gole scannate, brucia il fuoco di un incendio. Alessio attraversa tutto ciò con il passo inesorabile di un angelo vendicatore. Poi la fuga, mentre l’alba colora le nubi in cielo; ecco le mura, la porta che si apre, Roma, la folla, le acclamazioni. Ma il sogno ha dei replay e delle strane distorsioni. Quando la tenda si squarcia, quando la spada trafigge i due corpi uniti nella libidine, Alessio si sdoppia come se una parte di lui levitasse a mezz’aria, e si vede proiettato su uno schermo: è lui che impugna la spada, ma ha il volto del mostro di Firenze. E dopo la strage, in una taverna fumosa, fra strilli di puttane ubriache e bestemmie dei compagni di merende, chi stacca un corno dall’elmo del goto, ci versa del vino e beve? È lui o il mostro?
Alessio chiuse gli occhi, massaggiò le tempie, abbassò lo sguardo sul tavolo e credette di aver perso l’appetito. Si sentì più che mai un pacifico funzionario delle Belle Arti alle prese con i fantasmi dell’inconscio. Il bicchiere gli fece quasi orrore, ma si fece forza e lo portò alle labbra. Il vino aveva un sapore metallico. E perfino la mozzarella e il pomodoro avevano un gusto di caccia, di rapina.
***
“Niente di nuovo?”
“È uscito insieme a una gnocca. Ciò idea che si imbucano in qualche ristorante qui vicino. Magari ‘riva il momento buono. Sempre quello il posto per la consegna?”
“Confermato: prima rampa, ultimo box a destra.”
“Sì, entrano! Sotto a chi tocca! Se tra un quarto d’ora sono mica lì portami le arance.”
***
Giorgio aprì la porta di “Pino a Porta Tosa” e guidò Fedra attraverso una penombra popolata di fette di melone, minestroni tiepidi, insalate miste e sorbetti. Un cameriere allampanato, con scarsi capelli e baffi a scopetta, gli si rivolse bofonchiando parole incomprensibili. Giorgio non rispose e proseguì nel giardinetto fino a un tavolo intorno al quale i raggi del sole perforavano il pergolato e piovevano a terra come colonne di materiale abbagliante. Gli occhi di Fedra, pensò Giorgio, conferivano un tocco di incantesimo perfino a una umida estate milanese. Ma non accaddero prodigi. Arrivarono il vino, l’acqua minerale e gli antipastini tiepidi. E quando fu il momento di avviare la conversazione, Fedra lo prevenne.
“Strano concerto, vero?”
“Purtroppo. Il direttore non era all’altezza.”
“No, io stavo pensando al suono del corno: lo strumento dell’inganno.”
“Dell’inganno?”
“Certo! Le corna non sono il segno distintivo del maschio?”
“Scusa: che c’entra il maschio con l’inganno?”
Lei scoppiò in una risata e Giorgio si sentì spiazzato. Fedra era dannatamente sexy con quel suo modo di scoprire la gola e quell’impercettibile scossa sismica dei seni sotto la t-shirt. Si piegò avanti per sussurrare:
“Il maschio è sempre in conflitto con se stesso. Come Tristano.” Fedra scosse il capo. “O inganna il suo re o tradisce il suo amore. Per questo si uccide: perché non può sfuggire ai due corni del dilemma. Quando poi muore Isotta suonano tutti gli strumenti dell’orchestra, perché il mondo intero finisce con lei. Tace soltanto il corno: è lo strumento di Tristano, e Tristano non c’è più.”
***
Le campane della chiesa della Passione suonano le due. Le strade sono deserte e il sole ha conciato l’asfalto come il ciùingam: roba che neanche al Gran Premio del Brasile. L’Anacleto si guarda in giro. Finalmente cè più nessuno in mezzo alle balle. In centottantacinque secondi netti Demolìscion Men frega l’antifurto, mette in moto e sgomma via dalla polposìscion. In otto minuti taglia il traguardo di un cancello aperto. Infila una rampa scura che finisce in una fila di box. Accende i fari e va al pitstop. Due ombre si staccano dal muro e gli vanno incontro. Lui inchioda e salta giù con la faccia di quello che è già in cima al podio a masturbare il bottiglione di sciampàgn.
“Pagamento contrassegno!”
L’amico è rimasto indietro. Con una voce strana fa:
“Sicuro che non ti ha seguito nessuno?”
Il Cernuschi sbuffa.
“Uè te cosa credi? Il Cleto l’è mica un pirla!”
Quello con gli occhiali scuri fa ancora due passi avanti e tira su la destra. Cià in mano una cosa lunga lunga. Puff! L’Anacleto si becca una legnata in pieno petto e va giù come un birillo, picchia il crapone sul pavimento e resta intontito. Vede soltanto un’ombra e fa giusto in tempo a sentire un altro puff! Nella camera oscura del cervello scoppia un flash. Il Cernuschi si infila su per una canna rigata, nel collo di un imbuto. E poi buio. E poi freddo. E poi più niente.
L’amico ha uno sbalzo di pressione, ma riesce a controllarsi. Carica il corpo sul furgoncino e lo copre con un telo. Con uno straccio asciuga il sangue sul pavimento. Poi mette in moto e se ne va.
Alberico svita il silenziatore, raccoglie i bossoli e comincia a lavorare sulla macchina.
***
Giorgio tornò al tavolo con una smorfia contrariata sul viso. Alberico era sempre introvabile.
“Se c’è una cosa che mi manda in bestia è aver bisogno di qualcuno e non riuscire a trovarlo. Mi fa sentire preso in giro.”
“Cosa ti dicevo? Il mondo è tutto un inganno.”
Qualcosa nel tono di Fedra preannunciò un altro sobbalzo della realtà. Tutto diventò più vivido. Da qualche parte (forse nel cervello) ci fu un clic.
Una dozzina di persone in comitiva entrarono chiacchierando allegramente e andarono a occupare il tavolo in fondo al giardino: uomini con le giacche sul braccio e le cravatte allentate, donne in abiti di seta colorati e aderenti. Il cameriere con i baffi a scopetta rimase sulla porta borbottando tra sé.
Giorgio mise in bocca un cucchiaino di sorbetto. Due tavoli più in là un uomo mormorava fitto fitto, trattenendo la rabbia fra i denti; la ragazza con il naso rifatto seduta di fronte a lui aveva l’aria seccata e giocherellava con la sigaretta. Recitavano una commedia? Forse erano agenti dell’Alchemie.
Dopo tutto, pensò Giorgio, Fedra non aveva torto: fin da quando vieni al mondo sembra che tutto sia congegnato per ingannarti. Le fiabe che ti raccontano, le illusioni che ti fai, le prepotenze che ti tocca subire. E per colmo di ironia, prima o poi qualcuno ti spiega che inganni e delusioni sono un tirocinio necessario per imparare a ricominciare da capo dopo le batoste. Come dire che chi ti ha fregato l’ha fatto per il tuo bene. E tu magari ci credi.
I ladri ti hanno svaligiato l’appartamento? Due teppisti ti hanno preso a pugni e calci? Ma non è colpa loro: è la società che li ha resi malvagi. E chi è la società? Sei tu. La colpa dei tuoi guai è solamente tua.
Come da bambino: ti mettono in castigo, mamma e papà hanno la faccia scura, e tu non capisci perché. Cos’è successo? Non lo sai. Non te lo dicono. L’unica cosa che devi sapere è che è colpa tua. Sei tu che sei cattivo, cattivo, cattivo.
“Funziona così anche nella coppia, sai? Chi riesce a far sentire in colpa l’altro ha il coltello dalla parte del manico.”
Nicchia. Quel suo modo noncurante di fare sesso era un rimprovero? Ma perbacco: se non voleva fare sesso con me, le bastava dire di no. Perché non l’ha detto? Oppure si aspettava qualcosa di più, non sono stato come mi avrebbe voluto, l’ho delusa? E allora perché non mi ha mandato a quel paese, perché non mi ha dimenticato, non se n’è andata per la sua strada? Perché così non saremmo diventati soci. Oh no! Possibile che avesse in mente proprio questo, che avesse calcolato una cosa del genere? No. Non ci credo. Non è possibile!
“Tutte le passioni hanno a che fare con l’inganno” disse Fedra. “Guarda la politica, per esempio.”
***
Il patriarca Eleftheros lisciò la barba veneranda e sentenziò:
“Dimitrios è un monaco falso e fornicatore.”
Donna Teofila replicò con diplomatica fermezza:
“Sua Beatitudine sa che la famiglia imperiale segue con viva partecipazione le vicende di Tessalonica. Ma non entrerà in conflitto con il patriarca di Costantinopoli.”
“Athanasios!” proruppe il metropolita. “Quel vecchio simoniaco ha venduto la mia diocesi a Dimitrios in cambio dell’epistola di san Simeone ai ciziceni, una reliquia che Tessalonica conservava da quindici secoli!”
Con un tipico gesto greco di disprezzo, Eleftheros mostrò il palmo della mano all’angolo della stanza dove presumibilmente si aggiravano in spirito Dimitrios e Athanasios. Ma per quelle due serpi un insulto era troppo poco. Cercando di dominare la collera, l’archimandrita si alzò e uscì sul terrazzo. Donna Teofila ne approfittò per sussurrare all’orecchio di Alessio:
“Eleftheros è stato priore del più importante monastero del Monte Athos. Il patriarcato di Tessalonica gli spettava di diritto, ma Dimitrios lo accusò di sodomia e chiese l’arbitrato di Costantinopoli. Quali patti siano intercorsi non si sa, ma la diocesi andò a Dimitrios e per Eleftheros fu creata la dignità di propatriarca di Ravenna, un esilio dal quale Eleftheros muove le sue pedine. Capisci bene, Alessio: questa è un’opportunità storica. Se avremo un ruolo nella composizione della controversia, il nome dei Paleologo tornerà a essere benedetto dai pulpiti. Ma la situazione è fluida: Eleftheros ha Atene dalla sua, ma Alessandria è con Dimitrios. Le altre chiese, da Bucarest ad Antiochia, si barcamenano. E a Mosca c’è chi soffia sul fuoco…”
***
“Chissà come fanno a permettersela” pensò Giorgio entrando nella sede del circolo intitolato a Serafina Suvalov, intellettuale emancipata che nei primi anni del ventesimo secolo aveva goduto di un quarto d’ora di notorietà.
Giorgio non aveva mai messo piede al circolo per l’ottima ragione che non ne aveva mai sentito parlare. Al ristorante si era ribellato all’idea che la politica si fondi più sull’inganno delle emozioni che sulla fredda ragione. Per dimostrargli quanto si sbagliava, Fedra l’aveva fatto salire su una utilitaria nera e si era tuffata in una fuga di stradine. Lungo il tragitto Giorgio aveva continuato a guardarsi attorno, un po’ per controllare di non essere seguito, un po’ per cercare una farmacia. Ne aveva avvistate tre, tutte chiuse. Poi aveva perso l’orientamento e, una volta di più, era sprofondato nell’irrealtà. Il sole scendeva verso occidente e l’umore virava verso il basso. L’auto infilò una serie di vicoli e curve a gomito; si fermò in un cortile malandato, in un sobborgo sconosciuto.
Un tizio dall’aria equivoca, metà questuante, metà parcheggiatore abusivo, venne fuori dal nulla. “Per la causa” mormorò, allungando la mano; strappò mille lire dalle dita di Giorgio, strabuzzò gli occhi e scomparve in una rientranza del muro. Fedra camminò leggera sull’acciottolato sconnesso, si infilò in un androne e aprì una porta. Fece strada in un corridoio dove, ordinate e quiete dentro vecchi armadi, giacevano file e file di tomi venerandi.
“Il circolo si mantiene con la rendita di un lascito. Si dice che provenga da un miliardario svizzero che ebbe una storia con la Suvalov nel 1915” sussurrò fermandosi a metà del corridoio, davanti a un armadio che conteneva la raccolta di un periodico: La lanterna del pompiere.
Il corridoio sbucava in una sala per conferenze con la parete di fondo decorata da tre gigantografie di personaggi dalle barbe ottocentesche. In platea, su due gruppi di sedie separati, c’erano persone di ogni età. Tutti avevano l’aria trasandata di chi trascura se stesso per inseguire un’ossessione: gomiti lisi, abiti sgualciti, capelli stinti, unghie rosicchiate, guance sconvolte dai tic. Osservandoli Giorgio si sentì quasi in colpa: lui – lo sapeva bene – non sarebbe mai riuscito a volere qualcosa, giusta o sbagliata che fosse, con l’intensità di quella gente.
Fedra lo guidò a prendere posto nelle ultime file mentre una signora dal piglio volitivo entrava da una porta laterale insieme a un tizio dai capelli brizzolati che scoccava occhiate come raffiche di mitra.
“La dottoressa Savona, la segretaria del circolo” bisbigliò Fedra.
L’ospite fu presentato con poche, secche parole: si trattava di uno studioso che non aveva bisogno di presentazioni. Per lui parlavano le sue opere, e in particolar modo il trattato “Massimalismo dialettico” sul quale si era formata una intera generazione di militanti.
“Salutiamo con un applauso…”
Fedra si voltò per sussurrargli all’orecchio:
“In questi ambienti è una figura mitica.”
Distratto dal mormorio di Fedra e dallo scrosciare dell’applauso, Giorgio non afferrò il nome dell’oratore.
***
“Alessio” esordì il professore con il tono ponderato che adottava per comunicare ai pazienti le cattive notizie, “so di abusare della confidenza vostra, ma il superiore interesse della scienza mi impone di far tacere ogni ritegno.”
Candido si era presentato puntuale al the dei Paleologo. Zweifel, che l’aveva atteso all’ingresso per entrare con lui, aveva eseguito un perfetto baciamano piegandosi come un compasso davanti a donna Teofila. Sprofondato in un divano, il professore aveva scambiato amabili chiacchiere sui meriti comparati di tre diverse qualità di the; aveva accettato come dolcificante un cucchiaino di miele e aveva sopportato uno sproloquio della padrona di casa sulla teoria e la pratica dell’apicoltura macedone. In casa Paleologo si praticava l’arte della conversazione come nei salotti parigini del settecento: ascoltando lunghe concioni e controbilanciandole con un mot d’esprit.
Ma l’apicoltura macedone non aveva fornito materia per battute memorabili e, per rompere il silenzio, Alessio aveva spostato il discorso sulle sculture del professore, descrivendo in particolare l’opera n.5, e suscitando l’interesse di Eleftheros: il patriarca aveva colto alcune similitudini con i calici effigiati negli affreschi del suo ex monastero e si era lanciato in un monologo senza fine.
Il professore aveva approfittato di un breve istante in cui Sua Beatitudine si era interrotto per riprendere fiato, e aveva riportato il discorso sull’attualità.
***
Al circolo Suvalov il conferenziere aveva esordito con una radicale critica del sistema economico, politico, sociale, e Giorgio aveva sbuffato tra sé: la solita zuppa! La conosceva a memoria dall’età di quindici anni. Era la stessa fin da quando quindici anni li aveva il suo bisnonno (il quale, se fosse stato un miliardario svizzero, si sarebbe dato alla pazza gioia non con la Suvalov ma con l’intero corpo di ballo delle Folies Bergères).
Giorgio non doveva essere l’unico a pensarla così perché anche il pubblico era rimasto freddino. L’oratore se ne avvide e cambiò disinvoltamente registro: scoprì che i presenti erano cittadini onesti, virtuosi, altruisti. Fossero stati loro a decidere sui grandi temi, il mondo avrebbe fatto passi decisivi sulla via del progresso (sociale, economico, politico).
Gli occhi di Fedra erano più profondi che mai. Giorgio si arrischiò a fissarli e ritrovò la vertigine di una sera con Alba sul lungolago, di una notte in via Manzoni con Iside. Una volta di più la realtà fece clic, e le parole del conferenziere presero tutto un altro significato.
Procuratemi un seggio in parlamento, diceva, e non preoccupatevi se in vostro nome commetterò ogni genere di porcheria. Beatevi dei vostri buoni sentimenti: per voi organizzerò marce, cori, veglie e raduni. Non vi farò mancare slogan, bandiere, striscioni. Vi farò sentire forti e invincibili. Vi darò nemici da odiare. E, niente paura, coprirò i vostri vizi. La malafede, la corruzione, le barche, le ferie ai tropici, le tasse evase, le bustarelle prese e date, saranno sempre quelle degli altri. Ecco il patto: a voi ideali e ipocrisie, a me il potere e le sue vergogne.
Ma nella più dannata delle ipotesi, se un imprevisto vi costringesse ad aprire gli occhi, proclamatevi pure truffati, impiccatemi, crocifiggetemi! Conosco le regole del gioco. Insomma, che altro volete da un uomo politico? Io mi accollo le vostre responsabilità, mi offro per portare un peso il cui solo pensiero vi schiaccia, voi mezzi uomini, ominicchi, quaquaraquà!
Giorgio avvertì un cerchio alla testa.
“Ma questo da che parte sta?”
“Oh! Di qua, di là. Non c’è differenza.”
“Andiamo via.”
“Ancora qualche minuto. Non dovrebbe mancare molto.”
***
“Alessio, ve lo ripeto: quel reperto andrebbe esposto in un museo.”
“Piano, piano, professore! E se fosse un falso?”
“Iiih! Un falso, addirittura! E poi, scusate, voi lo mettete a disposizione degli studiosi, mica dovete garantire niente.”
“E come no? Sono io lo studioso! Dovrei esporre un pezzo dubbio? E poi non è tutto qui… ci sono implicazioni… non posso dire di più, ma… insomma: sono arrivato al punto di domandarmi se è solo un caso che quell’oggetto sia finito nelle mani di un Paleologo!”
Eleftheros intervenne sollevando la destra in un gesto maestoso.
“La reliquia appartiene alla comunità dei credenti” decretò rivolgendo il viso al soffitto e congiungendo devotamente le mani. “Alessio la restituirà alla sua sede naturale… a tempo debito. Ma per ora è più prudente che non se ne parli.”
Senza sforzo apparente, con le mani giunte all’altezza del cuore, Eleftheros si alzò come se una forza misteriosa l’avesse levato in piedi per dominare l’uditorio. Girò attorno uno sguardo panoramico e, con un tono che gelava sorrisi e incredulità, annunciò:
“Poco fa, mentre il mio corpo era con voi in questa stanza, la mia anima è stata rapita al primo cielo. Non chiedetemi di rivelare ciò che ho visto. La lingua umana non ha parole per descrivere il mistero. Posso dire soltanto che la luce che mi ha abbagliato era un riflesso della gloria dell’arcangelo Michele. Tutto è possibile al Dio degli eserciti.”
Eleftheros non diede agli ascoltatori il tempo di ricapacitarsi. Aprì le braccia e, in posa ieratica, impartì una benedizione che nessuno aveva richiesto; dopodiché si rivolse ad Alessio a bassa voce, ma in modo da essere inteso da tutti.
“L’esistenza della reliquia” dichiarò “deve restare riservata. Tuttavia, visto che il professore ne è al corrente, è opportuno che abbia la possibilità di esaminarla. Sempre sotto il vincolo del segreto!”
***
Giorgio fece l’atto di levarsi un immaginario cappello.
“E va bene, hai vinto tu: la politica specula sulle emozioni. Le masse si appassionano e i politicanti le strumentalizzano.”
Il sole tramontava e un sipario opaco calava sulle ingenuità, sulle prospettive fasulle che rendono sopportabile l’esistenza. Gli ultimi raggi sfioravano i tetti colorando le tegole impregnate di muschio e la torretta semidiroccata. Il caseggiato aveva preso l’aspetto di una conigliera visitata dalle faine, con le finestre aperte senza luci accese, dalle quali non usciva che silenzio. Il tizio dall’aria furtiva che aveva questuato “per la causa” strisciava lungo il muro sul lato in ombra e teneva in mano qualcosa che cercava di nascondere. Che fosse anche lui un agente di Mittelmessig?
Sul volto di Fedra comparve qualcosa di simile a un sorriso.
“Niente vieta di vedere le cose anche in un altro modo: le masse vogliono essere illuse e i politicanti le accontentano.”
Aprì la borsetta, pescò le chiavi dell’auto e fece lampeggiare i fanalini dell’utilitaria nera. Per Giorgio fu come il risveglio da uno di quei torpori che svaniscono di colpo e parrebbero allucinazioni se non fosse che, ormai, l’orologio ha le lancette sottosopra, le ombre sono lunghe e l’aria non è più immobile.
Le strade tornarono a srotolarsi fra gli intoppi del traffico. Fermi ai semafori, i volti inquadrati nei finestrini apparivano sciupati dalle delusioni della domenica e angustiati dal pensiero del lunedì. Fedra guidava con una sicurezza impressionante, indovinando le code che si muovevano, le corsie più libere. L’Auditorio apparve inaspettato, come un porto in mezzo al mare.
“Ma… la mia auto! L’avevo parcheggiata qui, di fronte al numero 5. L’hanno rubata! Ci mancava anche questa! Fammi un piacere: portami a casa.”
“Non vuoi denunciare il furto?”
“Sì, certo. Abito vicino alla Questura.”
Era una domenica perfettamente in linea con tutte le statistiche, comprese quelle della microcriminalità. Eppure a Giorgio sembrava di vivere dentro a una strana distorsione temporale. Fedra ripartì.
Sul marciapiede di fronte al ristorante dove avevano pranzato, la ragazza con il naso rifatto voltò le spalle all’uomo in maniche di camicia e si allontanò, piena di sussiego, ondeggiando sui tacchi. Il cameriere con i baffi si affacciò sulla porta del ristorante e mormorando cose incomprensibili abbassò la saracinesca a metà.
***
Il pianerottolo del mezzanino prendeva luce da una lunetta con i vetri smerigliati. Cinque mesi prima, durante una manifestazione non violenta, una biglia d’acciaio scagliata da una pacifica fionda aveva colpito una delle lastre. L’amministratore del condominio si era stretto nelle spalle, il portinaio aveva ricuperato i frammenti di vetro smerigliato e li aveva incollati con strisce di scotch che ormai pendevano sbrindellate ma, in un miracolo di precarietà, continuavano a tenere insieme i tre cocci che contornavano il buco.
Da quel foro strategico un uomo guardava giù verso il marciapiede dove aveva parcheggiato l’auto di Giorgio. Non vide l’utilitaria nera ma sentì sbattere uno sportello. Giorgio arrivò correndo e davanti allo spettacolo dei sedili sventrati e dello schienale posteriore divelto si mise le mani nei capelli. Come un cane bastonato, aveva sul volto un misto di stupore e soggezione.
L’uomo controllò che il silenziatore fosse ben avvitato sulla canna, appoggiò la pistola alla fessura e mirò. Il colpo toccò terra a mezzo metro dalle scarpe di Giorgio. La pallottola rimbalzò sul cordolo di granito del marciapiede e colpì il parafango di un’auto in sosta. Giorgio si voltò di scatto, senza capire.
Plof! Un secondo colpo affondò nell’asfalto molle, dietro ai suoi tacchi. Giorgio scartò, si riprese, si accoccolò cercando riparo. Ma da dove venivano gli spari?
Crash! Il terzo proiettile centrò il faro di un’auto parcheggiata. Giorgio guardò in su. Anche se avesse individuato il pianerottolo del mezzanino, avrebbe potuto scorgere tutt’al più un’ombra dietro ai vetri smerigliati. Alberico lo sapeva, ma istintivamente si ritrasse e non vide Giorgio correre verso la piccola auto nera. Si chinò, raccolse i bossoli e li mise in tasca. Ora sapeva che l’oggetto non era nell’auto. Non restava che sottoporre Giorgio a una certa procedura, e un bello spavento era il modo migliore per cominciare.
***
Alessio versò un fiotto di ouzo sui cubetti di ghiaccio. Il crepuscolo scivolava nella sera, l’afa era soffocante, gli ospiti se ne erano andati. Lui si era ritirato in cucina, in ciabatte, mutande e canottiera, con la finestra aperta e una squadriglia di insetti che roteava intorno al lampadario acceso. Masticò un cubetto di formaggio di capra e un’oliva nera. Con la lingua e il palato impregnati di sapori forti, succhiò il balsamo dell’anice gelata e ripensò al colloquio con il patriarca.
“Sì, la fede fa miracoli” aveva cercato di obbiettare. “Ma ci sono dei limiti.”
“Non dico di no” aveva concesso Eleftheros. “Però ascoltami Alessio: prima di ritirarsi nella Tebaide, il monaco Youssef è stato un eminente storico dell’impero bizantino. Supponiamo che tu vada in Egitto, mostri a Youssef i titoli della tua nobiltà e gli prometta qualunque cosa: il priorato di un prestigioso monastero o il ministero della pubblica istruzione. Nessuno è più ambizioso di chi ha rinunciato a tutto e nessuno è più corruttibile di un ambizioso. E supponiamo che in questo modo tu convinca Youssef a presentarsi da Arsenios, il patriarca di Alessandria, per giurare che l’arcangelo Michele gli ha annunciato l’avvento di un eroe della fede che restaurerà l’impero dopo una eclissi di cinque secoli.”
Alessio lo guardava con gli occhi sbarrati e non credeva alle proprie orecchie.
“Alessio” aveva ripreso Eleftheros, “sai cos’è l’effetto-domino? Se Arsenios prenderà le distanze da Dimitrios, la cattedra di Tessalonica tornerà al titolare legittimo, cioè a me. E l’annunzio di Youssef sarà predicato da tutti i pulpiti. Io stesso convocherò un sinodo dei patriarchi di tutte le chiese, proclamerò imperatore l’erede dei Paleologo e ti affiderò la guida di una guerra santa per liberare Costantinopoli dagli infedeli! Sì, Alessio, non aver paura delle parole: sarà un colpo di stato!”
Davanti agli occhi di Alessio trascorsero le immagini della sua scrivania alla Sovrintendenza, della collega Ghiringhelli che pur di scavalcarlo in graduatoria si sarebbe prostituita con Belzebù in persona, della leggiadra restauratrice che a Mantova aveva fatto in modo di restare sola con lui.
Eleftheros era pazzo. Ma forse no.
“Signore del Mondo!” aveva insistito il patriarca, sfoderando una piaggeria che non temeva il ridicolo. “Erede di Costantino il Grande! Ombra di Dio sulla terra! Non dubitare del tuo fato: la grazia del cielo ti ha consegnato la sacra reliquia. Tu la riporterai a Costantinopoli, nella cattedrale di Santa Sofia.”
Alessio bevve un altro sorso di anice. Immaginò tranelli, defezioni, tradimenti. Si vide scivolare sulle più stupide bucce di banana e finire linciato come tutti i falsi messia. Ricordò di avere in programma un viaggio a Mantova per controllare la pulitura di tre corsi di laterizio e autorizzare quella di altri sette. Roba da paleologo con la p minuscola.
Andò allo specchio per guardare in faccia il povero fesso che si sognava assiso in trono – in mutande e canottiera – davanti a una folla di dignitari prostrati. Ma l’immagine speculare non ci trovò niente da ridere: seria come una statua, guardava il funzionario delle Belle Arti e sembrava non riconoscerlo.

Polizia

“Ma lei cosa vuole denunciare: un furto o un tentato omicidio?”
“Tutti e due.”
“Non si può.”
Giorgio ammutolì. Il brigadiere sollevò gli occhi onesti e tardi che tradivano la sua inusuale origine da Goito (MN).
“In questo ufficio si denunciano i reati contro la proprietà. Deve compilare il modulo.” Frugò sotto il banco, estrasse un foglio ciclostilato e glielo porse.
“Cosa le hanno rubato?”
“L’auto.”
“Ah…” fece il sottufficiale in un tono che tradiva la caduta di interesse.
“E l’ho ritrovata sotto casa, mezza sfasciata.”
“Eh…”
Il brigadiere sedette alla scrivania e riprese a martellare cifre su una vecchia calcolatrice Olivetti. Fece il totale, strappò la strisciata e spuntò gli addendi sentendosi addosso gli occhi del cittadino che lo osservava con lo sguardo di chi porta pazienza sì, ma fino a un certo punto. Trascrisse il totale su un registro e pinzò al foglio la strisciata con le spunte. Poi, con una calma che il cittadino avrebbe senz’altro chiamato indolenza, tornò allo sportello, prese il modulo compilato e lo depose in cima al mucchio che traboccava da una vaschetta.
Con ciò si esauriva l’assistenza dello stato al cittadino. Ma il cittadino era ancora lì, in piedi. Perché non se ne andava? Ah, sì…
“Per il tentato omicidio, l’ultima porta in fondo al corridoio. Chieda del commissario.”
“Quale commissario?”
“Quello di servizio.”
Il brigadiere tornò a sedersi davanti alla calcolatrice e fissò lo sguardo nel vuoto cercando di precisare l’immagine di un desiderio inespresso. O piuttosto un odore, un sapore… Si arrovesciò sullo schienale, allungò il braccio, sfilò una sigaretta dal pacchetto che il collega Colantuono aveva lasciato incustodito, la mise fra le labbra, l’accese e soffiò verso il soffitto una nuvola spessa come l’ultimo pennacchio del Vesuvio. Chissà se Colantuono aveva fatto a tempo a vederlo, cinquant’anni prima.
***
Il commissario Carmine Abbatangelo contava al suo attivo un matrimonio tuttora in essere, una figlia nubile, un figlio all’Accademia di Polizia e quindici anni di Digos. Quando a Roma avevano deciso che il terrorismo non esisteva più, era stato dirottato alla omicidi; ma non aveva smesso di portare nella fondina una rivoltella a tamburo fuori ordinanza e di tenere d’occhio gli ambienti dei più variopinti estremismi. Sosteneva di avere confidenti che soffiavano per amicizia. In realtà maneggiava un certo giro di denaro. Come se lo procurasse era un mistero, però non era mai finito sotto inchiesta e, mentre gli ammiratori lodavano il suo spirito di iniziativa, i detrattori sibilavano che avrebbe fatto bene a stare in campana: la fortuna non poteva durare in eterno.
Nella stanza adiacente, Giorgio era seduto di fronte a un brigadiere intento a verbalizzare.
“Chi l’ha chiamato a chillo là?”
L’agente Lovino Nicola alzò la testa, gettò un’occhiata anche lui e riferì:
“Trattasi di furto d’autoveicolo, ritrovato dal denunziante con l’arredo interno deteriorato. Il suddetto sporge denuncia contro ignoti per tentato omicidio.”
Abbatangelo scrollò la destra con le dita strette a pigna.
“Tentato omicidio di chi?”
Lovino chiarì:
“Il suddetto dichiara di essere stato fatto segno a tre colpi di arma da fuoco, non al momento del furto, bensì all’atto del ritrovamento dell’autoveicolo sul marciapiede antistante il di lui domicilio.”
Il commissario ci pensò su grattando la gola in un punto trascurato dalle orbite del rasoio elettrico. Come mai Alberico non gli aveva detto niente?
“A che punto stanno?”
“Il brigadiere Cabiddu ha quasi finito di verbalizzare.”
Imprevedibilmente cominciò a prudere lo zigomo destro. Già che c’era, Abbatangelo ne approfittò per stropicciare gli occhi.
“Fallo trasire” mormorò.
***
Secondo la ponderata opinione dell’agente Lovino, il commissario aveva sprecato il suo talento di attore. Il suddetto aveva appena messo piede nell’ufficio e già Abbatangelo lo apostrofava con un accento romano – non romanesco – avvertibile quasi solo nella cantilena e in certe esse che diventavano zeta. Un accento fatto apposta per ricordare ai sudditi: la legge sono io.
“Avvoca’: mo ce ne andiamo dall’alberghi senza pagà? Inzel Hotel, a Costanza… all’estero… che vergogna!”
Il suddetto strabuzzò gli occhi.
“Come sarebbe a dire? Ho pagato! Con la carta di credito!”
“Senza firmare il conto?”
Il suddetto abbassò lo sguardo.
“Sono dovuto partire in fretta e furia. Ma ho provveduto per telefono.”
Abbatangelo aveva marcato l’uno a zero e attaccava cercando il raddoppio.
“E ha pure lasciato in albergo quarche effetto perzonale… Ma ‘sta partenza precipitosa aveva a che fare con un certo Zaifél?”
Silenzio. Ciglia aggrottate. Il momento era critico. Queste, pensò Lovino appropriandosi di una frase ricorrente nei quotidiani sportivi, queste sono le circostanze in cui rifulgevano le doti di carattere dei grandi centromediani del passato.
“Ma che c’entrano Zweifel e il mio viaggio in Germania?” Il suddetto cercava di organizzare la difesa. “Un’ora fa mi hanno sparato addosso. Si rende conto? Mi hanno spa-ra-to! Tre colpi!” Il suddetto sbandierava la mano destra con tre dita tese: tentava un contropiede, una ripartenza, un disimpegno in agilità. “E qualche giorno fa ci sono stati i ladri in casa mia” insistette. “Voi cosa avete fatto? Niente!”
“Avvoca’, non cambiamo discorso. O vogliamo fare i reticenti?”
“Cosa? Lei dà del reticente a me?”
Strano. Il suddetto non tentava lanci lunghi sulle fasce laterali: faceva a zuccate a centrocampo.
“Avvoca’, forze non ha capito: io potrei pure trattenerla. Le rendo noto che la polizia di Costanza sta indagando sul suo conto.”
Per cinque secondi il suddetto si esibì nell’interpretazione di “quello che casca dalle nuvole”. Poi, con un cambio di ritmo alla Maradona, passò dallo stupore all’aggressività e volò, palla al piede, verso la porta avversaria.
“C’è un mandato? Voglio vederlo.”
Bum! Uno a uno. Abbatangelo rimase in silenzio. Immobile. Faccia da poker.
“Non c’è nessun mandato, vero?”
Ancora silenzio. Il suddetto si alzò in piedi.
“Io me ne vado. E non azzardatevi a fermarmi.”
Bum, bum! Due a uno.
Abbatangelo non si mosse e continuò a fissare il vuoto. Lovino temette che il capo fosse crollato sotto il peso della sconfitta. Abbata’, che fai, manco raccogli la palla in fondo al sacco? Reagisci, non ti abbattere! Gesùggesù! Speriamo di recuperare nel secondo tempo.
Quasi avesse ascoltato il silenzioso appello, il commissario sollevò lo sguardo e incocciò nella desolata figura di Lovino, che stava sulla porta con la faccia di quando l’Italia perse il campionato del mondo ai rigori.
“Uè, Nicò! E non gli corri appresso? Guarda e riferisci. Senza prendere iniziative.”
Lovino si stirò sull’attenti e scappò via. Il secondo tempo era già cominciato.
***
L’agente Caliandro Rosario si dibatteva in una selva di problemi sovrapposti. Qual era il momento migliore per imboscarsi? Il maresciallo Capone gli avrebbe mai permesso di smontare la testata di una pantera? Come mai la parola QUESTURA su certi muri era scritta con la U e su certi altri con la V? E soprattutto, com’è possibile che certi agenti contino più di brigadieri e marescialli?
Rosario non vedeva motivi per cui il turno di servizio della domenica notte dovesse riservare sorprese. Era l’imboscamento perfetto. Nel silenzio cimiteriale dell’autoparco aveva estratto da un cassetto una rivista di donne nude, si era disteso su una fila di copertoni odorosi di gomma e mastice, e si era dedicato a risolvere un altro problema.
Tutto sommato, l’arrivo dell’agente Lovino – uno di quelli che, non si sa perché, contano più di un colonnello – era stato seccante ma non disastroso. Rosario, strappato alla contemplazione delle urì, aveva fatto in tempo a ricomporsi. Lovino gli aveva urlato di mettersi alla guida di una autocivetta e lui, mentre il sangue rifluiva dall’equatore al polo nord, aveva fatto presente che, se lasciava incustodito l’autoparco, il maresciallo Capone l’avrebbe sbattuto a Perdasdefogu per i prossimi cinquantacinque anni.
Ma Lovino non sentiva ragioni: c’era da inseguire una utilitaria nera. Agli ordini! Però l’auto era ferma di fronte al portone della QVESTVRA e non aveva neanche il motore acceso. La donna alla guida e l’uomo al suo fianco un po’ discutevano, un po’ tacevano. Forse non si mettevano d’accordo sulla pizzeria o sulla discoteca. Lovino impugnò la radio.
“Cabiddu, manda qualcuno all’autoparco per sostituire il piantone.”
La risposta arrivò frammentata dal gracchiare della linea.
“Ma tu chetti creddi, che io… per i commodi tuoi? Che non… daffàrre che darrettatté?”
“Cabiddu, fa’ come ti dico e passami Abbatangelo.”
“Lovvìno, questa mellappàghi!”
Ecco, pensava Caliandro, come fa Lovino a dare ordini a un superiore? Questo era un fatto misterioso che sapeva di stregoneria. Autorità: cosa fantomatica sei, come l’araba pernice, come la pietra fenomenale.
L’utilitaria si mise in moto. Caliandro ingranò la prima e diede gas. L’autocivetta, una vecchia Alfasud con la testata ribassata, partì sgommando. Lovino, in diretta con il commissario, cominciò la telecronaca: vanno giù per Corso Roby Baggio, svoltano in Via Evaristo Beccalossi, girano attorno al rondò di Piazza Gianni Brera.
Abbatangelo non sprecava il fiato: intervenne solo una volta, insistendo perché si limitassero a pedinare senza prendere iniziative.
L’auto viaggiò verso la periferia. Le indicazioni toponomastiche divennero sempre più enigmatiche, la fauna sui marciapiedi sempre più stralunata. La città lasciò il passo a una zona industriale che aveva visto i suoi giorni di splendore ai tempi della guerra di Libia. I capannoni si susseguivano monotoni, intervallati da cabine elettriche, fermate di linee d’autobus soppresse, bar-caffè-giornali con la saracinesca abbassata, bocciofile con le insegne nascoste da viti rampicanti. La piccola auto nera percorse una serie di svolte e andò a fermarsi davanti a una porticina che quasi non si distingueva in mezzo a una parete piena di sgorbi tracciati con le bombolette. La donna scese e andò a bussare.
Lovino trasmise dati e movimenti. La radio prese a gracchiare.
“Jatevenne!” ansimò il commissario. “Tornate in questura. Subito!”
***
“E questo è il bar. Che si può anche mangiare qualcosa, tipo panini. O che magari salta fuori la spaghettata. Dipende da come gli gira al Crow, che sarebbe il barista, o alla Witch, che sarebbe la sua donna.”
“Ma se gli chiedo un piatto di pastasciutta me lo danno o no?”
Ghost si fermò a guardarlo come se sospettasse una provocazione.
“Qui la regola è la libertà. Che se vuoi una cosa la chiedi, e se il Crow ha voglia te la dà.”
“Ah. Ho capito.”
“Mah” commentò l’altro con aria scettica. E al barista: “Ci dài due bionde?”
Crow lo guardò senza rispondere, sbirciò Giorgio con aria perplessa, passò una mano sui capelli trattenuti da un elastico sulla nuca, grattò una guancia dove cresceva una barba rada e stentata. Si grattò ancora, più in basso, sotto al marsupio che portava allacciato in vita. Poi si voltò e, senza una parola, mise sul banco due lattine di birra Budweiser.
“Dagli ventimila” disse Ghost.
“Ventimila!? È tutto così a buon mercato?”
“Se non ti va puoi sempre cambiare albergo. Perché non vai all’Hilton?”
Giorgio mise ventimila lire sul banco e aprì una lattina. Ghost, così lo aveva presentato Fedra, aveva già aperto la sua e beveva a garganella. Portava in testa una bandana multicolore, aveva l’occhio sinistro disassato, tre dita di ogni mano piene di anelli con teschi e serpenti, un bracciale di cuoio al polso destro, narici e orecchie bucate ma, al momento, senza pendagli. Indossava un paio di pantaloni verdi pieni di tasche e stretti alle caviglie, scarpe da ginnastica, una canotta stampata con un drago in calore e una scritta oscena in inglese. Il soprannome cimiteriale era giustificato anche da una barbetta a punta e da un paio di tatuaggi sul genere horror. Quando Fedra li aveva presentati, Giorgio aveva teso la mano e Ghost l’aveva ignorata.
“Frega niente chi sei e perché capiti qui” aveva detto. “Ma se hai tagliato qualcuno è meglio che giri al largo, perché un conto è dare una mano, un altro è il favoreggiamento. E se sei una spia, okkio! Ti facciamo nuovo, chiaro?”
“Non ho ammazzato nessuno e non sono una spia.”
“Vedremo. Che per stanotte e forse anche domani c’è un sacco a pelo. Ma aspettiamo Butcher, e il sacco glielo abbiamo promesso.”
Giorgio si era guardato attorno. Il capannone era polveroso e scarsamente illuminato. Sui lati c’erano delle pedane con attrezzeria varia coperta da teli. Servivano per la musica disco, per l’heavy metal, per le “cose di tendenza”, per le “cose di ricerca” e per altre cose. In fondo al capannone c’era il banco del bar.
“Stamattina c’è stata la manifesta” sogghignò Ghost. “Robetta, che avremo sfondato al massimo un paio di vetrine, ma figurati se i pigs non tiravano fuori candelotti e manganelli. Totale che per un paio di giorni stiamo sparpagliati; mica che ti beccano col fumo in tasca, che prima ti menano e poi ti fai la notte in gabbia.” Ghost si era massaggiato il cavallo dei pantaloni e aveva sorriso. “Se capitavi in un altro momento non c’erano sacchi a pelo, ma c’era la festa.”
Con un gomito appoggiato al banco e la lattina mezza vuota in mano, Giorgio girò uno sguardo panoramico sulle pareti senza intonaco e sul pavimento cosparso di buche riempite di cemento più chiaro, che spiccavano come cicatrici. Almeno qui poteva stare al sicuro? Mittelmessig l’aveva ridotto alla condizione di un latitante. Alberico era sparito. Ma come mai? Sta’ a vedere che ha cambiato cavallo. Ne è capace. Capacissimo. E se è così, caro Giorgio, non servi più a niente, sei sacrificabile. Datti una mossa! Studia un piano, trova una via di fuga.
Sì, certo. Basta con i piagnistei. Ma, porco cane, se almeno Alberico avesse risposto al telefono!
La luce di un fanale attraversava i finestroni neri di fuliggine e pioveva giù come uno spray. L’aria sapeva di chiuso. Una volta uscito di lì, dove poteva andare? Quel posto era un capolinea: il muro in fondo a un vicolo cieco. La promessa che aveva creduto di leggere negli occhi di Fedra, la terza apparizione dello sguardo che sembrava possedere la chiave del mistero, era sfumata. In quella strada sperduta, davanti alla parete scarabocchiata di ghirigori incomprensibili, lei l’aveva consegnato a Ghost e se ne era andata. Giorgio aveva visto sparire i fanalini dell’utilitaria nera (ma com’era la targa?) e aveva saputo, con una certezza insopportabile, che Fedra non sarebbe mai più ricomparsa nella sua vita.
***
Erano in quattro seduti attorno a un tavolo. Giorgio aveva scucito altri contanti e Ghost era andato a prendere le pizze. Witch aveva messo in tavola piatti di plastica, tovaglioli di carta, un coltello e quattro lattine di birra: il minimo indispensabile. In compenso, piegandosi e contorcendosi, metteva in mostra le curve del fondo schiena. Non era una bellezza ma si muoveva come una gatta in calore. Crow risciacquava bicchieri in cui nessuno aveva bevuto e faceva finta di non vedere.
Mangiarono in silenzio, scambiando occhiate nelle quali non si faceva fatica a leggere che, sì, vabbe’, questo borghese di merda sta passando un guaio, è in rotta di collisione con i pigs, ha pagato le pizze. Ma resta un borghese di merda.
Witch lasciò la crosta nel piatto e andò a rovistare in un cassetto; sedette per terra con la schiena appoggiata alla base del banco e accese una canna. Masticando l’ultimo boccone Crow andò a sedersi accanto a lei.
“Un po’ di fumo?” propose a tutti e a nessuno.
Giorgio scosse il capo. In vita sua aveva tirato soltanto una boccata, vent’anni prima, e non ne aveva un buon ricordo. Gli era sembrato di aspirare puzzo di fieno macerato nell’orina di un mulo.
“Ghost?” insistette Crow con gli occhi chiusi.
“Niente fumo. Stasera festa.”
“Oh my God! Non ti cape in capo che le cubiste cubane cuccano dai bacucchi? Quella stronza ti straccia, ti strippa, ti stressa!”
Ghost sbuffò.
“Non ho voglia di stare a sentirti, Crow.”
“Tu sbrocchi, brother, e io bramo brontolare. Io borbotto borborigmi ai borghesi. Io sbertuccio e batto in breccia!”
Ghost alzò le spalle e si rivolse a Giorgio in tono di avvertimento.
“Te l’ho detto: qui ognuno è libero. Vedi di regolarti.”
Si voltò e prese la porta. Crow trattenne una boccata di fumo, esalò un sospiro gassoso e fece il pieno di ossigeno. Poi alzò le braccia e rivolse il viso al soffitto.
“Edizione straordinaria!” strepitò. “Con il favore delle tenebre, Crow tagga tutte e cinque le porte del Duomo.”
Witch sorrise, gli posò una mano sull’inguine, chiuse gli occhi e strizzò le labbra. Crow succhiò un’altra boccata, espirò lentamente dondolando la testa su e giù, poi spalancò gli occhi e fissò Giorgio come se lo vedesse per la prima volta.
“Ma tu ce l’hai un nome o sei in incognito?”
Giorgio non rispose.
“Be’, ti battezzo io: ti chiami Snake.”
Giorgio non aprì bocca.
“Sta’ a sentire, Snake. Al Crow non gliene frega niente di fare disegnini con le bombolette. Il Crow vuole essere libero. Ha! Non sai come mi sento libero quando faccio incazzare i borghesi. Perché il Crow l’ha capito che farvi fuori non serve. Avete la vostra strategia, come no? Regalate perline luccicanti agli ingenui perché credano di avere qualcosa da perdere. Così ingoiate il mondo, lo digerite e lo trasformate in merda. Vincete senza combattere. Ma sì, fateci diventare tutti pecore! Miliardi di pecore. Un gregge enorme.”
Mise in bocca lo spinello e succhiò come un lattante.
“E il gregge ha bisogno dei pastori e dei cani, vero Snake?”
Giorgio si guardò bene dal rispondere. Crow strepitò:
“Cazzo, che roba da vomito!”
Sottolineò il concetto con un versaccio. Tornò ad aspirare dallo spinello.
“C’è qualcosa che non mi piace nella tua faccia, Snake. E adesso ti dico che cos’è. Io quelli come te ne ho già visti. Tu sei uno di quelli che campano mettendo in contatto Tizio e Caio: incassi la percentuale e ti dici che la coscienza è a posto. Magari riesci anche a crederci. Ma a me non mi freghi, Snake. Un giorno o l’altro mi leverò lo sfizio di scrivere Crow sulle tue mutande.”
***
“Commissario, quello non ce lo voglio in mezzo ai coglioni.”
“È lì di sua iniziativa, no? E noi gli diamo corda finché ci fa gioco.”
“Ma quale gioco? Io rischio la copertura!”
“Quante storie! Basta che lo reggi fino a domani, dopodomani al massimo.”
“No, no. Io lo sbatto fuori subito!”
“Piantala, Ghost! Ricordati che ti tengo per le palle, e stringo quando voglio.”
***
Caliandro entrò nell’ufficio come da bambino entrava nel salotto di zi’ Nunziata: scivolando sulle pattine perché la zia era fanatica della cera. Giunto a portata di braccio, depose un foglio sull’angolo della scrivania commissariale.
Abbatangelo coprì il ricevitore con una mano e domandò:
“Che ci sta scritto?”
Caliandro alzò la testa di due millimetri e schioccò la lingua contro gli incisivi.
“Tedesco è.”
Abbatangelo si guardò in giro.
“Lovino?”
“Scese a bere un caffè.”
“Vallo a chiamare. E ce futtesse pure ‘o cafè.”
Nel bar di fronte alla questura Lovino sorbì l’espresso ritraendo ogni possibile godimento per narici e palato. Non si può sempre pensare al futuro: ogni tanto bisogna pur concedersi un anticipo della felicità che non avremo mai. Riappoggiò la tazzina sul banco. Assaporò.
Caliandro, che aveva attraversato la strada sperando di arrivare al momento giusto (scontrino sul banco e barista con la mano tesa alla manopola) per sloggiare Lovino e bere il caffè pagato, entrò nel bar e restò con un palmo di naso. Doveva essere quello il motivo per cui Lovino contava più di tanti altri: era fortunato.
“Che c’è?”
“Un fax da Costanza. Ma che, parli tedesco tu?”
“Tengo mezza famiglia in Germania da quando il fratello di mio padre andò a stringere bulloni alla Volkswagen.”
Caliandro espresse con lo sguardo rispetto e comprensione. Doveva essere quello il motivo per cui Lovino contava più di un maresciallo: stava dentro a un giro internazionale.
Salirono le scale in silenzio, facendo i gradini a due a due. Attraversarono gli uffici senza guardare in faccia nessuno, come i colleghi dell’antimafia. Caliandro ricuperò il foglio dalla scrivania di Abbatangelo dopo averlo indicato con un dito e avere ottenuto un cenno di assenso. Lo passò a Lovino che gli diede una scorsa.
“È la polizia di Costanza. Zweifel si è rifatto vivo. Cioè, non era morto.”
Abbatangelo fece le sopracciglia aggrondate e mimò l’atto di sputare.
“Alla faccia dell’efficienza tedesca!”
“Chiedono scusa.”
Il commissario fissò lo sguardo nel vuoto. Lovino rilesse il fax, caso mai avesse tralasciato qualcosa di importante. Caliandro tacque, sull’attenti.
Senza alzare lo sguardo, senza cambiare espressione, Abbatangelo sussurrò:
“Jatevenne. Faciteve ‘nu cafè.”
Lovino si riscosse. Il commissario pasticciava le scartoffie con l’aria di chi tira a perdere tempo. L’agente si voltò e fece un cenno a Caliandro.
“Andiamo all’autoparco a regolarizzare la tua posizione.”
Abbatangelo non fece una piega. Ecco, quello era il motivo per cui Lovino contava più di un ufficiale: disobbediva nel modo giusto.
***
“Alberico? Novità.”
“Avanti.”
“L’avvocato passa la notte in un covo. Domani o dopo sloggia.”
“Dov’è? Lo prendo io.”
“No. Non adesso. Troppe spiegazioni dovrei dare.”
“Abbatangelo, fammelo scappare e ti spezzo un braccio!”
“Non succederà.”
***
La notte di Costanza era come quella di Milano. L’aria umida aveva raccolto per tutto il giorno scarichi di automobili e fumo di ciminiere. Nuvole di gas velenosi gravavano come incubi sospesi su migliaia di corpi stanchi che invocavano il sonno per smettere di pensare. Con gli occhi sbarrati nel buio delle camere da letto ognuno poneva i casi della vita sui piatti di una bilancia truccata per soffocare i rimorsi sotto un cuscino di ipocrisie.
L’ispettore capo Jäger rotolò giù dal letto, rimbalzò da uno stipite all’altro fino in cucina, prelevò dal frigorifero una bottiglia, ingoiò una sorsata e sparò una parolaccia: in quella notte africana la birra aveva un retrogusto dolciastro. Ma non era colpa del caldo, e Jäger lo sapeva. Zweifel aveva telefonato. Perché non si presentava al comando di Polizia? Perché era all’estero. Dove? Erano fatti suoi. Contava di tornare a Costanza? Sì, certo. Ma quando? Un giorno o l’altro.
Insoddisfacente. Davvero insoddisfacente.
Nello stesso momento, il commissario Abbatangelo sognava di navigare in acque perigliose con la bussola rotta e carte nautiche illeggibili. Lovino invece precipitava in una interminabile tromba di scale, usciva dall’incubo con un soprassalto, accendeva la luce ansimando e si affannava a prendere nota: “Paura, 90. Scale e spirale, cercare nella smorfia.” Nella sua branda a castello, Caliandro affogava nelle tette di Sophia Loren, si svegliava umidiccio, si calava a terra e si trascinava fino alle docce brontolando: “Minchia. Sophia mi capitò, che potrebbe essermi nonna. La scalogna è quella cosa che pure in sogno ti fa arrivare ultimo.”
L’ouzo era finito e Alessio scivolava in una crisi religiosa. Sognare l’impero era un peccato di orgoglio: il Dio degli eserciti l’avrebbe sprofondato nella Geenna del fuoco insieme a Nabuccodonosor. Poco ma sicuro. Ma Dio in persona avrebbe dovuto scomodarsi ad aprire per lui le porte dell’inferno? Non era anche questo un peccato di superbia? Oh sì! Tutto era peccato, e la rinuncia non era meglio dell’ingordigia. Anche l’eremitaggio, la meditazione estatica, la fuga dal mondo potevano essere peccato quanto un omicidio, la bomba atomica, le stragi di tutte le guerre. O no?
Nella biblioteca del professor Candido i trattati di bridge furono sfiorati da tentazioni incendiarie. Ma prima di appicciare il rogo ci stavano tante cose da fare: decifrare le iscrizioni della coppa, impostare il nuovo sistema, sperimentarne l’efficacia. Solo dopo aver vinto i principali tornei le biblioteche dei circoli di bridge di tutto il mondo sarebbero diventate carta straccia.
Anche Zweifel non dormiva, alle prese con il più sfuggente dei peccati: quello di omissione. All’edicola della stazione aveva letto sul Tagblatt la notizia della propria scomparsa e aveva sentito il dovere di presentarsi alle autorità. Ma un timore irrazionale l’aveva inchiodato a terra: a Milano stava per succedere qualcosa. Lo sentiva. Il presentimento era perentorio come un ricatto, e Zweifel aveva obbedito. Ma adesso subentravano gli scrupoli. Poteva bastare una telefonata per dire di aver fatto il proprio dovere?
Con una gamba fuori dal sacco a pelo e lo sguardo perduto nelle nervature di cemento armato del soffitto, Giorgio fumava. Non uno spinello, ma una normalissima Marlboro di contrabbando. Incontrare Alba, Iside e Fedra non gli aveva portato fortuna: un incidente stradale, furti, pestaggi, sparatorie. Tutti i suoi contatti con il mondo civile erano saltati. Non gli era rimasto che nascondersi lì, fra quei personaggi dalla coerenza problematica, che sfondavano le vetrine di MacDonald’s ma bevevano birra Budweiser. Bel colpo, avvocato.
Forse il mondo non va a rovescio: semplicemente, non va nella direzione che farebbe comodo a te. Di cosa ti lamenti, Giorgio? Sei nato nel Bangla Desh o in una favela brasiliana? Neanche per sogno. Non hai patito fame o malattie. Qualcuno si è preso la briga di nutrirti, vaccinarti, istruirti. E hai ottenuto la tua fetta di successo accumulando debiti che ignori, che non sapresti neanche calcolare, ma che dovrai pur pagare, un giorno o l’altro. Crow, Witch e Ghost non rincorrono il successo per comperare la libertà. Vanno dritti allo scopo, loro.
Già. E cosa ne ricavano? Crow e compagni sognano il paese dei balocchi. Sanno bene che non esiste, e fingono di ignorarlo. Ma quando gli ideali non calano nel concreto che scopo c’è a sventolare le P38? E allora si rifugiano nella bomboletta, nella magra consolazione di pensare: le ho prese, ma gliele ho scritte.
***
“Fammi posto.”
“E Crow? È andato a firmare il Duomo?”
“Ma figurati. È a letto. È strafatto.”
Witch si infilò nel sacco a pelo. Cosce morbide e consistenti come uova sode. Lingua e labbra erratiche. Mani che frugavano. Perché non potevano essere quelle di Fedra? Perché non erano quelle di Nicchia?
“Snake, dove sei?”
“E Ghost quando ritorna?”
“Uff, non essere asfissiante. Ghost corre dietro a una stronza che balla la lapdance e gli ruba le caramelle. Ma a te che ti frega?”
Giorgio non rispose.
“Pensa se Crow si sveglia e ci trova insieme.” Witch infilò una gamba fra quelle di Giorgio. “Mi chiama zoccola. Mi mena. Vuole menare anche te. E tu cosa fai, Snake? Tagli la corda o ti batti? Dimmelo!”
Witch gli si strofinò addosso, avanti e indietro. Sembrava che avesse il corpo cosparso di ventose, che avesse più tentacoli di una piovra.
“Dov’è il serpente? Ah, eccolo qua! Mica male, Snake, mica male. Ti piace se faccio così? Dimmelo! Sì, sì, dimmelo! Ah! Sì, dài, così, proprio così! Dài, chiamami troia, fammi urlare, fammi morire!”
“Ma tu cosa cerchi, un principe azzurro o un pappone?”
“Io dico tante cazzate, Snake, non l’hai capito? Oh! Ah! Sì, così! Dài, così, così! L’hai capito eccome, figlio di puttana!”

Odile/Odette

Lunedì 2 agosto 1999
“Puoi metterlo fuori fra un paio d’ore senza far nascere sospetti?”
“Ma certo.”
“Allora a mezzogiorno in punto.”
“Uè, commissario, mi hai preso per un capostazione?”
“Fai meno il cretino, Ghost.”
***
“Alberico? Il soggetto esce a mezzogiorno.”
“Dov’è?”
“Vacci con un certo anticipo. Seguilo prima di farti avanti.”
“DOV’È?”
“Occhio, che i graffitari sono sempre in giro e hanno la lingua lunga.”
“DOV’È?”
“Centro sociale Peter Pan.”
***
A spasso.
Butcher si era fatto vivo e il sacco a pelo era prenotato.
Giorgio non sapeva dove andare? Poteva pensarci prima, invece di fare lo scemo con Witch. In un posto dove la regola è la libertà, cosa credeva, di fare tutto quello che gli passava per la testa? Witch era libera di fare la troia, ma Crow era libero di spaccare la faccia a lui e a chi l’aveva portato lì.
Totale: get out! Uno spintone. La porta sbattuta.
Giorgio si era incamminato sotto il sole, fra i capannoni abbandonati dove non si aggirava un’anima viva. A ogni passo l’ansia gli accorciava il respiro e accresceva il senso di smarrimento. Boccheggiando nell’afa insopportabile, con il sudore che colava in tutto il corpo, aveva scavalcato una rete metallica arrugginita, era atterrato sull’orlo di un fosso e si era preso una storta. Aveva continuato a camminare zoppicando, addentrandosi in un paesaggio da film di fantascienza.
La strada era una pista in cemento crivellata di crateri dove ristagnava l’acqua di antichi temporali. Ai lati della pista, in mezzo a una vegetazione malsana, erano ammonticchiate scatole vuote, carcasse di elettrodomestici arrugginiti, mobili di compensato malridotti, parallelepipedi di poliuretano sbocconcellati, buste di plastica sbiadite dal sole e dalla pioggia. Una lunga curva portava la pista ad affiancare per un tratto e poi a confluire in un viale dove il traffico produceva un rumore continuo, ritmato come musica da discoteca.
Sul viale, a doppia corsia, privo di marciapiede, l’asfalto era stato steso di recente e il traffico sfrecciava velocissimo, come su una autostrada senza corsia di emergenza. I camion provocavano uno spostamento d’aria che faceva tremare le gambe. I volti dei passeggeri erano indistinguibili. Non c’era modo di attraversare e non aveva senso tentare l’autostop. Giorgio si sentì come un condannato alla fucilazione: con le spalle al muro.
Sei al capolinea, Giorgio. Mittelmessig ti ha sguinzagliato contro la polizia. Alberico ti ha tradito. Fedra ti ha abbandonato. Non puoi tornare al centro sociale. Revolution e Alchemie hanno trovato un accordo e ti hanno tagliato fuori. Gli scagnozzi di Mittelmessig montano la guardia a casa e ufficio. I tuoi telefoni sono sotto controllo, i conti correnti sono bloccati, le carte di credito disdette. Non puoi comperare neanche un pezzo di pane, altro che le pastiglie di Candido! Credevi di essere furbo, invece hai combinato solo disastri: da quando hai messo piede a Costanza sei rotolato in un imbuto fino a infilarti nella canna. Be’, questo ha tutta l’aria di essere il fondo. E adesso?
Gli mancò il respiro e gli parve di annegare. Mosse le braccia scompostamente, annaspando. Si rivide sonnambulo a passeggio sul parapetto di un grattacielo: desiderò di cadere e farla finita. Sull’orlo del crollo si voltò indietro come a deplorare una lunga trafila di speranze menzognere. Si accoccolò sul cemento e prese la testa fra le mani.
***
Il professor Candido finì di visitare l’ultimo paziente, impartì all’infermiera una quantità di raccomandazioni inutili, appese il camice e uscì. In ascensore tastò il malloppo di fotografie che gli gonfiava la tasca dei pantaloni: erano dodici Polaroid ancora avvolte nel pacchetto con il timbro Pony Express. Alessio, da buon bizantino, manteneva le promesse a modo suo.
Prima di uscire in strada il professore controllò il polso: cento, centocinque. Colpa dell’ansia che, fra l’altro, l’aveva tenuto digiuno. Il naso fremette all’idea di una forchettata di vermicielli c’a pommarola ‘n coppa… No: l’affanno glieli avrebbe mandati di traverso. Un panino e un bicchier d’acqua? Il bar-tavola fredda stava laggiù dietro l’angolo, ma ormai l’impazienza era diventata frenesia. A casa, a casa. Lì avrebbe ragionato con calma. E se di calma a Milano non ce ne stava abbastanza, meglio partire, andare a chiudersi in ritiro spirituale, lui e le fotografie, nel suo angolo di paradiso: a Tor del Tronco.
***
Un guizzo fra i capannoni. Un rumore diverso in avvicinamento. Una Ferrari rossa comparve in fondo alla pista schizzando acqua dalle pozzanghere e sollevando un turbinio di fogli e sacchetti di plastica. A mille miglia dalla coerenza, Giorgio la guardò con sospetto, come se fosse un’allucinazione: non si aspettava di vedere arrivare la salvezza da quella parte.
Invece era proprio una fuoriserie che gli pareva di conoscere. I cilindri rombavano, gli pneumatici mangiavano la pista. Giorgio si alzò in piedi e agitò le braccia. L’auto rispose con due colpetti di clacson e bloccò i freni arrestandosi a distanza di sicurezza. Dietro ai vetri azzurrati un’ombra si curvò ad aprire lo sportello sul lato del passeggero.
“Alberico! Da dove salti fuori?”
“E tu che ci fai in un posto come questo?”
Alberico imboccò il viale e accelerò. Giorgio lo guardò sconcertato: non si era fatto trovare quando era necessario e compariva dove meno c’era da aspettarselo. Fece rapporto: Mittelmessig l’aveva attirato in una trappola, lui era riuscito a fuggire, e quello gli aveva messo contro la polizia. In attesa di riagganciare i contatti, non gli era rimasto che cercare un nascondiglio. Adesso aveva bisogno di un posto sicuro, di un bagno e di abiti puliti. Alberico annuì; svoltò a destra in un quartiere di palazzine e ville liberty ristrutturate. Nei giardini, all’ombra delle magnolie e dei pergolati di glicine, l’erba sembrava quasi nera.
“Ma dove andiamo?”
Alberico non rispose. Si inoltrò in un labirinto di vialetti a senso unico. A metà di una lunga curva frenò e infilò un passo carraio. L’auto sprofondò in una rampa buia che si avvitava nel sottosuolo.
***
Le prime ore della giornata di Alessio Paleologo, tutte al telefono, erano state frenetiche. Rintracciare il sovrintendente (il quale, dovendo assistere in mattinata a una conferenza a Pisa ed essendo atteso nel pomeriggio a Sabbioneta, aveva trovato di meglio da fare a Roma) era stato come risolvere un’equazione di terzo grado. Una volta rintracciato il fuggitivo, Alessio aveva ottenuto due settimane, non di più (“lei capisce, Paleologo, sul restauro di Sant’Andrea sono puntati i riflettori di mezzo mondo!”). Le avrebbe fatte bastare.
Sempre al telefono, Alessio aveva profuso tesori di diplomazia per placare un inviperito assessore mantovano (“Quei ladri dell’impresa fattureranno due settimane di fermo-cantiere. E il venti per cento andrà a finanziare la campagna elettorale di Z., crede che non lo sappia?”). Poi, mentre buttava magliette nella sacca da viaggio, Alessio aveva mobilitato l’agenzia di viaggi reclamando un posto sul primo volo per il Cairo e un’auto attrezzata per escursioni nel deserto. E poi ancora, mentre smontava il flash e la cartuccia vuota della Polaroid, aveva telefonato a sua madre e le aveva rifilato la storiella di una missione scientifico-politica (e quindi segreta, segretissima). Donna Teofila l’aveva bevuta.
Rimpianti, indecisioni e complessi di inferiorità erano alle spalle. Alessio non si era mai sentito così manageriale, così decisionista. Aveva scattato venti foto della coppa. Aveva scelto le otto migliori e le aveva messe da parte per il santo eremita Youssef. Le dodici restanti le aveva spedite per pony express al professor Candido. Con un altro pony aveva restituito il libro a Giorgio. Alle dodici e un quarto, con la borsa da viaggio in una mano e una busta di plastica nell’altra, Alessio uscì di casa. Il dado era tratto.
Ormeggiato a una maniglia che pendeva dal soffitto del tram, Zweifel scorse Alessio che attraversava via Manzoni al piccolo trotto, con le mani ingombre di bagagli e lo sguardo fisso a terra. Ecco il presentimento che l’aveva bloccato in stazione! Alla prima fermata l’antiquario scese dal tram e tornò indietro di corsa, incespicando sul marciapiede stretto. Girò l’angolo di via Croce Rossa, si precipitò nella via parallela: Paleologo era sparito. Era entrato in quel portone aperto? L’antiquario andò a leggere la targa e rimase di sasso. Alessio al Monte di Pietà?
Quindici minuti dopo, Paleologo uscì e chiamò un taxi. Zweifel riuscì ad agguantarne un altro e a pronunciare il classico: “Segua quella macchina!”. Alessio si fece lasciare al terminal dei treni per Malpensa. Zweifel lo inseguì sbuffando e riuscì a salire sull’ultima carrozza mentre il treno si metteva in movimento. In aeroporto Alessio ritirò la carta d’imbarco al banco Egyptair e si avviò al cancello della dogana. La scritta sopra il check counter diceva: MS505 Athens-Cairo. Zweifel si fece avanti con la mente agitata dall’ennesimo dubbio.
“Il signor Paleologo va ad Atene o al Cairo?”
L’impiegata alzò uno sguardo privo di espressione.
“Non l’ha domandato a lui?”
Zweifel capì che non era il caso di tergiversare.
“Vorrei un biglietto per il Cairo. Pago in contanti.”
***
Senza staccare gli occhi dalle fotografie, Candido pensò a qualcosa di immediatamente commestibile. Tempo per lavare l’insalata o cuocere una bistecca non ne teneva proprio. Latte e biscotti, decise. Al punto in cui era, non poteva distrarsi. L’ispirazione va coltivata, coccolata, vezzeggiata. Esige concentrazione e assiduità. Staccare, anche solo per preparare un the, significa dirottare i pensieri sulla temperatura della teiera, sul ripiano dove stanno le tazzine, sulla forma del piattino, sul peso del cucchiaino: tutte distrazioni che smontano lo stato di grazia e lo fanno collassare peggio di una eccitazione sessuale non corrisposta.
Il professore sbuffò. Aprì le ante della dispensa, afferrò il pacco dei biscotti e lo trovò stranamente leggero. Lo scosse, lo stracciò con impazienza, scoprì sul fondo un solo residuo biscotto. Lo addentò con rabbia maledicendo la Lupe, la governante ecuadoriana che sgranocchiava a ogni ora del giorno e dimenticava di ricostituire le provviste. Quei cinque secondi di collera fecero collassare il momento magico: l’ispirazione frullò via e il professore piombò seduto su uno sgabello. Affranto, svuotato, impotente.
E vabbuo’. Avrebbe disdetto gli appuntamenti, concesso le ferie all’infermiera e alla Lupe (mannaggia a issa!). Avrebbe chiuso casa e ambulatorio. Sarebbe andato a isolarsi a Tor del Tronco. Avrebbe digiunato per affinare lo spirito.
Il momento magico doveva tornare, prima o poi. E lui l’avrebbe afferrato a ogni costo. Non sarebbe tornato a Milano senza aver decifrato il segreto della coppa.
***
Le porte dell’ascensore si aprirono su un ambiente pazzesco. Le pareti erano interamente rivestite di specchi o di pannelli metallici riflettenti, il soffitto era uno specchio unico, il pavimento era coperto da tappeti cinesi color sabbia e mare. Ogni specchio rifletteva gli specchi dirimpetto e moltiplicava all’infinito le immagini amplificando distorsioni che da impercettibili diventavano mostruose. C’era da restare sbalorditi, ma anche da sorridere. Cosa aveva a che fare Alberico con quel concentrato di pacchianeria?
Eppure, perché no? Il buon gusto ha senso nelle dimore ufficiali, dove le legittime consorti ne fanno un baluardo a difesa della famiglia, della morale e, in definitiva, di loro stesse. Ma in un luogo che di ufficiale non ha niente, in un porto franco dove si possono scrivere le leggi sui pavimenti per levarsi lo sfizio di calpestarle, il bello è esagerare: specchi dappertutto, letti rotondi, sesso e cocaina. Se vuoi trasgredire, tanto vale farlo sul serio.
“Senti, non abbiamo più avuto modo di parlarne, ma… per quello che hai detto al circolo… guarda che non è come credi. Nicchia e io siamo soltanto soci.”
Alberico aprì una porta.
“Non pensiamoci più. Sai che non mi piace perdere, nemmeno a carte. Adesso ci facciamo una sauna leggera. Poi penseremo al resto del programma.”
***
Sudato, boccheggiante, con un asciugamano umido intorno ai fianchi e i capelli incollati sulla fronte, Giorgio agitò una mano nel vapore.
“Ma questo posto cos’è, la tua garçonnière?”
Alberico alzò le spalle e si voltò per regolare il termostato.
“È un club per persone dai gusti raffinati” rispose.
Giorgio fece una smorfia.
“Raffinati in che senso?”
Alberico lo guardò. Aveva una strana espressione sul viso.
“Certe volte mi sembri un ufo piovuto dal cielo in una notte di tempesta! Non sai che dal punto di vista erotico le donne si dividono in due categorie?”
“Solo due? E quali sarebbero?”
“Ma come! Le infermiere e le parrucchiere, no?”
Giorgio, con i gomiti puntati sui ginocchi e la testa fra le mani, si lasciò scappare uno sbuffo di riso. Alberico gli dedicò uno sguardo di commiserazione.
“Si vede che non hai mai avuto una storia con un’infermiera, altrimenti non rideresti come un cretino. L’infermiera, caro mio, non dovrebbe mai mancare nell’educazione sentimentale di un bravo ragazzo. Per lei il sesso è concreto: vuole la quantità e non perde tempo con le sfumature. Ci si butta con entusiasmo. Non ha schifo o vergogna di niente. Vuole sensazioni forti per il tatto, il gusto, l’odorato. Tanto per capirci: è l’equivalente della cucina emiliana.”
Giorgio rise ancora, con la testa china e le spalle che sussultavano, ma il tono di Alberico, e la sua espressione, non avevano niente di allegro.
“Il rovescio della medaglia è che l’infermiera è prosaica, ha poca fantasia. Se le proponi una stravaganza non si tira indietro, ma non ci mette entusiasmo, non collabora, non ha inventiva; è un’attrice che non entra nella parte.”
Giorgio sentì un brivido in fondo alla nuca. Il vapore distorceva la faccia di Alberico in una maschera oscena: il volto che immaginava da bambino quando gli raccontavano storie di orchi. Il volto di suo padre quando lo picchiava.
“All’estremo opposto c’è la parrucchiera, che si eccita soprattutto con la vista e l’udito. Per lei il sesso è mistero e fantasia, e richiede stimoli e provocazioni. Il suo gioco preferito è inventare divieti per poterli trasgredire. La cosa che le dà più soddisfazione è rotolarsi nella libidine proclamandosi casta e pura. L’infermiera preferisce la nudità esibita, la parrucchiera vuole essere spogliata con la violenza o con l’inganno: adora soffrire e far soffrire. Per una il sesso è un piacere naturale e andrebbe fatto al sole, en plein air; per l’altra è un tormento artificiale da praticare a luci basse, in una cella insonorizzata e chiusa a chiave. Capisci? Infermiera e parrucchiera sono il giorno e la notte, la realtà e la fantasia, la vita e la morte.”
Giorgio si strofinò il collo con un altro asciugamano per non guardare in faccia Alberico. Era più soffocante l’aria torrida della sauna o il suo vaniloquio? E dove andava a parare quel discorso? Alle soglie del terzo millennio è ancora necessario trasgredire per sentirsi vivi? Se è così, la differenza tra Alberico e Crow si riduce al fatto che il fumo costa meno della coca.
“E alla fine ti domandi: che gusto c’è a far sesso con una infermiera?” Il volto di Alberico aveva preso un’espressione quasi minacciosa. “Pochi attimi di benessere fisico che otterresti comunque. Dopodiché puoi solo prendere fiato e riprovarci, come se fosse uno sport. Se ci pensi, è una cosa infantile. Invece la parrucchiera è un viaggio senza fine, un frutto proibito. E questo la rende impagabile perché non c’è niente al mondo che attiri più del mistero.”
“Questo è vero!” Giorgio annuì vigorosamente. “Cinquemila marchi di verità.”
“Come?… Cosa stai dicendo?”
“Il fascino del mistero mi ha fatto buttar via cinquemila marchi. A Costanza un antiquario mi ha rifilato un avorio intagliato con certe figure indecifrabili.”
“E cosa ne hai fatto?”
“Eh, visto che ormai l’avevo comperato, l’ho dato da stimare ad Alessio Paleologo. Sai, quello che lavora alle Belle Arti. Speriamo che… Ma dove vai?”
Alberico era scattato in piedi.
***
Alberico non tornò. Dopo aver respirato alcuni metri cubi di vapore, Giorgio decise di averne abbastanza, fece una doccia e tornò nello spogliatoio. Sul ripiano dove aveva appoggiato la giacca trovò il portafogli con le carte di credito, i documenti e i contanti. C’erano anche le sigarette e l’accendisigari. Invece mancavano i vestiti e le chiavi di casa. Che fine avevano fatto?
In accappatoio e ciabatte tornò nella sala tutta specchi. Su un tavolo di cristallo qualcuno aveva apparecchiato un coperto con una bottiglia di spumante e uno scaldavivande. Lo aprì: conteneva spiedini di gamberi, asparagi selvatici, uova al tartufo. Giorgio stappò la bottiglia, trasferì le pietanze sul piatto e cominciò a mangiare.
“Buonasera.”
La porta, celata dietro a uno specchio, era scivolata silenziosamente e la donna era apparsa con un effetto teatrale. Aveva gli stessi occhi di Alba (e di Iside e di Fedra), ma il viso era molto truccato e i capelli erano troppo biondi e ricci. Probabilmente portava una parrucca. Indossava un tubino nero attillato al limite dell’indecenza. Con una strana voce di gola, si presentò: si chiamava Odile. Alberico, disse, era tornato in ufficio e le aveva chiesto di “occuparsi di Giorgio”. Lo spuntino era di suo gradimento? Gli abiti erano in lavanderia. Le chiavi di casa le aveva prelevate lei, per mandare a prendere un cambio di vestiti. Sedette sul divano di fronte e accavallò le gambe. Giorgio ficcò il naso nel bicchiere e bevve un sorso di vino. Guardò a destra e vide la sua immagine riflessa in cento specchi.
“Ma che posto è questo?” domandò.
“Un club sadomaso.”
Così, con naturalezza, nello stesso tono con cui avrebbe detto “oratorio” o “asilo per l’infanzia”.
“Siamo attrezzati per ogni esigenza.”
Sorrise in modo professionale, sottintendendo “sai come vanno queste cose”. Giorgio non era sicuro di saperlo. Pensò a Nicchia, che viveva sorridendo: la mattina ai giudici, il pomeriggio ai clienti, la sera al prefetto, al sindaco, al sovrintendente della Scala. Mentre Alberico, dopo una giornata di lavoro, andava a rilassarsi dove i sorrisi non avevano cittadinanza. Come mai l’aveva portato proprio lì? Voleva sfogare la sua gelosia a scudisciate?
“Hai dei pregiudizi? Sei un moralista?”
“Non credo… Be’, sinceramente, non saprei…”
Odile continuava a fissarlo.
“Alberico pensava che… be’, le nostre attrezzature possono servire anche a sciogliere la lingua, sai. Ma sono contenta che non sia necessario. Così puoi goderti il lato piacevole della cosa. Rilassati. Chiamo le ragazze.”
Gli occhi di Odile non promettevano l’olimpica serenità di Alba, il mistero di Iside o la passione di Fedra: avevano lo sguardo ipnotico di un serpente.
“Non sono sicuro di…”
“Prova. Vedrai che ti sorprenderanno.”
Le luci si abbassarono. Nella penombra una voce pastosa intonò una melodia confidenziale. Una mano gli accarezzò il collo, scese sul torace, fece scivolare l’accappatoio. Una bocca si chiuse su un capezzolo, due polpastrelli gli strizzarono l’altro, altre mani lo attirarono a distendersi sul divano. L’irrealtà avanzava a grandi passi, piena di ombre profumate, capelli, labbra, lingue, denti, unghie. Giorgio sentì il clicchettio delle manette e agitò i polsi, quel tanto che bastava per sentirsi inerme, immobilizzato.
“Paura?”
“È… è un po’ come cadere nel vuoto.”
“Come rotolare dentro a un imbuto, vero? Dentro a un pozzo senza fondo.”
Giorgio alzò gli occhi al soffitto, intravide la sua sagoma riflessa nello specchio e quasi non si riconobbe. Cosa ci faceva lì? La luce si abbassò ancora. La musica continuava a spandere un’improbabile atmosfera sentimentale. Negli specchi si agitavano ombre scure e Giorgio, incongruamente, ricordò un funerale di paese, con il carro nero, i cavalli neri, una folla che sudava negli abiti di stoffa pesante, le gole strozzate nei colletti, i calli compressi nelle scarpe lucide. Tutti camminavano a capo chino, facendo ondeggiare il braccio destro che impugnava il cappello come un contrappeso, e guardavano la bara trattenendo nei denti una umanissima protesta: tu ormai non soffri più, perché vuoi far soffrire noi che restiamo?
Unghie che pungevano, stuzzicavano, graffiavano. Lingue e labbra che scendevano dai capezzoli ai genitali. Qualcosa gli sfiorò il corpo, poi prese a saltellare. Si alzava e si abbassava. Colpiva le cosce, il ventre, il torace. I colpi si alternavano, leggeri, più forti, più leggeri, con un ritmo imprevedibile.
Odile gli sussurrava all’orecchio.
“Sai cosa sei? Un verme! Lo sai, vero? Vedi come ti contorci sotto i colpi? Come ti avvolgi nel desiderio di soffrire? Che porcherie hai commesso per meritare la frusta? Più soffri, più sconcezze devi aver fatto. Dimmelo! Confessa!”
Altre frustate. Altre carezze. Altri sussurri.
“Tu le conosci, vero? Certo che le conosci. Le tue vergogne le conosci tutte, ma non vuoi dirle. Perché sei un verme e preferisci soffrire.”
C’era una logica, certo. Eppure tutto suonava falso. Era una recita, la stessa per tutti i clienti. E come mai la luce era così bassa? Forse Odile e le sue “ragazze” erano megere calve e sdentate, vecchie troie dai volti mostruosi, mimetizzati con ceroni e parrucche. Ma che senso aveva fingere, ingannare e ingannarsi? E poi, maledizione, che fine hanno fatto i sentimenti? Possibile che a questo mondo tutto si riduca a una faccenda di infermiere e parrucchiere?
“Odile.”
“Qualcosa non va?”
“Basta con questa pagliacciata.”
Cinque secondi di silenzio.
“Ho capito: vuoi arrivare alle estreme conseguenze. Devi conoscere mia sorella Odette. Vieni: i tuoi abiti sono arrivati.”
***
“Paleologo ha chiesto un permesso di quindici giorni per motivi di famiglia e ha fatto perdere le tracce.”
“Hai fatto controllare stazioni e aeroporti?”
“Tempo un’ora e lo becchiamo.”
Alberico riattaccò e fissò lo sguardo nel vuoto. Come sempre, la realtà era un puzzle del quale ciascuno conosceva solo pochi pezzi. Ma il pezzo più importante era la coppa. Zweifel la teneva nascosta. Non sapeva come usarla, ma non voleva cederla. Per l’Alchemie, che aveva l’immobilismo nel DNA, era la situazione ideale. Toccava alla Revolution sbloccare l’impasse.
La miserabile proposta di Mittelmessig (un accordo di cartello, cos’altro?) era sembrata l’occasione per mandare Giorgio a Costanza, nella tana del lupo. Non avrebbe concluso niente, ma gli scagnozzi della Alchemie avrebbero trovato naturale che l’avvocato della Revolution fosse protetto da un guardaspalle. Il quale poteva guardarsi intorno e studiare il terreno: accessi, vie di fuga, comunicazioni.
E invece tutto andava a gambe all’aria. Giorgio entrava nel negozio di Zweifel e, vai a sapere perché, l’antiquario vendeva proprio a lui la coppa che non aveva voluto cedere a nessun altro. Giorgio la pagava cinquemila marchi ma si limitava a giocarci per un pomeriggio e la consegnava a Paleologo. Il quale era sparito.
Chi era questo Paleologo, un agente della Alchemie? Mittelmessig avrebbe già cantato vittoria. No: era solo un mezze maniche che aveva fatto tredici al totocalcio. Sapeva che le immagini andavano lette “sulle punte, come una stella”? Macché. Se avesse decifrato le iscrizioni avrebbe avuto in pugno il segreto e a quest’ora si sarebbe già fatto vivo. Dunque non sapeva niente e correva su una falsa pista. Ma quando capirà di non poter risolvere il rebus si metterà in contatto con Mittelmessig? Oh sì. Niente di più facile.
***
Mitt, è arrivato il momento di guardare in faccia la realtà. La nostra storia è finita, e non da oggi. Ormai vieni da me su appuntamento, come si va da un dentista. Ti siedi sul divano e resti lì con lo sguardo vuoto, accendi un sigaro e lo lasci consumare fra le dita. Non mi ascolti, non rispondi alle mie domande. La passione, se mai c’è stata, non esiste più. Vieni da me per abitudine. Non sei neanche geloso: non ti sfiora il dubbio che io possa essere infedele.
Tanto perché resti agli atti: non lo sono mai stata. Sono leale, io. Ma a che serve? La nostra relazione è sprofondata in una palude di mediocrità. Sei anni della nostra vita. Ci pensi? Tu che sei un esperto di bilanci, dimmi: cosa mi hai dato? Cosa mi hai permesso di darti? Niente. Ci siamo ingannati a vicenda.
E allora basta. Basta così.

Mittelmessig alzò la testa facendo ondeggiare il ciuffo di capelli bianchi. Da quando era comparso quell’avvocato italiano, tutto andava a rovescio. Le uniche consolazioni erano i fallimenti altrui: Alberico non era riuscito a impadronirsi della coppa, Zweifel non aveva decifrato le iscrizioni, Giorgio non ci aveva nemmeno provato. Gli equilibri erano cambiati ma la Alchemie non aveva bisogno di vincere. Bastava che non vincessero gli altri. Fece scattare l’accendisigari. Diede fuoco alla lettera e la guardò bruciare nel portacenere. Disperse i resti picchiettandoli con il mozzicone del sigaro. Gettò tutto nel cestino.
Sei anni. Secondo lei era ora di cambiare. Ma a lui l’idea del cambiamento provocava una naturale repulsione. Tutti cambiano continuamente, senza chiedersi perché. Lo fanno in modo irrazionale, per angoscia, per fuggire da se stessi. Ma se il mondo si arrestasse al termine di una espirazione e si vedesse, immobile, così com’è, forse non vorrebbe più cambiare. Per timore di cambiare in peggio.
***
Il pomeriggio agonizzava e Giorgio si sentiva morire con lui. L’afa sembrava salire dall’asfalto, le finestre sbadigliavano con i battenti ripiegati all’interno, e i vetri riflettevano la luminescenza dei televisori accesi. Il traffico cominciava a rarefarsi. I tram scivolavano sulle rotaie facendo sibilare i freni e i mantici delle porte, ripartivano schioccando scintille e i trolley sembravano fruste agitate da cocchieri fantasmi.
Odile guidava l’eterna utilitaria nera giù per un viale interminabile, una lunga trincea fra due sponde verticali che ritagliavano nel cielo profili frastagliati. Giorgio guardava le ombre allungarsi da un marciapiede all’altro e lottava contro un miscuglio di rabbia immotivata, delusione, angoscia e malinconia, che ristagnava alla bocca dello stomaco. Aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe venuto ai ferri corti con Alberico: nel loro rapporto c’erano troppe ambiguità, troppe convergenze precarie. Ma si era sempre detto che per rinunciare alla gallina dalle uova d’oro c’era tempo. Ecco: il momento era arrivato, lui si era lasciato prendere alla sprovvista e tutto ciò che aveva costruito in dieci anni di lavoro si era sbriciolato in pochi giorni. Non poteva contare su nessuno, non aveva più un passato né un futuro. Ed era colpa sua! Si era lasciato irretire in una trappola della quale non aveva capito e continuava a non capire un accidente.
L’auto si fermò in fondo a una strada di periferia, davanti a una costruzione dall’architettura bizzarra incastrata fra un blocco di case popolari e un condominio anni 60. Giorgio scese. Le uniche luci accese erano quelle di un bar e di una lavanderia a gettoni. Una donna con le mani occupate da buste di plastica gonfie di biancheria uscì dal negozio. Indossava una specie di saio dal colore indefinibile che le scendeva fino ai piedi. Nella penombra del crepuscolo Giorgio scorse una massa di capelli bisunti e il balenare di uno sguardo conosciuto in un volto da strega. Alle sue spalle l’auto ripartì. Giorgio si voltò giusto in tempo per vedere i fanalini posteriori che lampeggiavano, raggiungevano l’incrocio, sparivano nel buio. Per l’ennesima volta si sentì abbandonato.
“Non sembriamo gemelle, eh? Odile cura molto il suo aspetto.”
“Tu sei Odette?”
“Su, entra.”
La donna spinse la porta con un gomito, appoggiandoci tutto il suo peso e si intrufolò prima che il battente tornasse a chiudersi. Giorgio aveva il morale sotto i tacchi e non si sentiva pronto per altre avventure, ma la seguì in una anticamera chiusa fra pareti di compensato che non arrivavano fino al soffitto. Un chiarore riflesso trapelava da chissà dove, insieme all’eco di un parlottio, un salmodiare a bassa voce. Odette gli ordinò di seguirla senza far domande. Si inoltrò in un corridoio pieno di curve a gomito. Giorgio fu tentato di mandarla a quel paese e tornare indietro, ma l’alternativa era una strada di periferia, la solitudine e i sicari di Alchemie e Revolution. Per l’ennesima volta si ripeté che aveva bisogno di riposare, ritrovare la calma e studiare un piano.
Le pareti di compensato dall’aria aziendale sezionavano lo spazio in rettangoli che componevano un percorso obbligato pieno di giravolte. Negli angoli morti c’era di tutto: finte piante ornamentali, manichini, attaccapanni, armadi chiusi, scaffali vuoti. Odette depositò la biancheria su un tavolo da ping pong e proseguì fino a una stanza dove un pubblico bizzarro riempiva file di sedie allineate di fronte a una parete spoglia.
“Benvenuto nell’Ultimo Occidente” disse Odette, e continuò a parlare con la cantilena meccanica di chi recita una tiritera imparata a memoria. “Questo è il limite dell’area esoterica. Solo agli eletti è permesso andare oltre. Chi non è ancora iniziato può ascoltare, ma non vedere. Così dice la regola. Siediti. Fra poco la Guida parlerà.” Indicò l’unica sedia vuota. “È proibito mangiare, bere e fumare. Finché parla la Guida va osservato il silenzio. Addormentarsi è di cattivo gusto.”
Al di là della parete si sentiva uno scalpiccio di persone in attesa. Da questa parte del muro i presenti erano immobili, a capo chino, in silenzio. Giorgio si voltò di scatto: Odette non era più lì. Si sentì preso in giro, lasciato a guardare una parete nuda, ad ascoltare i rumori prodotti da qualcuno che non voleva essere visto. Tornò a guardarsi attorno.
Il pubblico era di difficile definizione: nel migliore dei casi si poteva dire che fosse gente che non dava importanza all’esteriorità. C’era tutto un campionario di guance butterate, unghie spezzate, occhi cisposi, cranii pelati dall’alopecia, volti macchiati dalla vitiligine, labbri leporini, denti sporgenti. C’era, più che altro, un’aria da bidonville. Tutti guardavano di sotto in su, con gli occhi intristiti dalla consapevolezza di un peccato del quale non potevano proclamarsi innocenti. Non avevano attenuanti e lo sapevano. Non potevano gridare che non era colpa loro. Non osavano domandare il perché della loro imperdonabile bruttezza: sentivano che la risposta li avrebbe costretti ad affacciarsi sull’orrore del Male Assoluto.
***
Una voce grave intonò una nenia in una lingua sconosciuta. Un coro a mezza voce la proseguì. Giorgio non riuscì a capire una parola. Persino la melodia era incomprensibile: il coro si arrestò a metà di una frase musicale che rimase sospesa nell’aria come un arto amputato.
Poi la voce parlò. In tono ispirato raccontò una leggenda, o forse una parabola: parlò di un vaso prezioso, di un viaggio iniziato da un luogo lontano, in un epoca dimenticata, e proseguito lungo il corso del sole e dei secoli. Al termine di ogni ciclo storico, per metterlo in salvo dalle convulsioni di imperi feriti a morte, il vaso era stato affidato ai venti e alle acque. Aveva raggiunto così i confini del mondo, dove il vento occidentale trascina con le nuvole il respiro dell’infinito. Lì, nel folto di una foresta impenetrabile, eroi e maghi si erano stretti intorno alla reliquia per difenderla dagli arrembaggi della Storia.
Ma nel trascorrere dei secoli tutto cambiava: gli assedianti diventavano assediati, le civiltà passavano dall’espansione alla decadenza, interi popoli emigravano, si esaurivano, si estinguevano. E il vaso era sparito. Chi diceva che era stato trafugato dai Visigoti, chi incolpava i Catari. Altri ancora ricordavano che la reliquia era stata contesa da un re senza scrupoli e da un duca temerario; ma nessuno sapeva chi dei due l’avesse spuntata. Solo di quando in quando le tracce del vaso riaffioravano lungo il corso del Reno, dai passi alpini fino al mare del Nord. Ma erano tracce labili, che potevano anche essere deliberati depistaggi. Il vaso conteneva il segreto di una sapienza perduta. Chi poteva ritrovarlo? Solo chi se ne fosse reso degno ripercorrendo il viaggio a occidente, attraversando dolore e astinenza, mortificando la carne e lo spirito.
La voce della Guida si fece imperiosa. Il vaso perduto andava ritrovato per riscattare l’umanità dalla sua colpa. Bisognava pentirsi, chiedere perdono, espiare, perché solo chi è puro è libero dalla paura e dal peccato.
Giorgio si sentì a disagio. Sta’ a vedere che Mittelmessig e Alberico hanno cercato di plagiarmi proprio con quel sistema. Speculare sulla cattiva coscienza altrui è una ricetta infallibile. Sentì il sangue affluire nelle tempie e ancora una volta la realtà ebbe un sussulto.
“Ti senti in colpa? Allora stai già scontando una pena.”
Odette era ricomparsa e lo fissava con gli occhi di Alba e di Odile, di Iside e di Fedra. In quello sguardo Giorgio lesse la sentenza di condanna per la sua vita vissuta alla carlona, inseguendo falsi traguardi.
“Gli uomini vengono al mondo condannati a morte. Nascono per caso, nudi, insolenti e con una prometeica inclinazione al furto.”
Furto? Lui non aveva mai rubato. Qual era il suo delitto?
“Vivere: questo è il delitto, e si sconta con la morte.”
Le parole gli rimbombarono nelle orecchie. Aveva sbagliato tutto e non c’era più tempo per rimediare: la vita, la sua vita, era agli sgoccioli. Avrebbe voluto urlare, ma il grido si strozzò in gola. Una mano omicida era uscita dal buio e gli stringeva il collo. Con gli occhi che schizzavano dalle orbite, Giorgio scattò in piedi e si gettò a testa bassa contro la parete.
***
Il muro di truciolato scricchiolò con un lungo lamento e si incrinò senza spezzarsi. Giorgio si voltò incerto sulle gambe. Nessuno parlò. Gli adepti della Chiesa dell’Ultimo Occidente, con i loro occhi vuoti, i loro foruncoli deturpanti, la loro pelle butterata, lo accerchiarono in silenzio ondeggiando come zombi, più inquietanti che minacciosi. Giorgio scivolò a terra con un gemito confuso. Gli zombi scomparvero in una nebbia scura.
Ma non era un buio fisico. Era l’idea che fosse meglio non vedere. Alzarsi e fuggire doveva essere possibile, ma dove trovare il coraggio? Giorgio non si arrischiava a socchiudere le palpebre.
“Sono ammalato” pensò. “Candido mi ha ficcato negli occhi la sua maledetta lampadina, ha visto che ero spacciato e non me l’ha detto.”
Era la fine. Da un momento all’altro la vecchia con la falce avrebbe premuto un pulsante e avrebbe cancellato tutto con la stessa facilità con cui si spegne un televisore. Ma intanto lo schermo restava acceso e lui non poteva fare altro che star lì ad aspettare di vederlo annerirsi. Non poteva scappare: era sepolto vivo.
“Un elettroencefalogramma. Perché Candido vuole mettermi gli elettrodi sulla testa? Perché sono ammalato nel cervello. Ecco perché. Sono diventato pazzo!”
I denti sbattevano incontrollati. I muscoli del torace erano scossi da contrazioni improvvise. Un altro Giorgio, diverso e sdoppiato, lo contemplò dall’alto sibilando il suo disprezzo: hai gettato uno sguardo nel fondo dell’imbuto e la tua sicurezza è andata a farsi fottere. Eppure hai sempre saputo che il buco nero era lì! Ora lo vedi e non sai fare altro che tremare. Sei un vigliacco. Un patetico, miserabile vigliacco.
Giorgio si agitò sul pavimento tirando calci nel vuoto, urlando al nulla di stare lontano. Gli zombi lo presero per le ascelle, lo aiutarono a rialzarsi, e lui si rimise in piedi tenendo ostinatamente gli occhi chiusi, mormorando parole insensate. Si lasciò condurre come un cieco, tremando in tutto il corpo, strofinando le dita sulle guance per asciugare le lacrime.
***
L’uomo uscì dal portone della casa di Alessio Paleologo, si guardò attorno e si allontanò pensieroso. Che senso c’è a passare la vita commettendo reati su commissione? La risposta gli venne spontanea: commettere un reato e farla franca è gratificante. Mica tutti ci riescono. E poi, lavorando su commissione, uno può sempre dire che gliel’hanno ordinato, che non è colpa sua.
Ma come era successo? Nel modo più semplice. Aveva scoperto il piacere della prepotenza ed era andato avanti per inerzia: era una vita comoda e non valeva la pena di cercarne una più onesta. Attraversò la strada, girò l’angolo e si fermò ad accendere una sigaretta.
“Cazzo” pensò. “È andata proprio così.”
***
Lovino si appoggiò allo schienale e fissò il vuoto. A questo mondo bisogna vedere tutto e non chiedere mai niente. Già. Come se fosse facile.
Ricordò l’ordine secco (Jatevenne!) sparato nella radio quando il suddetto si era fermato davanti al centro sociale. E chi era Agosto? Chi doveva metter fuori a mezzogiorno? Chi bisognava intercettare senza farsi vedere dai graffitari? Se l’avesse domandato, Abbatangelo gli avrebbe risposto: “Fatti i cazzi tuoi!”. E da quel momento non ci sarebbero più stati incarichi di fiducia, cacce al ladro, speranze di carriera. Ma di cose che non quadravano ce n’era la metà di mille. Per esempio: al suddetto gli avevano sparato per davvero. Tre proiettili erano stati ricuperati. Però Abbatangelo li teneva nel cassetto della scrivania e non li mandava alla balistica. Come mai? Chi voleva proteggere?
Si fa in fretta a dire: fatti i cazzi tuoi. Lovino si sentiva pieno di buon senso quando lo diceva a Caliandro. Ma quando lo diceva a se stesso gli pareva di soffocare sotto una cappa di piombo. Proprio così.
***
In fondo al pozzo della sua depressione, Giorgio arrivò a chiedersi se Alba esisteva davvero, se Crow e Fedra, il concerto, il circolo politico, non fossero state allucinazioni partorite dal suo cervello malato. Ma le botte di Costanza erano vere e reali, e pure le pallottole, e anche Witch, come no, e la questura. Si domandò che senso avesse la sua vita, la vita di tutti, la vita dell’universo. Si rispose: “Non esiste un senso. Tutto succede a caso.”
E sprofondò nell’angoscia. Perché è impossibile che il caso segua una strategia ma, quando guardi le cose a posteriori, sembra che sia proprio così.

Estasi

“Paleologo ha preso il volo MS505 per Il Cairo.”
“Cairo? Che c’è andato a fare?”
Sapeva che Alberico l’avrebbe chiesto, ma cosa poteva rispondere?
“Non ci sono indizi.”
“Cioè non lo sai.”
Ritorcere il rimprovero? Un rischio. Ma ormai non aveva alternative.
“Non avevo istruzioni di indagare sul suo conto. Non era previsto che partisse. Non era neanche sorvegliato.”
Un ringhio. Una fronte corrugata. E un lungo silenzio.
“Fa’ preparare un piano di volo per il Cairo.”
***
Il Boeing dell’Egyptair fece scalo ad Atene, dove scesero più passeggeri di quanti ne salirono. Zweifel, seduto a poppa nelle ultime file, non aveva ancora deciso come abbordare Paleologo. Fra Atene e Cairo studiò tre possibili approcci.
Non poté metterne in atto neanche uno: all’ingresso dell’aerostazione Alessio venne ricevuto dall’impiegato di un’agenzia e attraversò i controlli senza intoppi. Zweifel invece era solo, mancava dall’Egitto da troppi anni e le procedure doganali erano cambiate. Per giunta, lo infastidivano l’ambiente, gli odori esotici, la lingua gutturale, tutto.
Quando uscì sul piazzale, Alessio se ne era già andato da un pezzo. Zweifel confezionò un discreto numero di imprecazioni in dialetto svevo. Poi si consolò: il Cairo è immenso, ma i posti frequentati dagli europei sono sempre quelli. La cosa più urgente era trovare un hotel.
***
L’impiegato dell’agenzia, sorridendo stupidamente, aveva mostrato ad Alessio una Land Rover che aveva tutta l’aria di essere un residuato della guerra del Kippur, riverniciata in un ignobile colore verde-azzurro ottenuto mescolando gli avanzi di cento lattine disparate. Tutti gli pneumatici, compreso quello di scorta, erano di ricupero. Meglio non alzare il cofano per vedere se fosse rimasto qualcosa di originale nel motore. Alla richiesta di un modello più recente l’arabo si era stretto nelle spalle con un ghigno tra il furbesco e il timoroso.
“Forse domani” aveva belato. E aveva aggiunto: “Inch’Allah.”
Alessio aveva due settimane di tempo e un eremita da convincere. I ponti alle sue spalle erano tagliati e poteva solo guardare avanti. Montò sul carrozzone, mise in moto e se ne andò. A Giza si fermò per comperare scatolame e acqua minerale. Fece il pieno di gasolio e abbandonò la valle del Nilo.
Il sole cominciava un lunghissimo tramonto quando un cartello arrugginito segnalò un incrocio in pieno deserto. Alessio svoltò a sinistra in una pista sabbiosa. Dopo cinque chilometri di rocce, sassi e polvere, si fermò davanti al portone di un monastero turrito come una fortezza. Nel muraglione giallo era incastonato un portone altissimo nel quale non si distingueva un passaggio a misura umana. Alessio tirò due volte la corda del campanello. Il sole sospeso sull’orizzonte sembrava un tuorlo d’uovo e aveva un caldo colore arancione.
Quando ripartì, il tuorlo era più schiacciato e il colore era diventato scarlatto. Nella luce del tramonto la pista si inoltrava nel deserto, tagliava le ombre lunghe degli scoscendimenti di terra arida, attraversava vene calcaree affioranti dalla sabbia, passava su distese di ciottoli aguzzi frantumati dalle escursioni termiche.
Il monaco che si era affacciato allo spioncino gli aveva detto di proseguire fino alle falde di un ghebel, un colle a forma di cono. Lì non c’era più pista ma solo un sentiero che saliva a mezza costa e andava percorso a piedi, arrampicandosi. Il frate custode aveva raccomandato di annunziarsi gridando l’augurio di pace, e Alessio si era stupito: lui non era mica un brigante!
Il frate si era seccato. Cosa voleva dal santo eremita Youssef, se ignorava la simbologia del Ghebel-el-Boèb? Il ghebel è un imbuto rovesciato attraverso il quale salgono alla gloria dei cieli le anime affinate dalla penitenza. La cima del colle è la porta del primo cielo. Il santo eremita, custode e responsabile della porta, vive in una grotta che si apre a metà del colle, sul lato rivolto a sud. A ogni spuntare dell’alba l’eremita sale fino alla cima per pregare Dio e rendere grazie. Chi turba la pace di un asceta senza annunciarsi può essere solo un malvivente!
Alessio si era profuso in scuse. Aveva assicurato il monaco che mai avrebbe disturbato Youssef nel suo ritiro di meditazione, se non per gravi motivi. Il frate aveva borbottato una benedizione e Alessio era ripartito.
Ormai il sole era una calda goccia di sangue che colava dentro l’orizzonte sul bordo della terra. La pista era poco più che una direzione nel deserto marcata da rudimentali pietre miliari. Alessio arrivò ai piedi del colle, spense il motore e si sentì annullare nel silenzio. La mole geometrica del ghebel incombeva come un immenso triangolo di roccia e terra scura sul quale un viottolo si avvitava salendo in direzione del versante sud, dove la china era più dirupata, per ricomparire più in alto, quasi alla sommità. Il colle proiettava un’ombra lunghissima sul deserto, ma la sabbia e le rocce erano ancora arroventate.
Alessio si accampò, cenò con una scatoletta e si infilò nel sacco a pelo.
***
Martedì 3 agosto 1999
Giorgio si svegliò nel suo letto e gli parve di giacere in fondo a un crepaccio, nel ventre della terra. L’accesso di panico che l’aveva assalito nella chiesa dell’Ultimo Occidente e l’aveva portato sull’orlo del suicidio si era cristallizzato in una calma apatica. Per paura di se stesso, la sua personalità si era nascosta in una tana psicologica, in fondo a una caverna. Ma neanche lì si sentiva al sicuro. La caverna era un vicolo cieco. L’unico modo di uscirne era tornare indietro e affrontare il mondo. Non ne aveva la forza. Forse non l’avrebbe avuta mai più. Se ne stava acquattato come un animale selvatico braccato dai cani, e il terrore gli tagliava il respiro.
Accompagnandolo a casa con l’immancabile utilitaria nera, Odette gli aveva assicurato che Alberico e Mittelmessig non costituivano più un pericolo. Giorgio non le aveva domandato che ne sapeva di Alchemie e Revolution: era intorpidito, ottuso, e dubitava che avesse ancora senso stare al mondo. Si augurava confusamente di addormentarsi e non svegliarsi più. Milano era sfilata nel parabrezza come su uno schermo, nel chiarore dell’alba, misteriosa come il deserto. Gli aveva ispirato altri timori, e la certezza che scrutare il volto della verità conduce a cavarsi gli occhi con le proprie mani.
Sul portone di casa, mentre girava la chiave nella serratura, si era voltato a guardare l’utilitaria nera che faceva lampeggiare i fanalini e svoltava in fondo alla strada. Aveva la targa tedesca? Troppo tardi. Un battito di ciglia, e dove un istante prima pulsava la luce arancione era rimasto solamente il buio.
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Cinque anni prima, quando aveva comperato la casa di Tor del Tronco, Candido aveva adibito a pensatoio una stanza con vista sulla valle e sull’architrave aveva fatto incidere il motto Beata solitudo sola beatitudo. Ora meditava di far cancellare quella scritta. Era la scoperta dell’acqua calda: a Tor del Tronco non ci stavano cinema o discoteche, e neppure un bar, un’edicola, una farmacia. Non ci stavano manco il sindaco e il curato perché Tor del Tronco era frazione di Pevera e, contando pure le fattorie più sperdute, metteva insieme sì e no una cinquantina di anime. L’unica cosa abbondante a Tor del Tronco era la solitudine.
Il professore uscì sul balcone e contemplò la valle, tutta coltivata a pistacchi. La mano destra corse alla tasca dove custodiva le dodici fotografie. Per quanto scattate con un apparecchio non professionale, erano abbastanza nitide. Ma per penetrare il loro segreto doveva ritrovare lo stato di grazia svanito per colpa della maledettissima Lupe. Gli occhi di Candido si persero nel tramonto: i raggi dell’ultimo sole facevano brillare i vetri alle finestre di Pevera, sulla sponda opposta della valle. L’aria odorava di argilla cotta, due usignoli stornellavano in singolar tenzone.
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Mercoledì 4 agosto 1999
All’una di notte Candido sussultò: la debolezza stava per farlo appisolare. Non ricordava quando aveva fatto l’ultimo pasto, ma era risoluto a non staccarsi dalle fotografie per nessun motivo. I morsi della fame si erano fatti sentire fin da mezzogiorno, ma li aveva combattuti e vinti: quando si prende una decisione, quella è. Negli interminabili chilometri di autostrada aveva respinto la tentazione di fermarsi in un autogrill. A Tor del Tronco si era chiuso alle spalle la porta di casa e non aveva avvisato nessuno del suo arrivo. Il momento magico aveva bisogno di silenzio e di digiuno. Il professore tornò a concentrarsi sulle fotografie.
Gli dispiacque ammetterlo, ma in quelle dodici immagini non ci stava niente che facesse pensare ai semi, ai numeri o alle figure delle carte da gioco. D’altra parte, un enigma di questa portata mica poteva tenere una soluzione semplice. A voler essere onesti fino in fondo, il segreto del vaso d’avorio non poteva ridursi alla dimensione di un gioco di carte, per quanto nobile come il bridge.
Appena aveva sentito parlare del vaso, Sua Beatitudine aveva drizzato le orecchie. Vuo’ vede’ che ci stava di mezzo la politica? O la teologia? Un patriarca della Chiesa Ortodossa fa politica eccome, ma è pure un contemplativo, un mistico. Poteva aver colto nel vaso l’indizio di una sapienza esoterica? Negli affreschi del suo ex monastero ci stavano altri vasi, coppe, calici, e il patriarca si era guardato bene dall’entrare in particolari, ma forse quegli affreschi raffiguravano storie dell’Antico Testamento, forse i calici erano quelli del tempio di Salomone…
Il professore si abbandonò contro lo schienale e alzò lo sguardo al soffitto. Stanco di mandare segnali inascoltati, l’organismo fraintese il significato di quel momentaneo blackout e autolimitò i consumi energetici. Candido si assopì.
***
Giorgio ha passato la giornata più noiosa della sua vita. Studiare pratiche, organizzare strategie contrattuali, gli è diventato insopportabile. Ciò che una volta lo appassionava gli appare squallido e incolore. Che fine ha fatto la fiducia in se stesso che gli permetteva di non dar peso ai treni in ritardo? Era una balla, e lui per primo ha fatto finta di crederci per troppo tempo.
Giorgio ha pasticciato senza combinare niente di buono, in compagnia di un vago mal di testa. Ha pranzato con un panino. Non ha visto Nicchia: era in tribunale, gli hanno detto. Alle cinque del pomeriggio ha detto alla segretaria di non accettare impegni o appuntamenti per l’indomani ed è tornato a casa. Ha mangiato un avanzo trovato nel frigorifero, ha tentato senza successo di distrarsi alla televisione. Infine ha ingoiato un cachet e si è messo a letto.
Al buio, sotto le palpebre chiuse, i suoi occhi vedono una strada con l’asfalto lucido dove brillano i riflessi dei fanali accesi. È inverno, e piove. Un orologio illuminato segna le cinque e cinquantacinque. Sagome scure arrivano alla spicciolata, convergono verso la stazione, vanno a stiparsi sotto una pensilina che non li ripara: la pioggia cade in diagonale e loro restano là, bagnati, soggiacendo a una forza cieca che trasforma il caso in destino.
Un faro giallo emerge dal buio e si avvicina con lentezza esasperante. Piove più forte quando i pendolari si accalcano alle entrate dei vagoni, come un gregge di pecore sulla porta dello stabbio. Negli scompartimenti umidi c’è puzza d’aglio, di fumo e di sudore. I pendolari tacciono, appoggiati agli schienali, con le teste che assorbono gli scossoni, con gli occhi fissi nel vuoto. Nei loro pensieri allucinati invocano senza convinzione una vita alternativa. Sugli schermi opachi dei finestrini strisciano le comete dei fanali. Le stazioni appaiono e scompaiono con infernale ripetitività.
Giorgio continua a sognare. Un barlume di coscienza gli dice che è ancora notte. Ma la notte minaccia di non finire mai.
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Uno spasmo improvviso fece aprire gli occhi al professore. Candido ricordò di aver sognato il deserto, una valle sassosa, un sacerdote intento a scolpire geroglifici su una lastra di pietra e un uomo adagiato in lettiga che lo osservava con aria preoccupata. Sopra alla lettiga ci stava appeso uno scudo. Sullo scudo era raffigurato un gallo che beccava in un piatto. Nel piatto ci stava un grappolo d’uva e cinque spighe di grano. L’uomo teneva in copp’a capa un diadema che sulla fronte si gonfiava in una testa di cobra. Il panno bianco che gli incorniciava il volto si allargava in due ali. Il mento terminava in una barba pettinata a treccia.
Il professore si curvò sul tavolo e prese carta e penna. Per ritrovare l’ispirazione doveva approfondire, analizzare, concentrarsi. Sul foglio illuminato dal cono di luce della lampada a stelo elencò nomi e nomi per ciascuna delle cinque immagini incise nell’avorio. Con la pazienza di chi recita un rosario, insistette a inventariare, enumerare, senza far caso alla fame che gli scavava lo stomaco.
Passarono le ore. Quando ebbe scandagliato ogni traccia, riferimento e analogia, Candido mormorò le parole tracciate sul foglio masticandole, assaporandole, mentre le cassava a una a una, come petali di margherita. Quello era cibo per lo spirito. La fame terrena avrebbe aspettato.
Passarono altre ore. Il timone del Gran Carro spuntò nel riquadro della finestra. Una civetta lanciò il suo richiamo. Nel silenzio della notte ogni crepitio, ogni stormir di fronda, minacciava di far svanire la concentrazione e Candido sussultava come se avesse ricevuto una pugnalata nel cuore.
Le stelle erano alte nel cielo quando il processo di eliminazione giunse al termine. A ciascuna delle cinque immagini era rimasto associato un solo nome e da quel nome il professore ricavò numeri e segni cabalistici: pianeti, tarocchi, simboli sapienziali.
Ormai il messaggio era dipanato in tutti i suoi elementi. Tutti gli elementi visibili. Quelle erano le tessere del puzzle e bisognava comporle in modo che avessero senso. Perché un mistero, si disse il professore, è molto più della somma dei suoi componenti: i misteri tengono corpo e anima.
Candido si lasciò andare contro allo schienale. Ci voleva un altro sforzo. Ci sarebbe voluto anche un po’ di energia, zuccheri e carboidrati, per far tacere il cerbero che latrava nello stomaco. Ma in dispensa non ci stava manco un barattolo di marmellata, manco un pezzo di pane. Il professore chiuse gli occhi e per la seconda volta si lasciò vincere dalla debolezza.
***
Alle cinque del mattino il sole era un riverbero insopportabile che incendiava il cielo e arroventava l’aria. Alessio mise in moto la Land Rover e, procedendo a passo d’uomo, fece il periplo del ghebel. Scoprì che fin dove arrivava lo sguardo non c’erano esseri umani, acqua, erba, animali. C’era solo il deserto.
Quando il sole girò dietro il colle e sul versante orientale cominciò a stendersi l’ombra, Alessio mise l’acqua e le provviste nel sacco, se lo caricò sulle spalle e affrontò la salita. In pochi minuti fu inzuppato di sudore: la roccia era rovente. Si fermò per rifiatare, e riprese a salire cercando di cadenzare il passo. Seguì il sentiero che si avvolgeva sulla parete del cono finché uscì dall’ombra e il sole lo colpì come la vampa di una fornace. Fu sul punto di perdere l’equilibrio: il calore era semplicemente disumano, tagliava il respiro, prosciugava il corpo e la volontà. La luce colpiva le rocce e gli sporti, che proiettavano zone di oscurità dove gli occhi affondavano come se volessero riposare o morire.
Alessio abbassò le palpebre e prese fiato. Il sudore colava sulla nuca come da un rubinetto aperto. Provò a deglutire e non ci riuscì. Gridò l’augurio di pace al guardiano del cielo, tolse lo zaino dalle spalle e si addossò alla parete rocciosa. Aveva l’assoluta certezza che se si fosse seduto non sarebbe più riuscito a rialzarsi.
Il monaco Youssef si affacciò sull’entrata della grotta. Era un uomo piccolo, con una barba veneranda e capelli incolti, arruffati. Puzzava come può puzzare un essere umano che non ricorda in che anno ha visto l’ultima saponetta.
“Chi sei?”
“Mi chiamo Alessio Paleologo.”
Youssef fece un passo indietro e si chinò a raccogliere un sasso.
“Sei scappato da un manicomio!”
“E sarei venuto proprio qui?”
Youssef si lisciò la barba. Negli occhi gli passò un lampo divertito.
“Cosa vuoi? Che sei venuto a fare?”
E Alessio parlò. Dapprima impacciato, poi sempre più sciolto, parlò dell’impero millenario, di imperatori come Giovanni Cantacuzeno e Costantino Paleologo. Dipinse a tinte fosche lo scandalo dei tessalonicesi affidati a un patriarca usurpatore. Accennò a un’azione politica, a un rinascimento ortodosso.
L’eremita gli rivolse uno sguardo angelico.
“Sei stato troppo tempo al sole.”
Alessio non si perse d’animo.
“Prima di giudicare ascolta la mia proposta.”
Senza una parola Youssef girò sui tacchi e gli fece strada nella grotta. Finalmente all’ombra, seduti sulla nuda terra, aprirono una delle bottiglie d’acqua che Alessio aveva nello zaino. Da quel momento non smisero di discutere, senza altre soste che quelle imposte dalla regola di Youssef per la preghiera e la meditazione. I giorni e le notti alternarono calore soffocante e gelo micidiale mentre il progetto di Eleftheros vacillava sotto le critiche di Youssef e riprendeva vigore con le perorazioni di Alessio. Questioni di diritto, di alta teologia e di bassa politica vennero esaminate per dritto e per traverso.
Poi Alessio giocò la carta della reliquia.

Giovedì 5 agosto 1999
Sulla verticale di Pevera una nuvola cominciò a prendere colore, a risaltare nel cielo nero. Entro un’ora sarebbe sorto il sole. Candido riaprì gli occhi. Da quanto tempo non mangiava? Il giorno prima era passato in totale digiuno, e prima ancora ricordava soltanto un biscotto. La fame non era più un lupo dint’a panza, non la sentiva più, ma respirare, muovere la testa, costava fatica. I pensieri, invece, si rincorrevano come passeri in primavera.
Perché le immagini sulla coppa erano cinque? Una volta scoperto il nome di ciascuna, l’aveva associato a un pianeta, a un tarocco, a un numero cabalistico. Ma i conti della matematica astrale non tornavano: le immagini erano cinque e i pianeti tolemaici sono sette. Mercurio e Venere restavano fuori dallo schema. E siccome ogni pianeta tiene un tarocco e ogni tarocco tiene un numero, la somma avrebbe dovuto dare una indicazione precisa. Ma il numero che saltava fuori era ventitré, e gli arcani dei tarocchi sono soltanto ventidue. Mannaggia.
Sul versante opposto della valle un autobus affrontò l’ultimo tornante della salita di Pevera. I fari spazzarono l’orizzonte. Un lampo di luce invase la stanza e svanì. Il cervello di Candido ebbe un guizzo: e se il nome che manca fosse quello di un tarocco occulto, partecipe della natura di Venere e di Mercurio?
Il professore riprese a permutare, alternare, combinare. Le stelle avevano perso il loro luccichio quando il momento magico tornò. In preda alla frenesia, Candido strappò tutti i fogli sui quali aveva lavorato, prese un foglio bianco e tracciò un cerchio. Scrisse sulla circonferenza i nomi delle cinque immagini. No. Troppe lettere. Cancellò i nomi lasciando soltanto le iniziali. Rimasero cinque lettere:
A
O F
I S
C’era una sola combinazione che avesse senso: S-O-F-I-A. Sofia, la Sapienza primordiale. Candido affondò nella poltrona, disfatto. Perché non ci aveva pensato prima? Mercurio e Venere: ma certo! Il Sentimento e la Ragione.
Uno spasmo inaspettato gli contrasse il diaframma e gli bloccò il respiro. Gli occhi parvero uscire dalle orbite. Il cuore martellava. Era come tenere in petto una macchina con l’acceleratore bloccato e il motore in fuori giri. Il sangue rombava nelle orecchie, scoppiava nelle tempie. Tutto cessò all’improvviso e il professore temette che il cuore avesse ceduto. Ma no: il polso ci stava ancora, pure se debole assai. La spossatezza gli aveva invaso tutto il corpo. Le palpebre pesavano tonnellate.
Poco prima di sprofondare nel torpore una visione si precisò con l’evidenza di una insegna luminosa: le lettere della parola chiave formavano una stella a cinque punte. E c’era ancora qualcos’altro: una sensazione, un’idea sospesa nell’aria a portata di mano. Se il digiuno non gli avesse tolto la forza di alzare il braccio, Candido avrebbe voluto coglierla al volo.
***
Giorgio ha gli occhi chiusi. Gli pare di essere in una stazione insieme a centinaia di soldati che aspettano di salire su un treno militare in partenza per il nord. C’è un brusio in sottofondo e gli ordini degli ufficiali suonano incomprensibili come se fossero pronunciati in una lingua straniera. Con gli zaini in spalla i soldati salgono negli scompartimenti rispondendo a un interminabile contrappello.
Il treno viaggia a singhiozzo con lunghe soste in aperta campagna. Nei campi incolti tutto è immobile. Non ci sono in vista né uomini né animali. Qualcuno dice che i finestrini non si abbassano e le porte sono chiuse a chiave.
Il treno è ripartito nella notte e non si è fermato più. Nello scompartimento non si sono accese le luci. Le porte sono chiuse davvero, i finestrini sono bloccati. Giorgio ha finito le sigarette, la testa comincia a ciondolare. Il treno rallenta. Sarà Firenze? Ma l’unico cartello illuminato appare come una meteora, e dice Foligno. Il convoglio sfila davanti alla stazione senza fermarsi, accelera nell’oscurità.
Nessuno parla più. Le stazioni escono dalla notte e affondano nel buio. Il treno va avanti e non si ferma mai. La notte è sempre più profonda. La testa è pesante, la bocca sa di sabbia, bruciano gli occhi. E all’improvviso tante voci, tutte insieme: “Il mare! Il mare!”. Ma nel finestrino il mare non c’è. È sul lato opposto del vagone, a sinistra. Com’è possibile? Il treno va a sud?
Non ci sono risposte, ma a metà del sogno c’è come un sobbalzo. Giorgio non sa dire cos’è successo, però adesso il mare è a destra. Nello scompartimento tutti dormono. Il treno continua a correre nella notte come in un tunnel senza uscita.
E ormai il mare non si vede più. Il treno corre lungo un interminabile rettilineo. Non è ancora l’alba, ma la campagna coperta di brina è uno specchio concavo dove piovono i raggi curvi di un sole australe.
***
I primi bagliori di luce scavalcano il poggio sotto il quale dormono Tor del Tronco e la valle dei pistacchi. Sul colle dirimpetto, le finestre di Pevera cominciano a brillare. Le ciglia del professore si schiudono su occhi estatici, appannati da una estrema debolezza. L’inedia ha raschiato il fondo del barile. Il battito del cuore è un’eco di zoccoli lontani, come di un cavallo che scarta e si impenna, accenna un galoppo, si ferma, riparte.
A che serve più studiare fotografie, interpretare immagini, scarabocchiare fogli e fogli? Sofia è come la vita: non importa l’esito, conta soltanto la ricerca. Sofia è il sole, una stella, la fonte della luce; ma è pure lo schermo che permette all’occhio di guardarla senza restare abbagliato. A Sofia si arriva lungo un cono d’ombra: l’imbuto in cui si infila l’anima quando si stacca dalla prigione del corpo e vola libera come una falena verso il falò che splende nel buio della notte.
A Pevera una finestra si apre. I vetri catturano un raggio di sole e lo sventagliano in un momentaneo luccichio fino a Tor del Tronco. Gli occhi di Candido trasmettono al cervello un ingorgo di analogie: luce, stella, eclissi, imbuto, estasi. L’attività cerebrale va in corto circuito. Il cuore cessa di battere.

Deserto

“Proprio a me vieni a raccontarlo?”
“E a chi vuoi che lo racconti?”
“Parla con un sostituto procuratore.”
“Io lo dico a te. I magistrati li conosci tu.”
“E cosa vuoi, che faccia il garante? M’hai preso per scemo?”
“Lovino, quello ha fatto fuori il Cernuschi sotto i miei occhi! Io rischio la pelle. Hai capito? La pelle! Finché non lo vedo in gabbia io non apro bocca.”
“Ma ci vogliono le prove!”
“So dov’è il cadavere. Possiamo beccare anche la pistola. Ce l’hai un amico alla Buon Costume che faccia irruzione in certo posto e ce lo lasci perquisire?”
“Mmmh. Potrei anche averlo. Ma queste cose non si fanno per amicizia.”
“Cosa vuole in cambio?”
“E che ne so? Titoli sui giornali.”
“Digli che li avrà. Eccome se li avrà.”
***
Nel sole abbagliante del Cairo, Zweifel uscì dal Museo Egizio e si incamminò rimuginando dubbi e perplessità. Impiegati, uscieri, agenti di viaggio, tutti confermavano che Paleologo non aveva messo piede al museo, non aveva visitato le piramidi, non aveva acquistato biglietti per Luxor e la Valle dei Re.
Invece di imboccare il ponte Zweifel attraversò Piazza Tahrir, entrò all’hotel Shepheard e si infilò in una cabina telefonica.
“Koftis?”
“Zweifel?”
“Conosci un certo Alessio Paleologo?”
“Vuoi fare affari con lui?”
“Se questo è il volere di Dio.”
“E benedetto sia il suo nome.”
Zweifel riagganciò sospirando. Chissà quanto sarebbe venuta a costare l’informazione. Una volta riagguantato Paleologo non doveva mollarlo più, neanche per un attimo. Gettò un’occhiata al banco del concierge ed ebbe un tuffo al cuore: Alberico stava ritirando la chiave.
***
Il monaco Youssef si era fatto silenzioso. Alessio si era coricato sulla stuoia, ma l’eremita non smetteva di studiare le fotografie al lume della lucerna.
“Youssef” sussurrò Alessio.
Il monaco non rispose.
“Youssef, io non so decifrare i nomi sacri delle cinque icone. Ma so che la grazia di Dio mi ha scelto per un grande scopo.”
L’eremita alzò la testa e fissò il buio all’entrata della caverna.
“Youssef, io sogno una politica mondiale e tu mediti su una Politica ancora più alta. Forse non saremo capiti. Forse non riusciremo a toccare il cuore di Arsenios, un vecchio che ha passato la vita a praticare una politica da cortile.”
Youssef non rispose. Prese la lucerna e uscì dalla grotta riparando la fiamma con la mano. Salì per il sentiero fino in cima al colle, nel luogo dove ogni mattina rendeva grazie a Dio. Alzò gli occhi alla cupola del cielo: al di là dell’ultima sfera, in ogni stella splendeva il fulgore di una entità celeste. L’eremita si prosternò fino a toccare il suolo con la fronte e invocò, ciascuno con la rispettiva formula, i nove ordini della suprema gerarchia, dagli angeli ai serafini.
Poi, con un gesto deciso, spianò la sabbia davanti a sé.
***
Un nucleo operativo di P.S. al comando dell’ispettore Farinelli ha fatto irruzione in una palazzina sita in via Réage dove, in un ambiente sfarzoso, operavano vecchie conoscenze della questura.
Belinda Bolognesi e Lisistrata Lesvos, professioniste del sesso a pagamento, sono state associate alle carceri. Si è invece rocambolescamente sottratta alla cattura e viene attivamente ricercata tale Odile Opium, incensurata.
Il sostituto procuratore Ceppi ipotizza i reati di sfruttamento della prostituzione, spaccio di stupefacenti e favoreggiamento. Nel corso della perquisizione sono state rinvenute consistenti quantità di cocaina e una pistola automatica di provenienza furtiva.

Il cronista chiuse l’articolo alternando i piccanti precedenti delle arrestate e le benemerenze dell’ispettore Farinelli. Lo passò al caporedattore: la Gazzetta Lombarda l’avrebbe sparato in prima pagina.
***
Venerdì 6 agosto 1999
In cima al ghebel la fiamma oscillò nella lucerna. L’olio era quasi consumato e la notte non era più la stessa: le stelle di levante perdevano brillantezza.
L’assassino aprì gli occhi cinque secondi prima dello squillo del telefono. La voce parlò del colle, dell’eremita e dell’europeo che l’aveva raggiunto nella grotta.
Altri dormivano sonni agitati. Alessio si aggirava nei corridoi di un palazzo labirintico pieno di sicari nascosti dietro a colonne di marmo. Caliandro si dibatteva in una camicia di forza davanti a un tribunale che lo condannava all’evirazione. Lovino, sull’attenti in uno sventolio di bandiere, riceveva dal questore i galloni da traditore. Abbatangelo, novello Ben Gunn, sbarcava su un’isola deserta. L’innominato tirapiedi di Alberico apriva un conto in Svizzera. Zweifel, con lo stomaco appesantito da due porzioni di un dolce egiziano al miele, passava da un faticoso dormiveglia a un assopimento interrotto.
L’assassino strappò il conto dalle mani del concierge. Firmò e partì senza allungare mance ai groom assonnati che si inchinavano sussurrando: mas salama.
***
Il direttore lesse, approvò e piazzò le tre mezze colonne in taglio basso di prima pagina. Il “Konstanz Tagblatt” di sabato 7 sarebbe uscito con questo articolo.

Il paese dei fuorilegge

Come i nostri lettori sanno bene per averlo letto più volte nelle nostre cronache, la situazione dell’ordine pubblico nel paese di Pulcinella è paragonabile a quella del Far West ai tempi di Jesse James. Non smetteremo mai di far rilevare quanto sia sconsiderato trascorrere le ferie in Mafialand quando è incomparabilmente più piacevole e sicuro villeggiare sul Bodensee.
L’ultima enormità, non ancora confermata ma proveniente da fonti giudiziarie, sarebbe questa: sembra che l’arma ritrovata ieri a Milano in un club di sadomasochisti sia stata usata per uccidere un pregiudicato, specialista in furti d’auto.
La notizia, di per sé, non meriterebbe particolare rilievo, ma la fonte ufficiosa già citata lascia intendere che nel delitto sia implicato il responsabile di una nota multinazionale. Il ritrovamento dell’arma dovrebbe preludere all’arresto, e già si temono ripercussioni in Borsa.
Ufficialmente, la procura di Milano rifiuta di rendere pubblico il nome dell’indiziato. Nome che, peraltro, circola apertamente fra i cronisti di nera.
(L’articolo prosegue con dati, statistiche e considerazioni sullo stato miserando dell’ordine pubblico in Italia.)
***
Youssef studiò le lettere che aveva tracciato sulla sabbia. C’era soltanto una combinazione che avesse senso: SOFIA. Quello era il primo passo, la porta da aprire. Ma prima di varcare la soglia del mistero bisognava richiedere l’assistenza di un angelo. Youssef guardò a est: le stelle orientali erano scomparse. Stava per sorgere il sole. Il monaco si prostrò per la preghiera del mattino.
Alla luce dei fari, viaggiando fra le dune che emergevano dal buio per ripiombare subito nella notte, l’assassino passò senza fermarsi davanti al monastero e proseguì lungo la pista.
In cima al colle Youssef scorse il primo sfolgorìo che scaturiva dall’orizzonte e gli si rinnovò nel petto lo stupore di ogni mattino. La luce che emergeva dal ventre della terra folgorò il monaco con una rivelazione. Youssef si chinò sulla sabbia e tracciò una stella a cinque punte. Anche il sole è una stella, pensò Youssef, e ogni mattino rinasce per simboleggiare la risurrezione del Figlio dell’Uomo.
Ai piedi del colle un’auto si fermò accanto alla Land Rover di Alessio. L’assassino indossava una ghellabeia nera e si era avvolta sulla testa una sciarpa dello stesso colore. Solo dopo aver messo piede a terra si rese conto di essere partito in fretta e furia: aveva dimenticato di procurarsi una pistola. Alzò le spalle. Prese a salire nel buio lungo il sentiero.
Nella grotta, disteso sulla nuda terra, Alessio dormiva un sonno agitato. In sogno era stato pugnalato da un sicario e ora giaceva sul freddo marmo di un corridoio, fra ori e drappi purpurei. Si trascinava carponi, premendo le mani sull’addome, dove si apriva la bocca della ferita, e il suo sangue macchiava il pavimento.
Ormai l’orizzonte tagliava a metà il disco del sole. Con gli occhi inondati di immensità Youssef fu sbigottito da una intuizione. Il cuore saltò un battito. L’intelletto vacillò sull’orlo dell’abisso. Il monaco cadde riverso sulla sabbia.
Mentre il sole si staccava dall’orizzonte, l’ombra scendeva sul fianco del colle. L’assassino continuava a inerpicarsi su per il viottolo. Il sonno di Alessio era un presentimento di morte.
L’uomo vestito di nero si fermò sulla soglia della caverna, sciolse il turbante e ne fece una maschera con cui coprì il volto. Alessio, colpito dalla prima luce, si svegliò e socchiuse gli occhi. Youssef, riverso in cima al colle, sentì una fitta nel petto, un afflusso di sangue alle tempie, un doloroso ritorno alla coscienza.
***
Abbronzato, brizzolato, inquadrato contro un fondale azzurro intenso, l’anchorman di Telemilano annunciò:
“Sugli sviluppi di una indagine per sfruttamento della prostituzione la questura di Milano ha adottato provvedimenti straordinari. Ci aggiorna la nostra inviata, Immacolata Esposito.”
Apparve in primo piano l’Immacolata. Con grande sfoggio di occhi spiritati e sintassi creativa, annunciò che la “operazione de Sade” aveva provocato un terremoto in questura.
“Sembrerebbe che un commissario è stato trasferito e che un agente starebbe sotto inchiesta disciplinare.”
Mentre scorrevano immagini di repertorio, la voce dell’inviata rifrisse notizia e non-notizie per altri venti secondi, dopodiché l’Immacolata riapparve sullo sfondo della gradinata del Tribunale offrendo ai telespettatori ogni opportunità di apprezzare la scollatura. Infine, la macchina da presa zumò sulle sue labbra, che si mossero come in un bacio.
***
“Dammela.”
L’assassino era comparso sull’entrata della caverna. Un’ombra incappucciata. La sua voce non lasciava alternative.
“La ciotola d’avorio. Dammela.”
Alessio si mosse nel buio, a tastoni. Afferrò lo zaino e ci frugò dentro. L’uomo vestito di nero venne avanti, gli strappò di mano il sacco e lo vuotò a terra. Alessio, che era riuscito a ricuperare il coltello a serramanico, fece scattare la lama. L’altro non se ne curò.
“Dove l’hai messa?”
Per tutta risposta Alessio tagliò l’aria con il coltello. L’assassino non si lasciò impressionare: gli gettò lo zaino sul viso e gli agguantò il polso.
Disteso bocconi nella sabbia sulla sommità del ghebel, Youssef vide il sole alto nel cielo. Si levò in ginocchio e si segnò. Senza più vacillare si rialzò. Prese il sentiero e scese verso la grotta.
Alessio e l’uomo in nero rotolavano a terra avvinghiati in una lotta primitiva.
“Dov’è? Dove l’hai nascosta?”
L’assassino si rialzò senza mollare la presa. Alessio non riuscì a divincolarsi dalla stretta: morse il polso della mano che gli stringeva la gola. L’assassino ringhiò come una belva ferita.
Youssef scendeva lungo il sentiero. Aveva il sole negli occhi, la parete scoscesa a sinistra e il precipizio a destra. Chiamò Alessio. L’uomo in nero lasciò la presa e fece un salto indietro. Alessio portò avanti la mano con il coltello. L’assassino gli afferrò il braccio, lo torse e lo spinse in basso con un gesto secco. Il coltello si conficcò nell’addome. Alessio scivolò a terra con gli occhi sbarrati.
Dal sentiero la voce del monaco tornò a chiamare. L’assassino si volse e andò ad appostarsi all’entrata della grotta. Quando sentì il rumore dei passi balzò fuori. Abbagliato dalla luce, Youssef vide solo un rapido movimento e ricevette un urto in pieno petto. Perse l’equilibrio, cadde rotolando, rimbalzò sulle rocce fino a schiantarsi contro uno spuntone. Giacque come un martire lapidato, semisepolto da sassi e terriccio.
Alberico frugò dappertutto senza trovare il vaso d’avorio. Gettò un’occhiata ad Alessio, immobile, rannicchiato con le dita strette sul manico del coltello. Gli voltò le spalle e se ne andò. Quando raggiunse l’auto ai piedi del colle, il sole non aveva più forma e colore: era solo una luce bianca accecante che impediva di guardare in alto.
***
Il the profumava di menta. Zweifel sollevò la tazzina, inspirò l’aroma e lanciò uno sguardo in tralice a Koftis che si aggiustava una falda della ghellabeia.
“Mi hai ingannato” constatò in tono neutro.
“Non avevi chiesto un’esclusiva” fece notare l’arabo.
Un sorso. Un’occhiata. Un altro sorso.
“Dov’è Paleologo, adesso?”
“Le informazioni hanno un prezzo.”
“Ormai Alberico ha sei ore di vantaggio.”
Uno sguardo privo di espressione.
“Le notizie sono sempre utili.”
Un sospiro.
“Se questa è la volontà di Dio.”
“E benedetto sia il suo nome.”
***
Alessio riaprì gli occhi con un lamento. La luce aveva invaso la caverna: doveva essere mezzogiorno. Il dolore si era esteso a tutto il ventre.
Strinse i pugni. Mosse le braccia. Aveva sentito una fitta lancinante quando il coltello si era conficcato nella carne e poi ancora quando l’aveva estratto dalla ferita. Tutte e due le volte aveva perso i sensi ed era rimasto lì, sulla nuda terra, con gli occhi chiusi e il respiro dimezzato. Ma non era morto.
Non era ancora detta l’ultima parola. Youssef lo avrebbe aiutato a raggiungere il monastero, i monaci l’avrebbero curato. Tutto era ancora possibile: farsi ricevere da Arsenios, mettere in moto l’effetto-domino, cingere la corona in Santa Sofia.
Provò a girarsi sul fianco sinistro: una fitta lo fece urlare di dolore. Tornò in posizione supina e riprese fiato. Provò a girarsi sul fianco destro. Il dolore andava e veniva, ma era più sopportabile: era come avere appesa sulla pancia una borsa piena d’acqua che dondolava. Una di quelle borse con un becco di gomma dura intorno al tappo a vite metallico. Chissà come stava su. Impacciava. E quando il becco sbatteva contro l’addome il dolore diventava una fitta.
Alessio non se la sentì di alzarsi in piedi. Raggiunse l’entrata della grotta camminando a quattro zampe. Quando si affacciò sul bordo del sentiero il calore del sole lo colpì come uno schiaffo. Avrebbe voluto chiamare Youssef, ma si affacciò allo sporto e guardò giù nel dirupo: Youssef era là, e tra poco sarebbero arrivati gli avvoltoi.
Ci volle un secolo per raggiungere la Land Rover camminando sulle mani e sui ginocchi. Scivolò parecchie volte, rischiando di precipitare. L’aria era soffocante. La roccia scottava. Trascinarsi carponi sul sentiero era come muoversi dentro a un forno. Dovette fermarsi spesso a riprendere fiato, a leccare le abrasioni, a ricuperare le forze. Raggiunse la Land Rover strisciando come un serpente.
La maniglia era sospesa per aria, lontanissima. La raggiunse al terzo tentativo. Aprì lo sportello e con le ultime forze si issò a bordo. Sotto un sole che picchiava colpi di maglio, rimase seduto, boccheggiante. Aspettò che la testa smettesse di girare. Avviò il motore. Pensò che avrebbe affrontato meglio gli scossoni del viaggio serrando il ventre in una fasciatura. Frugò qua e là senza trovare niente di adatto. Strinse la cintura dei pantaloni.
Distendere le gambe per premere i pedali fu una tortura. Quando la Land Rover si avviò sobbalzando sulla pista Alessio urlò di dolore. Rallentò, con il fiato mozzo e un ritorno di vertigine. La borsa d’acqua premeva sull’inguine e minacciava di esplodere al minimo urto. A ogni buca una fitta, a ogni fitta un urlo. Alessio prese a contare gli urli. Fra venti e trenta perse il conto. Ricominciò daccapo.
Ormai le sue grida erano rantoli. C’era qualcosa di meccanico anche nel dolore. Sobbalzo, fitta, urlo. Sobbalzo, fitta, urlo. Concentrarsi era sempre più difficile. I pensieri sfilavano a scatti e si sovrapponevano: Mantova, Sant’Andrea, Santa Sofia, il Bosforo, i turchi, Costantino Paleologo, il cadavere dell’imperatore ritrovato sotto un mucchio di altri cadaveri, spogliato e sfigurato, riconosciuto solo dagli stivali di porpora con l’emblema dell’aquila imperiale.
Le palpebre pesavano tonnellate, il respiro era sempre più faticoso, la pista si avvitava come un ottovolante. L’ultima curva avrebbe svelato dietro una duna le mura del monastero, ma Alessio non le vide. L’emorragia aveva dirottato troppo sangue nel sacco del peritoneo, il cervello non era più vigile, le braccia non avevano più forza. La Land Rover ignorò la curva, proseguì senza rallentare oltre il ciglio della pista, sprofondò lungo un crinale, urtò il fondo, si rovesciò su un fianco e rimase lì come una nave tirata in secco.
Con la fronte fracassata contro il piantone dello sterzo Alessio Paleologo non poteva più cingere una corona. L’imperatore romano d’oriente era morto.
***
La sigla del “Tagesschau” si diffuse nell’etere sprizzando autorevolezza. Un anziano e occhialuto giornalista, in tutto simile a un professore di matematica, apparve sul video. Con rigida sobrietà e non eccelsa precisione, scandì:
“Le indiscrezioni sul coinvolgimento di un importante personaggio in un caso di omicidio a sfondo sessuale a Milano, Italia, sembrano confermate. Stando a quanto riferisce un lancio d’agenzia, il presunto omicida sarebbe uno dei massimi responsabili della Revolution. L’ufficio stampa della società non rilascia conferme o smentite. Si attende da un momento all’altro una dichiarazione ufficiale da parte della Procura di Milano.”
***
Nikeforos attese la seconda scampanellata. Il monastero, come ripeteva padre Costadinos, era un luogo di culto, non di turismo. In linea di principio, i visitatori andavano scoraggiati. Se proprio insistevano, andavano studiati. Il visitatore ideale era devoto e generoso: lo si guidava alla cappella, si pregava con lui, gli si offriva una tazza di the e lo si persuadeva a donare un obolo.
Nikeforos aprì la porta. Un europeo con la testa incorniciata da una nuvola di capelli bianchi aveva ancora la mano sul cordone del campanello. Parlava qualche parola di arabo e un po’ di inglese, quello che conosceva anche Nikeforos: l’inglese degli stranieri. Aveva un modo di fare che ricordava quello di padre Panayotis (che faceva penitenza un giorno sì e uno no, perché un giorno peccava e il giorno dopo purgava, sicché, per volare in Paradiso, bisognava che il Signore Iddio gli mandasse l’angelo della morte nel sonno successivo a un giorno di purga, prima che l’alba lo ridestasse pronto a peccare di nuovo).
Lo straniero era educato e gentile. Aveva ammirato le mura del monastero, il chiostro, i giardini, gli orti. Nella cappella si era interessato agli arredi sacri, alle icone, ai tappeti. Aveva quasi buttato lì un’offerta per una porta di tabernacolo armena del settecento: un olio su tavola raffigurante i funerali della Vergine. Aveva chiesto di vedere i calici da messa e aveva domandato se nel monastero c’erano calici d’avorio. No, Nikeforos non ne aveva mai visti. Forse qualcun altro aveva avanzato di recente una richiesta simile? Uno che si chiamava Alessio Paleologo? Nikeforos si era stretto nelle spalle: non lo sapeva. I novizi svolgevano a turno le funzioni di portinaio e cambiavano tutti i giorni.
Uscendo dalla cappella, lo straniero aveva alzato gli occhi alle mura e aveva espresso il desiderio di dare un’occhiata al panorama del deserto.
“Il deserto è luogo di tentazioni. Lì il Demonio tentò Nostro Signore.”
“Solo un minuto. Non guardarlo sarebbe come tornare in Europa senza aver visto le piramidi.”
Lo straniero si era incamminato su per gli scalini di pietra e Nikeforos era andato a preparare il the. Chissà cosa sperava di vedere quel nordico dai capelli chiari. Era forse uno spettacolo, la desolazione? Eppure doveva averla contemplata a lungo: Nikeforos aveva razzolato nei cassetti cercando due tazze spaiate ma non dozzinali, che dessero una impressione di dignitosa povertà. Aveva messo l’acqua sul fuoco, aveva versato l’acqua bollente nella teiera insieme al the macinato. Aveva teso l’orecchio e aveva creduto di sentire lo scalpiccio dei suoi passi. Ma lo straniero non era apparso sulla soglia. Solo allora Nikeforos era uscito a cercarlo. Le mura, le scale, il cortile erano vuoti. Poi aveva sentito un rumore secco: la porta del monastero era aperta e il vento la faceva sbattere.
Nikeforos si era affacciato sulla soglia e aveva scorto una nuvola di polvere sulla pista che si inoltrava nel deserto. Aveva fatto tre volte il segno della croce e aveva richiuso con il chiavistello: ecco la punizione di un’audacia sacrilega. Al Demonio erano bastati quei pochi minuti di contemplazione del deserto per rapire l’anima di quel povero sprovveduto!
Nikeforos corse a perdifiato verso il chiostro. Incontrò padre Panayotis (che era in un giorno di purga) e gli raccontò l’avvenimento. Nel frattempo arrivarono Aristides e Stavros, e il fatto venne nuovamente raccontato e commentato. E intanto sopraggiunsero padre Ferapont e padre Vesarion, insieme a Zakaria, Boutros e Ibrahim che continuavano a far domande; e uscì dal refettorio anche padre Krisostomos; e dall’orto, con il saio rialzato al ginocchio, vennero padre Priamos e padre Anastasios, e dal chiostro orientale arrivò correndo padre Vasilios. Infine, richiamato dal brusìo, comparve padre Costadinos, il priore.
In quel preciso istante il campanello prese a suonare a distesa, e non smetteva più. Stavros gridò al miracolo. Padre Vesarion e padre Anastasios sembravano propensi a crederlo anche loro, ma padre Ferapont, padre Vasilios e padre Panayotis sostennero che il Demonio suonava la campanella per dileggio, per gioire di un’altra anima trascinata nel fuoco eterno.
E come al passaggio di un angelo del Signore, tutti tacquero. Padre Costadinos, con la mano destra chiusa a pigna, tracciò il segno della croce sulla fronte e sulle spalle di Nikeforos. Lo fissò negli occhi e con voce ferma disse: “Va’. Dio ti proteggerà.”
Con il volto perlaceo come il panno che Veronica offerse al Nazareno, Nikeforos andò alla porta convinto di dover combattere con Asmodeo, Achitofel e Astaroth, o magari con Satanasso in persona. E gli parve una visione demoniaca quella di Zweifel che, gorgogliando in una lingua barbarica, trascinava giù dal sedile posteriore dell’auto il corpo di un uomo con la testa fracassata e il ventre pieno di sangue. Ma non c’era più niente da fare: era chiaro che, con o senza l’intervento del principe delle tenebre, il poveretto era definitivamente trapassato. Dall’alto delle mura l’antiquario aveva scorto un ammasso verde-azzurrognolo, aveva intuito che si trattava della carcassa di un’auto e si era precipitato sul posto.
Affidate alle cure pietose di padre Priamos, le spoglie mortali di Alessio Paleologo furono vegliate da Nikeforos, Stavros e Aristides, e ricevettero gli estremi conforti da padre Costadinos. Zweifel si incaricò di organizzare il rimpatrio della salma. Glielo doveva. Nella tasca interna della giacca custodiva un documento che aveva prelevato dal portafogli del morto: una polizza di pegno del Monte di Pietà di Milano.

Silly Sally

Nel suo studio, seduto alla scrivania con la finestra alle spalle, Giorgio cercava di interessarsi alle pratiche, si sforzava di studiare appunti e comparse, ma ogni volta che arrivava a una conclusione si accorgeva di aver dimenticato le premesse. Tornava indietro, le rileggeva, ed era come se le vedesse per la prima volta. Cos’era successo al suo cervello? E che fine avevano fatto Alberico e Mittelmessig? Forse si erano sciolti nell’atmosfera opprimente della notte, nell’incubo di un viaggio su un treno blindato.
Sentì un bisogno fisico di varietà, di vivacità. Perché nessuno gli aveva mai spiegato che la depressione è paura, panico, terrore che impastoia la mente? Avrebbe voluto affacciarsi, magari sporgersi a guardare il traffico nella via sottostante, ma tutto il corpo gli gridava: “Via dalla finestra!”, e lui strisciò lungo la parete, si appoggiò al muro e guardò di sbieco la strada grigia di asfalto, le grigie vetrine davanti alle quali gente vestita di grigio passava senza fermarsi. Il vuoto lo attirava come una calamita, ma dentro al vuoto c’era l’orrore della caduta, l’urto, l’impatto con l’asfalto, il cordolo del marciapiede che spezzava la spina dorsale.
Vattene via di lì! Voltati verso il centro della stanza e tieni chiusi gli occhi. Dimentica la strada, dimentica la finestra. Pensa ad altro.
Giorgio arrancò verso il centro della stanza. Con uno sforzo assurdo raggiunse la scrivania e si costrinse a sperare che accadesse qualcosa per cui continuare a vivere. Qualunque cosa, anche una menzogna, pur di dimenticare la paura.
***
Da due giorni il momento più penoso era il risveglio, il dormiveglia in cui i sogni sbiadivano, i colori stingevano nel bianco e nero, il cervello si avvitava in una spirale perversa. Magari un fulmine fosse sceso dal cielo e lo avesse inchiodato lì, sul letto. Un colpo secco e non se ne parla più. Ma il fulmine non scendeva mai, il sonno non tornava e l’orologio diceva che erano soltanto le cinque.
Giorgio si sforzava di rivivere momenti di felicità, di esuberanza, di allegria. Ma qualunque ricordo gli provocava un senso di perdita. Alba l’aveva abbagliato ed era sparita. Iside l’aveva preso al laccio con il fascino dell’arcano. Fedra gli aveva lasciato intuire una passione e l’aveva scaricato in un centro sociale. Odile e Odette? Meglio non pensarci.
La felicità era una pia speranza, un’illusione, una menzogna. Non restava che farla finita. Ma come? Gettarsi da una torre. Veleno. Una pallottola nella tempia. Aprirsi le vene. Dio mio, che tormento! Le mattine di Giorgio erano angosciate da pensieri che si attorcigliavano come serpenti, sempre uguali, sempre spaventosi. Poi, finalmente, l’orologio segnava le sette, cominciava la routine di ogni giorno, e la pena del risveglio scivolava in una piatta melanconia.
***
Nicchia entrò nell’ufficio senza bussare, chiuse la porta e venne avanti. Aveva un foglio in mano e una espressione compunta sul viso.
“Questa è la sentenza.”
Giorgio sollevò uno sguardo neutro.
“Da oggi io e Alberico siamo legalmente separati.”
Le ultime scuse, le ultime stabili provvisorietà, erano finite. La vita reclamava coraggio e scelte responsabili, proprio quando lui avrebbe voluto ritirarsi in un guscio e non uscire più.
“Abbiamo ottenuto ciò che volevamo. Il contratto è scaduto e ognuno va per la sua strada.”
Nicchia lo guardava in viso e aveva il tono di chi si stupisce della meraviglia altrui. Giorgio non riusciva a pensare.
“Lo studio non ha più bisogno della Revolution. Abbiamo altri clienti.”
Giorgio fissò la mano sinistra di Nicchia abbandonata sul fianco: la fede non c’era più, sostituita da un anello grande, con una pietra un po’ volgare.
“La procedura per il divorzio è lunga, ma ho fatto in modo che la causa vada al giudice Drago. È un’amica e mi ha promesso una corsia preferenziale.”
Giorgio la conosceva di vista e non aveva mai potuto soffrirla. Nicchia lo sapeva e passò oltre.
“Tutto cambierà: non siamo più costretti a tenerci dentro pensieri, parole e opere. Possiamo far progetti. Le ferie vengono a proposito: tre settimane per pensarci su.”
Si alzò sorridendo. Aprì la porta e si volse stringendo la destra a pugno: un gesto di esultanza, rivincita, vendetta, e chissà che altro.
Giorgio rimase a guardare la porta che si chiudeva. Fissò le nervature del legno, gli stipiti, i punti di battuta, i cardini e tutti i particolari più insignificanti. Li vedeva. Li vedeva tutti, e gli pareva di scorgere sei miliardi di uomini che non potevano far nulla per lui e per i quali lui poteva fare anche meno.
***
“Parto. Vado a Los Angeles, affitto un’auto e risalgo la costa fino a Vancouver.”
Nicchia era di nuovo nel suo ufficio. Chiuse la porta e per un attimo rimase lì con la schiena appoggiata. Sembrava piccola e vulnerabile; poi venne avanti come se prendesse una rincorsa e la sua voce prese un tono aggressivo.
“Mi prometti di pensare a noi in questi giorni? Ho come l’impressione che ti sia successo qualcosa e che tu non sappia di che cosa si tratta.”
Lui rimase in silenzio. Lei scosse la testa.
“Forse le cose non sono andate come volevi tu, Giorgio, ma certo non ti sei dato molta pena per cambiarle. Quando non sei in viaggio stai chiuso in casa a leggere libri. Il massimo della tua vita sociale è una partita a carte o un concerto.”
Si interruppe come se aspettasse un’obiezione. Ma Giorgio non diede segno di voler rispondere, e lei riprese in tono manageriale.
“Sapessi l’invidia che mi fai! Tu non devi dimostrare niente a nessuno. Magari potessi farlo anch’io! Per farsi strada una donna deve comportarsi come un maschio. Solo che non può smettere di essere femmina.”
Fece qualche passo nervoso verso la finestra e si voltò.
“Ci penserai, Giorgio? Me lo prometti? Sono una professionista affermata, sono ricevuta nei migliori salotti. Mi vogliono anche in TV. È quello che si chiama successo. Ma non mi basta. Le mie amiche hanno una famiglia, e passioni che durano più di una estate. Capisci? Voglio dei figli finché ne posso avere. Voglio un marito che mi dia sicurezza. Prenda pure i suoi svaghi ma senza ferirmi, e chiuda gli occhi sui miei senza trascurarmi. Promettimi che ci penserai.”
La segretaria si affacciò.
“Che c’è? Il taxi? Che aspetti! Senti, Giorgio, ormai ti ho detto tutto. Ci penserai, vero? Una volta al giorno? Tutti i giorni?”
Scoppiò a ridere, senza spontaneità. Uscì dall’ufficio e ancora rideva. Restando seduto Giorgio spinse la poltrona fino alla finestra: con le spalle all’altezza del davanzale l’attrazione del vuoto non era pericolosa.
Il tassista stava caricando due valigie. Nicchia lo sorvegliava passeggiando avanti e indietro, tormentando la sigaretta che teneva fra le dita. Aveva le labbra tirate in una smorfia. Non sembrava in partenza per le ferie: aveva il volto teso di chi va a discutere con il procuratore generale.
***
Sabato 7 agosto 1999
Giorgio uscì di casa come un automa, senza pensare che era sabato e il primo giorno di ferie. Trovò l’ufficio deserto. Passò la mattina vuotando cassetti e stracciando cartacce. Quando i cestini furono pieni era passato mezzogiorno. Scese in strada e vagò per venti minuti sotto il sole cercando un bar aperto. Non ne trovò. Non aveva fame ma, da quando la depressione gli era scoppiata in testa, abitudini come il panino di mezzogiorno erano diventate importantissime: appiccicavano una parvenza di razionalità sul passare delle ore.
La città era deserta. Tutti i bar avevano le saracinesche abbassate. Giorgio rientrò in ufficio con il colletto e le ascelle fradicie. Ormai l’idea di mangiare gli dava la nausea. Passò un’ora a riaversi, bevendo acqua e fumando le ultime sigarette. Meditò sul futuro senza concludere gran che. Gli eventi l’avevano sopravanzato: Alchemie e Revolution avevano altri guai e forse avevano smesso di pensare a lui.
I giornali del mattino titolavano a nove colonne. Il sostituto procuratore Ceppi aveva incriminato Alberico per omicidio volontario. Il pericoloso criminale era latitante e ricercato in tutto il territorio nazionale (ma i giornali sapevano che era volato in Egitto). Poteva contare sulla protezione della Revolution? si domandavano gli opinionisti. E rispondevano che, probabilmente, la multinazionale avrebbe avuto interesse a scaricarlo ma, altrettanto probabilmente, Alberico sapeva troppe cose e la stava ricattando.
Oltre alle dietrologie dei giornali Giorgio ne aveva una sua personale: era soltanto una coincidenza se Nicchia era partita per l’America il giorno prima che scoppiasse la bomba?
Si accorse di essere stufo. Di tutto. Del caldo, dell’umidità, dei bar e dei tabaccai chiusi, dei giornali, di Los Angeles e di Milano. Tutto il mondo era in ferie: perché non ci andava anche lui? Decise di tornare a casa, buttare qualcosa in valigia e partire in macchina, all’avventura. Sarebbe andato a Vienna per qualche giorno e poi avrebbe proseguito fino in Ungheria.
Ma sì, era un’idea. Lingua incomprensibile, vini rossi leggeri, paprika nelle salse e violinisti zingari un po’ dappertutto, nelle trattorie di campagna e nei ristoranti di lusso. Il Danubio come una immensa cloaca avrebbe portato via ogni cosa e sarebbe sfociato in un lontanissimo mare dell’oblio dopo aver triturato tutto, dopo averlo rimescolato cinquantamila volte, dopo averne cancellato la memoria, dopo aver fatto in modo che lo stesso Danubio non si chiamasse più così.
***
“Lo studio è chiuso. Riapriamo a fine mese.”
La ragazza che aveva appena tolto il dito dal campanello sembrava la réclame della follia. Aveva i capelli tinti in blu elettrico, irti come i pungiglioni di un istrice. Portava due orecchini asimmetrici, un piercing con brillantino alla narice destra e uno liscio sulla lingua. Indossava un bolero di seta color oro e ceralacca, pantaloni a pinocchietto stampati a macchie multicolori, sandali fatti di strisce intricatissime che si attorcigliavano su per i polpacci e sparivano dentro i pantaloni. Unghie blu. Trucco pesante. Parlava con il tono di chi si impegna a far perdere la pazienza a chiunque ed è sicuro di riuscirci. Ma aveva gli occhi di Alba (e di Iside, di Fedra, di Odile e Odette).
“Mi scusi” disse Giorgio “lei è…?”
Una smorfia di finta delusione.
“Ma come, non mi riconosce? Non segue Telecantoinmusica? Non ha mai visto la mia foto sulle riviste? Sono Silly Sally!”
“Piacere di conoscerla.”
Si strinsero la mano e lei rise come rideva Alba sul lungolago di Costanza. Veramente, chiarì, era venuta per la moglie di quell’Alberico che era stato inquisito. Sarebbe stata una buona idea intervistarla, sentire il punto di vista femminile (come se ne esistessero solo tre, rise ancora: quello femminile, quello maschile e quello giusto). Non fece una piega quando Giorgio le spiegò che Nicchia era in ferie e si trovava in un punto imprecisato della costa pacifica.
“Anche questo” commentò “è un punto di vista femminile.”
Ma lui non conosceva il marito della sua socia? I telespettatori potevano accontentarsi del punto di vista maschile. Aveva impegni? No, vero? Altrimenti non l’avrebbe trovato sulla porta dell’ufficio. Insomma: è sabato pomeriggio, fa un caldo boia, perché non viene in studio? Registriamo il Silly Sally Show.
E poi?
E poi si vedrà.
Perché no? Non aveva contratti da stipulare, commissari o teppisti da cui fuggire, Nicchia a cui rispondere. Aveva solo la certezza che progettare un’azione qualsiasi era velleitario come ribellarsi contro lo strapotere del caos.
Anche Silly Sally guidava un’utilitaria nera (sempre la stessa?), anche lei infilava percorsi labirintici. Nei finestrini scorreva una Milano appesantita dalla calura, svuotata come una città morta. C’era qualcosa di malato nell’aria, nelle strade, nei muri, come se una pestilenza avesse fatto scomparire gli abitanti, come se da ogni cantonata stesse per spuntare il carro dei monatti. L’asfalto si rigava. Lastricati e selciati scottavano. Poche automobili con il climatizzatore al massimo sfrecciavano bruciando i semafori. Fino al tramonto per le strade sarebbero rimasti solo turisti giapponesi sull’orlo dell’insolazione. Milano in graticola, ai ferri, al girarrosto. Tanto da non essere più Milano. Piuttosto Malebolge.
***
Nello studio di Telecantoinmusica, sulle poltroncine disposte davanti alle macchine da presa si accomodarono una signora dal piglio mascolino, un tizio insignificante e una donna che a Giorgio parve di aver già visto.
Silly Sally presentò la dottoressa Rola Savona, segretaria del circolo Suvalov; l’onorevole Golem Pietrafranca, futurologo e parlamentare; la professoressa Evil Live, libera docente di filosofia del diritto. Il format, ricordò Silly Sally, non prevedeva un dibattito: i tre esperti avrebbero introdotto gli argomenti sui quali la società Algoritmos avrebbe condotto un sondaggio. I risultati sarebbero stati commentati nella trasmissione del venerdì sera.
Subito dopo la presentazione vennero osservati cinque minuti di silenzio durante i quali la regia controllò l’aggancio degli spot pubblicitari e di una clip dei Mad in Italy. Quando i riflettori tornarono a sparare sugli ospiti, Rola Savona sorrise alla telecamera, mosse nervosamente le gambe accavallate ed esordì con una domanda.
“Avete mai pensato a vivere più di un secolo?”
Agli albori del Novecento, argomentò, la durata media della vita umana era inferiore ai cinquant’anni. Oggi ha raggiunto e superato gli ottanta. Eppure, finse di stupirsi, cento anni fa i cibi non erano geneticamente modificati, il DNA di animali e vegetali era intatto, Cernobyl non era che uno sperduto villaggio della steppa. La vita, insomma, era più salubre. Eppure la gente moriva giovane. Come si spiega questo apparente paradosso? Con la sconfitta dell’alcolismo!
“E allora torno a domandarvi: davvero si può vivere più di cento anni? Certo che si può! Anzi: si deve! Basterà debellare la dipendenza dalla nicotina. Basterà distruggere le coltivazioni di tabacco, bruciare le sementi, smantellare le fabbriche di sigarette.”
Rapida occhiata al monitor. Accentuazione del sorriso.
“Quali sono le obiezioni dei fumatori? Che senza Bacco, Tabacco e Venere la vita non meriterebbe di essere vissuta! Stupidaggini. Assurdità. Ma non possiamo limitarci a compatirle. Chi sragiona così è un assassino suicida, un vero e proprio terrorista che vuole uccidersi e ucciderci, e va messo in condizione di non nuocere. Ritiriamogli la licenza di uccidere! Disintossichiamolo. Costringiamolo a essere sano. E se rifiuta, se ricasca nel vizio, usiamo ogni mezzo di repressione. Ogni mezzo, ripeto, compresa l’eliminazione fisica! Contro chi non vuol capire la ragione abbiamo il diritto-dovere di difenderci.”
***
Nei cinque minuti successivi la regia inserì un’altra dose di pubblicità. Giorgio uscì in corridoio e accese una sigaretta dedicandola mentalmente alla dottoressa Savona. Il mondo era impazzito oppure il matto era lui?
Quando rientrò in studio Silly Sally gli indirizzò un sorriso di difficile interpretazione.
“Non c’è motivo di lasciarsi condizionare da leggende e tabù” stava dichiarando Golem Pietrafranca con gelida sicurezza. “Il progresso dà spazio a nuove istanze morali e la politica deve farsene carico. Se una vita sana può arrivare a cento anni, dobbiamo fare in modo che tutti ci arrivino. È troppo comodo morire giovani! Ognuno deve avere il tempo per pentirsi dei propri errori. E dunque perché farci scrupolo di clonare il nostro corpo? Perché non tenere a disposizione un cuore, un fegato e altri organi per possibili trapianti? L’organismo clonato siamo sempre noi! Dove sta scritto che l’individualità debba restare confinata in un solo corpo? Possiamo benissimo estenderla a due o anche tre.”
Giorgio avvertì un principio di nausea. Aggirò il pubblico e le telecamere, aprì una porta, seguì un corridoio, sbucò in un terrazzo e respirò a pieni polmoni.
O il mondo si è messo a camminare sulle mani o io sono impazzito. Maledetto Candido! Avresti dovuto ricoverarmi. Perché non l’hai fatto? Mi resta poco da vivere? E cosa posso fare nel frattempo? Forse posso scegliere dove morire.
Ma prima di chiudere gli occhi per sempre mi piacerebbe capire se il mondo è proprio deragliato. E un modo c’è: io conosco un altro mondo. È deragliato anche quello?
***
“… e le conseguenze sono ovvie: vent’anni di reclusione non sono più gli stessi se la speranza di vita raddoppia. Ma raddoppiare le pene avrebbe poco senso. Andiamo alla radice del problema.”
Evil Live aveva una fronte interminabile e occhi gelidi come un mattino di febbraio.
“La società isola i delinquenti per legittima difesa: mette sotto chiave chi ha commesso dei reati per impedirgli di commetterne altri e spera che la punizione lo convinca a ravvedersi. Ma i malviventi abituali non si pentono. Semmai si rammaricano di essere stati meno violenti della polizia. E allora guardiamo in faccia la realtà: non esistono reati minori. Esiste un unico reato di “asocialità” che dà luogo a furti, rapine, omicidi. Dunque, che senso ha graduare le pene? Abroghiamo il codice penale e sostituiamolo con una legge di due soli articoli: il primo conterrà la definizione di asocialità; nel secondo verrà stabilita come unica pena la morte!”
Savona e Pietrafranca ascoltavano intenti. Silly Sally controllò la scaletta.
“Considerate i vantaggi della proposta” proseguì la professoressa. “La collettività agisce (o meglio: reagisce) per legittima difesa. La pena di morte fa sì che il reo cessi di costituire un problema. Il senso di colpa viene ripartito fra tutti i contraenti del patto sociale, che vengono indotti a riflettere sulla natura del diritto, sugli scopi della convivenza civile, sulle loro responsabilità nell’edificazione di una società perfetta. Il che li rende migliori.”
Giorgio colse un’occhiata di Silly Sally e accennò che l’avrebbe attesa fuori.
***
“Non ce la fai a reggere l’idiozia, vero?”
Silly Sally ingoiava cucchiaiate di gelato e lo guardava come se lo compatisse. Quantomeno Giorgio, seduto insieme a lei a un tavolino della gelateria di fronte agli studi di Telecantoinmusica, si sentiva compatito. Il clic nel cervello fu così fioco da passare quasi inavvertito.
In fin dei conti, perché la verità dovrebbe avere a che fare con il buon senso, il buon gusto, la cultura? Il mondo contemporaneo impone di nuotare in un oceano di stupidità. Bisogna adeguarsi, imparare il nuovo metodo, sparare scempiaggini a trecentosessanta gradi, selezionare quelle che ottengono audience e prenderle come una verità rivelata.
“Non sarà che ti aspetti troppo dalla vita?”
E chi lo sa? Volevo un po’ di successo, volevo la tranquillità economica. E li ho ottenuti. Ma quelle erano precondizioni. Erano il minimo necessario per cominciare a far sul serio.
“Perché, cosa volevi fare?”
Non lo so più. Tiro avanti, ecco tutto, e mi sembra di camminare per la strada quando comincia a piovere, e una goccia ti centra il cranio e un’altra ti sfiora il naso. C’è una regola nella pioggia? No, nessuna regola, salvo il fatto che piove sempre di traverso, così è garantito che ti bagni. Più ci penso e più mi sembra tutto un manicomio. Insomma: mi piacerebbe capirci qualcosa.
“Buona idea. Da dove pensi di cominciare?”
Non lo so! Come te lo devo dire? Non lo so! Sto fissando questi platani pieni di foglie che gridano “Estate!” e penso a come sono d’inverno, neri di smog, con i rami tesi come un urlo, come braccia piegate nello sforzo di sostenere il peso del cielo. E non posso farci niente, lo so: non c’è rimedio. Ma vorrei capire perché.
“Uff! Come sei ripetitivo, avvocato! E pure piagnone. Ti piace soffrire?”
No, no. Ma se penso a Nicchia mi viene il dubbio che un giorno siamo entrati in un cinema multisala e siamo rimasti separati nel buio dei corridoi: adesso guardiamo due film diversi e crediamo che sia lo stesso. E se fosse così anche per il resto della mia vita? Gli obbiettivi per i quali ero pronto a rischiare la pelle mi sembrano soltanto prese in giro. Se mi guardo indietro ho l’impressione di aver fatto solo cose inutili. Tanto valeva tirarmi un colpo in testa vent’anni fa. Potrei farlo anche adesso, a maggior ragione. Altrimenti dovrei inventarmi un motivo per aspettare ancora un giorno, un anno, o anche più. Ma ci vorrebbe un motivo serio, importante: per esempio, vedere chi vincerà il campionato di calcio.
Silly Sally ingoiò un’altra cucchiaiata di gelato e socchiuse gli occhi.
“Sei proprio scemo, avvocato. Ma ti rimane ancora una speranza.”
Di capire?
“No. Non proprio. Qualcosa del genere.”
***
Giorgio ha cambiato atteggiamento verso il mondo. Ma il mondo non è molto interessato a lui.
Donna Teofila Paleologo, pur prostrata dal dolore, non rinuncia a sottolineare il suo rango di fronte agli altri rami della famiglia e non mostra segni di debolezza mentre l’archimandrita Eleftheros celebra fra ori e incensi il funerale di Alessio.
Sotto il sole cocente, Nikeforos, Stavros e Aristides raggiungono le falde del Ghebel el Boèb e ricuperano i resti del santo monaco Youssef. Sudando come cammelli rientrano al monastero, dove padre Costadinos li rimprovera per aver perso tempo e li spedisce a preparare la cappella per le esequie.
Il commissario Abbatangelo cerca di mettersi in contatto con Alberico ma il telefono squilla senza risposta. Lovino è stato promosso e trasferito alla stazione di polizia di Pevera. Cabiddu, Colantuono e il vicebrigadiere originario di Goito (MN) commentano che Abbatangelo è stato incastrato e Lovino è stato più punito che premiato, e gli sta bene, così impara a fare la spia.
Günther e l’infido braccio destro di Alberico bevono champagne al tavolo di un night club insieme a due entraîneuses ucraine dalle chiome platinate e dalle cosce chilometriche. La signora Senta Mittelmessig, in vacanza a Flensburg a due passi dal confine con la Danimarca, sogna di rivedere un certo Siegfried (o Siegmund o Sigurd; già, come si chiamava?), alto e squadrato, con gli occhi azzurro marino e il viso ebete sotto il ciuffo biondo (Dio, com’era bello!), roba di trent’anni fa. Intanto, a Costanza, Mittelmessig dorme effettuando quindici respirazioni al minuto, non una di più, non una di meno, con il volto intento di chi si prende sul serio anche durante il sonno.
Zweifel sbarca all’aeroporto di Zurigo. Revolution e Alchemie continueranno a darsi battaglia e ritirare l’oggetto dal monte di pietà è un maledetto rischio. Meglio ostentare normalità per un mese o due; poi, con cautela, rintracciare Giorgio.
In una suite affacciata sulla baia di San Francisco Nicchia controlla l’ora, si attacca al telefono, prenota e disdice, e fra una cosa e l’altra chiama un numero che non risponde mai. In cima a un grattacielo di Abu Dhabi Alberico legge i lanci di agenzia che lo aggiornano sulla sua situazione giudiziaria. Secondo lui, dietro a tanto sconquasso ci può essere solo Mittelmessig; e decide lo showdown.
Giorgio, accompagnato a casa da Silly Sally con l’eterna utilitaria nera, si ferma sul portone a guardare l’auto che fa lampeggiare i fanalini e scompare nel buio. Anche questa volta ha dimenticato di guardare la targa. Apre il portone e mentre aspetta la cabina dell’ascensore vede un pacchetto nella casella della posta: è il libro che Alessio Paleologo gli ha spedito prima di partire per l’Egitto. Giorgio scarta l’involto, sfoglia il libro e per la prima volta si accorge che alla fine del testo qualcuno ha vergato poche parole con la penna d’oca, tanti anni fa.
Spesso dobbiamo tacere: mancano nomi sacri.

Sofia

Martedì 10 agosto 1999
La Süddeutsche Zeitung e il foglio locale pescati dal mazzo. L’esatto numero di scellini deposti sul banco. L’occhiata stolida della donna anziana dietro il banco, che prende il suo tempo, fa i suoi calcoli e si aspetta che il cliente resti lì, non proprio sull’attenti, ma quasi, in attesa della liberatoria.
Sì. Ora te ne puoi andare: i conti tornano.
Lungo la strada passare dall’ombra al sole è come entrare in una profumeria: aromi di legno stagionato, di fiori, fieno e frasche; mentre passare dal sole all’ombra è come bere alcool puro, freddo sulle labbra e caldo in gola. Poi quindici minuti di cammino in salita, un piede davanti all’altro, sui sassi di una stradina incassata fra due muretti a secco, su fino al margine dell’abetaia, dove un balcone naturale si affaccia sul fondovalle. Di lì si vedono i tetti, il campanile, la strada asfaltata che esce dal paese, prosegue per un po’, diventa un viottolo sterrato e poi un sentiero che sale in mezzo agli alberi e scompare. Forse arriva fino in cima al crinale e scende sull’altro versante. Lassù potrebbe esserci un valico.
I turisti capitano qui per sbaglio, si fermano dove finisce la strada, tornano indietro seccati e dicono che questa è una valle senza uscita. Dal punto di vista di un cervello asfaltato non hanno torto: questo è uno dei tanti posti dove si ha la sensazione di essere in un cul-de-sac. Posti che fanno nascere il desiderio, anzi, il bisogno di avere un tetto sulla testa. Chi è costretto a fermarsi costruisce muri e tetti per difendersi dalla pioggia e dai lupi.
Il paesino si chiama Häuser: case. Case, punto e basta. Ci vuole una bella mancanza di fantasia per dare un nome simile a un paese. Oppure un realismo disumano. Farebbero meglio a ribattezzarlo Buchhalterdorf: paese dei contabili. Ma questa è una cattiveria.
Dal margine dell’abetaia guardi giù verso il paese e ti domandi come mai, invece di andare a Vienna, vieni a cacciarti in un questo vicolo cieco. E ti rispondi che, per una volta nella vita, vuoi sapere se il tuo dare e il tuo avere quadrano. Le aziende prosperano o falliscono ma, se i conti tornano, il contabile timbra il cartellino e se ne va con la coscienza libera come una rondine in volo. Perché non può farlo anche Giorgio? Certo, solo il caso potrebbe aprire uno squarcio di cielo in una prospettiva vaga come la sua. Però, se almeno i conti quadrassero! Non che voglia dire gran che, ma sarebbe una consolazione.
***
Due giorni fa. Partenza. Vuoi andare a Vienna, hai in mente il Ring, i caffè del Graben, le torte di Landtmann, la Wienerschnitzel nei ristoranti di Grinzing.
Eppure, quando l’autostrada sconfina in territorio tedesco, devi combattere contro la tentazione di tornare a Monaco, anche se l’università è chiusa, anche se Alba non compare sull’elenco del telefono, anche se non hai uno straccio di indizio. Vorresti cercarla ugualmente. Ma come? Girando per le strade a caso? Appostandoti come un cecchino in un punto strategico? Roba da mentecatti.
Dunque vado a Vienna. Sicuro. È proprio lì che voglio andare. Ma perché imbocco lo svincolo di Salisburgo? Questo è un fatto in merito al quale, adesso che me ne sto qui, seduto nell’ombra di una abetaia in una valle sperduta del Vorarlberg, sarebbe bello tirare qualche somma.
Si può trovare una camera d’albergo in pieno agosto a Salisburgo? No. Ma ci vado ugualmente. Ho un motivo per farlo, ma non so qual è. Dev’essere un motivo umbratile e misterioso, nascosto in fondo a un labirinto mentale aggrovigliato, uno di quelli che, dopo cinque anni di analisi freudiana, junghiana o lacaniana, ti guardi allo specchio e dici: vabbe’, e adesso?
***
Lui vuole andare a Vienna ma non ricorda il motivo, sempre che ce ne sia uno. Si ferma a Salisburgo e quasi rimpiange di non averlo fatto prima, in un’altra occasione. Cammina come se avesse tutto chiaro in testa, come se si affrettasse per non arrivare in ritardo a un appuntamento. Invece non sa dove andare. Sfila davanti alla cattedrale e ha un momento di esitazione: a destra o a sinistra?
Già. Vorrei proprio sapere perché giro a destra, quando ho nitide in mente le immagini della funicolare, del cimitero, delle grotte, di tutto ciò che sta a sinistra.
Niente, lui va a destra, rischiando di farsi travolgere da una mandria di turisti inebetiti. E gli cade addosso la stanchezza di chi non vuole più lottare. È una sensazione che prova sempre più spesso e le immagini che evoca sono sempre quelle: la finestra, il lago quieto e ordinato, una parete contro cui sfracellarsi. Eppure va avanti, insiste a fendere la folla, e intanto si chiede: ma perché?
È precisamente quando giro l’angolo che ascolto il suono di un quartetto d’archi. Che assurdità! Sono a Salisburgo, non ho idea di cosa fare e dove andare, e mi blocco ad ascoltare musica da camera suonata in piazza. Sono fermo sui gradini di una chiesa. La porta è aperta: vedo una navata bianca e una grande composizione barocca nell’abside. E mi dico che non ha senso cercare di capire, che ha ragione Silly Sally e posso solo sperare in “qualcosa del genere”. Ma mi rifiuto di vivere con la testa nel sacco, aspettando l’ispirazione.
Che poi, quando le ispirazioni arrivano – e non è che succeda tutti i giorni – sarebbe utile sapere cosa vengono a fare, che senso hanno, dove vorrebbero indirizzarti per i prossimi cinquanta/sessant’anni.
***
Insomma: non c’è altra spiegazione che il Fato se giro attorno alla chiesa senza entrare ad ammirare gli stucchi e invece rincorro l’armonia di due violini, una viola e un violoncello. Stanno qui dietro l’angolo. Due uomini e due donne. Il pubblico è composto da una ventina di persone disposte a ventaglio. Una donna anziana, con i capelli tinti che tirano al violetto, tiene in mano un volantino con la scritta “Quartetto Schuppanzig”.
La gente passa, guarda, e si allontana con la scusa che “ci sono tante cose da vedere”. Non hanno tutti i torti. La musica si può ascoltare in disco; una città, altro è vederla in fotografia, altro è passeggiarci. Mittelmessig sarebbe capace di pianificare un itinerario con tutto ciò che non si può gustare senza andarci di persona. I mediocri non credono al Fato.
***
“Chi sei?”
“Una musicista.”
La viola è appoggiata sul tavolo, la custodia è aperta, l’archetto è sul divano; lei ha i capelli biondi e ricci. Questo è il ricordo. La violista del quartetto ha i capelli neri tagliati a caschetto e non solleva gli occhi dallo spartito. Ma è lei.
La musica finisce. I quattro si alzano e si inchinano. Applausi. Sì, è lei.
La gente se ne va. Il violino e il violoncello ripiegano i leggii. La secondo violino e la viola ripongono gli strumenti nelle custodie.
“Ti ricordi di me? Mi hai salvato la vita e non ti ho nemmeno ringraziata. Dammi l’opportunità di scusarmi. Posso offrirti almeno un caffè?”
Lei scuote la testa e non dice niente.
“Dovete proprio andare via?”
Non risponde. Gli altri componenti del quartetto lanciano occhiate come se avessero il piede sul predellino di un treno in partenza.
“Non ci siamo neanche presentati. Io sono Giorgio. Tu come ti chiami?”
Lei tiene gli occhi a terra.
“Sofia” dice controvoglia. E se ne va.
***
Chissà come faccio a lasciare Salisburgo e trovare Häuser. Ho un vuoto di memoria. Ma è una fortuna: Häuser è un limbo, un’isola che mette al riparo dall’invadenza del mondo.
Dormo come un sasso, passo un lunedì pacioso. La Süddeutsche e la Bregenz Zeitung sono piene di notizie e curiosità sull’eclissi. La Süddeutsche cita una profezia di Nostradamus: l’an mille neuf cent nonante neuf sept mois du ciel viendra un grand roy d’effrayeur e spiega che sept mois non significa il 31 luglio 1999, ma l’11 agosto: Michel de Nostre Dame scrive prima della riforma gregoriana del calendario e le date vanno corrette di undici giorni. Invece la Bregenz si diffonde sulle orbite disassate della luna (che in tedesco è maschile) e del sole (che, invece, è femminile): soltanto in certe precise occasioni i due corpi celesti si allineano in modo che la luna copra il sole generando un cono d’ombra simile a un immenso imbuto. Con un barocco accenno all’armonia delle sfere l’articolo sottolinea che luna e sole hanno circonferenze e distanze tali da far sì che il disco della luna si sovrapponga esattamente a quello del sole, lasciando ai margini solo un’aura infuocata. Quello, si entusiasma lo scribacchino, è l’abbraccio con cui il sole femmina riceve la luna maschio e la trattiene in sé.
E bisogna proprio appartenere a un mondo antipode (dove il tempo è femmina e la morte maschio) per vedere nell’eclissi non un presagio di catastrofe ma addirittura un coito celeste.
***
I montanari sono abituati a passare da una valle a un’altra. Non cadono nell’angoscia, loro, quando si accorgono di avere imboccato un vicolo cieco. Sono così sicuri di sé da non aver bisogno di una realtà a cui appoggiarsi.
Qui, in questa Häuser fuori dal mondo, siedo con la schiena appoggiata a un tronco di abete, scaglioso quanto basta per ricordarmi che è grazie a lui se non ruzzolo a gambe all’aria; e capisco cosa significa poggiare sulla terra, sentire la concretezza delle cose. Distinguo un albero dall’altro, potrei dare un nome a ciascuno, come fanno i contadini con i campi e i bovari con le vacche. Come il padre che ti porta al fonte battesimale e dice: si chiamerà Giorgio. Imporre il nome è un modo per prendere possesso, ma anche per marcare la distanza: ciò che nomino mi appartiene, ma è al di fuori di me.
E a partire da questo la realtà si complica. Le turbolenze di una nuvola potrebbero essere il sobbollire di un enorme pentolone. I raggi del sole al tramonto potrebbero descrivere una parabola come i proiettili di un mortaio. L’intera umanità potrebbe essere un gregge intento a passare per una strettoia.
Mittelmessig mi vuole morto? Alberico è un assassino? Quei due condizionano la mia vita, è vero, ma non più di quanto mi influenzino il giorno e la notte. E cosa sarei senza condizionamenti? Non lo so. Potrei impostare un gigantesco sistema di equazioni e, anche se sapessi risolverlo, non riuscirei ugualmente a capire. Almeno, non proprio. Forse qualcosa del genere.
***
Tanto vale dichiarare sciopero. Il mondo esiste perché io lo nomino e mi ci specchio. Ma io sono stanco di possedere, battezzare, riflettermi nell’altro-da-me!
Però Alberico e Mittelmessig (e anche i montanari, le rondini, gli abeti…) continuano a farmi esistere: mi vedono, pensano a me, mi conservano nei loro ricordi. Tocca a loro dichiarare il mio sciopero.
È paradossale, lo so, ma il mondo è sempre sottosopra. Un soffio, un respiro lo tiene in bilico fra il moto e la quiete. Sempre, anche durante il sonno.

Eclissi

Mercoledì 11 agosto 1999. Ore 05.00. Häuser.
Il fascio di luce irrompe dalla finestra, taglia in due la stanza, di sbieco, e mi sveglia. Il sole ha dato inizio all’11 agosto, ma neanche lui sa cosa lo aspetta, in questo giorno in cui – esattamente come in ogni altro – tutto è possibile.
***
Ore 11.05. Costanza.
Il ponte sul Reno è lì, dove l’acqua del lago riprende a scorrere nella strozza di un enorme imbuto. La luce è una pioggia polverosa che plana sulle ville jugendstil, sui platani del viale, sui giardini, con un tono irreale che sembra un presentimento di trapasso. Il ponte è deserto. Sul lago non c’è un uccello in volo. Le corolle dei fiori sembrano chiudersi. Tutto intorno il silenzio cala come la brina in autunno.
Zweifel sbuca da una cantonata e mi rincorre saltellando con mossette ridicole. Ha i capelli legati in una coda di cavallo che sobbalza sulla nuca e lo rende ancora più comico. Arriva sul ponte con il respiro affannato e il sudore sulle tempie.
“Lei! Cosa fa a Costanza? Non sa a che rischi va incontro? Ma vabbe’, ormai è qui. Ascolti: anche se il vaso non è più in suo possesso, lei è sempre il legittimo proprietario, e io posso farglielo riavere.”
“Di che cosa parla? Di quel soprammobile d’avorio? Ce l’ha un perito.”
“No. Non più. Paleologo, poveretto… Pensi: lui parte per l’Egitto e impegna il vaso al Monte di Pietà. Io lo vengo a sapere per caso, lo seguo fino al Cairo, lo perdo, lo ritrovo cadavere in pieno deserto e ricupero la polizza di pegno. Gliela posso consegnare anche adesso. Subito, capisce? Ma a un patto: lei deve giurare di darmi la soluzione. Solo a me. E io non la rivelo a nessuno.”
“La soluzione? Quale soluzione? Che cosa sta dicendo?”
“Oh insomma! Quel giorno, nel mio negozio, neanche tre settimane fa, se lo ricorda? Perché vendo il vaso proprio a lei? Non se lo domanda? Ha presente la donna, quella che sta nell’ombra e le dà le spalle?”
“Chi, Alba?”
“Non so come si chiama. Lei non dice mai niente di se stessa. Ma sa tutto. Di Alchemie e Revolution, di me, del vaso che va letto sulle punte, come una stella. Uno solo può leggerlo, e lei lo fa entrare nel mio negozio. Capisce adesso? Io ho la coppa e lei è l’unico che può interpretarla!”
L’antiquario ha il fiato grosso e le pupille dilatate. E non è soltanto per la corsa.
“No, Zweifel, non capisco niente. Capisco che sono stupidaggini.”
La vecchia checca si contorce come un bambino angariato da un compagno grande e grosso. Fa un gesto vagamente minaccioso.
“Mi prende in giro? Guardi che non le do la polizza! La strappo, la getto via!”
“Faccia come vuole.”
“No! Non dica così. La verità è che lei ha paura!”
La città, il lago, tutto il mondo sembra morire. La luce è sempre più debole. L’aria è sempre più fredda. Mittelmessig e Alberico mi danno i brividi. Ho paura di vedermeli arrivare alle spalle. Ma che senso ha passare la vita a tremare? Meglio andare avanti, con un po’ di orgoglio e senza troppe illusioni.
“Zweifel, cosa crede che ci sia in quelle cinque immagini? Una sapienza occulta? La spiegazione di tutti i misteri? Se lo scordi: sapere è impossibile.”
L’antiquario ha la bocca aperta e gli occhi sbarrati, come chi incassa un pugno nello stomaco. Non mi guarda più. Forse non respira nemmeno.
***
Ore 11.20. Costanza.
Cammino sul ponte verso l’altra sponda e sento in bocca il sapore del rimorso. Zweifel è un po’ infido, ma in fondo, come compagno di strada, non è peggio di tanti altri. Pensandoci bene, è quasi un amico.
Allineo un passo dopo l’altro e mi dico che i dubbi servono solo a perdere tempo. Ma quale tempo? Nessuno mi aspetta. Forse Sofia non è in città. Forse è fuggita in un paese lontano dove la luce non smette mai di splendere e non ci sono eclissi, non c’è neanche la notte.
Scendo per il lungofiume. Mi volto e vedo Zweifel fermo al centro del ponte, con gli occhi fissi sui milioni di metri cubi d’acqua che vorticano nella strettoia. Pesca qualcosa dalla tasca interna della giacca: un foglio piegato in quattro. Appoggia i gomiti al parapetto e apre il foglio. È la polizza del Monte di Pietà.
Il foglio gli sfugge dalle mani e vola via, sospeso a una bava di vento. Plana nell’aria umida come una farfalla che aromi e pollini diversi attirano in troppe direzioni. Un refolo a pelo d’acqua lo risolleva e lo porta via verso la sponda opposta: lo appiccica sul parabrezza di un’auto, una piccola utilitaria nera.
***
Ore 11.40. Costanza.
Nei vicoli del centro il crepuscolo ha un color cenere, un’aura senza riflessi. I tetti e le cantonate non danno ombra. Luce fioca e silenzio. In cielo, la luna sta per oscurare il sole.
“Dammi la tua risposta, Giorgio.”
Lei esce da un portone, da dietro un angolo, da un vicolo alle tue spalle, e ha sul volto il suo solito sorriso che non vuol dire niente.
“Sono anni che ci penso, Nicchia.”
Sorride ancora. Perché capisce solo ciò che le fa piacere? Tu la guardi negli occhi.
“È come la prima volta. Ricordi? Manca la cosa più importante.”
Adesso non sorride più. Il suo sguardo diventa permaloso. È una gatta con la schiena inarcata e le gambe tese, e soffia:
“Stupidaggini! L’unica cosa che conta è il successo. Adesso l’abbiamo, lo teniamo stretto e siamo sicuri di noi stessi.”
No, non è tutto lì, e dovrebbe saperlo anche lei. Ma non hai più voglia di discutere. Non hai voglia di niente. Perché sei così stanco?
“Nicchia, quella che vuoi tu non è una vita insieme: è una società per azioni.”
“Non posso dipendere dalle tue incertezze, Giorgio. Devi prendere o lasciare.”
Non ti guarda negli occhi. Sbuffa. Crede che tu voglia contrattare.
“Non è così che funziona.”
Con una smorfia tra il seccato e l’incredulo lei gira sui tacchi e si allontana. Non riesce a capire perché ti rimangi un accordo proprio quando potresti farlo valere. Lei stipula contratti e li rispetta finché lo scambio è vantaggioso. È una donna pratica. Per questo non pronuncia mai l’unica parola che vorresti ascoltare.
Tu invece ti ostini a credere alle menzogne che racconti a te stesso. Da troppi anni inventi ostacoli per tenere vive le tue velleità di adultero putativo. Oggi gli ostacoli cadono e la verità ti guarda in faccia: ti cerchi negli occhi di Nicchia e non ti ritrovi.
***
Ore 12.00. Dovunque.
Il tempo. È tutto qui il problema: il tempo scorre, il mondo respira. E invece la sapienza dovrebbe essere una quiete così intangibile da annullare anche l’idea del movimento. Come il Reno, che giace immobile nel Bodensee.
Ma forse esiste un lago anche per il tempo. Forse c’è un modo per affacciarsi sull’orlo del respiro.
***
Ore 12.00. Chissadove.
E adesso sei solo. Cammini dentro al buio uniforme. Non c’è in giro nessuno. Non si sente una voce. In tutta la città porte e finestre sono sbarrate. La piazza è vuota. Conti le pietre del selciato come se non le avessi mai viste. Fra l’una e l’altra c’è polvere e muschio. Tutto è immobile. Spingi le porte della cattedrale. Ma sono chiuse. Il sacrestano conosce la profezia di Nostradamus, sa che oggi scende dal cielo “un gran re di spavento” e si premura di sbarrargli l’entrata.
La piazza è vuota. Il mondo è vuoto. La solitudine è un pugnale conficcato fra le costole. Tutto converge in un cunicolo buio dove non puoi più muoverti, come un animale caduto in un crepaccio e congelato fino alla ritirata dei ghiacciai. Basta appoggiare le spalle alla porta della cattedrale. Basta esitare al termine di una espirazione. È così che succede.
In cielo il grande coito celeste è al culmine. Il sole è schiacciato dalla luna e la sua aura rossa illanguidisce fino a perdersi nel buio. Comincia ad alzarsi il vento. Fa sempre più freddo. La piazza sembra più piccola, invasa dall’oscurità. Gli alberi stormiscono. Il vento fischia tra i rilievi delle facciate, fra tegole e comignoli.
Mittelmessig sbuca da un angolo e resta lì, nel suo doppiopetto di seta blu, con gli occhi catafratti dietro le lenti a specchio dei suoi occhiali firmati, con i capelli candidi che il vento solleva e lascia ricadere con la cadenza di un respiro. Tu spingi le spalle contro i battenti. Se la porta si aprisse! Sei esposto come un bersaglio. Non respiri. Non puoi gridare. Forse sei già morto.
Eppure Mittelmessig non fa caso a te. Guarda verso il lato opposto della piazza, dove appare Alberico portato dal vento. Anche lui non fa caso a te: reclama il vaso d’avorio, e la sua voce è furiosa.
Ma nella piazza c’è soltanto silenzio. Le folate di vento si succedono, alternano soffio e risucchio. Alberico urla in una lingua sconosciuta, eppure il silenzio è sempre più profondo, il vento è sempre più forte.
***
Ore …
L’utilitaria nera compare sull’angolo nord della piazza, scivolando sul selciato. Ha un foglio appiccicato sul parabrezza. Sofia apre lo sportello, scende e si guarda attorno. Ma non vede nessuno, come se la piazza fosse vuota, spazzata dal vento, occupata dal silenzio.
Alberico e Mittelmessig sono uno di fronte all’altro. Mittelmessig balbetta suoni senza senso, Alberico scaglia maledizioni. Le sue parole descrivono una traiettoria curva, diventano metalliche e piovono come colpi di mortaio su Mittelmessig che ingrigisce, rimpicciolisce, si riduce alle dimensioni di un mostro di pietra, uno di quei lucertoloni sbalzati dagli scalpellini medioevali sui contrafforti delle chiese gotiche. Le maledizioni di Alberico lo sollevano, lo fanno ondeggiare a mezz’aria, lo scagliano come un proiettile contro la facciata della cattedrale.
La risata rimbomba sotto le grondaie, i balconi, le architravi. È come un fiotto di aria umida risucchiato in un vortice freddo. Alberico ride a squarciagola, trema in tutto il corpo, sussulta, levita, si libra fino a cinque metri dal suolo, si contorce in un ghigno incontrollato. Le sue convulsioni lo disgregano in un agglomerato di pulviscolo sempre più fine, lo riducono a una nuvola di gas, una parvenza di forma umana sospesa nell’aria.
Sofia non vede, non sente nulla. Con il gesto meccanico di chi pensa ad altro, prende il foglio dal parabrezza e lo strappa, lo riduce in pezzi minuscoli. Il vento si alza di nuovo, all’improvviso. La raffica piega le cime degli alberi e fischia come una sirena. Solleva i frammenti di carta e il pulviscolo di Alberico, li mischia, li sospinge fin negli strati più alti dell’atmosfera, li fionda nel flipper dello spazio, in un immenso ottovolante di buchi neri e supernove, a imbeversi di paure che al prossimo rifiatare dell’universo torneranno a spargersi sulla terra: scroscio di alluvioni, boato di terremoti. E rimorso di essere ancora vivi.
***
Ore 12.00. Chissadove.
L’abbraccio siderale si scioglie, il vento cade, alberi e case tornano a proiettare l’ombra. La terra esce dal collo dell’imbuto. La luce di una esplosione avvenuta agli inizi del tempo mi investe e mi trascina chissà dove.
Ora lo so: la sapienza non è uno stato di beatitudine. È un infinito concatenarsi di luce e di eclissi. E se la morte non è un castigo, allora vivere non è una colpa.
***
Ore 12.01. Costanza.
Il sole torna a splendere e centinaia di voci si sovrappongono in un brusio indecifrabile. Tutto è diverso. Tutto è come prima.
Svevi, bavari e sassoni dalla pelle rosata si aggirano per le vie di Costanza in pantaloni corti, sandali e magliette sudate. Hanno espressioni irritate, atteggiamenti aggressivi. Pensano all’ufficio o al negozio, e soffrono di essere in vacanza. Girano occhi stupiti sul lago, sui giardini in fiore. Si domandano perché un’eclissi dovrebbe avere più senso della vita quotidiana. Ma non sanno rispondere. Assaggiano il frutto dell’albero della conoscenza e scoprono il sapore del rimorso. Vorrebbero tornare a una beata ignoranza: ma ormai sanno di non sapere, e hanno paura.
Fra gli odori del sauerkraut e del döner kebap, fra negozi di tappeti, chioschi di imbisse e banchetti di gelatai, fra violinisti da strada, madonnari, punk, vecchie ringhiose e ragazzini dagli occhi malvagi, la vita mischia pollini e veleni. Uomini e donne si sforzano di sorridere perché l’imprevisto non creda di coglierli impreparati. Il mondo arranca come un treno che risale una valle e ansima, e stantuffa, e sembra che si dia tanta pena per il puro piacere di spostarsi.

SECONDA PARTE

Costanza e Milano

Sul luogo del delitto due vigili urbani si sbracciavano per tenere a bada i curiosi. Erano le 12.30 dell’11 agosto 1999 e metà del sole era ancora oscurata dalla luna. Ai turisti venuti a Costanza per osservare l’eclissi la città riservava un’emozione fuori programma.
Il cadavere giaceva irrigidito in posizione scomposta. Portava un doppiopetto blu di seta cruda, camicia a righine biancocelesti, cravatta regimental, calze blu e scarpe inglesi fatte a mano. Gli occhiali dalle lenti fracassate pendevano da un orecchio. I capelli candidi erano sporchi di sangue e materia cerebrale. Il volto sfracellato nell’urto era irriconoscibile.
Con un codazzo di agenti alle calcagna l’ispettore Jäger si fece largo e organizzò le operazioni come prescritto nel manuale operativo. La salma fu coperta con un telo e circondata di transenne. Cinque autopattuglie bloccarono gli accessi alla piazza. Un centinaio di turisti e cittadini di Costanza rimasero intrappolati e dovettero rassegnarsi a declinare generalità, esibire documenti, rispondere alle stesse domande. Nel frattempo all’esterno dei blocchi una folla di curiosi stringeva d’assedio la piazza, chiedeva notizie, si lamentava.
Grazie a queste pronte ed efficaci misure, la polizia impiegò cinque ore per annotare nomi e indirizzi dei presenti creando un monumentale ingorgo in tutto il centro storico. La differenza fra intervento statale e iniziativa privata sta nel fatto che il privato va dritto allo scopo, mentre lo stato deve prima esibire i muscoli.
Il medico legale, dottoressa Kleinschuh, seccatissima per essere stata trattenuta a uno dei blocchi e poi costretta ad attraversare l’assembramento senza un agente di scorta, si curvò a osservare il cadavere da tre diverse angolazioni, tastò i muscoli del collo e dei polpacci, guardò Jäger e si strinse nelle spalle.
“Cosa vuole che le dica? Si è sfasciato la testa contro il muro.”
Lo sguardo dell’ispettore espresse una silenziosa opinione sui patologi in genere e sulla Kleinschuh in particolare. La dottoressa arrossì.
“Niente segni di lotta” si affrettò ad aggiungere. “Niente lividi o graffi. È morto non più di un’ora fa. Con l’autopsia potrò stabilire se ci sono alcool o stupefacenti nel sangue e in che stato erano le coronarie. Per ora, posso dire soltanto che l’aspetto generale è quello di un cinquantenne in buona salute.”
L’ispettore annuì. Prima di tirare le cuoia, i cadaveri hanno l’abitudine di essere arzilli. Questo poi era uno che, da vivo, lavorava come un mulo. Inoltre era troppo conosciuto per essere aggredito da un teppista, troppo arido per drogarsi, troppo potente per suicidarsi. Il morto era l’avvocato Mittelmessig, il big boss della Alchemie. Anche se il volto era così malridotto da non avere più una fisionomia, i documenti, gli abiti, la marca dei sigari contenuti nella tasca interna della giacca, lo identificavano chiaramente.
Jäger aveva diramato ordini tassativi. Al termine degli interrogatori sommari veniva detto ai presenti che il cadavere non era stato ancora riconosciuto e che le cause del decesso si presumevano accidentali. Solo alle cinque del pomeriggio la procura fece pervenire alle agenzie di stampa un comunicato in cui si certificava che il morto era Mittelmessig e si faceva balenare l’ipotesi di un infarto. I media, dopo aver corredato la notizia di congiuntivi e condizionali, si affrettarono a diffonderla nell’orbe terracqueo. In tutte le borse del mondo i titoli Alchemie traballarono, rimbalzarono e si assestarono, in ossequio al detto: morto un papa, se ne fa un altro.
In cinque ore di filtraggio da una moltitudine di innocui imbecilli Jäger selezionò tre testimoni oculari. Il primo era un punk con la chioma tinta in patriottiche strisce rosso-giallo-nere, con precedenti per oltraggio e resistenza alla forza pubblica. Si chiamava Dumm. Era passato per la piazza alle dodici e qualcosa, e non aveva visto niente. Cioè, non aveva visto nessuno. Insomma, nessuno vivo. Evabbe’, aveva dato un’occhiata al cadavere prima di tagliare la corda. Il portafogli? Uff! Aveva dato solo una sbirciatina ai documenti. Però la curiosità gli era passata subito perché stava arrivando quello là.
“Quello là” era l’ingegner von Sinnen. Bloccato nella piazza in trambusto, era stato interrogato da un agente che, sospettando di trovarsi di fronte a un pezzo grosso, aveva seguito scrupolosamente la procedura. Von Sinnen si era presentato come un semplice dirigente della Alchemie, uno dei cinquecento che abitavano a Costanza. Jäger si fece consegnare il verbale, lo mise in tasca, ordinò all’agente di levarsi di torno e guardò interrogativamente l’ingegnere. Von Sinnen scosse il capo. Non aveva fatto caso al punk, nonostante la cresta multicolore. Si era soffermato davanti al cadavere, era rimasto comprensibilmente scosso, e stava ancora cercando di capacitarsi quando una donna aveva lanciato un grido stridulo come gesso sulla lavagna.
La donna in questione si chiamava Armida. Capelli cotonati, maglietta avorio, pantaloni aderenti color fucsia, sandali in tinta. Dai documenti risultava quarantacinquenne, docente di storia della musica al Conservatorio di Bakkan. Dopo aver osservato il culminare dell’eclissi nei giardini sul lungolago, si era diretta verso il ristorante “Barbarossa”. Nelle viuzze del centro storico non aveva incontrato anima viva, ma poco prima di arrivare in piazza aveva incrociato un turista – francese, le era parso – che si allontanava in direzione del ponte sul Reno camminando con andatura incerta, quasi zoppicante. Invitata a descrivere il soggetto, Armida fornì indicazioni dettagliate. Il disegnatore tracciò uno schizzo preliminare in vista di un identikit. In quel disegno Jäger riconobbe la fisionomia di Giorgio.
Alle diciannove e quarantacinque il sole scese dietro le colline e per un lungo istante il lago diventò una immensa chiazza color porpora. Prima che la Kriminalpolizei potesse fare altre scoperte, scese la notte e la memorabile giornata dell’11 agosto 1999 andò in archivio.
***
Cinquantacinque giorni dopo i fatti, lo schermo del computer centrale nel bunker di Reichenau era acceso. Le linee risaltavano nitide come incisioni di bisturi e disegnavano una struttura possente: un traliccio in forma di una asimmetrica T, con una tozza colonna verticale e uno sproporzionato tratto orizzontale. Il lato più lungo puntava verso l’alto con una inclinazione di 15 gradi ed era visibilmente incompleto, mentre il lato più corto era gravato da una enorme massa di contrappeso e aveva l’estremità agganciata per mezzo di cavi a un plinto collocato a quota -500. Il tutto dava una sensazione di inamovibile stabilità. Il nome del file, scritto in alto a sinistra, era Visnu.
Von Sinnen si tolse gli occhiali e li posò sul tavolo. Appoggiò i polpastrelli sulle palpebre e massaggiò. Tutti hanno dei momenti in cui ripensano con nostalgia ai loro primi insuccessi. Fin dall’adolescenza von Sinnen si era sentito incompreso: la sola cosa che lo appassionava era il problema di costruire un ponte a campata unica partendo da una riva e procedendo fino all’altra senza punti d’appoggio. Un progetto che non interessava a nessuno, visto che un ponte lo si fa quando tutte e due le sponde trovano utile collegarsi. Ma a von Sinnen il progetto piaceva per se stesso. Al termine del liceo si era iscritto a ingegneria e il professore di lettere aveva commentato:
“Sinnen, la sua ottusità è totale e assoluta. Per lei l’unica speranza di redenzione sta nell’assurdo: forse i paraocchi ingegneristici le apriranno nuovi orizzonti.”
Von Sinnen aveva sorriso senza capire e aveva tirato avanti per la sua strada. Ma più progredivano gli studi, più il progetto si faceva complicato. Bisognava occuparsi di cavi, trefoli, prospezioni geologiche, acciai e calcestruzzi. Venivano alla ribalta problemi di statica che richiedevano software introvabili in commercio. C’era lavoro per un esercito di ingegneri e von Sinnen, costretto a fare tutto da solo, annaspava.
Proprio quando lo stallo sembrava senza sbocchi si era fatta viva la Alchemie. Poneva condizioni a dir poco bizzarre, ma metteva a diposizione un intero centro studi, fondi e collaboratori. Installato nel bunker di Reichenau, coccolato da Mittelmessig in persona e messo a capo del progetto Visnu, a von Sinnen era sembrato di toccare il cielo con un dito.
Ma improvvisamente tutto era precipitato. Mittelmessig era morto. Alberico, il capo della Revolution, era stato incriminato per omicidio e si era dato alla latitanza. C’era anche lui sulla piazza della Cattedrale, quando Mittelmessig era uscito di scena in circostanze poco chiare? Pareva di sì. Il rapporto confidenziale della Kripo dava per certa anche la presenza del suo avvocato italiano.
Tutte le risorse della Alchemie erano impegnate a fronteggiare l’emergenza e, in quella situazione ingarbugliata, la buona notizia era che l’organizzazione reggeva bene. Meglio della Revolution che, dopo la sparizione di Alberico, era caduta in preda a guerre intestine. Poteva essere il momento giusto per assestarle un colpo definitivo, ma la Alchemie non aveva una strategia di attacco: era strutturata per mantenere l’equilibrio, non per romperlo.
Von Sinnen tornò a inforcare gli occhiali e il gesto gli ricordò il suo ultimo incontro con il professore di lettere, cinque anni prima, una domenica pomeriggio, in una pasticceria del centro.
“Così adesso lei lavora per la Gnomi Associati?” aveva borbottato il vecchio “Già. Dove andrebbe a finire il nostro benessere senza gli operosi nibelunghi?”
Aveva alitato sulle lenti, le aveva pulite e, dopo aver rimesso gli occhiali sul naso, l’aveva guardato negli occhi.
“Ma Dio ci scampi dai mediocri, quando sentono mancare il terreno sotto i piedi!”
Von Sinnen era rimasto in silenzio inalberando un’espressione vagamente ebete. Il professore aveva scosso la testa e se ne era andato borbottando.
Solo, nella penombra del suo ufficio, von Sinnen tornò a sorridere senza capire. Conscio della propria ottusità, sognò immagini scoordinate: un’aiuola di viole del pensiero, il corno del vaporetto di Lindau che entrava in porto, la radio della nonna sintonizzata su Beromünster, il tavolino e le sedie esposte nella vetrina dell’antiquario dirimpetto alla pasticceria.
***
Implacabile come un branco di elefanti in marcia nella savana, il meccanismo della Teutonia SpA procedette macinando imprevisti e inconvenienti. All’ora, minuto e secondo previsti dal regolamento, una postina con una linda divisa ben stirata suonò il campanello di una linda casetta circondata da una striscia di verde dove stazionavano sette lindi nanetti di gesso colorato. Un uomo aprì la porta e la postina annunciò una raccomandata per suo figlio.
“La prendo io.”
“Neanche per sogno. Dumm ha diritto al segreto postale. Dov’è?”
“E che ne so? Sarà ancora al fresco.”
“Sei proprio un padre esemplare.”
“Fatti i cazzi tuoi, vecchia strega.”
***
Nella sua qualità di funzionario addetto alle grane, il direttore dell’ufficio postale di Costanza lesse il rapporto della postina, considerò la faccenda e compose il numero della centrale di polizia. Con gotica pazienza spiegò il problema al centralinista, poi a un anonimo impiegato, poi a un agente della sala operativa. Lo spiegò anche a un altro non meglio identificato interlocutore. Finalmente, al quinto tentativo, lo spiegò alla persona giusta.
Mezz’ora più tardi venne richiamato da un ispettore capo. Il destinatario della raccomandata si trovava in stato di detenzione preventiva e la sua corrispondenza doveva essere inoltrata alla Kripo di Costanza. Un agente motociclista era stato incaricato del recapito. Quando il funzionario posò la cornetta, l’agente era già sulla porta, ricevette la raccomandata, firmò la ricevuta e partì. Il mondo era di nuovo quieto e ordinato.
***
Uscendo dalla Procura, Armida moriva di fame. Aveva dovuto sfogliare un intero album di foto di pregiudicati.
“Mille scuse per averla fatta tornare a Costanza a quasi due mesi di distanza dai fatti, ma lei deve capire: l’inchiesta, i media, le responsabilità. Sapesse di quante cose è responsabile un magistrato…”
Per via delle innumerevoli responsabilità del sostituto procuratore Armida aveva saltato il pasto. Ormai i ristoranti erano chiusi. Perfino i chioschi di imbisse avevano le saracinesche abbassate. La pasticceria le apparve come un’oasi che olezzava di cicoria tostata e proiettava miraggi di torte alla panna. Armida ingurgitò una scodella di caffelatte e due fette di crostata di albicocche.
L’incontro avvenne allora. Armida alzò gli occhi e inquadrò un volto dall’aria nobilmente vissuta, fronte altissima, capelli biondo cenere sciolti sulle spalle.
L’uomo si fece avanti. C’era qualcosa di piacevolmente misterioso nel suo modo di fare, nei gemelli d’oro che portava ai polsini, nell’abito grigio indossato su una camicia viola dal collo aperto. Senza far complimenti, sedette al tavolo e iniziò una conversazione brillante, piena di acrobatiche congetture e salti di palo in frasca.
“… e lei mi dirà: l’eclissi, con la sua discontinua ricorsività, non è forse una porta di comunicazione fra micro e macrocosmo? Ma certo! Queste porte non sono poi così rare. Per scoprirle basta guardare il mondo da un’altra prospettiva. Le faccio solo due esempi: cos’è la musica dodecafonica se non una intuizione, un balzo verso l’armonia delle sfere celesti? E che cos’è la morale, alle soglie del terzo millennio, se non la ricerca di una coerenza più vera, al di là del bene e del male?”
Armida sgranò gli occhi. Chi era capitato al suo tavolo? Un filosofo, un artista?
“Purtroppo no” sorrise lui. “Mi occupo di tutt’altro”.
Indicò la vetrina sul lato opposto della strada. Un antiquario.
***
Il definitivo attraversamento del confine sonno-veglia avvenne alle otto e venticinque, al semaforo di piazzale Accursio. La dottoressa Claudia Scardalepore (Clay per gli amici) aprì la borsetta e sistemò lo specchio retrovisore. Il seguito fu a singhiozzo: al semaforo di piazza Firenze (sosta lunga) ombretto all’occhio sinistro; al semaforo di via Emanuele Filiberto (coda più corta) ombretto all’occhio destro; a quello di via Losanna un rapido controllo. All’incrocio con via Poliziano Clay trovò il tempo di pennellare il mascara sulle ciglia. Il successivo semaforo, via Procaccini, era verde (uno su sette, come di norma). A quello di via Massena spolverata finale fronte-zigomi-naso. Niente rossetto. Non prima di cappuccino e brioche.
Alle otto e trentacinque del mattino migliaia di auto strisciavano verso il centro con esasperante lentezza. Non pioveva, ma Milano era di un grigio quasi nero e la concentrazione di polveri sottili doveva essere a livelli da enfisema fulminante. Fra i tetti contrapposti, negli interstizi delle fronde dei platani, il cielo aveva il colore delle patate lesse. L’Arco della Pace, affiancato da un ascensore a matitone, faceva pensare a una struttura comunale attrezzata per l’esercizio del diritto al suicidio.
Dopo aver svoltato a sinistra in via Melzi d’Eril, Clay inchiodò dietro a un furgone impegnato in una manovra assurda, lanciò un sorriso di solidarietà al tizio che a bordo di un’auto sportiva scapolava sulla destra suonando il clacson, suonò anche lei indirizzando una parolaccia al conducente del furgone. E si rivide con in tasca una laurea e pochi spiccioli approdare nella metropoli lasciando la natia Barletta. Sorrise ripensando a quanto era imbranata a quei tempi.
Praticante nello studio di Giorgio e Nicchia, Clay godeva di una salute infrangibile e professava una mistica fiducia nel futuro, ma le mattine milanesi erano troppo anche per lei: come vagoni abbandonati ad arrugginire sui binari morti della Transiberiana, emanavano inerzia a tonnellate. Per gustarsela, questa benedetta/maledetta città, bisognava arrivarci da un posto dimenticato da Dio, lasciandosi alle spalle il deserto; e anche così, diceva Clay, quando una si ritrova in affitto a Pero, in un monolocale con vista sul cavedio, dove c’è da vergognarsi a ospitare anche il partner più scalcinato e saltuario, perfino la prostituzione diventa una scelta di libertà.
Clay parcheggiò in piazza Mirabello soffiando il posto a un deficiente che manovrava impacciato come una foca sulla sabbia. Scese dall’auto fingendo di non vederlo: era l’assicuratore che aveva l’ufficio al piano rialzato. Lo risarcì involontariamente soffermandosi sull’ingresso del bar per lisciare la gonna sul sedere e si sentì pesare addosso gli occhi porcini del lurido maschilista. Perché si era sentita in colpa? E che senso aveva fare la lapdance per un cretino incapace di parcheggiare? Ecco: i condizionamenti della società fallocratica saltano fuori a tradimento, quando una meno se li aspetta. E poi ti vengono anche a raccontare la storia della crisi del maschio! Ma quale crisi! Ma dove? Ma quando?
Clay inzuppò il cornetto nel cappuccino con un gesto che fece esondare la schiuma dal bordo della tazza. Perché nessuno mi spiega che fine ha fatto Giorgio? È all’estero, assorbito in una trattativa importantissima? Va bene, ma perché non telefona? Non esiste un estero senza telefono. No, quello è in giro a farsi i suoi porci comodi. Tanto, lo studio, ci sono le due sceme che lo mandano avanti.
Clay mise i soldi contati sul banco, si voltò, e si trovò davanti lo specialista in grandine, morte e disastri. Con le mani dietro la schiena fece scattare indici e mignoli in un gesto apotropaico. L’altro, invece, la guardò illuminandosi in viso.
“Avvocato! Se vedevo che era lei non stavo neanche a far manovra.”
Il menagramo sfoggiava sintassi brianzola e sorriso melenso. Scommettiamo che adesso arriva il complimento pesante? Stronzo.
“Volevo proprio dirle: ha pensato a qualche forma di previdenza integrativa?”
Con lo sguardo fisso sul pavimento, Clay ringhiò: “Grazie, ho già provveduto” e se ne andò a grandi passi brontolando: “Ma che stronzo!”
***
“Dove hai buttato le altre carte di credito?”
“Quali carte di credito?”
Jäger sospirò.
“Quando sei stato perquisito avevi addosso due portafogli. Nel primo c’erano patente e carta d’identità, le tue, con quindici marchi e spiccioli. L’altro era pelletteria francese firmata. Conteneva millecinquecentocinque marchi, niente documenti, niente carte di credito.”
“Tutta roba mia: la domenica prima avevo beccato due vincenti a Baden Baden.”
Jäger sospirò ancora e proseguì come se l’altro non avesse parlato.
“La Mastercard era in un tombino a dieci metri dal cadavere. Mittelmessig ne aveva altre quattro: Diners, due Visa, American Express. Be’?”
Il punk si grattò in testa nella zona tinta di giallo, inalberò un sorriso assente e non rispose. Jäger distolse lo sguardo con l’aria di chi è seccato sì, ma solo fino a un certo punto perché, in fin dei conti, a lui non gliene frega più di tanto.
“Tre cose. Una: sei indiziato per furto e sei pregiudicato. Due: se non collabori ti incrimino anche per omicidio a scopo di rapina. Tre: questa raccomandata è indirizzata a te. Ti invito ad aprirla in mia presenza, altrimenti devo sequestrarla.”
Silenzio. Dumm continuò a tacere e sorridere.
“La lettera è sequestrata.”
Magari il mondo non sarà sempre quieto, pensò Jäger alzandosi, ma noi siamo qui per fare in modo che resti almeno ordinato. O no?
***
Neanche il tempo di pennellare il rossetto sulle labbra e, una dopo l’altra, esplosero al telefono le proteste di tre clienti trascurati. Clay si destreggiò mostrandosi, secondo il caso, meravigliata, offesa o battagliera. Ma alle dieci e cinque era già estenuata: ogni trillo del telefono la faceva sobbalzare.
Che fossero i prodromi di un esaurimento nervoso? Ci voleva un antidoto. Una barretta di cioccolato? Un barattolo di Nutella? L’ideale sarebbe stato un appuntamento dal parrucchiere: shampoo, pettegolezzi, riviste di moda, manicure. In un modo o nell’altro bisognava staccare la spina. Clay passeggiò avanti e indietro per l’ufficio, tornò alla scrivania, cercò il pacchetto delle sigarette e si accorse di essere rimasta a secco. Ecco la scusa buona.
Ma la mattina milanese non offriva visioni rasserenanti. Il traffico strisciava come una melma vischiosa, i pedoni avevano facce da ergastolani durante l’ora d’aria, il cielo aveva quasi lo stesso colore dei tetti. Sull’orizzonte della noia, l’insegna del bar prometteva aromi di caffè e di tabacco. Clay entrò e socchiuse le palpebre assaporando una miscela di fragranze dai nomi esotici: Colombia, Macedonia, Costarica, Virginia…
“Schiava del vizio, eh?”
Dietro al banco, la persona più mite di tutta la Val Padana la guardava con un sorriso da milanesone un po’ bamba, festoso come un cucciolo di sanbernardo.
“Stronzo!”
Clay arraffò il pacchetto e rientrò in ufficio zampettando sui tacchi alti. Si voltarono a guardarla due businessmen in gessato e valigetta, e un extracomunitario dallo sguardo da lupo. Uomini! Ce fosse uno, dico uno, senza secondi fini! E tu, cretina, che lavori in questo studio solo perché Giorgio di profilo ti ricorda papà. Proprio Giorgio, poi. Uno che parte per chissà dove e ti pianta qui in braghe di tela! Ma Nicchia come fa a sopportarlo? Non vede che lo studio va in malora? Brambilla, Galbiati, Frigerio, hanno telefonato tutti e tre stamattina. Se tre clienti come loro ci mollano, che facciamo, le parole crociate?
Tornata in ufficio, Clay entrò bellicosamente nell’ufficio di Nicchia con i dossier stretti sotto il gomito e mise le carte in tavola: ormai di bugie ne aveva dette troppe, i clienti non le credevano più. Nicchia non fiatò, non cambiò espressione. Clay tirò fuori da ciascun dossier un foglio con le sue analisi, valutazioni e proposte.
“Avvocato, qui bisogna prendere delle decisioni.”
Lo sguardo di Nicchia rimase assente.
“Non sono clienti miei.”
“Ma è lei la titolare dello studio. Li chiami, spieghi la situazione. Bisogna fare qualcosa, se no questi ci piantano!”
Nicchia parve non aver capito.
“Sono clienti di Giorgio” insistette.
“E allora parliamone con lui. Telefoniamo. Mandiamo un piccione viaggiatore. Ma diamoci da fare, se no tanto vale chiudere bottega.”
Per la prima volta sul volto di Nicchia apparve una espressione: qualcosa a metà fra lo stupore e la paura.
“Siamo a questo punto?”
“Avvocato, è mezz’ora che glielo sto dicendo.”
Nicchia aveva gli occhi sbarrati, ma continuava a tacere. Clay pensò di dover battere il ferro finché era caldo.
“Dove posso rintracciare Giorgio?”
La domanda suonò formale come quelle che il sostituto procuratore Ceppi rivolgeva ai poveracci che salivano sul banco dei testimoni. Nicchia vacillò.
“Non so dove sia” dovette confessare.
Alzò il mento come una bambina orgogliosa e un rivolo nero di rimmel le colò sulla guancia. Clay fu travolta dall’indignazione. Come si permetteva Giorgio di ridurre in quello stato una signora come Nicchia? Cosa avrebbe balbettato se fosse stato lì a contemplare il disastro? Avrebbe invocato una forza maggiore? Sì, tutti così gli uomini: sempre a cercar scuse.
Ma una volta tornata alla sua scrivania, con i gomiti puntati sul ripiano e gli zigomi appoggiati contro i polsi (e al diavolo l’ombretto!), Clay fu sfiorata dal dubbio che Giorgio potesse invocare davvero una forza maggiore. Per esempio, poteva essere morto.
***
Mentre l’auto lo riportava dalle carceri all’ufficio, l’ispettore Jäger ebbe un lungo istante di meditazione esistenziale. Vale la pena di fare il poliziotto? si chiese. È mai possibile organizzare la società in un modo quieto e ordinato una volta per tutte?
Certo che è possibile, si rispose. Se l’uomo è arrivato a costruire grattacieli e a viaggiare fin sulla luna, perché non dovrebbe essere capace di edificare una società perfetta? Abbiamo fatto trenta, faremo anche trentuno.
Ma, una volta ingabbiato nella società perfetta, il mondo ci si saprebbe mantenere o preferirebbe ricascare nel caos?
L’ispettore non seppe cosa rispondere. Sentì un bisogno fisico di stare in riva al lago, di far scivolare lo sguardo sulla superficie delle acque fino alla linea dell’orizzonte.
“Lasciami al porto” disse all’autista.
“Non torna in ufficio?”
“Voglio bere una birra in pace.”

Giorgio

Le grandi vasche si susseguono, incassate una nell’altra con una pendenza impercettibile. Il letto piatto e le sponde verticali sono piastrellati con pietra chiara e hanno un’aria di igiene imposta per legge, come i muri di un bordello o di un mattatoio. Lungo le sponde, a intervalli regolari, blocchi di metallo verde scuro emergono dai parapetti: sono basamenti metallici per steli di fanali ancora da posare. Sembrano bitte d’ormeggio, come se le enormi vasche sottostanti fossero pensate per un traffico di chiatte. Ma sul fondo non c’è nemmeno un rigagnolo. Questo è il Manzanares.
Nell’auto ferma al semaforo un uomo si guarda attorno con l’espressione preoccupata di chi avverte un presagio. È una sensazione che ha l’odore e il sapore di una corrida in un giorno di vento, quando la paura sale su per gli spalti come un’onda di burrasca e mozza il respiro, mentre giù nell’arena le corna penetrano nella carne e il sangue fiotta tra i muscoli divelti e i tendini strappati. Tutto si ferma con un grido, poi riparte e procede a scatti: il clown vestito di lustrini ha le cosce inzuppate di rosso, gli altri pagliacci lo portano via correndo e quindicimila spettatori sono diventati statue silenziose. Il gentiluomo in prima fila con un garofano all’occhiello e un sigaro avana fra le dita ha le guance levigate come il cuoio di una sella usata; la signora elegante che gli sta a fianco ha sulle labbra una smorfia di incoerente fierezza. E tutti tacciono, perché davanti alla morte l’unica reazione civile è il silenzio.
La morte fa paura, è vero. Un presagio di morte incute rispetto. Però la maggior parte dei presagi resta senza seguito. L’uomo al volante lo sa, ma non può fare a meno di essere turbato. Il semaforo è ancora rosso. Lui solleva lo sguardo dal Manzanares alla sponda opposta, dove Madrid diventa squallida come un solaio pieno di carabattole: le case malandate sembrano dipinte su un sipario scostato al centro e nell’apertura si insinua una strada curva, sporca, in salita. Il cielo ha il colore del piombo e della polvere. Pioverà.
Il semaforo diventa verde. L’auto riparte, gira a sinistra e inizia per la terza volta il giro dell’isolato. Questa volta trova uno spazio libero in Calle Linneo. Parcheggia. Da quella postazione strategica l’uomo al volante spia l’ingresso del numero 35. Spera di veder comparire una donna in bilico sui tacchi alti, con un viso dall’ovale cinquecentesco e i capelli raccolti sulla nuca, gli occhi immensi e il collo dolce come neve accumulata su un pendio. I ricordi non hanno spigoli, macchie, imperfezioni. E il ricordo è tutto ciò che gli rimane di Beatriz.
Un corso estivo di tanto tempo fa, quando era ancora studente. Un pretesto per passare due settimane in una città di mare dove il sole ha una luce liquida scintillante. Le serate al caffè, le notti in discoteca, le albe sulla spiaggia. Gli occhi di Beatriz che lo soppesano. Lui che si comporta con l’euforia di chi sta a cavallo di un’onda e si illude di rimanerci all’infinito. Un mese dopo, una lettera. Lui risponde: questo è il mio numero di telefono, chiamami. E lei, più saggia: potremmo telefonare e non trovarci mai, oppure capitare al momento sbagliato, quando non siamo dell’umore giusto, e sarebbe un peccato; meglio scrivere: non c’è l’assillo del dialogo, ci sono i tempi giusti per raccontarsi. Ma lui a ogni lettera aspetta una settimana di più per rispondere. Comincia a pesare le parole perché si accorge che una corrispondenza scritta è più impegnativa di quanto sembri. Finché arriva il momento di accorgersi che dall’ultima lettera è passato troppo tempo; non può rispondere senza giustificarsi, e non ne ha voglia. Ma non vuole neanche scrivere bugie. Non scrive più.
Forse è cominciato qui il tuo progressivo distacco dai contatti umani, Giorgio. Da allora sei stato sempre più solo, e non te ne sei accorto. L’università. Nicchia e quell’unica volta che siete finiti a letto. La laurea, il servizio militare, l’impiego, la Revolution. E poi ancora Nicchia, la carriera, Alberico, lo studio associato. Nicchia che sposa Alberico e dieci anni sull’orlo di un adulterio rato e non consumato. Donne che vanno e vengono senza farsi ricordare, altre che avrebbero potuto essere importanti ma non lo sono diventate, chissà perché. Viaggi per il mondo a negoziare contratti. Trovarsi a Houston o a Caracas e cambiare i biglietti per tornare in Europa facendo scalo a Madrid. Otto, dieci ore di volo sull’Atlantico pensando: appena arrivo in albergo le telefono. E poi l’aereo atterra, il taxi taglia l’aria umida, l’autista è silenzioso (i tassisti madrileni sono i meno chiacchieroni dell’universo, e qualche volta uno vorrebbe tanto che non fosse così). Poi la città, le luci dappertutto, la gente che affolla i marciapiedi, l’albergo, l’ascensore, e proprio lì, sulla porta della camera, con la valigia ancora in mano: oddìo, come faccio? Sono passati anni. Sarà sposata, avrà dei figli. Ci si sposa per questo.
E non ti ho più rivista, Beatriz, mai più. Ormai fra noi due ci sono troppe camere d’albergo, aerei, oceani atlantici. Eccomi qui a spiare l’ingresso di una casa dove probabilmente non abiti più da chissà quanto tempo. Questo è l’indirizzo al quale spedivo le mie lettere. Ho avuto paura di cercare sull’elenco del telefono e non trovarti. Posso accettare mille penitenze ma non una delusione. In tutti questi anni ho percorso una strada a spirale che non porta da nessuna parte, un vicolo cieco in fondo al quale c’è uno specchio che riflette la mia vita, tutta intera: ci guardo dentro e vedo quanto sono cretino. Eccomi qua, davanti al numero 35 di Calle Linneo. Sono venuto a espiare una colpa, e non so qual è. Devo essere impazzito.
Sono tante, troppe, le cose che non capisco. Ieri a Costanza ho creduto di morire, ho visto Alberico e Mittelmessig annientarsi l’un l’altro. Eppure il giornale porta la data dell’11 ottobre. Com’è possibile, se ieri era l’11 agosto? E che ci faccio a Madrid? Cos’è successo? Non lo so. Non so più niente.
E se fossi morto? Forse anche da morti si continua a stare nel tempo e nello spazio. Forse questa non è Madrid: è un antipurgatorio o un antinferno.
Basta, Giorgio, è stato tutto un sogno: l’eclissi, Alberico e Mittelmessig, Sofia che straccia la polizza del Monte di Pietà, Alberico che si sbriciola nel vento. Hai sognato di andartene a testa bassa, di salire in macchina, di guidare per tutto il giorno. È stato un incubo. Fra poco ti sveglierai in una camera della Gasthaus Edelweiss, a Häuser, e sarà davvero il mattino dell’11 agosto.
***
Metti in moto, ingrana la marcia e parti. Forse un giorno rivedrai Beatriz. Ma non oggi. Oggi percorri un lungo viale dove Madrid si allunga in un gigantesco plastico fitto di torri cilindriche, di parallelepipedi erti o coricati, di facciate vagamente azteche o moresche. Passi sotto i vetri di due torri di Pisa convergenti dove gli occhi di Beatriz rimbalzano deformati. Questa è la Spagna di domani, che non ha niente da dirti.
E all’improvviso sembra che non ci sia più città. Le case stanno come lupi in branco: in gruppo per paura del vuoto, ma distanziati per non provocarsi l’un l’altro. La strada risale la gobba bruna della sierra. Sull’altro versante della sierra la meseta affoga nei campi di frumento fino all’orizzonte e il Duero è un fosso scolpito nell’argilla.
I sogni si consumano, si avvolgono su se stessi, muoiono e rinascono. Non è per questo che sei tornato qui, Giorgio? Dentro di te non si è ancora spento il gusto di affrontare l’ignoto. Chissà, forse voltandoti a guardare le torri di Madrid illuminate dal tramonto ritroverai il gusto dell’avventura.
Giorgio imbocca uno svincolo, sale sul cavalcavia e passa sopra l’autostrada con l’idea di rientrare in direzione opposta.
Invece la carreggiata si restringe incuneandosi a mezza costa su per la sierra, con una scarpata argillosa sulla destra e un burrone sulla sinistra. Non c’è un’anima viva, non una casa, non un albero. La strada è l’unico segno di civiltà, ma è come una pista che sporge e rientra in una serie infinita di curve e controcurve. La terra, incolta come nei paesaggi dei film western, ha il colore della ruggine. Giorgio può solo andare avanti, una curva dopo l’altra, sperando di incontrare qualcuno prima che finisca la benzina. Il sole si appoggia sulla cresta della sierra. Il pomeriggio sta per diventare sera. A nord la nebbia sfuma il profilo delle montagne. A sud il fondovalle annega in una massa grigia. Le curve si susseguono monotone. Mentre Giorgio affronta l’ennesima curva gli sembra di scorgere l’ombra di un uomo a cavallo. Ma no! Vedi ciò che vuoi vedere. Pensi ai paesaggi del far west e immagini di vedere un cow boy.
Giorgio ha uno scatto di impazienza e sbatte il palmo sul volante. Maledizione! Che ci voleva a inchiodare i freni? Magari c’era davvero un uomo a cavallo. In Spagna non è poi una cosa tanto rara. Avresti potuto chiedere informazioni.
Giorgio frena e si ferma. Fruga nel cassetto, trova una carta stradale. Ma la strada non è segnata sulla carta. Quanti chilometri mancheranno per arrivare a un paese? Riparte. È immerso in conteggi un po’ sconclusionati quando gli pare di vedere un’ombra in movimento, più a valle. Si ferma di nuovo, aguzza lo sguardo nella foschia. Non vede più nulla.
Adesso proseguire è più difficile. Quel cavaliere non era un abbaglio. Giorgio avrebbe potuto suonare il clacson, gridare “Hola!”, ma non ci ha pensato e si sente in colpa come se avesse commesso un’enormità.
Passa il tempo. Le curve continuano e Giorgio comincia ad avere l’impressione di girare in tondo, di essere già passato tre o quattro volte nello stesso posto, quando inchioda i freni e si blocca. L’uomo a cavallo è fermo in mezzo alla strada.
***
“Questa zona è chiusa al traffico. Lei contravviene a un esplicito divieto.”
“Quale divieto? Non ho visto neanche un cartello!”
“Il transito è assolutamente proibito su questa strada. Scenda dall’automobile.”
Giorgio scende con le migliori intenzioni di mettersi a discutere. Ma appena sbatte la portiera l’uomo a cavallo tende un braccio e gli punta contro l’indice.
“Alt!”
Giorgio cambia tattica.
“Senta, vediamo di capirci: mi sono perso, devo tornare a Madrid. Mi dica dove siamo, che strada devo prendere. E poi, scusi, lei chi è?”
“Non sono io che devo dare spiegazioni. Prenda quel sentiero. Senza uscire dal tracciato.”
“Ma come! E la macchina? E la mia valigia…?”
“Non la tocchi.”
“Come sarebbe a dire? Cos’è questa faccenda, una rapina?”
“Si incammini e prosegua fino a nuovo ordine.”
“No, stia a sentire: io sono un cittadino italiano…”
“Prenda quel sentiero. Non lo ripeterò.”
Giorgio chiude la bocca e si avvia con le mani bene in vista. C’è poco da discutere davanti a un fucile spianato.
***
Cose dell’altro mondo! E io che pensavo alla Germania come a un mondo antipode solo perché in tedesco “tempo” è femminile e “morte” maschile! Ma già, tutto il mondo è paese: non esiste un’amministrazione pubblica in cui gli impiegati non si sentano dei padreterni. Se poi hanno un’uniforme, apriti cielo. Sta’ a vedere che ho imboccato una strada militare. Sta’ a vedere che c’è in corso una manovra. E vabbe’, Giorgio, rassegnati. Fa’ come ti ha detto il deficiente a cavallo. Segui il sentiero. Da qualche parte arriverà.
Ma poi, ripensandoci, quel tizio era davvero un guardia civil? Aveva più l’aria di uno sbruffone di paese. Se ne stava lì, tutto contento di essere a cavallo e di guardarmi dall’alto in basso. E come si riempiva la bocca! Queda terminantemente prohibido, sì, figuriamoci, e no se puede di qui e no tengo por qué di là. E quella che aveva addosso era una divisa? Da quando in qua le guardie civili portano i cosciali di cuoio come i vaqueros? Quello era un contadino, un idiota in vena di scherzi, con la giacchetta militare rivoltata da un sarto di paese.
Ma cosa voleva da me? Un rapinatore avrebbe preteso il portafogli. E l’orologio. E le chiavi della macchina. Invece eccole qua. Le ho in tasca io. Voglio proprio vedere come la sposti di là, maledetto burino: ho messo l’antifurto.
E quella cos’è, una luce?
***
La fiamma proietta un groviglio di ombre su un fondale piatto. È notte, Giorgio non sa dove si trova, forse gli uomini che hanno acceso quel fuoco sono gli unici esseri viventi nel raggio di cinquanta chilometri. E se fossero ladri? Assassini? C’è poco da fare: ormai l’hanno visto.
Una voce di donna esce dal buio.
“Sali, amico. Quassù, sotto il toro.”
Sotto il toro? Giorgio si arrampica verso il fuoco e scopre un enorme cartello pubblicitario sorretto da un’impalcatura di tubi da ponteggio. Ha la forma di un toro, nero come il demonio. Il fuoco è acceso in mezzo all’intrico dei tubi e intorno si muovono ombre che bisbigliano nella lingua dei gitani. Giorgio si ferma, fa un respiro profondo e riprende a salire.
Accovacciati intorno al fuoco, gli zingari hanno i volti deformati dal riflesso della fiamma. Accolgono Giorgio con un’occhiata, senza rivolgergli la parola, come se fosse normale vederlo sbucare dal nulla. Uno gli mette in mano un pezzo di formaggio. Un altro gli passa una borraccia di pelle di capra. Una donna gli mostra come tenerla sospesa sopra la bocca aperta e come bere dallo zampillo. Giorgio ci prova: alza la fiasca, ma non la sa maneggiare e il getto gli cade sul bavero. La donna ride. Giorgio riprova, tossisce e sente in gola un sapore di anice. Cerca di deglutire, ma si accorge che la mano in cui teneva il formaggio è vuota e non ricorda di avere inghiottito né il formaggio né il liquore.
“Dove siamo?” domanda.
Nessuno risponde. Nessuno gli dà retta. Forse l’hanno preso per uno di quei pazzoidi che vagano da un villaggio all’altro e fanno discorsi stralunati.
“C’è un paese da queste parti?”
Il fuoco sta diventando ipnotico: la fiamma si alza e si abbassa con una strana regolarità. La borraccia fa un altro giro e Giorgio sente ancora il sapore dell’anice.
“Tu sei segnato da Saturno.”
Una donna gli ha preso la mano sinistra e studia il palmo. Tiene la testa china e non si lascia guardare in viso.
“Saturno è freddo. Per questo gli altri non ti vedono.”
È vero: Giorgio ha freddo. Ma non sa cosa farci. Sta diventando incoerente, e se ne rende conto, eppure non è ubriaco. Ora i gitani hanno preso a cantare e battono le mani a tempo. Qualcuno gratta una chitarra. Giorgio vorrebbe dormire per sempre, senza sogni.
“Racconta.”
Cosa vuoi sapere?
“Chi sei?”
Non lo so. Non lo so più.
“Da dove vieni?”
Non lo so. Ho paura di domandarmelo.
“Parlami dei tuoi amici.”
Chi, Robert?
“Dimmi di Robert.”
***
Robert voleva far soldi, e tanti, per mandare tutti a quel paese, per essere libero. Era il suo chiodo fisso. La società era ingiusta e lui non riusciva a sopportarla. Non poteva abbatterla, tantomeno costruirne un’altra, ma niente gli avrebbe fatto rivedere le sue idee: ci era troppo affezionato.
Cominciò a comprare e vendere appartamenti, e gli andò bene. Poi mise le mani su un prodotto con grandi prospettive. Venne a cercarmi. Mi spiegò il suo programma: macchinari, stabilimenti, rete commerciale, finanziamenti.
“Dovrai lavorare venticinque ore al giorno” gli dissi.
“Lo so che non posso farcela da solo. Per questo sono venuto a cercarti. Ho bisogno di qualcuno di cui fidarmi a occhi chiusi. Ti do un’opzione fino al dieci per cento del capitale.”
Dovetti dirgli di no. Lo studio andava a gonfie vele e non avevo tempo per altre avventure. Senza le entrature di Alberico non avrei battuto chiodo, e senza Nicchia Alberico non si sarebbe occupato di me. La contropartita del mio successo era un debito impossibile da saldare; invece, se avessi collaborato con Robert, sarebbe stato lui a essere in debito con me. Ma io credevo solo in me stesso.
Robert l’ho rivisto a Losanna. Ecco: adesso ricordo! C’era stata l’eclissi e l’universo si era bloccato su un fotogramma. Quando il fotogramma cambiò, ero a Losanna in un bar-ristorante che aveva una strana insegna: un cinque di cuori. Robert era seduto a un tavolino, solo, davanti a una bottiglia di vino. Alzò gli occhi e mi riconobbe, ma non sorrise. Con un gesto della mano mi invitò a sedere.
“Prendi un bicchiere, avvocato. Alla tua salute. Tu sì che hai capito tutto.”
Bevve. Poi mise giù il bicchiere e tornò a fissarmi.
“Quando penso a te un po’ ti mando a quel paese, un po’ mi dico che avevi ragione. Pranzo e ceno tutti i giorni al ristorante per non pensare che a casa nessuno mi aspetta. Ho sfondato, è vero. Ma l’azienda è al capolinea: non ci sono più margini per espandersi, non vale la pena di fare investimenti. C’è solo da tirare i remi in barca, sopravvivere e berci su.”
“E tu diversifica. Entra in un altro mercato.”
Scosse la testa.
“Una volta riuscivo a lavorare per tre giorni di seguito senza dormire. Oggi non ce la faccio più. Per un nuovo progetto ci vorrebbe la grinta di un giovane. Ma dove ne trovo uno in gamba? In una azienda senza prospettive vengono solo gli smidollati, quelli che lavorano per lo stipendio.”
“E allora vendila e goditi la vita.”
Aggrottò le sopracciglia.
“Vendere? A chi? I concorrenti stanno appollaiati come gli avvoltoi e aspettano. Perché spendere soldi per comperare una mela che cadrà da sola, un giorno o l’altro?”
Era lui, Robert, che era arrivato al capolinea. Ma non lo capiva, non poteva capirlo. Aveva passato la vita correndo ventre a terra, rincorrendo un falso scopo. Quando aveva alzato la testa si era reso conto di non avere più obbiettivi.
“Robert, se tutto fosse andato come volevi tu cosa ci sarebbe di diverso?”
“Che domande! Non sarei in un vicolo cieco. Sarei libero.”
“Libero? Ricordi quando l’azienda era in espansione. Ogni anno raddoppiavi il fatturato, aprivi filiali in tutto il mondo. Hai mai trovato il tempo per goderti il successo? Neanche per sogno. Un’impresa è un moloch che ti assorbe tutto, ti prosciuga fino all’ultima goccia.”
Alzò le spalle. I suoi occhi erano finestre buie, specchi senza espressione.
“Le scelte sono libere finché non le fai. Ma le decisioni, una volta prese, sono muri che costruisci alle tue spalle e ti impediscono di tornare indietro.”
Si versò un altro bicchiere e tornò a guardarmi. Aveva gli occhi pieni di collera.
“E ti chi sei per venire a farmi la morale? Piovi al mio tavolo gonfio del tuo successo di leccaculo internazionale e ridi di me.”
“Non rido affatto, e non ho proprio niente di cui essere gonfio.”
Non mi fece caso. Non mi ascoltò nemmeno.
“Perché ti ho fatto bere alla mia bottiglia? Non hai voluto berci allora. Vuoi sentirmi dire che avevi ragione? Okay, avevi ragione. Adesso vattene.”
“Robert…”
“Fuori dai coglioni!”
***
La fiamma non c’è più: il fuoco è ridotto a cenere e braci. Le vecchie gitane dormono nel buio. Gli uomini sono spariti.
“Il tuo amico gode a compatirsi.”
Giorgio guarda a terra. Ma non c’è tempo per pensare: un rumore si avvicina. È un suono strano, un battito irregolare che cerca un ritmo e non lo trova. Il rumore diventa un frastuono di zoccoli che martellano il suolo e si avvicinano come il rombo di un temporale. Un’ombra enorme irrompe nel fuoco, schizzando sassi e scintille, e una voce rauca urla: “Oooh! Eeeh!”
Scoppiano due colpi di fucile. Giorgio fugge su per la collina. Si arrampica nel buio lungo una costa ripida calpestando un terreno che frana sotto i piedi. Ha il cuore in gola e il fiato corto ma continua a correre ansimando, con il terrore di essere colpito da una fucilata e cadere a terra, travolto e calpestato. Ha le scarpe piene di terriccio e i pantaloni strappati. Mette un piede in fallo, cade, rotola su un terreno inclinato. Si rialza. Si avvia. Scopre che ogni cinquanta passi il sentiero piega a gomito in un tornante. E quando si ferma ha la sensazione di essere seguito: qualcuno che si orienta meglio di lui lo segue e taglia le curve inerpicandosi fuori dal sentiero.
Non è ancora spuntata l’alba quando il viottolo sbuca su un pianoro spelacchiato. La sensazione di essere osservato non è più alle spalle: è dappertutto. Il sole è ancora sotto l’orizzonte ma in cielo si cominciano a distinguere le nuvole. Dopo l’ultima curva appare una costruzione in muratura: un rifugio di montagna. Giorgio raggiunge l’ingresso, sale cinque gradini e si trova di fronte a una porta sbarrata da un’inferriata. Tutte le finestre a pianterreno hanno le inferriate.
“Proviamo a entrare” dice la gitana.
Era nascosta lì, sotto i gradini. Giorgio scuote la testa. Se voleva condurlo lì, perché non l’ha detto subito?

Costanza

Egregio signore,
nella mia qualità di curatore della successione del compianto prof. Candido mi corre l’obbligo di comunicarLe che l’insigne clinico è spirato il 5 agosto u.s., nella sua dimora di Tor del Tronco.
A questo proposito, Le comunico altresì che gli accertamenti da me esperiti hanno permesso di definire quanto segue:
1) Il de cujus non ha testato in forma legale né in forma olografa.
2) Fra Ella e il de cujus intercorre un rapporto di affinità di quinto grado.
3) Non esistono altri parenti o affini di grado inferiore al quinto.
4) Il rapporto di affinità discende dalla Sua defunta genitrice, il che esclude dalla successione il Suo vivente genitore.
Allo scopo di espletare le pratiche successorie si rende indispensabile la Sua presenza. Resto pertanto in attesa delle Sue decisioni, che vorrà comunicarmi con cortese sollecitudine.
Dott. Balbo Tricotomo – Notaio in Pevera

L’ispettore depose il foglio sul tavolo e alzò gli occhi. Ci fu il rumore di un chiavistello, poi quello della porta che si apriva. Il prigioniero apparve sulla soglia, fece due passi avanti e si voltò di scatto quando sentì la porta richiudersi alle sue spalle. Lo zigomo sinistro era tumefatto e trascolorava in cerchi concentrici dal viola al giallo livido. L’ispettore lo squadrò con curiosità.
“L’aria del collegio non ti giova. Ci vorrebbe una vacanza, magari in Toscana.”
Il prigioniero non reagì. Jäger lesse la lettera ad alta voce.
“Hai avuto un colpo di fortuna” commentò.
Silenzio. Il prigioniero si limitò a lanciare uno sguardo di sotto in su.
“Non ci credi? Telefona. Certo, se dici al notaio che stai al fresco non ci fai una bella figura; ma i notai sono uomini di mondo.”
Ancora silenzio. Sguardo a terra, da tigre in gabbia. Poi la voce uscì come un chiocciare, a metà fra l’urlo e il singhiozzo.
“Cosa volete da me?”
“Soltanto le risposte giuste a un paio di domande.” Jäger alzò le spalle. “In cambio, potrei valutare favorevolmente il fatto che il denaro è stato ritrovato. Potrei perfino dimenticare che lo avevi in tasca tu.”
***
Von Sinnen porse il braccio alla signora in tailleur nero e la sorresse nella discesa degli scalini di granito. Sul vialetto inghiaiato la Mercedes attendeva con il motore acceso. L’autista aprì lo sportello. La vedova Mittelmessig si accomodò sul sedile posteriore mentre i domestici sistemavano le valigie nel portabagagli. La grossa berlina si avviò sollevando una nuvola di polvere, percorse il vialetto, sostò sul cancello e svoltò sulla strada asfaltata.
I domestici rientrarono. C’erano da chiudere le stanze e da coprire i mobili con i teli. La signora tornava nella casa di famiglia, a Flensburg, forse per sempre. Benno e Jutta sarebbero partiti in treno. Gudrun e Arbogast restavano a fare i custodi. Villa Senta sarebbe diventata una foresteria. Il pacchetto di maggioranza della Alchemie era intestato a una fondazione e von Sinnen aveva una procura generale.
L’ingegnere salì su una BMW e ordinò all’autista di portarlo in centro.
***
“Il ragazzo dice che Alberico non era là. Dice che in piazza c’era soltanto l’italiano, in piedi vicino al cadavere. Non l’ha visto bene in faccia perché spiava da un portone, però ha fornito una descrizione che corrisponde. L’italiano si è allontanato a passi incerti. Sembrava che zoppicasse. A poca distanza dalla piazza deve aver incrociato la donna. Intanto il ragazzo arraffava i contanti. Avrebbe preso anche l’orologio se…”
“Questo è irrilevante.”
“Come? Ah, be’, se lo dice lei… Comunque, per venire incontro alla sua esplicita richiesta, ho rilasciato il ragazzo.”
Von Sinnen fece per andarsene. Jäger domandò in fretta:
“Devo continuare le ricerche?”
“Naturalmente!”

Giorgio

La gitana rompe con un sasso il vetro dell’unica finestra senza inferriata. È un seminterrato. Perché non l’ha fatto prima, appena arrivata? Come mai il vetro si rompe senza far rumore? Giorgio se lo domanda oziosamente e non si cura di rispondere: ormai è abituato alle stranezze. Si cala nella finestra rotta, passa sugli spezzoni di vetro senza ferirsi, si ritrova in una lavanderia. La porta, chiusa a chiave, si lascia scardinare facilmente. Giorgio e la gitana cercano la cucina, ma ci trovano solo avanzi: una bottiglia di liquore, un barattolo di conserva di pomodoro, un po’ di riso in fondo a una confezione aperta, cinque o sei spicchi d’aglio duri come sassi, i resti di una treccia di peperoncino.
Sono capitati in un rifugio che d’estate serve da base per escursioni e trekking. Ma non ci sono mappe della zona. Non c’è una radio. Il telefono non funziona. Giorgio trova della legna e accende il fuoco nel camino. La ragazza mette in una padella riso, pomodoro, aglio e peperoncino. Nessuno dei due ha fame, ma la quotidianità è fatta di gesti che non hanno bisogno di un perché. Al primo piano, in un ripostiglio, Giorgio trova dei cuscini e una coperta logora.
Il sole si apre faticosamente la strada fra le nuvole. La casa sorge su un pianoro argilloso che da un lato sale verso una montagna nascosta dalla foschia e in tutte le altre direzioni sprofonda nella nebbia. La vegetazione è fatta di sterpi, licheni e rari pini scheletrici. Alle quattro è di nuovo buio. La gitana lava padelle e piatti nei quali Giorgio non ricorda di aver mangiato. Domani dovranno andarsene.
“Finisci la tua storia. Hai lasciato il tuo amico e stai fuggendo.”
“Non era una fuga. Volevo tornare in un posto dove sono stato felice, tanti anni fa. Chissà se esiste ancora.”
“Insomma: te ne sei andato.”
“Devo aver passato la frontiera francese, ma non so come. L’ultimo ricordo che ho in mente è questo: sono in riva a un torrente e mi gira la testa. Sento il verso di un falco. Guardo l’acqua che scorre e all’improvviso mi scoppia dentro un desiderio di mare, di una terra nera bruciata dal sole. E poi più niente. Devo aver perso i sensi. Non so dove ho dormito, come ho mangiato. Eppure devo averlo fatto, prima di arrivare a casa di Sandro.”
“Sandro chi?”
“Un altro amico.”
***
Era il creativo di punta in una grande agenzia di pubblicità, richiesto e coccolato da giornalisti, industriali, uomini politici. Ma il successo gli era piovuto fra capo e collo e a lui pareva che avesse il sapore di un furto. La società, tutta quanta, gli sembrava fondata sull’inganno, e quando ci pensava si macerava nel senso di colpa. Diceva: mi danno un’automobile, una lavatrice o un dentifricio, io li accoppio a un’immagine desiderabile e scelgo il mezzo più adatto per diffondere il messaggio. Cosa aggiungo al lavoro di chi stringe i bulloni?
Se gli facevo notare che oggi i bulloni li stringono i robot, lui ribatteva: e i bulloni dei robot chi li ha stretti? Una volta gli risposi: l’ingegnere che li ha progettati. Per poco non finì a cazzotti.
Fa male al cuore vedere una persona in gamba comportarsi da imbecille. Lui si faceva un punto d’onore di chiamare etnie le razze, operatori scolastici i bidelli, bioparco lo zoo. Sapeva bene che gli eufemismi non risolvono i problemi, ma voleva sentirsi giusto, umano e sensibile, e per un po’ credette di cavarsela così. Quando si rese conto che la coerenza esige comportamenti e non chiacchiere, ebbe una crisi profonda. Piantò tutto, comperò un casale in Provenza e si mise a coltivare uva, ortaggi e lavanda. Se la cavò né meglio né peggio di tanti altri. Commise errori e li riparò. Ebbe i suoi guai e qualche annata buona.
Ma non aveva previsto la monotonia. Gli amici arrivavano, ripartivano e non tornavano più. I ritmi di lavoro erano imposti dalla stagione e i raccolti dipendevano dalla fortuna. Non c’erano ispirazioni da sviluppare, non c’era spazio per colpi di genio. Scoprì che l’agricoltura non è un’arcadia ma un concentrato di fatica, furbizie e meschinità. Scoprì che in campagna il mal di denti viene sempre nei giorni in cui la farmacia è chiusa.
Quando sono arrivato davanti al muro di pietra grigia in cima alla collina rigata dai filari di vite, le nubi salivano dall’orizzonte. Nel vento c’era una specie di richiamo occidentale, un presentimento di oceano. Un falco saliva in cielo descrivendo una spirale e lanciava il suo fischio.
“E tua moglie non c’è?” gli ho domandato.
“Credo che sia a Milano.”
“Come sta?”
“Non lo so. Mi ha lasciato.”
Che gaffe! Lo sapevo? L’avevo dimenticato? Sandro parlava tenendo gli occhi a terra, come se io non fossi lì, davanti a lui.
“Sei un bambino viziato, mi ha detto. Fai l’elemosina a ogni accattone che incontri e chiami assassino chi non è vegetariano, ma a te non interessano né gli animali né gli esseri umani. In realtà te ne freghi di chi sta peggio: paghi per sentirti buono, per far tacere la tua maledetta coscienza. Sei soltanto uno stronzo egoista.”
“Ma sarà stato un momento di rabbia… una sfuriata. Sono cose che capitano.”
“Era lucidissima. E aveva ragione. Almeno un po’.”
Il risultato dei suoi ripensamenti si chiamava Samiya: una donna magrebina abbandonata dal marito, che aveva vissuto di espedienti per qualche anno.
Con una franchezza perfino eccessiva, Samiya diceva che Sandro era stato la soluzione dei suoi problemi: copriva il suo passato e le garantiva un avanzamento sociale. Lui la ascoltava e metteva in mostra una specie di allegra disperazione. Recitava la parte del peccatore che sconta con gioia la sua penitenza. Voleva sentirsi dire, da lei, da me, da tutti: “Ego te absolvo”. Avrebbe fatto altrettanto con chiunque fosse capitato lì. Tutti angeli del Signore, tutti mandati lì per comprenderlo e perdonarlo.
***
Giorgio non sa se a questo punto si addormenta o se resta immobile con lo sguardo fisso nelle braci del camino. Quando si riscuote il fuoco è spento, la bottiglia è vuota e la ragazza non c’è più. Se n’è andata in silenzio, prima dell’alba.
Giorgio esce nel freddo del mattino. Il sole sta per sorgere dietro la montagna. Il sentiero scende a mezza costa, gira intorno a un colle e sparisce.

Toscana e Costanza

L’agente Rosario Caliandro allargò le braccia.
“Ma era un falso allarme.”
“Cioè?”
“Zaifél non era morto. Stava in ferie.”
“Ah! E voi l’avete detto all’avvocato?”
La missitalia in tailleur blu gessato si era presentata come avvocato Scordatella, o qualcosa del genere. Aveva un accento che sapeva di olive e pomodoro (oltre a uno stacco di cosce che solo a pensarci dava dolcezza al cuore) ma anche un piglio manageriale che smorzava sul nascere ogni sentimentalismo. Per innata galanteria Rosario non avrebbe mai rifiutato assistenza a una signora-che-tiene-un-guaio, ma si sentiva dannatamente goffo: la disinvoltura di Clay lo spiazzava.
“Non saprei. Forse gliel’ha detto Lovino.”
“E possiamo sentire questo Lovino?”
Rosario scrollò la testa con aria rassegnata.
“L’hanno trasferito!”
“Dove?”
“In Toscana.”
“E non ce l’ha il telefono?”
Una punta di impazienza sotto il sorriso nervoso. Così sono queste donne emancipate: esigenti, egoiste, interessate. Tutte perfide maliarde. Rosario, non ti scordare il voto che facesti a Santa Rosalia: mai più femmine del continente.
“Le scrivo il numero dei colleghi di Pevera.”
“Grazie, agente. Molto gentile.”
Rosario consegnò il biglietto e salutò a testa bassa guardando ostentatamente a terra. Ma tornò a sollevare gli occhi proprio mentre Clay scendeva i gradini dell’ingresso: una soda tenerezza in forma di liuto dondolò cinque volte al sommo delle cosce.
***
Rattrappito, anchilosato, indolenzito, Dumm scese dallo scompartimento di seconda classe e andò a studiare il tabellone delle partenze. Nel suo passato prossimo c’erano sei ore di noia sul treno che rotolava da Zurigo a Milano. Poi un frenetico domandare a gente che non dava retta, brevi risposte in un italiano incomprensibile, corse insensate da un binario all’altro. Dopodiché, altre sette ore di cabotaggio costellato di soste in un’infinità di stazioncine.
Fra Zurigo e le Alpi Dumm aveva sonnecchiato. Sotto il tunnel del Gottardo aveva sgranocchiato una tavoletta di Suchard. A Milano, girando per la Centrale, aveva avuto il primo assaggio di meridione. Niente chioschi di hamburger: i bar avevano solo merendine preconfezionate e panini al tonno-maionese-pomodoro-insalata. Quanto a bere, gli indigeni tracannavano soltanto caffè, ma di corsa, in piedi e in quantità infinitesimali. Per colmo di stranezza gli italiani non erano come li aveva sempre immaginati, indolenti peones rannicchiati a far la siesta sotto il sole. Sembrava che avessero tutti un diavolo per capello.
A Livorno, con i glutei doloranti e la colonna vertebrale acciaccata, Dumm trovò gente scorbutica che parlava una strana lingua aspirata e martellante. Nessuno si degnò di dirgli da quale binario partiva il treno per Pevera. Solo un tizio vestito da mattacchione, con i pantaloni rossi e neri e una strana tracolla bianca, si interessò a lui. Parlava un’altra lingua ancora – pure questa non aveva niente a che fare con l’italiano – e accompagnava le parole con una smodata gestualità, ma in qualche modo Dumm riuscì a capire che per Pevera c’erano degli autobus. Come Dio volle, trovò quello giusto e salì.
Il carabiniere segnalò la cosa a un brigadiere della centrale operativa. Il brigadiere, non avendo altro da fare, avvertì i colleghi di Plutonia i quali, oppressi dalla noia di un pomeriggio afoso, girarono la segnalazione alla stazione di P.S. di Pevera. Fu così che Nicola Lovino individuò lo straniero dalla chioma policroma che scendeva dall’autobus e lo accolse con mediterranea cordialità.
“Tu! Vieni con me.”
“Ma io…”
“Niente paura: adesso mettiamo in chiaro tutto quanto.”
***
Clay arrivò a Pevera verso le cinque del pomeriggio, dopo un colloquio con una Nicchia che sembrava avere la testa da tutt’altra parte, una strana telefonata con Lovino e alcune ore di auto. Per tutto il viaggio non fece che domandarsi in che razza di equivoco era caduto Lovino: non solo l’aveva presa per tedesca, ma aveva dato per scontato che si sarebbero visti dal notaio Trictrac e su questa unilaterale certezza aveva riagganciato.
Alla stazione di P.S. la porta era aperta e i locali desolatamente vuoti. Clay, che si aspettava controlli di identità e passaggi nel metal detector, rimase sconcertata. Con una certa preoccupazione percorse un corridoio disabitato e si fermò sulla porta dell’ufficio in cui un poliziotto in maniche di camicia osservava con espressione scettica un giovanotto dai capelli tinti in modo inverosimile che cercava di aprire una bottiglia di birra usando la punta di una penna a sfera.
“Il vicebrigadiere Lovino?”
Il poliziotto si voltò a guardarla, sbarrò gli occhi e deglutì.

Giorgio

Il vento ha spazzato le nubi. Il cielo è limpido, ma l’aria è fredda. Giorgio ha trovato un coltello, l’ha conficcato al centro della coperta, ha fatto un taglio della misura sufficiente per infilarci la testa e ne ha ricavato un poncho. Si è messo in cammino verso valle sperando di incontrare prima o poi qualche segno di civiltà.
Il paesaggio non mette di buonumore: è un pendio con dossi e valloni che si accavallano su un terreno brullo, scavato da fiumare in secca. La vegetazione è così bassa che sembra muschio. Tutto intorno, l’unica cosa in movimento è un falco che sale in cielo avvitandosi in una stretta spirale.
Tormentato dalla sete, Giorgio arriva in cima a una montagnola pelata dove la sterpaglia ha il colore della ruggine. Vede un recinto di vecchie assi, poi un ricovero di montagna, fatto più per le bestie che per gli uomini, con i muri a secco, una parete addossata al pendio e un tetto basso di lastre di ardesia coperte di muschio. Un uomo in groppa a un mulo sbuca dal lato opposto e se ne va su, verso la montagna. Giorgio gli urla dietro:
“Dov’è il paese?”
Senza parlare l’uomo stende un braccio. Ma nella direzione indicata c’è soltanto il letto di un torrente asciutto, incassato fra due rive rocciose dove non cresce un filo d’erba. Giorgio si volta: l’uomo e il mulo sono già spariti.
L’abituro è soltanto un riparo per il mulo, ed è vuoto. Non resta che proseguire lungo la gola rocciosa, immersa nell’ombra. Dopo un quarto d’ora di cammino, Giorgio entra in un banco di nebbia spessa come bambagia. Procede a tentoni con la vista offuscata e il rumore dei suoi passi che gli arriva smorzato, come se provenisse da molto lontano. A un certo punto la valle si restringe in un passaggio scavato fra due rocce: il letto del torrente fa una curva e sprofonda in una serie di ripidi scalini. Poi le pareti si allargano in una conca e il terreno torna in piano. Ma la nebbia è sempre fitta. Giorgio ha l’impressione di camminare e di non spostarsi. Si impone di guardare a terra e non pensare a niente: un passo, e un altro passo, e un altro ancora. E poi daccapo.
Quando la nebbia si dirada ha l’impressione di aver camminato per un giorno intero. Ma almeno si trova davanti a un segno di vita civile: il letto del torrente secco l’ha condotto alla confluenza con un torrente più grande dove scorre l’acqua. Lì qualcuno ha allineato cinque pietre levigate. Un lavatoio. Giorgio si rannicchia, lava il viso, sente il gelo liquido sulle labbra, cerca di bere.
E proprio mentre sta per succhiare un po’ d’acqua gli arriva un calcio nelle costole. Giorgio rotola a terra, tossisce, starnutisce, e riceve altri calci. Sente meno dolore di quanto si aspetterebbe ma la testa gli gira e la nausea sale dallo stomaco. Vorrebbe gridare, cerca di rialzarsi, ma riceve un’altra botta nel ventre, ruzzola di nuovo a terra ed è come se un interruttore togliesse il contatto.
***
“Chi sei? Da dove vieni?”
Giorgio ha impiegato del tempo per riaversi e fa fatica a capire la situazione. Chi l’ha colpito? Chi è l’uomo che lo sta interrogando?
“Non vuoi parlare? Risponderai all’Ufficio Etico.”
L’uomo si avvia e Giorgio non ha la forza di replicare. Non gli domanda se è lui che l’ha preso a calci, non gli chiede dove sono diretti. Il crepuscolo sta sprofondando nell’oscurità. La strada è lastricata al centro per una striscia non più ampia di un paio di metri, fatta di pietre grezze molto consumate. Ai lati della striscia lastricata la via si allarga o si restringe seguendo i contorni delle case. Dove manca la pavimentazione non c’è che terra battuta, erba che cresce contro i muri, pozzanghere fangose.
A poco a poco Giorgio ricupera le forze.
“Scusi, come si chiama questo paese? Mi dica dov’è la polizia: sono stato aggredito e voglio fare una denuncia.”
L’uomo risponde senza voltarsi.
“Le conviene tacere. L’Ufficio Etico non gradisce le domande.”
Giorgio non può fare altro che seguirlo. Dove potrebbe andare in un paese sconosciuto? E poi, da qualche minuto ha di nuovo la sensazione di essere spiato. Si gira di scatto e scorge un’ombra che si rifugia in un angolo buio. È la gitana? Ma non c’è più tempo per le domande: l’uomo si è fermato e bussa a una porta.
Un vecchio un po’ curvo, con i capelli grigi e una barba a raggiera fa strada in una stanza semibuia dove una decina di uomini stanno seduti dietro a un tavolo. Sono vestiti tutti allo stesso modo, con pantaloni e panciotto neri, e camicia bianca aperta sul collo. Due o tre sono molto anziani, quasi decrepiti. Gli altri, più che vecchi, sono sciupati. Uno è orbo dell’occhio sinistro, un altro ha una cicatrice che dalla tempia scende lungo la guancia sinistra fino all’angolo delle labbra. Tutti hanno l’espressione torva e le spalle ingobbite.
Non ci sono sedie libere e nessuno invita Giorgio a sedere. Nella stanza c’è odore di tabacco trinciato. Due lampade a petrolio spargono una luce fioca dai ripiani di una credenza e Giorgio si rende conto di non aver visto un lampione acceso, una finestra illuminata. In questo paese non c’è corrente elettrica?
“Sono passati venticinque anni” dice uno dei vecchi “da quando l’ultimo straniero è stato qui. I giovani credono che gli stranieri siano una invenzione degli anziani. Ma noi, che abbiamo tante stagioni alle spalle, sappiamo che un avvenimento in ritardo è un avvenimento imminente.”
Giorgio non crede alle proprie orecchie.
“Volete dire che sono stato aggredito perché la gente di qui non è preparata ad accogliere uno straniero?”
Gli uomini seduti intorno al tavolo mormorano scandalizzati. Il vecchio scrolla la testa, ignora la domanda di Giorgio e si rivolge agli altri con il tono di un professore di fisica che commenta un esperimento.
“Ecco: gli stranieri sono così. Bambini che rifiutano di crescere.” Accenna a Giorgio. “Chiamano artisti i parassiti e imprenditori i ladri. Spiegano l’universo ipotizzando altri universi che nessuno ha mai visto. Non capiscono che fra tutte le possibilità teoriche una sola è vera, ed è il mondo che hanno sotto gli occhi.”
Un uomo dagli occhi freddi appoggia le mani sul tavolo e sporge la testa.
“Gli stranieri non hanno ideali.”
“Hanno paura del futuro” interviene un altro.
La luce nella stanza è sempre più fioca. Gli uomini seduti proiettano sul tavolo ombre che si sovrappongono e si confondono una nell’altra. Giorgio comincia a pensare di essere capitato in una gabbia di matti. Conta i vecchi: sono undici.
“Gli stranieri sono amorali” dice il guercio.
“Proprio così” annuisce il primo vecchio. “Gli antenati hanno costruito la società perfetta e noi abbiamo il dovere di difenderla. Non ci lasceremo corrompere dagli stranieri e dalle loro puerilità.”
Ognuno mormora i suoi commenti. Il vecchio comanda silenzio e per la prima volta si rivolge a Giorgio.
“Perché sei venuto qui?”
Giorgio si sente pesare addosso undici paia di occhi. Finora nessuno ha fatto esplicite minacce, ma è evidente che l’Ufficio Etico è un tribunale e i tribunali emettono sentenze.
“Mi sono perso sulle montagne. Cercavo di tornare a Madrid. Ma all’entrata del paese sono stato aggredito. Vorrei proprio sapere chi è stato. Comunque, sono grato a chi mi ha soccorso. ”
Intorno al tavolo c’è un moto di sconcerto. Il vecchio interviene in tono severo.
“Il tuo modo di fare è davvero sgradevole.”
Giorgio rimane interdetto.
“Ho detto qualcosa di offensivo?”
Il vecchio sospira come uno che porta pazienza.
“Ringraziare singole persone significa offendere la collettività. In una società perfetta non esistono meriti individuali. Noi siamo tutti buoni per legge.”
Giorgio sbarra gli occhi. Per un attimo pensa che lo stiano prendendo in giro. Eppure gli sguardi dei vecchi sono inequivocabili.
“Ma se voi siete tutti buoni chi mi ha aggredito?”
Gli undici si guardano indignati, prima di esplodere.
“Come si permette, questo straniero?”
“Ficcanaso!”
“Spia!”
Il guercio scaglia insulti in un dialetto gutturale. Gli altri strepitano in tono ostile. La faccenda ha preso una brutta piega. Giorgio alza la voce:
“Non ho intenzione di offendere nessuno. Se vi sentite oltraggiati vi chiedo scusa; ma chi vi capisce è bravo e io ne ho abbastanza delle vostre stramberie.”
Si volta e va alla porta. L’uomo che l’ha accompagnato è sulla soglia e vorrebbe trattenerlo, ma Giorgio si divincola, apre la porta e si lancia nel buio.
***
Ormai è notte. Giorgio corre nel buio senza voltarsi. I muri non incombono più sui lati della strada e sotto le suole delle scarpe non sente più il lastricato ma la terra battuta. Il vento sposta le nuvole e in cielo compare una falce di luna. Lungo il sentiero i fabbricati sono più distanti fra loro e non sono case d’abitazione: sembrano stalle o scuderie. Sempre correndo, Giorgio lascia la strada e gira intorno a una baracca di legno. Il portone è sbarrato ma c’è una finestra con le imposte socchiuse. Giorgio le apre e si affaccia.
Buio. Silenzio.
Giorgio si issa fino ad appoggiare il ventre al davanzale e si lascia cadere all’interno su un mucchio di paglia che sembra messa lì apposta per accoglierlo. Nel buio una voce profonda sussurra:
“Non ti sono bastate le botte, straniero?”
“Sei tu che mi hai preso a calci?”
“Qualcosa in contrario?”
Il portone viene socchiuso e una decina di persone entrano di soppiatto.
“Ce l’hai la roba? Ce l’hai?”
Una vocina sottile, quasi un sussurro. La voce da basso diventa autoritaria:
“Poca. Con questa umidità non asciuga.”
Un altro, con un tono isterico da zitella.
“Ma cazzo, è una settimana che ho portato i funghi! Sono io che li raccolgo!”
Ancora la voce da basso, in tono seccato.
“E io sono quello che li fa seccare, li macera, li asciuga e li polverizza per farteli fiutare! Di roba ce n’è poca, punto e basta.”
La vocina sottile bisbiglia:
“Non importa, non importa. Poca o tanta, quella che c’è. Quella che c’è.”
“Ma cazzo, è una settimana che aspetto!”
Uno scatto. Un annaspare nel buio. Un tonfo.
“Qualcun altro ha da lamentarsi?”
“Per piacere, per piacere, lui non dirà più niente. Ci penso io. Non dirà più niente. Dài, spartisci la roba che c’è. Quella che c’è.”
“Non c’è niente per nessuno se quello lì non la pianta.”
Da terra, il rumore di chi si rialza gorgogliando, con lo stomaco sottosopra.
“Due tirate a testa. E adesso fuori! Andate a fiutare all’aperto.”
***
“Cosa gli hai dato?”
“La polvere di un fungo. Si annusa.”
“Alla faccia della società perfetta!”
“Che c’è di strano? La popolazione va adeguata alle risorse disponibili.”
“Vuoi dire che la società perfetta induce al suicidio gli adolescenti?”
“Non fare l’ingenuo. Le masse vanno gestite. I genitori che cercano i figli in giro per i boschi e li trovano spiaccicati in fondo ai burroni si sentono in colpa. L’Ufficio Etico li assolve: è colpa del fungo.”
Giorgio quasi non crede alle proprie orecchie.
“Invece di distruggere la droga, la distribuite? Avete sulla coscienza migliaia di suicidi! E tu, come fai a dormire la notte?”
“Io distribuisco dosi omeopatiche di trasgressione e dosi terapeutiche di disciplina. Se non ci fossi dovrebbero inventarmi.”
“Sei un topo di fogna che spaccia droga ai ragazzi e soffiate all’Ufficio Etico.”
“Soffiate? Per chi mi hai preso? Li hai contati, i membri dell’Ufficio? Erano undici, vero? Be’, ne mancava uno. Mancavo io.”
Davanti alla scuderia i ragazzi aprono le bustine, le portano al naso e aspirano. Le scuotono e aspirano ancora. Poi stirano braccia e gambe, si rincorrono, accennano pugni e calci.
“Il fungo eccita l’aggressività.”
“E come va a finire?”
“Di solito lottano e chi vince si sfoga con la donna di chi perde. Ma oggi c’è uno straniero. Ti linceranno. Vedi quelle luci? Sono le lanterne degli anziani.”
Giorgio riceve una spinta e viene sbattuto all’aperto, in mezzo ai giovani che si stanno preparando alla lotta. Ma un rumore in avvicinamento li fa interrompere: è un frastuono di zoccoli. Gli anziani escono allo scoperto, si raggruppano, bisbigliano perplessi. Un’ombra nera ingigantisce nella notte. I giovani indietreggiano e finiscono addosso agli anziani. Le lanterne cadono a terra. Giorgio approfitta del trambusto per arrampicarsi sull’albero più vicino.
Il rimbombo degli zoccoli è sempre più forte. Una voce che fa accapponare la pelle grida: “Oooh! Eeeh!”. Poi il cavallo piomba sullo spiazzo. Esplodono due colpi di fucile. Tutti si buttano a terra. Cavallo e cavaliere proseguono la corsa, il buio si richiude come un sipario, il frastuono si allontana. Giovani e anziani fuggono verso il paese.
Giorgio scende dall’albero, aggira la scuderia, ritrova il sentiero, prende per i boschi e si allontana. Ha ancora la sensazione di essere spiato ma non si volta a guardare. Corre, sparisce nella notte.

La coppa

Il sole tornò a splendere su Costanza, sui fiori dei giardini di Mainau, su pizzerie e ristoranti di lusso, sui vaporetti che entravano e uscivano dal porto, sul treno che partiva sibilando verso Singen. Illuminò anche Zweifel e Armida, intenti a pianificare rivincite e alleanze.
“Se penso che in un accesso di sconforto ho gettato via la polizza…”
“Non importa: riusciremo a ricuperare la coppa.”
“Già. Ma poi? Solo Giorgio poteva decifrare le iscrizioni.”
“Posso farlo anch’io. Ma devi dirmi tutto.”
“Tutto? Non so nient’altro!”
“Guardami negli occhi: c’è qualcosa che non mi hai detto.”
Una smorfia, un’espressione scettica sul volto. Un’alzata di spalle.
“Uhm. Prima ricuperiamo la coppa.”
“No: adesso.”
***
Il notaio Tricotomo aprì la cassaforte, estrasse una busta gialla e tornò a sedere. Sporgendosi sopra la scrivania, tese a Dumm un foglio di carta bollata.
“Le-eegga e fi-iirmi per pre-eesa visione.”
Clay sporse il capo, lesse insieme a Dumm e accennò che era tutto okay. I beni oggetto della successione comprendevano:
– appartamento a Milano in via Giuseppe Balsamo, 5
– villa Cunegonda a Pevera, in contrada Tor del Tronco, senza numero civico
– quindici tele di autori vari meglio descritte nell’allegato 2
– una collezione di mazzi di carte artistici (allegato 3)
– una biblioteca catalogata su floppy disk (allegato 4)
– titoli e depositi come da estratti conto della Banca Bassotti (allegato 5).
Sempre balbettando, il notaio informò Dumm che, ai fini fiscali, l’asse ereditario era valutato cinque miliardi e rotti. Imposte e spese ne avrebbero fatto sparire una buona fetta ma, accettando la successione con beneficio di inventario, c’era un anno di tempo per liquidarle. Non era tutto. Il notaio posò la mano su una busta di carta gialla e guardò Dumm negli occhi.
“Que-eesta bu-uusta potrebbe contenere qua-aalsiasi cosa. Al ta-aatto, si direbbero fotografie. Potrebbero essere le private faccende di un defunto e preferisco non ficcare il naso.” Tutti notarono che aveva smesso di balbettare. “Ma potrebbe trattarsi d’altro. Per esempio, gli estremi di un conto in una banca svizzera. Non sarebbe la prima volta.” Si rivolse a Dumm. “Davanti a questi testimoni, la avviso che eventuali valori, a termini di legge, dovranno essere dichiarati al fisco.”
Dumm tese la mano, ricevette la busta e la mise in tasca. Ci avrebbe pensato più tardi. Per il momento la cosa più urgente era trovare un alloggio. All’hotel Pangloss, unico albergo di Pevera, non c’erano camere libere.
***
“Adesso vengono i problemi” si disse Zweifel varcando la soglia del Monte di Pietà di Milano. E invece ci volle soltanto un po’ di fortuna, un pizzico di charme, una discreta dose di insistenza e sfacciataggine.
Un usciere gli indicò il reparto prestiti su pegno. Incredibilmente, non c’era coda allo sportello e l’impiegato dietro il banco aveva l’aria sveglia. Calcando l’accento tedesco, Zweifel spiegò che a fine luglio il dottor Alessio Paleologo, prima di partire per l’Egitto, non volendo lasciare incustodito un certo oggetto, l’aveva impegnato. Purtroppo, pochi giorni dopo, aveva perso la vita in un incidente stradale. Due mesi più tardi, donna Teofila aveva notato la mancanza dell’oggetto, si era ricordata di aver suggerito l’idea del Monte di Pietà ma non aveva trovato la polizza e si era affidata a lui, antiquario e amico di famiglia. L’oggetto apparteneva ai Paleologo da secoli e, pur essendo di scarso valore intrinseco, aveva un inestimabile valore affettivo.
L’impiegato trafficò con il computer, prese nota di un numero e andò a confabulare con un funzionario dai gesti aggraziati e dai baffi curatissimi, il quale ascoltò, fissò Zweifel e si illuminò in volto. Venne allo sportello e parlò sottovoce, come se la salma del defunto Alessio fosse lì, tra i ceri accesi, vegliata dai monaci ortodossi.
“L’oggetto è effettivamente impegnato presso il nostro Istituto” confermò. “Ma se la polizza viene smarrita, per rientrare in possesso del pegno bisogna esibire alcuni documenti.” Li elencò contando sulle dita, a partire dal mignolo. “Certificato di morte del depositante. Denuncia di smarrimento della polizza. Attestato notarile dell’identità dell’erede legittimo. Procura ad hoc rilasciata dall’erede legittimo.”
Il funzionario aveva la erre moscia. Fece una breve pausa e sorrise ancora.
“Vado contro all’interesse dell’Istituto, ma è più semplice riacquistare l’oggetto quando i pegni non riscattati saranno messi all’asta.”
Sorrise anche Zweifel, deciso a non mollare.
“Ci ho pensato anch’io. Ma dovrebbero passare altri dieci mesi, e in dieci mesi può succedere di tutto.”
Il funzionario sorrise di nuovo.
“I pegni sono custoditi nel caveau più impenetrabile di Milano. In duecento anni non abbiamo subito un furto.”
Zweifel scoccò un altro sorriso, più felino.
“Ah, ma la vita umana non è che un soffio: prima del prossimo agosto donna Teofila potrebbe avere già raggiunto suo figlio nell’alto dei cieli. E anche noi potremmo non essere più qui.”
Il funzionario tuffò una mano in tasca e armeggiò scompostamente.
“Veda” proseguì Zweifel, “questo caso richiede una certa elasticità: un uomo di trentacinque anni lascia in pegno un oggetto di scarso valore con l’intenzione di ritirarlo a brevissima scadenza ma perde la vita in circostanze imprevedibili…”
Il funzionario si strinse nelle spalle e compresse le labbra fino a deformare la perfetta parentesi dei baffi. Zweifel insistette.
“Inoltre, la polizza è al portatore. A chiunque la esibisca, fosse anche un ladruncolo egiziano, voi sareste tenuti a consegnare il pegno senza far domande. E ciò avverrebbe contro pagamento di… quanto, esattamente?”
L’impiegato controllò sul video.
“Cinquantamila di capitale, più spese, interessi e diritti di custodia.”
“Ebbene: io non sono un legale ma direi che, se si tratta di un deposito, l’oggetto va restituito ai legittimi proprietari; se si tratta di un prestito, il creditore non può rifiutare di essere rimborsato.”
L’uomo con i baffi convocò un funzionario dell’ufficio legale, un tizio piccolo, dall’andatura saltellante, che fece strada fino a un salottino dove, con teutonica pedanteria, Zweifel ripeté i suoi argomenti. Esibì, tra l’altro, un autentico certificato di morte di Alessio Paleologo e una apocrifa lettera d’incarico di donna Teofila. Senza proferire parola, l’omino compilò un modulo e lo porse all’antiquario. Zweifel depose sul tavolo la cifra richiesta e una carta di identità nella quale figurava come Peter Penta, nato a Fünfkirchen il 5 maggio 1955 e ivi residente. Ci vollero altre formalità, firme e controfirme, ma la costanza ebbe il suo premio: Zweifel uscì dal Monte di Pietà con la coppa in mano.
***
L’intercessione del notaio fu galeotta: l’hotel Pangloss, unico albergo della zona, scoprì di avere una stanza libera. Non ce n’erano altre nel raggio di chissà quanti chilometri e in quella stanza c’era un letto matrimoniale. Per accettare la realtà ci vollero danze e contraddanze come in una commedia brillante, entrate e uscite dal bagno (prima io? prima tu?), ma alla fine Dumm e Clay riuscirono a mettersi in pigiama, a stendersi sugli orli opposti del letto e ad augurarsi la buonanotte.
All’una di notte Dumm, che non riusciva a prender sonno, allungò una mano sul comodino, prese la busta che gli aveva consegnato il notaio e la aprì. Conteneva delle foto e un foglio di appunti. Alla luce incerta di un raggio di luna, Dumm prese il foglio e lo lesse.

Zweifel sostiene che nella seconda metà del ‘700 Sofia sarebbe appartenuta a Mattia Veraci, poeta e librettista di corte dell’Elettore del Palatinato. Poi più nulla fin verso la fine dell’800, quando Sofia sarebbe stata rubata a un nobile francese (il quale chissà come se l’era procurata). Poi di nuovo sparita. Circa vent’anni fa Aram Lucesco l’avrebbe vinta al gioco (barando?) e l’avrebbe ceduta a (o gli sarebbe stata rubata da) un antiquario. Il quale antiquario l’avrebbe poi venduta a un avvocato che non teneva la minima intenzione di comperarla (assurdo!). Infine l’avvocato l’avrebbe consegnata a Paleologo (a che titolo?).
Quanto ci sta di inventato in questa storia?
Giorgio mi aveva chiesto di Lucesco. Se fosse lui l’avvocato di cui sopra? Zweifel potrebbe essere l’antiquario. Secondo me è capace di rubare e vantarsene.
Comunque sia, sarebbe da fessi vedersi passare sotto il naso l’occasione della vita e non fare manco il tentativo di acchiapparla. Qua ci sta di mezzo un tesoro e nessuno può rivendicarne la proprietà, ragion per cui chi lo arraffa se lo tiene. E poi la coppa è troppo importante. Devo averla, altrimenti il fiori esoterico resterà soltanto un sogno.

Sul verso del foglio c’era un altro appunto, più breve.

Paleologo non sa che cosa tiene tra le mani. Gli esperti d’arte stanno attaccati ai documenti, alle testimonianze, a cose pedestri, e trascurano il numero, l’armonia. Ma il sapiente sa che alla base dell’ermeneutica ci sta l’intuito.

Clay disse qualcosa nel sonno e si voltò sul fianco sinistro.
Dumm rilesse un’altra volta il manoscritto. Candido parlava di un tesoro, e fin qui tutto bene. Ma chi era Sofia? E cosa diavolo era l’ermeneutica? E il fiore esoterico? Vai a capirci qualcosa!
Quanto alle fotografie, riproducevano un oggetto d’osso intagliato. Metti che un intaglio raffigurava un fiore e un altro la faccia di una tizia che si chiamava Sofia. Metti che quella era la chiave del tesoro. Metti che il tesoro era un conto in Svizzera: dalle fotografie si sarebbe dovuto capire il nome della banca e il numero apriti-sesamo.
Ma bastava conoscere il numero per disporre del conto? Forse bisognava esibire l’oggetto originale. E se le cose stavano così, qualcuno poteva essere già a Zurigo o a Ginevra e infilava mazzette in una borsa.
***
L’aurora dalle rosee dita fece spiovere i raggi di un sole autunnale da dietro la balza di Tor del Tronco fin sui tetti di Pevera. Il bagliore destò galli e massaie, attraversò le finestre dell’Hotel Pangloss e piovve sul letto dove Dumm e Clay giacevano nel torpore del primo mattino. Vivendo due spezzoni complementari dello stesso sogno, i corpi inconsapevoli si avvicinarono scambiando tepori, tenerezze e feromoni. Nello stemperarsi del dormiveglia avvenne la risurrezione della carne, con le inevitabili conseguenze.
A cose fatte, Dumm e Clay aprirono gli occhi e si rivolsero sguardi impauriti.
“Non lo faremo più” mormorarono insieme. E pensavano: lo faremo ancora. Ma ormai, alla luce del giorno, erano tornati a essere avvocato e cliente. Dumm si portò i vestiti in bagno. Clay rimase a letto a fumare guardando il soffitto. E adesso?
Dumm riapparve vestito, borbottò qualcosa a proposito della colazione e si dileguò. Clay lo ritrovò mezz’ora più tardi, seduto a un tavolo ingombro di bricchi, ciotole di marmellata, burro, miele, formaggini, uova sode, crostini.
“Chi è Paleologo?” chiese Dumm continuando a masticare.
Clay aggrottò la fronte.
“È un nome che ho già sentito. Forse è un cliente dello studio.”
“Uhm. E Giorgio chi è?”
“Il mio capo. Quello che sto cercando.”
La forchetta nella mano di Dumm stava sorvolando il piatto del prosciutto.
“Come sarebbe a dire?”
“Be’, è un po’ scomparso. Non sappiamo dove sia.”
La forchetta precipitò nel piatto.
“Il conto in Svizzera!”
Clay ci rimase malissimo. Dopo quello che c’era stato fra loro, lo stronzo dalla chioma tricolore pensava ai quattrini.
***
Intronizzato sul più importante apparecchio del bagno, Zweifel meditava sul classico interrogativo: “che fare?” e contemporaneamente, in un oscuro angiporto cerebrale, elaborava una riflessione parallela sulle circostanze del suo meditare.
È forse un inevitabile attributo dell’umana miseria l’attitudine a filosofare, per così dire, intra feces et urinam? Autorevoli studiosi, sulla base di inoppugnabili documenti, hanno appurato che Adolf Hitler dedicava un’ora ogni mattina a questo genere di sedute, accompagnate dalla lettura della Neue Zürcher Zeitung. Martin Lutero in persona attesta di essere stato folgorato da profonde intuizioni sui misteri teologali mentre si trovava in questa indecorosa posizione. E chissà quali lampi hanno attraversato i cervelli di Napoleone, Aristotele o Bertrand Russell mentre stavano accoccolati su una turca. Chi può dire se solenni stronzate come la campagna di Russia, l’unità di tempo luogo e azione, o la logica autoreferenziale, non siano state partorite con il favore della peristalsi?
Orbene, argomentava l’antiquario tentando di scacciare suggestioni ricorrenti, ma non pertinenti, come il monopolio instaurato da Armida sulla sua vita sessuale, nonché l’improvvisa impennata nel grafico della sua efficienza amatoria, così come la curiosa constatazione di trovarsi a Milano-Babilonia e non aver ancora telefonato a un fotomodello, a uno stilista, a un parrucchiere…
Ma non perdiamo il filo del discorso. Dicevamo… Già, cosa dicevamo? Ah sì, l’uso del plurale majestatis ben si addice a chi, travolto dalla schizofrenia contemporanea, si trova a essere uno e bino, quando non addirittura polverizzato in miliardesimi, in infinitesimi di personalità…
Ma insomma, basta! Dicevamo… Cosa dicevamo? Non lo so. Non lo so più. Qualche stupidaggine, probabilmente.
Sono al punto di prima. Ho rimesso le mani sulla coppa, ma non so come usarla. Non l’ho mai saputo. E chissà se il vaso d’avorio conserva ancora i suoi poteri. Forse il giorno dell’eclissi, quando lo incontrai sul ponte del Reno, Giorgio aveva già spremuto dalla coppa tutta la sua forza. Se è vero che pochi minuti dopo ha tenuto testa a Mittelmessig e Alberico, doveva avere acquisito facoltà straordinarie. Ormai la coppa potrebbe essere ridotta a un inutile bicchiere. Ma al punto in cui sono, cosa posso fare se non insistere, andare avanti?
Ecco, concluse Zweifel mentre un fiotto d’acqua precipitava nel sifone con il fragore di una catastrofe, questa è l’angosciosa condizione umana: siamo costretti a camminare nel buio sperando nell’inconcepibile per dare senso a qualcosa che potrebbe non averne affatto.
***
“Che c’è scritto lassù?”
“Beata solitudo sola beatitudo.”
“Sì, ma che vuol dire?”
Clay avrebbe voluto tradurre in tedesco ma in quella lingua non avrebbe saputo dire neanche buongiorno e buonasera. Provò in inglese e finì per incartarsi. Dumm la fissò con il cipiglio di chi sospetta una presa in giro. Clay sorrise imbarazzata e andò ad affacciarsi alla finestra. Accidenti a lui, pensò, gli basterebbe lavare i capelli, tenerli lunghi sulle spalle e indossare qualcosa di pulito per apparire biondo, bello e di gentile aspetto.
“Insomma: cosa stiamo cercando?” domandò.
“La cosa delle foto.”
Clay sollevò gli occhi al cielo.
“Non per fare la disfattista, ma a Milano il tuo defunto prozio aveva una casa, un ambulatorio e probabilmente una o più cassette di sicurezza.”
Dumm scosse la bandiera nazionale.
“Siamo qui. Cerchiamo qui.”
Sconfitta dalla logica alemanna, Clay alzò le mani in segno di resa e andò a perquisire la camera da letto. Dentro a una cappelliera vuota scoprì due lettere datate settembre 1965 e una foto di ragazzi e ragazze in costume da bagno ammucchiati sopra un pattino tirato in secca. C’erano anche dei ricordi più hard: la foto di una donna nuda (un po’ in sovrappeso) seduta sulla sponda di un letto con le gambe accavallate, le mani sulle tette, un po’ per nascondere, un po’ per sostenere, e il viso seminascosto dai capelli con una espressione fra l’impaurito e lo scandalizzato. In più, c’erano un reggiseno e una scatola di preservativi vuota. Il lato adolescenziale di un illustre cattedratico.
Clay avvertì un principio di magone e tornò nello studio.
“Qui ci sono soltanto i ricordi dei perduti amori.”
Preso alla sprovvista, Dumm abbassò di scatto un foglio e con un gesto pieno di goffaggine annaspò per coprirlo con un altro.
“Eh…” borbottò. “Hai ragione tu: bisogna cercare anche a Milano. Solo che io non posso muovermi. C’è il notaio, c’è Lovino…”
“Che c’entra Lovino?”
“È per via di… cose successe in Germania. Affari miei.”
Clay si irrigidì.
“Certo. Affari tuoi.”
“Ma tu, come avvocato puoi entrare nell’appartamento e anche aprire le cassette di sicurezza. Se io ti do l’incarico è tutto in regola, no?”
Clay fece un passo avanti e lo guardò negli occhi.
“Fammi capire: mi stai mandando via?”
“Ma nooo…”
Clay rimase immobile, contando mentalmente per impedirsi di pensare, sperando che lo stronzo trovasse le parole per ribaltare la situazione. Tredici, quattordici. Niente di niente. Ventuno, ventidue. Con un sorriso ebete stampato sulla faccia, Dumm restava in silenzio.
Clay arrivò a venticinque e si riscosse. Fece dietro front, marciò verso la porta e l’aprì di slancio. Si fermò sulla soglia per il tempo strettamente necessario a voltarsi e gridare: “Stronzo!”.
***
Una ciocca dei capelli biondi di Lucrezia Borgia. Un demonio in forma di rospo rovesciato a pancia all’aria. San Giorgio che uccide il drago. L’Ambrosiana rigurgitava di colori, miracoli, suggestioni. Ma erano suggestioni che non suggerivano niente. Troppo disparate, troppo lontane dalla realtà. Zweifel sbuffò.
Armida gli aveva prescritto di visitare la pinacoteca senza seguire un percorso logico, ma come andando a caccia. Doveva essere un esercizio mnemonico, un bombardamento di stimoli cromatici, uno choc di simboli e metafore che l’avrebbe aiutato a interpretare le iscrizioni della coppa. Ma era solo una pia speranza. Figuriamoci: risolvere l’enigma della coppa girando a casaccio per le sale dell’Ambrosiana!
Zweifel uscì dalla pinacoteca e si avviò senza degnare di uno sguardo la duecentesca piazza Mercanti. Arrivò in via Manzoni rimuginando a vuoto, seccato con se stesso. Si riscosse all’incrocio di via Croce Rossa: a sinistra, dietro a quello scandaloso pseudo-monumento in forma di scala, c’era il Monte di Pietà; a destra, in via Bigli, ci doveva essere una galleria d’arte. Gliene aveva parlato Paleologo, ricordò, mentre sua madre concionava sul miele della Tessaglia. Soprappensiero, scese dal marciapiede e fece per attraversare la strada.
Uno scricchiolio feroce di gomme sul lastricato. Un colpo al cuore. Zweifel, già bloccato dallo spavento, venne ulteriormente gelato da uno strillo acuto:
“Stronzo!”
La signorina ha riflessi da formula 1, si disse l’antiquario. Certo, quell’urlo la involgarisce. E quel gestaccio. Ma per altri versi è davvero notevole.
“Il torto è mio, gnädige Fräulein. Mi creda: sono davvero dispiaciuto. Le porgo le mie scuse e i complimenti per la sua abilità nella guida.”
“No, a me non mi freghi. Capito? Li conosco tutti i giochetti con l’assicurazione. Prova a rivoltare la frittata e te la faccio pagare cara.”
“La frittata? Entschuldigung, non capisco.”
“Ah, davvero? Allora apri le orecchie: se pensi di fare lastre e certificati, guarda che io sono un avvocato. Fa’ il furbo e ti faccio un culo così, chiaro?”
“Le garantisco, signorina…”
“Ecco. Bravo. Meglio per te.”
E riparte, sgommando sul lastricato sconnesso. Peccato, così volgarotta! Ma il torto è mio. E poi, cosa non si perdona a una bella ragazza?
***
“Paleologo? Una persona squisita! Anzi, cosa dico? Un uomo di buon gusto! Mi ha mandato anche dei clienti. Sì, cioè, i soliti che entrano, guardano, bello, bello, e devi sparare tu il prezzo, perché loro mica domandano, e appena glielo dici salutano e tagliano la corda. Ma poi magari parlano in giro e qualcosa salta fuori.”
Aggirandosi fra nature morte e rovine seicentesche, il mercante elencava senza scrupoli di riservatezza nomi e cognomi di immobiliaristi, industriali, top manager, chirurghi e principi del foro: tutti ignoranti, tutti speculatori improvvisati.
“Capaci di mettersi in casa le porcherie di qualche giapponese pompato dai mercanti di New York. Capaci di guardare uno Spera o una Anguissola e buttar lì che, sì, è roba da storia dell’arte, ma commercialmente non ha futuro. Capisce che gente, caro Zoster?”
“Zweifel.”
“Sì, appunto. Si rende conto? Gente così.”
“Vuol dire un po’ come gli svizzeri?”
“Ma scherza? In confronto ai milanesi, gli svizzeri sono dei signori! Li mandi da me, i suoi elvetici, se cercano un Ruoppolo, un Baciccio, un Morazzone. Poi per la percentuale vedrà che ci mettiamo d’accordo. Ma dai milanesi c’è niente da sperare. Gente che guarda all’arte come a una cassaforte; anzi, cosa dico? come ai titoli della Edison! Questi qui, caro Zuegg, sa qual è l’unico modo per appendergli in soggiorno un Carlevaris? Fargli balenare la speranza che qualche critico da talk show glielo promuova a Canaletto!”
“Ma no!”
“Ma sì! Dia retta a me che li conosco, caro Zeiss! L’unico che di arte ne capiva era il povero Paleologo. Un filantropo, un benefattore, anzi, cosa dico? una persona seria! Ha trovato lui lo sponsor per il restauro della cappella Contreras. Conosce? No? Dovrebbe. Nella chiesa della Sapienza, di fianco al Conservatorio. Puro Seicento. Affreschi del Gherardini, un grande ingiustamente trascurato. Potrei farle vedere dei disegni di sicura attribuzione… ma è meglio che veda prima gli affreschi… i disegni me li ha affidati la contessa Guidarelli che, detto inter nos, è a corto di liquidi… Scommetto che il Seicento, a Costanza, va via come il pane. Ma lei si faccia prima un’idea con gli affreschi. Vedrà: roba di grande sensibilità cromatica, tutti giocati sulle tonalità della terra di Siena, assolutamente da non perdere, caro Zimmer! Ai restauratori dica pure che la mando io…”

Giorgio

Giorgio sbatte le palpebre e ricorda. La sierra e l’uomo a cavallo. I gitani. Un liquore drogato e tante chiacchiere senza senso, la gitana e le sue domande, e ancora l’uomo a cavallo. E poi in fuga nel buio pesto. Che notte! E di nuovo la gitana e altri ricordi davanti al caminetto. E il paese dei montanari, quella manica di pazzi! E l’uomo a cavallo che questa volta viene a salvarlo, i colpi di fucile, un’altra fuga. Ma che razza di mondo è questo?
Giorgio ha corso, saltato e camminato. Nei campi, nei sentieri di campagna non ha incontrato anima viva. Sotto il terrapieno di una ferrovia si è fermato per riprendere fiato. Finalmente tutto è calmo, il terrapieno offre un minimo di riparo. In cielo impallidiscono le stelle e la solitudine non è più un laccio alla gola.
Giorgio non sa per quanto tempo ha dormito. Forse soltanto un’ora. Riapre gli occhi e gli sembra di avere la mente bloccata come un orologio a fine carica. Non riesce a decidere che fare, dove andare. Resta lì, abbandonato, supino, senza un pensiero al mondo, finché arriva un treno merci. Il convoglio si avvicina con lentezza esasperante, gli passa davanti in un frastuono di stantuffi. C’è un vagone aperto e Giorgio salta su. Non sa dove va il treno, ma prima o poi dovrà pure arrivare in un posto abitato.
Il convoglio procede sbuffando. Giorgio vorrebbe restare sveglio ma ormai è scesa la notte. Il vagone deve aver trasportato degli animali: puzza di letame ed è pieno di spifferi. Giorgio batte i denti per il freddo. Il treno non si ferma mai. Non incrocia una stazione, un passaggio a livello, un segnale. Niente. È come essere a bordo di una nave in mezzo a un oceano buio.
***
Giorgio socchiude gli occhi: è quasi giorno. Il cielo sembra ondeggiare avanti e indietro, e dà la sensazione del mal di mare. Ci vuole un po’ di tempo per mettere a fuoco il paesaggio della campagna, con le fronde mosse dal vento, le spighe d’avena, le cime dei giunchi, i rami degli arbusti. Più in alto si aprono squarci di cielo dove un falco sale nell’aria descrivendo spirali e lancia a tratti il suo fischio tagliente.
Giorgio è debolissimo. Chiude gli occhi e ricade in un sogno confuso. Gli pare di aggirarsi nella penombra di uno stanzone pieno di sacchi appesi al soffitto che dondolano e lo colpiscono quando meno se lo aspetta. Non c’è modo di evitarli. Gli urti lo sbilanciano, ma i piedi sono incollati al pavimento e i muscoli sono intorpiditi dall’inerzia. Tutto intorno c’è una penombra che non lascia vedere l’uscita. Non c’è modo di tornare sui propri passi.
Giorgio non riesce a capire come mai si trova in questa situazione, quale errore ha commesso. Ma è sempre così, a questo mondo. Tu vorresti mettere ordine, razionalizzare, farla finita con la balorda casualità che ti circonda, e proprio quando credi di avere raggiunto una situazione stabile il mondo si ribella, le cose più inerti sembrano animarsi di vita propria e ti piovono addosso a tradimento.
***
Adesso il sole è alto nel cielo. In tutte le direzioni fino all’orizzonte la pianura è piatta, desolata, chiazzata di sterpaglie. Giorgio resta accasciato sul pavimento del vagone. Le emozioni degli ultimi giorni l’hanno sfibrato. A fargli battere i denti non era il freddo, ma la paura, il terrore dell’ignoto. E la paura è ancora lì, non se ne è andata. Il convoglio continua ad avanzare sferragliando, senza incontrare segni di civiltà. Poi, all’improvviso, Giorgio vede un sentiero che attraversa i binari, e salta giù: un sentiero deve pur condurre a un paese.
Ma il viottolo non va da nessuna parte, non incrocia altre piste. In mezzo all’interminabile pianura senza alberi, senza fossi, senza case coloniche, non si vede un’anima viva. Giorgio cammina adagio ed è costretto a fermarsi spesso: gli manca il fiato, gli gira la testa, è sempre più debole. Barcolla. Sviene.
Lo risveglia un rumore che tambureggia sul suolo e diventa assordante. È di nuovo notte. Giorgio fugge, corre nel buio, inciampa, rotola in una buca e resta lì acquattato. Il rumore non smette: sembra che venga a cercare proprio lui. È come il frastuono di una valanga che rotola a valle frantumando rocce, sassi, abeti, tutto ciò che incontra. Giorgio schizza fuori dal suo rifugio e scappa nel buio, ma inciampa ancora. Cade lungo disteso.
Il cavallo arriva al galoppo, salta, lo sfiora senza calpestarlo. Le zolle sollevate dagli zoccoli gli finiscono in faccia. Una voce disumana grida “Oooh! Eeeh!”. Scoppiano due colpi di fucile. Giorgio ha le orecchie rintronate e il cuore che batte all’impazzata. La paura lo costringe a rialzarsi e scappare in un’altra direzione. Corre nel buio, non si accorge di sbucare sulla sponda di un fiume, perde l’equilibrio e rotola in acqua.
Sulle prime non capisce cos’è successo. L’acqua gli entra nel naso. Inghiotte e starnutisce. Poi prende fiato, nuota con cautela, si fa portare dalla corrente. La riva è scomparsa. Il fiume è immerso nel buio e l’acqua manda un sentore di alghe in decomposizione. In cielo non si vede la luna ma solo qualche stella lontana. Giorgio galleggia nell’oscurità e ha spesso l’impressione di essere sfiorato da qualcosa che non riesce a identificare. Attraversa nugoli di moscerini addensati a pelo d’acqua. Sulle increspature della corrente vede brillare i riflessi delle stelle. Un pesce salta fuor d’acqua e nel silenzio della notte il tonfo della ricaduta sembra un colpo di pistola.
Mancano ore prima che spunti l’alba. Giorgio non sa più da quanto tempo nuota, quando un presentimento gli fa voltare la testa. Un’ombra mostruosa lo sovrasta e minaccia di franargli addosso. Giorgio si volta e batte qualche bracciata. Ma l’ombra è sempre lì che incombe e lo comprime nel fiume come in una strettoia. I movimenti diventano frenetici ed è solo un caso se uno dei suoi tentativi ha successo: Giorgio si immerge, esplora a tastoni la massa che lo sovrasta. Mezzo metro sotto il pelo dell’acqua la via è libera. L’ombra non è altro che il tronco di un albero sradicato dal fiume e trascinato dalla corrente. Giorgio riemerge, si aggrappa al tronco e tira il fiato.

La ricerca

Chi poteva mai aspettarsi un incontro con la Leggiadria in un antro seicentesco dove la luce entra a fatica? Luciana aveva il profilo di una madonna, i capelli di una ninfa, gli occhi di un cherubino. Zweifel le si era avvicinato con l’aria di chiedere aiuto: quel San Carlo con il borromeico nasone affilato dal digiuno non era un celebre dipinto di Daniele Crespi?
Ma certo!
Allora la legenda all’entrata della chiesa era sbagliata: indicava il quadro sulla parete dirimpetto.
Luciana era andata a controllare, aveva constatato l’errore e aveva iscritto ipso facto l’antiquario nella corporazione degli intenditori. Zweifel, dal canto suo, colpito e affondato da quegli occhi color lapislazzuli, aveva provato un improvviso interesse per la storia della dominazione spagnola nel ducato di Milano. Luciana non si era fatta pregare per mostrargli la cappella in corso di restauro, dedicata alla memoria di Attilio Contreras y Quirós, duca di Quinta Estrella e conte di Azor, proprietario di feudi in Sicilia, poderi nel Brabante, cascine nel Milanese e latifondi in Estremadura. Insomma: era praticamente zio Paperone ma, da perfetto nobile spagnolo, si disinteressava del vile denaro e non pensava che a servire il suo re sul campo dell’onore. Tanto lo servì che un brutto giorno, mentre combatteva nelle nebbiose Fiandre, la sua corazza forgiata dai migliori armorari milanesi fu trapassata da una pallottola e la sua anima se ne volò in cielo confidando nelle occulte verità che aveva coltivato da vivo.
“Perché, sa, il duca era membro dell’Accademia del Theatro: una confraternita di alchimisti, maghi e negromanti che non ha niente a che fare con il teatro. Pare che esista ancora al giorno d’oggi. Guardi: quello è il duca a cavallo in tutta armatura. Ha snudato la spada contro un cavaliere nemico, il quale non fa neanche una piega e gli spara una pistolettata in stile Indiana Jones. Pam! Pace all’anima. Ma l’affresco è inscritto in un pentagono, e ogni vertice è illustrato da una figura mitica. Ecco: vede? Ulisse, Icaro, don Giovanni, don Chisciotte e Edipo. Ora, cosa ci fanno cinque miti pagani in una cappella mortuaria, al posto di santi e beati? E, badi bene, nella seconda metà del Seicento don Giovanni e don Chisciotte erano miti appena nati. Non si tratta di aggiunte posteriori: la pennellata è del Gherardini, sono pronta a metterlo per iscritto davanti a un notaio. L’affresco è stato concepito così, quindi deve avere un significato.”
“E quale sarebbe?”
Luciana finse di schermirsi. Zweifel insistette.
“È un’allegoria della ricerca della verità. Ulisse la cerca in mare, Icaro in cielo, don Giovanni nell’eros, don Chisciotte nel sogno. Edipo per conoscere la verità arriva a strapparsi gli occhi.”
Nella penombra della navata Zweifel ripensò all’accesso di sconforto che gli aveva fatto gettare nel Reno la polizza del Monte di Pietà. Gli parve di risentire in mano il peso della coppa, la curva dell’avorio, la scabrosità delle incisioni. Gli si insinuò nell’animo una sottile angoscia. Cosa gli stava succedendo? Milano aveva davvero la prerogativa di stimolare i presentimenti? Dopo aver ricuperato la coppa, Zweifel l’aveva chiusa nella cassaforte della camera e aveva cambiato la combinazione. Ma se Armida avesse trovato il modo di aprire la cassaforte?
Zweifel si congedò bruscamente, uscì in strada, prese un taxi al volo. Entrò in albergo con il cuore in gola. Salì in ascensore sudando freddo. Impugnò la maniglia della porta con lo stesso disperato coraggio con cui ci si punta alla tempia una rivoltella giocando alla roulette russa. Aprì.
Bum! La camera era vuota. La cassaforte era aperta. La coppa era sparita.
***
Il tempo di riprendersi dal colpo e la logica delle cose apparve con evidenza devastante. Armida aveva arraffato l’avorio e se l’era filata all’inglese. E adesso? Avrebbe cercato di interpretare le iscrizioni, non ci sarebbe riuscita, e avrebbe tentato di rintracciare Giorgio. Oppure avrebbe messo all’asta la coppa fra Revolution e Alchemie.
Non era più il momento di giocare di fino: solo Giorgio poteva fermare il disastro e bisognava rintracciarlo subito. Zweifel sfogliò febbrilmente l’elenco del telefono, trovò l’indirizzo dello studio e ci si precipitò. Ma Giorgio non era in ufficio. Caso strano, al suo posto c’era la ragazza che per un pelo non lo aveva investito in via Manzoni. E che fatica farla star zitta!
No, Zweifel non era lì per reclamare quattrini sventolando certificati medici. E nemmeno voleva importunare la dottoressa. Lui cercava Giorgio.
Perché? Di che cosa si trattava? Un contratto, un arbitrato, una causa? Come attore o come convenuto in giudizio?
Niente di tutto questo: si trattava di una faccenda personale. Una cosa fra lui e Giorgio. Un oggetto appartenuto a tutti e due era andato perduto e quindi bisognava… Ma Giorgio sapeva tutto, perché non poteva parlare con lui?
Clay dovette confessare che c’era un problema: si erano persi i contatti.
“Persi i contatti? Come sarebbe a dire? Lo state cercando?”
“Naturalmente. Ma abbiamo poche tracce. Forse lei può aiutarci: per caso, ha sentito parlare di un certo professor Candido?”
Zweifel corrugò la fronte.
“Lo scultore?”
“Proprio lui! È morto due mesi fa lasciando un discreto patrimonio. Nella sua agenda ci sono delle note a proposito di Giorgio, di un oggetto prezioso e anche di un altro tizio dal nome strano.”
Le rughe sulla fronte di Zweifel si approfondirono.
“Chi, Alessio Paleologo?”
“Ma allora lei li conosceva! In che rapporti erano Candido e Paleologo con Giorgio? E dove aveva intenzione di…”
“No, no, un momento! Io Giorgio l’ho visto solo due volte, sempre a Costanza, mentre Candido e Paleologo li ho incontrati per puro caso qui a Milano. Ma posso rendermi utile in un altro modo: l’oggetto perduto è una coppa d’avorio che ha attirato l’attenzione di molti. Secondo me, Giorgio la sta cercando. Se la cerchiamo anche noi, finiremo per ritrovare le sue tracce. Per essere sincero fino in fondo” ammise Zweifel a malincuore, “io quella coppa l’avevo ricuperata, ma un’avventuriera me l’ha soffiata sotto il naso.”
Nel giro di pochi minuti Clay riuscì a sedurre al telefono un concierge, un guardaportone e due impiegati di una cooperativa; grazie a questi ultimi rintracciò il tassista che aveva portato Armida alla stazione. Il quale, convocato e rimunerato con mancia competente, riferì che la donna, provvista di un certo charme (oltre che di due valigie e un beauty case), si era fatta condurre alla stazione centrale, dove era salita su un rapido per Firenze.
***
L’anonimo libricino in ottavo, stampato a Toledo nel MDCLXXV, giace in un polveroso scaffale della Biblioteca Nacional di Madrid e manca dei primi cinque fogli. Ma si presume che il perduto incipit contenesse solo vaghe congetture sulle origini della casata Contreras. Infatti nelle pagine superstiti l’autore si attarda a rivendicare improbabili discendenze nientemeno che da Rodrigo Diaz de Vivar, il glorioso Cid Campeador.
Le glorie della casata prendono avvio soltanto agli albori del quindicesimo secolo quando Alfonso Contreras, dopo aver rapito l’unica figlia di Perico de los Palotes, reclamò in dote i pascoli di Quinta Estrella, villaggio del quale “se enseñorió”. In altri termini: dopo essersi impadronito di case e terreni l’arrogante bravaccio aveva indotto la corte a legittimare le sue prepotenze.
Chi avesse letto il derelitto opuscolo e fosse stato al corrente del fatto che il restauro della cappella Contreras era finanziato dalla Fondazione Oldoini (notoriamente collegata alla Revolution) avrebbe anche potuto domandarsi: e se Giorgio fosse andato a Quinta Estrella?
***
Zweifel, che aveva alzato una mano per ravviarsi i capelli, venne folgorato da un’idea e rimase con la mano a mezz’asta.
“E se Armida fosse andata a Firenze per cercare Giorgio?”
Clay sbarrò gli occhi.
“E perché Giorgio dovrebbe essere a Firenze?”
“Ma come, non lo sa? Dopo la caduta di Costantinopoli, Gemisto Pletone riparò proprio a Firenze. Potrebbe aver portato lui la coppa in Occidente. Forse Giorgio sta seguendo questa pista. Ma Armida come avrebbe fatto a scoprirlo?”
Clay alzò le spalle.
“Avrà dei complici. Magari sono mesi che Giorgio è sotto sorveglianza.”
Zweifel pensò alla Revolution ed ebbe un brivido. Ma scacciò l’idea.
“Non credo. Secondo me Armida non sta seguendo Giorgio. È andata a Firenze per conto suo.”
***
Che paese stupendo, la Toscana! Il notaio Tricotomo, fra un balbettio e l’altro, gli aveva sganciato una discreta cifra a titolo di opzione sui quindici quadri dell’allegato 2. E all’Accademia del Theatro (che non era un teatro, solo una biblioteca; ma un altro appunto di Candido parlava di un mistero contenuto in un libro conservato all’Accademia, e tanto valeva seguire l’indicazione), persino lì aveva fatto un incontro di quelli voluti dal destino.
Cosa ci fosse di affascinante nella tizia over 40 intenta a studiare un incunabolo, Dumm non sapeva dirlo. Ma quando i loro sguardi si erano incontrati, si era sentito sprofondare in un bagno di libidine. Chi dei due aveva fatto il primo passo? Dumm non ricordava. Avevano cominciato a chiacchierare e solo la fame li aveva distolti dal reciproco incantesimo. Ma anche la trattoria era un luogo pieno di sensualità: il colore dell’olio, la forma del macinapepe, il profumo del pane appena sfornato, tutto era perfetto, stupefacente, voluttuoso. L’incanto era proseguito sul Lungarno, quando Dumm aveva accompagnato Armida all’albergo, convinto di salutarla sull’ingresso. Invece era salito, ed erano finiti a letto.
Poi, si sa, a letto si parla. Ci si confidano sogni e progetti. Nelle pause fra il primo e il secondo assalto Armida si era presentata come una scrittrice in cerca di documentazione per un romanzo. Ma Dumm non c’era cascato. Aveva dato inizio al secondo round e Armida, frastornata da un finale travolgente, si era lasciata sfuggire tre nomi: Losanna, Chateau qualchecosa, e un mugugno che poteva voler dire Colonia, Colmar o magari anche Costanza.
Dumm ne dedusse che Armida aveva in programma di partire per una di queste tre città. Probabilmente Losanna. E quante banche ci sono a Losanna? Tutte. Troppe. Armida andava tenuta sotto stretta sorveglianza.
***
I maschi? Tutti stronzi, Clay l’aveva sempre detto. E Zweifel non era diverso. Appena entrato nell’appartamento di Giorgio aveva adocchiato un libro sul tavolo dello studio, si era messo a rimirarlo come un figlio perduto e ritrovato, e non c’era più stato verso di farsi dare una mano. Chi aveva dovuto sfogliare le carte della scrivania, una per una? La Clay, naturalmente. E quando lei aveva ascoltato i messaggi sulla segreteria telefonica ed erano saltate fuori le voci di quei due, Robert e Sandro, l’antiquario si era messo a fare il difficile: chissà cosa volevano davvero quei tizi; magari erano depistaggi; Giorgio non aveva niente da fare in Francia o in Svizzera; eccetera eccetera. A sentir lui bisognava correre a Firenze, così, senza un recapito, un indizio, un’idea qualunque.
Ci aveva pensato la Clay a scartabellare le agende degli anni passati, dove aveva ricuperato gli indirizzi di questi Robert e Sandro. Dopodiché aveva fissato Zweifel nelle palle degli occhi e gli aveva chiarito che: 1) per lei la priorità era trovare il suo capo, 2) i messaggi dicevano che Giorgio era stato visto a Losanna e a Chateauneuf, e quindi 3) Firenze passava in seconda linea.
Ma tu credi che fosse finita lì? Neanche per sogno. La vecchia checca aveva riattaccato con la litania: Firenze, il libro, la coppa, Firenze, la coppa, il libro… e Clay aveva tagliato corto: lei partiva per la Francia, Zweifel andasse un po’ dove gli pareva. Solo allora il lumacone si era deciso ad accodarsi (continuando a recriminare). Avevano già superato la Costa Azzurra, marciavano sparati verso il Rodano, e lui, come una pentola di fagioli, era ancora lì che ripeteva: il libro, Firenze, la coppa… Alla prima sosta-benzina in terra di Francia, Clay si era girata verso l’antiquario e gli aveva detto:
“Senta un po’: noi due insieme parliamo cinque lingue; ma io da sola non vado oltre l’italiano. Quindi veda di rendersi utile.”
***
Ormai il danno era fatto. Armida, che si vantava di far cantare i galli a mezzanotte, si era lasciata sfuggire le informazioni come una stupidella di primo pelo. Eh, ma Dumm non era mica Zweifel! A letto, un uomo di cinquanta e rotti anni devi accudirlo come un sultano. Magari non ti diverti ma hai tempo e modo di ragionare e, mentre lui piano piano si avvia su per la scala del paradiso, tu sei come un pilota nella cabina di un Boeing con tutti gli strumenti davanti a te: accarezzi e domandi, titilli e domandi, stuzzichi e domandi. E lui parla. Oh se parla.
Invece uno sui venticinque non ti dà il tempo di respirare. Usa le mani, la lingua, le labbra, il ventre e il basso ventre, tutto insieme, come se non avesse mai visto una femmina e avesse paura di dimenticare com’è fatta. E ti percorre, ti gira e ti volta, davanti, dietro, su e giù, imperversa dappertutto, un po’ languido, un po’ selvaggio, e tu hai un bel dire: “Ci sto, ma senza perdere il controllo”. Se ci stai lo perdi. Oh se lo perdi.
Insomma, il guaio era fatto. Del resto, la faccenda era nata male e proseguita peggio: l’idea di Firenze era stata un buco nell’acqua. Nei testi che aveva consultato all’Accademia del Theatro non c’erano spunti per decifrare il mistero della coppa. Tanto valeva arrendersi alla realtà: soltanto Giorgio poteva interpretare le iscrizioni. Quindi bisognava rintracciarlo.
Come primo passo Armida andò dal parrucchiere. Con una piccola mancia la sciampista procurò una scatola di cartone, un bel po’ di ovatta, un foglio di carta da pacchi e un rotolo di scotch. La coppa venne imballata con ogni precauzione e la scatola sigillata. Uscita dal salone con la chioma ristrutturata, Armida passò alla Posta centrale e spedì il pacco a se stessa, fermo posta, Costanza. Rientrò in albergo piena di gioia di vivere ma, quando “scoprì” che il suo portacipria (la coppa) era sparito, Armida accusò gli addetti alle camere, il portiere e lo stesso Dumm. I suoi strilli risuonarono a lungo nei corridoi.
Dumm, ingiustamente colpevolizzato, finì per portarla a Ponte Vecchio dove spese tutto ciò che aveva in tasca per comperarle un altro portacipria, in oro e brillantini. Al rientro in albergo, le fiamme negli occhi di Armida divennero braci, i gesti ritrovarono languide tenerezze, la voce planò dalle ottave del soprano a quelle del contralto. Un cameriere dallo sguardo vissuto servì la cena in camera.
***
“Ma perché Nicchia non mi ha telefonato? E lei, scusi… un antiquario, ha detto? Piacere di conoscerla, ma cos’ha a che fare con Giorgio?”
La casa di pietra sul ciglio della collina dominava la valle. Il terreno scendeva in un pendio rigato da filari di vite. Giù sul fondovalle il Rodano era una striscia di stagnola luccicante.
“Ci deve scusare” implorò Clay con un sorriso imbarazzato. “Giorgio era all’estero per una trattativa e nel frattempo lo studio doveva andare avanti: altri clienti, altre pratiche. Quando l’assenza è diventata una scomparsa, non c’era più modo di rintracciarlo. Ho cercato dappertutto, ho rotto l’anima a mezzo mondo, ma nessuno sapeva niente. Quando ho trovato il suo messaggio sulla segreteria telefonica sono corsa qui. Spiegare certe cose per telefono sarebbe stato…”
Clay non aveva mai contemplato un tramonto così struggente e non riusciva a distogliere gli occhi dalla linea d’ombra che, sul versante opposto della valle, inghiottiva un filare dopo l’altro. Sentiva una malinconia immotivata, un vuoto nel quale il respiro sembrava precipitare.
“E va bene” disse Sandro. “Giorgio è stato qui. Doveva aver passato dei guai, ma non ne voleva parlare. Aveva delle amnesie. Ricordava solo di essere stato a Costanza nel giorno dell’eclissi. E la mattina dopo è ripartito. Non ha salutato nessuno, non ha lasciato un biglietto. La stanza, il letto, il bagno, erano intatti. Non c’era neanche un segno della sua presenza. Ripensandoci mi sono reso conto di non averlo mai toccato, neppure per caso. Non l’ho abbracciato, non gli ho stretto la mano. Come se fosse un fantasma. Però è stata una cosa bella, di quelle che riempiono l’anima: Giorgio è arrivato quando avevo bisogno di un amico. Ma dov’è? Che fine ha fatto?”
***
Erano arrivati a Losanna sul tardi, quando fabbriche e uffici erano ormai chiusi. Allungando una banconota al custode dello stabilimento erano venuti a sapere che Robert cenava al Cinq de coeur. Ma al ristorante avevano trovato un energumeno con i modi dell’attaccabrighe e il cipiglio di chi ce l’ha con la vita e con il destino. Solo a sentir nominare Giorgio, Robert aveva fatto un salto sulla sedia e si era messo a sbraitare: se a lui saltava in testa di telefonare a Tizio o a Caio erano fatti suoi; lui aveva il diritto di cenare senza essere importunato e i seccatori erano caldamente pregati di levarsi dai coglioni.
Zweifel e Clay si erano ritirati al bar, avevano ordinato toast e birra, e bevevano con i nasi tuffati nella schiuma quando era nato un trambusto: Robert aveva di nuovo perso le staffe. Ritto in piedi brandiva una bottiglia contro due tizi che, vista la mala parata, fuggivano come lepri: erano una donna che l’antiquario riconobbe subito e un giovanotto dai capelli tinti in modo assurdo che Clay identificò alla prima occhiata.
Clay vide i due salire su un’auto, mettere in moto e sgommare via. Zweifel riacciuffò i fuggitivi all’imbocco dell’autostrada e li seguì senza mettersi in mostra. Dumm e Armida viaggiavano in direzione di Berna. Quando li vide prendere la diramazione per Zurigo, Zweifel ricadde in preda ai dubbi. Ma quando attraversarono la città e proseguirono ignorando lo svincolo dell’aeroporto, fu chiaro che i due compari andavano a Costanza.
***
Una terra vulcanica spazzata da un vento salmastro. Deserto, banani, pappagalli. Piccole chiese dalle porte sbarrate, erte su promontori rocciosi, protese ad afferrare messaggi portati dal vento, a vibrare al ritmo dei flutti che si infrangono sulle scogliere, a osservare le picchiate vertiginose degli sparvieri.
Sull’orlo dell’oceano si allungano spiagge nere di polvere vulcanica frantumata dal battere delle onde. Il profilo della montagna è inciso da nervature limate dai venti e i contrafforti sembrano vene gonfie sul dorso di una mano. Nei versanti sottovento, i ceppi di vite sono piantati al centro di piccole conche artificiali, modellate per raccogliere la rugiada. Le case basse a un solo piano hanno muri imbiancati di calce e imposte di un azzurro antico, sbiadito dall’eccesso di luce. Le nubi passano veloci nel cielo e il sole, troppo grande, troppo ardente, fa tremolare l’aria sopra l’asfalto. Il caldo striscia sulla pelle, entra nei pori e rende torpidi i movimenti.
Chi si affaccia alla scaletta dell’aereo e abbandona l’aria condizionata della fusoliera ha l’impressione di cozzare contro qualcosa che fa resistenza e costringe ad avanzare con fatica. Quando mette piede nell’edificio dell’aeroporto dopo il breve tragitto nel sole e nell’aria bollente, si accorge di avere la maglietta incollata al torace e un ristagno di sudore sopra l’ombelico. È ottobre, pensa con intima soddisfazione, ma è come se fosse ferragosto.
Azor.

Giorgio

Giorgio sbatte le palpebre. Qualcosa è cambiato, ma che cosa? La luce, l’aria, l’acqua. È cambiato tutto. Arrampicato sul tronco, si era disteso a pancia in giù, pronto a scivolare in acqua al minimo allarme. Ma il silenzio e il dondolio del galleggiamento l’hanno fatto addormentare. Il tronco è andato alla deriva finché la corrente si è sfrangiata in un rincorrersi di mulinelli, piccoli vortici, rigurgiti, che l’hanno mandato a incagliarsi contro una sponda.
Adesso il sole è alto nel cielo e l’aria ha il sentore salmastro delle lagune. Il fiume è ormai vicino alla foce.
Giorgio scivola giù dal tronco. Cammina nell’acqua che gli arriva ai fianchi, si fa strada attraverso una foresta di papiri, risale una sponda sabbiosa, si stende al sole ad asciugare. Intorno a lui ci sono prati, arbusti, sterpaglie, e più avanti un boschetto di pini a ombrello sopra il quale un falco vola a spirale e a tratti lancia un sibilo acuto. L’aria è calda. Un filo di brezza diffonde l’odore resinoso dei pini. Giorgio pensa a una terra assolata, lontana nel tempo e nello spazio. Poi apre gli occhi: nell’aria c’è qualcosa di allarmante.
Da queste parti ci deve essere una città, un porto. Il mare è vicino. Giorgio sente l’onda battere e ribattere, ma fra uno scroscio e l’altro sente anche un rumore conosciuto che si avvicina: è lo scalpitare di un cavallo al galoppo. Giorgio corre verso il suono della risacca e sbuca su una spiaggia. Il cavallo compare alle sue spalle, una voce rauca grida: “Oooh! Eeeh!”, esplodono due colpi di fucile.
Giorgio scappa verso le luci del lungomare, vola con il rimbombo degli zoccoli nelle orecchie. Risale fino alla passeggiata, corre a perdifiato verso il porto, rotola giù per le scalinate che portano ai moli, passa sotto l’ombra delle gru, scavalca gomene arrotolate, scansa container e casse di legno. Un cargo attraccato alla banchina è pronto alla partenza. I verricelli stanno ricuperando le cime degli ormeggi, la biscaglina pende ancora sulla murata. Giorgio ci salta sopra e si arrampica fino in coperta. Si aspetta di essere bloccato dai marinai ma l’equipaggio deve essere impegnato nella manovra: non si fa vivo nessuno.
Giorgio si butta nel primo boccaporto, scende due rampe di scale, percorre un corridoio, scende un’altra rampa senza incontrare anima viva. Cammina su pavimenti coperti di linoleum, sfila davanti a rampe di scale che portano chissà dove. Si ferma davanti alla ringhiera di un balcone affacciato su un immenso pozzo buio: la stiva.
Giorgio trova una cabina, entra, si chiude la porta alle spalle e crolla su una branda. Resta immobile nel buio, sente sopraggiungere la stanchezza tutta in una volta. Piomba in un sonno senza sogni.

Azor

Von Sinnen alzò lo sguardo dai fogli che aveva davanti e contemplò l’aula magna dell’università di Costanza gremita di pubblico.
“Gli storici che suddividono la Storia in periodi scelgono come spartiacque avvenimenti convenzionali e di scarso significato. Io propongo di considerare preistoria tutto ciò che avvenne prima dell’abolizione dei sacrifici umani e propongo di dividere la Storia in un periodo antico e uno moderno: prima e dopo il regicidio di Luigi XVI.”
Sprofondato in una poltroncina a metà sala, impegnato a scaccolare una narice, Dumm non colse l’audacia del discorso.
“Abramo liberò l’uomo da un dio-padrone che esigeva sacrifici umani. Robespierre lo liberò da un re-padrone che considerava i sudditi una sua proprietà. Ecco gli snodi della Storia: una prima fase (lunga, lunghissima) in cui gli esseri umani ebbero comportamenti più istintivi che razionali; una seconda in cui esorcizzarono i loro terrori accettando di sottomettersi a un padrone al quale delegavano il rapporto con la divinità, e una terza fase in cui ciascun individuo reclamò la responsabilità di se stesso.”
Dumm armeggiò per cambiare posizione alle gambe accavallate, infilò la mano sinistra nel tubo della gamba destra dei pantaloni e si grattò il polpaccio. In fin dei conti, pensò, doveva solo far passare un po’ di tempo, poi Armida sarebbe venuta a prenderlo e la caccia al tesoro sarebbe ripresa, magari dopo una sosta in albergo per una doccia e un po’ di ginnastica in orizzontale.
***
Friedhof? Che fosse il tribunale? Chissà come si dice tribunale in tedesco.
Clay cambiò marcia e seguì la Volkswagen verde pisello che svoltava a destra al semaforo. Appena arrivato a Costanza, Zweifel l’aveva scaricata e se ne era andato per i fatti suoi. Clay aveva pedinato Dumm e Armida fino all’Università: Dumm era entrato nell’edificio principale, Armida era ritornata in città e aveva parcheggiato vicino all’ufficio postale. A quanto pareva, anche quei due erano tornati a occuparsi delle loro private faccende. Clay era tornata in centro, aveva visto Zweifel uscire di casa e dirigersi verso il misterioso Friedhof. Vuoi vedere che va in tribunale per denunciare la tardona platinata con il vischio sulle dita? Clay ci rise su. Poi ci ripensò: e se Zweifel, che come tutti gli indecisi non ha il senso del limite, insieme alla Mata-Hari-della-mutua mi denuncia anche Dumm?
La Volkswagen rallentò. Aveva l’aria di essere arrivata a destinazione.
Ma questo non è il tribunale. È il cimitero!
Zweifel parcheggiò, scese dall’auto e si avviò con la sicurezza di chi sa dove andare. Clay lo seguì a distanza incespicando sui tacchi. A bordo di una autocivetta, l’ispettore Jäger lo vide avviarsi, scrisse un appunto su un taccuino, disincagliò la sua mole da sotto il volante e si diresse anche lui verso il cimitero.
Zweifel marciò per i vialetti senza guardarsi indietro, si fermò davanti a una lapide di marmo nero e si inginocchiò sulla ghiaia brontolando quello che a Clay parve un lungo incomprensibile lamento. Nascosto dietro alla tomba dirimpetto, l’ispettore capì che Zweifel parlava alla moglie in dialetto svevo e tese le orecchie.
“Solo Dio sa quante sono le mie colpe, Eva, e non puoi immaginare quanto ci soffro. Qui, sulla tua tomba, posso solo riconoscere i miei torti: la voglia di conoscere più del lecito, la superbia intellettuale, l’incapacità di resistere alle tentazioni. Non allungherò mai più la mano verso l’albero della conoscenza. Anche se non puoi sentirmi, voglio dirtelo, Eva, perché sento il bisogno di renderti giustizia. Sono venuto per questo. Ma anche per dirti addio. Tu non ci sei più, e io voglio andare lontano per ritrovare la concretezza delle cose semplici: il calore del sole, lo scrosciare della pioggia, il sapore del pane, i versi degli animali. Voglio un nuovo scopo per la mia vita. Aiutami, Eva. Ti prego. Aiutami.”
L’ispettore Jäger alzò gli occhi al cielo. Poi li riabbassò, li sventagliò in una rapida panoramica, li fermò su Clay.
***
“Quando le circostanze ci costringono a fare una scelta, il futuro ci appare caotico. Al contrario, quando guardiamo il passato, la Storia sembra aver marciato su una precisa linea di tendenza. E viene spontaneo proiettare questa traiettoria nel futuro. Ma la Storia appare razionale soltanto a posteriori. A priori è semplicemente imprevedibile.”
Von Sinnen si mosse sulla sedia. Questa uscita allo scoperto era piena di rischi. L’abbandono del basso profilo era una novità. Ma il contenuto del discorso era inequivocabile: la politica dell’Alchemie non cambiava di una virgola.
“Ciò che chiamiamo progresso non è niente di pacifico e il modello che meglio rappresenta l’evoluzione dell’umanità è il rapporto padre-figlio: un modello conflittuale.”
Dumm, sprofondato nella poltroncina, considerò con longanimità le sberle e i calci in culo associati all’immagine paterna: prime basilari lezioni di cui era costellata la sua infanzia, primi imprinting della sua personalità.
“Le rivoluzioni iniziano sempre con una fase distruttiva. Raccolgono consenso indicando idoli da abbattere, re da deporre, padri da cui emanciparsi. In questa fase prevale l’assemblearismo e un progressivo scavalcarsi delle tesi più estreme, in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per giustificare l’enormità di un parricidio servono motivazioni straordinarie.”
Dumm si grattò la nuca. In effetti, si disse, che si può fare con i padri? Mandarli a quel paese e salpare per altri lidi, come aveva fatto lui.
“Ma una volta abbattuti gli idoli il problema è costruire l’ordine nuovo. Proporre non basta più: serve l’autorità, e nessuno ha il carisma del padre appena defenestrato. Il ricordo dell’ancien régime favorisce i rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro, unito al rimorso del parricidio, genera il senso di colpa. Le folle chiedono capri espiatori perché sentono di meritare un castigo.”
Dumm si guardò attorno una volta di più. Armida non arrivava. Come mai? Nelle buie latebre del cervello cominciò ad agitarsi un sospetto. Che Armida gli avesse tirato un bidone?
***
Era tutta una commedia. Zweifel andava al cimitero a mugolare davanti alla tomba della moglie per farsi ascoltare dai vivi, mica dalla morta. Quanto c’era di vero nelle sue bugie? Jäger aveva conosciuto centinaia di criminali che non potevano fare a meno di mentire a se stessi. Figuriamoci alla moglie. Morta, per di più. Certo, in ogni bugia c’è un riflesso della verità. Ma bisognava intuire qual era.
Se non altro, le cose si erano rimesse in moto: Dumm e Zweifel erano rientrati a Costanza trascinandosi al seguito due donne. Ma Zweifel era capacissimo di fare un colpo di testa. Il suo discorso davanti alla tomba della moglie aveva tutta l’aria di un preavviso di fuga. Era lui quello da tenere d’occhio.
Clay, che non aveva mai perso la speranza di dedicarsi un giorno al diritto penale, certe cose le sentiva. Quel ciccione con la silhouette del bevitore di birra puzzava di questurino. Chi era? Perché li aveva seguiti? A chi si interessava? A Zweifel o a tutti e due? Arrancando in equilibrio precario per l’impaccio dei tacchi alti e della gonna stretta, Clay si era avviata sulla ghiaia del vialetto e si era appostata in auto.
Pochi minuti dopo Zweifel era riapparso con il poliziotto alle calcagna. Sul cancello del cimitero alzò lo sguardo. Sul lato opposto della via un cartellone pubblicitario propagandava Azor come l’isola della felicità: sole, mare e natura selvaggia. Il tutto esemplificato da una spiaggia con palmizi, una bionda in costume da bagno, un variopinto pappagallo sullo sfondo di una valle bruna, vulcanica, deserta.
Zweifel salì sulla Volkswagen e partì. Clay mise in moto e si accodò. Il questurino incontrò qualche difficoltà a incastrare la sua mole nell’autocivetta, ma sapeva il fatto suo e riuscì a non farsi seminare. Un’ora più tardi, le tre auto arrivarono sul piazzale dell’aeroporto di Zurigo-Kloten.
***
“Per quanto si riesce a capire dalle registrazioni, si direbbe che sia stato rispedito a un certo Arvid, fermo posta centrale di Azor.”
Vatti a fidare delle Poste! Perdono i pacchi, li spediscono in capo al mondo e, quando ti presenti a reclamare ciò che è tuo, ti dicono candidamente che no, non c’è modo di dire ai colleghi di Azor: “Rimandatelo indietro, please”.
E se insisti ti prendono anche in giro. Ma, gentile signora, c’è il segreto postale! Come potrebbe un impiegato della Posta di Azor aprire il pacco per verificare a chi appartiene il contenuto? E se poi un cittadino di nome Arvid si presenta alle Poste di Azor reclamando il pacco? Eccetera eccetera. Insomma: le chiacchiere postali significavano “arrangiati”. E Armida si era arrangiata.
Sulle prime, l’impiegata dell’agenzia di viaggi era stata categorica: i voli per Azor erano tutti pieni. L’unica possibilità era andare all’aeroporto, comprare un biglietto al banco del check-in e sperare in una rinuncia. Ma, dietro opportune sollecitazioni (in forma di banconote), la volonterosa fanciulla si era ricordata di un tour operator che aveva organizzato un viaggio-vacanza di una settimana ad Azor: due bus stavano girando Costanza e dintorni per raccogliere un centinaio di arzilli vecchietti. Magari qualcuno aveva cambiato idea. O era disposto a cambiarla per il prezzo del biglietto più una discreta sommetta.
Quando i bus si mossero verso l’ultimo punto di raccolta, Armida era seduta al posto n. 35.
***
Von Sinnen umettò l’indice destro, raccolse il foglio dalla pila di sinistra e lo depose su quella di destra.
“Il rivoluzionario” riprese “vuole capovolgere il mondo, ma lasciandolo così com’è. In realtà, nessuno è più conservatore di chi vuol cambiare tutto. Questa apparente contraddizione favorisce chi si propone come capo. Tutti pensano: che sia lui ad affrontare l’ignoto. Se fallirà ne faremo un capro espiatorio.”
Dumm tirò su con il naso. Forse si era distratto, ma non era riuscito a seguire il ragionamento. Non era convinto. Si voltò a guardare le uscite. Il discorso di von Sinnen, che per un attimo l’aveva catturato, stava diventando una noia micidiale. Che fine aveva fatto Armida? Perché diavolo si era imbarcato in questa avventura, cominciò a pensare, quando in Italia lo aspettava un’eredità! Case e contanti. Poteva vivere felice in un angolo di paradiso, magari in Puglia: ettari di oliveto, un frantoio. Sole e mare. Orecchiette, aglio e cime di rapa. Pane di Altamura, salsiccia piccante, vino aleatico. Moglie, figli…
Ma per amor di Dio! Dumm, stai dando i numeri?
“Una volta distaccati dai padri, i rivoluzionari scoprono l’angoscia del futuro.”
Dumm si alzò provocando una serie di rumori, scalpiccii, borbottii. Von Sinnen si interruppe e guardò in platea. Dumm ignorò gli sguardi puntati su di lui, raggiunse il corridoio e si affrettò all’uscita.
Sul piazzale un autobus fermo allo stop si preparava a svoltare a sinistra giù per la discesa. Armida strizzava le palpebre nel riflesso del finestrino e fumava nervosamente con il viso tirato. Dumm si mise a correre. Incrociò un taxi solo dopo aver corso per un chilometro al galoppo. Aveva la lingua penzoloni quando aprì lo sportello, si lasciò cadere sul sedile e ansimò: “Segua quell’autobus.”
***
“Perché questo è il guaio delle rivoluzioni: ogni iniziativa è un salto nel buio. Quando ancora non si sa cosa accadrà, tutto sembra caotico e insensato.”
Un telefonino suonò. Un segretario sussurrò “Hallo”, ascoltò, tentò inutilmente di replicare. Si avvicinò alla cattedra con il cellulare in mano. Von Sinnen lo prese e lo portò all’orecchio. Ascoltò in silenzio, restituì il telefonino, si alzò e senza una parola di spiegazione si avviò all’uscita. La conferenza era terminata.
“Comandante prepari immediatamente un piano di volo per Azor.”
“Benissimo ingegnere.”
“Agli imbarchi internazionali Jäger le indicherà un tizio in lista d’attesa su un volo di linea. Faccia in modo che sia imbarcato e controlli il suo bagaglio: se ha con sé una coppa, un libro, o tutte e due le cose, le sequestri.”
“Sta bene.”
“Dobbiamo decollare subito dopo il soggetto e arrivare a destinazione prima di lui.”
“Ce la faremo.”
***
“Comandante, io protesto!”
“Ma lei non è in partenza per Azor? Il suo volo sta per essere chiamato.”
“Voglio uscire di qui! E rivoglio il mio libro!”
“Ma questa è la saletta vip! Chi viaggia farebbe carte false per entrare qui.”
“Be’, ho cambiato idea: non parto più!”
“Si metta seduto e la pianti. Lei si imbarcherà sul volo che le è stato assegnato, senza tante storie. Abbiamo i mezzi per farle intendere la ragione.”
***
“Dumm!”
“Clay!”
“Che ci fai qui all’aeroporto?”
“La tardona si è imbucata su un charter di pensionati che vanno ad Azor.”
“Azor? Ci va anche Zweifel. Chissà come ha fatto a trovare un posto. È spuntato un comandante tutto galloni d’oro che gli ha spalancato la porta della saletta vip. Parte fra un quarto d’ora.”
“Io di quei due non mi fido. E tu?”
“Figurati! Ma il guaio è che loro partono e noi restiamo qui.”
“Andiamo a vedere alla Cheapair. Non si sa mai.”

Giorgio

Giorgio apre gli occhi e cerca di separare la realtà dal sogno. Ma il confine fra verità e illusione è ancora confuso nell’incertezza del risveglio. Con la circospezione del clandestino, Giorgio si alza, si affaccia sulla soglia della cabina, si avvia per il corridoio e quando è in fondo sbircia oltre l’angolo.
La luce viene da una scala ripida che si infila in una specie di tubo inclinato all’in su, attraversa tutti i ponti e conduce a un boccaporto. La rampa è lunghissima; la luce spiove negli occhi e acceca, i gradini sono sdrucciolevoli, i corrimano troppo distanti fra loro, il soffitto è così basso che bisogna tenere la testa bassa per non urtarlo. È come risalire la canna di un pozzo e alla paura di cadere si aggiunge il timore di non arrivare mai in cima.
Giorgio si ritrova in coperta all’improvviso, quando ormai era rassegnato a salire, salire, salire all’infinito, con l’ansia di non poter arrivare in cima. Sporge la testa oltre il boccaporto. Sul ponte non c’è nessuno. Esce nella luce e corre a rannicchiarsi in un angolo morto. In cielo il disco del sole è smorzato da una foschia afosa. L’orizzonte è indistinguibile. Lunghe onde percorrono la superficie del mare e di quando in quando arricciano la cresta in un rapido affiorare di spuma.
La nave è salpata mentre Giorgio dormiva e adesso è in alto mare. Non si vede la costa, non ci sono in vista altre navi, in cielo non c’è neanche un gabbiano. Tutto è silenzioso. In coperta non c’è nessuno. Le eliche non fanno rumore. Giorgio si sporge dalla murata e guarda giù. La scia si forma lungo le fiancate, dunque la nave si muove. Dove sarà il prossimo scalo? Potrebbe essere un pontile sperduto sulle coste dell’Angola o del Suriname. L’unica cosa ragionevole è andare dal comandante, giurare che pagherai per il passaggio e pregarlo di sbarcarti in un luogo da cui sia possibile raggiungere un aeroporto.
Giorgio torna al castello di poppa e imbocca la scala che porta all’ala di plancia. A ogni gradino il rollio si fa più sensibile. Giorgio sente il vento sulla faccia. Una goccia di spuma gli arriva fino alle guance. Ecco l’ultimo gradino. Giorgio fa ancora un passo e impugna la maniglia. Tira il fiato e spinge la porta.
Nell’ala di plancia ci sono strumenti di ogni genere, tavoli ingombri di carte e barometri appesi alle pareti. Ma la ruota del timone ha soltanto le brevi oscillazioni consentite dal pilota automatico, le carte nautiche aperte sui tavoli riportano i profili di coste sconosciute e hanno come uniche indicazioni le quote e le profondità. Quanto a esseri viventi, in plancia c’è solo Giorgio. Sull’orologio digitale appeso alla parete spicca una scritta luminosa:
11.08.99
15.55
La radio ripete in continuazione l’Avviso per i naviganti dell’11 agosto 1999. Giorgio va all’interfono e chiama la sala macchine. Ma non c’è risposta. È solo su una nave senza equipaggio dove il tempo sembra essersi fermato al giorno dell’eclissi. Giorgio torna sulla scaletta, alza gli occhi al cielo e vede qualcosa di vivo: un falco che vola in cerchio sopra la nave e lancia il suo verso sibilante.
Giorgio scende in coperta e rimane lì, in piedi, in mezzo al ponte. Guarda il falco che ha smesso di girare in tondo e inizia la picchiata. Osserva incredulo il rapace che si avvicina a una velocità impressionante. Quando si rende conto di essere lui il bersaglio è troppo tardi. Il falco gli piomba addosso, lo colpisce a una spalla e lo manda lungo disteso sul ponte.
***
Non è possibile. Deve essere un sogno. Giorgio sente contro la schiena le assi ruvide della coperta, la brezza sul viso e nel naso l’odore del salmastro. Si solleva. Il rapace si è appollaiato in cima a un osteriggio e lo guarda. Se questo non è un sogno, è un’allucinazione: il falco si mette a parlare. Com’è possibile? Giorgio e l’animale iniziano una conversazione senza emettere suoni. Discutono in silenzio. E anche questa è una cosa dell’altro mondo.
“A Madrid era l’11 ottobre” dice il falco. “Ma hai visto l’orologio in plancia, hai sentito la radio: oggi è l’11 agosto. Stiamo tornando al momento dell’eclissi.”
“Il tempo si è messo a scorrere all’indietro?”
“Succede sempre così quando si è vicini al traguardo.”
“Vuoi dire che sto per morire?”
“Cos’è la morte? Il cuore smette di battere, l’attività cerebrale cessa, non si respira più. Ma nessuno sa cosa succede. Qualcuno aspetta il Giudizio Universale. E sbaglia, perché ogni volta che un essere vivente attraversa la canna dell’imbuto, quella è la fine dei secoli. Il tempo non esiste più: l’eternità è sempre lì, nella valle di Giosafat, che è un canyon come tanti altri, sassoso e sabbioso, chiamato anche Wadi el Boèb.
“Per chi ci arriva dalla fine del tempo le moltitudini appaiono tutto a un tratto, ma non si sono mai mosse: sono nella valle da sempre. Miliardi e miliardi di individui. Tutti quelli che furono e che saranno. Non ci sono soltanto gli homo sapiens di ogni epoca, ma anche i neanderthal, gli australopitechi e l’intera catena evolutiva. Ci sono i gorilla, gli scimpanzé, i babbuini, i macachi, le bertucce; ci sono lemuri, bradipi, licaoni, tigri, gatti e pantegane; ci sono i falchi, naturalmente, e le cicogne, i condor, i pipistrelli e i pettirossi; e lucertole, iguana, varani, caimani, ornitorinchi e salamandre, ma anche gnu, lama, yak, canguri e armadilli. E come potrebbero mancare le locuste, le cicale e le formiche, le mantidi religiose, le piattole e i pidocchi, e tutti i microrganismi che abbiano mai infestato la terra? E non è chiaro come facciano a star lì, visto che manca l’acqua, ma ci sono anche balene e sgombri, narvali e lamantini, triglie, storioni, siluri, scardole e lucci, e poi calamari, arselle, oloturie, celenterati e protozoi. Ma ci sono anche tutti i dodo di Mauritius che si estinsero nel 1680, le pantere dai denti a sciabola, gli pterodattili, i mammuth, i brontosauri, i velociraptor, e i leoni europei che sbranarono i soldati di Serse in Macedonia. E perché non dovrebbero esserci anche il mostro di Loch Ness e lo yeti, le arpie, l’idra, la sfinge, l’ippogrifo, i centauri? Fra i sassi e le sabbie della valle di Giosafat c’è ogni singolo individuo apparso nel tempo e nello spazio. C’è l’intera vita del cosmo nei secoli dei secoli. Ci sono Adolf Hitler e Teresa di Calcutta, c’è ogni gallo che abbia cantato e ogni uomo che abbia mentito, c’è ogni microbo e ogni gigante che sia mai sorto e che mai sorgerà negli ultimi e nei prossimi cinquecentocinquantacinque pentilioni di anni; e non un campione di ogni specie, come nell’arca di Noè, ma proprio tutti, tutti. Nella Valle del Giudizio si raccoglie ogni singolo alito di vita dell’universo. È l’adunata, il censimento della biodiversità.
“Come ci stanno, in così poco spazio? Nessuno sa spiegarlo. Ma ognuno è lì, consapevole di essere individuo in una moltitudine, fra infinite moltitudini. Ognuno contempla l’umanità, la vita, l’universo, e non ha rimpianti: il leone non pensa a divorare l’agnello, le vittime non reclamano vendetta. Tutti sono lì per essere giudicati e tremano perché credono di conoscere il verdetto. Aspettano soltanto l’esecuzione. E va bene, si dicono: siamo condannati. Cosa ci aspettavamo, un’amnistia? Ci siamo ribellati a quelle che ci sembravano ingiustizie e ne abbiamo costruite altre. Forse avremmo potuto far meglio, forse no. Non lo sappiamo neanche adesso. È andata così e non possiamo farci più niente.
“Ognuno pensa alla pena da scontare, trema perché non riesce a immaginarla, e teme che sarà sempre peggio di come se la figura. L’unica certezza è che, seppure a costo della dannazione eterna, l’angoscia di questo rotolare dentro all’imbuto sta per sciogliersi in una catastrofe definitiva. L’orrore diventerà reale. Tutti precipiteranno così in fondo da essere sicuri di non poter andare a star peggio. Tutta la vita dell’universo rabbrividisce davanti all’ignoto, eppure sente la necessità di un rendiconto. Ogni essere vivente ha vissuto per apprendere, e lo sa, eppure non ha appreso abbastanza per rispondere alla domanda: “Perché ti senti in colpa? Perché provi rimorso?”
“Nessuno parla. Il cosmo resta muto. La sua smisurata diversità non serve a niente. Quando si entra nel tempo si diventa individui e i cancelli dell’Eden si chiudono alle nostre spalle. Da quel distacco nasce il senso di colpa. Per guarirne non c’è che uscire dal tempo: smettere di essere individui.”
***
Il falco riprende a fischiare mentre spicca il volo verso le nuvole.
Giorgio sbatte le palpebre e si guarda intorno: la nave è ormeggiata a una banchina piastrellata come gli argini del Manzanares. Il sole scalda una costa nera di roccia vulcanica, la brezza alterna il salmastro a un profumo di fiori e di resina, i gabbiani gettano strida nel vento. La nave si appoggia ai parabordi con la circospetta delicatezza di un elefante in bilico su un asse di equilibrio. Come ha potuto entrare in porto senza pilota? Come ha ormeggiato senza equipaggio?
Giorgio non lo sa, ma sbarca e si incammina. Il molo, deserto, è una passerella di cemento consumato dove le pozzanghere sono asciutte, circondate da un alone di sale. Fa caldo. Laggiù, dove il molo raggiunge la banchina, c’è una garitta e una sbarra abbassata, bianca e rossa. Sopra alla guardiola c’è un cartello bianco. Il sole batte sul cemento e l’aria che tremola per il calore confonde la scritta. Giorgio si avvicina, ad ogni passo crede di leggere una parola diversa; ma poi le lettere si precisano, i contorni smettono di ondeggiare: Azor.

Catastrofe

Il sole si accanisce su spiagge nere e rocce di basalto quando il charter “Terza età” atterra all’aeroporto di Azor. I settuagenari scendono dall’aereo in processione e si incamminano per scale e corridoi, dilagano cinguettanti e intimiditi nella zona del ricupero bagagli. Rasentando il muro, Armida scivola fino al cancello della dogana e infila la porta verde del “Niente da dichiarare”. Mostra i documenti a paciosi militi dal colletto sbottonato, finge di non conoscere la lingua del posto, scocca sorrisi e se ne va. Esce nel caldo azzurro e polveroso di Azor, sale su un taxi soffiandolo a una coppia di inglesi allocchiti, si fa portare alla Posta Centrale.
Giorgio la osserva stupito: credeva di essere sul molo, di camminare verso la sbarra e la garitta, eppure vede quella donna uscire dall’aeroporto, montare sul taxi, salire i gradini che portano all’atrio della Posta. Come è possibile?
Armida va a uno sportello, si informa, protesta, viene fatta entrare in un ufficio. Un tizio dall’aria sonnacchiosa la prega di attendere, sparisce in un altro ufficio e ritorna accompagnato da un uomo piccolo, magro, quasi calvo, con due baffi piegati in giù che gli danno un’aria afflitta. Giorgio vede tutto.
“Spiacente” dice il malinconico: “non abbiamo mai ricevuto pacchi indirizzati a Arvid, Armida, o simili. Spedito da Firenze, Italia? Rispedito da Costanza, Deutschland? No, mai visto niente di simile. In un ufficio postale le stranezze sono abbastanza frequenti, ma l’unica di questi giorni è una lettera che porta sul timbro di spedizione la data dell’11 ottobre. Come dice? Cosa c’è di strano?”. L’ometto dall’aria mesta indica il calendario appeso alle sue spalle: “Oggi è l’11 agosto. Quella lettera è arrivata dal futuro?”
***
Sul volo diretto non si è liberato neanche uno strapuntino, ma il caposcalo ha offerto un’alternativa a Clay e Dumm: li ha imbarcati su un volo per Shannon. Lì hanno trovato una coincidenza per Azor.
Dopo il decollo le luci si sono abbassate. Nel giro di un paio d’ore dormivano anche le hostess. Dumm aveva la testa ciondolante quando Clay si è alzata, ha appoggiato un piede sul sedile e si è massaggiata il polpaccio. Dumm ha incrociato il suo sguardo. Sono rimasti a guardarsi, imbambolati, senza espressione. Clay ha rimesso il piede a terra e si è avviata verso poppa. È arrivata fino alle toilettes e si è fermata lì, indecisa, come in trance. Dumm l’ha seguita, ha aperto la porta con una mano e le ha posato l’altra sui fianchi.
In quel bugigattolo che puzzava di disinfettante le lingue si sono infilate una sull’altra, le mani hanno stretto schiene e glutei, hanno slacciato gancetti, zip e cinture. E mentre tutto si muoveva frenetico come in un film muto, il tempo si è fermato. Clay si è sentita levitare senza peso. Dumm la sosteneva con le mani a coppa sotto l’attaccatura delle cosce mentre il suo corpo la schiacciava contro la parete. Ma non era più una parete: era uno scivolo, un trampolino dove si prendeva velocità verso un salto nel vuoto. Clay si è aggrappata a Dumm che imperversava dentro di lei e gli si è stretta addosso come una piovra.
Ora l’aereo sorvola il golfo di Biscaglia e nei finestrini appare il chiarore di un’alba rannuvolata. Passeggeri e hostess sonnecchiano. Dumm dorme senza sogni. Clay sente una avvolgente sensazione di pienezza; mormora “Giorgio” senza sapere perché, si volta sul fianco e si addormenta.
Giorgio registra quella sensazione e sorride, anche lui senza sapere perché.
***
La scossa e il brontolio avvengono nel preciso istante in cui il bireattore dell’Alchemie tocca terra all’aeroporto di Azor. Von Sinnen, l’equipaggio e l’intera aerostazione non se ne accorgono: il baccano dei motori sovrasta ogni altro fracasso. Nello stesso momento Armida scende pensierosa i gradini della Posta Centrale: si secca con se stessa perché ha l’impressione di essere malferma sui ginocchi e non avverte il rumore, coperto dal frastuono del traffico. Solo nelle campagne e in cima all’unico grattacielo di Azor c’è chi se ne accorge: i contadini alzano gli occhi al cielo, vedono una nube che ha il colore del piombo e pensano a un temporale; gli inquilini degli ultimi piani dell’unico grattacielo di Azor hanno l’impressione di incespicare.
Il jet dell’Alchemie conclude il rullaggio, torna indietro verso l’aerostazione, spegne i motori e abbassa la scaletta. Von Sinnen scende e si infila nell’auto che lo aspetta con il motore acceso. Giorgio, che si era distratto a guardare le nuvole in cielo, torna a fissare von Sinnen: allungato sul divano posteriore della limousine, l’ingegnere estrae dalla borsa il libro sequestrato a Zweifel.
***
L’aereo di linea sul quale Zweifel è stato imbarcato d’autorità atterra poco dopo. Il cielo sopra Azor è ancora sereno, ma l’aria è elettrica e l’azzurro dell’atmosfera stinge verso il grigio polvere. A ovest un cumulo-nembo ha inghiottito l’orizzonte: è un sipario color inchiostro dove i fulmini si diramano come vene sul dorso di una mano. I tuoni arrivano parecchi secondi dopo i lampi e rimbombano come colpi di maglio. Fra gli uni e gli altri scoppia un concerto di latrati, miagolii, garriti, squittii. Tutti gli animali lanciano versi inusitati e corrono alle tane, ai nidi, agli anfratti delle rocce a strapiombo sul mare.
L’altoparlante scandisce: “Attenzione! Attenzione! Tutti i voli in partenza sono sospesi. Dopo l’atterraggio del volo EI 505 proveniente da Shannon l’aeroporto resterà chiuso fino ad avvenuto miglioramento delle condizioni meteo”. L’annuncio viene ripetuto in tre o quattro lingue.
Con la valigia in mano Zweifel si mette in coda davanti al metal detector. Esce dalla zona duty free e viene bloccato dagli scagnozzi della Alchemie. Mezz’ora dopo, anche Dumm e Clay sbucano dai cancelli della dogana, sono intercettati e fatti accomodare a bordo di una limousine.
Le nuvole che avanzano nel cielo sono nere come la sabbia vulcanica. Nella veranda dell’hotel Costantinopolis von Sinnen guarda il cielo e si domanda quanto tempo rimane.
***
La vetrata si affaccia su un panorama mozzafiato. La spiaggia nera si incurva in una mezzaluna perfetta, come se qualcuno l’avesse disegnata con il compasso. All’altro capo della mezzaluna un promontorio roccioso taglia l’orizzonte, si spinge in mare e si arresta con un improvviso precipizio di fronte a un isolotto dirupato.
Le onde spazzano lo stretto. Raffiche di vento strigliano le palme e gli agrumeti che dalla costa risalgono verso le colline dell’entroterra. Ormai le nubi hanno coperto il cielo. È rimasta solo una striscia di luce a oriente, dove la cappa di nubi non è ancora arrivata. I lampi e i tuoni, sempre più frequenti, illuminano il mare e fanno tremare i vetri alle finestre.
Nella veranda, intorno al tavolo di von Sinnen sono raccolti Clay, Dumm, Armida e Zweifel. Hanno minacciato di rivolgersi ai rispettivi consoli e alla polizia: non hanno avuto risposta. Hanno sbraitato fino a perdere la voce, ma i pretoriani dell’Alchemie non hanno fatto una piega. Ora i quattro se ne stanno seduti in silenzio. Bevono succhi di frutta, sgranocchiano tartine, tuffano le forchette nelle insalate di indivia e avocado. Non protestano più, ma hanno scritte in faccia curiosità e apprensione.
Von Sinnen li guarda con occhi assenti, si schiarisce la voce e prende la parola.
“Per due di voi le spiegazioni sono superflue. Ma Dumm e Clay sono entrati per caso in questa faccenda e hanno diritto a qualche chiarimento.”
Zweifel annuisce. Armida sbarra gli occhi. Clay ha l’aria di chi si domanda se per caso non è capitata sul set di un film giallo, verso la fine, quando il detective spiega chi è l’assassino. Dumm agguanta una tartina spalmata di caviale, la mette in bocca, mastica rumorosamente, porta una mano alle labbra, si guarda in giro, riprende a masticare. Giorgio è lì, vede e sente tutto ma nessuno fa caso a lui, e lui non si domanda perché. Accetta la cosa e attende gli sviluppi.
“Come Zweifel ha sempre sospettato, c’è un rapporto fra questo libro e la coppa.” Von Sinnen alza il libro e una fotografia della coppa. Dumm si protende a sbirciare e intanto allunga una mano verso le tartine al burro e alici.
“Il libro contiene una teoria che definisce i rapporti fra realtà e paradosso. Le iscrizioni sul bordo della coppa esprimono le condizioni di equilibrio della realtà. In parole povere: il libro dice che, a priori, gli avvenimenti sembrano determinati dal caso ma, a posteriori, dimostrano di avere uno scopo. Per capire com’è possibile bisogna decifrare le iscrizioni della coppa. Ma solo poche persone potrebbero farlo. Giorgio era una di queste. Lui avrebbe potuto.”
“Era? Avrebbe potuto?” La voce di Clay è uno strillo. “Come sarebbe a dire? Cosa gli è successo?”
“Vi prego di non interrompermi.” La voce di von Sinnen è gelida. “Alberico ha tentato di usare Giorgio per impadronirsi della coppa. Mittelmessig si è sacrificato per impedirlo. Di Giorgio si sono perse le tracce. Nel flusso del tempo esistono dei momenti critici, così come nello spazio esistono i buchi neri. Uno di questi momenti critici si è verificato a mezzogiorno dell’11 agosto: Mittelmessig, Alberico e Giorgio si sono trovati di fronte, e sono spariti tutti e tre.”
Ognuno dei presenti avrebbe qualcosa da dire. Zweifel rivede Giorgio sul ponte del Reno, Armida pensa all’uomo che credeva fosse un turista francese. Dumm sente sulle dita la stoffa dell’abito di Mittelmessig, il cuoio del suo portafogli. Clay vorrebbe gridare: “Non è vero!”. Ma tutti e quattro restano muti, mentre von Sinnen li contempla con il suo sguardo freddo.
“Non è un caso che siate riuniti qui, tutti insieme. Queste coincidenze avvengono quando il tempo e lo spazio sono sull’orlo di un collasso. Stiamo per infilarci in un buco nero, e potrebbe essere quello definitivo se non ricuperiamo la coppa. Tre di voi l’hanno già avuta fra le mani. Bisogna evitare che finisca in quelle di Alberico. Unitevi a noi, troviamola. La Alchemie ve ne sarà riconoscente.”
***
La cappa di nubi ha soffocato l’ultima luce all’orizzonte. È mezzogiorno, ma su Azor è scesa una notte irreale illuminata dai lampi e scossa dai tuoni. Il vento solleva dalla spiaggia la polvere bruna e la fionda contro i vetri della veranda. La luce elettrica va e viene. Già due volte è mancata e von Sinnen ha continuato a parlare al buio ripetendo le stesse cose con teutonica stolidità: l’imminenza del buco nero, l’equilibrio necessario tra rivoluzione e conservazione, il pericolo che Alberico si impadronisca della coppa e scateni un processo di puro e semplice annientamento.
Clay non ha più voglia di parlare. Dumm ha smesso di sgranocchiare tartine. Armida e Zweifel guardano oltre la vetrata e rabbrividiscono davanti allo scrosciare della pioggia, agli scoppi dei fulmini sempre più vicini. Le raffiche di vento fanno tremare i vetri.
Improvvisamente dalle profondità della terra esce un boato, come l’urlo di un drago ferito a morte. Le poltrone sobbalzano, dondolano quadri e lampadari. La luce elettrica se ne va di nuovo, con uno schiocco secco e un flash abbagliante. Mentre i secondi trascorrono lentissimi, la terra oscilla e gorgoglia come il sobbollire dell’acqua in un pentolone. Piove a dirotto. Altre scosse sismiche si susseguono una dopo l’altra. Muri, soffitti e pavimenti barcollano. L’hotel Costantinopolis scricchiola in tutte le giunture. La vetrata esplode all’improvviso scagliando frammenti dappertutto. Vento e pioggia irrompono nell’apertura. La terra continua a sussultare. Le crepe si allargano, cadono i calcinacci.
Von Sinnen si è rifugiato presso un pilastro. Nel centro della sala il soffitto è pericolante. Una parete si è inclinata e minaccia di crollare. Le raffiche di vento portano un odore misto di salmastro e di zolfo. La pioggia varia continuamente di intensità ma il temporale non accenna a finire.
Con uno schianto secco un fulmine cade nelle vicinanze e si scarica sugli spuntoni di ferro che sporgono da una trave spezzata. Giorgio chiude gli occhi e continua a tenerli chiusi mentre l’eco del tuono si disperde: tra lo sfrigolio del metallo incandescente e lo scrosciare della pioggia si sente il calpestio di un cavallo al galoppo.
***
“Ooooh! Eeeeh!”
Il cavallo scalpita sulle macerie della veranda. Il riverbero dei fulmini lo disegna come un’ombra gigantesca. Il cavaliere porta cosciali di cuoio, una giacca militare e un cappello con la tesa piegata sulla nuca. È l’uomo che Giorgio ha incontrato sulla sierra e che è ricomparso altre volte, per scacciarlo o per salvarlo. Il bagliore delle scintille che scaturiscono dai cavi elettrici tranciati si riflette sulle pareti come un fuoco fatuo. Ora il cavallo è immobile come un monumento di bronzo: non sussulta, non nitrisce. L’uomo imbraccia il fucile e appoggia il calcio alla spalla. È Alberico. È lui che allinea l’occhio al mirino e preme il grilletto. Due detonazioni sovrastano lo scrosciare della pioggia e il fischiare del vento. Von Sinnen, che era schizzato in piedi addossandosi alla parete, viene centrato da due proiettili in fronte e scivola a terra. La sua testa traccia una scia di sangue sul muro, si inclina sulla spalla destra e resta lì con gli occhi sbarrati. L’assassino rinfodera il fucile, volta il cavallo e se ne va.
***
Il terremoto ha rovesciato un traliccio dell’alta tensione, i cavi strappati si dimenano come code di serpenti e sprizzano faville sul tronco di un pino mezzo sradicato. Il legno prende fuoco. Il vento sparpaglia scintille tutto attorno. Le foglie cadute e i rami secchi fanno da esca. Le fiamme illuminano la veranda. Dumm e Clay, allacciati, rannicchiati sotto un tavolo, vivono un contraddittorio momento di paura e di eccitazione. Zweifel respinge Armida che vorrebbe trattenerlo e si precipita verso il cadavere di von Sinnen. L’orologio a muro segna le 12.00 dell’11 Agosto 1999. Zweifel afferra la borsa di von Sinnen e ci fruga dentro con smania. Estrae il libro, ma è troppo agitato e se lo fa sfuggire di mano. Lo riprende, lo apre a rovescio e vede qualcosa che non aveva mai notato. Sull’ultima pagina c’è un’annotazione scritta con la penna d’oca:
Spesso dobbiamo tacere: mancano nomi sacri.
***
Giorgio fissa l’orologio e lo vede scattare sulle 11.59. Che succede? I meccanismi sono impazziti? No: è impazzito tutto quanto, il mondo, l’universo.
L’incendio, il vento, la pioggia, cessano di colpo. La vetrata è di nuovo intatta, la vista sulla spiaggia nera è stupenda come prima del temporale: le palme dondolano al vento, le onde spumeggiano, le nubi si allontanano. Altri clienti sostano sulla veranda, serviti da camerieri in livrea. L’orologio scatta all’indietro sempre più veloce. Giorgio non può distinguere lo scorrere dei minuti, poi nemmeno quello delle ore. La data è retrocessa al 5 agosto e continua a regredire con una rapidità crescente. Luce e oscurità si alternano come giorni e notti in miniatura.
Nella sala non c’è più nessuno. Clienti e camerieri sono spariti. Il banco del bar è deserto. Il tempo continua a regredire a precipizio. Sull’orologio non si distinguono più le ore e le date. I mesi durano un batter di ciglia. All’esterno, oltre la vetrata, la città cambia forma e dimensione, si riduce a vista d’occhio, la strada litoranea non è che un sentiero di terra battuta. Senza preavviso l’orologio si dissolve, rassegnato a non rincorrere più il tempo impazzito. Uno dopo l’altro, spariscono l’hotel Costantinopolis, il sentiero litoraneo, la città, le palme, le coltivazioni. Luce e buio si succedono così rapidamente che è impossibile distinguerli. Il giorno e la notte hanno una durata infinitesimale. Resta soltanto l’impressione di un ciclico prevalere di chiaro o scuro, e Giorgio intuisce che è tutto ciò che rimane dell’alternanza delle stagioni.
In cielo appaiono aurore boreali, meteoriti, comete, costellazioni sconosciute. Maree e glaciazioni si succedono. Uomini, animali, alberi e licheni cessano di esistere. Le acque salgono e si ritirano, congelano, spariscono. Le rocce si compattano. I corpi celesti gemono roteando intorno al centro della galassia.
E l’universo implode in un imbuto spazio-temporale, in una catastrofe che ingoia suono e luce. Tutta la smisurata estensione dell’universo si è concentrata in un punto che non ha dimensioni e non può essere localizzato perché non esiste un “dove” in cui collocarlo.

Clay

“Pronto! Pronto!”
“Clay! Sei tu? Dove sei finita?”
La voce di Nicchia sembrava arrivare dall’oltretomba.
“Sono ad Azor, avvocato. C’è stato un terremoto, un nubifragio, un casino pazzesco… Vedesse che disastro…”
“Ascolta: devi tornare a Milano. Prendi il primo aereo.”
“Eh, non so… Qui c’è una tale baraonda… Ma perché, cos’è successo?”
“L’hanno trovato. Hanno trovato il corpo.”
Clay rimase folgorata. Riappese e uscì dalla cabina senza realmente accorgersi di ciò che faceva. Sul lungomare di Azor, respirando iodio e salsedine sotto le palme scompigliate dal vento, assorbì la notizia fissando l’orizzonte che sfumava nella foschia. Giorgio era morto? Non riusciva a crederci.
Nel suo ufficio a Milano, seduta alla scrivania, Nicchia fissava senza vederla la natura morta appesa alla parete di fronte. L’immagine del quadro fotografava un frammento di caos con qualche apparenza di realtà ma senza uno straccio di indicazione sul problema di sempre: che fare? Si volse verso la finestra e guardò giù in strada. Il vento strappava le foglie dai platani.
***
Clay sbarcò a Malpensa con la testa piena di domande. Giorgio era morto, aveva detto Nicchia. Ma dove, come, quando? Robert e Sandro lo avevano visto davvero o se l’erano sognato? Com’era possibile che nessun pronto soccorso l’avesse curato, nessun obitorio l’avesse preso in carico, nessuna polizia avesse aperto un’inchiesta?
Mentre scendeva la scaletta e riceveva sul viso una scarica di vento e pioggia, Clay si concesse una considerazione personale: ecco qua, una parte della tua vita se n’è andata. Fine del primo atto. Il cataclisma ha spazzato via tutto quanto e, anche se ti dà fastidio pensarlo, devi ricominciare daccapo. Dumm aveva preso un volo per Zurigo. Nell’atrio dell’aeroporto di Azor si erano guardati negli occhi e l’imbarazzo aveva fatto mancare le parole a tutti e due. Del resto, che c’era da dire? Non si sarebbero rivisti mai più: Azor li aveva separati per sempre.
Restava la caccia al tesoro. Soltanto Giorgio avrebbe potuto interpretare le iscrizioni sulla coppa, ormai lo sapevano tutti, ma nessuno rinunciava a cercarla: impadronirsene voleva dire sottrarla alla concorrenza. Zweifel, dopo aver ricuperato il libro fra i calcinacci dell’Hotel Costantinopolis, si era eclissato e Clay l’aveva rivisto all’aeroporto quando gli altoparlanti avevano chiamato il suo volo. Armida, la maliarda platinata, era sparita. Forse aveva preso il largo per prima. L’unico a non muoversi era von Sinnen, poveraccio, finito sotto le macerie del terremoto. Ma la combinazione di sconquasso tellurico e diluvio universale ormai era storia passata. Il sole tornava a scaldare la terra, la pioggia aveva smesso di scrosciare, il blackout era finito. Clay era riemersa alla realtà con il sollievo di chi esce da un incubo. Si era ritrovata sul lungomare senza sapere come c’era arrivata, aveva visto una cabina telefonica e aveva chiamato Nicchia.
Un taxi la scaricò all’aeroporto, dove si diede da fare con voli e coincidenze. Stava cercando un telefono per richiamare l’ufficio a Milano, quando guardò oltre le vetrate della sala imbarchi e fu colpita dal panorama di Azor tornato idilliaco: palme che grondavano datteri, filari di aranci che rimontavano i contrafforti delle colline. E se la scena apocalittica sulla veranda dell’Hotel Costantinopolis fosse stata un’allucinazione?
“Sono Clay, avvocato. L’unica combinazione che ho trovato è questa… Metta in conto qualche ritardo… poi treno, metro, imprevisti vari… Abbia pazienza, non so proprio a che ora arriverò in ufficio…”
“Non preoccuparti. Vengo io in aeroporto.”
***
Cinque ore di volo e una lunga attesa in sala transito a Lisbona prima di rimettere piede in Italia. Sul golfo del Leone vuoti d’aria, maschere a ossigeno penzolanti dal soffitto, bambini che strillavano, puzza di acetone e hostess che andavano su e giù portando sacchetti pieni di vomito. Poi altre turbolenze sulle Alpi e un atterraggio complicato, sotto la pioggia.
Nicchia aspettava davanti al cancello di uscita, elegantissima come sempre, in tailleur Armani e con un foulard di Hermès annodato alla gola. Teneva in mano due buste gialle, una grande e una piccola. Aveva il volto più impenetrabile che Clay avesse mai visto, occhi spenti e voce distante, come se mostrare di avere dei sentimenti fosse una vergognosa debolezza.
“Devi tornare a Costanza. Il tuo aereo parte fra un’ora. Ci sarà qualcuno ad aspettarti all’aeroporto di Zurigo. Qui c’è il biglietto. In quest’altra busta ci sono le radiografie per l’identificazione.”
“Ma allora non sono sicuri che sia lui?”
“Consegnale all’ispettore Jäger della polizia di Costanza. Poi fammi sapere.”
Neanche una parola di più. Neanche un “Come è andato il viaggio?” o “Sei stanca?” o “Si può sapere cosa sei andata a fare ad Azor?”. Nicchia si era voltata e si era diretta all’uscita camminando con il suo portamento da signora, le spalle dritte, lo sguardo fisso davanti a sé. Chissà se ha pianto, si domandò Clay. No, si rispose: sicuramente no. Lei non piange. O forse solo per rabbia, se mai le capitasse di restare senza risorse. Ricordò l’unica volta in cui aveva visto Nicchia con le lacrime agli occhi: quando aveva dovuto ammettere di non sapere che fine aveva fatto Giorgio.
A farla piangere non era stato il disinganno o l’umiliazione. Era stata la certezza che, senza Giorgio, lo studio sarebbe andato in malora. Soltanto adesso, dopo tutto quel che aveva passato, Clay capì che Nicchia aveva pianto per lo scorno.

Eden

L’immagine prende corpo a poco a poco, emerge dalla foschia, fluttua su una superficie liquida, definisce i contorni con la lentezza maestosa dello spuntar del sole. Anche se non esiste una strada per arrivare qui, anche se è sicuro di non esserci mai stato, Giorgio è convinto di aver già visto questo spiazzo di terra battuta, delimitato da due muri curvi, un po’ malandati, che si accostano al varco di un cancello come le pareti di un imbuto. Laggiù, dove i muri si avvicinano, la foschia è più densa.
Piano piano la nebbia comincia a dissolversi e alla convergenza dei muri si precisa l’immagine di un grande cancello socchiuso. Un’ombra si insinua fra i battenti. È una donna che indossa una tunica di un colore opaco, lunga fino ai piedi. I capelli le cadono sul viso e quando li ravvia il suo profilo ricorda quello della gitana. Ma quando alza il volto i suoi occhi hanno lo sguardo di Sofia.
La donna fa un passo avanti, Giorgio la riconosce e sente battere il cuore. L’ha vista una volta, una volta sola, alla Fondazione Oldoini. Lui saliva le scale in fretta, in ritardo per un appuntamento. Lei scendeva e aveva sul volto un’aria trasognata. I loro sguardi si sono incrociati. Non si sono detti nemmeno una parola. C’è stato soltanto un sorriso, più intenso di un contatto. Giorgio ha portato per sempre con sé il ricordo di quegli occhi. Quante volte si è dato dell’imbecille per non aver mandato al diavolo gli impegni?
***
“Sei qui per staccarti dalla tua individualità.”
Vuoi dire che sto per morire?
“Morire non basta.”
Giorgio è sconcertato ma, stranamente, non ha paura. Al di là del cancello intravede la prospettiva di un viale. Gli alberi che affiancano la carreggiata hanno tronchi enormi come le colonne di una cattedrale e congiungono i rami a formare una volta nella quale i raggi del sole faticano a infiltrarsi. Ai lati, al di là degli alberi, c’è un fosso, poi una staccionata, poi un prato.
La nebbia si è quasi del tutto dissolta. Il silenzio è assoluto.
“Non devi più cercare i nomi sacri in una coppa d’avorio o in un’isola sperduta. Il viaggio vero comincia adesso.”
Dimmi che posto è questo, spiegami cosa significa questa soglia. È la morte?
“La morte non esiste.”
Un’altra risposta sconcertante.
Fermo sul piazzale, Giorgio guarda verso il viale oltre le sbarre del cancello, dove le fronde degli alberi continuano ad agitarsi senza rumore. Il cielo si è riempito di nubi e l’aria è diventata grigia, polverosa. Non c’è bisogno di guardare orologi e calendari: il tempo si è fermato alle 12.00 dell’11 agosto 1999.

Il giorno dopo

“Kripo di Costanza porge saluti.”
In tutto il mondo la polizia è polizia e basta; solo i tedeschi sentono il bisogno di chiamarla Kriminal Polizei e di abbreviare in Kripo. Non si accorgono che, a un orecchio straniero, Kripo suona un po’ come Gestapo.
All’aeroporto di Zurigo, dopo il controllo dei passaporti e la trafila di rito, Clay era sbucata nella hall degli arrivi. Un tizio atletico in pantaloni grigi, giacca color prugna e camicia gialla aperta sul collo a sfidare i termometri, stava di fronte a lei e la guardava con interesse professionale. Aveva estratto un tesserino verde plastificato e glielo mostrava senza fare il minimo sforzo per sorridere. Tedesco, teutonico, alemanno, pensò Clay.
“L’ispettore Jäger?”
Il marcantonio scosse la testa.
“Agente Kraus, in borghese. Kripo non può operare in territorio svizzero.”
“Capisco” disse Clay, senza capire. “Qual è il programma?”
“Prima patologo, poi hotel. Domani ispettore capo e procuratore.” Indicò la busta che Clay teneva in mano. “Documenti? Buoni per identificazione?”
Clay alzò le spalle.
“Non lo so. Ma posso identificarlo io. Lo conosco bene.”
“Ach! Non consiglio.”
“Perché?”
“Meglio non vedere.”
***
La dottoressa Kleinschuh alzò la testa. L’agente Kraus aveva lasciato il passo a un bocconcino appetitoso. Peccato che non ci fosse verso di avviare un’intesa: la ragazza era stanca, seccata e propensa a cavillare. Doveva avere sulle spalle lo scompenso di qualche fuso orario. Parlava solo italiano, il che la obbligava a stare a rimorchio dell’agente (cosa che non sembrava disturbarla: probabilmente aveva gusti sessuali di una estrema banalità). La dottoressa Kleinschuh si accigliò: più sono carine e più vanno in sollucchero per gli scimmioni.
Cosa mi hai portato, cara? Una radiografia dell’arcata dentale superiore? No? Niente radiografie odontoiatriche? Allora uno spazzolino, un pettine, un rasoio elettrico, una qualunque cosa da cui estrarre materiale per l’analisi del DNA?
La ragazza sembrava sul punto di scoppiare. Come tutti gli italiani, parlava e gesticolava. Stando alla zoppicante traduzione dell’agente Kraus, lei era arrivata adess’adesso da un posto in capo al mondo dove ne aveva passate di tutti i colori. Per una settimana aveva girato come una pazza e quando finalmente era tornata a casa, una certa Nikkia (la sua compagna?) l’aveva costretta a saltare su un altro aereo per portare la busta a Jäger (poveretta! neanche fosse un fattorino). Lei ne aveva fin qui (più o meno all’altezza del mento) e avrebbe consegnato la busta a Jäger e a nessun altro. Lei aveva fatto tremila chilometri per tornare a Costanza (c’era già stata?), Jäger poteva farne uno e venire in albergo, oppure poteva aspettare fino a domani, perché lei era stanca e voleva dormire.
Katherine Kleinschuh le sorrise, le accarezzò un braccio indugiando più del necessario e le rivolse un gutturale sussurro che l’interprete si premurò di tradurre: “Ha ragione. Vada a riposare. Ne riparliamo domani”. Clay si svincolò con gelida cortesia e uscì. Non aprì bocca finché non si fu accomodata in auto con la portiera ben chiusa. Solo allora si voltò verso l’agente Kraus e domandò:
“Ma quella lì…?”
L’agente Kraus sospirò.
***
Morto. È proprio morto. Ma quando sarebbe successo il fatto? E in due mesi nessuno si è fatto vivo con una lettera, una telefonata, qualcosa? Sandro e Robert hanno visto davvero un fantasma? Ma i fantasmi stanno nei castelli scozzesi, non vanno a spasso per il lago di Ginevra o lungo le coste del Rodano.
Sì, lo so: a casa di zi’ Assunta dicono che ci sta un munaciello e la zia gli parla e lui risponde. E litigano perché lui i numeri del lotto non glieli vuole dare, e zi’ Assunta non si fa capace. Ma io il munaciello non l’ho mai visto, con la zia non ci parlo da vent’anni, e papà ha sempre detto che questa storia è una fesseria.
Però forse ci sono anche fantasmi che vengono a trovarti a domicilio. Magari ti rintracciano, bussano alla tua porta e non si distinguono dagli esseri viventi. Non trascinano catene, non si vestono di lenzuola: siedono alla tua tavola, chiacchierano amabilmente, ti intrattengono con classe e signorilità. Magari neanche lo sanno di essere trapassati. Vanno a trovare gli amici, cercano un po’ di calore umano, e dove meglio che a tavola? Tu gli versi un bicchiere di vino, gli passi il vassoio degli affettati. E loro mangiano. O qualcosa del genere.
Sarà. Certo che se una si trova catapultata a Costanza dopo l’ambaradan degli ultimi giorni, e deve anche schivare una lesbica sul sentiero di guerra, e appena mette piede in albergo si sente dire che la cucina è chiusa (alle nove! ma a che ora cenano questi qua?), e solo per grazia di Dio (e intercessione dell’agente Superkraut) le scaldano un chilo di patate che grondano grassi ultrasaturi insieme a una salsiccia dall’odore disgustoso (e tocca anche ingoiare tutto, se no magari si offendono), e poi la sventurata va a letto con quel mattone sullo stomaco e due milioni di cose in testa, be’, voglio proprio vedere se non arrivano i fantasmi.
Giorgio, se ci sei batti un colpo!
***
Si era poi fatto vivo il fantasma di Giorgio? Clay se lo chiese mentre versava caffè di cicoria da una brocca fumante, se lo ripeté sgranocchiando una fetta di pane integrale, tornò a domandarselo mentre pescava con il cucchiaino nel tuorlo dell’uovo alla coque. A rigor di termini, come può “farsi vivo” un fantasma? Ammesso e non concesso che Giorgio in forma di ectoplasma si sia mostrato alla sottoscritta (sottoscritta che, durante la sua esistenza terrena, Giorgio non ha mai degnato di uno sguardo che non fosse strettamente professionale), anche ammettendo una scemenza simile, si potrebbe chiamarla un “farsi vivo”?
Ma Robert e Sandro l’hanno visto. Sandro non l’ha abbracciato, e si meraviglia di non averlo fatto; ma forse l’ha sfiorato. Forse Robert gli ha stretto la mano. E tu, Clay? Nonostante il wurst sullo stomaco e il trambusto di una giornata frenetica, non sei riuscita nemmeno a sognartelo il tuo Giorgio. Sei proprio una frana!
I pensieri di Clay si avvitavano su inutilissimi rimpianti quando l’agente Kraus, silenzioso come il giaguaro che tende l’agguato alla gazzella, spuntò alle sue spalle, prelevò una tazzina dal tavolo a lato e scostò una sedia.
“Posso fare compagnia con caffè? Solo dieci minuti. Ispettore capo aspetta.”
***
Io questo Jäger l’ho già visto, si disse Clay. Stazza oltre il quintale, capelli a spazzola, ventresca profondamente solcata dalla cintura dei pantaloni. Ce l’ho catalogato nella memoria, lui e i suoi occhi porcini. Quando Superkraut gli ha detto chi sono ha avuto un soprassalto, come uno che pensa: ah, ecco, lo dicevo io! E ha cominciato subito a rompere le scatole.
Perché non hai dato le radiografie alla lesbica, ieri sera?
Perché dovevo consegnarle a te.
E allora dammele. Cosa vuoi, la ricevuta?
Si capisce che voglio una ricevuta. Ma voglio anche vedere il cadavere. Devo riconoscerlo, devo essere sicura che è proprio lui.
E perché? Sei una parente? Ci andavi a letto? No? E allora non hai nessun diritto.
Sono un avvocato del suo studio e se non la pianti di fare lo stronzo ti trascino in tribunale e ti faccio passare la voglia di fare lo spiritoso.
Qui si è fermato soprappensiero. Forse era una cosa troppo difficile da digerire.
Perché pedinavi Zweifel al cimitero?
(Ecco chi è: il ciccione che stava appresso all’antiquario!)
Ma che pedinare! Eravamo insieme. Cercavamo di ritrovare Giorgio.
Ah sì? Controlleremo. Torna in hotel e resta a disposizione.
Col cavolo! Tu adesso mi porti a vedere il luogo del ritrovamento del cadavere e poi mi accompagni all’obitorio.
***
“Ma è così lontano?”
“Manca poco, avvocato. Siamo quasi arrivati.”
Il nome di battesimo dell’agente Kraus sembrava scelto apposta per far capire quanto era straniero: si chiamava Carsten. A parte ciò, era un maschio sulla trentina con una corporatura da atleta e uno di quegli sguardi chiari che, nell’opinione di Clay, indicavano cervelli dedicati ai meccanismi fine a se stessi. Fingendo di interessarsi al paesaggio (grigio smorto sotto un cielo nero, con contorno di pioggia e buio), Clay ricapitolò: aveva ammansito l’orso Jäger, evitato l’internamento in albergo e ottenuto che l’agente Superkraut la scarrozzasse per Costanza e dintorni alla ricerca del Giorgio perduto. Solo la richiesta di vedere il cadavere non era stata accolta.
“Siamo quasi arrivati” disse Carsten indicando un cartello seminascosto. “Il corpo è stato ritrovato sulla spiaggia, tre giorni fa.”
“La spiaggia? Quale spiaggia?”
“Ora le spiego: Costanza si trova sulla punta meridionale di un istmo stretto fra due rami del lago. Noi stiamo risalendo la lingua di terra verso nord. Fra poco svolteremo a sinistra per Reichenau, una piccola isola unita all’istmo da un ponte. Da qui il lago non si vede, ma è vicino.”
“Il suo italiano è improvvisamente migliorato, agente.”
“Davvero? L’occasione sviluppa le predisposizioni. Se resterà qualche giorno a Costanza anche lei imparerà un po’ di tedesco.”
Clay riabbassò lo sguardo.
“Ci ho già provato una volta. Con scarso successo.”
“Si vede che lui non era il tipo giusto.”
“Come dice?”
Superkraut non rispose. Un’auto sopraggiungeva in senso contrario e faceva lampeggiare i fari. La lasciò passare, poi svoltò a sinistra in una stradina che sembrava annegare nella vegetazione. L’automobile avanzò lentamente lungo la strada stretta, sospesa a neanche un metro dal pelo dell’acqua, assediata da un folto di canne palustri. L’asfalto era posato su una struttura di legno che poggiava su pali verniciati di bianco, conficcati nel fondo del lago. Il ponte sembrava galleggiare sull’acqua, appeso al canneto, e aveva un’aria di precarietà molto poco tedesca. Il cielo colore del piombo sembrava sospeso due dita sopra il tetto dell’auto. Clay ebbe l’impressione di trovarsi fuori dal mondo.
“Sull’isola ci sono tre villaggi” spiegò Carsten in tono da guida turistica: “Il luogo del ritrovamento è la spiaggia di Niederzell, vicino a un camping.”
L’isola li accolse con la sua faccia meno suggestiva: una sesquipedale insegna di pizzeria che a un occhio italiano minacciava mozzarelle di plastica, pomodori acquosi e acciughe insapori. Senza incontrare un passante o un autobus, e nemmeno un cane randagio, proseguirono fino a una spiaggia dove per due mesi all’anno i più strapelati campeggiatori dormivano in tenda. Ora, in pieno autunno, il camping era la réclame della desolazione.
“Ho perso l’orientamento. Da che parte è Costanza?”
“Laggiù, alle nostre spalle.”
“E come ha fatto il corpo ad arrivare fin qui?”
“Probabilmente la corrente del Reno gira attorno all’isola. Ci vorrebbe un esperto di correnti. Forse al porticciolo c’è qualcuno che ne sa di più.”
C’era qualcosa di allusivo nel tono di Superkraut?
“Be’, visto che siamo arrivati fin qui…”
“Ma certo, avvocato.”
Clay non riuscì mai più a rivivere quel momento con lucidità. Si sentì dire cose sensate che – lo capiva benissimo – significavano tutt’altro, e a quel “tutt’altro” non era preparata, non era neanche sicura di volerlo.
“Basta con i salamelecchi: agente di qui, avvocato di là. Io sono Clay, e tu?”
“Carsten. Non l’avevo già detto?”
“Ah, sì, è vero. Ma cosa vuol dire? Cioè: è un nome che ha un significato? No, lascia stare, con i nomi è troppo complicato. Ma il cognome? Il mio significa qualcosa come conciatore di pelli. E il tuo?”
“Kraus? Qualcosa come capelli ricci.”
Clay scoppiò a ridere. Superkraut la guardò preoccupato. Clay rise ancora.
“Come gli indiani Sioux! Uccello Scalciante e Alzata con Pugno! Senti, ti dispiace se ti chiamo Riccio? Carsten è così… così esotico… Riccio è più…”
“Simpatico?”
“Sì, ecco. Simpatico. Proprio così.”
***
Il porticciolo era deserto quasi come il camping. Riccio si era rivolto all’unico essere umano in vista: un tizio in berretto a visiera, pantaloni bianchi e doppiopetto blu dai bottoni dorati, manco fosse un ammiraglio. Costui li aveva indirizzati all’ultimo molo. Lì avevano trovato l’esperto in correnti intento a spurgare i condotti di un motore fuoribordo fra una quantità di reti stese ad asciugare. Era un uomo piccolo, sui cinquanta, in jeans, scarpe da ginnastica e cerata arancione, con una curatissima barba sale e pepe. Riccio l’aveva interpellato in tono ufficiale e, a beneficio di Clay, si era esibito in una traduzione simultanea.
Kripo? aveva esordito l’ittiologo. Boh, io non ho ammazzato nessuno. Non ancora. Ma se mi lasciano fare…
Ecco, aveva detto Riccio: supponiamo che due mesi fa, a Costanza, qualcuno abbia ucciso un uomo. Lei come avrebbe fatto per liberarsi del corpo? L’avrebbe buttato nel Reno?
Boh. Probabilmente sì.
E la corrente l’avrebbe portato fino a Reichenau?
Ah, ma allora volete sapere del cadavere spiaggiato! Boh. Certo, la corrente trascina tutto da Costanza a Reichenau, ma in due giorni, non in due mesi.
Come? Due giorni soltanto?
Boh. Anche meno. E ci sarebbe un modo per dimostrarlo, aveva sentenziato l’esperto. “Basta che un giudice mi dia il permesso di prendere il borgomastro, portarlo a Costanza, dargli una botta in testa e buttarlo giù dal ponte. Se il cadavere impiega più di due giorni per arrivare a Reichenau, io vado a fare la guida alpina. Ma bisogna farlo sul serio, l’esperimento. A memoria d’uomo non s’è mai visto un borgomastro più scemo di questo. Ha vietato la pesca del luccio: tempo due anni e non resterà più neanche un’alborella da qui a Lindau. L’ho detto e ripetuto. Macché. Niente da fare: i cittadini di Reichenau hanno schiuma di birra al posto del cervello. L’hanno eletto e se lo tengono!”
“Insomma, secondo lei il cadavere non è stato in acqua così tanto.”
“Boh. Due giorni al massimo, forse anche meno. Se non ci credete potete fare un altro esperimento: buttate nel lago il borgomastro con un’ancora legata ai piedi. Se lo mangeranno i pesci e in quindici giorni resterà sì e no lo scheletro. Invece il cadavere spiaggiato era intero. Sciupato, ma tutto intero.”
“Lei l’ha visto quando era ancora in acqua?”
“Boh. Io passavo in bicicletta e Volker, la guardia municipale, mi ha gridato di fermarmi per dargli una mano. Dopodiché mi è toccato restar lì a far la guardia mentre lui andava ad avvisare le autorità. Il cadavere ho avuto modo di guardarmelo anche troppo.”.
***
Il pescatore imperversava sul suo tema preferito e Riccio lo stava a sentire. I maschi, si disse Clay, sono sempre affascinati dai predatori anche se sono soltanto pesci d’acqua dolce. Ma guardalo: se ne sta lì a parlare con quel vecchio bilioso e se ne frega della sottoscritta, rompiscatole, straniera e per di più donna! Tutti uguali, gli uomini.
Riccio si voltò sorridendo.
“È quasi mezzogiorno. Forse è il caso di cercare un ristorante.”
“Come? Ah sì, ottima idea.”
Seguendo le indicazioni del pescatore, Carsten e Clay si incamminarono per una stradina che dopo un centinaio di metri diventò un viottolo e si allungò nella campagna fiancheggiando un filare di alberi altissimi. Le case erano intervallate da prati dove l’erba color verde smorto sembrava guardare in su per reclamare un po’ di sole. Il cielo era tutto un rincorrersi di nuvole. Il vento scompigliava i capelli. Carsten ebbe un gesto spazientito.
“Qui non ci sono ristoranti. Torniamo indietro.”
“Aspetta. Quella cos’è?”
“Una chiesetta.”
“Andiamo a vedere?”
Entrare e trovarsi al riparo dal vento fu come sentirsi avvolgere in un abbraccio. All’interno non c’erano panche né sedie. I muri bianchi di calce catturavano la luce che entrava dalle finestre e la facevano rimbalzare da una parete all’altra. Il soffitto era di legno, a capriate. In fondo alla piccola abside, l’altare in pietra, semplicissimo, sembrava un’ara preistorica.
“Ma è romanica!”
“Sì, certo.”
Clay credette di riconoscere nel tono di Riccio l’inflessione di chi si trova su un terreno che non conosce e, per non sbagliare, dà ragione a chi parla per primo. Gli gettò un’occhiata di sottecchi, lo vide aggirarsi lungo i muri cercando di darsi un contegno. Che vuoi che ne sappia di arte – pensò – un barbaro visigoto che simpatizza con i lucci? Anche se avessi detto “barocca”, avrebbe risposto: “Sì, certo.” Meglio cambiar discorso altrimenti, poveraccio, mi annega nell’imbarazzo.
Riccio si era curvato a osservare una pietra incastonata nella parete dove, sotto uno scudo araldico, erano scolpite due righe di scarabocchi nel latino incomprensibile delle epigrafi.
“È una cappella votiva” disse. “L’ha fatta costruire il margravio Tassilo dopo la battaglia di Merseburg, nel 933, quando l’imperatore Enrico I respinse le orde degli Ungari. Quella fu l’ultima invasione barbarica.”
Il dito batteva sulla pietra indicando nomi e date. Riccio non parlava a vanvera: stava traducendo il latino della lapide. Clay lo guardò con gli occhi spalancati.
***
Dietro quell’insegna pacchiana che l’aveva fatta inorridire c’era un pizzaiolo che ogni tre mesi percorreva duemilacinquecento chilometri fra andata e ritorno per rimpinguare le provviste di ingredienti originali nel paesino in provincia di Foggia da cui era originario. Il risultato era una pizza sottile e croccante, piena di pommarola, con un profumo inebriante di origano e basilico.
Fuori dalle finestre il cielo buio minacciava pioggia da un momento all’altro, eppure Clay non si era mai sentita così bene: le pareva di essere tornata bambina, quando la nonna le lasciava spolverizzare lo zucchero sui biscotti appena usciti dal forno. Riccio era gentile, colto, dannatamente atletico. Non sbagliava mai niente. Aveva ordinato una birra dal retrogusto farinoso che sembrava fatto apposta per accompagnare la pizza. Clay, che aveva sempre considerato la birra come un surrogato dell’idrolitina, lo guardò con l’estatica temerarietà di una Alice nel paese delle meraviglie.
“E tu, sei fidanzato?” domandò.

Che guaio !

Clay guardò fuori dal finestrino. “Piove che Dio la manda” si disse, “ma non mi sono mai sentita tanto bene”. Riccio era sempre più simpatico. L’aroma del suo dopobarba era dannatamente virile. Di profilo faceva pensare ai volti di Manitù scolpiti sui totem. Un profilo da guerriero. Intorno a lui tutto sembrava calmo, sicuro, piacevole. L’auto era calda. Fuori continuava a piovere. Il tergicristallo andava avanti e indietro.
Riccio, cos’hai in mente? Cosa vorresti fare? Mi porti in albergo, sali in camera, mi strappi i vestiti di dosso e mi riduci come lo straccio che si passa sui pavimenti? Sei gentile, simpatico, educato, ma c’è qualcosa nel tuo modo di fare che non mi lascia tranquilla. Riccio, non so che idea ti sei fatta di me, forse mi vedi come una fatalona di quelle che gli uomini se li rigirano fra l’indice e il pollice, ma io, per dirla tutta, non ho l’esperienza che ci vorrebbe per gestire una situazione come questa. Mi piaci da matti, ma un po’ mi fai paura. Eppure, se tu mi guardassi negli occhi e mi domandassi chiaro e tondo: “Ci stai?”, ti butterei le braccia al collo!
Solo che… dove stiamo andando? Per andare in albergo non bisognava svoltare a sinistra? Ma allora mi porti davvero a casa tua? Cosa? Nooo! Abiti in un palazzo ottocentesco, con tanto di statue? Ah, volevo ben dire, gli giriamo attorno… E invece è proprio qui, accidenti! Entriamo per l’ingresso carraio. Ommammamia! Faremo l’amore in un letto a baldacchino?
“Siamo arrivati.”
“Riccio, cosa c’è scritto lassù, sopra a quella statua? ”
“Tribunale. Il procuratore ci aspetta.”
***
“Che rapporti ha il suo studio con la Alchemie?”
“Non saprei…” balbettò Clay che faticava a staccarsi dalle fantasie erotiche legate all’agente Riccio. “Se ne occupava il mio capo…”
“Il quale era a Costanza il 23 luglio?”
“Il 23 luglio? Sì… credo di sì. È andato e venuto un paio di volte…”
“Ed è tornato qui anche l’11 agosto?”
“Sembra di sì, ma io all’epoca non ne sapevo niente. Lo studio era chiuso da una settimana. Quando sono tornata dalle ferie mi hanno detto che il capo era all’estero e per un po’ ho risposto io alle telefonate dei clienti. Ma lui non rientrava e io non sapevo più cosa dire. La situazione stava diventando impossibile, così l’altra titolare dello studio mi ha ordinato di rintracciarlo e io mi sono data da fare. Ho trovato un antiquario, un certo Zweifel, che dice di aver parlato con il mio capo qui, a Costanza, il giorno dell’eclissi. Ma ho trovato anche due persone che sostengono di averlo visto in Svizzera e in Francia qualche giorno dopo. Non so quanto siano attendibili. Ho cercato altre conferme, ma mi sono trovata in mezzo al terremoto di Azor. Poi all’improvviso salta fuori il cadavere, io pianto tutto per portarvi documenti e radiografie, e Jäger non mi permette di identificarlo, non me lo lascia neanche vedere!”
Il sostituto procuratore Handschelle aggrottò le sopracciglia e rimase in silenzio per qualche secondo prima di dichiarare in tono ufficiale:
“Sono sinceramente dispiaciuto, ma non è più possibile vedere il cadavere: è stato cremato e le ceneri disperse.”
“Cooosa? Come vi siete permessi?”
Clay era uscita dal suo umore trasognato e ruggiva come una tigre del Bengala.
“È la legge. I cadaveri non possono essere conservati indefinitamente.”
Clay si trovò a voler dire troppe cose e tutte insieme. Cosa c’era sotto? Quali interessi copriva questo ambiguo procuratore? Approfittando della sua afasia, Handschelle le porse un pezzo di carta conservato in una custodia di plastica.
“Nel portafogli c’erano i documenti e questo foglio.”
Clay lesse a fatica poche frasi tracciate in un inchiostro sbiadito. Era un testamento olografo. Disponeva che il patrimonio fosse diviso in parti uguali fra cinque lontani parenti. Nicchia era nominata esecutore testamentario. Non c’erano disposizioni circa i funerali. La calligrafia era quella di Giorgio. Anche il modo di esprimersi sembrava il suo. Ecco, pensò Clay: oggi ci siamo, domani non ci siamo più, e all’improvviso vengono alla ribalta un sacco di cose che abbiamo sempre dato per sottintese.
“Ma perché cremare il corpo? Perché disperdere le ceneri?”
“È la prassi, se non ci sono disposizioni scritte e nessuno si presenta a reclamare il cadavere nei tempi previsti. Per scrupolo, ho fatto telegrafare all’indirizzo che risultava nei registri dell’Insel Hotel. Non c’è stata risposta.”
Clay ebbe un gesto di fastidio. Dov’era capitata, in manicomio? Si era mai visto un modo più idiota di disporre di un cadavere?
“Avete cremato un cadavere senza neanche essere sicuri della sua identità?”
“Questo no: il cadavere è stato identificato. Ci sono i documenti.”
“Ma il referto del patologo? Io ho consegnato le radiografie all’ispettore Jäger stamattina alle nove! Avete chiuso il caso senza conoscere la causa della morte?”
“L’autopsia era conclusa. Le radiografie non erano utili per l’identificazione né per stabilire la causa del decesso.”
Clay non si diede per vinta.
“E quale sarebbe la causa della morte?”
Handschelle si strinse nelle spalle. La ragazza, ammalata di complottismo, non sapeva arrendersi all’evidenza. Guardò il pavimento.
“Non c’è motivo di andare a cercare chissà quali misteri. Il patologo attribuisce il decesso a un collasso cardiocircolatorio.”
***
Accompagnata da un Riccio sempre più silenzioso, Clay si presentò all’istituto di medicina legale fermamente intenzionata a piantare una grana, ma in capo a un quarto d’ora dovette ritirarsi con le pive nel sacco. La Kleinschuh le sorrise con gli occhi e con le labbra, tentò di accarezzarla, mise nella voce una lontana eco di femminilità. Ma non indietreggiò di un millimetro. Le radiografie erano inutili, le caratteristiche del corpo corrispondevano al documento di identità. Non c’erano dubbi che quello fosse il cadavere di Giorgio. Il referto? Era riservato alla procura. Le decisioni erano state prese dalle autorità responsabili e Katherine Kleinschuh se ne lavava le mani.
Alla centrale di polizia l’ispettore capo Jäger fu anche più sbrigativo. Non ricevette Clay. Le fece riferire che il caso era chiuso. E basta.
La pioggia martellava asfalti e selciati, le strade luccicavano sotto i fanali accesi. Nell’atrio della centrale di polizia Clay appoggiò la fronte ai vetri della porta d’ingresso e chiuse gli occhi. Cos’altro poteva fare? Le parve di trovarsi davanti a uno strapiombo, senza altra prospettiva che lasciarcisi cadere.
Seguendo il complesso istinto che spinge il buon pastore a trepidare per l’agnello smarrito pur sapendo che, tempo un mese, lo farà arrosto con patatine novelle, Carsten Riccio Kraus si stagliò con la sua maschia figura sull’orizzonte dello sconforto. Invitò Clay a salire sul suo destriero personale (una Golf di seconda mano) e partì verso ignota destinazione.
Alle sei di sera l’oscurità era un sipario nero impenetrabile. Clay aveva voglia di piangere e la luce dei fanali si rifrangeva nel velo dei lucciconi. Attraverso una buia notte e una dogana spettrale, Riccio la condusse in una Wirtschaft sulla riva svizzera dell’Untersee. La rincuorò con vino bianco e pane nero. Le rivelò che in Alta Svevia non si muoveva foglia senza il beneplacito della Alchemie e i motivi per cui la Alchemie decideva di fare o di non fare qualunque cosa erano misteri avvolti in un enigma. Non li conosceva neanche Jäger, neanche Handschelle. Bisognava rassegnarsi, perché non era possibile saperne di più.

Milano

Clay si fermò all’edicola e comperò il giornale. La data in cima al foglio era 25 ottobre 1999. Di già? Erano successe tante cose e il tempo era trascorso con una velocità infernale.
Al rientro da Costanza il suo monolocale era sempre là, buio e angusto, a contendere agli altri loculi il primato della desolazione nel più squallido caseggiato di Pero. Sul pavimento si era accumulata la polvere. Nel frigorifero la frutta e la verdura erano marcite, il latte inacidito, i surgelati scaduti. Ma sulla via dell’ufficio, Viale Certosa e Corso Sempione erano sempre lugubri come trincee da percorrere a capo chino. Il cielo di Milano aveva il solito color grigio ferro e incombeva come un soffitto sospeso mezzo metro sopra la testa. Anche al bar niente era cambiato: il barista pacioccone era sempre lì che si sporgeva dal banco, le sbirciava le tette e sospirava.
Di nuovo, in un angolo della testa, c’era il ricordo dell’agente Riccio, dei muscoli che Clay avrebbe voluto stringere, del tepore che l’aveva circondata nella chiesetta di Reichenau, della pizza insperata, dell’espressione negli occhi di Riccio in quella taverna in Svizzera quando le aveva detto: “È inutile insistere. Diamo tempo al tempo. E poi, la vita è fatta di tante cose. Se capiti ancora da queste parti, vieni a trovarmi?”
Questi erano i pensieri con cui giocherellava Clay la mattina del 25 ottobre, quando entrò in ufficio e si trovò di fronte alla receptionist in lacrime.
“Cos’è successo?”
La ragazza nascose il viso in un fazzoletto e accennò alla sala riunioni.
“Lazzaroni&Brighenti stanno rilevando la baracca. Nicchia ci ha venduto.”
***
“Voglio specializzarmi nel penale. Chi è il socio che se ne occupa?”
Clay aveva incassato la notizia con una disinvoltura della quale era la prima a stupirsi. Mentre Nicchia discuteva di milioni e di percentuali nella sala riunioni, lei aveva adocchiato il socio anziano, già insediato nell’ufficio di Giorgio, e si era affacciata sulla porta. Senza dargli il tempo di alzare testa, aveva cinguettato: “Permette, avvocato?” ed era entrata. Si era accomodata in una poltroncina destinata ai clienti, aveva accavallato le gambe e aveva sparato la sua domanda.
L’avvocato Egisto Lazzaroni si era ravviato i capelli brizzolati. Una ruga orizzontale gli tagliava in due la fronte arrostita dai weekend in barca a vela. Clay, che pure non aveva alle spalle decenni di esperienza, di tipi così ne aveva già visti: l’espressione, la voce, i gesti, perfino la camicia a righine bianche e blu con le iniziali ricamate a mano, tutto nell’avvocato Lazzaroni concorreva a proclamare senza falsi pudori: “Sono un filibustiere e me ne vanto.”
“Il nostro studio” disse l’avvocato estraendo una sigaretta dal pacchetto “è specializzato in contrattualistica internazionale. I nostri clienti sono le maggiori corporation di tutto il mondo. La carriera, ragazza mia, si fa procurando allo studio nuovi clienti e grasse parcelle. Chi le ha messo in testa l’idea del penale? Il penale è per i disperati. Impari piuttosto a parlare inglese.”
Clay cercò di guardarlo negli occhi ma non riuscì a incrociarli: gli occhi dei filibustieri guardano per linee oblique e non si lasciano intercettare facilmente.
“Be’, sapete cosa c’è di nuovo?” disse in fretta per impedirsi di ripensarci. “La contrattualistica internazionale ve la potete stropicciare dove dico io. Pagatemi quel che mi spetta e andate a quel paese.”
Mentre pronunciava la sua frase storica Clay non aveva la più pallida idea di cosa avrebbe fatto una volta uscita dall’ufficio. Ne era consapevole e si dava doverosamente della cretina, ma provava il gusto perverso di chi si brucia i ponti alle spalle. Basta! Non sarebbe rimasta mai più all’ombra di qualcun altro. Mandare al diavolo Nicchia e Lazzaroni era come buttarsi in mare senza saper nuotare? Chi se ne frega. Avrebbe imparato.
***
Il primo tentativo di riordinare le idee ebbe come teatro il solito bar e come pubblico il solito barista giuggiolone. Clay ordinò un caffè, sedette a un tavolino, aprì l’agenda e buttò giù alla rinfusa tutto quello che le venne in mente.
– Affittare bilocale zona Tribunale.
– Arredamento.
– Riagganciare conoscenze in Questura.
– Salvo e Carmine. 3° raggio. Passare la voce.
– Nicola, cugino di Manduria, appuntato CC.
– Visite di cortesia ai sostituti procuratori. (Donne: acqua&sapone, ballerine, pantaloni. Maschi: trucco, parrucchiere, gonna, tacchi alti).
– Invitare a pranzo cancelliere e ufficiale giudiziario anziano (separatamente).
Mentre mordicchiava la penna con lo sguardo fisso sul foglio scarabocchiato, Clay si sentì apostrofare con bonaria invadenza.
“Cosa l’è che scrivi, una lettera d’amore?”
Clay sollevò gli occhi sul barista e lo considerò con una certa apprensione.
“Ma tu sei stronzo per davvero o fai finta?”
L’altro non fece una piega. Posò sul tavolo la tazzina e due bustine di zucchero. Gettò un’occhiata al taccuino pieno di annotazioni, correzioni, cancellazioni. Si rialzò ergendosi nella maestosa sicurezza di chi ha capito tutto della vita.
“Quando una cià tutto quello che ciài te dovrebbe fare la scioghèrl, mica l’avvocata.” E prima che Clay potesse esplodere, chiarì il concetto agitando l’indice. “Te fai finta che non ciài dei doveri sociali. Ma il diritto di rifarsi gli occhi ce l’hanno anche i morti di fame, e l’è mica giusta che quelle come te stanno nascoste dentro a un ufficio.”
Clay rimase a guardarlo sbalordita. Il moralista si voltò compiaciuto e tornò dietro il banco a lavare tazzine.
***
Sabato pomeriggio, dopo un attento studio degli annunci economici, Clay telefonò a tre diversi inserzionisti. Le risposero altrettante segreterie telefoniche che avevano tutta l’aria di corrispondere alla stessa agenzia. Clay, scocciata, si concesse un sopralluogo all’Ikea.
La folgorazione ebbe luogo davanti a una poltroncina simil-Frau ricoperta in panno color arancio. Dove aveva visto quella tonalità di arancione? Al porticciolo di Reichenau! Il pescatore aveva addosso una cerata dello stesso color aragosta lessa. Della conversazione in ostrogoto Clay ricordava la scarna traduzione simultanea. Che cosa aveva detto il pescatore? Che il corpo non poteva essere rimasto in acqua per due mesi.
Certo, anche i cosiddetti esperti ogni tanto parlano a vanvera e sul fondo di un lago può succedere di tutto. Un corpo può restare impigliato in cento ostacoli, vegetazioni, tronchi sommersi. Ma in questo caso si sarebbe decomposto. Invece il cadavere si era conservato fin troppo bene, lui e i suoi vestiti.
E come facevano a essere ancora leggibili i documenti rimasti a mollo? Il foglio del testamento sembrava in condizioni più che discrete; l’inchiostro non era neanche scolorito. Clay si era detta che, compressa in uno scomparto interno di un portafogli, la carta era rimasta al riparo dall’acqua come se fosse stata all’interno di una custodia di plastica. Ma, ripensandoci, la spiegazione non le appariva più tanto convincente: un foglio in tasca a un cadavere trascinato dalla corrente, sballottato dalle onde dei motoscafi, strusciato sul fondale, morsicato dai pesci, non può restare intatto come il prosciutto in confezione sottovuoto. La carta si impregna e si spappola. Tutt’al più il portafogli la trattiene e le impedisce di disperdersi, ma non di ridursi in poltiglia. No, la versione ufficiale non stava in piedi. Come mai polizia e procura la difendevano a spada tratta? Per coprire le porcherie combinate dalla Alchemie. Perché non le avevano permesso di vedere il cadavere? E se non fosse stato quello di Giorgio? Clay si sentì smarrire. Vacillò sui ginocchi e per non cadere dovette appoggiarsi alla simil-Frau.
Soltanto un’ora dopo, al semaforo di piazza Zavattari, riuscì a cogliere il collegamento. Il semaforo passò sul verde, lei ingranò la prima e il motore si spense. Le auto in coda cominciarono a strombazzare. Mentre Clay riavviava il motore e armeggiava con cambio e frizione, alzò gli occhi al cielo e le parve di scorgere una striscia di cielo azzurro. Se la versione della polizia non stava in piedi, il corpo trovato a Reichenau era quello di un altro. Giorgio poteva essere ancora vivo.

Ancora Milano

Attico ristrutturato Palmanova.
Monolocale soppalcato zona FNM Bovisa.
Bilocale in caseggiato vecchia Milano.
Massaggi relax Stazione Centrale.
Ritiro lavatrici lavastoviglie usate.
Scopri il tuo futuro con Armida e la sua sfera di cristallo.

Clay lesse l’annuncio e trasecolò. Armida si era riciclata come chiaroveggente? Non era una docente di musica? O si trattava di un caso di omonimia?
Clay compose il numero e rimase in ascolto.
“Parla la segreteria telefonica di Armida. Dopo il segnale acustico lasciate il vostro nome e un numero telefonico. Sarete richiamati appena possibile.”
La voce sembrava la sua. Clay lasciò il messaggio e fu richiamata nel giro di pochi minuti. Era proprio Armida, che rifiutò di dare spiegazioni per telefono e in tono sbrigativo fissò l’appuntamento. L’indirizzo era via Balsamo 5. Clay dovette cercare sullo stradario. Rimase stupita: era quasi in centro.
***
Via Giuseppe Balsamo era una strada privata sulla quale si affacciavano ville a tre piani in stile primo novecento, con mattoni a vista sbiaditi dal tempo e impregnati di smog, con finestre a bifora e una torretta, allegre come il castello di Nosferatu. Gli striminziti giardinetti, pieni di erbacce ingiallite, glicini spoglie e cipressi cimiteriali, non contribuivano a sollevare lo spirito. Clay provò un’improvvisa voglia di cioccolato.
La casa al numero 5 sembrava abbandonata. Le imposte erano chiuse e impolverate. Il cancello in ferro battuto si aprì a metà, facendo resistenza e cigolando. Il silenzio era rotto soltanto dai rumori del traffico, due isolati più in là.
Il campanello doveva avere la stessa età della casa e non sembrava in migliori condizioni. Clay lo premette a lungo senza ottenere risposta. Sotto il campanello c’erano due targhe. La più grande diceva: “Museo Candido. Visite: 15.00 – 17.00. Martedì e Giovedì”. Sull’altra era stato incollato un cartoncino dove una mano incerta aveva tracciato una freccia che puntava a destra in direzione di un cancello più piccolo. Oltre il cancelletto una scala si inabissava nel buio.
Clay si domandò se non fosse meglio lasciar perdere. Ci pensò per il tempo necessario ad accettare l’idea che, avendo fatto trenta, era moralmente impegnata a fare trentuno. Fece gli scongiuri. In fondo alla scala trovò una porta metallica socchiusa. La spinse. Entrò in una cantina umida e tiepida, con il soffitto in mattoni a vista, il pavimento in cotto e i muri imbiancati a calce. Alle pareti erano appese tele senza cornice dipinte a olio con colori crudi. Negli angoli e in apposite nicchie erano esposti busti e bozzetti in creta, cera e terracotta.
“Avanti, avanti. Sono di qua.”
La voce di Armida era acida, seccata. Clay si affacciò su una stanza spoglia: niente quadri alle pareti, niente sculture in mostra. Solo un divano e un tavolino basso di cristallo, sul quale un grosso oggetto di forma sferica era coperto da un panno nero. Armida appariva tremendamente invecchiata. Con un gesto invitò Clay a entrare. Ma Clay rimase sulla soglia.
“Non sono venuta per farmi leggere il futuro.”
“E allora cosa vuoi?”
“Voglio sapere cosa fai qui, che c’entra il professor Candido, dove sono Dumm e Zweifel. E che fine ha fatto Giorgio.”
Armida la studiò in silenzio con uno sguardo da entomologa. Clay si sentì arrossire e si irritò con se stessa: qual era il segreto della vecchia carampana? Come aveva potuto sedurre Dumm e Zweifel? Come faceva a mettere in soggezione l’avvocato Scardalepore?
“Vuoi ascoltare tutto quanto in piedi?”
Clay si riscosse e andò a sedere sul divano. Armida parve raccogliere le idee.
“Candido era medico” cominciò, “scultore, erudito, filosofo e altro ancora. Questa villa era sua. Dumm l’ha ereditata e ci ha allestito un museo. Se mai qualcuno apprezzerà le opere di Candido, sarà grazie a lui: un lontano parente sconosciuto.”
Armida lanciò un’occhiata all’oggetto sferico coperto dal drappo.
“Zweifel è stato qui. Ma le cose che ci siamo detti non possono interessarti: riguardavano soltanto noi due. È partito per Istanbul e chissà se lo rivedremo mai. È un uomo tormentato dai dubbi. Non può fermarsi in un posto qualsiasi.”
“E Giorgio?”
“Questa è la parte più faticosa della storia. Perché la vuoi sapere?”
“Come sarebbe a dire faticosa ?”
Ancora una volta Armida guardò l’oggetto velato che occupava il tavolino, come per chiedere il permesso a qualcuno che avrebbe potuto negarlo senza dare spiegazioni. Ma il responso dovette essere favorevole.
“Ho usato la sfera di cristallo per cercare la coppa. Ma la visione medianica è confusa: non segue l’ordine cronologico e l’oggetto è passato per troppe mani. Ho provato in cento modi, senza successo. Come ultimo tentativo, ho chiesto alla sfera di farmi entrare nella mente di un uomo. Vorrei non averlo fatto. Ancora adesso, ripensandoci, mi si gela il sangue nelle vene.”
Armida tacque. Clay rimase sospesa tra il desiderio di saperne di più e una opprimente sensazione di pericolo. Nella stanza stava succedendo qualcosa di strano, come se il mondo rimpicciolisse, come se tutto rallentasse fino a fermarsi. Ebbe l’impressione che la luce si fosse abbassata. Doveva essere un trucco.
“Che cosa vuoi da Giorgio?”
La voce di Armida era chiara e distinta, ma sembrava provenire da lontano e aveva una marcata inflessione straniera.
“Voglio… che sia vivo!”
Clay ascoltò la propria voce come se a parlare fosse stato qualcun altro.
“E se l’avessi qui di fronte, adesso, cosa gli chiederesti?”
Clay abbassò gli occhi. Tanto valeva vuotare il sacco.
“Vorrei che mi abbracciasse. Che mi tenesse stretta fra le braccia.”
Il silenzio diventò più denso. La luce si affievolì ancora di più.
“Il giorno dell’eclissi, Mittelmessig è stato scaraventato contro la facciata della cattedrale di Costanza. Giorgio era presente. Ha avuto un ictus che gli ha provocato difficoltà di deambulazione e una paresi. Mentre si allontanava dalla piazza, il suo volto ha cambiato aspetto. Von Sinnen l’ha incontrato, l’ha preso per Mittelmessig e l’ha fatto portare via dalla scorta. Poi è corso in piazza. Dumm si è nascosto in un portone. Subito dopo sono arrivata io, poi altra gente e, nel giro di pochi minuti, la polizia ha chiuso gli accessi alla piazza.”
“Ma Giorgio? Cosa gli è successo? Von Sinnen l’ha tenuto prigioniero?”
Armida scosse la testa.
“Ho usato la sfera per entrare nei pensieri di von Sinnen. Era in uno stato d’animo indeciso: doveva improvvisare, cosa a cui non era abituato. Anche ad Azor non è mai stato sicuro di sé. Fino all’ultimo ho percepito in lui una grande incertezza.”
La voce di Armida era un sussurro. La luce nella stanza era diventata fioca.
“Le sedute medianiche sono sempre faticose. Ma avevo perso la coppa e volevo riguadagnare il tempo perduto. Così ho chiesto alla sfera di farmi entrare nei pensieri di Giorgio.”
Il panno scivolò mostrando la sfera di cristallo. Clay non se ne accorse.
“È stato come sprofondare in una centrifuga. Mi sono sentita morire, paralizzata dall’orrore! Giorgio aveva gli occhi fissi su qualcosa che vedeva solo lui e che lo atterriva. Sotto di noi c’era un vortice in cui tutto veniva inghiottito. L’ho visto gettarcisi volontariamente. L’ho visto sparire nel gorgo. Lui ha provocato il rigurgito che mi ha ributtato in alto, fuori dal vortice.”
Clay aveva affondato il volto nelle mani.
“È morto?” domandò con la voce incrinata.
Armida tentennò il capo facendo ondeggiare riccioli e cernecchi.
“Era quella, la morte? Non lo so. Era un imbuto, un camino, una grotta. A volte quei cunicoli hanno un’altra uscita.”
La luce tornò vivida. Clay sbatté le ciglia come al risveglio da un sogno o da un’allucinazione. Si alzò. La sfera era di nuovo coperta. Armida guardava a terra con l’espressione di un ladro colto sul fatto. Era ingobbita, vecchia, disfatta.
“Ma tu non insegnavi in un conservatorio?”
“Cosa? Ah, sì. Ho fatto tanti mestieri.”
Clay uscì nel buio, salì le scale e quando fu di nuovo in strada dovette fare uno sforzo per non mettersi a correre. Il battito del cuore non tornò normale finché non girò l’angolo e si ritrovò nel viale illuminato.
***
Era andata nell’antro della sibilla per scoprire chi era Armida e invece aveva scoperto il suo infantile attaccamento a Giorgio. Analizzando quel sentimento scoprì una punta di gelosia nei confronti di Nicchia, ma soprattutto il ricordo di papà. E allora? si disse. Che c’è di male ad associare idealmente il capoufficio al padre? Giorgio non era un capo qualunque. Era quello che quando eri nei guai bastava chiedere a lui, quello che aveva una soluzione per ogni problema (ed erano soluzioni così elementari che, a cose fatte, avresti voluto prenderti a schiaffi e domandarti: perché non ci ho pensato da sola?). Eppure lui non l’aveva mai rimproverata, non aveva mai fatto del sarcasmo. Aveva i suoi difetti, come no? Ma era importante sapere che c’era. Dava sicurezza. Faceva perfino rabbia quando diceva: “Lasci qui la pratica. Ci penso io.” Però quando lui era all’estero, rimpiangevi che non fosse lì, dietro la porta del suo ufficio, per bussare e scaricargli la grana sul tavolo. Lui avrebbe trovato la soluzione. La trovava sempre.
E Nicchia, che hai sempre considerato la donna di successo che non ha bisogno di nessuno, meno che mai degli uomini, cosa è stata capace di combinare quando è rimasta sola? Scappare, ecco cosa ha fatto. Scappare a gambe levate.
Sì, gli uomini sono stronzi e questo è un articolo di fede. Ma Riccio, con i suoi muscoli tesi sotto la camicia, con i suoi silenzi e i suoi finti errori di traduzione, con tutto quello che era e che non era, accidenti, Riccio stava dalla mia parte; bastava chiedere e mi dava una mano. Come Giorgio. Come papà.

Carsten Kraus

Nell’osteria l’aria odorava di crauti. Fuori pioveva e tirava vento. Arbogast centellinava la birra per far passare un’altra mezz’ora. Non aveva voglia di tornare a casa: Gudrun era di cattivo umore e gli avrebbe dato il tormento finché non si fosse deciso a finire le riparazioni che trascinava da mesi.
Uff! Per le donne la casa non è un tetto per ripararsi dalle intemperie, è la reggia di Versailles. Per loro un bilocale è un castello, un rubinetto è una fontana, una finestra è la vetrata di una cattedrale. E tutto deve essere ordinato e quieto, lindo, funzionante. A dar retta a Gudrun, Arbogast avrebbe dovuto passare i fine settimana facendo l’idraulico, il falegname, l’imbianchino, il tappezziere, l’elettricista…
Carsten gli passò davanti reggendo nella destra un boccale traboccante di schiuma. Si fermò, lo fissò con intenzione, gli puntò contro l’indice della sinistra.
“Ma tu non sei il custode di villa Senta?”
“Perché? Come se ci fosse da vantarsene…”
“Be’, vorrei starci io in un posto da signori! E per di più pagato per farlo splendere come un brillante.”
“Ah, se la metti così… Ma con il padrone morto, l’ingegnere sparito e l’azienda senza capo, c’è poco da stare allegri.”
“Ma dài! L’Alchemie è un colosso. Non ti lascerà a secco. Piuttosto, cos’è successo al vecchio Mitt? Non gli era venuto un infarto? Oggi ho sentito dire che è annegato. Si può sapere cosa diavolo gli è capitato?”
“E lo chiedi a me? Se non lo sapete voi della Kripo…”
“Amico, da noi funziona così: io leggo sul giornale che uno è morto, incontro un ispettore alla macchinetta del caffè, gli chiedo com’è andata, e lui mi risponde: fatti i cazzi tuoi!”
“Eh, tutti uguali i capi. Tutti padreterni.”
“Com’è vero!” concordò Carsten sedendosi al tavolo. “E noi ci beviamo sopra un’altra birra.”
***
Quell’11 agosto, quando era successo il fattaccio, Arbogast era in ferie nelle Ardenne, a casa dei cugini di Gudrun. La signora Senta era nella villa di Flensburg, vicino al confine danese, a prendere il fresco. Mitt era rimasto a Costanza, ma in casa si faceva vedere poco. A mandare avanti la baracca ci pensavano Benno, il giardiniere, e sua moglie Jutta.
Arbogast non ci teneva a parlare del vecchio Mitt. Lui sapeva come vanno queste cose: tu ti lasci scappare mezza parola, la voce gira, la gente ti mette in bocca questo e quello, finché salta fuori qualcuno a chiederti conto di cose che non hai mai detto, e tu hai voglia a giurare che non hai detto niente del genere. Non ti crede più nessuno. E tutti pensano che hai qualcosa da nascondere.
Arbogast era una testa dura: bastava dare un’occhiata alla sua sagoma traccagnotta e alla sua calotta cranica ogivale per capire che fargli cambiare idea era un’impresa disperata. Carsten, con l’aiuto della birra, riuscì a strappargli soltanto un numero di telefono di Flensburg. Arbogast era duro come l’acciaio, mica come Benno, quel povero spaventapasseri.
Tornato a casa, Carsten telefonò a Flensburg. Parlò con Benno e gli ordinò di tenersi a disposizione. Per quando? Nella giornata di sabato. Di che cosa si trattava? Indagini. Quali indagini? Non poteva parlarne: segreto istruttorio.
***
L’Intercity Thomas Mann entrò nella stazione di Lubecca alle nove del mattino di sabato. Carsten ebbe il tempo di fare colazione prima di salire sul diretto per Flensburg. Non pioveva e, secondo i canoni di lassù, si poteva considerare una bella giornata: il vento scompigliava le chiome degli alberi, riempiva il cielo di nuvoloni color grigio ferro e scompigliava l’erba dei prati.
A Flensburg, la villa della vedova Mittelmessig era facile da trovare. Appena fuori città, era una specie di castello in stile guglielmino che sorgeva in fondo a un viale fiancheggiato da due filari di piante spoglie. Carsten, che pure si era immaginato qualcosa del genere, rabbrividì e disse al tassista di riportarlo in centro. Alla stazione di Polizia parlò con un collega e ottenne l’uso di una saletta. Telefonò alla villa e convocò Benno.
Passò meno di mezz’ora e lo vide arrivare su una utilitaria giapponese guidata da una donna. Benno scese da solo. Si avvicinò all’entrata guardandosi attorno spaesato. Entrò, vide Carsten nel corridoio e per un attimo – il tempo di dirsi: “questo tizio devo averlo già visto” – parve rinfrancato. Ma tornò subito a incupire. Salutò in modo formale, accennando quasi a mettersi sull’attenti. Nella squallida saletta (un tavolo, due sedie e una finestra che dava su un cortile asfaltato, vuoto come il deserto), Carsten aprì la cartelletta con le schede che aveva fotocopiato in archivio. In treno le aveva lette e rilette.
Benjamin Sabelus, nato a Friedrichshafen nel 1935 da Harald Sabelus e Elfriede Fischer. Altezza uno e ottantacinque, peso settanta chili, occhi azzurri, capelli bianchi, nessun segno particolare. Padre morto nel luglio 1940 sul fronte occidentale. Licenza elementare. Militassolto. Coniugato con Jutta Hanauer. Niente figli. Florovivaista a Mainau nei vivai del conte Bernadotte fino al 1975. Poi giardiniere alle dipendenze della famiglia Mittelmessig.
“Si trova bene qui nel nord, Benno?”
Uno sguardo smarrito.
“Ah… Non mi lamento.”
“Voglio dire, pensa di stabilirsi qui?”
“Ah… Non so… Non credo…”
“Allora tornerà a Costanza?”
“No.”
Categorico. Aveva detto no stringendo la mascella. Il nord non gli piaceva, ma a Costanza non sarebbe tornato, non ci avrebbe rimesso piede per nessun motivo.
“Come mai?”
“Jutta e io non… non abbiamo soldi per acquistare una casa.”
Era tornata l’incertezza, la paura di sbagliare o di compromettersi.
“I datori di lavoro vi hanno sempre dato l’alloggio?”
“Ah… Sì.”
“E non avete mai avuto problemi?”
“Problemi? No. Mai.”
“Fino all’11 agosto, vero?”
Carsten si aspettava un sobbalzo. Invece Benno si accasciò.
***
“Cosa volete da me? Non ho niente da dire.”
Carsten fingeva di prendere appunti, ma a che serviva? Appollaiato sulla seggiola in trepidante attesa, Benno era tutto lì e la sua umanità stava in quattro parole: in attesa di pensione. La Germania l’aveva dichiarato in guerra quando ancora andava all’asilo, gli aveva portato via il padre, gli aveva fatto vivere la giovinezza in uno stato diviso in quattro zone di occupazione, con le città rase al suolo dai bombardamenti. Dagli otto ai dodici anni Benno aveva patito la fame, dai dodici ai sessantaquattro si era adattato a un mestiere senza speranze di promozione sociale e aveva chinato la testa davanti al grigiore quotidiano. Aveva sopportato una madre rassegnata e una moglie ignorante. La pensione era tutto ciò che la Germania poteva dargli a titolo di risarcimento e lui la voleva come una laurea ad honorem, come un diploma di commendatore.
Nell’ultimo mezzo secolo Benno aveva visto rinascere e ingrassare la Germania, e con lei la Alchemie, le birrerie, i confezionatori di salsicce, i cantanti pop. Dalle Alpi al Mare del Nord tutto trasudava grasso mentre lui era rimasto magro e dinoccolato. Una caratteristica ereditaria che illustrava bene le sue frustrazioni: gli altri svolazzavano a beccare tutto il beccabile mentre lui era rimasto lì, piantato come un palo del telegrafo.
La pensione. La pensione era tutto il suo orizzonte. Benno tremava all’idea che un malinteso, un imprevisto o una crisi finanziaria internazionale lo lasciassero senza impiego e senza versamenti.
“Benno, in che anno ha cominciato a lavorare dai Bernadotte?”
“Dopo il servizio militare. Nel ‘55.”
Carsten lo guardò con incredulità. Quarantaquattro anni di lavoro: Benno avrebbe dovuto essere pensionato da un pezzo. Glielo disse. Benno scrollò la testa: non si va in pensione prima dei sessantacinque anni, e chi salta anche una sola settimana di contributi perde tutto, tutto!
“Chi le ha detto una cosa simile?”
Benno fece un gesto rassegnato: era una cosa ovvia, la sapevano tutti. Carsten si alzò e andò a cercare il collega. Gli chiese un favore e tornò da Benno.
“Un agente si informerà sulla sua situazione contributiva. Ma sarà bene che lei controlli personalmente.”
Benno non rispose. Stava seduto immobile e il suo volto era diventato una maschera. Passò qualche minuto. Poi si aprì la porta e il collega riferì:
“Benno Sabelus, eccetera eccetera, quarant’anni di contributi, versamenti cessati dal ‘95, erogazione dell’assegno a partire dal 5 maggio prossimo. Se avesse fatto le pratiche, lo riceverebbe già da un pezzo.”
***
Benno non riusciva a spiccicare parola. Carsten lo accompagnò all’ufficio della previdenza sociale e lo assistette nel colloquio con un funzionario. Dovette anche difenderlo dalla moglie, una donna isterica che gli rimproverava di aver creduto bovinamente alle idiozie che ascoltava in birreria e di non essersi preoccupato delle cose importanti (delle quali non si era mai data pensiero neanche lei).
“Chissà a quanti altri la Alchemie fa lo stesso scherzetto. Ascoltate, Benno, Jutta: non è più il momento di subire. È ora di far volare gli stracci. Cos’è successo l’11 agosto a villa Senta?”
La storia che venne fuori, tra ripensamenti e proteste di estraneità, era tanto semplice quanto assurda. Benno guardava a terra, imbarazzato. Jutta alzava gli occhi al cielo.
Quel giorno è arrivata l’auto dell’ingegner von Sinnen. Ma lui non c’era. C’erano soltanto i tre della scorta. In macchina c’era il corpo di un uomo: l’hanno scaricato e l’hanno portato in casa. Sembrava Mittelmessig, ma non era lui.
Come fate a dirlo?
Il vestito non era il suo. E poi l’espressione. Non l’avevamo mai visto così.
È normale che un cadavere cambi fisionomia. Non lo sapete?
Certo che lo sappiamo. Ma quando hanno adagiato il corpo sul divano l’abbiamo guardato bene: non era Mittelmessig, era un altro che cercava di assomigliargli. Poi uno dei gorilla ha telefonato all’ingegnere.
E allora?
Eh… in città c’era un altro Mittelmessig, morto anche lui. La polizia aveva circondato la piazza e von Sinnen non poteva muoversi.
E i tre gorilla cosa hanno fatto?
Niente. È arrivato il dottor Weiss con un’ambulanza. Ha visitato il corpo e ha detto che era morto, però poi gli ha messo la maschera ad ossigeno, l’ha fatto caricare sull’ambulanza e se l’è portato via.
Qualcuno ha avvisato la signora Senta?
Non so. La signora è tornata la mattina dopo, in tempo per i funerali. Poi è ripartita per Flensburg e noi l’abbiamo seguita. Arbogast e Gudrun erano rientrati dalle ferie e a Costanza sono rimasti loro.
Quindi loro non sanno niente.
Non erano là a vedere. Ma ci avranno messo poco a informarsi. Arbogast conosce tutti i gorilla dell’Alchemie. E Gudrun, poi, figuriamoci. Una linguaccia come lei viene a sapere le cose due minuti dopo che sono successe.
A Benno non c’era altro da chiedere. Con la vedova Mittelmessig era meglio non rischiare. Carsten non poteva certo domandarle: “Signora, il cadavere di suo marito era quello di Costanza o quello di Reichenau?” oppure: “Signora, ha portato via Benno e Jutta per impedire che parlassero?”
Meglio non esagerare: come tutti i mediocri, la Alchemie non sopportava di essere smascherata nelle sue meschinità. Se fosse venuto fuori che un poliziotto di Costanza svolgeva una indagine privata all’insaputa dei suoi superiori, Superkraut avrebbe passato il resto della sua carriera sull’isola di Helgoland.
***
A Carsten sarebbe piaciuto conservare un’immagine del suo viaggio di ritorno. Aveva cambiato treno ad Amburgo e poi a Monaco. Aveva bevuto una birra? Mangiato un imbiss? Almeno le luci della sera, i riflessi dei fanali, i ponti sull’Elba e sul Danubio avrebbe dovuto ricordarseli. Invece no. Niente di niente. Fino a Singen, ultima fermata prima di Costanza, in piena notte. Lì era sceso dal treno per sgranchire le gambe ed era successo qualcosa di strano.
Come a teatro, quando davanti alla platea immersa nel buio si alza il sipario su una scena piena di luce: il cuore si era aperto e Carsten si era messo a canticchiare: pa, pa-pà, papapapà, parapa-papà… Non era più riuscito a togliersi di testa quel motivetto mozartiano. Quando erano apparsi i fanali del lungolago la ragione del suo buonumore era sbucata come il coniglio dal cappello di un prestigiatore.
Probabilmente non sarebbe mai riuscito a scoprire che fine aveva fatto Giorgio, pace all’anima sua, ma adesso Carsten sapeva che d’ora in avanti per Clay doveva essere lui Giorgio. Proprio così.

Costanza è un imbuto

Carmine Papaleo, provvisoriamente domiciliato a San Vittore per via di una questione di terminologia (un incauto acquisto che il giudice si ostinava a definire ricettazione), si era comportato da galantuomo. Aveva promesso a Clay un po’ di réclame e al primo giorno di visita ne aveva parlato alla Samantha, la sciampista con cui conviveva quando era a spasso.
Il telefono di Clay squillò un martedì mattina. Il sabato sera la Samantha aveva avuto uno scambio di idee con la Lony nella toilette del Gog&Magog, la discoteca di Cusano Milanino. La materia del contendere era un camionista tutto muscoli e guapperia: in mezzo alla bolgia, sia la Lony che la Samantha gli avevano messo gli occhi addosso e non era chiaro chi l’avesse fatto per prima. In poche battute le gentildonne avevano chiarito i rispettivi punti di vista. La Samantha, che aveva visto le unghie della Lony pronte a scattare verso le sue guance, si era messa a strillare: “Giù le mani, che io ciò un avvocato, anzi un’avvocatessa, che è peggio di un pitbull.”
La Lony, all’anagrafe Apollonia Cernuschi, ogni notte faticava a prender sonno al pensiero che l’assassino di suo fratello Anacleto non era ancora stato acciuffato, messo in gabbia e costretto a sputare una cifra. Tanto più che chi era l’assassino lo sapevano tutti: era l’Alberico, il boss della Revolution. La Samantha, buttando lì la parola avvocato, aveva toccato un nervo scoperto. La Lony si era ricomposta e aveva proposto un baratto:
“Ciò bisogno io un avvocato con i canini aguzzi, per la storia di mio fratello. Cioè: se quella lì è davvero una tigre, dammi il numero di telefono e io ti mollo il camionista.”
Fu così che Clay, quando alzò la cornetta e sentì una voce compunta chiedere dell’avvocato Scardalepore, si ritrovò di nuovo sulla pista di Costanza.
***
Arbogast aveva cinque anni meno di Benno e a termini di legge (ma non di Alchemie) gli mancava un mese alla pensione. Passò per la stessa trafila di incredulità e stupore attraverso la quale era passato il collega. Una visita agli uffici della previdenza sociale lo convinse, dopodiché Carsten fu promosso al rango di esperto assicurativo-previdenziale e da questurino a caro amico. Le birre reciprocamente offerte diventarono un’abitudine e, al tavolo dell’osteria, le rivelazioni di Benno furono completate con alcuni particolari.
L’auto della scorta di von Sinnen era arrivata a villa Senta verso l’una dell’11 agosto con a bordo il presunto cadavere del presunto Mittelmessig. L’autista si chiamava Thimo, gli altri due gorilla erano Günther e Bodo. Poi era arrivato il dottor Bruno Weiss. L’ingegnere s’era fatto vivo solo per telefono.
Che tipi erano i gorilla?
Bah, lo sapevano tutti che Günther era il capo, che Bodo era un ciccione senza cervello e che Thimo non si chiamava così. Sa il diavolo come si chiamava. Il vecchio Mitt l’aveva assunto di recente, per riconoscenza: aveva dato una mano a Günther in una faccenda delicata. Roba di “neve”, probabilmente.
“Neve? Vuoi dire che Mittelmessig tirava la coca?”
“Ma no! Lui fumava sigari cubani. La coca serve al dottor Weiss per i suoi esperimenti. A Reichenau c’è un bunker sotterraneo che sembra il laboratorio del dottor Mabuse. Perché fai quella faccia? Mica caccio balle. Cosa credi, che la chiamino Alchemie per scherzo?”
“No, no. Stavo pensando di fare quattro chiacchiere con il dottor Weiss.”
***
L’agente Rosario Caliandro non la riconobbe subito, forse perché aveva cambiato pettinatura, ma quando la vide avviarsi dondolando su per la scala scattò facendo i gradini a quattro a quattro.
“Ha poi parlato con Lovino, signorina Clay?”
“Agente! Sì, ci ho parlato. Ma adesso avrei bisogno un’altra informazione…”
“Se posso essere utile…”
Attento, Rosario! Non ti fidare delle femmine del continente. Donne fatali sono. Per loro, gli uomini sono come i kleenex: li usano e li buttano via.
“Dovrei rintracciare una persona.”
“Come si chiama?”
“Non lo so.”
Andiamo bene. Una volta cercavi Lovino, oggi cerchi un fantasma. Soltanto a me non mi cerchi mai.
“E come facciamo a trovarlo?”
“Ah, ma voi lo conoscete: è il testimone oculare dell’omicidio Cernuschi.”
Andiamo male. L’inchiesta sul caso Cernuschi è supersegreta. Il sostituto procuratore Ceppi conta di diventarci come minimo deputato.
“Signorina Clay, il sostituto procuratore…”
“È lui che mi ha consigliato di documentarmi. Sono l’avvocato della parte civile. Tutelo gli interessi della famiglia Cernuschi.”
Rosario Caliandro si raddrizzò quasi sull’attenti. Era quasi scivolato nelle grinfie della maliarda, ma Santa Rosalia era corsa al salvataggio e tutto rientrava sul binario dell’ufficialità. Santuzza bedda, il mio proponimento mi ricordasti: niente femmine del continente. E io fermo come una roccia rimango. Cortese ma indifferente. Educato ma incorruttibile.
“Attenda, prego. Vado a cercare il dossier.”
***
L’agente Schwartz, memoria storica e archivio ambulante della Kripo di Costanza, sciorinò alcune certezze e un’opinione.
Il dottor Weiss aveva due lauree, in chimica e in medicina con specializzazione in neurologia. Cinquant’anni. Divorziato da cinque. Abitava da solo in una mansarda al numero 15 di Graugasse. Incensurato, tutto casa e ufficio, non aveva un’amante ufficiale (con o senza apostrofo), non frequentava locali equivoci, non navigava sui siti porno. Secondo la becera opinione dell’agente Schwartz, o andava a letto con la segretaria o aveva precocemente raggiunto la pace dei sensi.
Per quanto squallide fossero le sue deduzioni, era difficile dare torto a Schwartz: la strada per agganciare il dottor Weiss era Petra Blase, segretaria trentacinquenne, separata, non divorziata, cattolica praticante, contralto nel coro della cattedrale, inconfondibile per l’acconciatura, i vestiti e il modo di fare da zitella.
Carsten andò ad appostarsi all’uscita dell’ufficio a Reichenau, su un piazzale illuminato dai fanali al neon. Alle cinque e tre quarti era buio come in piena notte. Le auto degli impiegati emergevano dal parcheggio sotterraneo con i fari accesi. Carsten aguzzò gli occhi per non farsi sfuggire la Polo grigia e quando la avvistò si precipitò ad accodarsi.
Giunta in città, Frau Blase parcheggiò in centro, scese e si diresse alla cattedrale. Entrò per la porta laterale, attraversò la navata e infilò il passaggio che portava sia alla cripta che al chiostro. Carsten, che la seguiva a una certa distanza, all’ultima svolta la perse di vista e si fermò dubbioso. Poi sentì un’eco indistinta di voci che provenivano dal chiostro.
Erano anni che non ci metteva piede e, pur sapendo di che cosa si trattava, rimase impressionato. Di solito, quando si torna dopo tanto tempo in un luogo che ci aveva colpito la fantasia, tutto sembra piccolo e misero. Quella volta non fu così. L’infilata di corridoi sfociava in uno spazio a pianta poligonale con il soffitto a cupola. Il ciborio gotico che occupava il centro della sala faceva pensare a una colonna policroma che saliva al cielo emergendo dal centro della terra.
In fondo alla sala una cinquantina di persone raggruppate, le donne a sinistra e gli uomini a destra, intonarono una nota bassa, uniforme e costante. Il maestro del coro agitò le braccia in tutte le direzioni, senza apparente rapporto con la musica che continuava a essere costituita da quell’unica nota, continua, interminabile, ossessiva.
***
Strano. Il testimone-chiave, quello che aveva visto Alberico sparare due colpi di pistola a Cernuschi Anacleto, non era nominato nel fascicolo. Non c’era neanche il solito “omissis”. Quando proprio non si poteva fare a meno di riferirsi a lui, se ne parlava come del “testimone”.
“Non riesco a spiegarmelo” disse Rosario con aria contrita, come se l’evasività del verbale fosse una colpa sua personale. La maliarda arricciò le labbra senza sospettare il Niagara ormonale che quella smorfietta scatenava nelle arterie dell’agente Caliandro.
“L’unico che sa come stanno le cose è Ceppi” commentò nel tono seccato di chi constata di aver perso inutilmente una mattina.
Rosario si illuminò.
“Il sostituto procuratore? È qui. È a colloquio con il signor Questore.”
“Sarà possibile fargli avere un biglietto?”
“Non saprei. Vediamo.”
“Agente, mi dia una mano e avrà la mia eterna gratitudine.”
Rosario alzò lo sguardo e sprofondò nel sorriso fuoriserie che Clay riservava ai casi di emergenza. Arrossì fino a sentire caldo nei lobi delle orecchie.
***
Le prove di un coro, soprattutto quando si tratta di eseguire musiche di un autore contrappuntista, sono un’esperienza a metà strada fra l’enigmistica e la metafisica. Il coro è diviso in gruppi, ma durante le prove quasi mai si canta tutti assieme e, siccome nessun gruppo fa senso musicale per conto suo, l’ascoltatore non può indovinare che il coro, alla fine, produrrà una melodia: deve crederci per fede.
Dopo aver ascoltato quei suoni incomprensibili, Carsten non capì che si stava provando un brano di Bach. Se avesse dovuto scommettere avrebbe detto piuttosto Stockhausen. Un po’ scornato, uscì a respirare l’aria della sera. Senza smettere di tener d’occhio l’ingresso della cattedrale si domandò se Stockhausen avesse mai scritto qualcosa per coro a cappella. Non riuscì a rispondersi.
Petra Blase uscì verso le otto, risalì in auto e attraversò il ponte sul Reno. Carsten la seguì fino in periferia, dove la vide entrare in una palazzina dall’aria trasandata. Le concesse cinque minuti, poi andò a suonare il citofono.
“Chi è?”
“Kripo.”
Ci fu qualcosa di simile a un gemito. Poi silenzio per tre, quattro, cinque secondi. Poi la serratura scattò e dal citofono uscì una voce un po’ incrinata:
“Secondo piano.”
Carsten salì le scale dai gradini consumati. Dov’era la scala d’emergenza? Un’indiziata con la coscienza sporca avrebbe potuto svignarsela mentre lui arrancava in salita. Sbucò sul pianerottolo del secondo piano, illuminato da una lampadina anemica: Petra Blase occhieggiava dalla porta socchiusa.
“Posso entrare?”
“È proprio necessario?”
“Se non preferisce una convocazione ufficiale nei nostri uffici…”
Non l’avrebbe mai fatto. La sua indagine era privata e abusiva. Ma la Blase non poteva saperlo. Aprì la porta e si fece da parte.
L’appartamento aveva un’aria triste come tutta la casa. Pareti e soffitti reclamavano da anni un’imbiancatura. La vernice sui telai delle porte e delle finestre, che in origine doveva essere stata bianca, aveva perso la sfumatura avorio e tirava al giallo nicotina. Sul pavimento di graniglia il tappeto, o meglio la stuoia, sembrava una benda messa lì per coprire una piaga. Carsten si domandò cosa doveva essere la vita di una donna sola, ridotta a rimbalzare tra ufficio e appartamento, cosa dovevano essere i suoi sabato pomeriggio, le domeniche passate a stirare e rammendare, cercando di non pensare ai sogni di vent’anni prima e vietandosi di guardare avanti verso un futuro senza speranze.
“Cosa mi può dire del dottor Weiss?”
“È… è il mio capo.”
“Frau Blase, non è il momento di cincischiare.”
“Ma di che si tratta? Non capisco…”
“Non c’è niente da capire. Si limiti a rispondere alle domande.”
Bastava spaventarla, tenerla sulla corda ancora un poco. Avrebbe detto tutto. Avrebbe messo a nudo qualunque vergogna. Petra Blase non desiderava altro.
***
Sulla porta dell’ufficio del Signor Questore, Rosario capì di essere al centro di una contesa titanica: alla sua sinistra Satanasso in persona puntava a travolgerlo nei gorghi della perdizione e gli eccitava la fantasia con l’immagine di una Clay scatenata che attizzava le voglie più perverse; alla sua destra la santuzza Rosalia lottava per trarlo in salvo dai tentacoli dell’ammaliatrice. Chi avrebbe prevalso, le forze del bene o quelle del male?
Rosario non riusciva a decidere se fare il tifo per la santuzza o per Satanasso. Non si accorse del trapestio e delle voci che provenivano dall’anticamera. Non fece caso all’uomo con i capelli arruffati e gli occhiali a mezz’asta sul lungo naso che usciva dall’ufficio del Signor Questore tenendo sotto il braccio una vecchia cartella da scuola, di quelle che si usavano una volta.
“Dottor Ceppi!” trillò Clay.
“Carissima!” gracidò il magistrato.
La battaglia era finita e santa Rosalia aveva trionfato. La maliarda sbatteva le lunghe ciglia e folgorava sguardi assassini al pezzo grosso. Rosario si rese conto di non servire più: poteva tornare nel suo angolo a mordersi le unghie. Fece silenziosamente dietro front e si avviò verso il piatto di tubi al pomodoro che lo attendeva in mensa.
Tutte così queste maliarde senza cuore, rimuginò a testa china. Santa Rosalia bedda, bene facesti a spegnere le fiamme della passione. E tu, Rosario, quando ti deciderai a mettere la testa a partito? Perché fai finta di non ricordare che Amalia Quagliarulo pensa a te da quando teneva quindici anni e, per quanto corte abbia le gambe, e pure un po’ storte, brava picciotta è, e figlia unica di un negozio di elettrodomestici a Petralia Sottana? Eh, si disse Rosario ingoiando la quinta forchettata di maccheroni scotti, magari domani ci scrivo.
Sul portone della questura Clay si voltò per scoccare il sorriso di serie B (quello che voleva dire: grazie, sei stato davvero gentile, però adesso devo proprio andare). Ma Rosario non era lì, cosa che le risparmiava la sceneggiata del “Posso sperare di vederla ancora?” e delle relative vaghe promesse condite di sorrisi e banalità.
Clay respirò di sollievo, ma sotto sotto si sentì pungere dalla spina del dubbio: il suo fascino cominciava a fare cilecca? Certo, l’agente Caliandro doveva sentirsi piuttosto scocciato. Lui si era fatto in quattro, lei l’aveva trascurato. Ma io dovevo agganciare Ceppi, ragazzo mio. A questo mondo le cose vanno così.
***
Carsten si aspettava qualche porcheriola aziendale: l’amicizia interessata di un fornitore, un’appropriazione indebita mascherata con trucchi contabili, un giro di fatture fasulle. Invece la realtà sorprende sempre al ribasso. La cosa turpe, la vergogna che indugiava in gola a Frau Blase, era niente più che una eccentricità fra adulti consenzienti. Il dottor Weiss possedeva macchine fotografiche professionali, una camera oscura, flash, autoscatti, esposimetri, grandangoli e ogni possibile diavoleria tecnica. Poteva fare a meno di una modella?
Tutto qui. Ma per Petra Blase si trattava di un segreto che affondava in un abisso di perversione, nei lati oscuri della sua personalità. Farsi ritrarre in pose sfrontate, insolenti, magari oscene, era il suo modo per evadere dalle ipocrisie quotidiane, per esibire il fascino che in ufficio e in chiesa mortificava con ampie palandrane e scarpe senza tacco. Il sex appeal l’aveva: un corpo ancora sodo e uno sguardo che davanti all’obbiettivo oscillava fra l’estatico e il torbido.
Per Frau Petra il fascino era uno scettro, un joystick che aveva imparato a padroneggiare. Ma perché cercava il potere? Forse Petra Blase vedeva nella trasgressione (nel peccato!) un modo di evadere dalla logica bipolare del moralismo: giusto o ingiusto, bianco o nero. Trasgredire era come tuffarsi nell’arcobaleno.
Chi si innamora pensa ad amare, non a sedurre. Ma una donna che prova le sofferenze dell’amore non corrisposto sogna la rivincita: vuole essere desiderata da un uomo importante, vuole sentire il suo desiderio scottare come i raggi del sole, vuole dirsi che quel calore l’ha risvegliato lei, a comando, con una posa provocante, con uno sguardo sfrontato.
Proprio così, si disse Carsten. Tre quarti delle ragazze che lavorano nei night club ci sono arrivate per questa strada. Darsi senza sentimento, a letto o davanti all’obbiettivo di una macchina fotografica, significa essere puttana? Chissà. Dopo tutto, l’aspetto mercenario della cosa contiene un’esigenza così infantile da far tenerezza: il bisogno di sentirsi valutata a peso d’oro. È il modo più puerile di valutare l’amore. Ma scagli la prima pietra chi è così maturo da non avere neanche un’ombra di infantilismo nel suo carattere.
Del resto, anche la prostituta, che non si lascia andare nei rapporti con i clienti, deve pure trovare una qualche forma di piacere, magari deviato o perverso, altrimenti i clienti non la apprezzerebbero, non tornerebbero, non pagherebbero sovrapprezzi per restare un po’ di più con lei.
Petra Blase non si spogliava per soldi. Tutt’al più il dottor Weiss avrà controfirmato come straordinari le ore che la segretaria dedicava alle sue sedute fotografiche. Ma cosa vuoi che sia un furtarello di pochi marchi se la contropartita è l’amore, di qualsivoglia genere o specie? Osservare il desiderio del dottor Weiss era la vera gratificazione di Petra Blase: era la misura del suo potere.

Hard boiled

Thimo Grober smontò dal turno alle sei del mattino, quando l’alba non era ancora spuntata, e salì in auto sacramentando a mezza voce. Avrebbe dato un mese di stipendio per una tazza di caffè. Ma caffè vero, mica quella broda che bevono i crucchi. Lungo la strada si fermò nell’unico bar aperto. Fece colazione con una fetta di torta stantia e un succo di mela. Tanto valeva bere il nescafè a casa, quello decaffeinato, così non rischiava di restare sveglio. Ce ne doveva essere ancora un cucchiaio nel barattolo, di fianco alla bottiglia del whisky.
Prese nota mentalmente: supermercato. Nescafè, zucchero, biscotti. E qualche pomodoro, magari anche in scatola. Arrivò a casa componendo la lista della spesa e trascurò le precauzioni. Dall’altro lato della strada Clay lo osservò perplessa. Lo pseudonominato Thimo Grober (identità di copertura confidata dal sostituto procuratore Ceppi) non aveva fatto giri viziosi, non era entrato per la porta di servizio, non si era voltato per controllare eventuali pedinatori. Poco professionale.
Una finestra del primo piano si illuminò, un’ombra passò davanti ai vetri, si accese la luce anche nella finestra a fianco. Doveva essere la cucina perché l’uomo rimase in piedi sul posto, aprendo e chiudendo sportelli, senza curarsi di essere visto dalla strada. Clay andò a suonare il campanello.
“Wer ist da?”
La voce nel citofono suonava sgarbata e volgare.
“Ho bisogno di un’informazione, signor Grober. Vengo da Milano.”
“Ma chi è?”
“Ho avuto il suo nome dal procuratore Ceppi.”
La serratura della porta scattò.
***
Doveva avere una pena segreta, lo pseudoGrober. Dopo tutto, tradire non è facile. Cambiare identità e andare a vivere in un altro mondo si può fare; ma ci sono gli usi e costumi diversi, ci sono le abitudini di una volta che non ne vogliono sapere di scomparire. E poi c’è lo specchio che ti costringe a guardarti negli occhi, e bisogna affrontarlo tutte le mattine.
Lo pseudoGrober, spaparanzato sul divano in una posa volgare, aveva le palpebre semichiuse e ogni venticinque secondi la mascella si contraeva per reprimere uno sbadiglio. La tipa italiana non si era presentata, non aveva detto chi era, cosa voleva e perché. Ma lui, invece di chiedere, lanciava lunghe occhiate alle sue cosce e beveva whisky dalla tazza dove aveva bevuto il nescafè.
“Lei dice di non aver più visto Alberico da quando è partito per l’Egitto” argomentò Clay. “Ma in quei giorni lei lavorava ancora per la Revolution. Avrà svolto i suoi compiti. Avrà parlato con altre persone.”
Lo pseudoGrober alzò le spalle e non aprì bocca. Clay insistette.
“Giorgio, per esempio, ha continuato a sorvegliarlo? Sa che fine ha fatto?”
Una smorfia. Un sorso di whisky.
“Non interessava più. Ormai l’obbiettivo era Paleologo.”
“Ma Giorgio vi aveva preoccupato parecchio. Lei l’aveva pedinato, gli aveva perquisito la casa, gli aveva sparato…”
“Non gli ho sparato io! Quante volte lo devo ripetere? Analizzate le pallottole e vedrete che sono identiche a quelle che aveva in corpo Cernuschi.”
Clay si sporse in avanti per dare maggior peso alle sue parole: lo pseudoGrober aveva l’aria di essere intontito dal sonno.
“Dopo il terremoto alla questura di Milano non c’è più modo di sapere se le prove sono inquinate o no. Lo sa anche lei. Piuttosto, ha idea di dove sia andato a finire Alberico?”
Il mercenario ebbe un luccichìo negli occhi.
“Un’idea potrei anche averla. Ma cosa ci guadagno a dirla?”
Clay cercò di assumere l’atteggiamento sprezzante di Nicola, quello che al paese ritirava il pizzo per don Armando e i negozianti pagavano senza fiatare, con un sorriso fesso sulle labbra, e gli dicevano buongiorno e buonasera.
“Lei non è in condizione di trattare. Cosa succederebbe se qualcuno insinuasse che lei è un infiltrato della Revolution?”
Lo pseudoGrober scattò come un serpente a sonagli e Clay non riuscì a cogliere il movimento. Il malvivente le tenne stretti i polsi con la mano sinistra e con la destra le strinse il collo, non così forte da impedirle di respirare, ma abbastanza per farle capire che la musica era cambiata.
“È matto?” gorgogliò Clay. “Vuole bruciarsi la protezione del tribunale?”
“Chi sei? Chi ti manda?”
Due sberle in rapida successione. Clay strillò.
***
Per un breve ma intenso intervallo di tempo tutto si svolse come in un film in bianco e nero dei primi anni ’50.
Interno mattina. Il cattivone ha appena cominciato a strapazzare la procace sciocchina, quando arriva Humphrey Bogart e prende le redini della faccenda.
Imperiosa bussata alla porta.
“Aprite! Polizia!”
Tre primi piani staccati, durante i quali il tempo si blocca: attimo di panico del farabutto; sollievo e speranza della pollastrella; di nuovo il volto del malvagio che ricupera la sua cattiveria e la fa trasparire in una maschera di doppiezza.
Campo lungo. Lo scellerato fa un gesto intimidatorio e si avvicina all’ingresso con pessime intenzioni. Ma la porta si apre, sfondata da un calcio. Riccio irrompe, pistola in pugno e grinta da giustiziere. Clay lancia un grido e gli corre incontro. PseudoGrober cerca di tagliare la corda, ma Riccio non lo perde d’occhio e gli cala sulla nuca il calcio dell’automatica. Clay si sente sciogliere dentro e decide, silenziosamente ma irrevocabilmente: con SuperKraut voglio andarci a letto.
I polsi dell’infame vengono immobilizzati con la cintura dei suoi pantaloni, mentre la fanciulla ravvia i capelli e la gonna (spiegazzata a sufficienza per lasciare qualche dubbio su cosa realmente si sia svolto nella stanza). L’eroe magnanimo non indaga e le dà il tempo di ricomporsi.
***
Mentre Riccio raccontava di Arbogast e Benno, di Flensburg e Reichenau, di Petra Blase e del dottor Weiss, Clay scivolava nella melassa.
Era questo il brodo di giuggiole? La sensazione di affondare in un oceano di libidine non peccaminosa, di orgasmi innocenti, di sussulti al di là del bene e del male? Sì, doveva essere questo. Ma, dannazione, il mondo in cui ci tocca vivere è fatto a rovescio e quando metti le mani su qualcosa di buono non riesci mai a gustarlo fino in fondo. Lo pseudoGrober si stava svegliando e Riccio era pronto a interrogarlo.
Un bicchier d’acqua gettato in faccia. Uno strabuzzare di occhi, un grufolio, un lento tirarsi su finché il sedicente Thimo Grober si piazzò seduto sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro. Riccio lo guardò freddamente.
“11 agosto. Fai funzionare la memoria. Avete raccolto qualcuno in centro e l’avete portato a villa Senta.”
Il prigioniero grugnì come un maiale bastonato.
“Che ne so? Io guidavo l’auto.”
Uno schiocco di dita impazienti. Lo pseudoGrober guardò di sotto in su, con gli occhi che schizzavano veleno.
“Cosa volete da me? Io qui non conosco nessuno.”
“Piantala di fare il fesso. Günther e Bodo li conosci, no? E il dottor Weiss, e l’ingegner von Sinnen, e l’avvocato Mittelmessig. E chissà quanta altra gente. Avanti: chi c’era in macchina con te?”
Un altro grugnito. Occhi a terra, labbra arricciate.
“Günther e Bodo.”
“E l’uomo che avete portato a villa Senta, chi era?”
“Non lo so.”
C’era stata un’esitazione nella risposta. L’attimo in cui ci si domanda se essere sinceri, bugiardi o evasivi. Riccio si limitò a fissare il prigioniero con uno sguardo che prometteva guai. Lo pseudoGrober alzò il muso e gridò:
“Non lo so! Gli altri dicevano che sembrava Mittelmessig, ma neanche loro erano sicuri. Come facevo a essere sicuro io? Non l’ho neanche visto in faccia! E anche se l’avessi visto, per me l’avvocato era solo un’ombra nel retrovisore. Non mi ha mai detto una parola. Nemmeno gutentakk.”
“E allora avete chiamato il dottor Weiss.”
Una scrollata di testa. Un borbottio.
“Non abbiamo chiamato nessuno. Sarà stato l’ingegnere.”
“Giusto. Difatti Weiss è arrivato con un’ambulanza. Voi tre imbecilli non ci avreste pensato. E il dottore, quando è arrivato, cos’ha detto?”
“Che era bell’e andato.”
“Ma non era vero.”
Lo pseudoGrober, improvvisamente aggressivo, scattò:
“Se sai già tutto, che cazzo vuoi da me?”
Senza averla vista, Riccio replicò la scena di qualche minuto prima: ceffone e manrovescio in rapida successione, andata e ritorno. Clay, attonita e vendicata, apprezzò la tecnica di Superkraut: la testa del prigioniero eseguì un fulmineo “attenti a dest” seguito da un altrettanto rapido “attenti a sinist”.
“Il dottore ha detto che era Mittelmessig?”
“Quando l’ha visto ha sbarrato gli occhi. Ma non ha detto niente. Poi ha capito che era ancora vivo, l’ha fatto caricare sull’ambulanza e se ne è andato.”
“E non ne hai più saputo niente?”
L’ennesimo grugnito. La smorfia, sempre quella, da maiale nel truogolo. Uno stringersi nelle spalle che voleva dire soltanto: lasciami in pace.
“Non lo so.”
“Cosa vuol dire: non lo so? L’hai rivisto e non sai se era lui?”
Silenzio. Occhi bassi. Bocca chiusa.
“È successo a Reichenau, eh? Quando l’avete buttato nel lago!”
Nessuna risposta. Lo pseudoGrober aveva chiuso anche gli occhi. Superkraut strappò il filo del telefono e parlò con voce da killer.
“Fossi in te, d’ora in avanti respirerei soltanto col naso. Se apri la bocca anche solo per dire “boh”, la tua nuova identità è carta straccia, e sai che cosa significa: non vorrei dover ripescare la tua carcassa dal lago.”
Riccio strinse il braccio di Clay, che gli si abbandonò contro.
“Andiamo. È ora di farci vivi con il dottor Weiss”.
***
“Un avvocato? E perché?”
Bruno Weiss era arrivato puntuale alla pasticceria. Nella sala surriscaldata si era presentato, si era guardato attorno e, visto che tutti i presenti si erano tolta la giacca, se l’era levata anche lui. L’aveva appesa allo schienale della sedia. Dopodiché si era seduto e non aveva aperto bocca finché non era venuto a sapere che i suoi indesiderati interlocutori erano un poliziotto e un membro del foro.
“Chi rappresentate? Che cosa volete?”
“Ho potuto ammirare qualcuna delle sue foto artistiche, dottore. Lei ha un vero talento. Dica, suggerisce lei le pose alla sua modella?”
A giudicare dall’espressione degli occhi, se il dottor Weiss avesse avuto una rivoltella avrebbe fatto fuoco.
“Questo non vi riguarda!”
“Davvero?” Riccio sembrava un bulldog che ha azzannato la preda e non la molla. “Al suo posto non sarei troppo sicuro. Sa, l’opinione pubblica è curiosa.”
Il dottor Weiss incassò, ma non cedette di un millimetro.
“Se questo è tutto ciò che la Revolution può mettere in campo vuol dire che è ridotta alla disperazione.”
“La Revolution? Dottore, lei è fuori strada.”
Bruno Weiss, sconcertato, boccheggiò come se fosse sul punto di affogare. Riccio ne approfittò per affondare il colpo.
“L’uomo che lei soccorse a Villa Senta l’11 agosto è ricomparso cadavere a Reichenau ed è stato cremato cinque giorni dopo il ritrovamento.”
Il dottore fece per alzarsi. Riccio lo agguantò per un braccio e con una esibizione da campione di lotta libera lo costrinse a stare seduto. Clay non riuscì a staccare gli occhi dai muscoli che gonfiavano la stoffa della camicia.
“Collabori, dottore. O preferisce comparire in prima pagina sulla Bild Zeitung?”
***
Bruno Weiss reclamò. Pretendeva che l’agente della Kripo dichiarasse nome, cognome, unità d’appartenenza e superiore diretto. Non fu accontentato. Minacciò una denuncia al procuratore. Venne ignorato. Protestò: sul cadavere di Reichenau c’era stata un’inchiesta e un’archiviazione.
Oh, sì. Lo sappiamo. Ma l’avvocato – e Riccio accennò a Clay – è in possesso di elementi nuovi che impongono un supplemento di indagine. E lei, dottore, è dentro fino al collo. Sui suoi piaceri privati potremmo anche stendere un velo. Ma se rifiuta di collaborare si prepari a passare un guaio grosso. Non era solo quando ha gettato il cadavere nel lago. Ricorda?
Il racconto venne fuori controvoglia, inframmezzato da reticenze e ripensamenti. Quell’11 agosto, convocato d’urgenza a villa Senta, Weiss aveva trovato un corpo apparentemente senza vita che somigliava maledettamente a Mittelmessig. Per quanto ne sapeva lui, quello era Mittelmessig. Anche se gli abiti non erano i suoi. Anche se i documenti che aveva in tasca erano quelli di Giorgio.
Ma il dottor Weiss conosceva Giorgio, volle sapere Clay, lo conosceva di persona? In quale occasione l’aveva incontrato?
Non l’aveva mai incontrato. Ma i dati somatici di Giorgio erano contenuti nel computer centrale della Alchemie ed erano usati per simulazioni e giochi di ruolo.
Giochi di ruolo?
Addestramento per alti dirigenti, tagliò corto Weiss.
E lo sconosciuto avrebbe potuto essere Giorgio?
Poteva essere chiunque. È risaputo che il rigor mortis fa strani scherzi. Ma per quanto risultava a Weiss, il presunto cadavere era quello di Mittelmessig. Solo per scrupolo gli aveva messo uno specchio davanti alle labbra. Lo specchio si era appannato e allora era cambiato tutto: chiunque fosse, l’uomo era vivo. Bisognava intubarlo, dargli l’ossigeno.
“Ma se era vivo il rigor mortis non c’entra” intervenne Carsten. “E allora come si spiega la somiglianza con Mittelmessig?”
Il dottore fece un gesto seccato.
“Può essere stata una paresi. Per me, quello restava Mittelmessig.”
“Però la situazione si sarà chiarita in un paio d’ore.”
Il dottor Weiss scrollò il capo.
“Neanche per sogno! In un paio d’ore si è saputo che davanti alla cattedrale c’era un altro cadavere, irriconoscibile, con i vestiti e i documenti di Mittelmessig. Era lui? Non era lui? Non ne sapevo niente e non avevo direttive. Il giorno dopo polizia e giornali dichiararono che l’uomo morto sulla piazza era Mittelmessig. Il magistrato chiuse il caso. E io cosa potevo fare?”
Ora Weiss parlava con il sollievo di chi butta fuori qualcosa che gli stava sul gozzo da troppo tempo. Anche von Sinnen non era in grado di giurare che il cadavere sulla piazza della cattedrale fosse quello di Mittelmessig; ciononostante aveva convinto polizia e magistrato a chiudere l’inchiesta alla svelta. Ma prima di assestarsi sulla poltrona di consigliere delegato l’ingegnere aveva dovuto negoziare per due settimane. Nelle alte sfere dell’Alchemie c’era stata maretta. E la situazione restava fluida anche sul fronte esterno: nessuno sapeva che fine avesse fatto Alberico e cosa ci fosse da aspettarsi dalla Revolution.
Weiss aveva tenuto in osservazione lo sconosciuto. L’attività cerebrale era debole, ma ogni tanto si scatenavano dei parossismi. L’uomo non era mai uscito dal coma. Il giorno del terremoto di Azor, quando anche von Sinnen era scomparso, l’encefalogramma era diventato piatto. E a quel punto, con Mittelmessig morto e von Sinnen sparito, chi dava gli ordini? Chi prendeva le responsabilità?
Riccio lo guardò con un sorriso ironico:
“Le circostanze ideali per prendere in mano la baracca, dottore!”
“Non dica idiozie! Io avevo tra le mani un cadavere e chi me l’aveva rifilato non c’era più! Cosa avrei potuto rispondere agli azionisti, a un giudice, alla polizia? I magistrati e i poliziotti, quando parlavano con Mittelmessig o con von Sinnen, si genuflettevano. Con me non si genuflette nessuno.”
Riccio fece un gesto deprecatorio.
“Povero dottor Weiss! E così ha pensato di far ritrovare il cadavere come se fosse annegato a Costanza e le correnti l’avessero trascinato fino a Reichenau.”
“E cosa avrei dovuto fare? Chiamare le autorità e dire le cose come stavano, senza un Mittelmessig o un von Sinnen per coprirmi le spalle?”
Ma certo, pensò Clay, cos’altro poteva inventare un figlio di puttana come te?
“Insomma, dottore, di chi era quel cadavere?”
“Non lo so! Se avessi saputo chi era, avrei anche saputo cosa fare.”
***
Prima che il treno sprofondasse dentro la galleria del Gottardo, Clay alzò gli occhi verso le cime innevate ed ebbe una folgorazione: le Alpi erano il confine tra due mondi antipodi, come l’impero romano e le orde ostrogote. Sorrise immaginandosi una licenziosa matrona sedotta dalla virilità del barbaro Riccio-Carsten. Stupidaggini: erano finiti a letto perché si sentivano attratti, e al diavolo la storia e la geografia.
Ma no, non poteva liquidarla così. Non avevano fatto sesso: avevano fatto l’amore. Era stata una faccenda di sguardi, di atmosfere, di vaiasaperechecosa. Usciti dal ristorante, erano rimasti a fissare la schiena del dottor Weiss che si allontanava in fretta e avevano capito che l’indagine era finita. Bisognava tornare alla routine quotidiana. Si erano sentiti come naufraghi su un’isola deserta.
Clay riabbassò lo sguardo sull’ultima striscia di lago dei Quattro Cantoni. Giorgio non lo vedrò mai più. E se finalmente ho fatto pace con questa idea, è grazie a te, Riccio. Non potevi scoperchiare i misteri dell’Alchemie, tantomeno risuscitare i morti, ma nessuno ti obbligava ad andare fin quasi in Danimarca per spendere la tua faccia con gente che avrebbe potuto metterti nei guai. Hai fatto come papà, che mi comperava un giocattolo alla fiera senza farsi vedere da mamma e me lo porgeva di nascosto, e sorrideva. Hai fatto come Giorgio, che capiva quando mi sarei tagliata la lingua pur di non ammettere che non sapevo come cavarmela, e mi toglieva di mano la pratica, e sistemava tutto con una telefonata.
Queste cose non te le ho mai dette, Riccio, ma in qualche modo era come se tu le sapessi già. In vita mia non ho mai fatto niente di più naturale che restarti attaccata mentre tornavamo in albergo. Eri il mio Giorgio perduto e ritrovato, e se qualcosa ci avesse separati mi sarei messa a piangere come una bambina. E quando sei salito in camera ho desiderato tutto ciò che doveva succedere, ed è successo davvero! Un momento di quelli che capitano poche volte nella vita. Troppo poche.
Non ricordo cosa abbiamo fatto, e un po’ mi dispiace, un po’ no. Non ho registrato il film. Non so se sei stato dolce o violento o prima una cosa e poi l’altra. È stato tutto caotico, tempestoso, rivoluzionario. Era un puzzle di cinquemila pezzi che all’improvviso trovavano da soli il posto giusto, e io salivo una scala in cima alla quale c’era tutto, c’era il senso e lo scopo. Coglievo odori, suoni, sapori, ed erano così tanti che non potevo tener dentro parole, fragranze, contatti; e esplodevo, esplodevo davvero, con il bang di un aereo che sfonda il muro del suono, il muro del tempo. Ho rivisto l’Hotel Costantinopolis, il sole che si è spento, il tempo che si è fermato. E tutto questo può essere stato grandioso o tremendo, non lo so, non me ne frega niente, ma la sensazione di completezza, di opposizione riassorbita, l’incredibile gioia di sentirmi piena, una, sferica, con l’universo inglobato in me, questo è ciò che voglio ricordare sempre, sempre, finché avrò fiato per respirare, e magari anche dopo.

L’imbuto

Giorgio cammina su un prato fiorito, irreale come le illustrazioni dei libri di filastrocche. Un piccolo lago stende le sue acque immobili al sole, l’aria è tiepida, la brezza è appena avvertibile e tutto è pieno di pace come se quel luogo esistesse unicamente per essere contemplato.
Il prato scende con un lieve pendio, arriva al limite delle acque, ci si immerge e, senza soluzione di continuità, diventa un tappeto d’alghe. Erba e alghe sono come le mani degli amanti che intrecciano le dita per moltiplicare il contatto e Giorgio pensa che anche sogno e realtà sono meno separati di quanto sembra: il contenuto del sogno non esiste, ma che qualcuno lo stia sognando è un fatto.
Non ho mai amato davvero, pensa, e nessuno ha mai amato me. Che senso ha avuto la mia vita? Il cielo si è coperto: nuvole dai riflessi color del ferro nascondono il sole, ma i suoi raggi illuminano ancora un angolo lontano. Che pretesa assurda vivere per essere felici! L’unica felicità possibile è la speranza. E se per caso venisse soddisfatta, cesserebbe di renderci felici.
Giorgio non sa perché si alza, cammina sul prato, scende verso il punto dove erba e alghe si intrecciano, lo supera e avanza sulla superficie del lago. Non sa com’è possibile camminare a pelo d’acqua senza affondare, ma continua ad avanzare. Ora che è sospeso fra il cielo e la superficie del lago, non pensa più. La sua mente è sgombra. Procede verso il centro del lago, dove rimorsi e rimpianti si condensano in un suono senza oscillazioni, una nota infinita, inalterabile, che risuona in testa come una rivelazione.
E finalmente Giorgio affonda. Le acque del lago si richiudono sopra di lui, che scende verso il buio ruotando su se stesso, girando sottosopra con la lentezza dei movimenti subacquei. In alto si va smorzando il cono di chiarore; in basso lo attrae una calda oscurità. Giorgio perde il senso del sopra e del sotto, il ricordo della strada percorsa, l’idea di una meta. Ma sa di essere ancora qualcosa, in qualche modo, nonostante tutto.

Due mesi dopo

Era il giorno di sant’Ambrogio e tutta Milano era per le strade a dilapidare le tredicesime quando Clay, dopo matura riflessione, telefonò alla Lony per comunicarle che non c’era modo di coinvolgere la Revolution in un reato commesso da Alberico.
È sempre triste rinunciare a un incarico. È una sconfitta. E Clay si sentiva sconfitta su troppi fronti. Non seppe cosa pensare quando la Lony cinguettò:
“Aspettiamo a mollare l’osso. Cioè: potrebbe esserci una novità. Stasera dovrei saperne di più. Mi faccio viva io.”
La Lony richiuse il cellulare e scese le scale della metro. Sperò che il treno non si facesse aspettare: doveva presentarsi all’appuntamento con un ritardo “giusto”, perché il Luca lavorava in Borsa e apprezzava la signorilità. Arrivare in anticipo, si sa, è da straccivendole, ma piantar lì un uomo in mezzo alla strada è da stupidelle. La vera signora si fa aspettare massimo cinque-dieci minuti. La Lony l’aveva letto su Cosmopolitan.
Arrivò in via Croce Rossa come aveva stabilito. Il Luca la attendeva in sella alla Harley Davidson, ai piedi di quella scala di pietra che nessuno ha mai capito cosa stia a significare (ma la cosa era romantica lo stesso perché lì lui l’aveva baciata per la prima volta e, già che c’era, le aveva infilato una mano sotto la minigonna).
Come se le avesse letto nel pensiero, il Luca smontò di sella e ripeté la manovra, appassionato e malandrino. Ma quando si staccò un’ombra gli offuscava l’espressione. Povera stella, pensò la Lony: otto ore con le orecchie incollate al telefono e gli occhi sciolti nel computer stresserebbero anche un elefante.
Sotto Natale, raccontò il Luca con la voce di un reduce dalla battaglia di Stalingrado, si preparavano i “colpi” di mercato. Quel giorno c’era stato l’allarme sugli Acquedotti Orientali, il rimbalzo delle Latterie Calabresi e la misteriosa scalata che si veniva profilando da un paio di settimane.
La Lony gli carezzò la nuca e il Luca fu di nuovo vivo. Indossò il casco, aspettò di sentire contro la schiena il reggipetto della Lony e sgommò via verso il motel “Paradiso” sulla Vigevanese.
Perché, sì, vabbe’, il Luca era sposato. Ma era più di un anno che non andava d’accordo con la moglie. E poi, cioè, perché non vi fate i fatti vostri?
***
“Non chiedermi come faccio a saperlo, però in Borsa gira la voce che c’è uno che sta scalando la Revolution.”
“Bum!” commentò Clay. “Ci vorrebbe una tonnellata di miliardi.”
“Il mio informatore dice che con la new economy c’è gente che ha fatto tanto di quel contante che non sa dove metterlo. E a me è venuto in mente che, cioè, se uno ha già speso un pozzo per comperare la Revolution e un avvocato gli dice: o salta fuori l’Alberico o faccio causa alla società…”
Clay rimase in silenzio con il volto inespressivo. La Lony la fissò contrariata.
“Come dire che è un’idea del piffero?”
Clay fece una smorfia fra l’ammicco e il sorrisetto.
“Minacciare un pezzo grosso non è una cosa semplice. Come si chiama?”
“Dumm Qualchecosa. È un tedesco.”
Clay sbarrò gli occhi.
“Ma no! Mi sembra impossibile. Però… Sai l’indirizzo?”
***
Il concierge dell’Hotel Visconti-Sforza, quarantacinque anni, divorziato, due figli che non vedeva mai e una saltuaria relazione con una spogliarellista sempre in tournée per i locali a luci rosse di tutta Italia, era abituato a procurare servizi e assistenza di ogni genere, per lo più di natura confidenziale.
Clay e Lony si avvicinarono al banco e chiesero di Dumm. Il concierge alzò gli occhi, le pregò di attendere, finse di scartabellare in uno schedario e le studiò con maggiore attenzione: delle due tipe, una aveva un’acconciatura sobria e indossava un tailleur da sciuretta; l’altra lasciava intravedere sotto il soprabito semiaperto una gonna maculata con spacco e calze a rete. Strano, pensò: di solito le maîtresses passano i cinquanta e hanno facce patibolari, mentre le filles sono fiorellini che non arrivano ai venti, quando non sono minorenni. Queste, invece, sembravano tutte e due sui venticinque-trenta ed erano tutt’altro che in disarmo. Forse il cliente le aveva richieste così: una tipo professoressa e una tipo battona.
“Chi devo annunciare?” domandò.
Non riuscì a trattenere un sorriso quando si sentì rispondere:
“Avvocato Scardalepore.”
Al telefono confabulò con una segretaria. Rimase a lungo in silenzio senza riagganciare. Poi dovette arrivare qualcun altro all’apparecchio perché scattò sull’attenti, sparò nella cornetta una frase in tedesco, riappese e schioccò imperiosamente le dita. Al groom prontamente accorso ordinò di scortare avvocato e assistente alla suite dell’ultimo piano.
Osservando il naturale scodinzolio della Clay e della Lony che si avviavano all’ascensore scommise con se stesso che il cliente non le avrebbe lasciate andare prima di quarantott’ore.
***
La segretaria, un esemplare assolutamente identico alle grigie impiegate di Costanza e di Monaco, portava un vestitino grigio semplice semplice, calze grigie spesse, scarpe incolori di foggia maschile, e aveva una espressione di perenne beatitudine dipinta sul volto. Accolse le “signore”, le fece accomodare in un’anticamera dalle cui vetrate si godeva una vista mozzafiato sulle guglie del Duomo e sparì dietro a una porta di mogano.
La Lony sprofondò in un divano e accavallò le gambe. Poco dopo Dumm comparve sulla porta, gli cadde l’occhio sullo stacco di cosce, gli cadde anche la mascella, si riprese con un certo sforzo e si rivolse a Clay come se negli ultimi tempi non avesse fatto altro che cercarla per mare e per terra. Che fine aveva fatto? In studio dicevano di averla persa di vista. Al numero di casa non rispondeva nessuno, e non c’era neanche la segreteria telefonica.
Clay si sentì dalla parte del torto. Vero che Dumm prima si era imbrancato con Armida e poi, nel bailamme di Azor, aveva tagliato la corda; ma gli episodi di Pevera e dell’aereo erano acqua passata, come tante cose della vita che capitano per un concorso di circostanze e si dissolvono senza un perché. Ora Dumm diceva di averla cercata e la cosa era verosimile perché, da un lato, presso lo studio Lazzaroni&Brighenti doveva essere calata la congiura del silenzio sull’avvocato Scardalepore, dall’altro lui aveva in ballo un’eredità da incassare. Clay aveva sbattuto la porta in faccia ai lazzaroni e ai briganti senza preoccuparsi delle pratiche in corso. Non aveva neanche pensato di portarsi via qualche cliente e, d’altra parte, da quando aveva aperto il suo studio, a casa ci andava solo per dormire. Quindi poteva essere vero che Dumm l’aveva cercata.
Ci vollero parecchi minuti prima che le reciproche spiegazioni si assestassero in precario equilibrio e la conversazione ripartisse dal “che ci fai qui, cosa vuoi da me?”. Nel frattempo Dumm aveva sbirciato parecchie volte dalle parti del divano e quando aveva incontrato gli occhi della Lony ci era affondato come una mosca nel miele.
“Avvocato” sussurrò la ragazza “io credo di non essere necessaria… cioè, tra l’altro, avrei un impegno. Magari ci sentiamo più tardi.”
Clay non trovò niente da replicare. La Lony si avviò oziosamente verso l’uscita e Dumm capì al volo: la precedette, le aprì la porta e trovò modo di suggerire a bassa voce: “Vuole lasciare un recapito alla segretaria?”
***
Cosa faceva Dumm nell’appartamento più lussuoso dell’Hotel Visconti-Sforza? In mezzo a un frenetico squillare di telefoni, fra un’occhiata allo schermo collegato con la Borsa, una istruzione alla segretaria e una telefonata al room service, la storia venne fuori a pezzi e bocconi.
Dal terremoto di Azor, Dumm era uscito senza portafogli e senza bagaglio. Zweifel gli aveva anticipato le spese di rientro a Costanza. Sull’aereo che da Azor li riportava a Zurigo, Dumm era venuto a sapere dall’antiquario chi erano veramente Revolution e Alchemie, e aveva raccontato a Zweifel degli appunti di Candido e dei suoi misteriosi accenni al “fiore esoterico”. Per qualche motivo, l’antiquario si era convinto che la chiave del mistero fosse a Istanbul, nella cattedrale di Santa Sofia. Anzi, voleva che Dumm ci andasse con lui e azzardò approcci che Dumm aveva respinto in malo modo.
All’aeroporto di Zurigo si erano lasciati: Zweifel era tornato a casa; Dumm, ben sapendo che a Costanza nessuno gli avrebbe prestato un centesimo, aveva trovato un passaggio per la stazione, dove era salito su un treno e aveva ricominciato il gioco a rimpiattino con i controllori. Era riuscito a passare le Alpi senza scucire un franco, ma a Chiasso era rimasto intrappolato fra il controllore e i doganieri, e aveva dovuto scendere per impegnare l’orologio e la catenina che portava al collo.
Nella miseria più totale era arrivato a Milano, dove si era concesso soltanto un sorso d’acqua a una fontanella. Perseverando nel sistema del guardie-e-ladri, aveva raggiunto Bologna, Firenze e infine Livorno. Lì un camioncino che trasportava cassette di verdura gli aveva dato un passaggio fino a Pevera. Dopo venti ore di viaggio, botte di sonno, fame nera, approcci di pervertiti e spacciatori, attese in corridoi gelidi e sale d’aspetto fumose, e dopo aver trascinato i piedi stanchi per gli ultimi cinquecento metri, aveva suonato il campanello del notaio Tricotomo. Non aveva in tasca un centesimo, aveva saltato cinque pasti, non si lavava da giorni.
Come ben sanno i giocatori, la fortuna è una meretrice abitudinaria: se prende gusto a sfuggirti ogni cosa va a rotoli, ma quando ti sorride devi solo allungare il cappello perché ci piova dentro ogni ben di Dio. Quando Dumm mise piede nello studio del notaio tutto cominciò a scivolare in discesa. La Banca Bassotti gli aprì un conto corrente con un affidamento di due miliardi garantito dall’eredità Candido, un funzionario si precipitò a Pevera per raccogliere la sua ambita firma su una quantità inverosimile di moduli e depose ai suoi piedi cinque milioni in contanti per le spese spicciole.
Dumm tornò a Milano viaggiando in prima classe e da quel momento la fortuna non smise di sorridergli. Riposato, rifocillato e rimpannucciato, si vide tempestare con proposte di investimento, prospetti, depliant e brochure. Ai funzionari della banca chiese informazioni sui titoli Alchemie e Revolution. Gli risposero che in Borsa le azioni erano sottovalutate: avrebbero potuto riprendersi perché i fundamentals erano ottimi, ma la governance aleatoria li rendeva rischiosi. Per di più, in quel momento le commodities in genere erano depresse. Meglio le utilities se voleva andare sul sicuro, oppure i futures se era in vena di rischiare.
Dumm si fece illustrare il meccanismo dei futures: capì che, in sostanza, si trattava di un contratto che moltiplicava rischi e guadagni di una scommessa. Sfogliando la stampa specializzata in notizie economiche, si accorse che non era poi diversa dalle riviste di gossip. Speculò sulle voci più assurde, seguendo il principio di essere veloce come una saetta, arraffare i soldi e scappare. Grazie alla bolla speculativa dei titoli legati a internet, in poco tempo accumulò un patrimonio che neanche lui riusciva più a calcolare. Scoprì che ogni contratto poteva essere dato in garanzia per stipularne un altro e, con l’incoscienza del principiante, mise in piedi una girandola di proporzioni gigantesche. Per non perdere completamente la trebisonda, ogni volta che liquidava un contratto impiegava il guadagno in azioni Alchemie e Revolution. Sarebbe stato un bel colpo conquistare la maggioranza nelle due società, fonderle e diventare il presidente del gruppo di aziende riunite Alchemie-Revolution.
***
“Ma quanto tempo ci vuole per chiudere la successione Candido?”
Clay fece una smorfia.
“Non domandarlo a me. Ho mandato a quel paese il vecchio studio. Adesso lavoro per conto mio e faccio solo il penale.”
“Ma come, mi pianti in asso senza neanche avvisarmi? Io l’incarico l’avevo dato a te perché mi fidavo.”
“Cosa vorresti dire, che io non mantengo la parola data? Proprio tu hai il coraggio di rinfacciarmi una cosa del genere?”
“Per amor del cielo, non mettiamoci a litigare! Ti sto solo chiedendo di considerare che per Lazzaroni&Brighenti la mia è una pratica qualsiasi, ma per me è questione di vita o di morte! L’eredità garantisce i miei affidamenti e se le banche cominciano a domandarsi come mai questa eredità non arriva, mi crolla tutto quanto sulla testa.”
Dumm aprì le braccia, sconsolato, e tacque. Clay lo guardò con aria sospettosa.
“Vabbe’. Ma allora anche tu devi fare un piacere a me.”
Si lasciarono da avvocato e cliente. Clay premette il tasto del pianterreno e, mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, pensò che quello era il rapporto giusto per due come loro. Un rapporto professionale scandito dall’aprirsi e chiudersi di una porta metallica.
Seduto alla scrivania, Dumm tirò le somme della giornata. Sembravano tutte positive. Primo: il piacere che Clay aveva preteso poteva anche tornare comodo nelle trattative con il consiglio d’amministrazione della Revolution. Secondo: Clay si sarebbe occupata della successione e avrebbe accelerato le pratiche. Terzo: stagliata sull’orizzonte, c’era una bionda siderale con la quale Dumm presagiva affinità chimiche, fisiche, atomiche. Ah, Milano, che città fantastica!
***
In ascensore Clay sbirciò il foglio che la segretaria di Dumm le aveva messo in mano sussurrando frasi sconclusionate. Era un volantino che annunciava un récital del Quartetto Schuppanzig il 29 febbraio 2000 alla Rotonda della Besana. Manifestazione organizzata dalla Chiesa dei Santi dell’Ultimo Occidente.
Clay si guardò intorno alla ricerca di un cestino, non ne vide, infilò il foglio in borsetta e tornò a pensare ai casi suoi: non c’era da sperare che Dumm muovesse un dito per gratitudine, quindi bisognava convincerlo che gli sarebbe tornato utile costringere la Revolution a impegnarsi nella ricerca di Alberico. La minaccia di una azione legale da parte degli eredi Cernuschi meglio tenersela di riserva: perché rischiare?
Ma l’idea di una causa richiama automaticamente l’immagine di un tribunale e a Clay tornò in mente la sua gaffe di Costanza, quando aveva preso il tribunale per la casa di Riccio. Paragonato a Dumm, neofinanziere installato sul tetto di Milano, Superkraut le apparve come Superman, in costume blu e mantello rosso svolazzante. Un vero e proprio paladino della giustizia.
Per un infinitesimo di secondo Clay sentì nella carne il peso di una immensa solitudine. Sarebbe riuscita a sopravvivere da sola in un mondo di Lazzaroni e Nicchie, di Alberichi e Mittelmessig? Non lo sapeva, non lo sapeva più. Pensò a come se ne era andata dal paese, anni prima, giurando di tornarci a bordo di una Rolls Royce guidata da un autista in livrea. Compagne di scuola e professoresse l’avrebbero intravista dietro ai vetri affumicati mentre accendeva una sigaretta turca infilata in un bocchino lungo un metro. Un’immagine con la quale si era baloccata per anni.
Che fosse arrivato il momento di diventare adulti?
Ci pensò con amarezza, attraversando la hall a grandi passi. Ci pensò ancora in metro, fra Duomo e Molino Dorino. Ci pensò al supermercato, mentre metteva nel cestino cespi di insalata e barattoli di yogurt. Ci pensò anche a letto, dopo avere spento la luce.
***
Il telefonino trillò quarantacinque minuti dopo che la Lony era uscita dall’hotel, e ormai aveva le idee chiare perché i conti erano presto fatti: anche se gli avvocati sembra che facciano apposta a allungare tutti i brodi, il Dumm aveva mica l’aria di uno che sta lì a farsi contar su la storia della Vispa Teresa. Cioè: una volta che la Clay gli metteva sotto il naso la faccenda (e cosa ci voleva? Il tempo di un “consigli per gli acquisti”), era solo questione se lui diceva sì, diceva no, o diceva ci penso su. Poco probabile che diceva subito sì. Ma anche che diceva no. Garantito che era un ci penso su.
E per dirlo cosa ci voleva? Il tempo di una canzone dei Pooh. Totale che: dieci minuti per farsi il riassunto delle puntate precedenti (ma dov’eri, ma dove non eri, e compagnia bella), cinque minuti per sputare l’osso, cinque per fare un po’ di tira e molla e per le solite balle di congedo. Fanno venti minuti. Moltiplica per due, per via che suona sempre il telefono e tocca ripetere tutto due volte. Fanno quaranta, magari anche meno, dipende dal telefono. Per cui:
– se chiama entro un’ora, vuol dire che la Clay qualcosa ha combinato e adesso tocca a me.
– se chiama dopo un’ora è per dire che non è riuscito a liberarsi la serata, forse domani, farà di tutto per, e promette di richiamare. Non richiamerà.
– se per le otto non s’è fatto vivo, non chiama più.
In quel momento il telefonino strimpellò l’ouverture della Carmen e la Lony si precipitò a frugare nella borsetta. Cioè: se sei tu non mi scappi.
“Pronto.”
“La signorina Lony?”
Sei tu. Adesso c’è soltanto da farti capire che sono una donna di classe. Cioè.
***
Dicembre sgocciolò uno per uno tutti i suoi trentun giorni e prima di arrivare in fondo al calendario successero molte cose.
Clay passò i fine settimana a Costanza; per Natale e Santo Stefano andò al paese a scambiare auguri e regali con madre e parenti, ma rientrò subito al nord. E Riccio venne a passare il capodanno a Milano.
Dumm non si mosse dall’albergo seguendo le scadenze delle sue scommesse e comperando a piene mani azioni Alchemie e Revolution. La Lony continuò a dedicare i pomeriggi al Luca (mai mollare l’uovo di oggi finché non hai agguantato la gallina di domani), ma tornando dal motel trovava sempre una scusa per farsi lasciare in centro e, dopo qualche giro vizioso, raggiungeva il Visconti-Sforza. Seduta nella hall attirava sguardi dei quali fingeva di non accorgersi, aspettava di veder passare la segretaria che andava a casa, dopodiché saliva all’ultimo piano. Intanto, la scalata a Revolution e Alchemie arroventava la Borsa. Gli informatori di Dumm giuravano che di Alberico si era persa ogni traccia e un’azione contro la Revolution aveva poca carne da mettere al fuoco. La Lony alzava le spalle.
Le pratiche dell’eredità Candido procedevano al piccolo trotto, ma Clay si faceva strada su altri fronti. Uno scippatore, un clonatore di carte di credito e un topo d’appartamenti i cui soggiorni a San Vittore si erano ridotti a poche notti grazie ai suoi buoni uffici, le fecero un’ottima pubblicità. Lo studio dell’avvocato Scardalepore (due stanze in via Anfossi, un affitto esagerato, ma prendere o lasciare) si aggiunse all’elenco degli indirizzi recommended dalla mala milanese.
La realtà procedeva ineluttabile facendo avanzare ciascuno lungo il suo personale gioco dell’oca.
***
L’imprevisto avvenne il 29 febbraio verso sera. Clay uscì dal bar dove aveva preso l’aperitivo insieme al sostituto procuratore Ceppi e si incamminò verso lo studio passando di fronte alla Rotonda della Besana, dove una ventina di persone si attardavano sull’ingresso. Si fermò a leggere la locandina appesa su uno stipite dell’ingresso: era la riproduzione del volantino che continuava a trovare nella borsetta e per un motivo o per l’altro non si decideva a buttar via. Con la curiosità di chi presagisce un incontro con il destino, Clay attraversò il cancello e si diresse all’ex cappella che sorge al centro del porticato.
Nel tempietto poche file di sedie erano disposte intorno a una predella sulla quale erano state predisposte quattro sedie e altrettanti leggii. Lo scarso pubblico sedeva qua e là lasciando parecchi posti vuoti. Clay si avvicinò alla pedana con l’idea di girarle attorno e uscire tranquillamente com’era entrata, ma quando arrivò nel punto più lontano dall’uscita le persone che sostavano all’ingresso entrarono e presero posto. Qualcuno chiuse la porta.
Adesso per uscire bisognava farsi notare, il che equivaleva ad ammettere di essere capitata lì come una povera scema con la testa fra le nuvole. Clay vacillò sui ginocchi malfermi. Andò a sedere nel posto libero più vicino alla porta, caso mai qualcun altro, entrando, la lasciasse aperta permettendole di sgattaiolare via. Ma anche da seduta le rimase una vaga sensazione di capogiro, come se la pedana al centro della cappella e le sedie tutt’attorno fossero animate da un impercettibile moto rotatorio. Intanto, usciti da chissà dove, due uomini e due donne in abito da sera erano saliti sulla predella, avevano ringraziato per gli scarsi applausi con inchini e riverenze, e avevano dato di piglio a viole, violini e violoncelli.
Clay sventagliò uno sguardo circolare sul pubblico: uomini e donne avevano l’espressione di chi esce dal turno di notte di una catena di montaggio. Due file più avanti, alla sua sinistra, riconobbe la segretaria di Dumm, vestita come al solito di grigio. Una volta tanto, non sorrideva. Anzi, teneva gli occhi bassi come una sedicenne sorpresa a dare scandalo in un fienile. Clay sentì una fitta di immotivata compassione e gratuita tenerezza.
Intanto i musicisti si sbracciavano come fantini in groppa a cavalli imbizzarriti. Gli archetti imperversavano, i polpastrelli saltavano da una corda all’altra premendo, tormentando, pizzicando. Improvvisamente, tutti si bloccarono in una cesura che avrebbe dovuto essere drammatica ma che risultò soltanto incomprensibile. Tacquero per cinque interminabili secondi. Poi il suono riprese, flebile e quasi gentile.
Fu allora che Clay si sentì osservata. Non riuscì a localizzare lo sguardo finché non tornò a guardare i quattro musicisti. La donna che suonava la viola, quella che portava i capelli a caschetto, la fissava con lo sguardo vitreo di un ramarro o di una civetta. Sembrava che dicesse: io ti conosco meglio di quanto tu conosca te stessa. Clay sentì un vuoto in gola e un principio di nausea alla bocca dello stomaco. Provò a respirare a fondo e non ci riuscì. Lo sguardo della violista non cambiò espressione, ma a Clay parve di leggerci una frase assurda: non voglio niente che tu non mi abbia già dato.
Quello strano messaggio accentuò la sensazione di disorientamento. La musica finì. Ci fu una percettibile incertezza del pubblico al momento di applaudire. Clay sentì il vuoto salire dal collo alle tempie mentre la testa diventava pesante. Di colpo, come se qualcuno avesse girato un interruttore, tutto diventò confuso. Clay cadde a terra rovesciando la sedia.
Non seppe mai chi l’aveva soccorsa, chi aveva aperto la porta che le era sembrata chiusa come il caveau della Banca d’Italia. Quando riaprì gli occhi si trovò distesa a terra nel cortile, all’aria aperta. Un uomo con i capelli bianchi e il naso aquilino le teneva il polso guardando l’orologio, mentre la segretaria in grigio, curva su di lei, sbandierava la sua espressione beata.
“Un calo di pressione” disse l’uomo. “Niente di preoccupante.”
La aiutò a rialzarsi, si assicurò che non avesse capogiri, tornò a controllare il polso. Poi, come se avesse dimenticato un particolare, ma continuando a tenerle la mano, domandò:
“Ha fatto il test di gravidanza?”

Un’altra volta

L’inverno è passato. È maggio e le giornate sono lunghissime. L’altro giorno con la posta è arrivato un pacco proveniente da Istanbul. Clay l’ha aperto. Ci ha trovato un libro e un biglietto di Zweifel. Il libro è quello trovato nell’appartamento di Giorgio e nel biglietto Zweifel prega Clay di far avere il libro a chi ne ha diritto. Ma in un post scriptum aggiunge che, forse, chi ne ha più diritto è proprio lei.
Clay l’ha sfogliato e Riccio, che spiava da sopra la sua spalla, l’ha riconosciuto: è una prima edizione di un famoso trattato. Clay, che sta studiando tedesco ma fa scarsi progressi, ha continuato a sfogliare e ha trovato una cosa strana. Sull’ultima pagina, dopo la citazione di Schiller con cui si chiude il testo, qualcuno ha scritto con la penna d’oca poche parole. Riccio le ha tradotte per lei:
Spesso dobbiamo tacere: mancano nomi sacri.
***
E ormai è agosto. I grandi caldi sono passati, lo studio dell’avvocato Scardalepore è chiuso e Riccio Superkraut è venuto a Milano.
Nell’ambulatorio ginecologico della clinica Santa Sofia, Clay è sdraiata sul lettino. Guarda il soffitto e non pensa. Se ne sta distesa, ordinatamente e quietamente soddisfatta di sé. Non si domanda come mai le pareti degli ambulatori devono necessariamente essere tinteggiate di bianco e gli scaffali devono necessariamente contenere enciclopedie e almanacchi. Non immagina Riccio che, fuori dalla stanza, passeggia per il corridoio aspettando che la dottoressa torni con il referto dell’ecografia.
La porta si apre e si richiude. La dottoressa ha un dossier in mano e una espressione professionale sul volto.
“Tutto bene. Il feto è ben conformato. È un maschio. Carsten dice che il nome lo deve scegliere lei. Ne ha già in mente uno?”
“Ma… Non so… Forse… forse Giorgio.”
La dottoressa annuisce, come se la risposta fosse il risultato giusto di una difficile operazione matematica. Prende il manometro e avvolge il manicotto intorno al braccio di Clay.
“Li segue i corsi di ginnastica prenatale?” domanda in tono burbero, mentre infila lo stetoscopio fra il braccio e il manicotto.
“Sì.”
“Tutti?”
“Tutti.”
125-75. La pressione è a posto. La dottoressa ausculta cuore e polmoni. Sposta lo stetoscopio e cerca un altro ritmo di sistole e diastole. Lo trova, conta i battiti, rimane immobile come chi riflette su una decisione già presa. Poi si toglie gli auricolari e li porge a Clay.
“Vuole sentirlo?”
Clay la guarda imbambolata. Sporge la testa e infila gli auricolari. Non sente niente. Ha sulle labbra un sorriso ebete che dice: “È inutile, non so come si fa”.
Poi un dubbio le blocca il respiro: il cuore del bambino ha smesso di battere?
E allora lo sente. Tumb, tumb, tumb. È lui. Sono io. Un tambureggiare di zoccoli al galoppo. Un treno che corre sulle rotaie. Che sia questa la musica delle sfere, l’armonia del cosmo?
Questo ritmo uscito dal nulla è la manifestazione originaria dell’universo, è il big bang, è la voglia ribelle di espandersi e scoppiare, e crescere mutando ma restando se stessi, è la pretesa di un’individualità anche oltre la morte, è l’eterna ricerca di un nome sacro, che porta a possederlo senza capirlo, a perderlo e ritrovarlo, e andare avanti così all’infinito, lungo le caselle di un gioco dell’oca che va da Dovunque a Chissadove e ci illude di correre senza altro scopo che il puro piacere di spostarci.

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