MODUS IN REBUS

                                         

 

                                             Riccardo Ferrazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

                              MODUS IN REBUS

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Ferrazzi

Via Cenisio, 6

20154  MILANO

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                                                PRIMA PARTE

 

 

 

    Qui non esiste l’ombra. A perdita d’occhio tutto è tagliato a fil di terra, l’aria cuoce sotto il sole e sa di paglia e polvere, la Castiglia è un’incudine arroventata. La strada affonda in una pianura che ha il colore del grano trebbiato e si inoltra verso occidente fino al limite dell’infinito, dove il cielo è una lama che cade a picco e trancia l’orizzonte. Ho sempre pensato che laggiù tutto finisca di colpo, sull’orlo di un burrone.

    Questa è la strada di Salamanca, dove non mi illudo di ritrovare vecchie conoscenze e, se per caso ne incontrassi, non so come mi accoglierebbero. Mezz’ora fa sono sbucato in cima al passo, ho infilato la discesa, ed è stato come se vent’anni della mia vita non volessero saperne di venire con me. Sono rimasti in cima alla sierra. Sono ancora là. Mi guardano rimpicciolire, annullarmi nell’occidente. Quando ci penso devo lottare contro l’impulso di tornare indietro.

    A tanti anni di distanza i fatti dovrebbero essere più chiari: la prospettiva cambia, i problemi hanno la soluzione scritta in fondo. Ma per me non è così. È come se una volta all’anno mi ritrovassi a scrivere la sceneggiatura di un thriller e, arrivato alla scena dell’omicidio, non riuscissi più ad andare avanti. Ogni anno l’estate mi richiama a Madrid, a inventariare le sensazioni che ritrovo intatte e quelle sparite per sempre. Ritrovo le sere in cui la brezza profuma di pino, e il suono dei passi rimbalza dal selciato ai muri, e un frammento di fandango scende da una finestra socchiusa. Passo gli inverni a ricordare queste cose, a pensare che sono stato un pazzo ad andarmene. Oggi mi guardo attorno e mi pare di essere un disertore che torna sul campo di battaglia.  

    Ci sono conti che non si chiudono mai, lo so. Non può essere un caso se ogni volta che arrivo a Madrid il vento soffia da ovest, come per respingermi. E ci riesce. Resisto due o tre giorni, non di più. Poi mi rassegno: vado al Museo del Prado, saluto un amico e corro all’aeroporto. Per vent’anni non me la sono sentita di imboccare la strada di Salamanca.

                                                            ***

    Col tempo certe cose si dimenticano, altre diventano più chiare. La Spagna fu un richiamo di lontananze sconosciute, come l’eco del mare in una conchiglia. Ho ancora davanti agli occhi un libro di scuola appena comprato, aperto su una tavola fuori testo: la riproduzione di un dipinto visionario. Ricordo che la guardai e mi mancò il respiro. Riprovai una sensazione dell’infanzia, quando mi ero affacciato a un precipizio, con le costole premute contro il parapetto. Sul verso della pagina, in corsivo minuto, lessi il titolo del quadro e il nome dell’autore. Sotto, in caratteri microscopici, c’era scritto: Museo del Prado, Madrid.

    Più tardi cominciai a pretendere che il mio nome, Vittorio Fabbri, fosse un presagio di indipendenza e di successo. Nei giorni d’inverno, quando l’aria è trasparente e il cielo sembra acqua di ruscello, guardare le Alpi mi faceva sentire rinchiuso fra le mura di una prigione. Volevo andare dall’altra parte.

    Imboccare il tunnel del Monte Bianco fu come entrare in un passaggio segreto: stavo per evadere verso un oceano dove il vento avrebbe cancellato anni di attese senza oggetto e avrebbe spinto alla ventura la mia nave corsara. La galleria era deserta. Nessuno proveniva in senso opposto, nessuno sopraggiungeva alle mie spalle. Il tubo di cemento sfilava sotto le luci al neon come una corsia di ospedale. Quando la montagna si richiuse sul pertugio dell’entrata, lo spazio e il tempo si incurvarono. Il cunicolo diventò un pozzo che scendeva verso il centro della terra. Andai avanti come un corpo che cade nel vuoto e non può fermarsi. In fondo al pozzo c’era una tana e nella tana stava acquattato un mostro. Lo sentivo fremere.

    Il sole, l’uscita dal tunnel, fu una luce tagliente negli occhi, uno stupore che seguitò ad avvolgermi mentre proseguivo per curve e saliscendi. Il mondo era cambiato. Non ero più in caduta libera: fluttuavo da una collina all’altra come un naufrago che nuota per rimanere a galla, si lascia trasportare dalle onde e anche quando è in cima alla cresta non riesce a vedere lontano. Poi la strada prese a digradare e si immerse in un banco di foschia. Attraversai un fiume. Sull’altra riva il sole tornò a splendere. Fu come approdare all’isola dei Feaci, una terra ai confini del mondo.

    Più avanti, nel folto di una pineta dove l’aria sapeva di resina e di salsedine, il vento dell’ovest diventò un rantolo che ansimava burrasche e naufragi. Alle porte di una città, un edificio cilindrico esiliato in periferia come un cimitero o un mattatoio mi mise in bocca il sapore del sangue. Poi apparve una bandiera, rossa gialla e rossa. Passai la linea di confine inseguendo una stella al tramonto, come gli avventurieri che rincorrono il sogno di Eldorado.

                                                            ***

    Sulla meseta l’aria tremolava sotto il sole e confondeva i contorni delle cose: campi di grano, sponde rosse d’argilla, calanchi di creta, colline brulle, letti sassosi di arroyos in secca; campi incolti fino all’orizzonte, chilometri e chilometri senza una casa; viottoli sterrati che incrociavano la strada, sparivano fra i dossi, riapparivano più in là, si perdevano lontano.

    All’imbrunire, con gli occhi pieni di sole e di infinito, Madrid mi accolse come in un abbraccio, con l’allegria di una festa che comincia, quando si è tutti giovani e il tramonto è l’ora della libertà. Come una donna desiderata da sempre, la riconobbi senza averla mai vista: era dentro di me da chissà quanto tempo, lei e il suo passo zingaro, il profumo di sigaro cubano, il sapore del brandy e dell’anice, le mattine limpide, i pomeriggi estenuati, e i fantasmi di Manolete e Belmonte che nelle notti di luna sorgono dalle fontane e vanno a danzare a mezz’aria fra i grattacieli.

                                                             ***

    Il matador si chiamava Andrés Vázquez. Dall’alto della gradinata lo vedevo piccolo come una farfalla che sventolava le ali sul muso del demonio. Gli comparve in mano una striscia luccicante, assurdamente esile. Per un attimo interminabile rimase fermo nella sua verticalità, poi si gettò sulle corna che il toro gli puntava addosso. La stoccata andò a segno, la spada affondò. In quel momento il toro alzò la testa.

    Vázquez volò per aria con una macchia rossa che si allargava sui pantaloni. Ricadde a terra, e i peones erano già lì e agitavano le cappe. Con il fiato mozzo e la testa che girava, lui li cacciò via e si avviò zoppicando verso la barrera. Il toro, con tutta la spada in corpo, lo seguì passo passo.

    Vázquez raggiunse la barrera. Ci si appoggiò ma non poté reggersi. Scivolò seduto sul gradino e parve ancora più piccolo. Un passo dopo l’altro, il toro si avvicinava come se prendesse la mira.

    Vázquez non si mosse. Non si mosse nessuno. Anch’io ero diventato una statua, congelato nel mio posto in gradinata.

    A pochi metri dal bersaglio, le ginocchia del toro cedettero e mezza tonnellata di morte franò a terra in un silenzio innaturale.

                                                             ***

    Chissà quante volte ne parlammo nei nostri vagabondaggi per le stradine di Salamanca. Miguel Angel aveva qualche anno meno di me, il fisico asciutto da hidalgo e una conversazione spumeggiante. Lui mi fece conoscere Salamanca e il suo fascino barocco. Lui mi presentò Fernando e Javier, suoi amici d’infanzia e compagni di baldorie dai quali venni a sapere del suo soprannome: lo chiamavano Glauco, non ho mai capito perché. Gli occhi di Miguel Angel erano scuri, ma a volte prendevano un’aria impenetrabile, forse celtica, forse araba, che mi metteva a disagio.

    Tornai in Spagna a ogni estate. Attraversai mille volte la Castiglia e i suoi pueblos che friggono al sole fra il giallo del grano e il rosso argilloso della meseta. Ma finivo sempre per metter capo a Salamanca. Ritrovavo Miguel Angel e gli altri amici, il piacere di bere birra e conversare fra amici e tirar mattina nelle discoteche.

    Qualche anno dopo, fosse un caso o un destino, la carriera mi portò a Madrid e le mie visite a Salamanca divennero assidue. Ci andavo per motivi di lavoro, ma mi ci trovavo meglio che a casa mia. Ogni amico era un ottimo motivo, e ne avevo parecchi. Da settembre ce ne fu uno in più.                                             

    La sera in cui Mayte comparve al nostro tavolo Miguel Angel e io improvvisammo una discussione insensata. Ho dimenticato l’argomento ma ricordo che ai tavoli vicini la gente sospendeva le chiacchiere per ascoltare noi, e sogghignava. Diventò un’abitudine: quando arrivava Mayte, Miguel Angel e io restavamo soli in scena. Ci scambiavamo pugni sopra e sotto la cintura, ma come pugili in allenamento. Eravamo in competizione per una donna che non ci dava confidenza e sembrava ridere di tutti e due. Poi, quando Mayte se ne andava, tornavamo amici. La caccia era di nuovo aperta e, se la serata non finiva in gloria, tornavamo nella Plaza Mayor a far conversazione sotto le stelle. Dai graffiti di Altamira allo stemma del Canton Uri, dal bue Api al mito di Europa, parlavamo di tori.

    Miguel Angel mi insegnò a vedere nella corrida un cerimoniale il cui significato affonda nelle catacombe della mente.

                                                              ***

    Sì, dopo vent’anni certe cose sembrano più chiare, ma a che serve? Tre uomini sono morti e io non so chi è il colpevole. Forse non lo saprò mai. E mentre lo dico mi sento ipocrita: quel che è successo ce lo siamo voluto, tutti noi.  

    Era un sabato pomeriggio di ottobre, e faceva freddo come a capodanno, quando andai con Miguel Angel, Fernando e Javier a visitare un allevamento di tori selvaggi. L’idea era stata di Fernando e io avevo pensato: magari Miguel Angel si esibirà con la cappa.

    Il vento fischiava tra i rami dei quercioli e il cielo era coperto. Il proprietario ci venne incontro con il bavero della giacca rialzato, ci offrì prosciutto, vino e formaggio, poi ci lasciò liberi di girare dappertutto. Non che ci fosse molto da vedere. Dopo una mezz’ora ci ritrovammo davanti a un corral dove pascolavano una ventina di tori inadatti al combattimento. Miguel Angel entrò e, in silenzio, ci fece segno di seguirlo. Con una certa apprensione lo raggiungemmo in mezzo al recinto. Lui prese a indicarmi i tori, uno per uno, illustrandone i difetti. Parlava sottovoce. Quando tacque mi guardai attorno e mi mancò il respiro: i tori si erano mossi e avevano chiuso il cerchio. Eravamo prigionieri.              

    Fernando mi sussurrò all’orecchio: “Non muoverti, Victor. E non fiatare.” Aveva una voce fessa e il volto tirato. Restammo lì con le mani chiuse a pugno, zitti e immobili finché i tori, nel loro girovagare, tornarono ad aprire un varco vicino all’entrata. In silenzio, un passo dopo l’altro, ci incamminammo.

    Fuori dal corral non c’era il sollievo: c’era una inebriante sensazione di potenza. Avevo dominato il panico, dominato me stesso.

                                                              ***

    La morte è una porta chiusa con un cartello che dice: state alla larga. Ma sulla meseta la porta è sempre aperta e nessuno resiste alla tentazione di affacciarsi. A quel tempo, credevo che la cosa riguardasse soltanto gli spagnoli.

    Miguel Angel sosteneva che i tori aiutano a comprendere la Spagna perché costringono a capire gli uomini. Aveva un gusto particolare per le “agudezas”. Mi pare di vederlo, seduto a un tavolino della cafeteria Las Torres, il giorno in cui mi raccontò che certe famiglie nobili detenevano privilegi bizzarri come sentir messa a cavallo o stare a capo coperto in presenza del re, e li esibivano perché la gente pensasse: com’è grande costui che non si leva il cappello davanti al re, e com’è grande il mio re che ha servitori così grandi!

    Un paradosso, commentai. Un circolo vizioso. Lui ebbe una delle sue occhiate inquietanti.

    “Victor, un paradosso è una cosa nobile; un circolo vizioso è una volgarità. Non fare torto agli spagnoli.”

                                                             ***

    Adesso lo so: Miguel Angel mi assomigliava più di quanto ero disposto ad ammettere. Tutti e due volevamo essere liberi con una intensità che non lasciava spazio ai sentimenti. Credevamo che la libertà ci avrebbe resi felici.

    Miguel Angel viveva in una garçonnière con vista sul Tormes e sul ponte romano. Aveva pochi rapporti con sua madre, che abitava in città ma usciva di casa solo per andare a messa. Suo padre, German Garcia, possedeva un latifondo tra Salamanca e Ledesma, e ingannava la noia aggiornando il catalogo delle amanti. Anche lui aveva allevato tori, ma li aveva venduti tutti quando un rivale, Eleuterio Diaz Herrero, aveva preso in gestione la plaza de toros della città. Don German era un uomo di carattere.

    Non ci sarebbe stato niente da ridire se Miguel Angel avesse seguito il suo esempio e si fosse limitato a fare il gentiluomo di campagna. Ma Miguel era sempre critico con tutti. Una volta mi disse che suo padre credeva di essere cinico e invece era solo rassegnato.

    Lui trascinava da anni la tesi di laurea in filosofia, ma la sua vera vocazione era un’altra. Aveva cominciato come tutti gli aficionados, toreando vitelli nei paesini dei dintorni. Alla prima occasione contava di affrontare un toro vero e, se avesse avuto successo, sarebbe vissuto di morte come un gladiatore o un becchino. A costo di veder squagliare al sole la cera delle sue ali posticce, cercava mostri da uccidere per sentirsi vivo.

    Chissà se esiste un nome per un complesso come quello di Miguel Angel. Mayte gli aveva diagnosticato la “sindrome del figlio di papà”, che si manifesterebbe più o meno in questo modo: quando uno sa che cadrebbe in piedi anche se lo scoprissero a letto con un uomo vivo o con una donna morta, ha bisogno di compiere imprese eccezionali per non perdere fiducia in se stesso. Come terapia, Mayte prescriveva esercizi spirituali a base di saggezza contadina, tortilla e lavoro manuale. Miguel sorrideva con aria di condiscendenza.

    Dove poteva condurlo questa mentalità, altro che a combattere con i tori? Se non fosse stato spagnolo, Miguel Angel avrebbe finito per andare mercenario in Africa.

                                                           *** 

    Qualche anno prima una rivoluzione mancata era esplosa in tutto il mondo e lo stava cambiando più con le delusioni che con le conquiste. Non ci furono vinti o vincitori: la guerra era fra due generazioni e alla lunga i padroni del vapore furono sconfitti dagli anni. Noi invece naufragammo nella nostra incapacità: fingemmo di ignorare che “fantasia al potere” era la rivendicazione di una libertà che nessuno ci avrebbe regalato e che noi non avremmo saputo costruire.

    Miguel Angel aveva guardato il sessantotto come certi antichi monaci orientali: dall’alto di una colonna. “Il mondo” diceva “si è svegliato e si è accorto di non essere libero. Ce ne ha messo del tempo, ma meglio tardi che mai”.

    I problemi, secondo lui, erano venuti dopo. Chi si era illuso di rigenerare la società non aveva capito che non c’erano più rivoluzioni da fare. Ormai la Storia aveva circumnavigato se stessa e la libertà aveva perso il sapore della conquista collettiva: era tornata a essere un faticoso impegno individuale.

    Le argomentazioni di Miguel Angel non si fermavano qui. Con sfumature diverse secondo gli umori del momento, proseguivano infilando un sofisma dietro l’altro. Fernando le considerava stravaganze, e lo diceva. Se c’era Mayte, anch’io la buttavo sul ridere. Ma il più delle volte preferivo ascoltare in silenzio: Miguel Angel metteva nelle sue acrobazie verbali un gusto barocco che mi dava l’angoscia. Perché il barocco è un capolinea, una porta aperta su un balcone con un esiguo parapetto, sospeso nel vuoto.

                                                            *** 

    Può anche darsi che tutto sia dipeso da una serie di combinazioni sfortunate. Senza quella scommessa saremmo rimasti in compagnia e forse non ci sarebbe stato l’omicidio. Quantomeno, tutti avremmo avuto un alibi. Eppure, quando ci ripenso, ho la sensazione che non avremmo potuto sottrarci e che ogni cosa era stata preordinata fin nei minimi particolari.  

    I sofismi di Miguel Angel ne provocarono altri. Una domenica pomeriggio, la penultima domenica d’inverno, ci trovammo tutti quanti sotto i portici della Plaza Mayor. La cafeteria Altamira, nel lato sottovento della piazza, era l’unica affollata. Anche se splendeva il sole, faceva freddo e tutti quanti portavamo il cappotto. Mancavano sette giorni al compleanno di Mayte. 

    All’ordine del giorno delle discussioni da caffè c’era una bega interna della facoltà di lettere: i cattedratici si erano divisi in due diverse correnti di critica letteraria e, per una perversa alchimia di politica locale, la disputa era arrivata a coinvolgere anche il vescovo, il governatore civile e chiunque avesse un minimo di prestigio in città. Mayte era assistente di filologia romanza, una cattedra legata ai Diaz Herrero per via di borse, donazioni e biblioteche. Ci aspettavamo che sostenesse la posizione del suo titolare, ma lei ci prese in contropiede e deviò il discorso in una direzione imprevista. Sostenne che il Seicento, il secolo d’oro della poesia iberica, era un fatto patologico come la perla per l’ostrica. Secondo lei, la controriforma aveva plagiato gli spagnoli, li aveva persuasi a prendere sul serio don Chisciotte e a sacrificare il realismo sull’altare del paradosso.

    Fernando si dichiarò d’accordo (ma sapevamo tutti che lo faceva per indispettire Lola Fuentes, con la quale aveva un rapporto fatto di continui alti e bassi). Javier provò a confutare e dovette soccombere per manifesta inferiorità. Vista la mala parata, io mi dichiarai straniero e agnostico. Invece Miguel Angel rimise i piedi a terra e cercò di impostare la questione in termini di buon senso.

    Non l’avesse mai fatto! Mayte lo sommerse sotto un diluvio di citazioni e lo ridusse al silenzio. Ma i silenzi di Miguel Angel erano acide sofferenze dalle quali usciva cercando la rivincita. E anche quella volta fu così.

    Miguel sfidò Mayte a sostenere la sua tesi su versi scelti a caso. Propose di sceglierli subito e le diede tempo fino alla mezzanotte del venerdì successivo: se Mayte non fosse riuscita a difendere la sua tesi, Miguel non le avrebbe comprato un regalo per il compleanno, non sarebbe venuto a cena con noi il sabato sera, non le avrebbe fatto nemmeno gli auguri.

    Mayte accettò.                    

    Richiamato dall’eco della sfida si fece avanti uno studente sventolando un’antologia. Uno sconosciuto, che poi risultò essere un praticante di medicina, si lasciò bendare per aprire il libro a caso. Tutto si svolse in allegria, ma senza trucchi. Il giovanotto bendato ricevette il libro, lo aprì con semplicità e lo depose sul tavolino. Posò la mano sulla pagina di sinistra, in alto, dove quattro versi spiccavano prima di una didascalia. Si tolse la benda e lesse:

 

                                    La porta,                                                       

                                    o meglio la  funesta bocca, aperta              

                                    sta e dal suo centro                              

                                    esce la notte che si porta dentro.

 

    Quella sera tornai a Madrid e ci rimasi per tutta la settimana. Il venerdì, o piuttosto il sabato, perché ormai era passata la mezzanotte, qualcuno mi telefonò per dirmi che Mayte si era tirata indietro. Saremmo andati a cena senza Miguel Angel.             

 

 

 

                                                             2

 

 

 

    Esco dall’autostrada a Sanchidrián. Imbocco una strada stretta, a schiena di mulo, dove l’asfalto quasi si scioglie. Il caldo è insopportabile. L’auto che ho affittato all’aeroporto ha il climatizzatore scassato.

    Il 20 marzo di vent’anni fa il sole stava nascosto dietro le nubi e i campi erano desolati come un mare al tramonto. Non sapevo cosa sperare, ma ero partito da Madrid con un mazzo di venticinque rose rosse. Arrivai a Salamanca prima dell’una e mi appostai in una strada attigua alla facoltà di Lettere: la seicento di Mayte era parcheggiata lì e dovevo essere solo con lei per leggerle sul viso le parole che avrebbe voluto sentirsi dire.

    Quando Mayte girò l’angolo e io le andai incontro con l’ingombrante mazzo di fiori in mano, Lola e Fernando sbucarono da chissà dove. Fernando agitò una mano a mo’ di saluto e fece per andarsene. Lola lo trattenne e venne verso di noi con le labbra arricciate da un sorriso indiscreto. L’avrei strozzata.

    Gli occhi di Mayte si rabbuiarono. Accettò i fiori senza l’ombra di un sorriso. Mi disse “Grazie” con il tono gelido con cui avrebbe detto: “Come ti permetti?”.

                                                            ***  

    Gli usi e i costumi di quegli anni erano così farisei che, a ripensarci, sembra passato un secolo. In teoria eravamo tutti anticonformisti, però rispettavamo le forme come gentiluomini e damine al ballo dell’ambasciata. Mayte portava i capelli neri a coda di cavallo e nessuno l’aveva mai vista indossare gonne o camicette a colori vivaci. Era alta e snella, ma nel suo portamento c’era qualcosa che imponeva rispetto. Quando passava nella Plaza Mayor non faceva voltare i salmantini: per il gusto di allora non era abbastanza tonda. Io invece cercavo tutte le occasioni per incontrare il suo sguardo: affondare nei suoi occhi era come andare incontro alla meseta con il vento dell’ovest sulla faccia. Ci sono giorni in cui il viso di Mayte è qui, nella mia mente, e mi blocca il respiro. È un’emozione che somiglia quasi alla paura. Ma che senso ha metterla per iscritto? Quante volte ho tentato di descrivere il colore di quegli occhi? Non ho mai trovato le parole. Forse non era neanche un colore: era profumo di oceano, gusto di infinito.

    Se cercavo di divertire Mayte con una battuta, non sapevo se avrebbe riso come una compagna di banco o se avrebbe preso l’aria severa di una professoressa. Era imprevedibile. Ma mi bastava vederla di lontano per provare l’euforia del primo stadio dell’ebbrezza, e in quella condizione era fin troppo facile fraintendere le sue risate o i suoi silenzi. Perché ci ripenso così spesso, con l’intensità di chi rimpiange una grande occasione perduta? In fin dei conti, se fosse stato amore, avremmo dovuto essere più disponibili tutti e due. Invece non facevamo che intimarci: “Se mi vuoi, devi prendermi così come sono”.

    Un innamorato avrebbe raccolto la sfida. Ma che fretta c’era? Avevo obbiettivi più immediati: affari, successo, avventura.       

                                                             ***

    Uno strano ritegno mi fa sollevare il piede dall’acceleratore. Ancora una volta mi domando cos’è stato a farmi sbagliare e se a sbagliare sono stato io. Ancora una volta mi do dell’idiota: ho scelto e ho deciso in funzione di ciò che allora era lo scopo della mia vita. Se il tempo ha appiattito la prospettiva, che senso ha chiamare errori le scelte di tanti anni fa?

    Alle undici ho rivisto il Tormes dal ponte di Encinas e i battiti del cuore hanno cambiato ritmo. Il sole scotta. Un filare di frassini si interrompe davanti a un distributore di benzina e a una trattoria. Forse venimmo a cenare proprio qui, la sera del compleanno di Mayte. Spingo la porta. Il gelo dell’aria condizionata mi blocca sulla soglia. Al banco, il barista versa birra e discute con due camionisti. Ecco: non l’avevo scordato, ma ero convinto di non riascoltare mai più l’accento di Salamanca, tutto appoggiato sull’ultima sillaba, e certi buffi intercalari che gli uomini si rivolgono l’un l’altro senza sorridere. Il tempo si è voltato e prosegue camminando a ritroso, con gli occhi rivolti al passato.

                                                             ***

    La sera del 20 marzo 1976 non pensavo al tempo come a un fiume dove non ci si può bagnare due volte nella stessa acqua; non sospettavo neppure che un giorno avrei potuto desiderare di tornare indietro. Volevo soltanto passare una serata in compagnia e stare vicino a Mayte. Forse le rose, il vino e una congiunzione astrale favorevole l’avrebbero spinta nelle mie braccia.

    Eravamo in più di una ventina a festeggiare l’arrivo della primavera: studenti fuori corso, assistenti universitari e personaggi come me, in cerca di una sorte che condanni al successo o al fallimento purché tenga alla larga la mediocrità. Andammo a cena fuori porta e tirammo l’una, poi tornammo in città e invademmo una discoteca. Saranno state le tre quando mi trovai di fronte Rocio, una gitana selvatica come una faina, abituata a questuare e a mostrare i denti. Mi guardò negli occhi con l’aria insolente di un creditore.

    “Dammi cento pesetas.”

    Per levarmela di torno le diedi tutti gli spiccioli che avevo in tasca. Lei prese le monetine senza contarle, sbarrò gli occhi come una sibilla e strologò:

    “Attento! Marte finirà con la primavera.”

    Mi voltò le spalle, impallidì nel va e vieni delle luci stroboscopiche e sparì come un fantasma.  

    Da quando eravamo scesi in discoteca Lola e Fernando si erano appartati chissà dove. Poi Fernando era ricomparso, solo, con la faccia di chi ha passato un’oretta sul sedile posteriore di un’auto ed è rimasto a bocca asciutta. Una faccia che diceva: per favore, non domandatemi niente!

    Noi avevamo sorriso. Lola lo stava prendendo all’amo con la tattica più antica del mondo. E Mayte faceva altrettanto con me: mi sfuggiva, proprio la sera in cui avrei potuto starle più vicino. Solo una volta, mentre tutti ci stavamo dimenando sulla pista, la vidi seduta a un tavolo vuoto con un bicchiere in mano. Incrociò il mio sguardo e distolse subito il suo. Lasciò il braccio sollevato a metà, come se avesse voluto brindare e ci avesse ripensato. In quel momento le luci si abbassarono, i ballerini diventarono un sipario ondeggiante e per un interminabile minuto Mayte rimase nascosta. Quando la musica finì e si riaccesero le luci, al tavolo non c’era più nessuno. Mayte se ne era andata.

    Una chitarra mandò un suono metallico e una voce rauca intonò un fandango. Era Paco, uno dei due gitani per i quali Rocio fungeva da pesce pilota. Insieme formavano un trio di gatti randagi inseparabili che vivevano passando da un bar all’altro, cantando flamenco, facendo girare il piattino. Qualcuno osservò che mancava il terzo, Rafael, e qualcun altro commentò: vai a capire l’anima di un gitano! Capace di stare acquattato sotto l’arco di un ponte a soffrire per una prostituta, per la moglie di un nemico, per qualunque cosa gli punga vaghezza di soffrire. Fra un’ora o fra un attimo alzerà il muso alla luna e ululerà.

    Le ragazze se ne andarono verso le quattro. Restammo in pochi a finire una bottiglia di brandy ascoltando Paco che improvvisava accordi stralunati. Il suo umore melanconico non ci andò a genio. Il piattino raccolse poche monete e i due gitani si rifugiarono in un angolo a smoccolare nella loro lingua incomprensibile.

    Ormai il sonno smorzava l’allegria. Contagiati dal sapore agrodolce del fandango, tutti crollarono alla seconda coppa di brandy. Uscimmo dalla discoteca a piccoli gruppi. La baldoria era finita e io pensavo a una spiaggia vuota sotto un cielo violaceo, mentre i bagnini ripongono sdraio e ombrelloni.

                                                             ***

    Anche a me, come a tutti, capita di avere dei presentimenti e, come tutti, li riconosco solo a cose fatte. Quella notte pensavo a Mayte, agli stati d’animo che avevano fatto sortire l’effetto contrario al mio mazzo di rose e avevano mandato in fumo le mie speranze. Bevevo, fumavo e mi facevo domande idiote. Cosa cercavo a Salamanca? A Madrid l’avventura sta dietro ogni finestra. A volte scende in strada e ti segue per un tratto. Ma io non mi voltavo. Appena possibile, correvo verso il tramonto fino a scorgere all’orizzonte la mole della cattedrale e la sua torre, che svetta come un faro sullo scoglio dove si infrangono le onde di pietra della meseta.

    Nel mare della Castiglia, Salamanca è un’isola sull’orizzonte, una scultura colossale che nasconde un messaggio indecifrato nei massi grigi del ponte romano, nei blocchi di pietra rosa della Plaza Mayor, nel selciato della viuzza che tutti conoscono come calleja e che anch’io, salmantino di adozione, frequentavo partecipando al rito dell’aperitivo. Appoggiato alla barra con un bicchiere di vino in mano, chiedevo di Javier, di Fernando e Miguel Angel. Ma aspettavo Mayte. 

                                                              ***

    Era successo due mesi prima, in pieno gennaio. Alle dodici e mezza nella Plaza Mayor il vento alzava mulinelli di polvere. L’ultimo impegno di lavoro si era concluso e non mi restava che tornare a Madrid. Ma quando si ha la prospettiva di un paio d’ore libere è difficile staccarsi da Salamanca.

    La calleja era desolatamente vuota. Il barman che mi servì un panino e una birra si interessò ai miei punti di vista sulla tauromachia in genere e su un torero in particolare. Discutemmo fino all’una. Poi i clienti arrivarono tutti assieme e dovetti scostarmi dalla barra. In quel momento entrò Mayte, sola, infagottata in un loden, con un sorriso negli occhi che diceva: sono felice di incontrarti.

    “Si soffoca qui dentro” sussurrò. “Usciamo.”

    Sulla porta, con il gelo dell’inverno sulla faccia, le proposi: andiamo a pranzo in un posto tranquillo, proviamo a stare insieme un paio d’ore. Lei scosse il capo.

    “Ti accompagno alla macchina.”

    I portici erano vuoti. Nella Rua Mayor non incontrammo anima viva. Scendemmo per la calle Pan y Carbón scivolando sull’acciottolato irregolare. Mayte parlava della pubblicazione che stava preparando. Affondava il viso nel bavero rialzato del cappotto, poi lo risollevava e i suoi occhi si illuminavano.

    “Vieni via con me.”

    Fu come se avesse parlato un altro, come se le mie parole fossero uscite dai muri ciechi della via. Mayte finse di non capire e mi guardò preoccupata.

    “Vieni via con me” ripetei.

    “Victor!”

    Aveva un falso tono di rimprovero e lo sguardo di chi vuol sapere tutto.

    “Vieni con me in Italia, o dovunque vorrai.”

    La sua espressione si addolcì.

    “C’è da fidarsi di te, marinaio?”

    La presi fra le braccia. Lei alzò gli occhi e mi posò le dita sulle labbra. Non sembrava seria quando mi chiese:

    “Hai una donna in ogni porto?”

    “Sicuro. E viaggio sempre verso occidente.”

    I suoi occhi si incupirono.

    “Lasciami andare.”

    “Mayte…”

    “Lasciami.”

    Scese giù per la stradina guardando a terra. La seguii come un cane bastonato. Sbucammo nella piazza dove la statua di Cristoforo Colombo sembrava rattrappita dal freddo. L’inverno era dappertutto: nelle aiole gelate, nel cielo limaccioso dove il sole era una macchia pallida senza contorni.

    “Ecco il marinaio.” Accennò alla statua. “A occidente si muore di nostalgia.”

    Mi accompagnò in silenzio fino all’auto.

    “Vattene via, avventuriero.”

    E poi i suoi occhi furono nei miei. Mi prese il viso fra le mani. Gliele baciai. Lei le ritrasse lentamente, come in una carezza.

    Si voltò due volte. La prima, per farmi rivedere il suo sorriso. La seconda, per controllare di avermi inchiodato lì.

                                                              3

 

 

 

    Ho ripreso la strada di Salamanca. Ho visto la città ingrandire a poco a poco, con il suo colore giallo-grigio-rosa e con la sua skyline monumentale. Me la sono impressa negli occhi prima di correre in albergo. In camera ho tirato le tende. Disteso sul letto rivivo le prime ore del 21 marzo ‘76 e sento riaffiorare il presagio di un disastro. Quando scenderò in strada ripercorrerò gli itinerari di quei giorni. Ecco la discoteca, le scale, la porta che si apre sulla via.

                                                           ***

    Saranno state le quattro e mezza, ma la notte non accennava a schiarire. Il cielo era coperto. Raggiungemmo l’auto e Fernando crollò sul sedile. Appoggiò la nuca allo schienale con un mugolio di soddisfazione, puntando in avanti la barba che gli allungava il profilo del mento. Misi in moto e non se ne accorse. Mi avviai a passo d’uomo per le strade vuote, pensando a Mayte, a Miguel Angel, alle porte aperte da cui esce la notte. Una carezza in gennaio, un eccesso di suscettibilità in marzo; in mezzo, due mesi di chiacchiere e di scontrosità. Di Mayte non sapevo cosa pensare.

    Fanali e buio, muri di pietra, strade lastricate. Perché avevo l’impressione di procedere lungo un percorso obbligato? Mi pareva di essermi smarrito nel giardino di una villa barocca fra viali inghiaiati, siepi di bosso e fontane. Sentivo un vuoto in fondo alla gola, la stessa sensazione di quando avverto una presenza alle spalle ma ho paura di voltarmi.

    Fernando sembrava addormentato. Raggiunsi la circonvallazione, attraversai il fiume sul ponte nuovo, raggiunsi l’altra riva del Tormes e svoltai verso il ponte romano. Accostai a destra, dove uno spiazzo si affacciava sul punto in cui il letto del fiume si restringe e la corrente diventa turbinosa. Dall’alto della sponda opposta Salamanca incombeva, punteggiata di fanali accesi, arroccata come una acropoli. Fernando aprì gli occhi e sbadigliò.

    “La via che va su verso il centro storico, quella là, la vedi?”

    Indicò una stradina che dal ponte romano si arrampica verso la cattedrale.

    “Si chiama Tentenecio, in memoria di un fatto curioso. Due secoli fa questo lato del Tormes era aperta campagna e le mandrie pascolavano in riva al fiume. In campo aperto, lo sai, i tori sembrano paciosi e tranquilli, ma ogni tanto fanno una stranezza. Un giorno un toro si sbranca e infila il ponte. Chi passa di lì se la dà a gambe e grida a tutti gli altri di mettersi in salvo. Il toro sente gli strilli e si infuria. La gente che scende per la strada si volta e torna su di corsa. Il toro li vede e carica; li rincorre su per la salita.

    “Padre Juan de Sahagun sta pregando nella cattedrale. Sente il baccano, esce in strada, gli gridano di tornare dentro, ma lui non ci pensa neanche e va incontro al toro. Immagina la scena: il sole a picco, la strada vuota, e un uomo vestito di nero che va incontro al nemico. Roba da far west.

    “Silenzio. Deserto. Poi un rumore di zoccoli sull’acciottolato e il demonio con le corna sbuca dall’angolo. Le donne alle finestre fanno il segno della croce. Juan de Sahagun alza la destra e grida: tente necio! e cioè: fermati bestia!”

    Lo guardai con aria scettica.

    “E si è fermato.”

    “Be’, capirai: dopo una salita così, anche un toro ha il fiatone.”

                                                              ***   

    Fernando mi aveva rovinato l’incontro con Mayte e insieme a Lola aveva ridotto il mio mazzo di rose a un argomento di pettegolezzi per tutto il pomeriggio. Adesso cercava di far lo spiritoso perché si sentiva in colpa.

    “Quale sarebbe la morale della favola?”

    “Che bisogna scegliere, decidere. E non pensarci più.”

    Sogghignò, stropicciando un occhio.

    “Fossi stato a gingillarmi come te, Lola sarebbe già sposata con un altro.”

    Lo guardai e mi venne da sorridere. Si dava arie da conquistatore e aveva il guinzaglio al collo.

    “Di chi ti preoccupi” tornò a insistere, “di Miguel Angel? I toreri uccidono e fottono, finché sono vivi. Non sanno fare solo l’una o l’altra cosa: hanno bisogno di tutte e due insieme. E questo alle donne non piace.”

    Non gli risposi. Riattraversai il Tormes sul ponte romano, dove l’auto scivolava sul lastricato umido. Aveva cominciato a piovere. Ormai sognavo lenzuola e cuscini, e sbagliai strada: invece di girare a sinistra per accompagnare Fernando a casa sua, presi per la calle Tentenecio. Lui non disse niente. Aveva la testa ciondoloni. Pensai che si fosse riaddormentato. Ma si riscosse quando sbucammo dalla salita, forse nel punto esatto dove Juan de Sahagun fermò il toro.

    “Che c’è laggiù?”

    La mole della cattedrale sfumava dal chiarore in cima alla torre fino alla penombra del sagrato. Pioveva, e intorno non c’erano che pietre lucide. Perfino l’aria aveva qualcosa di irreale. Ma il lungo drago nero disteso bocconi davanti all’entrata era anche troppo concreto: era il cadavere di don Agustin.

                                                              ***   

    Ecco la porta aperta, la bocca funesta dove nasce la notte. Mentre sto qui sul letto con gli scuri abbassati e la sigaretta che si consuma nel portacenere, rivedo la scena e rabbrividisco. Eppure sono sicuro: la mattina di quel primo giorno di primavera di vent’anni fa varcai la porta dell’avventura senza esitare. Scesi dall’auto e mi avvicinai al cadavere come al parapetto di un belvedere. Il sagrato sembrava il fondo di un pozzo dove una bestia mostruosa giaceva colpita a morte. Piantata nella schiena del prete c’era una banderilla e la nuca del cadavere spariva sotto una testa di toro fatta di cartapesta.

    “La fine del minotauro” commentò Fernando.

    La sua voce suonò sprezzante come se quella cosa grottesca se la fosse aspettata, come se ci trovasse una logica. Ma non la trovavo io. Fernando non si era accorto che avevo sbagliato strada (o aveva finto di non farci caso?) però aveva notato il cadavere, nero nella penombra. Strano. Cosa poteva avere a che fare con l’omicidio di un prete? Eravamo rimasti in compagnia per tutta la serata. Avevamo cenato, bevuto, ballato e chiacchierato.

    “Roba da matti!” sbottai. “Bisogna essere dementi per allestire una scena come questa, a rischio di farsi cogliere in flagrante.”

    Fernando ebbe un’occhiata scettica.

    “Chi vuoi che passi di qui a quest’ora?”

    “Siamo passati noi. E a questo punto dobbiamo chiamare la polizia. Altrimenti, se qualcuno ci vede, penserà che siamo stati noi a fargli la festa.”

    Solo allora parve rendersi conto di quel che ci aspettava: il resto della notte in una caserma. Deposizioni, verbali, seccature. Sbarrò gli occhi, poi annuì e corse verso la canonica. Io rimasi lì a guardarmi attorno.

    Il cadavere giaceva a faccia in giù, in un atteggiamento maestoso. Ricordo che pensai: dopo tutto, il minotauro era figlio di una regina. Ma la testa di toro appoggiata al collo del prete non aveva niente di regale: era un prodotto scadente e la tinta nera, sciolta dalla pioggia, sgocciolava sui capelli. La banderilla era conficcata nella schiena e rimaneva ritta: doveva aver trafitto il cuore. Ma non si può colpire in quel modo un uomo vivo e sveglio, e ucciderlo con un colpo solo. E infatti le scarpe del morto erano piene di graffi, soprattutto sui tacchi: il corpo era stato trascinato. L’omicidio non era avvenuto lì, sul sagrato.

    Fernando ricomparve insieme a un prete anziano, capelli bianchi e occhi fuori dalle orbite, che si sforzava di esibire un autocontrollo esagerato. Non fece un gesto, non aprì bocca. Si limitò ad annuire quando accennai alla polizia. Eppure doveva essere sconvolto: rimase immobile davanti alla salma, in silenzio, senza recitare una preghiera.

                                                              4

 

 

 

    Accendo un’altra sigaretta e penso che a quel punto il guaio era successo; ma avrei potuto evitare di farmi coinvolgere. Forse è per questo che sono tornato a Salamanca: a vent’anni di distanza non ho ancora capito se le mie scelte furono libere oppure obbligate e fin dove arriva la mia responsabilità in ciò che accadde.

    Ma cosa spero di trovare qui, oggi, proprio non lo so.

                                                              ***

    Pioveva a dirotto quando la camionetta entrò nella caserma della Policia Armada. Corsi verso l’ingresso per mettermi al riparo e quando fui sulla porta mi voltai a guardare per aria. Il cielo, invece di rischiararsi, incupiva. L’inverno non voleva saperne di cedere il passo alla  primavera.

    Un sergente ci condusse in una squallida sala d’aspetto e in tono militaresco ci ordinò di aspettare il nostro turno. Accesi una sigaretta e la lasciai cadere a terra poco dopo, quando mi appisolai sulla sedia. La prima volta che riaprii gli occhi il prete non c’era più. La seconda volta ero solo, non c’era nemmeno Fernando. Finalmente il piantone venne a scuotermi la spalla borbottando qualcosa che non afferrai. Mi introdusse in un ufficio che sapeva di muffa e di stantio, dove un tenente sulla quarantina, con i capelli in disordine e l’uniforme spiegazzata, esaminava un rapporto strizzando le palpebre. Aveva gli occhi di chi ha dormito poco e male, il volto spigoloso, le labbra aperte su denti sconnessi.

    “Passaporto!” abbaiò.

    Gli porsi la carta di identità e la patente.

    “Il passaporto è in albergo, al Monterrey.”

    Studiò a lungo le carte senza far commenti. Alzò la testa di scatto come se avesse colto con la coda dell’occhio un movimento sospetto. Parlò trattenendo nei denti una rabbia che non riuscivo a spiegarmi. Pretese il resoconto della serata, dalla cena al ritrovamento del cadavere. Riferii come avevamo fatto la scoperta, come avevamo deciso di avvisare preti e polizia. Parlai dei graffi sulle scarpe del morto. Era evidente, conclusi, che l’omicidio era avvenuto altrove.

    “Le conclusioni le tiriamo noi” tornò ad abbaiare. “Si limiti a esporre i fatti.”

    Volle sapere cosa facevo a Salamanca. Dissi che trattavo affari e investimenti.

    “Fate a mezzo con Jordi Colon?”

    “Sondiamo il mercato” mi schermii. “Esaminiamo proposte.”

    Mi guardai attorno. Azzardai:

    “Scusi, ma il verbale non lo facciamo?”

    “Silenzio!” ringhiò.

    Riprese a interrogarmi saltando di palo in frasca, tornando alla cena e alla discoteca, passando in rivista assenti e presenti, orari, vagabondaggi e defezioni. Quando mi restituì i documenti e chiamò il piantone erano le nove. Nell’ufficio le luci erano ancora accese e fuori dalle finestre il cielo era una cappa scura. Pioveva a catinelle. Di verbali neanche l’ombra. A proposito di don Agustin il tenente non aveva fatto domande. Non si era lasciato sfuggire osservazioni o commenti. Non aveva detto neanche il suo nome.

                                                              ***

    Il piantone mi scortò per una serie di corridoi fino a una porta anonima. Bussò e nessuno rispose. Restammo in piedi nel corridoio a fare anticamera. L’attesa durò tanto che mi accoccolai a terra e appoggiai la schiena al muro.

    Un animale gigantesco, un toro o un rinoceronte, uscì dal buio, si avvicinò dondolando, si fermò di fronte a me e, con il tocco rude di chi non sa bene come fare, mi urtò con un corno.

    Sobbalzai: la guardia mi aveva toccato il petto con il calcio del fucile.

    “In piedi! Si ripulisca!” ordinò con la voce piena di disgusto. “Abbia un po’ di dignità.”

    Aprì la porta di un ufficio quasi lussuoso dove un uomo in borghese seduto alla scrivania alzò la testa per lanciarmi un’occhiata. Aveva i capelli schiacciati sul cranio, lucidi di brillantina, e un paio di baffi cespugliosi. Davanti a lui c’era una tazza di caffelatte. Nel portacenere, un sigaro acceso esalava fumo e accidia. Con la lentezza meccanica di un robot, l’uomo muoveva le mani dalla tazza al portacenere, da un dossier all’altro. La scrivania era ingombra di dossier.

    L’uomo alzò il viso e mi squadrò con due occhi gelidi, da gufo o da civetta.

    “Si accomodi. Lei ha amici nell’ambiente universitario” esordì, come se mi rivolgesse un rimprovero. “È professore anche lei?”

    “I miei amici hanno proseguito la carriera accademica, io ho scelto un’altra strada” replicai. “Ma come fa a conoscere le mie compagnie? Non ricordo di aver mai bevuto l’aperitivo con lei.”

    Cadde un silenzio incomprensibile.

    “Sono Silverio Lopez Gil” disse, come se il suo nome spiegasse tutto. Aveva il tono di chi non ritiene di dover dare spiegazioni a chicchessia.

    “I funzionari del Gobierno Civil” scandì, “conoscono tutti e frequentano tutti. Ma non sono amici di nessuno.”

    Qualcosa nella sua voce mi riportò alla memoria certi pomeriggi d’estate, quando il cielo minaccia grandine e si sentono gracchiare i corvi.

    “Lei pretende che don Agustin sia stato ucciso. Cosa glielo fa pensare?”

    Parlava rivolto al calendario appeso al muro, tamburellando le dita su un dossier intestato al mio nome. Credo di averlo guardato con un’aria stranita.

    “Come sarebbe a dire? Non le hanno riferito in che stato era il cadavere? Cosa può essere se non un omicidio?”

    Aspirò una boccata di fumo e la soffiò verso il soffitto. Poi, con tutto comodo, si voltò per fissarmi, appoggiò le mani sulla scrivania e non le mosse più.

    “Per ora l’ipotesi più probabile è che don Agustin sia rimasto vittima di un infarto e che qualche incosciente ne abbia sfregiato il corpo.”

    Pensai che volesse fare dello spirito.

    “Mi faccia capire” ridacchiai. “Secondo lei c’è qualcuno che gira per Salamanca portandosi appresso banderillas e teste di toro nella speranza di trovare un cadavere bell’e pronto?”

    Tornò a sbarrare i suoi occhi da uccello del malaugurio.

    “Perché no?”

    Restammo a fissarci. La pioggia scrosciava contro la finestra e io stavo perdendo la trebisonda. Mi pareva di essere Orlando in una Roncisvalle invasa dalla nebbia: non riuscivo più a distinguere i mori dai paladini.

    “Senta, è tardi e ho sonno” concessi. “Ma quel che ho visto lo so. Le scarpe del prete sono piene di graffi. Qualcuno ha trascinato il corpo sul sagrato, gli ha conficcato la banderilla nella schiena e l’ha messo in maschera.”

    Lopez Gil contrasse la mascella. Corrugò la fronte come per trattenere uno scatto di collera, poi parlò con il tono saccente di un cattedratico.

    “Forse non glielo ha mai detto nessuno, señor Fabri, ma farsi i fatti propri è più di una regola del saper vivere: è un patto sociale.”

    Aspirò una boccata di fumo. Posò il sigaro senza scuotere la cenere.

    “Che ne sa lei di don Agustin?”

    “Proprio niente.”

    “Ma davvero! Eppure don Agustin era un uomo in vista, un predicatore con largo seguito…” si interruppe, aspirò ancora e soffiò il fumo verso il soffitto. “Non posso credere che non ne abbia mai sentito parlare.”

    Cercava di provocarmi, avrei dovuto capirlo. Ma lottavo contro il sonno. Ero troppo stanco per ragionare. Alzai le spalle.

    “Certo, so chi è. O meglio, chi era. Ma non siamo mai stati presentati. Qualcuno deve avermi detto che valeva la pena di ascoltare le sue prediche. Però non ci sono mai andato.”

    “E come mai?”

    “Cosa vuole che le dica? Mi dà fastidio il fumo delle candele.”

    Per un momento il volto di Lopez Gil parve quello di un giudice che soppesa se un’irriverenza può essere considerata vilipendio. Decise di no: scoppiò in una risata poco spontanea, scosse la cenere del sigaro e cambiò argomento.

    “Dunque lei è a Salamanca per fare affari. Con chi?”

    Ammisi che fra gli imprenditori con cui ero in trattative c’era anche Colon.

    “E Diaz Herrero?” si stupì. “È il più grosso possidente della zona. Non ha preso contatto con lui?”

    “Ci sono cose di Salamanca che non ho ancora capito. È più facile ottenere un appuntamento con un ministro che con don Eleuterio. E a quanto pare basta dire “buonasera” a Colon per risultare sgraditi a tutti quanti i Diaz Herrero.”

    Era la verità, e lo sapeva anche lui; ma non perse l’occasione per insistere.

    “Cosa vorrebbe farmi credere? Volete investire dei soldi qui, a Salamanca, e fate finta di ignorare i rapporti fra le persone più in vista della città?”

    Più tirava in lungo e più diventava irritante. Perché non capii che stava cercando un pretesto? Ero stanco. Risposi in tono seccato.

    “Nessuno ci obbliga a investire a Salamanca piuttosto che a Santander. Noi cerchiamo progetti validi. Le invidie e i pettegolezzi non ci interessano.”

    Con una mossa brusca Lopez Gil schiacciò il sigaro nel portacenere.

    “La smetta di fare il padreterno!” tuonò. “Non ci si comporta così con la polizia! Crede che non sappia che il suo visto turistico sta per scadere? I portieri d’albergo non sono come lei. Collaborano, loro.”

    Mi fissò attraverso le palpebre socchiuse e ridusse la voce a un sibilo.

    “L’ospitalità spagnola non arriva fino a permetterle di insegnarci cosa dobbiamo fare in casa nostra.” Mi puntò addosso un indice brunito dalla nicotina. “Torni a Madrid. Non si faccia più vedere a Salamanca senza il mio permesso.”

    Mi colpì dove ero più debole. Non potevo lasciare la città: avevo una trattativa in corso e dal suo successo dipendeva la mia carriera.

    “Non ho violato nessuna legge” contrattaccai. “Ho avuto la scalogna di imbattermi in un cadavere e ho avvertito le autorità. Se lasciassi Salamanca dovrei dare spiegazioni ad amici e conoscenti, per non parlare dei miei superiori. Che dovrei dire? Che sono stato esiliato dalla polizia, nella persona di don Silverio Lopez Gil?”

    Picchiò una manata sulla scrivania. La tazza si rovesciò e un fondo di caffelatte andò a decorare la copertina di un dossier. Con il volto congestionato Lopez Gil si alzò e marciò verso la finestra. Per qualche minuto stette a guardare il paesaggio.

                                                              ***   

    Ormai dovevo insistere, recitare la parte dello straniero arrogante, altrimenti quel maledetto sbirro avrebbe pensato che avevo qualcosa da nascondere. Sperai che la situazione non mi costringesse anche a mentire. In qualche modo stavo passando dalla parte del torto e tutta la faccenda si era aggrovigliata: bene e male si sovrapponevano, sfumavano uno nell’altro come la fame e il sonno.

    Quando Lopez Gil si voltò provai a fargli capire che anche gli insolenti sono esseri umani.

    “Sarebbe possibile avere un caffè e un croissant?”

    Inarcò le sopracciglia: non se l’era aspettato e la mia richiesta dovette suonargli come una rimostranza. Senza dire una parola uscì dall’ufficio. Rientrò dopo dieci minuti reggendo personalmente un vassoio con caffè, caffelatte e brioches. Tornò a sedersi dietro la scrivania e tuffò un cornetto nel caffelatte.

    “Cosa pensa di guadagnare con il suo atteggiamento?” domandò, senza guardarmi in viso. Lo guardai io, allargando le braccia.

    “Abbia pazienza: uno trova un cadavere, avvisa la polizia, e viene trattato come un visionario. Se fosse capitato a lei, come avrebbe reagito?”

    Ci pensò su. A un certo punto parve che avesse deciso cosa dire, ma tornò a rifletterci e non ne fece niente. Alla fine, quando parlò, scelse un tono paterno.

    “Sarebbe stato meglio se il cadavere l’avesse trovato lei, da solo.” Scrollò il capo. “Non so se mi spiego: Fernando Martinez è una persona rispettabile. Anche troppo. Appartiene a una famiglia in vista, con ambizioni politiche.”

    “Che c’entra la politica?”

    Prese un tono infastidito.

    “Madrid non vuole scandali. Legga i giornali. Se ha un’idea della situazione spagnola in questo momento, capirà che non ce li possiamo permettere.”

    “E per questo io dovrei andarmene da Salamanca?”

    Stava esaurendo la pazienza. Risfoderò lo sguardo da rapace e mi guardò a lungo, affondato nella poltrona.

    “In alternativa posso ospitarla in una delle nostre celle. Silenzio e meditazione. Le farebbe un gran bene.”

    “Come no? Il console italiano le darà una medaglia.”

    Impiegò qualche minuto a digerire la faccenda. L’idea di sbattermi in galera doveva apparirgli seducente. Poi raddrizzò la schiena e parlò in tono formale.

    “Posso metterla dentro in qualunque momento: non c’è un solo motivo per escludere che sia lei l’assassino.”

    Protestai, ovviamente. Alzai anche la voce.

    “Basta!” scattò lui. “Ho sopportato anche troppo la sua impertinenza. Crede di essere tanto furbo? Vada, vada pure nella calleja. Si infili in tutti i capannelli. Per l’ora di cena avrò il resoconto di ogni sua parola e di ogni suo gesto.”

    Non me lo feci dire due volte. Mi avviai. Quando fui sulla porta lui si sporse sulla scrivania e agitò l’indice:

    “Attento ai passi falsi!”

    Sbatté le palpebre e si afflosciò contro lo schienale. Aveva lo sguardo pieno di collera; ma anche di una sensazione contagiosa: ansia, forse paura.

    “Fuori di qui!” urlò, picchiando un altro pugno sul tavolo. Tazze e piattini sobbalzarono.

                                                             5

 

 

 

    Ho impiegato più tempo del previsto a rivivere la scoperta del cadavere di don Agustin e lo scontro con Lopez Gil. Essere di nuovo qui mi ha fatto ritrovare un mondo che avevo portato in soffitta e, nel rievocarlo, ci ho indugiato sopra.  

    Arrivando, avevo pensato: è tutto come allora. Eppure sono cambiate tante cose. Le cicogne fanno ancora il nido sui tetti, ma il ponte romano è chiuso al traffico e le automobili non ci passano più. Chissà se il ponte nuovo si chiama ancora così: ne hanno costruito un terzo più a valle. Una diga ha ridotto a metà la portata del Tormes e nel letto del fiume sono cresciuti gli alberi. Gran parte del centro è stata ripavimentata, Dio sa perché. Ho perso i miei punti di riferimento. Per ritrovare Salamanca, quella dei miei ricordi, devo alzare gli occhi alle guglie delle chiese e, nel farlo, ripenso al discorso con cui Lopez Gil, vent’anni fa, avrebbe voluto chiudere una storia che non è ancora finita.

    È passato mezzogiorno quando esco dall’albergo. Cammino sul lato in ombra delle vie. Il sole picchia sui muri come se volesse screpolare la pietra. Anche il sagrato della cattedrale è stato manomesso: l’hanno ribassato fin quasi al livello del piano stradale. E il comando di Polizia non è più nel centro storico. Hanno costruito un casermone sull’altra sponda del fiume e l’hanno spostato lì.

    “Buenos dias. Vent’anni fa ho conosciuto un funzionario: Silverio Lopez Gil. Può aiutarmi a rintracciarlo? Mi farebbe piacere rivederlo, se è possibile.”

    “Lei chi è? Documenti, prego.”

    “E perché diavolo…? Oh, vabbe’, come volete…”

                                                             ***

    Anche quel giorno le campane suonavano il mezzogiorno. Era domenica e piovigginava. Davanti alla cattedrale il cadavere era stato rimosso, la gente passava senza fermarsi. Passò anche Mayte sulla sua seicento e non mi vide o non mi riconobbe. Ricuperai la macchina, tornai in albergo, salii in camera e mi guardai allo specchio: avevo i capelli spettinati e la barba lunga.

    Non ci si comporta così con la polizia, pensai, mentre strofinavo il rasoio sulle guance. Tutto ciò che durante la notte mi era parso naturale alla luce del giorno sembrava pazzesco. A un certo punto, non ricordavo quale, avevo rinunciato a ragionare e mi ero limitato a reagire come un animale selvatico quando sente abbaiare i cani. Ma i ricordi cominciavano già a perdere di immediatezza. Avvenimenti e sensazioni non erano più vividi: li avevo stipati in un cassetto, alla rinfusa, e ad ogni sussulto della memoria dovevo riaprirlo per riordinare la sequenza dei fatti.

    Collegando le cause agli effetti, gli stati d’animo e i moventi irrazionali escono dalla prospettiva: a ogni riesame sbiadiscono sempre più sullo sfondo, il passato diventa storia e i fatti sembrano solo conseguenze di altri fatti. In questo modo il trascorrere del tempo fa dimenticare i condizionamenti, le paure, le incertezze.

    Ma quali incertezze? Nella primavera del ‘76 il futuro era un oceano pieno di isole inesplorate: mi ci addentravo come un pirata in cerca di battaglie e saccheggi.

                                                              *** 

    Verso l’una smise di piovere e nella cappa di nuvoloni si aprì uno squarcio di azzurro. In un bar della calleja incontrai Javier e per la prima volta fui colpito dal suo viso lungo, con le guance tese, gli occhi ammiccanti e il naso schiacciato. Aveva la fisionomia tipica del contadino basco e non ci avevo mai fatto caso. Improvvisamente mi resi conto che lo conoscevo come Javier Maldonado ma per quel che ne sapevo sua madre poteva chiamarsi Garaikoetxea. Magari aveva un cugino simpatizzante della ETA. Che ne sapevo? Per anni e anni frequenti qualcuno e credi di conoscerlo a fondo. Poi un giorno ti appare in un’altra luce e ti sembra un’altra persona, uno che non hai mai visto. L’unica cosa che potevo dire con certezza di Javier era che da un paio d’anni la Gaceta metteva le sue iniziali in fondo alle corrispondenze di cronaca salmantina e lui aveva preso a qualificarsi come giornalista.

    Nella via la folla scorreva come una fiumana. I gruppi che uscivano da un bar per entrare in un altro si scontravano come in battaglia, trascinavano prigionieri e abbandonavano ostaggi. Mentre Javier e io attraversavamo la corrente annaspando fra vortici e mulinelli, Fernando mi avvistò di lontano e gesticolò. Doveva parlarmi, gridò, e intanto rispondeva ai saluti a destra e a manca, e cercava di resistere a qualcuno che lo tirava per un braccio verso il bar da dove ero appena uscito. Sarebbe venuto al Monterrey prima dell’ora di cena, insistette, e io dissi sì, d’accordo, mentre la folla ci separava assegnandoci a gruppi diversi.

    Poco dopo le due la calleja si spopolò. Javier, che non mi aveva lasciato solo nemmeno per un attimo, infilò la porta del ristorante Candil, mi trascinò nella saletta, ordinò la specialità della casa e diede inizio all’interrogatorio.

    Qual era l’esatta posizione del cadavere? Il parroco aveva fatto commenti? Le indagini avevano preso un indirizzo?

    “Qui a Salamanca non ci sono stati omicidi da almeno quindici anni” sottolineò in tono dispiaciuto, come se fosse una deplorevole mancanza. “La polizia non ha esperienza di queste cose. Verrà qualcuno da Madrid.”

    “Non verrà nessuno” sussurrai scuotendo il capo. “Lopez Gil chiuderà il caso senza tanto clamore: lo farà passare per un incidente.”

    Javier sbarrò gli occhi e ammutolì. Bevve, il sorso gli andò di traverso, e tossì più del necessario. Gli dissi che mi nascondeva qualcosa. Giurò di essere candido come un agnellino: gli era tornata in mente una faccenda che non c’entrava con don Agustin, una cosa di tanti anni prima. Non gli credetti, lui cercò ancora di svicolare e io insistetti a lungo. Alla fine, con palese malavoglia, raccontò una storia senza capo né coda, e le occhiaie gli si riempirono di rughe, come se lo sforzo del ricordare gli gravasse tutto lì, sugli occhi.

    Quasi trent’anni prima c’era stata una rissa a coltellate. Cose che succedono fra gitani. Si erano trovate tracce di sangue e si era sparsa la voce che c’era scappato il morto. Ma non era mai saltato fuori un cadavere e una strana coincidenza aveva alimentato le chiacchiere salmantine per anni e anni: Eduardo Diaz Herrero aveva scelto proprio quella notte per andarsene in Messico e non era più tornato. Le male lingue dicevano che era sparito senza lasciare traccia.

    “Ma il figlio di don Eleuterio non è morto in un incidente stradale?”

    No, quello era Eugenio, il fratello minore, che per sette anni aveva gestito senza infamia e senza lode la plaza de toros. Poi era andato a sbattere contro un albero sulla carretera de Portugal. Stirpe scalognata i Diaz Herrero. Eduardo, il maggiore, seguiva le attività americane: rum, zucchero, una banca. Aveva sposato una miliardaria messicana, una Montoya di Puerto Vallarta. Non ci sarebbe stato niente di strano se avesse deciso di trasferirsi laggiù, ma come mai non era più tornato? Capitava spesso che qualcuno, tornando da un viaggio a Madrid, giurasse di aver visto e riconosciuto la moglie di Eduardo a passeggio davanti alle vetrine di Serrano o della Gran Via.

    “Che c’entrava un Diaz Herrero con una rissa di gitani?”

    Javier non lo sapeva. Queste vecchie storie, disse, le conosceva solo di terza mano. Stava per mettersi a far domande, ma si voltò verso l’ingresso e si bloccò.

    Una donna era apparsa sulla porta, inquadrata dagli stipiti come in una cornice. Non sapevo chi fosse, ma l’avevo incrociata cento volte per le strade del centro. Si faceva notare: aveva il portamento di chi pretende più di quanto gli spetti. Anche allora stava in posa sulla soglia e si guardava attorno come per giudicare se la scenografia e il pubblico fossero degni di lei.

    Javier le augurò buon appetito. Lei sussurrò “Gracias” e prese posto due tavoli più in là. Javier mi strizzò l’occhio.

    “Non la conosci? Si chiama Montserrat Ballesteros” gorgogliò sforzandosi di abbassare la voce. “Giuro che sul suo conto non so altro” rise. Poi, con il suo tono normale: “Adesso tocca a me. Avanti, confessa: cosa ti ha confidato l’illustrissimo don Silverio, la cui virtù Dio ci conservi per molti anni?”

    Finsi di non averlo sentito.

    “Dimmi qualcosa di don Agustin. Quanti anni aveva? Di dove veniva? Non so nemmeno come si chiamava di cognome.”

    Javier sbuffò e bevve un sorso di vino. Don Agustin di cognome faceva Perez Quintana e aveva ventotto anni; si era laureato a ventuno e aveva vinto trionfalmente tutti i concorsi. Da due anni era ordinario di filosofia teoretica, il cattedratico più giovane in tutte le università di Spagna. Aveva seguito e prestigio. Quando predicava nei paesi i parroci facevano installare altoparlanti sui sagrati. In città nemmeno la cattedrale bastava a contenere la folla. E tuttavia, Javier non ricordava da chi l’aveva sentito dire, correva voce che nelle alte sfere del vescovado e in qualche ambiente accademico circolassero opinioni discordi.

    “Discordi in che senso?”

    “Ah, questo proprio non lo so. Se vuoi saperne di più domanda ai tuoi amici professori” disse, evitando di guardarmi in viso. “Io faccio il reporter: raccolgo notizie, le pubblico e le dimentico.”

    Una risposta assolutamente incredibile: Javier non aveva mai saputo resistere alla tentazione di spettegolare, eppure questa volta misurava le parole.

    “E la polizia cosa ne pensava di un prete così speciale?”

    Montserrat Ballesteros alzò gli occhi dal piatto e li ficcò nei miei. Fu uno sguardo intenso, che mi prese alla sprovvista. Javier approfittò del mio imbarazzo e cercò di prendere l’iniziativa.

    “Che c’entra la polizia?”

    Nella sua voce colsi una nota falsa.

    “C’entra eccome. Gli assembramenti sono questioni di ordine pubblico. Lopez Gil deve avere un dossier sull’argomento.”

    Javier tornò ad abbassare gli occhi.

    “Se ce l’ha, a me non l’ha mai fatto leggere.”

    Qualcosa l’aveva messo in sospetto. Era sempre più reticente. All’improvviso, la sua onesta faccia contadina mi parve quella di un confidente della polizia, di un ruffiano, addirittura di un omicida. Che assurdità! Ero io che cascavo dal sonno e vedevo assassini dappertutto. Dallo scontro con Lopez Gil ero uscito permaloso come un istrice. Spinsi indietro la sedia: avevo fretta di andarmene.

    “Be’, non l’ha fatto leggere neanche a me. Siamo pari.” Mi alzai. “Scusami se non ti faccio compagnia per il caffè. Ho bisogno di una siesta.”

    Javier rimase a guardarmi senza espressione. Non aprì bocca. Non disse nemmeno adiós.

                                                             ***

    Cascavo dal sonno. Camminavo per le strade vuote, fra saracinesche abbassate, porte e portoni chiusi, tende tirate alle finestre e alle altane. Salamanca era addormentata.

    Miguel Angel sbucò da una cantonata, attraversò la strada e si infilò in un vicolo. Il silenzio era così imponente che non osai alzar la voce per chiamarlo. Affrettai il passo, ma quando arrivai all’angolo Miguel Angel era sparito. Mi guardai attorno: non c’era in giro nessuno.

    Le strade erano tutte uguali: lo stesso lastricato, gli stessi muri di pietra, lo stesso tracciato curvo che ne nascondeva l’inizio e la fine. Le avevano pensate così per far perdere l’orientamento. Lì, da qualche parte, finiva l’occidente. Pietrificata sull’orlo del tramonto, Salamanca era un’isola deserta in un oceano senza onde e gabbiani. Una terra di fremiti impercettibili soffocati dal torpore.

    Anche l’immagine di Montserrat era sfuocata. Mi aveva sorriso mentre uscivo dalla saletta del ristorante? In albergo accostai le tende e mi stesi sul letto. Sì, era un sorriso, un sorriso d’intesa. Ma ero già addormentato.

 

 

                                                             6

 

 

 

    Al comando di Polizia non sanno dirmi niente. Nessuno è in servizio qui da vent’anni. Però è strano che non abbiano mai sentito parlare di Lopez Gil.

    Torno in centro. È l’ora dell’aperitivo e inconsapevolmente coltivo la speranza di incontrare qualcuno che guardandomi negli occhi mi riconosca e si offra di guidarmi nella Salamanca contemporanea. Ma nella calleja non vedo facce note. È logico: in una città universitaria la maggior parte degli studenti viene da fuori, e quando si laurea torna a casa. Gli studenti che ho conosciuto vent’anni fa sono professionisti e uomini d’affari sparsi per tutta la Castiglia.

    Oggi come allora i bar rigurgitano di clienti pigiati contro il banco a reclamare vino e tapas. La commedia è la stessa, ma gli attori sono cambiati: è tutta gente che nel ‘76, quando Miguel Angel giocò la sua partita, camminava ancora a quattro zampe.

    Entro al Candil. In piedi alla barra, mangio piselli al prosciutto e bevo birra fresca. Il caffè mi porta un’ispirazione: salgo in macchina e me ne vado in giro per la campagna. Voglio ritrovare il prato dove vidi un toro inseguire una farfalla. Tanto, nessun ufficio, pubblico o privato, riaprirà prima delle quattro. È l’ora della siesta. Ma oggi non ho sonno arretrato da recuperare.

                                                              *** 

    Quella domenica, dopo una notte in bianco e il pranzo con Javier, dormii più di quattro ore. Quando scesi nella hall Lola e Fernando mi aspettavano con un’ombra di impazienza sul viso. Sgranando gli occhi e scuotendo i capelli ricci Lola fece un commento ironico sulla mia cravatta, rossa come le rose che avevo offerto a Mayte. Sapevo che, se avessi ricambiato le sue prese in giro si sarebbe offesa: era convinta di essere spiritosa, e qualche volta lo era davvero, ma di essere sportiva non se lo sognava nemmeno.

    Il bar dell’albergo era deserto, ma Fernando volle che ci sedessimo a un tavolino in fondo alla sala. Lola parlava a ruota libera. Fernando aveva il muso lungo e l’aria di chi non sa da che parte cominciare. Quando riuscì a prendere la parola imbastì un discorso pieno di circospezione che, in sostanza, si riduceva a questo: lui aveva parlato solo con il tenente, il parroco era stato a colloquio con Lopez Gil per pochi minuti. E la conclusione fu:

    “Come mai ti hanno trattenuto così a lungo?”

    Lola si era fatta seria e stringeva le labbra. Gli occhi di Fernando erano come insetti in primavera: si posavano dappertutto e si spostavano da un oggetto all’altro senza soffermarsi su uno in particolare.

    Quando riferii la teoria di Lopez Gil, secondo la quale don Agustin era morto di infarto mentre passeggiava sul sagrato in piena notte, Fernando mi lanciò uno sguardo pieno di rimprovero e mi accusò di prenderlo in giro. Avrei potuto offendermi: uno spagnolo può perdonare perfino un omicidio, ma non una menzogna. Lola fu più diplomatica: finse di credermi sputando parole e veleno.

    “Lopez Gil è uno sbirro, un intrigante, un fascista!”

    Fernando le mise una mano sul braccio. Lei si divincolò e disse qualcosa, un doppio senso che non afferrai. Fernando le fece gli occhiacci; lei insistette. Lui la accusò di massimalismo. Lei gli diede del deviazionista. Ma era evidente che la politica c’entrava poco: Lola voleva imporsi e ci riuscì. Fernando smise di ribattere e si limitò a tenere il muso. Lola si interruppe nel bel mezzo di una tirata contro il riformismo, accese una sigaretta e la discussione finì così, senza motivo, come era cominciata.

    “Voi lo conoscevate, don Agustin?” domandai.

    Fernando borbottò che il prete era un tipo brillante. Poi si corresse: era uno di quelli che non ti lasciano mai l’ultima parola.

    “Io non lo potevo soffrire” saltò su Lola.

    “Come mai?”

    Lola si era già pentita di aver parlato. Fernando aveva lo sguardo torvo.

    “Basta” disse Lola. “Basta. È brutto parlar male di un morto.”

    Girò la testa per non guardare Fernando che era sempre più accigliato. Si voltò, incrociò il mio sguardo e capì che non poteva cavarsela a buon mercato.

    “Cosa vuoi che ti dica? Era la sensazione che dava. Aveva qualcosa di fasullo, come se portasse una maschera” mise una mano sulla bocca e sbarrò gli occhi. “E in maschera l’avete trovato!”

    Stava recitando. Si era lasciata scappare che don Agustin era falso e bugiardo (e doveva avere i suoi motivi per pensarlo), ma non aveva intenzione di parlarne. In un altro momento avrei alzato le spalle e non ci avrei pensato più. Invece mi seccai: la reticenza cominciava a darmi sui nervi come una provocazione.

    “Ma insomma, questo prete, che Dio l’abbia in gloria, aveva pestato i piedi a qualcuno? Ci sarà pure una ragione se l’hanno fatto fuori! Aveva una doppia vita? Era un finocchio?”

    Lola non rispose. Fernando esibiva un’espressione che non gli avevo mai visto. Alzò gli occhi e si rivolse a qualcuno in piedi alle mie spalle.

    “Tu che ne dici: don Agustin aveva una doppia vita?”

    Mi voltai. Miguel Angel era lì. Aveva gli occhi vacui come aria di montagna e un sorriso tirato sulle labbra.

                                                            *** 

    “Uff! Ci dev’essere per forza un motivo per ogni cosa?” sbuffò Miguel Angel. “Dove sta scritto che la vittima di un omicidio deve per forza avere avuto una doppia vita? Che fosse omosessuale, poi, a me non risulta affatto. E a te?”

    L’aveva domandato a Lola, ma lei evitò il suo sguardo. Con il labbro inferiore stretto fra i denti si alzò e si avviò senza disturbarsi a salutare. Fernando la guardò sbalordito, accennò un gesto vago e la rincorse. Una vera e propria fuga.

    Miguel Angel li osservò con lo sguardo assente con cui avrebbe contemplato due cicogne spiccare il volo dal tetto della torre del Clavero. Sedette al posto di Fernando e parlò sottovoce, a testa china, senza che gli avessi chiesto niente. Fu come se mi avesse letto nel pensiero.

    “Agustin non è un bell’argomento di conversazione. Era un tipo invadente, a dir poco. Uno di quelli che non si abbassano a discutere le loro opinioni. Pontificano, emanano sentenze e nessuno si azzardi a controbattere. Parlandone da vivo, aveva rotto l’anima a mezza Salamanca.”

    Miguel ostentava indifferenza, ma il suo tono diventò amaro.

    “Girava la voce che… non facesse caso al voto di castità. Ne parlavano tutti. Un mese fa si diceva che avesse cambiato amante.”

    Gli occhi gli si velarono come vetri sporchi.

    “E chi erano queste amanti?”

    Ci pensò su. Poi alzò le spalle.

    “Tutte maldicenze. Cattiverie. Come la favola delle streghe che fornicano con il demonio. È l’invidia a mandare la gente sul rogo. Ogni tanto qualcuno non regge il peso delle proprie miserie e scopre che per scaricare la coscienza non c’è solo la confessione. Se uno è solo deve mortificarsi, ma se fa parte di un branco può aizzarlo a sacrificare una vittima.”

    Aveva scritto in faccia che gli sarebbe piaciuto confidarsi, ma c’era qualcosa che lo tratteneva.

    “Miguel” protestai, “non si ammazza una persona per delle dicerie. Ci deve essere un movente, qualcosa di concreto.”

    Mi diede un buffetto sull’avambraccio, un tipico gesto spagnolo. Significa qualcosa come “Ma va’?!”, con una sfumatura di amicizia, se non proprio di affetto.

    “Per amor del cielo, Victor, tu non agisci mai d’istinto? Cosa fai se un problema ti piove tra capo e collo e non ti lascia il tempo per ragionare? Quando il toro carica io uso l’intuito, mica la ragione. Per pensarci avrò tempo più tardi, se sarò ancora vivo.”

    Forse stava per arrivare al punto, ma fu interrotto. Mayte si era affacciata all’ingresso del bar, ci aveva scorti in fondo alla sala e veniva verso di noi. Portava i capelli sciolti e l’andatura glieli faceva ondeggiare sulle spalle. Aveva un’aria insieme irritata e soddisfatta. Non mi disse neanche ciao: cercava Miguel Angel e l’aveva trovato.

    “Hai dimenticato la cena di facoltà?” gli disse. “Siamo già in ritardo. Muoviamoci o passeremo per maleducati.”

    Miguel Angel non rispose subito. Senza alzare gli occhi, prese il piattino con le nocciole, lo vuotò nel portacenere, lo posò davanti a sé; poi gingillò fra le dita un bicchiere dove era rimasto del vino rosso e lo appoggiò sul piattino, cerimoniosamente, come se fosse un calice. Mayte lo osservava attenta, con il viso serio, e non mi degnava di uno sguardo.

    “Che fretta c’è?” disse Miguel Angel. “La cena è alle nove e nessuno si farà vedere prima delle dieci. Siediti. Non mi piace lasciare un discorso a metà. Parlavo di streghe. E dei motivi per cui succedono cose senza motivo.”

    Mayte scosse la testa.

    “Sono tutti là. Professori, assistenti e impiegati. Bevono aperitivi e sparlano di chi non c’è.”

    Lui alzò gli occhi e la fissò in silenzio. Lei ebbe un gesto di impazienza.

    “Fammi fare una figuraccia e giuro che me la paghi.”

    Gli fece cenno di alzarsi, si voltò e si incamminò, tranquillamente, senza affrettarsi, senza voltarsi. Non mi aveva rivolto una parola.

    Miguel Angel si alzò simulando una fatica immensa. Allargò le braccia.

    “A domani, Victor” gettò lì, cercando di sorridere.

    Se Dio vorrà, pensai. Chissà perché.

                                                              *** 

    Rimasi solo nel bar senza avventori, e mi tornò in mente che, due o tre anni prima, in un paese tropicale avevo visto scoppiare una tempesta in mezzo a una città. Il cielo si era rannuvolato all’improvviso. Il vento aveva sollevato la polvere delle strade. Una palma altissima con le fronde scompigliate aveva piegato il tronco ad angolo retto senza spaccarsi. In pochi secondi tutto era diventato irreale come nei sogni dell’adolescenza, quando sentivo che al risveglio non sarei stato più quello di prima.

    Cos’era successo questa volta? Un’altra tempesta, un altro sogno premonitore. Mayte mi aveva sbattuto in faccia che sarebbe uscita con Miguel Angel e non con me. Eppure non capivo. Mi sembrava una cattiveria gratuita. Forse Salamanca era un luogo stregato dove succedevano cose senza motivo. Ci pensai su, senza molto costrutto. Finii per concludere che, in realtà, dare la colpa al caso o al destino è un modo come un altro per non ammettere le proprie responsabilità. Da quando sono stati scacciati dal paradiso terrestre gli uomini vanno verso occidente: inseguono l’avventura e non si fermano neanche davanti all’omicidio se credono che serva per abbattere gli ostacoli fra loro e l’orizzonte.

    Andai a prendere posto su uno sgabello vicino alla barra.

    “Un whisky per tirar su il morale.”

    Dalla hall giunse il suono di una voce irritata, seguito da un tramestio. Poi un paio di strilli.

    “Cos’è stato?”

    “Una gitana” disse il barman in tono contrito. “Ogni tanto riescono a intrufolarsi e infastidiscono i clienti.”

    Arredò il banco con due tovaglioli, una ciotola di nocciole, un secchiello di ghiaccio e il whisky.

 

 

 

                                                            7

 

 

 

    Davanti alla Facoltà di Sociologia mi viene in mente che un whisky mi farebbe bene. Poi ci ripenso. No, meglio di no.

    Chiedo informazioni a un bidello giovane dall’uniforme nuova fiammante. Sì, esiste un istituto di statistica. Sì, l’istituto ha una segreteria. Vada fino in fondo al corridoio, poi un piano di scale, la porta a destra.

    Ho la fronte sudata e il respiro pesante quando busso, due volte. Nessuno risponde e io spingo l’uscio.

    “Scusi, c’è qualcuno che può darmi notizie dei professori di vent’anni fa?”

    L’impiegato sbatte le ciglia. Ha una trentina d’anni e l’espressione ottusa di un pugile suonato. Invece è prontissimo.

    “Milagros” grida, “ci parla lei con este hombre?”

    Una donna anziana si affaccia dalla stanza adiacente. Il suo viso preoccupato si distende quando capisce che sono straniero.

    “Cerco Fernando Martinez. Sono un vecchio amico italiano.”

    “Martinez? Uh, non l’abbiamo più visto da tanto tempo. Vinse un concorso per una libera docenza, a Barcellona o da quelle parti. Non s’è più fatto vivo.”

    “Ma non è rimasto in contatto con la facoltà? Non può mica aver rotto i ponti con tutta Salamanca!”

    “È strano, vero? Sembrò strano anche a tutti noi, ma che vuol farci? A volte le cose vanno così.”

    Quando esco dal portone il caldo mi taglia le gambe come un sacco di grano gettato sulle spalle. La strada è un’aia bianca da attraversare sotto il sole.

    Il bar all’angolo è fresco e pulito. Gli sgabelli accostati alla barra mi ricordano quelli del Monterrey.

                                                             *** 

    “Beve spesso da solo?”

    Montserrat Ballesteros era provocante in ogni cosa: aveva la voce profonda, con una vaga inflessione catalana. Arrossii come un ragazzino. Lei si arrampicò sullo sgabello e rassettò la gonna. Sollevai il bicchiere.

    “Bevo per non sentirmi indifeso.”

    “Indifeso da cosa?” domandò aggrottando le sopracciglia, piena di sussiego.

    “Lo sa benissimo. Non infierisca.”

    Sorrise, sicura di sé. Il barman le servì uno jerez e si ritirò all’altro capo del banco fingendo di trafficare con un registro.

    “Aspetta qualcuno?”

    “Perché?”

    “Oggi era sola al ristorante.”

    “Sono sola anche stasera” disse. E poi, con vivacità: “Che c’è di male? Vengo spesso a cenare qui. È uno dei pochi posti dove si può stare soli con i propri pensieri senza sentirsi osservati.”

    La sua voce aveva preso un tono altezzoso, come se mi avesse scoperto a spiarla dal buco di una serratura.

    “Chiedo scusa. Non avevo intenzione di infastidirla.”

    “Cosa ha capito? Non parlavo di lei.”

    Tornò a fissarmi con lo sguardo intenso che mi aveva mozzato il respiro al ristorante. Questa volta reagii.

    “Be’, non potrò fare a meno di osservarla. Perché non cena al mio tavolo? A volte star soli somiglia anche troppo a essere soli.”

    Gettò un’occhiata al barman che seguitava a fingere indifferenza. Tacque. Poi, con gli occhi fissi nel bicchiere rispose sottovoce:

    “Perché no?”

                                                            ***

    Cenammo senza riuscire ad avviare una conversazione. A tavola, Montserrat tenne gli occhi bassi e parlò a monosillabi, con distacco. Salimmo in camera come due colpevoli, senza scambiare una parola. Quando chiusi la porta alle mie spalle lei mi lanciò uno sguardo pieno di rimprovero, come per accusarmi di un peccato o di un oltraggio. Non l’avevo ancora sfiorata. Guardavo i suoi occhi spalancati che fissavano il vuoto e mi sembrava di galleggiare lungo un fiume oscuro sopra il quale alberi altissimi intrecciavano i rami e lasciavano piovere grandi fiori profumati.

    Rimasi immobile a fissarla, bloccato dal timore di vederla svanire per una mossa o per una parola sbagliata. Lei sollevò le mani in un gesto che mi parve di difesa. Invece sfiorò il mio viso con le dita, più leggera di una carezza. Il suo sguardo diceva: attento!

    Gli alberi lungo il fiume diventarono colonne rose dal muschio, rovine barocche disseminate lungo una prospettiva senza fine, dentro a un affresco incorniciato di stucchi. Tutto era falso e insensato, come quando sogno e so di stare dentro a un’illusione, ma la strada per tornare alla realtà non è mai quella che imbocco, e più cerco di uscirne più mi perdo nei viali interminabili di un giardino rococò, fra padiglioni e statue, siepi di bosso e portici e fontane.

    Più tardi, molto più tardi nella notte, un’altra analogia mi attraversò la mente. Ogni tanto provo a ricostruirla e non ci riesco mai. Aveva a che fare con gli istinti e i riti, con il peccato e l’espiazione. Ma era un arabesco troppo complicato. Non riuscii a imprimerlo nella memoria: esplose e svanì come un fuoco d’artificio.

    Montserrat se ne andò prima dell’alba. Quando fu sulla porta farfugliai che non andasse via, che la desideravo ancora. Sorrise in uno strano modo, come per dire: lo so. Niente baci, niente carezze, nemmeno una parola. Lei uscì in silenzio, io ripiombai nel sonno.

 

 

                                                             8

 

 

 

    Porto al banco la guida dei telefoni e la consulto sorseggiando un whisky. Jordi Colon non abita più a Salamanca. Chiamo il servizio informazioni e domando se è possibile rintracciare un abbonato a partire dal suo numero di vent’anni fa. Un uomo con la voce stanca mi ingiunge di non fare lo spiritoso: nessuna legge impone di conservare registrazioni per un periodo superiore a dieci anni e, comunque, non c’è modo di rintracciare un abbonato se cambia distretto.

    “Questa è la Telefonica” conclude, “non l’ufficio persone scomparse.”

    Chiedo al barista se ha mai sentito parlare di Jordi Colon. Scuote la testa e non si disturba a rispondere.

                                                              ***

    Negli uffici della Colon S.A. l’assistente del presidente aprì la riunione porgendomi una tazza di caffè e formulando l’augurio che le trattative giungessero quanto prima a un esito soddisfacente. Dopodiché approfittò di ogni appiglio per sollevare difficoltà. Protestai, e lui, con bella disinvoltura, mi accusò di scarsa collaborazione. In capo a tre ore di schermaglie senza capo né coda non mi rimase che parlarne al principale. Lasciai la sala e salii all’ultimo piano. La segretaria tentò di fare la sostenuta, ma quando le feci capire che non era giornata infilò la porta dell’ufficio presidenziale, ci rimase per venti secondi, poi tornò alla macchina da scrivere senza parlare e senza guardarmi in viso. Poco dopo, con il più amichevole dei sorrisi, Colon in persona apparve sulla soglia e venne a stringermi la mano. 

    “Che c’è Victor, hai le palle girate?”

    Colon sarebbe stato capace di dare del tu anche al duca d’Alba. Con amici e sconosciuti parlava il gergo che si ascolta nei bar e nei posti al sole delle plazas de toros: un vezzo che agli hidalgos di Salamanca riusciva insopportabile. E poi, accidenti, Colon era catalano: praticamente uno straniero! Un uomo corpulento, con i capelli ricci e gli occhi chiari, che viaggiava in auto senza chauffeur e non aveva in guardaroba camicie bianche e abiti scuri, nemmeno per i funerali!

    “Jordi, cosa sta succedendo? Se i tuoi tirapiedi hanno ordine di sabotare, be’, ci stanno riuscendo molto bene.”

    “Dai, ciccio” mi prese sottobraccio, “non te la prendere. Fa’ uno stacco e vieni con me: andiamo a vedere una mietitrebbia. Pare che sia una bomba. Potrebbe essere un affare comprarne un paio prima dell’estate.” Sorrise con aria furba. “La vita è dura e a questo mondo non c’è giustizia. Ma l’aria di campagna fa miracoli. Tu pensa a farti passare l’incazzatura. Poi metto io le cose a posto.”

    Colon guidava la Dodge nera e raccontava barzellette, una più sporca dell’altra. Io non gli davo corda. Ero convinto che il suo assistente agisse dietro ordini precisi e avrei pagato di tasca mia per dare un’occhiata nella testa del signor presidente. Fino al giorno prima ero un partner inadeguato perché non tenevo il passo, oggi perché correvo troppo.

    Fuori dal finestrino la campagna era brulla lungo la strada stretta, a schiena di mulo. Il vento aveva rotto la cappa grigia e, dove non c’erano nubi, il cielo sprofondava nell’infinito. In Italia i prati sono sempre verdi e tutto è a misura d’uomo, persino le nuvole hanno un’aria amica. Invece la meseta è immensa, sproporzionata, tragica. È una monotona vastità rossa di argilla, sassosa come il letto di un fiume, punteggiata di piante selvatiche e cespugli di arbusti. Il cielo è così alto che non dà l’illusione di essere un tetto e guardare in su è come stare tra le quattro mura di una casa diroccata, alzare gli occhi e pensare: oh Dio!

    Che ci faceva in un posto simile un tipo esuberante come Colon? Salamanca era fatta per gente austera, gente che avrebbe voluto cammuffare un omicidio da incidente, non per un interesse specifico ma semplicemente perché non tollerava l’idea della trasgressione. Gente che si creava complicazioni pazzesche se la vita li obbligava a fermarsi, indietreggiare, lasciare la strada maestra e avventurarsi per sentieri contorti.

    “Jordi” azzardai, “sono dieci anni che lavori qui e sei diventato una potenza. Eppure i salmantini ti tengono ancora a distanza. Come fai a destreggiarti?”

    Rallentò e mi guardò in tralice.

    “Che idee ti vengono in mente! A Salamanca ci sono centoventimila abitanti e una trentina di imbecilli. Conosco posti peggiori. A Milano come siete messi?”

    “Peggio” ammisi, “molto peggio. Ma non è una questione di statistica. Le stesse banche che ti prestano miliardi a Madrid qui non ti danno nemmeno una peseta. Ammetterai che non è normale.”

    Alzò le spalle.

    “Peggio per loro. Se i bancari di provincia sono fessi, io vado a prendere la grana da quelli di città. Tu cosa faresti al mio posto?”

    “Jordi, non è tutto qui, e lo sai benissimo. A Salamanca c’è qualcuno che ammazza i preti, li maschera da toro e li espone sul sagrato della cattedrale. Al tuo posto io non mi sentirei tranquillo.”

    Si voltò a guardarmi.

    “Victor, stai dando i numeri? Che c’entro io con un prete morto? Io tratto cereali. I preti vendono un’altra merce.”

    In fin dei conti, aveva ragione lui: Salamanca era abbastanza grande da contenere decine di storie scollegate. Non risposi. Lui emise un grugnito.

    “E poi, sai com’è in affari: oggi ci fai a cazzotti, domani ci vai a letto. Chi fa girare la grana è sempre simpatico e io ho più amici di quel che credi. German Garcia, per esempio, è un amico. Scommetti che scrocchiamo il pranzo?”

                                                              ***

    Conoscevo già la tenuta dei Garcia. Anni prima, per tutta una estate, Miguel Angel e io avevamo preso un’abitudine: ogni sera andavamo a caccia nei bar e nelle discoteche, ma ci stancavamo presto. Quell’anno le matricole carine erano poche e scorbutiche. Così, prima dell’alba correvamo in macchina fino alla tenuta. Miguel sellava due cavalli e andavamo a veder sorgere il sole in riva al Tormes. Rientravamo in villa a giorno fatto. Don German ci aspettava al tavolo della colazione.

    Jordi rimase di sasso vedendo il padrone di casa, un gentiluomo sulla sessantina alto e magro come un cipresso, che mi salutava con un abbraccio come si usa in Spagna con gli amici di lunga data. Don German ordinò al domestico di aggiungere due posti a tavola, poi fece capire che, mentre Colon esaminava la mietitrebbia, avrebbe gradito parlare con me in privato. Jordi borbottò qualcosa di poco raffinato e se ne andò. Don German sorrise senza allegria e mi fece strada nel suo studio, una stanza immersa nella penombra dove i mobili sembravano scolpiti nel marmo nero come monumenti funebri.

    “Sono contento di vederti, Victor. Miguel Angel è sempre in città o nella tenuta di Santiago Martin El Viti. Per diventare matador serve un padrino, e lui vuole ricevere spada e muleta dal più prestigioso.”

    Tacque, guardando a terra. Aveva un rospo in gola e, più che a far conversazione, pensava al modo di sputarlo.

    “Un figlio che combatte con i tori” brontolò “fa rischiare l’infarto tutte le domeniche.”

    Sbarrò gli occhi in uno sguardo addolorato che mi riempì di imbarazzo. Poi, senza un motivo apparente, domandò:

    “Tu conoscevi Agustin? L’hai sentito predicare?”

    Scossi il capo in silenzio.

    “Ah, le prediche di Agustin! Di qualcuna ho la registrazione. Non di tutte, purtroppo. I suoi allievi le registravano di nascosto. Lui non avrebbe voluto. Forse pensava di rielaborarle per farne un libro.”

    Seguitò a tessere l’elogio del morto usando tutti i luoghi comuni di circostanza, e sembrava che non volesse finirla più. Invece di colpo si interruppe, aprì un cassetto, prelevò un nastro, lo inserì nel registratore e lo mise in funzione. Ne aveva voglia lui, quindi doveva far piacere anche a me. Dovendo fare di necessità virtù, mi costrinsi a pensare che dopo aver raccolto malignità e reticenze tanto valeva ascoltare anche la viva voce di don Agustin.

                                                              ***

    La registrazione non era gran che, piena di fruscii e con un rumore di fondo troppo alto. Le prime parole risultarono incomprensibili, ma quando il predicatore catturò l’attenzione del pubblico la sua voce prese il sopravvento.  

    Era una voce sgradevole. Aveva un timbro stridulo, aggravato dal fatto che l’oratore sembrava parlare senza prender fiato: declamava lunghe tirate iniziando in tono normale, poi saliva di volume e intensità fino a interrompersi in modo drammatico su qualche frase altisonante. E non diceva niente di originale. L’argomento, lo stile, persino le parole mi suonavano conosciuti: era un testo che dovevo aver già letto da qualche parte.

    Guardate in alto, al di sopra dell’atmosfera, oltre i limiti dell’universo; guardate con l’occhio dell’intelletto al di là di tutte le cose che sono e che non sono, al di sopra di ciò che può essere compreso dalla ragione ed espresso dalle parole. Guardate fin dentro a ciò che supera ogni comprensione e significato.

    Ma che noioso! Che bisogno aveva di ribadire tante volte le stesse cose?

    Perché lo sguardo, l’intima forza della mente, se una, una sola volta, avrà scrutato il volto della verità, non ne verrà mai più allontanato, non potrà più sbagliare, nessuna nebbia lo offuscherà, in eterno.

    L’intuizione va oltre la ragione. Voleva dire questo? Anche Miguel Angel, anche Fernando, avevano sostenuto qualcosa del genere: meglio agire d’impulso che stare a pensarci su.

    Lo sguardo della mente supera la forza della ragione e per questo sta scritto: se non avrete intuíto non potrete capire. Solo ciò che si conquista con l’intelletto può essere esplorato con la ragione. L’intuizione è la luce che rischiara le tenebre della ragione e per questo sta scritto: oscuro è il loro stolto sentire e, più si dicono saggi, più diventano folli.

    Non riuscivo a ricordare il titolo e l’autore, ma non avevo dubbi: don Agustin aveva tradotto un sermone di un mistico medioevale e lo spacciava per suo. Incredibile! Quanti colleghi, quanti studenti avevano riconosciuto il plagio? Eppure, quell’insopportabile chiacchierone era riuscito a stare al di sopra delle critiche. Forse era quello il motivo per cui Lola ne parlava come di uno che non mostra il suo vero volto. Era per quello che “non lo poteva soffrire”?

    La registrazione terminò. Don German alzò la testa commosso. Cacciò in gola il magone e mi guardò a lungo in silenzio. L’imbarazzo diventò tristezza.

    Con il viso aggrondato come se si sforzasse di dominare una emozione simile alla collera, don German guardò il nastro riavvolgersi e parlò sottovoce. Stranamente, quel che disse fu tutto il contrario della tesi di don Agustin.

    “Chi insegna i buoni propositi crede che la vita abbia un senso e uno scopo, che l’universo sia governato da una legge giusta che ha di mira la bontà. Ma non è vero. Gli animali si divorano tra loro. Gli uomini fanno altrettanto. Dove era scritto che Agustin dovesse morire con una lancia nella schiena? Era ancora giovane. Era un cattedratico famoso. Se fosse vissuto avrebbe scritto libri, avrebbe lasciato un messaggio all’umanità. Con lui, la vita non è stata buona o giusta. Non è stata nemmeno indifferente.”

    Era come se nella stanza fosse entrato un interlocutore invisibile che in ogni momento avrebbe potuto prender la parola. Ma Don German non voleva che parlasse, non prima di avergli detto tutto, e la sua voce diventava affannosa.

    “Qualcuno ci ha imposto una legge malvagia e ci costringe a correre lungo un percorso obbligato, a consumare la vita inseguendo farfalle che non acchiapperemo mai. La natura gonfia le vene per attirarci in un luogo di desolazione, nel cimitero delle speranze.” Ebbe un moto di ribrezzo. “L’unico scopo della vita è condurre a desiderare la morte.”

    Suonò come una bestemmia.

                                                              ***

    “Molto bella questa omelia” dissi, cercando di apparire ingenuo. “Quando è stata registrata?”

    “L’anno scorso, il giorno di San Giovanni. Io non ero presente. Venni a sapere della registrazione quasi per caso…” Tacque come se pensasse ad altro. Poi mormorò: “È stato Miguel Angel a procurarmela.”

    Incrociai il suo sguardo e gli tenni gli occhi addosso.

    “Mi è parso di cogliere l’eco di un antico testo.”

    Il volto di don German si contrasse in una smorfia.

    “Può darsi” articolò. “Agustin prendeva ispirazione dagli autori classici.”

    Si alzò e uscì dalla stanza borbottando che Jordi ci avrebbe lasciato morir di fame se nessuno l’avesse strappato dalla contemplazione della mietitrebbia.

    A tavola si parlò di macchine agricole, fertilizzanti e antiparassitari, ma la conversazione prese un ritmo pesante. A tratti c’erano lunghi silenzi imbarazzati. L’umore di don German era diventato scorbutico. Toccava sempre a Colon riavviare il discorso. Come Dio volle, il pranzo finì.

    Il congedo fu freddino: don German ci accompagnò fin sulla soglia, ci strinse le mani e rientrò in casa. Colon mise in moto. Solo quando varcammo il cancello e svoltammo sulla strada asfaltata, Jordi si voltò per guardarmi in faccia e sbraitò:

    “Si può sapere che cazzo gli hai detto, al vecchio?”

                                                              ***

    Forse Jordi sapeva cosa potevano avere in comune un libertino come don German e un prete, filosofo senza idee; ma non trovai le parole per domandarglielo e lui non parlò più. Ritrovò la favella solo alle porte della città.

    Disse che aveva bisogno di qualche giorno per consultarsi con i suoi collaboratori. Mi accompagnò fino alla mia auto e rimase lì a guardarmi mentre mi allontanavo. Mi salutò con un cenno della mano. Ma era scuro in volto.

                                                              9

 

 

 

    Perché sono tornato a Salamanca? Ho paura di cercare una risposta. Le cicogne fanno ancora il nido fra i pinnacoli della Clerecia e nella stagione degli amori lanciano muggiti come tori feriti a morte. Giro per il centro e riconosco ogni cosa, le torri, le chiese, le pietre squadrate. I monumenti sono sempre quelli, ma l’amministrazione comunale ha pensato bene di ripulirne alcuni: spogliati della patina del tempo, sembrano uomini anziani al bagno, vergognosi della loro nudità.

    Perché sono tornato? Qui, dove non conosco più nessuno, vado a caccia di sensazioni incagliate nella memoria, ricordi, presentimenti disattesi. Ma cosa sono i presagi se non la vendetta di un comandamento trasgredito? Il rimorso si trasforma in un miscuglio di paura e attrazione dell’ignoto, ci spinge ad attraversare fiumi dei quali non scorgiamo l’altra sponda e, mentre lottiamo con la corrente, ci insinua il timore e poi la voluttà di lasciarci andare.

                                                            ***        

    Il 23 marzo del ‘76 il presagio diventò un nodo in gola. Non riuscivo a interpretarlo e mi lasciavo invadere dall’angoscia. C’erano decisioni da prendere, non sapevo quali, ma sentivo che dovevo muovermi, altrimenti le circostanze avrebbero scelto per me. Al rientro dalla tenuta dei Garcia, Salamanca e i suoi monumenti sfilavano nel parabrezza come un film muto, alternando scatti e immobilità. I comignoli della Plaza Mayor, le guglie delle chiese, gli sporti dei tetti, incombevano come gufi appollaiati e soffiavano disgusto dai loro becchi invisibili. La città dei Lotofagi mi respingeva. Meglio tornare a Madrid.

    Paco e Rocio sbucarono da una cantonata, si avviarono verso la facoltà di Lettere, adocchiarono un’auto parcheggiata lì vicino e cominciarono a trafficarci attorno. Era l’auto di Fernando. Suonai il clacson a distesa e i gitani fuggirono a gambe levate senza voltarsi.

    Il bar della facoltà era al seminterrato. Passai al banco, chiesi una birra e mi consegnarono una lattina sigillata. Seduti a un tavolino in disparte, Lola e Fernando parlottavano tra loro. Alzarono gli occhi vedendomi arrivare e i loro sguardi erano sgomenti.

    “Hanno arrestato Rafael!” sussurrò Fernando.

    “Che ne pensi? Secondo te, è stato lui?” chiese Lola in tono cospiratorio.

    Intorno a noi studenti e assistenti andavano e venivano da un tavolo all’altro con le bibite in mano. Era un quadretto di assoluta normalità. Scossi la testa.

    “Ma no” risposi. “Dovevano pur arrestare qualcuno e hanno sbattuto dentro uno che non può creare problemi. Mentalità da poliziotti. Lopez Gil ha soltanto guadagnato tempo.”

    Fernando fece una smorfia, ma non disse niente.

    “Torno a Madrid” annunciai. “Ho visto la tua macchina e ho immaginato che fossi qui. Mi sono fermato a salutarvi.”

    Lola guardò l’orologio.

    “Devo andare a lezione. A che ora parti?”

    “Subito. Voglio arrivare a Madrid prima di mezzanotte.”

    Annuì, accennò un saluto e se ne andò. Era un’altra fuga, ma in confronto a quella del giorno prima sembrava più una ritirata strategica. Lola non si trascinava al guinzaglio Fernando: lo lasciava lì di sentinella. Lui accese una sigaretta e mi guardò preoccupato. Si stava ancora domandando se a proposito di Lopez Gil gli avevo taciuto qualcosa o se gli avevo riferito una cosa per un’altra? Mi fece rabbia. Perché i miei amici erano diventati diffidenti?

    “Senti un po’: cos’è diventata Salamanca?”

    “Come sarebbe a dire? È sempre quella: un posto come un altro.”

    “No. È una gabbia di matti” sbottai “e io non ne posso più! Questa città è tutta un’incoerenza. A cominciare da Mayte che detesta chi le porta fiori per il compleanno. O da Javier che fa il cronista e vuol farmi credere di non avere informatori nella polizia. Per non parlare di German Garcia, famoso dongiovanni, che va in estasi per le prediche scopiazzate di un prete mentecatto!”

    Avevo alzato la voce senza rendermene conto. Fernando si protese sopra al tavolino, mi afferrò un polso e lo strinse soffiandomi in faccia:

    “Sei scemo? Abbassa la voce!”

    Aveva gli occhi sbarrati. Liberai il braccio con uno strattone.

    “Secondo te cosa potevano avere in comune German Garcia e don Agustin?”

    “Che ne so? Domandalo a don German.”

    Si guardò attorno stropicciando la barba tra l’indice e il pollice. Il bar era pieno ma nessuno faceva caso a noi.

    “Qualcosa devi pur sapere. Chi è l’amante in carica di don German?”

    Fece un sobbalzo sulla sedia. Tirò fuori una voce tagliente che non avevo mai sentito. Suonò come una dichiarazione di guerra.

    “Non sono affari miei e nemmeno tuoi. Al tuo posto non andrei in giro a fare domande cretine.”

    “Anche tu! Questi sono i discorsi di Lopez Gil!”

    “Come sarebe a dire?” sibilò. Sul suo volto non era rimasta neanche una traccia di simpatia.

    “Dico che da ieri mattina tutti mi sfuggono, nessuno vuole più parlare con me. E io mi accorgo che Salamanca è piena di stranezze. Per esempio, di che cosa vive Montserrat Ballesteros? Tu lo sai?”

    Si alzò guardandomi dritto negli occhi come per rinfacciarmi: questo da te non me l’aspettavo. Invece, disse soltanto “Adiós” e fece per avviarsi.

    “Aspetta! Un’altra cosa. Lola è andata alla cena di facoltà, ieri sera?”

    Mi guardò senza capire, scosse la testa e se ne andò. Impettito e risentito.

                                                            10

 

 

 

    Alla Facoltà di Lettere l’istituto di filologia romanza è all’ultimo piano, in cima a una fuga di scale, in fondo a un corridoio. Un’impiegata ride per qualcosa che le ha detto un assistente. Chiedo di Mayte e mi guardano come se fossi un fantasma. L’assistente parla con accento andaluso: vengo a sapere che è un cortigiano del cattedratico che si è insediato qui da poco e, come lui, viene da Siviglia. L’impiegata è di Ciudad Rodrigo. Abita a Salamanca solo da tre anni. Non hanno mai sentito parlare di una Mayte Sandoval, assistente negli anni settanta. Non credono che in facoltà ci sia qualcuno in grado di aiutarmi.

    Tutto sommato, me l’aspettavo: oggi è una di quelle giornate in cui tutto va storto. Ne ho avute altre. Una, in particolare, la ricordo bene.

                                                              ***

    Nel marzo del ’76, alle nove di sera, il cielo era buio e il mio umore, come il sole, era precipitato dietro l’orizzonte. Che fosse un giorno governato da una cattiva stella? Amore, affari, amicizie, tutto andava a rotoli. Qualcuno aveva accoppato don Agustin e Salamanca aveva cambiato faccia. Non la riconoscevo più. Mi sembrava di girare a occhi bendati per stanze e corridoi: ogni tanto urtavo oggetti fragili, li sentivo andare in pezzi e potevo soltanto andare avanti.

    Uscii dall’albergo con la valigia in mano. La seicento di Mayte era parcheggiata dietro l’angolo, accanto alla mia auto, nella penombra. L’unico fanale acceso, a cinquanta metri di distanza, sembrava una luna velata dagli aloni. Mayte abbassò il finestrino dal lato del passeggero e mi chiamò. Le risposi che non c’era niente da discutere: avevamo già taciuto di tutto.

    “Sii ragionevole, Victor.”

    “Più ragionevole di così! Levo il disturbo. Torno a Madrid.”

    Fece un gesto spazientito.

    “Tu sai tutto, decidi tutto. Con te deve essere sempre prendere o lasciare?”

    “Sapessi quanto ti sbagli!”

    “Già” commentò amaramente. “Sono sempre gli altri, quelli che sbagliano.”

    Si protese ad aprire lo sportello. Salii.

    Sotto i portici sul lato opposto della strada c’erano tre vetrine accese. I passanti camminavano in fretta, con i visi rivolti alle vetrine. Solo uno gettò una rapida occhiata verso di noi: era una donna che portava grandi occhiali e i capelli avvolti in un foulard. Non so che cosa me lo fece pensare, ma ero sicuro che fosse Lola.

    Passò un’auto che fece lampeggiare i fari. Fu come un segnale. Mayte posò le mani sul volante e parlò con gli occhi fissi nel buio della strada.

    “Ieri sera al Monterrey c’era Montserrat Ballesteros.”

    Il suo profilo era immobile come quello di una statua, ma la voce tremava.

    “Se è per questo, c’è stata mezza Salamanca. C’eri tu, c’era Rocio…”

    “Lei ha chiesto di te. Il portiere ti ha cercato al telefono.”

    “E tu? Non eri alla cena di facoltà con Miguel Angel?”

    “Avete cenato insieme e siete saliti in camera.”

    “Non c’era nessuna cena di facoltà, e Miguel Angel lo sapeva. Avrebbe voluto restare, invece è venuto via con te. Non so come hai fatto, ma l’hai convinto.”

    Mi venne fuori tutto in un fiato, con l’ansia e il compiacimento di un bambino che rompe il giocattolo per vedere cosa c’è dentro. Mayte non rispose. I suoi occhi non erano mai stati così freddi. Seguitò a tacere e a guardare nel buio. Ancora non so se mi facevano soffrire più la sua indifferenza o i miei rimorsi.

    “Ti ho portato un mazzo di rose e non ti sei degnata nemmeno di mandarmi al diavolo. Cosa dovrei pensare?”

    Di colpo cambiò atteggiamento. Disse che Miguel l’aveva accusata di avere una storia con me ed era venuto al Monterrey per una spiegazione. Lei l’aveva rincorso, l’aveva trascinato fuori e gli aveva detto il fatto suo. L’aveva lasciato sotto i portici della Plaza Mayor. Quando era tornata indietro per parlare con me aveva visto Montserrat che mi raggiungeva al bar. Era rimasta nella hall mentre Montserrat e io cenavamo al ristorante. Mi aveva visto prendere l’ascensore con “quella donna”. Era tornata a casa sperando di dormire, ma non aveva potuto prender sonno. Era uscita di nuovo prima dell’alba. Ripassando davanti al Monterrey aveva visto Montserrat che se ne andava. Recitò il suo monologo in tono uniforme, come se desse per scontato che tra noi tutto era finito prima di cominciare. Non mi guardò mai. Tenne il viso sempre rivolto alla strada.

    Non le dissi che Miguel Angel aveva parlato di tutt’altro. Non le chiesi perché si era inventata la cena di facoltà. Non credetti nemmeno una parola.

    “Quando l’ascensore ci ha sbarcati al terzo piano, io sono andato a destra e Montserrat a sinistra. Da chi sia andata e a far che, non gliel’ho domandato.”

    “Cosa aveva da dirti?”

    “Lei? Proprio niente. Miguel Angel, invece, stava per dirmi qualcosa e tu l’hai trascinato via. Come hai potuto farlo? Lo stai ricattando?”

    Fu allora che arrivò la sberla. Una cosa simbolica, quasi un buffetto. Mayte non sembrava nemmeno irritata: era come se avesse agitato la mano per scacciare una mosca. Non parlò, e il silenzio diventò una parete fredda, che faceva male al cuore e ci allontanava ogni secondo di più. Scesi dall’auto, chiusi lo sportello e mi ci appoggiai con la schiena per non commettere l’errore di guardare indietro. Non volevo strisciare ai piedi di Mayte, ma sapevo che l’avrei fatto se nei suoi occhi, nella sua voce, fosse comparsa un’ombra di tenerezza.

    E Mayte era accanto a me.

    “Ti amo.”

    Lo disse sottovoce, avvicinando il viso. Sfiorò le mie labbra con le sue e indietreggiò.

    Rimasi lì, perché era quello che lei voleva. Rimasi a guardarla mentre si allontanava, risaliva sulla seicento e se ne andava.

                                                           11

 

 

 

    Sul parabrezza, infilato nel tergicristallo, c’è un foglio bianco che non è una multa e nemmeno un volantino pubblicitario. È un foglio di bloc notes strappato male dove qualcuno ha scritto: “La aspetto. Manuel.”

    Ma la Spagna è piena di gente che si chiama Manuel e io ho altro per la testa. Sto per tornare nel luogo dove ho perduto qualcosa di importante vent’anni fa. All’improvviso ho capito che sono tornato a Salamanca per ritrovare Vittorio Fabbri com’era una volta, prima di una maledetta domenica di fine giugno, ai piedi di uno strano monumento.

    La plaza de toros di Salamanca aveva una particolarità. A pochi metri dall’entrata c’era la statua in bronzo di un toro in grandezza naturale. Oggi, spostato in mezzo a un crocevia, il monumento è ridotto a fare da spartitraffico. Negli anni settanta all’arena si arrivava a piedi, lungo un vialetto che si snodava fra i pini, fino a scoprire la statua dietro il sipario degli alberi. Un bosco sacro circondava il tempio dove gli uomini uccidono la morte. Fuso nel bronzo, il toro diventava immortale come Zeus. È lui che ha punito Miguel Angel, e una scheggia del suo fulmine ha colpito anche me.

                                                              ***

    Qui, davanti all’entrata della plaza de toros, guardo il sole basso sull’orizzonte. A quest’ora, in marzo, era già notte fonda. La strada per Madrid era piena di curve e controcurve, e nei rettilinei dovevo spegnere gli abbaglianti quando in lontananza lampeggiavano i fari dei tir diretti al confine, a Porto, a Lisbona.

    Nel piazzale di una stazione di servizio le luci al neon alternavano bagliori e pozze di oscurità. Un autobus si fermò con un lungo gemito dei freni. Due gitani uscirono dall’ombra e salirono in fretta, furtivi come Paco e Rocio quando li avevo visti affaccendati attorno all’auto di Fernando. L’autobus ripartì con cigolii e rumore di ferraglia, infilando la porta della notte. Da qualche parte, nel buio, un cane latrava con un accento disperato. Sembrava l’urlo di un essere umano.

    Ripartii con la testa piena di domande. Solo domande. Non ci sono risposte quando gli occhi frugano nell’oscurità e incontrano un sipario di rocce, e da dietro la curva esce il bestione irto di fari bianchi e gialli, che ti comprime sulla destra ululando il suo clacson prepotente.

    E di nuovo la notte, il buio, la solitudine. Oltre il ciglio della strada c’è un vuoto che fagocita arbusti e paracarri, e torna a incupire in fondo al rettilineo, dove muore la luce dei fari. La strada scorre lungo un ponte sospeso, esce dal buio e scompare nel buio. In tutte le direzioni c’è soltanto il nulla.

    Ma cosa stai dicendo? Il nulla non esiste. Ricomincia daccapo.

                                                               ***

    Est modus in rebus. C’è una legge nella natura; ci sono limiti oltre i quali non si può essere nel giusto.

    Era stato ingiusto mentire a Mayte? Sì, senz’altro. Ma anche lei aveva mentito. La sua storia era inverosimile. Però i fatti li conosceva, gli orari corrispondevano.

    Mayte si era accontentata delle mie bugie? Se le aspettava, sapeva che avrei negato. Non le interessava la verità. Voleva costringermi a implorare: credimi. E il suo “ti amo” voleva dire: ti tengo nel palmo della mano.

    Ma non poteva esserne sicura. E perché recitava? Perché aveva bisogno di me. Per qualcosa di connesso con Miguel Angel. E con don Agustin.

    Lascia perdere, Vittorio. Ricomincia daccapo.

                                                               ***

    Non mi amava. Se mi avesse amato davvero ce ne saremmo accorti mesi prima. Non eravamo sicuri di noi stessi e l’amore ci appariva come un limite alla libertà. Dubbi e gelosie erano solo questione di egoismo. Eppure, non poteva essere tutto lì. Fino a due giorni prima, con Mayte, Miguel Angel, Lola e Fernando avremmo bevuto, cenato, tirato tardi in compagnia. Cos’era cambiato, cos’era successo? Niente. Nient’altro che l’omicidio di don Agustin.

    Sullo schermo nero del parabrezza apparvero Lola e il prete. Lei gli strappava la tonaca di dosso e strillava oscenità. Ma figuriamoci! A sentir lei, l’avrebbe impiccato a un lampione, altro che farci l’amore! Come avevo potuto immaginare Lola in quel ruolo?

    Per non immaginarci Mayte.

    Sei un idiota, Vittorio. Ricomincia daccapo.

                                                              ***

    Montserrat, che non si era mai accorta della mia esistenza, prima mi cova con gli occhi al ristorante, poi accorre a consolare la mia solitudine.

    E allora? Non ho mica fatto voto di castità, io! Ma lei, perché mi ha cercato? Anche se in passato era successo che i nostri sguardi si incrociassero, non c’era mai stato un seguito, neppure un cenno di saluto.

    Colon! L’aveva mandata lui? Aveva interesse a ficcarmi in qualche situazione dalla quale fosse difficile uscire senza il suo aiuto? Perché gestiva le trattative come una tela di Penelope? Si stava destreggiando su troppi fronti. Aveva bisogno di altre frecce al suo arco.

    Ma no. Stai andando a ruota libera, Vittorio. Ricomincia daccapo.

                                                               ***

    Vecchie storie degli inaccessibili Diaz Herrero, distillatori di rum e gestori di plazas de toros. Quali erano i fatti? Una rissa di gitani, più o meno nell’anno di nascita di don Agustin. Il figlio maggiore, Eduardo, che sparisce e non si fa più vivo. Poi passano gli anni: muore l’altro erede dei Diaz Herrero e Colon inizia la sua scalata. Ancora altri dieci anni: esce di scena don Agustin e un gitano finisce in galera. Tre coincidenze? E perché no? Come se a Salamanca non potessero succedere fatti isolati, senza alcun rapporto. Ma niente vieta che ci sia un legame, anche a distanza di tempo. Un omicidio mascherato da trasloco; un altro da incidente stradale; e per il terzo, impossibile da mascherare, ecco che rispunta quella pista gitana che già una volta era servita da cortina fumogena.

    Nell’infinita solitudine, nel buio assoluto della meseta, non ci sono limiti al pensabile. All’origine dei misteri di Salamanca poteva esserci un movente vecchio di trent’anni. Ma se la testa di toro conteneva un significato, cos’era la banderilla? Una lancia, una punta che penetra e squarcia e si conficca giù dove è il caldo pulsare del sangue. Rompere il giocattolo. Uccidere per trovare il senso della vita.

    Sei incoerente, Vittorio. Ricomincia daccapo.

                                                               ***

    Una curva non segnalata. La macchina sbanda e invade l’altra corsia. Dietro la curva poteva esserci un tir. Ti rendi conto, Vittorio? Stai sbagliando tutto. Ti comporti come se il mondo fosse ai tuoi ordini, come se la vita non dovesse finire mai. E ogni volta che la situazione non ti va a genio dài un taglio e ricominci daccapo. Ma a furia di tagliare non resterai solo come un cane?

    L’idea della solitudine cominciava a darmi un senso fisico di disagio. Non era solo paura. La paura stava nel buio interminabile, nella sensazione di andare alla cieca lungo una strada che poteva essere sbagliata, che poteva condurmi nelle fauci di un mostro. Ma forse il drago mi aveva già inghiottito, e sopravvivevo all’orrore per continuare a morire di paura. Quanto impiega la morte a spegnere la coscienza? Forse non si muore mai del tutto: si varca la soglia della notte e ci si volta indietro, fantasmi aggrappati a corpi in decomposizione. Rabbrividii. Quel che avevo addosso era la prima avvisaglia del panico.

    Dov’era Madrid? A quell’ora la Gran Via rigurgitava di gente, di auto ingabbiate fra i semafori come treni fermi sui binari, pronti a ripartire per chissà dove. La gente usciva dai ristoranti e se ne andava al cinema, a teatro, in discoteca. Tutti allegri, tutti felici di stare insieme, in quella città prodigiosa, ombelico del mondo. Madrid è la stazione a cui mettono capo tutti i treni della meseta. Madrid è un faro, un fascio di luce che per un attimo sconfigge il buio della notte.

    Fu l’immagine del faro, l’idea della luce, a riportarmi alla memoria l’autore della predica scopiazzata da don Agustin. E insieme a quel nome immaginai una scena: un registratore in funzione, un libro aperto, don German che leggeva e Miguel Angel che sogghignava. In questo modo i fatti trovavano un senso. Del resto, quando ci si perde nel buio e si scorge una luce, sembra impossibile che ce ne siano altre. Ma era una verità scomoda, che mi rifiutavo di credere, anche se non riuscivo a confutarla.

    Ancora una curva e la strada cominciò a scendere. Improvvisamente l’ansia allentò la presa: ero uscito dall’incubo. Bastava raggiungere il passo, scoprire una falce di luna e l’incubo spariva, non c’era più, non c’era mai stato.

    Sei troppo impressionabile, Vittorio. Ricomincia daccapo.

                                                              ***

    Non ci riuscivo. Il desiderio di Madrid teneva Salamanca e i personaggi del suo teatrino in una zona opaca. Ormai, dopo El Escorial, la luce aumentava a ogni chilometro: la strada era illuminata a giorno. L’onda del traffico mi trascinò lungo il Paseo de la Castellana in un delirio di lampioni accesi e insegne luminose riflesse nei vetri alle finestre. Mi ritrovai seduto al banco di un locale pulito, bene illuminato, mangiando frutti di mare e bevendo vino di Galizia. Ero riemerso in un mondo concreto, senza le ambiguità e le penombre di Salamanca.

    Mi infilai a letto come uno che torna dalla moglie dopo aver scaricato una amante troppo esigente. Fumai in pace una sigaretta. Sapevo che l’oscurità non mi avrebbe più angosciato. Mi addormentai pensando: “Madrid, sei tu il mio grande amore.”

 

 

 

                                                            12

 

 

 

    Con qualche difficoltà ottengo il numero della Gaceta, a Burgos. La centralinista non fa domande e mi passa il caporedattore.

    “Maldonado? Sì, lo ricordo. Ma lei, scusi, chi è?”

    “Un vecchio amico italiano. Sono vent’anni che non vedo Javier. Pensavo di organizzare una rimpatriata.”

    “Non sarà una cosa facile. Javier fu chiamato qui in redazione verso la fine del ‘76. Aveva fatto dei buoni servizi di nera a Salamanca. Per un po’ si comportò bene. Era un ragazzo simpatico. Poi seguì un fatto di cronaca a Valladolid e quando tornò non era più lui. Si mise a bere. Non ho mai visto un uomo rovinarsi così. Fu licenziato. So che ha lasciato Burgos, ma non ho idea di dove sia.”

    Il giornalista non ha altro da dire e comincia a far domande. Non gli do corda. Ringrazio e riattacco. Sto pensando che, una volta tornato a Madrid, avrei dovuto rimanerci. Tutto avrebbe preso un’altra piega se non mi fossi lasciato convincere.

                                                              ***

    Per qualche tempo Salamanca e i suoi segreti rimasero nel dimenticatoio. Il segretario di Colon accampava scuse e rimandava gli appuntamenti. Vennero alla ribalta altri due progetti e per un po’ non feci che rimbalzare tra Valencia e Santander. La piana di Valencia, inondata dal sole, odorava di fiori d’arancio; la costa cantabrica era battuta dalla pioggia e dal mare in tempesta. Il progetto di Valencia fece passi avanti, quello di Santander si impelagò in un oceano di ipotesi alternative. Lavoravo quattordici ore al giorno a far conti, sempre in uffici diversi, ma anche negli aeroporti e nelle camere d’albergo.

    Arrivò Pasqua, rientrai a Milano e presentai un memorandum che risalì i rami dell’organigramma fino al presidente. Qualche giorno dopo fui convocato dal direttore generale che mi illustrò le direttive: basta con le schermaglie, era ora di portare a casa un risultato concreto.

    Tornai a Madrid una domenica sera con l’ultimo volo. Il lunedì mattina la città si svegliò sotto un vento che riempiva il cielo di nuvole atlantiche. Da dietro i vetri di una cafeteria le guardai addensarsi e promettere pioggia. Aggiunsi altro zucchero al caffelatte: sfogliare il giornale mi aveva reso amaro il palato. La politica spagnola e quella italiana erano sciarade indecifrabili, l’economia risentiva dello choc petrolifero, il Real Madrid aveva perso contro il Barcelona. L’ultima pagina aggiungeva uno schizzo di melanconia: le previsioni del tempo vaticinavano acquazzoni, Marte in declino sull’orizzonte stava per scomparire dal firmamento, le battute di Mafalda erano sempre più acide. Andai in ufficio stringendomi nell’impermeabile, con i capelli scompigliati dal vento.

    “Buondì, don Victor” cinguettò la centralinista. “Un certo Lopez Gil di Salamanca vorrebbe essere richiamato.” Mi porse un biglietto con il numero annotato. “Il segretario di Colon si sente solo. Il direttore della banca *** spasima per un incontro. I suoi amici Fernando e Miguel Angel si rifaranno vivi. E poi hanno chiamato due signore. Niente messaggi, loro. Neanche il nome. Secondo me non hanno classe. Se richiamano, gliele devo passare?”

    “Pilar, la curiosità sarà la tua rovina.”

    “La sua, don Victor, sarà l’intraprendenza.”

                                                               ***

    L’assistente di Colon non rispose alla mia domanda: che c’è di nuovo a Salamanca? Non aveva tempo per i convenevoli: voleva essere ragguagliato sul calendario dei miei impegni. Il suo tono non mi andò a genio. Gli feci capire che i miei impegni non erano affari suoi. Lui mi ammonì che, in futuro, sarebbe stato necessario ben altro spirito di collaborazione. Chiesi di parlare con Colon e mi disse che non era in città. Non gli domandai dove diavolo era andato: mi avrebbe risposto che non erano affari miei. 

    Non riuscii a rintracciare Fernando. A casa di Javier non rispondeva nessuno. Chiamai la polizia. Il numero che Pilar mi aveva dato doveva essere una linea diretta: Lopez Gil rispose immediatamente, con una nota amara nella voce.

    “Lei ci trascura, señor Fabri. Sentiamo la sua mancanza.”

    “Ha risolto il caso? Ha preso l’assassino?”

    Dieci secondi di silenzio. Quando riparlò, aveva il tono di chi riconosce una sconfitta.

    “Rafael Romero è stato fermato e rilasciato allo scadere dei termini di legge. La mattina del Venerdì Santo il suo cadavere galleggiava nel Tormes, vicino al ponte nuovo. Non è annegato: qualcuno gli ha ficcato un coltello fra due vertebre cervicali, come si fa con i tori per dare il colpo di grazia.”

    “Ma come? L’avevate rilasciato così, senza tenerlo sotto sorveglianza?”

    Lopez Gil perse la calma. Si lasciò andare a criticare capi e sottoposti, e metà della popolazione di Salamanca. Se la prese anche con me, che pretendevo di insegnargli il mestiere. Era ovvio che Rafael aveva taciuto perché sperava di ricavarci qualche soldo. Ma ci provi lei, señor Fabri, a pedinare un gitano!

    Mi tenne al telefono per un bel po’. Lo ascoltavo e pensavo ad altro. Guardavo oltre la finestra, la pioggia e il vento che imperversavano lungo i viali. L’acqua si raccoglieva in rivoli arginati dal cordolo dei marciapiedi e precipitava nei tombini con una inconsapevole voluttà di morte. Vedevo il Tormes scorrere sotto le arcate del ponte romano, vedevo la mia auto infilare il tunnel sotto le Alpi.

    Al diavolo Salamanca! Meglio non pensarci più.

                                                              ***

    Il telefono squillò mentre ero solo in ufficio e i colleghi erano fuori per il pranzo. In tono secco, Montserrat gelò i miei tentativi di far conversazione. Mi chiese di venire all’Hotel Wellington alle sette. Dissi “D’accordo” e lei riattaccò.

    Per tre ore mi scervellai a immaginare cosa poteva volere da me. Poi la porta girevole del Wellington, con l’effetto inebriante di una giostra, rinfocolò la speranza di rivivere le sensazioni di una notte. Ma la disillusione fu immediata. Montserrat, seduta a fianco di una signora elegante, carica di gioielli e di contegno, sorvegliava l’ingresso. Agganciò il mio sguardo. Nei suoi occhi c’era un messaggio: attento, è una cosa seria. Non ci furono presentazioni. Tra uno sbuffo di fumo e l’altro, la distinta signora sogguardava con aria di importanza.

    “Victor, quarantotto ore dopo l’omicidio sei partito e non sei più tornato a Salamanca. Perché? Cos’è successo?”

    Non era venuta nella mia camera per scacciare la malinconia di una serata in solitudine. Mi aveva agganciato per uno scopo. Eppure mi ostinavo a tenere in piedi un inconsistente margine di dubbio, a chiamare sospetti le certezze. Come se dire a se stessi “lo sospettavo” fosse un rimedio contro le delusioni.

    “Cosa ti aspettavi da me?”

    Tese una mano a palma in su, come per invitarmi a mettere le carte in tavola.

    “Credevo che volessi scoprire l’assassino.”

    “Per queste cose c’è la polizia.”

    “La polizia!”

    Le prime parole che la silenziosa signora si era degnata di pronunciare suonarono come un singhiozzo. Si ricompose subito e ricuperò il suo contegno, ma le dita che stringevano i braccioli della poltrona avevano le nocche bianche.

    Montserrat esalò uno sbuffo di fumo.

    “La polizia non fa indagini. Semmai, cerca di mettere a tacere.”

    La signora confermò, guardandomi negli occhi:

    “È vero. È già successo. Altre due volte.”

    Parlava lentamente e aveva sul volto l’espressione di chi vince una naturale riluttanza, e un po’ se ne compiace. Montserrat mi puntò il dito contro.

    “Perché sei partito? Sei stato minacciato?”

    “Minacciato? Per niente. Semmai, ho avuto l’impressione che tutti mi chiudessero la porta in faccia.”

    Mayte, Fernando, Miguel Angel: amici che non avevano voluto confidarsi. Ma avevano telefonato. Si sarebbero fatti vivi. Dovevo solo dar tempo al tempo.

    “Ti rendi conto del rischio che corri?” insistette Montserrat.

    Mi fissò con gli occhi sbarrati. Ma il suo sguardo non aveva più la profondità che mi aveva affascinato a Salamanca. E il mio tono era seccato quando le chiesi:

    “Tu che interessi hai in questa storia?”

    Ebbe un gesto di impazienza. Stava per rispondere, ma la signora intervenne.

    “L’interesse della signorina non coincide con il mio.”

    Montserrat abbassò gli occhi come una Maddalena pentita.

    “Ognuno ha i suoi scopi” proseguì la signora. “C’è chi agisce in proprio e chi per conto di altri. In questa faccenda ci sono troppe marionette.”

    Giusto, pensai: anche a me non piace essere preso per un burattino. Quell’incontro era una manovra e io non avevo intenzione di stare al gioco.

    “Non credo che l’assassino abbia paura di me. Comunque, grazie di avermi messo sull’avviso.” Mi alzai. “Conoscerla è stato un piacere, señora Montoya.”

    Montserrat emise un gridolino soffocato.

                                                              ***  

    È l’immagine che conservo di lei, con le dita sulla bocca e gli occhi pieni di sorpresa. Anche se la sua traccia tornò ad affiorare in seguito, col passare degli anni il suo ricordo è diventato opaco. Invece, ho rivisto gli occhi di Mayte, qui, nella penombra della stanza. Ho riappeso il ricevitore dopo aver parlato con Burgos e ho pensato ancora che, a suo tempo, avevo deciso di dimenticare questa storia. Sarebbe bastato insistere nei buoni propositi.

    Ma non è vero. Sarei tornato a Salamanca in ogni caso. Di tanto in tanto ricasco nel vizio di ingannarmi da solo. Da vent’anni, quando meno me l’aspetto, gli occhi di Mayte tornano a fissarmi, li sento frugare dentro di me come una cosa viva che si agita tra il cuore e il cervello. Cerco le parole per descrivere il colore di quegli occhi, e so che non le troverò.

                                                            13

 

 

 

    Appoggiato alla mia auto di fronte all’entrata del residence Miguel Angel mi vide e si illuminò in viso.

    “Sapevo che saresti sceso a momenti. Non c’era scopo a disturbarti.”

    Avrei potuto essere altrove, avere altri impegni. Ma no, lui sapeva che ero lì e che tra poco sarei sceso, libero come il vento. Andammo a bere il primo aperitivo alla terrazza del Royalty, piena di gente richiamata dall’innalzarsi della temperatura. La pioggia che aveva inondato i marciapiedi per un paio d’ore nel primo pomeriggio ormai si era asciugata. Il vento che al mattino aveva infuriato lungo i viali era diventato uno zefiro e diffondeva aromi di primavera. C’era nell’aria un’allegria irrequieta che svolazzava come una farfalla in un prato. Gli occhi delle ragazze splendevano: pareva che non fossero mai state così belle, e ce n’erano a frotte. Miguel Angel, più che allegro, era esaltato. Abbordò una ventina di miss Spagna, una dopo l’altra, e la maggior parte sarebbero state felici di dargli spago. Lui fingeva di non farci caso: con una battuta ne liquidava una e ne agganciava un’altra. Vanesio e inconcludente.

    Per un paio d’ore vagabondammo da un bar all’altro mentre lui infilava una vertiginosa serie di spiritosaggini. Era in stato di grazia e faticavo a tenere il passo. La sua vivacità cominciò a declinare solo verso mezzanotte, quando ci ritrovammo seduti al banco di una cafeteria deserta, un posto anonimo in una strada anonima. Non saprei dire se il suo umore fosse surreale o stralunato, ma aveva cambiato ritmo. Tirò in ballo la morte con naturalezza, come se lo svariare delle sue farneticazioni fosse approdato lì per caso. Appollaiato sullo sgabello, con un bicchiere di whisky in mano e la sigaretta dimenticata nel portacenere, sbrodolava paradossi.

    “Ma quale logica! Ma quale ragione! Quando la legge vuole tutelare un diritto cosa fa? Gli mette dei limiti. Ti sembra logico? Finché si tratta del codice civile, passi; ma con la libertà è tutta un’altra storia. Dimmelo tu, Victor: quando investi i tuoi risparmi in titoli di Stato incassi gli interessi in denaro; e allora perché gli anni che spendi per imparare a vivere non fruttano anni di interessi? Tutta la vita è un investimento del quale non intascheremo mai i profitti. Ci attrezziamo come se dovessimo vivere in eterno, ma il tempo passa e ci impiomba le ali. No, Victor, i conti non tornano. Anche se riuscissimo a volere tutto ciò che succede, e solo quello, secondo te diventeremmo liberi? Mai più! La legge è sempre una prigione. E perché poi dovremmo chiamarla legge? Chiamiamola truffa, se non altro per rispetto di noi stessi! Basta con la stoica accettazione del destino, la cristiana rassegnazione, il masochismo! Io mi rifiuto di avvilirmi. Meglio commettere una enormità e poi bruciare sul rogo.”

    Cercò la sigaretta, vide che era consumata e la schiacciò nel portacenere. Provai a ricuperare i toni scherzosi.

    “Se la pensi così, manda un reclamo al Padreterno. In triplice copia.”

    “Buffone!”

    “Chi, io? Tu piuttosto. Sembri quel tenore che, davanti alla morte che viene a prenderlo, canta: se la mia donna non viene con me, mi rifiuto di morire!”

    Negli occhi gli passò un lampo malvagio. Prese il bicchiere ma non bevve. Abbassò lo sguardo e borbottò:

    “Che c’entrano le donne?”

    Tutt’a un tratto sembrava che avesse paura di guardarmi in faccia.

    “A me pare che c’entrino, eccome” insistetti. Mi ero incattivito anch’io.

    “Di femminile” disse torcendo le labbra in una smorfia, “la morte ha soltanto il genere del sostantivo, e neanche in tutte le lingue. Ma il toro è maschio, è sette volte più grosso di te e sulla testa ha due punte di lancia. Fino a che punto riesci a dominare la paura? Questo è il punto, sai, perché ci sono sfide che non si possono evitare. Se perdi è finita e non se parla più. Però se vinci stacchi subito la cedola: il tempo diventa tuo e nessuno può incolparti di abusarne.”

    Proseguì su questo tono, solfeggiando sul tema della sfida alla morte. Parlava di tori, ma pensava ad altro. Tutti e due stavamo pensando a Mayte.

    “Battersi è l’unico modo per vivere davvero.” Ormai sragionava, come gli esaltati che corrono al balcone per buttarsi giù. “Consegnare un cartello di sfida è un surrogato di eterna giovinezza.”

    Tirai fuori dei soldi e li misi sul banco. Il barista venne a incassare, contò il resto e si levò di torno. Intascai le banconote. Miguel Angel era ammutolito. Raccolsi gli spiccioli, mi voltai, e Mayte era lì. Sorrideva solo con le labbra; i suoi occhi erano preoccupati e guardavano nel vuoto.

                                                               ***

    “Mayte! Che ci fai a Madrid?”

    Si era preparata una risposta e la snocciolò tutta d’un fiato.

    “Ho passato il pomeriggio su un incunabolo, alla Biblioteca Nacional. Con una infinità di cautele: sono fogli vecchi di cinque secoli. Quasi non stanno insieme.”

    Come le bugie. Come le cene di facoltà.

    “E tu, Miguel, non te l’ho ancora chiesto, come mai sei venuto a Madrid?”

    Tirò fuori una voce impastata, come se avesse bevuto un bicchiere di troppo.

    “Affari miei. Non voglio pensarci, adesso.”

    Mayte fece una smorfia.

    “Te lo dico io. Tanto, lo sa tutta Salamanca. Miguel si è stancato di aspettare che El Viti gli faccia da padrino nella cerimonia per diventare matador.”

    Miguel Angel sibilò:

    “Ma non vi fate mai i fatti vostri?”

    Si sporse sul banco, chiamò il barman e lo insolentì per aver fatto sparire il whisky. Strepitò finché non ricomparvero bottiglia e bicchieri. Nel frattempo Mayte aveva raccontato tutto. Miguel Angel si era messo in contatto con un morto di fame, un matador che non aveva mai sfondato, e con quattro soldi l’aveva convinto a fargli da padrino in una corrida di paese. A Salamanca la notizia aveva fatto il giro dei bar: sulla Gaceta era apparso un trafiletto e Javier aveva completato l’opera spettegolando nella calleja. Miguel Angel aveva passato due giorni a litigare con suo padre, poi si era attaccato al telefono, aveva rotto l’anima a mezzo mondo e aveva ottenuto un appuntamento da Chopera, il principe degli impresari taurini.

    “Ti ha ricevuto?”

    “Mi sono offerto di sostituire gratis i toreri infortunati, per tre corride.” Afferrò il bicchiere di whisky e ne buttò giù metà. “Ha detto no: una volta sola, quando e dove capiterà. Prendere o lasciare.”

    “È sempre un’opportunità. La maggior parte degli esordienti non riesce ad avere neanche quella.”

    Accolse l’osservazione con lo sguardo truce che si riserva ai guastafeste e agli impiccioni. Vuotò il bicchiere con un gesto teatrale.

    “Alla faccia di Chopera, di El Viti e di mio padre!”

    Tornò a versare whisky borbottando con la voce impastata. Voleva dare a intendere di essere ubriaco, ma recitava. Come Mayte. Come Montserrat. La filodrammatica di Salamanca era venuta in tournée nella capitale. E pensare che un mese prima i Lotofagi mi avevano respinto. Ora volevano coinvolgermi nei loro maneggi. Chissà come mai erano sempre d’accordo.

    Mi sentii cadere addosso un senso di fatica: ne avevo abbastanza di tutte le ambiguità, le reticenze, i silenzi. Aveva ancora senso parlare di amicizia? Che cosa c’era nella testa e nel cuore di Mayte? Ero pronto a rischiare pur di saperlo.

    “Mayte, seguivi me o Miguel Angel?”

    Mi guardò con un’espressione risentita e non rispose.

    “Prova a essere franca” insistetti. “O di qua o di là.”

    Aveva lo sguardo più indecifrabile che le abbia mai visto.

    “Non capisci niente!” protestò sottovoce. Mentiva e pretendeva che la assecondassi senza chiedere spiegazioni. Una carezza e mesi di silenzio. Un bacio e non far domande. Scesi dallo sgabello.

    “Ah davvero? Allora vieni, usciamo all’aria aperta, così me lo spieghi.”

    Mayte lanciò un’occhiata a Miguel Angel. Lui la restituì con l’occhio vispo di chi ha bevuto soltanto acqua fresca. Mi parve un tacchino che faceva la ruota. Ma forse Mayte lo vide con altri occhi.

    “Sono venuta in treno. Tu sei in auto, Miguelito? Mi daresti un passaggio?”

    Tornai ad arrampicarmi sullo sgabello e allungai la mano verso la bottiglia. Miguel Angel indugiò come se cercasse una frase da lasciare ai posteri, poi guardò Mayte e gorgogliò:

    “Vamonos.”

                                                              ***

    Seduto sul letto, smaltii whisky e rabbia tenendo gli occhi fissi sulla luce accesa. Scegliere, decidere. Avevo deciso di far passare del tempo. Ne era passato troppo. Gli eventi mi avevano sopravanzato e ormai qualunque scelta rischiava di costarmi più di quanto fossi disposto a pagare.

    Andai in ufficio in ritardo, con il mal di testa di prammatica. Mayte chiamò quel giorno e il giorno dopo. Non risposi. Pilar trovò modo di farmi sapere che, secondo lei, non mi stavo comportando da gentiluomo. Le dissi con fermezza che di Mayte non volevo più sentir parlare, e di me pensasse pure quel che voleva. Mayte seguitò a telefonare nei giorni successivi. Una volta Pilar finse di sbagliare e mi passò la comunicazione. Appena riconobbi la voce riattaccai. Avevo deciso di dimenticare.

                                                               ***

    Il progetto di Valencia giunse alla stretta finale e il ritmo degli impegni diventò tumultuoso. Venne il direttore generale, trovò pretesti per criticare questo e quello, e ripartì. A Milano ci ripensò e telefonò per autorizzarmi a procedere.

    L’accordo fu concluso al termine di una riunione che durò dalle dieci del mattino alle tre di notte. I rispettivi avvocati fecero di tutto per mandare a monte l’intesa e l’opera di diplomazia richiese un’altra settimana: tanto ci volle per tradurre in giuridichese l’elenco dei reciproci impegni.

    E infine arrivò il Presidente con un seguito di assistenti e consulenti. Tenne riunioni allargate e ristrette, conferì con un paio di ministri e, con la dovuta solennità, firmò il contratto. In mezzo a questo bailamme, trovò il tempo per prendermi da parte:

    “Molto bene, Fabbri. Adesso faccia tanti sorrisi, soprattutto alle banche, e chiuda gli altri discorsi che avevamo in ballo. Poi venga a trovarmi: ho qualcosa in mente per lei.”

    Addio Spagna. Addio Madrid. Mi avrebbero mandato all’altro capo del mondo, avrei dovuto ricominciare daccapo. Ma, in fondo, l’avventura spagnola era stata un successo professionale. Che altro volevo?

                                                              ***   

    Diedi il benservito a quelli di Santander con un telex. Ricambiarono la gentilezza comunicando che il nostro ruolo era sempre stato quello della ruota di scorta. Tante grazie.

    I rapporti con Colon erano più complicati. Avevamo concluso altrove solo perché a Milano mi avevano messo fretta, ma il progetto di Salamanca era valido e in futuro avrebbe potuto tornare d’attualità.

    Fu così che, cercando un modo per sganciare Colon senza compromettere del tutto i rapporti, la curiosità riprese il sopravvento. Nella hall del Wellington la signora Montoya era sola. Nella borsetta semiaperta intravedevo un biglietto dell’Aeromexico. Uscii dall’hotel convinto di aver capito tutto.

 

 

 

                                                            14

 

 

 

    Alzo il telefono e il portiere mi avvisa che una persona desidera vedermi. Ha il tono concitato e non vuol dire chi è il visitatore. Mi raccomanda di non farlo attendere. Quando l’ascensore atterra nella hall, un cameriere mi affianca e mi scorta fino al bar, a un tavolo dove un uomo grasso con i capelli brizzolati e il viso olivastro sta seduto davanti a due coppe di cognac.

    “Si accomodi, señor Fabri. Dica, a cosa dobbiamo il suo ritorno? Dopo tanto tempo, non l’aspettavamo più.”

    “Scusi, lei chi è? Perché dovrei raccontarle gli affari miei?”

    “Venga, hombre! Nel suo stesso interesse: è meglio che tutto rimanga su un piano informale. Ogni tanto succede qualcosa di strano. Noi siamo qui per indirizzare le cose sul binario giusto.”

    Affonda il naso nella coppa di cognac e socchiude gli occhi. Lopez Gil aspirava il sigaro, soffiava il fumo verso il soffitto, poi cambiava discorso.

    “Continuo a non sapere con chi sto parlando.”

    “L’ha capito benissimo. Mi dica piuttosto: lei è venuto a chiedere di don Silverio. È andato alle facoltà di Sociologia e di Lettere. Cosa sta cercando? O forse vuol farci credere di essere stato chiuso per vent’anni in un monastero?”

    “Dov’è Lopez Gil?”

    “Perché, non lo sa?”

    “No!”

    Alzo la voce e i pochi avventori si girano verso di noi. L’uomo mi guarda. Sembra sinceramente sorpreso.

    “E allora cos’è venuto a fare? È stato alla larga per vent’anni; non poteva rimanere all’estero per altri venti?”

    “Ci creda o no, un giorno mi sono svegliato e mi sono reso conto di dover rivedere Salamanca. Non ho più avuto pace finché non sono partito. E questo è tutto. Dov’è Lopez Gil?”

    Sul volto del questurino le espressioni si alternano come nubi e schiarite in un giorno di vento.

    “Da quasi dieci anni don Silverio è il governatore civile di Badajoz.”

    Lo dice in tono di importanza, ma non mi pare il caso: Badajoz, per quel che ne so, non è una sede prestigiosa. Lopez Gil puntava a Madrid, al Ministero degli Interni. Mi torna in mente Javier che, parlando di lui, aggiungeva l’augurio di rito nelle istanze ai ministeri. Don Silverio “la cui virtù Dio conservi per molti anni” era finito in fondo all’Estremadura, nella capitale del nulla.

    “Faccia attenzione, señor Fabri.” Lo sbirro vuota la coppa e si alza. “In questi anni sono accadute tante cose.”

    Già, sono passati vent’anni. Quasi una vita.

                                                              ***

    Nel ‘76 l’estate scoppiò di colpo ai primi di giugno. Il sole riscaldava i campi di grano della meseta e le pinete della sierra. Mayte non telefonava più. Arrivarono alla spicciolata i tecnici che dovevano mettere in moto il progetto di Valencia, e furono tre settimane di viaggi, pranzi e cene di lavoro, riunioni, discussioni, trattative.

    Colon telefonò un venerdì e cercai di spiegargli che, con la messa in moto del progetto di Valencia, il nostro interesse in altre iniziative era rinviato a un futuro che speravo non lontano. Me ne disse di tutti i colori, ma ciò che mi sorprese fu il suo tono definitivo: dava per scontato che non ci sarebbe mai stata un’altra occasione.

    Il sabato mattina rimasi a letto più del solito, pasticciando fra colazione, giornale e sigarette. Quando montai in macchina e presi la strada della sierra ero convinto di non aver ancora deciso nulla. Mi baloccavo con l’idea di visitare l’acquedotto di Segovia e le fontane di La Granja. Mi prendevo in giro da solo. Arrivai a Salamanca nel tardo pomeriggio e andai direttamente da Lopez Gil. Gli brillavano gli occhi quando venne sulla soglia a ricevermi. Ci stringemmo le mani in silenzio.

    “Me ne vado” gli dissi. “Torno a Milano e chissà dove mi manderanno per i prossimi tre o quattro anni.”

    Prese posto dietro la scrivania e assorbì la notizia con un lungo silenzio. Le sopracciglia inarcate, una più dell’altra, gli disegnavano due rughe spezzate sulla fronte. L’aria profumava di sigaro avana, un aroma pastoso che ristagnava nella stanza. Le finestre erano aperte e gli scuri abbassati. Faceva caldo.

    “Perché è tornato a Salamanca? Proprio oggi, poi.”

    Cosa potevo dirgli? Sapeva che avevamo chiuso con Colon. Forse sapeva pure che avevo litigato con Mayte. Dissi la verità.

    “Faccio la barba tutte le mattine e devo guardarmi allo specchio. Posso abbandonare chi mi fa soffrire, ma non posso scappare davanti a chi vorrebbe farmi paura.”

    Annuì lentamente, anche se non aveva l’aria di approvare.

    “Molto spagnolo” commentò.

    “Molto umano” ribattei.

    Lopez Gil allentò il nodo della cravatta. Sbottonò il colletto. Accese un sigaro.

    “Come ha fatto Diaz Herrero a sopportare tutto questo?” domandai.

    Sbarrò gli occhi. Deglutì. Poi fece un gesto rassegnato.

    “Trent’anni fa Salamanca era quasi un paesino; fare i propri comodi in incognito era impossibile. German Garcia lo sapeva, ma era giovane e arrogante. Forse era anche innamorato. Eduardo Diaz Herrero si appostò davanti alla casa dove sua moglie si incontrava con Garcia. Fu lui a sparare per primo. Sbagliò il colpo o forse non sparò per colpire. Chi lo sa? Don German chiuse la partita piazzandogli una pallottola in mezzo agli occhi. A che sarebbe servito denunciarlo? L’avrebbero assolto per legittima difesa e il nome dei Diaz Herrero sarebbe diventato ridicolo: le storie di corna non fanno bene alla reputazione.

    “Don Eleuterio e don German si chiusero nelle loro tenute come signori medievali, guardandosi in cagnesco dalle torri dei loro castelli e non persero occasione per danneggiarsi reciprocamente. Quando nacque Miguel Angel, don Eleuterio fece in modo di incontrare la moglie di Garcia e le rivelò che il marito era un adultero e un omicida. Proprio un bel gesto, da vero gentiluomo.

    “La storia degli sgarbi reciproci di quei due è quasi noiosa. Nell’arco di trent’anni la loro ostilità è andata spesso oltre la legge. Garcia si accordò con Colon, un affarista di pochi scrupoli, per monopolizzare il mercato delle derrate alimentari. Ci mise i capitali, contro l’impegno di Colon a boicottare i prodotti di Diaz Herrero. E poi c’è la politica: Diaz Herrero e Garcia appoggiano fazioni opposte all’interno del Movimiento, pronti a cambiare cavallo quando gli fa comodo. A livello locale saranno sempre i politici ad aver bisogno di loro.”

    Lopez Gil parlava a voce bassa, concentrato come un timoniere che guida la nave tra gli scogli. Pesava le parole.

    “Questa è la situazione in cui mi trovo a lavorare. Al Ministero mi tengono gli occhi addosso. E lei torna a Salamanca proprio oggi… ”

    I rumori della strada arrivavano soffocati. Lopez Gil, sprofondato nella poltrona, parlava lentamente e le sue parole sembravano avere troppi significati.

    “Dove andrà a dormire, al Monterrey?” domandò. “Non ci vada.”

    Non capivo perché, ma evitai di contrariarlo.

    “Se proprio ci tiene, andrò al Gran Hotel.”

    Rimase indeciso: aveva ancora qualcosa da dire e non sapeva bene come fare.

    “In vista della corrida di domani” finì per mormorare, “Miguel Angel ha preso alloggio al Monterrey, dove scenderanno anche gli altri matadores.”

    Eh già: Chopera conosceva il suo mestiere. Miguel Angel al debutto nella plaza di Salamanca avrebbe richiamato il pubblico delle grandi occasioni.

    “Non se la prenda se la farò pedinare. Mi sentirò più tranquillo.”

    Mi accompagnò alla porta guardando a terra, in silenzio. Esitò. Impugnò la maniglia senza aprire.

    “Un’ultima raccomandazione. Se potrà andarsene da Salamanca con le sue gambe, non venga a salutarmi. Sarebbe imbarazzante, soprattutto se le circostanze la obbligassero a una… difesa preventiva.”

                                                              ***

    Presi una camera al Gran Hotel e cominciai a telefonare. Fernando, Lola e Javier non erano in casa. A quell’ora facevano lo struscio sotto i portici della Plaza Mayor. Ma non ci tenevo a incontrarli in pubblico. Rimasi sdraiato sul letto fino all’ora di cena, dicendomi che avrei fatto meglio a tornare subito a Madrid, e il giorno dopo a Milano. A volte penso che mi sia mancato il coraggio di comportarmi da vigliacco. Cenai da solo nel ristorante dell’hotel e risalii in camera. Quando aprii la porta suonò il telefono.

    “Perché non sei al Monterrey?” Miguel Angel aveva la voce abbacchiata. “Ti ho tenuto in serbo un posto alla barrera, dove si appoggiano le cappe.”

    “Non verrò a vederti, Miguel.”

    “Stupidaggini. Vieni qui verso mezzogiorno. Ti darò il biglietto.”

    Riattaccò, come se avesse telefonato di nascosto. Il giorno prima di una corrida i toreri non restano mai soli, vogliono avere gente intorno, distrarsi, non pensare. Chissà se Mayte era con lui. Mezz’ora dopo il telefono tornò a squillare.

    “Victor, non riattaccare: devo spiegarti tante cose.”

    Era lei.

    “E va bene, spiegati.”

    “Non fare così. Hai la voce fredda come il ghiaccio. Dammi una possibilità.”

    Una lunga pausa. C’era qualcuno con lei, qualcuno che ascoltava e suggeriva?

    “Victor, non posso parlare di queste cose al telefono. Ho bisogno di vederti, di guardarti negli occhi. Vieni a…”

    “No. Vieni qui tu. Scendo nella hall tra dieci minuti.”

    Avrei dovuto essere pazzo per lasciarmi attirare fuori dall’hotel. Riattaccai, pieno di incertezza e col respiro pesante. L’ansia mi aveva preso alla gola.

                                                              ***

    Da quel momento ricordo solo a sprazzi: la sua aria seccata, i miei accessi di rabbia, una notte di caldo soffocante. Non posso ricostruire ogni parola che ci dicemmo: commettemmo troppi sbagli e non saprò mai se evitandoli avremmo cambiato il destino. È andata così, e basta. Mayte arrivò puntuale ma insistette perché uscissi con lei. Disse che l’hotel la metteva a disagio. La sentivo distante come se parlasse nel buio dall’altra riva di un fiume, curva sull’acqua, senza riconoscermi. Era mezzanotte passata quando venne al dunque:

    “Non dovevi venire a Salamanca, Victor. Non oggi.”

    Come al solito pretendeva che le dessi retta senza neppure chiedere perché. Devo aver cominciato allora a dire cattiverie. Lei ascoltava e non reagiva.

    “Torna a Madrid, ti prego.”

    Sprecò altro tempo prima di capire che doveva darmi un motivo valido.

    “Miguel Angel si gioca la pelle. Lascialo in pace.”

    Questa è una frase che ricordo bene: mi fece andare il sangue alla testa. Gestiva lei la plaza de toros di Salamanca? Non aveva in mente altro che il successo di Miguel Angel? Allora poteva correre a scaldargli il letto, a distendergli i nervi.

    Glielo sputai in faccia, e avrei voluto colpirla, farle male, fino a vedere i suoi occhi pieni di lacrime. Non capivo quel suo stare lì in silenzio, senza emozioni, senza rimorsi. Seguitai a vomitare cattiverie finché mi si strozzò la voce in gola.

    Lei non parlò più. Quando pensò di averne abbastanza coprì il viso con le mani e se ne andò. Credo che piangesse, ma non sono sicuro. Sul conto di Mayte non posso essere sicuro di niente. È questo che, ancora oggi, non riesco a perdonarle.

 

                                                            15

 

 

 

    Nemmeno un alito di vento e un caldo da togliere il respiro. Solo verso le quattro del mattino l’aria rinfrescò. Tre ore dopo, la luce filtrò dalle tapparelle e strisciò sulle pareti come il raggio di una meridiana. Chiusi gli occhi, mi girai per inseguire il filo di un sogno già dimenticato, li riaprii per fissare il pulviscolo che brulicava nei fasci di luce.

    Tutto accadde simultaneamente, con una lentezza incomprensibile. Percorrevo un cunicolo semibuio che mi sembrava infinito. A ogni svolta speravo di trovare l’uscita e mi trovavo di fronte a un’altra svolta. E di colpo sbucavo nella Plaza Mayor. In cielo le nubi uscivano dall’orizzonte e venivano avanti come grandi volatili che sbattevano ali bianche, e intanto sentivo la terra cedere sotto i miei piedi. Sul limitare dell’ombra, sull’orlo di un oceano, sentivo le lacrime scorrere sul mio volto. Di fronte a me l’infinito si perdeva in una nebbia grigia e io prendevo parte a una cerimonia di espiazione. Di quale peccato? Non lo sapevo.

    Ma una cosa mi riempiva di sgomento: l’invisibile presenza di Mayte.

                                                              ***

    Sulla piazza, uscendo dall’ombra dell’hotel, la luce obbligava a tenere le palpebre socchiuse. Il sole splendeva, l’aria era frizzante, suonavano le campane. Era domenica mattina e il mondo sembrava uscito da una poesiola infantile: case di marzapane, nubi di zucchero filato. Ma non era un’immagine rassicurante.

    Sentii che dovevo andarmene. Avevo bisogno di spazi aperti, volevo respirare con lo sguardo tra cielo e prati. Avrebbe potuto essere l’ultima volta.

    Viaggiai verso sud in mezzo alla campagna per una trentina di chilometri. Mi fermai in una piazzola dove ero sicuro di aver già sostato chissà quando, forse in un’altra vita. Mi aveva guidato fin laggiù lo stesso istinto che chiama le anguille al momento di riprodursi e gli elefanti quando è ora di morire. La campagna era immobile: le chiome delle querce e l’erba dei prati sembravano scolpite nella pietra. Erano le dieci e faceva già caldo. Lontano, tutte insieme, cominciarono a frinire le cicale.

    La strada era fiancheggiata da un muro a secco oltre il quale i pascoli ondulati, tra filari di alberi e staccionate, finivano in un bosco. Andai a sedere sul muretto. In mezzo al prato due tori pascolavano, altri cinque o sei erano accovacciati a ruminare. Sole caldo sulla schiena e fresca rugiada sotto la pancia. Che c’è di meglio nella vita? Mangiare, bere, accoppiarsi, e attendere la morte con la stessa naturalezza con cui si aspetta che scenda l’oscurità. Per gli animali, vivere è una cosa semplice.

    In qualche modo, sapevo di aver preso la mia decisione; ma era un rospo così grosso che faticavo a ingoiarlo. Gli spazi aperti non bastavano a calmare l’ansia e io cercavo a tentoni una parola o un’immagine che mi facessero sentire in pace con me stesso.

    La naturalezza con cui si aspetta che scenda l’oscurità. Come si può pensare una cosa simile alle dieci del mattino? Con l’arrivo della primavera il mondo era cambiato: mi sembrava che ogni cosa si muovesse impazzita come il pulviscolo in un fascio di luce. L’ansia è paura del caos, percezione dell’ignoto, e ogni creatura reagisce a modo suo: i tori caricano a testa bassa, gli uomini si autosuggestionano con la ripetitività dei cerimoniali. I riti danno sicurezza. Per questo esistono le danze della pioggia. E i sacrifici umani.

                                                              ***

    Qualche suono smorzato ruppe il silenzio della campagna. A un centinaio di metri di distanza, dove gli alberi erano fitti e il terreno saliva in un lieve pendio, apparvero una dozzina di manzi con i campanacci al collo. Venivano avanti in fila indiana. Dietro a loro, quattro uomini a cavallo si profilarono sul limitare del boschetto e si bloccarono, immobili come statue equestri.

    Il gruppo dei manzi scese nel prato aprendosi a ventaglio. I tori accovacciati si alzarono e uno trottò verso i manzi, che si scansarono con movenze da ballerini. Il toro si fermò, indeciso. La frenesia della primavera gli scaldava il sangue e gli impediva di tornare ad acquattarsi nell’erba alta. Alzò il muso e un’ombra gli passò davanti agli occhi: una bianca farfalla cavolaia che ondeggiava nell’aria come la réclame dell’oziosità.

    Il toro dimenticò i manzi e i compagni. Si mise a rincorrere la farfalla con lo stupore e l’esuberanza di un bambino.

    Gli uomini a cavallo si dannarono l’anima per disporre i manzi in una manovra di accerchiamento. Provarono e riprovarono, ma il toro caricava in modo imprevedibile e mandava all’aria i loro spostamenti. Alla fine i mandriani decisero di soprassedere. Si riunirono sul limitare del bosco. Il capo disse qualcosa, poi si staccò dal gruppo aggirando un filare di quercioli.

    Lo vidi avvicinarsi, strano centauro iberico che spariva e riappariva fra un albero e l’altro assorbendo nel corpo i sobbalzi dell’andatura. Era vestito di scuro, con una giacca attillata, la camicia candida e il cappello cordovese inclinato sulla fronte, con la tesa abbassata come la visiera di un berretto militare.

    Quando fu più vicino vidi che era un ometto sulla cinquantina, con la pelle del viso che sembrava cuoio, le rughe scolpite e il portamento eretto di chi vuol mostrarsi autoritario. Fermò il cavallo in un fragore di zoccoli e mi osservò, immobile, in silenzio. Gettò un’occhiata alla targa.

    “Straniero?” domandò.

    Annuii, senza parlare. Con il muso girato verso il prato, il cavallo ebbe un fremito e percosse la terra con gli zoccoli anteriori. L’uomo strinse appena i ginocchi e il cavallo si acquietò. Tornai a guardare in su: gli lessi sul volto l’espressione di chi cerca un modo cortese per formulare una domanda necessaria. Non lo trovò, ma le persone compite hanno tante risorse: abbassò la voce.

    “Cosa fa qui?”

    Mi strinsi nelle spalle.

    “Penso ai miei guai.”

    “Ne avrà uno di più se il toro viene da questa parte.”

    Alzai ancora le spalle.

    “Sì. Ha proprio ragione.”

    Non insistette. Gli era capitato fra i piedi un forestiero incoerente e testardo. Non poteva farci granché, ma sentiva di avere delle responsabilità. Seduto in arcione, con i miei occhi all’altezza della staffa, teneva dritte le spalle e alto il mento. Un uomo piccolo, abituato a farsi valere. Lui, che viveva fra tori e cavalli, che ascoltava i presagi del vento e delle cicale, lui aveva capito tutto.

    Ancora una volta la sua voce cambiò tono: suonò definitiva come quella di un giudice che pronuncia un verdetto.

    “C’è corrida, oggi, a Salamanca.”

    Voltò il cavallo e se ne andò.

                                                              ***

    Non ho mai smesso di pensarci. A quel punto, mi dico, vennero meno i margini di scelta. Quando la libera volontà si fissa in una decisione diventa limite a se stessa.

    Legge e Avventura sono due mostri dirimpettai come Scilla e Cariddi, intransigenti fino alla crudeltà.

 

 

 

 

 

 

 

                                                            16

 

 

 

    La hall del Monterrey era affollata. Una quarantina di persone riunite in capannelli la facevano sembrare una cosa a metà fra un parterre di Borsa e una fiera di bestiame. Il portiere era troppo indaffarato e non aveva tempo per dare informazioni. Un facchino mi disse dov’erano le stanze dei matadores. Salii al quarto piano in un ascensore pieno di uomini di mezza età, tutti campagnoli vestiti a festa.

    Le stanze di Miguel Angel avevano la porta aperta; la gente entrava e usciva, sostava sulla soglia. Erano due camere comunicanti: nella prima, che fungeva da anticamera, il letto era stato spinto in un angolo, le finestre avevano i vetri spalancati e le imposte socchiuse. Due gruppi di persone parlavano sottovoce nella penombra. Sembravano quei crocchi che si formano ai funerali prima di dare inizio al corteo.

    Nella stanza adiacente, Miguel Angel in jeans e camicia bianca aperta sul collo ascoltava i commenti di qualcuno che era andato a informarsi sui tori. Mi vide nello spiraglio della porta e gli si contrasse una guancia. Istintivamente voltò la testa, ma tornò subito a fissarmi e con un gesto mi invitò a entrare.

    Con lui c’erano Javier, due uomini anziani e Manolo, un ragazzo che frequentava la casa di don German. Miguel Angel lo utilizzava come mozo de estoques, cioè fattorino, cameriere e custode della borsa con le spade.

    Javier mi rivolse solo un cenno di saluto e si cucì la bocca. Miguel Angel si voltò e, gentilmente, ma in tono che non ammetteva replica, disse agli altri:

    “Per favore, lasciateci soli.”

    Javier cercò di protestare, ma Miguel non gli fece caso. Puntò il dito verso il ragazzo:

    “Manolo, esci anche tu e chiudi la porta. Non far entrare nessuno finché non lo dico io.”

    Ci guardarono con gli occhi sbarrati, senza spiccicare una parola. Uscirono in silenzio, e sembrava che camminassero sulle uova.

                                                              ***

    Miguel Angel aprì il cassetto del comodino e rovistò a lungo, poi si voltò sventolando un biglietto.

    “Eccolo qua. Ero sicuro che non mi avresti deluso.”

    Feci una smorfia.

    “Non verrò alla plaza de toros, Miguel. Sto per lasciare la Spagna. Dovrei già essere a Milano.”

    Il tic gli contrasse ancora la guancia. Storse le labbra, posò il biglietto sul tavolo e alzò le spalle.

    “Be’, magari non per il mio debutto, ma saresti tornato comunque. Anche fra un anno o due. Tu non sei il tipo che lascia conti in sospeso.”

    “Ah no? E che tipo sono? Per quel che ne sai, avrei potuto anche mandarvi al diavolo tutti quanti.”

    “Però non l’hai fatto.”

    Mi resi conto che gli avevo porto la battuta. Chissà perché.

    “No, non l’ho fatto. E allora?”

    La domanda rimase sospesa nell’aria. Miguel Angel aveva vinto la prima scaramuccia e mi costringeva a scoprirmi. E va bene, pensai. Facciamola finita.

    “Non mi piace essere preso in giro, Miguel. Guardami in faccia. Don Agustin era figlio di tuo padre. Forse è stato lui stesso a dirtelo, forse è stato Diaz Herrero. Comunque sia, tu lo sapevi. Avevi paura che reclamasse la sua parte di eredità? Per questo l’hai fatto fuori?”

    Cacciò un verso strozzato, come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco. Ma si riprese subito:

    “Sei proprio un fesso! Hai raccolto pettegolezzi e ci hai ricamato sopra. Sei più impulsivo del Moro di Venezia.”

    “Non divagare, Miguel. La gelosia non c’entra.”

    Inarcò le sopracciglia e stirò le labbra. Cercava di sorridere.

    “Se non fossi geloso, certe stupidaggini non le avresti nemmeno ascoltate.”

    “Stupidaggini? È stato ucciso il tuo fratellastro e non mi risulta che tu abbia versato una lacrima. Eppure dovresti essere sconvolto. Anche se era un prete e un plagiario. Anche se era il prediletto di tuo padre.”

    Mi lanciò un’occhiata torva.

    “Che cosa stai dicendo?”

    “Dico che don German ha mangiato la foglia. Mi ha fatto ascoltare la registrazione della predica di San Giovanni. Sei stato tu a portargliela. Me l’ha detto lui. Ho sospettato subito che fosse un plagio, ma non ero sicuro e ho esitato a tirare le conclusioni. Poi, quella notte, ho avuto un flash e ho capito qual era l’opera plagiata. Tu te ne eri accorto da un pezzo. Scommetto che non hai mancato di farlo notare a tuo padre quando gli hai portato il nastro. Scommetto che gli hai messo il testo sotto gli occhi, mentre ascoltava.”

    Miguel Angel guardava a terra, con una mano appoggiata al tavolo e il corpo incurvato, come un atleta che si prepara a scattare.

    “E se anche fosse? Cosa credi di aver scoperto?” chiocciò alzando la testa. “Che mi stava antipatico? Sai che novità! Come se fossi stato l’unico. Tu non lo conoscevi, Agustin. Non hai mai provato a discutere con lui. Hai domandato in giro chi erano i suoi amici, se mai ne ha avuto uno? Be’, te lo dico io: non ne aveva. Non ne voleva. Ammiratori sì, una manica di leccapiedi. Ma amici no. A lui piaceva predicare dal pulpito, non discutere.”

    Si raddrizzò con un lampo di collera negli occhi.

    “Ma non l’ho ucciso io! Perché credi che abbiano mascherato il cadavere da toro? Per gettare i sospetti addosso a me! Lo sapevano tutti che non sopportavo la sua invadenza, il suo modo di fare da padreterno. Dio, com’era insopportabile! E tutto per un miserabile successo accademico che non meritava nemmeno.”

    Aveva cambiato ancora espressione: adesso sul suo viso c’era la rabbia impotente degli sconfitti.

    “Ultimamente sembrava che prendesse gusto a rompermi l’anima. Ogni pretesto era buono per intromettersi e criticare. Ti sembrerà incredibile, ma era invidioso dei successi altrui.” Fece una pausa guardandomi in tralice. “Si era messo persino fra me e Mayte.”

    Rigirava il coltello nella piaga della gelosia: voleva far parlare me. Rimasi in silenzio e la cosa lo contrariò.

    “E tu, cosa credi di aver capito, presuntuoso imbecille? Ti dai le arie da uomo d’affari perché i pezzi grossi ti invitano a pranzo e le ragazze ti covano con gli occhi, ma sei soltanto un commesso viaggiatore, poco più di un fattorino. Che ne sai tu di Salamanca?”

    Incrociò le braccia sul petto con aria di sfida.

    “Tientelo per detto: non sono stato io. E adesso?”

    Dovetti fare uno sforzo per controllarmi. Non aveva senso lasciarsi provocare: gli avevo già concesso troppi vantaggi.

    “Adesso niente” dissi. “Non mi darò da fare per mandarti in galera, se è questo che ti preoccupa. In una clinica semmai. Mi hai deluso, Miguel. Inganni il prossimo, e forse anche te stesso, scendendo nell’arena. In realtà mi fai pena. Ti sei preso paura perfino di un morto di fame come Rafael, che ti aveva visto trascinare il cadavere sul sagrato e cercava di estorcerti quattro pesetas.”

    Gli passò sul volto un’ombra di fastidio. Mi parve una stupida arroganza, come se avesse voluto esclamare: “Che me ne importa di un pidocchioso gitano?”

    “Dovresti vergognarti di te stesso. Ti riempi la bocca di sfide e di duelli, ma poi uccidi a tradimento, come una femmina. Non hai il fegato per affrontare un uomo guardandolo in faccia.”

    “Victor!” mi guardò con gli occhi sbarrati, come se non credesse alle sue orecchie. “Hanno ingannato anche te. Ci hanno messi uno contro l’altro.” Tutto a un tratto la maschera strafottente era sparita. “Per amor di Dio, sta’ alla larga da questa storia.”

    “Piantala. Sei solo un vigliacco.”

    Restammo a fissarci in silenzio. Avrebbe accettato di fare a cazzotti o avrebbe tirato fuori un coltello? Invece impallidì. All’improvviso mi sentii addosso uno sguardo disarmato, da martire. Non so perché, pensai ad Abele: aveva avuto il tempo di voltarsi e guardare gli occhi di Caino? Certo non avevo più le idee chiare, altrimenti non sarei stato tanto pazzo da dargli le spalle. Girai sui tacchi mentre lui ripeteva:

    “Non sono stato io.”

    Non mi fermai. Quando impugnai la maniglia Miguel Angel parlò ancora, con la voce di un condannato a morte.

    “Vieni alla plaza de toros, Victor. Non lasciarmi solo.”

                                                              ***

    Erano quasi le due. Le cafeterias sapevano di vino, di aglio e di arrosto, ma io avevo lo stomaco annodato e non sarei riuscito a mandar giù un boccone. In albergo, chiuso in camera, fumai una sigaretta dietro l’altra.

    Avevo creduto di rischiare la pelle contro un assassino pericoloso, ma Miguel Angel era soltanto un velleitario, senza nemmeno un po’ di buon senso. Non sapeva tener testa a un arrogante padreterno come don Agustin. Usciva da ogni scontro con le ossa rotte, frustrato e sconfitto davanti a mezza Salamanca. Mi tornò in mente la paura che aveva nella voce mentre mi scongiurava di non lasciarlo solo. Mi vennero i brividi.

 

 

 

                                                             17

 

 

 

    Avevo dormito? Forse sì. Quando guardai l’orologio erano le sette e mezza. Il tempo era volato. Miguel Angel era già nell’arena: fra poco avrebbe affrontato il suo toro. E, come sempre, la porta non si apriva, l’ascensore non arrivava mai, l’auto non si metteva in moto. Mi parve di impiegare un secolo per raggiungere la plaza de toros. Non c’era più posto nei parcheggi e dovetti lasciare l’auto sulla strada. Mentre mi affrettavo verso l’entrata, Rocio sbucò da dietro il toro di bronzo e mi si parò davanti, in silenzio, quasi a passo di danza.

    “Levati di mezzo, Rocio. Ho fretta.”

    Lei aprì le braccia per sbarrarmi la strada.

    “Torna indietro!” disse sottovoce. “Vuoi finire come le farfalle nei falò?”

    Aveva gli occhi fuori dalle orbite e le mani strette a pugno, come se aspettasse lo schianto di un fulmine o la scossa di un terremoto. E proprio in quel momento lo sentii anch’io: un lampo doloroso nelle vene.

    Nella plaza scoppiò un boato. Non era un grido di gioia. Non erano olé urlati all’unisono. Era una mescolanza di urla e strilli, come se ogni spettatore fosse in preda a un’emozione diversa.

    “Ecco.” Rocio fece un gesto secco. “È tutto finito.”

    “Lasciami passare!” gridai.

    Non ci pensava nemmeno. Mi venne addosso, spinse il suo corpo contro il mio e mi afferrò i polsi.

    “Vattene!” mi soffiò all’orecchio. “Voi payos non sapete neppure cos’è che spinge gli uomini a cercare di uccidere la morte. I gitani lo sanno da sempre. Le vecchie lo raccontano ogni sera, sedute attorno al fuoco. Ascolta: Adamo non sapeva cosa fosse il dolore. Non aveva mai amato, non aveva mai visto morire una persona cara. Ma si annoiava e pur di avere una compagna rinunciò a una costola. Fu allora che il Nulla gli entrò nell’intimo attraverso la ferita. Da quel momento i maschi conobbero la paura: impararono a uccidere, a morire, e a fecondare le femmine come in una lotta, a pugnalate.”

    Rocio mi parlava all’orecchio stando aggrappata a me. Non riuscivo a staccarmela di dosso. Si dibatteva e dovevo avanzare trascinandola. Intanto, sull’entrata laterale della plaza de toros si era formato un capannello di gente che vociava e gesticolava.

    “Cos’è successo?” gridai. Ma nessuno mi fece caso.

    “Marte ti ha lasciato.” disse Rocio, come se mi annunciasse la prigione o l’esilio. Mollò la presa e mi guardò negli occhi.

    “Sei andato troppo vicino alla luce. Sei diventato cieco.”

                                                               ***

    Lopez Gil si aprì la strada tra la gente che sostava sulla porta della plaza. Rocio lo vide e scappò via, come scappano i ladri. Una ambulanza passò a tutta velocità con la sirena in funzione. Lopez Gil mi fece segno di seguirlo.

    “Dove ha la macchina? Andiamo all’ospedale.”

    Era teso e sudato. Si asciugò la fronte con un fazzoletto. Quando mi bloccai a un semaforo rosso, tirò il fiato e si ricompose.

    “Miguel Angel doveva affrontare il terzo toro” raccontò. “L’ha aspettato in ginocchio davanti alla porta del toril. Il toro è uscito e lui gli ha dato una larga cambiada, poi si è girato sul posto senza rialzarsi e ha ripetuto il passaggio. Il toro si è trovato di fronte la barrera, si è voltato come una tigre e ha caricato ancora. Miguel Angel è schizzato in piedi, ma il toro era troppo vicino: ho visto il corno attraversare la coscia da parte a parte.”

    Un chirurgo in grembiule verde attendeva sull’entrata del pronto soccorso. Vide Lopez Gil, scosse la testa e fece strada in silenzio. Aprì una porta. Miguel Angel era là, steso su un lettino.

    “L’arteria femorale era squarciata. Il cuore ha smesso di battere nel giro di trenta secondi. L’attività cerebrale è cessata. Quando è arrivato qui non c’era più niente da fare.”

    Miguel Angel aveva ancora addosso il costume strappato e pieno di sabbia. Il sangue che gli inzuppava la coscia destra cominciava a prendere il colore della ruggine. Nel volto pieno di abrasioni gli occhi guardavano chissà dove, oltre l’orizzonte, glauchi come non li avevo visti mai.

    Lopez Gil mi afferrò un braccio.

    “Venga con me.”

                                                              ***

    Di nuovo nel suo ufficio, come la sera prima. Lo stesso caldo, la stessa penombra, le finestre accostate, gli scuri chiusi, i rumori della strada che arrivavano smorzati come se provenissero da un altro mondo.

    “Non è stata colpa sua.”

    Ma certo. La colpa era del toro, che si era precipitato addosso a Miguel Angel invece di rincorrere una farfalla. Oppure, la colpa era di Miguel Angel, che aveva voluto dimostrare di non essere un vigliacco. E perché poi? Una esibizione di coraggio non avrebbe fatto svanire le coincidenze, i sospetti, gli indizi. Aveva cercato la morte per sottrarsi al rimorso o per accusarmi di averlo creduto colpevole senza prove?

    “Lei è stato messo in mezzo. A Salamanca la situazione era diventata intollerabile. Sa cosa vuol dire convivere con un assassino? Fingere con tutti, sospettare di chiunque, anche degli amici, di gente per la quale fino al giorno prima avresti messo la mano sul fuoco. Per smuovere la situazione ci voleva un estraneo. Ma non potevo convincerlo a rischiare la pelle: doveva esserci costretto dalle circostanze. E doveva agire liberamente, prima che gli affari o i sentimenti lo invischiassero nella quotidianità di Salamanca. Insomma, dovevo infilarlo in un percorso obbligato.”

    Pensai che Lopez Gil poteva aver fatto pressioni su Colon, manovrato Montserrat, richiamato dal Messico la signora Montoya. Ma era impossibile che sin dall’inizio avesse deciso di usarmi per mettere alle strette Miguel Angel.

    “E così, avrebbe organizzato tutto lei?”

    Si avvicinò il portacenere.

    “Ho approfittato delle circostanze e della mentalità contorta di Salamanca. Pensi alla guglia della cattedrale: una torre imponente come un monumento egizio, che ha in cima un grande fiore barocco. Provi a guardarla da vicino. Le evoca pensieri celestiali? Neanche per sogno! Semmai fa pensare alla terra, o addirittura al sottosuolo.”

    Accese il sigaro. Nuvole di fumo ristagnarono a mezz’aria come una nebbia.

    “I salmantini crescono all’ombra della torre di Babele. Don Agustin lo sapeva e predicava di guardare in alto per cercare la luce. Chi non poteva tollerare le sue debolezze l’ha fatto tacere per sempre e una intera città è stata sua complice. Salamanca ha più rispetto per i paradossi che per la legge.” Alzò le spalle. “E questo è tutto: il caso è chiuso.”

    Mi tornarono in mente il panico e l’angoscia del mio rientro a Madrid, quando mi ero affacciato alla porta della notte e i fantasmi di Salamanca mi avevano inseguito fino in cima alla sierra. Perché ero tornato? Per amor proprio, per voglia di avventura. Ecco cosa ne avevo ricavato: sotto i miei occhi i giganti erano diventati mulini a vento. Non potevo più credere a nessuno, nemmeno a me stesso.

    “E la giustizia dove va a finire?”

    Lopez Gil soffiò un’altra nuvola di fumo.

    “Dove finisce tutto: nella morte.”

 

 

 

                                                            18

 

 

 

    Da quando il questurino se ne è andato sono rimasto qui, nel bar dove Lola e Fernando cercarono di capire cosa sapevo, dove Miguel Angel fu sul punto di confidarsi e Mayte glielo impedì, dove Montserrat mi trascinò per una notte in un mondo di intuizioni e di presagi. Seduto nel mio angolo, ho ripercorso gli ultimi atti di una tragedia con poche spiegazioni e troppi epiloghi. Perché continuo ad affannarmi dietro a ricordi che mi fanno soffrire? Sono stanco. Ma il secondo epilogo si fa avanti e mi inchioda sulla poltrona.

                                                            ***

    Miguel Angel era morto e Salamanca tirava il fiato: il caso era chiuso. Tornai in albergo più confuso che mai. Le conclusioni di Lopez Gil sapevano di zolfo: tappavano la bocca, ma non convincevano. Ritirai la chiave dal portiere. Quando mi voltai, Manolo, il servo di spada, era di fronte a me e mi fissava. Aveva in mano una busta chiusa.

    “Miguel Angel ha ordinato di consegnarle questa lettera, don Victor, solo a lei, personalmente, anche in capo al mondo. La busta è sigillata. Controlli: il sigillo è intatto. Ho fatto il mio dovere.”

    Ora che non aveva più compiti da svolgere, Manolo lottava per liberare la gola da un nodo aggrovigliato.

    “Miguel Angel le voleva bene, don Victor. Come a un fratello.”

    Inghiottì a vuoto un paio di volte, capì che non sarebbe riuscito a trattenere la commozione, e si voltò. Se ne andò con la testa china. Uno spagnolo, duca o contadino, ha troppo orgoglio per esibire in pubblico le sue emozioni. Lo guardai allontanarsi, prima di aprire la busta.

 

Victor,

          hanno ingannato anche te e non te ne faccio una colpa: è un complotto bene organizzato. Anche troppo, accidenti. Ormai non posso tirarmene fuori. Ma questi sono affari miei. Non posso spiegarti tutto, ma credi almeno questo: non mi importa di cosa pensa la gente. Non devo niente ai salmantini. Sono in debito con te, e pago.

         La notte in cui fu ucciso Agustin io ero a “colloquio” con Montserrat Ballesteros. Non immaginavo che la cosa potesse servirmi da alibi. Avevo altro per la testa: volevo infilare Montserrat nel tuo letto e fare in modo che Mayte lo scoprisse. Non è stato difficile, solo un po’ caro.

        Purtroppo non posso chiedere a Montserrat di garantire per me: la cara ragazza ha preso il largo. Tra l’altro, doveva disporre di ottimi argomenti: ho saputo che Lopez Gil le ha rinnovato il passaporto e Colon le ha fatto avere una liquidazione più che generosa. Dubito che conti di farsi vedere ancora a Salamanca.

        Per darti qualche prova della mia innocenza dovrei rivelarti chi ha ucciso Agustin e chi ne ha approfittato per montare il complotto contro di me. Ma così farei di te la prossima vittima, e questo non lo voglio.

        Se non avrò fortuna con il mio toro, tutti mi crederanno colpevole. Pensino quel che vogliono: almeno i conti saranno chiusi. Tu, invece, ricordami come vuoi, ma non come un assassino. E, per amor di Dio, sta’ bene attento a dove metti i piedi!

        Addio, Victor. Comunque vada, addio per sempre.

 

    Conservo la lettera nel portafogli. La porto sempre con me. Mi è capitato spesso di rileggerla mentre ero in giro per il mondo. Se Miguel Angel era colpevole perché l’aveva scritta? Avrei potuto mostrarla a Lopez Gil. Oppure farla pubblicare sulla Gaceta. O anche pagare un investigatore privato per rintracciare Montserrat e farle confessare tutto, pubblicamente, sui giornali e davanti a un giudice.

    Ma se Miguel Angel era innocente perché non aveva smascherato il colpevole?

    Certo, Lopez Gil aveva convenienza a sostenere che il caso era chiuso. Montserrat aveva servito due o tre padroni. Colon teneva il piede in troppe scarpe. Lola aveva qualcosa da nascondere e Fernando le reggeva il sacco.

    Quella lettera poteva anche essere un depistaggio, ma almeno dimostrava una cosa: innocente o colpevole, Miguel Angel voleva proteggere qualcuno. Anche a costo della pelle.

                                                               ***

    È successo quando sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato verso la Plaza Mayor.

    Volevo sedere a un tavolino tranquillo, alzare gli occhi al cielo e pensare che lo spettacolo del firmamento è una menzogna complicata, fatta di magnitudini e distanze, di moti apparenti, rifrazioni, rotazioni, rivoluzioni e traslazioni. Volevo rassegnarmi a guardare le stelle così come appaiono, raggruppate in fittizi segni zodiacali dove si incanala l’energia dell’universo. Volevo inchinarmi al mistero di una menzogna che non si cura di essere smentita.

    Ho camminato lungo la via che sale verso la piazza e si restringe come un imbuto. Ho sentito qualcuno che mi chiamava. Mi sono voltato e non ho visto nessuno. Poi mi è sembrato di soffocare.

    Non so da dove sono sbucati: due ombre buie che si muovono in silenzio, con movimenti sincronizzati. L’uomo mi torce un braccio dietro la schiena e mi graffia il collo con un coltello. La donna mi indica di aprire la macchina e mettermi al volante. Al termine di una complicata manovra, Rocio è seduta accanto a me mentre Paco, sul sedile posteriore, tiene il coltello appoggiato al mio pomo d’Adamo. Inizia uno strano viaggio notturno, con Paco che non parla e Rocio che si limita a indicare la strada.

    Nel buio fitto, il silenzio e la tensione mi fanno rivivere i giorni successivi alla morte di Miguel Angel, intossicati dai rimorsi. Tornai a Madrid e feci le valige, ma non partii. Passai una settimana leggendo i giornali, passando in ufficio a firmare carte, girando per i bar. Un trafiletto sulla Gaceta del martedì diceva che Miguel Angel sarebbe stato sepolto in Galizia, davanti all’oceano, in una proprietà della famiglia di sua madre.

    Seguitai a ciondolare per un’altra settimana. Speravo che accadesse qualcosa, anche se ero convinto che non sarebbe successo niente. Un mercoledì mattina, fermo a un semaforo, alzai gli occhi al cielo e decisi: non sarei rimasto un solo giorno in più. Ma non potevo partire senza salutare un vecchio amico.

    Il coltello mi tocca la gola a ogni scossone. Basterebbe una buca o un ostacolo improvviso: il collo scatterebbe in avanti e Paco tirerebbe a sé la mano. Farei la fine che, da qualche secolo, il mio amico predice a chi gli si sofferma davanti.

    Rivedo la scalinata del Museo del Prado: il mio amico è là, nella sala dei pittori fiamminghi, ed espone i suoi orrori con agghiacciante naturalezza. Centinaia di scheletri amministrano con ferocia professionale una carneficina che non lascia intravedere niente al di là della morte. L’umanità, masse anonime sorprese a vivere come animali nelle tane, amando non corrisposti o copulando senza amore, è sospinta in una trappola in fondo alla quale c’è (o non c’è?) soltanto il Nulla.

    Forse aveva ragione don German a lamentarsi della malvagità universale e non aveva torto Miguel Angel a ritenersi truffato se l’eterna giovinezza non è neppure un sogno ma solo un controsenso. Io, che volevo essere libero, inseguivo l’occidente sperando di imbattermi nell’avvio di un eterno ritorno. Fingevo di ignorare che una legge più forte delle altre, un modus in rebus, ci impone di infrangere ogni legge e ci condanna a vivere nel rimorso.

    Ogni anno torno a Madrid per scrutare nel Trionfo della Morte: è uno specchio nel quale vedo me stesso, ma è una vista che non posso reggere a lungo. Anche quel giorno non ci riuscii. Distolsi lo sguardo e pensai che mi stavo facendo del male. Alle domande rimaste in sospeso nessuno avrebbe dato una risposta.

                                                              ***  

    “A sinistra.”

    “Dove?”

    “Laggiù, tra quei due filari di pioppi.”

    Quando svolto sul sentiero sterrato riconosco la tenuta di don German. E all’improvviso so chi è il Manuel che mi ha lasciato un messaggio sotto il tergicristallo. Rocio mi indica quella che vent’anni fa era la scuderia. Si apre una porta e la luce disegna i contorni di una sagoma affacciata.

    “Hai uno strano modo di invitare i tuoi ospiti, Manolo.”

    “Venga, don Victor. Le spiegherò.”

    Entro in una stanza senza pretese, con il pavimento di mattoni. I muri sono imbiancati a calce. Al centro c’è un tavolo quadrato con una tovaglia a colori vivaci. Una vecchia credenza, una poltrona scalcagnata. Una lampadina nuda pende dal soffitto e manda una luce tagliente che rimbalza sul bianco delle pareti.

    “Don German ha più di ottant’anni. Si è riconciliato con la moglie e vive in città. Qui mando avanti io la baracca.”

    Tace di colpo: si è accorto di aver preso un tono autoritario e si pente di aver parlato in quel modo a “don Victor”.

    “Miguel Angel disse che un giorno lei sarebbe tornato. Avevo ascoltato il vostro colloquio e lui mi fece promettere che non le avrei fatto del male.”

    Vede che ho il colletto macchiato di sangue e scuote la testa.

    “Paco ha esagerato. Venga. Per di qua.”

    In bagno controllo i tagli sulla gola, li disinfetto con un dopobarba, trovo dei cerotti. Torno nella stanza. Manolo, Rocio e Paco sono seduti al tavolo. Mi hanno lasciato il posto di fronte a Manolo. Quando mi siedo, la luce della lampadina gli scava pozze di buio nelle occhiaie e nelle guance. Rocio e Paco sembrano pietrificati: inseguono pensieri lontani e i loro profili ricordano quelli degli idoli egizi. Manolo muove appena la mano appoggiata al tavolo. Accenna ai gitani.

    “Volevano vendicare Rafael, ma Lopez Gil li teneva d’occhio. Pensavano che uno solo dei quattro fosse l’assassino. Ho consigliato di sorvegliarli e di fare in modo che se ne accorgessero. Fernando, Javier, Lola e Mayte hanno lasciato Salamanca uno dopo l’altro. Ma dovunque andassero i gitani li hanno fatti sentire spiati. Per quattro anni non hanno lasciato passare un giorno senza mostrarsi, scrivere biglietti, fare telefonate mute. Finché qualcosa si è spezzato. Fernando è in casa di cura, ha tentato il suicidio più di una volta. Javier è alcolizzato e vive di espedienti. Le donne sono scomparse.”

    Manolo tace e alza il mento. È convinto di aver fatto il proprio dovere.

    “Come, scomparse? Cos’è successo a Mayte?”

    Manolo non parla. Sotto la luce violenta, sembra una statua di marmo levigata dal pensiero che, notte dopo notte, gli ha scavato le tempie. È incredibile, ma questo è il ragazzino che si rivolgeva a Miguel Angel chiamandolo maestro e considerava un privilegio portargli la borsa con le spade.

    Manolo non risponde alle mie domande: se ne sta immobile, chiuso in se stesso, come chi si considera al di là delle piccolezze umane. È Rocio che parla, e la sua voce ha il tono di quando mi abbracciò davanti alla plaza de toros.

    “L’hai ancora nel sangue, payo. Non la vedi da vent’anni ma lei ti tiene sempre nel palmo della mano.”

    “Ditemi cos’è successo a Mayte, perdio!”

    Tacciono tutti e tre; guardano nel vuoto, concentrati su un oggetto invisibile.

    “Non era lei” dice Paco senza guardarmi in viso. “Ho visto il cadavere all’obitorio. Non era Mayte.”

    Manolo si riscuote. Racconta che Lola raggiunse Mayte a Valladolid. E lì successe qualcosa di poco chiaro. La polizia trovò il cadavere di una donna sfigurata, senza documenti, con i polpastrelli ustionati. Mayte e Lola erano sparite. Paco visitò il loro appartamento: c’erano pochi vestiti in guardaroba, i cassetti semivuoti e nessuna valigia. Manolo dice che è tutto quel che sa, che la donna morta può non aver niente a che fare con Lola e Mayte. Dice che la polizia identificò la vittima in una prostituta scomparsa da settimane e archiviò il caso.

    “Lo giuro, don Victor: non sappiamo altro.”

    Manolo è sincero. Tutto quel che sa gliel’ha riferito Paco. E all’improvviso penso che quell’appartamento, persino quel cadavere martoriato, avrei voluto vederli con i miei occhi. Che abbia commesso delitti o che ne sia rimasta vittima, in qualunque porcheria abbia inciampato, Dio mio, che fine ha fatto Mayte?

    “Ma perché sei sicuro che siano stati proprio loro?”

    “Miguel Angel lo sapeva. Prima di regolare i conti con loro voleva smascherare Colon, che trescava con Diaz Herrero, e Lopez Gil che stava sul suo libro paga. Questo è ciò che mi disse e io lo riferisco a lei come vent’anni fa l’ho riferito a don German. Ci ha pensato lui a mettere Colon sul lastrico e a stroncare la carriera di Lopez Gil. Quanto a Diaz Herrero, è morto nell’82.”

    Li guardo in faccia, tutti e tre, e mi fanno paura. Sono sicuri di essere nel giusto, di non aver commesso errori.

    “Quei quattro, Miguel Angel me li nominò uno per uno” insiste Manolo. “Disse che avrebbe pensato a loro una volta levato di mezzo Lopez Gil.”

    “E questa sarebbe un’accusa di omicidio? Hai domandato a Miguel Angel che prove aveva? Come fai a sapere che non si è sbagliato?”

    Le mie domande cadono nel silenzio. La luce che rimbalza sulle pareti sta diventando ipnotica. Nessuno apre bocca. Il volto di Manolo è sempre più sfigurato dall’ombra. I gitani hanno pietre al posto degli occhi.

    “Sono stati loro” dice Rocio.

    “Sono stati loro” ripete Manolo.

 

 

                                                              19

 

 

 

    Il tempo scorre lentamente. Il silenzio è come l’aria in certi pomeriggi d’estate, quando i colori sfumano in un grigio di piombo. Guardo le mie mani, le dita intrecciate, e penso che due gitani e un ragazzo hanno eseguito una condanna che Miguel Angel non ha pronunciato. Paco e Rocio si alzano e se ne vanno, chiusi in se stessi come aristocratici tra la folla. La porta è aperta.

    Manolo tace. È troppo orgoglioso per aspettarsi di essere assolto o maledetto. Me ne vado anch’io, senza parlare. La porta si chiude alle mie spalle e rimango solo nel buio fitto. Le mie domande non hanno avuto risposta. Non saprò mai se vent’anni di sopravvivenza valgano più dell’amore di Mayte, anche se fosse durato solo un giorno, anche se non fosse stato che un inganno. Le scelte di vita non hanno controprove.

    Su una cosa non ho cambiato idea: a quel punto, fuggire era meno vigliacco che restare. Miguel Angel era morto e io dovevo affrontare da solo i miei rimorsi.

                                                              ***

    Lungo la strada buia poche case si fronteggiano. Sono tutti così, i pueblos: case di pietra a un piano, coi tetti di ardesia, addossate l’una all’altra, la strada che passa in mezzo e la vastità della meseta alle spalle.

    Tutte le finestre sono sbarrate, ma l’ultima casa è un po’ scostata dalle altre e ha l’insegna luminosa di una marca di birra. Parcheggio vicino all’entrata. Un’auto mi affianca, così vicina da impedirmi di aprire lo sportello. È il questurino. Mi seguiva da quando sono uscito dall’hotel. Ha visto Paco minacciarmi.

    I gitani avrebbero potuto tagliarmi la gola, prendere il portafogli e gettare il mio corpo lungo la strada. Lui è rimasto a guardare.  

    Anche adesso mi guarda, come per sincerarsi di non avermi confuso con un altro, scende, gira intorno alle auto affiancate, apre lo sportello e viene a occupare il posto accanto a me.

    “Ora è soddisfatto?”

    Non vedo i suoi occhi: dà le spalle alla cafeteria e non c’è altra luce che quella dell’insegna. Il suo volto è soltanto un’ombra più scura delle altre.

    “È così che proteggete i cittadini?”

    “Tecnicamente non sono stati commessi reati.” Lo dice con convinzione, sorvolando su un rapimento con minacce a mano armata. “Mi risponda: è soddisfatto? Crede di saperne di più? Be’, se ne faccia una ragione. I misteri sono come le cipolle: chi toglie tutte le bucce resta a mani vuote e con le lacrime agli occhi. La polizia ha dato il suo verdetto e non lo cambierà. German Garcia ha preso le sue vendette e se la vedrà con il Padreterno. Quanto a lei, i dubbi con cui deve convivere sono un problema suo. Non si illuda di risolverlo rivangando vecchie storie.”

    Non dico niente. Ho ascoltato troppe verità e ancora non so quale scegliere. Il questurino sibila:

    “Vada a dormire e parta domattina. Torni in Italia.”

    Lo seguo con lo sguardo mentre gira intorno alle auto appaiate, sale sulla sua e manovra per andarsene. Lascio che si allontani, prima di ripartire anch’io.

                                                              ***

    La mia ultima notte a Salamanca.

    Nella Plaza Mayor il caffè Altamira sta per chiudere. Gli ultimi avventori si salutano. Li osservo dall’altro lato della piazza, sotto i portici vuoti che rimandano l’eco dei miei passi. Scendo per la Calle San Pablo, cerco la statua di Cristoforo Colombo. Ma non la vedo. Gli alberi sono cresciuti e la nascondono. Vent’anni fa, in gennaio, erano spogli; oggi in piena estate le fronde formano un sipario ondeggiante. Una certezza mi cade addosso all’improvviso: nemmeno il successore di Lopez Gil conosce tutta la verità, ma sa dov’è Mayte e non l’ha detto.

    In albergo accendo la ventesima sigaretta e accartoccio il pacchetto. Ho ricostruito ogni fase della tragedia, ma continuo a ripetermi che già una volta ho sbagliato. Vent’anni fa! Non c’è niente da fare: il tempo può voltarsi e guardare indietro camminando a ritroso, ma non cambia direzione. È troppo tardi per pensare agli altri. Devo pensare a me stesso.

    Lopez Gil l’aveva detto: la giustizia finisce con la morte. I corpi si sfanno e i sentimenti filtrano giù nel Tormes. Dopo le piogge d’autunno nella pietra rimangono solo i fatti, e diventano segreti. Il prete che trovai cadavere sul sagrato della cattedrale aveva pagato per il desiderio di vendetta di Diaz Herrero, per gli intrighi di Colon, per l’odio di due donne prese e lasciate, e per chissà quanti altri rancori.

    “Chi è solo deve mortificare se stesso” aveva detto Miguel Angel, “ma chi fa parte di un branco può aizzarlo a sacrificare una vittima.”

    Ecco la verità: tutti hanno ucciso. Tutti hanno avuto un ruolo. È stato un omicidio collettivo. Salamanca ha immolato don Agustin perché ognuno trovasse altre ragioni per vivere.

    E io? Quando lasciai la Spagna ero convinto di averne ancora. Le ho viste consumarsi a una a una. Sono tornato per rintracciare quelle che avevo lasciato sotto la statua di Cristoforo Colombo e davanti alla plaza de toros. Non le ho ritrovate. Quel che cerco non è più a Salamanca.

                                                              ***

    All’alba ho imboccato una strada che non avevo mai percorso. Mi ci è voluta una vita per trovare il coraggio di andare oltre Salamanca. Ho attraversato pianure rosse di argilla e montagne nere di carbone. Ho risalito valli tortuose e boschi di alberi nani dai rami intricati, dalle foglie brevi e spesse. Ho visto il cielo incupire e ho respirato un vento che sa di lontananza e di ignoto. Ho corso insieme al sole per arrivare prima del tramonto a una penisola battuta dalle onde: Finisterre.

    Qui il vento raccoglie lacrime sottili che piovono sul viso e colano sulle labbra, salate come lacrime umane. Questa è la porta dell’occidente. Qui non serve sapere chi ha ucciso: il colpevole sono io, che ho dato i miei sogni in pegno al destino in cambio di moneta falsa, e per vent’anni mi sono illuso di poterli riscattare. Adesso sono veramente solo.

                                                               ***

    E sono solo anche davanti all’ultimo epilogo, mentre il cuore accelera i battiti e mi rivedo uscire dal museo del Prado e rimanere immobile in cima alla scalinata con in mente l’eterno, disperatamente inadeguato, “come sei bella!”.  

    Appoggiata al muretto ai piedi della statua di Goya, teneva in mano un libro dal quale alzava lo sguardo con meccanica regolarità. Mayte mi vide, infilò il libro nella borsa e mi venne incontro, prima quasi di corsa, poi a passi incerti.

    “In ufficio hanno detto che ti avrei trovato qui”.

    Perché non volevo ammettere che l’amavo, qualunque cosa avesse fatto? Restammo lì, ai piedi della scalinata, guardandoci in silenzio. Due naufraghi colpevoli delle stesse atrocità, sbattuti sulla stessa spiaggia.

    Fummo travolti da una scolaresca che usciva rumoreggiando dal museo e sciamava verso il parcheggio degli autobus. Ci ritrovammo in uno di quei caffè che sembrano fatti apposta per consumare i drammi degli amori fraintesi. Guardavo Mayte e mi domandavo com’era possibile che non fosse sincera.

    “Ti amo, Victor.”

    “Non è vero. Tu non ami nessuno. Non amavi nemmeno Miguel Angel. Ami solo te stessa.”

    Sgranò gli occhi come per rimproverarmi.

    “Ricordi quando Miguel Angel venne a Madrid? Sai perché lo seguivo?”

    Alzai le spalle.

    “Era mezzo ubriaco.”

    “Voleva ucciderti.”

    L’avevo pensato anch’io ed ero andato a sfidarlo perché non sopportavo più di vivere nell’ambiguità. E ormai le cose erano cambiate. Non che fossero diventate chiare, ma perché scaricare tutto addosso a Miguel Angel? Era troppo facile

    “Che ne sapevi, tu?”

    Mayte abbassò lo sguardo e scosse la testa con irritazione.

    “Chi ti ama deve essere sempre con te, vero? Senza dubbi, senza rimpianti. Tu prendi e lasci. Non hai paura di perdere tutto.”

    Come se io non avessi potuto dire altrettanto di lei. Come se vivere fosse uno star seduti su una spiaggia ad aspettare che le onde depongano ai tuoi piedi il bottino di lontani naufragi.

    “Perché dici che voleva uccidermi?”

    Allungò una mano verso le mie, ma si fermò, come se temesse un castigo.

    “Diceva che un toro non si può domare: bisogna amarlo e ucciderlo per amore.”

    Aggrottò le sopracciglia e strinse i pugni. Aveva nella voce il dispetto di chi non comprende e si sente escluso.

    “È morto, Victor. Voleva giustificare il fatto di essere al mondo. Ma perché la vita dovrebbe avere uno scopo? Siamo noi lo scopo della vita.”

    Rimase a guardarmi negli occhi in silenzio, con la bocca socchiusa, come se le mancasse il fiato. Forse aspettava che le dicessi qualcosa di definitivo.

    “Dimmi di lui.”

    Nei suoi occhi tornò un lampo di irritazione.

    “Ti invidiava. Ma era convinto di essere più uomo di te. Che significa più uomo?”

    Più incontentabile, pensai. Più portato alle avventure di Icaro che a quelle di Ulisse.

    “Quando mi portasti quelle rose si sentì sfidato. Quando tornasti a Madrid disse che eri fuggito. Disse che non sapevi dominare la paura e che ti avrebbe costretto ad ammetterlo. Poi, dopo Pasqua, diventò intrattabile. Aveva intuito tutto, quando tu e io ancora non volevamo crederci.” Sbarrò gli occhi e li fissò nei miei. “Ma ora lo sappiamo, Victor. Lo sai che ti amo. E anche tu mi ami, lo sento nel mio corpo, nel mio ventre. È questo il senso della vita, l’occidente, l’avventura. È tutto qui.”

    Che c’era di stonato in quel che diceva? Avevo gli occhi fissi nei suoi e avrei voluto crederle; invece mi sembrava di precipitare nel vuoto.

    “Mi ripeteva che saresti tornato: credeva di tormentarmi e tormentava se stesso. Telefonò al tuo ufficio e gli dissero che eri atteso da un giorno all’altro. Da quel momento entrò in agitazione. Gli era persino venuto un tic. Ho fatto di tutto per tenervi lontani, anche a costo di ferirti e di ingoiare i tuoi insulti.”

    I suoi occhi erano nei miei e mi impedivano di ragionare. Non riuscivo a cogliere le sue incoerenze, ma sapevo che mentiva. Non volevo neppure immaginare cosa c’era stato tra lei e don Agustin. Era stata l’amante di Miguel Angel e ne parlava con un distacco che mi dava i brividi. Qualunque cosa avesse detto non mi avrebbe liberato dal peso degli errori e dei rimorsi. Ecco: qui stava la menzogna.

                                                              ***

    Ma la menzogna non bastava a convincermi. Non basterà mai. Perché Mayte non avrebbe potuto amarmi? E se non ero disposto a correre rischi per lei, cos’altro c’era al mondo per cui valesse la pena rischiare?

    Non mi risposi. Non saprei rispondere neanche adesso. Ciò che decise tutto fu la sensazione di essere arrivato in fondo a un vicolo cieco. La primavera era finita. Ci sarebbero state altre stagioni, altre farfalle.                    

    I campi di grano della Castiglia erano ancora infuocati dal sole mentre tornavo in Italia, anonimo come una tomba in riva al mare. Pensavo a Miguel Angel, al suo costume stracciato che non luccicava più, ai suoi occhi, glauchi come non erano stati mai. Per rimanere in Spagna avrei dovuto insistere a inseguire un Eldorado dietro l’orizzonte. Invece cominciavo a comprendere che essere liberi non è un diritto: è un dovere, una lotta faticosa contro un nemico che non si arrende mai.

    Miguel Angel mi avrebbe dato del vigliacco. Io mi dissi che nella vita bisogna essere capaci di voltare pagina. Finsi di non sapere che i libri letti non si dimenticano e, a riprenderli in mano, si riaprono sempre nello stesso punto. Fuggii dall’occidente: il vento alle mie spalle alzava paglia e polvere, ansimava burrasche e trascinava via la primavera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                               SECONDA  PARTE

 

 

 

    Sono uno che cambia spesso. Non me ne vanto e non me ne vergogno: semplicemente è così. A volte mi pare di non aver mai fatto altro che cambiare città, lavoro, opinioni, sentimenti. L’umore, poi, non parliamone. Onestamente non so dirvi perché nella mia vita ci sono così tante svolte e inversioni di marcia. Una delle spiegazioni che mi sono dato è che quando mi sento sfidato non ho il coraggio di comportarmi da vigliacco e vado a prendere di petto situazioni che farei meglio a ignorare. Ma più spesso mi capita di ricevere avvertimenti dal mio sesto senso. Le situazioni senza sbocco, tanti non le prevedono, ci si infognano e passano la vita a lamentarsi; io le annuso di lontano e cambio strada.

    Volete qualche esempio? Ho dato le dimissioni da un’azienda in cui mi trovavo benissimo. Ho ceduto un’attività redditizia che prometteva di rendere ancora parecchio. Non ho sposato una ragazza niente male perché… be’, è troppo complicato da spiegare. Tutte situazioni che sarebbero diventate vicoli ciechi? Non lo so, non posso saperlo, ma ho imparato a mie spese che quando si ha un presagio è meglio dargli retta. Comunque, se non vi ho convinti, pensate quel che vi pare: dite pure che Vittorio Fabbri non è una persona di carattere.

    Ammetto che ultimamente mi capita di avere dei ripensamenti. Si sa: le piccole cose sono quelle che fanno riflettere. L’anno scorso, al rientro da un viaggio nel quale non ho ottenuto ciò che cercavo, ero così giù di morale che ho smesso di radermi e nel giro di un mese mi sono ritrovato con un barbone da eremita. Poi una mattina guardandomi allo specchio mi è sembrato di essere chiuso in una camicia di forza. Eccolo qua, mi sono detto: il sesto senso. Ho preso le forbici e ho cominciato a tagliare. Le ciocche di peli cadevano nel lavandino e io ci provavo gusto come un barbaro al sacco di Roma; ma era il piacere di cambiare o quello di tornare come prima? Guardavo la mia immagine riflessa e un po’ la riconoscevo, un po’ no.

    Non è mica una bella sensazione, sapete? L’idea di trasformarmi, che una volta mi eccitava, oggi mi mette in ansia. Voglio dire: arrivare a domandarsi se quello lì nello specchio sei proprio tu non è il massimo della vita. Se poi ti accorgi di non saper rispondere, significa che sei sull’orlo della bancarotta.

    Insomma: il tempo passa e la vita ci trasforma, sì, ma mai nella direzione giusta. Ricordo che da piccolo ero un po’ scemo (c’è chi dice che lo sono rimasto, e magari peggiorato), eppure a sedici anni ero diventato presuntuoso e supponente. Le prime legnate della vita, invece di farmi abbassare la cresta, mi hanno spinto a sognare l’avventura; e l’ho trovata in Spagna, a Salamanca, dove ho giocato una partita con in palio l’unica cosa che avrebbe dato senso alla mia esistenza. È successo più di vent’anni fa. Ventuno, per la precisione, visto che ormai siamo nel 1998. Andò a finire che portai a casa la pelle, e tanto mi bastò per considerarla una vittoria. Ma non avevo vinto un accidente.

    A quei tempi lavoravo per una multinazionale e vivevo a Madrid. Andavo spesso a Salamanca, dove conoscevo un sacco di gente fin dai tempi degli studi universitari e avevo in ballo una trattativa d’affari. Avevo anche un amore, o qualcosa del genere. Ero geloso di Miguel Angel. Accidenti, le cose sono sempre più complicate di come sembrano ed è molto diverso viverle oppure ripensarci a tanti anni di distanza. Ero davvero innamorato di Mayte? Non lo so più.

    L’omicidio di don Agustin era stato un fulmine a ciel sereno. Agustin era un prete piuttosto noto, il cui cadavere era stato deposto sulla porta della cattedrale con una banderilla nella schiena. E di punto in bianco Salamanca era diventata la città degli intrighi e dei doppi giochi. Lopez Gil, il capo dei poliziotti, prima mi aveva scacciato e poi aveva manovrato per farmi tornare: un altro omicidio mi aveva liberato da ogni sospetto, ma aveva intorbidito le acque. In mezzo a schermaglie di ogni genere, sembrava che tutti fossero contro tutti.

    Anche io e Mayte giocavamo a farci del male. Io avevo passato una notte con un’altra, lei l’aveva saputo e faceva di tutto per ferirmi. Ma il peggio mi era entrato in testa chissà come e mi rodeva il cervello: il dubbio che lei e Miguel Angel fossero immischiati negli omicidi.

    Glielo dissi in faccia e lei mi prese a schiaffi. Misi le carte in tavola anche con Miguel Angel e lui, che fino allora mi aveva sfidato, ci rimase malissimo. Quando scese nell’arena per il suo debutto come matador de toros, tentò qualcosa di impossibile – chissà cosa voleva dimostrare – e ci lasciò la pelle. Era stata colpa mia? Non lo so. Non potrò mai esserne sicuro. È un rimorso che mi porterò dentro per tutta la vita.

    Mayte venne a cercarmi a Madrid e per la seconda volta disse che mi amava. Non le credetti. Me ne andai via per sempre e giurai: basta con la Spagna! Passai vent’anni in giro per il mondo, pensando alla carriera e consumando il mio fallimento sentimentale senza riuscire a dimenticarlo. Ogni estate tornavo a Madrid come a un balcone affacciato su un abisso e non trovavo il coraggio di imboccare la strada di Salamanca.

    Ci sono voluti vent’anni per decidermi: l’età, il mutamento di prospettiva. Fatto sta che non riuscivo più a tirare avanti portandomi dentro una domanda senza risposta. L’ho ignorata finché ero giovane e speravo nel futuro, ma quando si comincia a fare bilanci si sente il bisogno di un modus in rebus, una linea di confine fra il bene e il male. E così liquidai le mie attività, andai in aeroporto, presi un aereo per la Spagna. Ma scoprii che Salamanca tratta allo stesso modo misteri e cadaveri: ci mette sopra una delle sue tante pietre e non autorizza riesumazioni. Sui morti di vent’anni prima, un prete, un gitano e il mio amico Miguel Angel, era caduto il silenzio. Ma anche sui vivi. Dov’era Mayte? Nessuno lo sapeva. Nessuno voleva dirmelo.

    Questa è la storia che ha segnato la mia vita. Ne ho ricavato soltanto cicatrici: tre morti assurde e il ricordo di una donna che non so nemmeno se è ancora al mondo, dove vive, cosa fa. Ci penso spesso, e ogni volta è come se trovassi in fondo a un cassetto una cambiale scaduta: un debito non pagato o un credito non riscosso, fa lo stesso. A questo mondo non si chiarisce mai niente, ma neanche si dimentica. Si vive portando in groppa un fardello e si cerca di non pensarci. È così per tutti. I tipi tosti voltano pagina e tirano dritto, io non ho mai smesso di almanaccarci sopra. Si vede che sono un impiastro.

    Ma non voglio fare la vittima: cerco solo di guardare in faccia la realtà. Altrimenti non potrei raccontare la storia di quest’altro mistero.

                                                              ***

    Avevo impostato la mia vita sulla ricerca del successo e, stando ai miei programmi, avrei dovuto arrivare alla meta già da un pezzo. Ma i traguardi della vita hanno il vizio di spostarsi ogni giorno più in là e intanto il tempo diventa sempre più scarso. Quando tornai dalla Spagna il passato mi stava sul gozzo come un boccone andato di traverso, e io conoscevo un solo rimedio: cambiare.

    Tornai a Milano non per ripartire ma per rimanerci, e l’impatto fu pesante. Era cambiato tutto. Nessuno parlava più in dialetto, le trattorie toscane erano diventate multietniche, il barista del caffè sotto casa era egiziano, sui tram si sentiva soltanto il chiacchiericcio delle badanti ecuadoriane.

    Il senso di straniamento era ingigantito dall’espansione di Chinatown e dall’invasione di immigrati dell’europa orientale. Ma i cinesi, se non altro, li riconoscevo; invece gli altri, romeni, slavi, zingari, albanesi, me li vedevo passare a fianco sul marciapiede (erano sempre in due, come i carabinieri) e mi mettevano in agitazione. Ho conosciuto gente di tutto il mondo e so che ci sono galantuomini e delinquenti dappertutto, ma quando mi trovo di fronte due alieni che si intendono fra loro senza lasciar capire chi sono e cosa vogliono, c’è poco da fare: mi allarmo.

    Mi dissi che era colpa mia: avevo speso la vita a saltare da un Jumbo a un Airbus e intanto la terra girava, i popoli migravano, gli usi e i costumi evolvevano. Se fossi rimasto a terra avrei partecipato ai cambiamenti; li avrei approvati oppure no, ma almeno li avrei capiti.

    In realtà il mio problema era la solitudine. Non avevo più un ufficio in cui passare dieci ore al giorno. Non avevo una famiglia. Gli amici si erano sposati, divorziati, trasferiti; qualcuno era morto. Non mi restava che iscrivermi a un circolo di bridge o a una scuola di ballo. Ma non riuscivo a decidermi. Di giorno non combinavo niente, la sera rincretinivo davanti alla televisione. Andavo a letto e mentre aspettavo il sonno mi accorgevo di non avere sogni o progetti, niente con cui tenere occupata la mente. In un solo posto – a Salamanca – avevo messo radici, e mi ero premurato di andare a tagliarle. Non era stata un’idea brillante. 

    Misi per iscritto la mia avventura di vent’anni prima sperando di esorcizzarla e levarmela dalla testa. Pensavo ancora che fare piazza pulita fosse un rimedio. Ma non funzionò. A trent’anni è facile ricominciare: il tempo che hai davanti ti pare infinito e sei sempre pronto a ripartire da zero. A cinquanta è tutta un’altra storia.

                                                             ***

    Giravo per la città come uno che rivede la ragazza dalla quale aveva cercato di farsi notare quando era al liceo, e non la trova poi tanto diversa. Ma non è più la stessa. Milano era sempre spiattellata nei cerchi concentrici dei navigli e dei bastioni, tonda come polenta versata dal paiolo. Eppure mi faceva sentire una spada di Damocle sospesa sulla testa. Il mio nervosismo era un avviso di burrasca: quando tutto deve ancora succedere, i presagi sono come i numeri del lotto – forse usciranno, forse no – e finché non sai il risultato dell’estrazione ti sembra di stare dentro a un film.

    Non so se capite quel che voglio dire: la mia è paura di aver paura. Davanti a una sfida preferisco rischiare e affrontarla subito. Se non riesco a individuare che cosa mi minaccia, l’angoscia mi prende alla gola.

    Ero così, nervoso e inquieto per un presagio che avrebbe potuto precisarsi da un momento all’altro, quando mi fermai davanti a una vetrina che mi pareva di non aver mai notato prima. Chi poteva essere lo sprovveduto che apriva una libreria in via Procaccini quando tutte le altre chiudevano e il mercato era monopolizzato dalle grandi catene?

                                                              ***    

    Sergio Viganò lo riconobbi subito: eravamo stati colleghi nell’azienda dove avevo trovato il mio primo impiego. Non lavoravamo nello stesso ufficio, ma ogni tanto ci capitava di scambiare scartoffie o di mangiare un panino nella stessa tavola calda. Non mi era mai stato né simpatico né antipatico, non aveva cercato di far carriera a mie spese, non ricordavo di essere in debito con lui. Era il più anonimo e inoffensivo dei compagni di lavoro. Ci eravamo persi di vista quando avevo dato le dimissioni per andare nella multinazionale che mi aveva fiondato in giro per il mondo. E adesso ci ritrovavamo, io a spasso, lui a gestire una libreria.

    “Libreria?” finse di indignarsi. “Siamo un centro culturale! Teniamo corsi di scrittura creativa, presentazioni, eventi, tavole rotonde. E poi c’è la casa editrice.”

    “Nientemeno.”

    “Come no! Piccola, ma seria. Il giallo, il fantasy, quella roba lì, la lascio agli altri. Io tratto solo letteratura con la L maiuscola.” 

    Telefonò al bar di fronte, fece portare due caffè, mi raccontò la sua vita. Aveva pubblicato un romanzo di successo. Aveva toccato con mano grandezze e servitù del mondo letterario. Non me lo ricordavo così espansivo ma rimasi volentieri ad ascoltarlo: ero contento di aver trovato qualcuno con cui socializzare, qualunque sia il significato di questa parola. (Ci avete fatto caso? I vocaboli specifici sono sempre più in disuso. I tempi impongono di ridefinire i concetti e, finché la ridefinizione è in corso, usare termini generici è come sottintendere: stiamo lavorando per voi).

    Viganò aveva aperto la libreria in via Procaccini perché aveva scoperto che molti autori milanesi abitavano nei paraggi. Questo facilitava l’organizzazione degli “eventi culturali” sui quali fondava la sua strategia commerciale.

    “Forse non te ne sei accorto” mi spiegò, “ma siamo in piena rivoluzione. Dieci anni fa il mondo era ancora strutturato, oggi è un minestrone bollente. Internet ha rotto gli schemi. La rete piace perché è anarchica ma anche aristocratica. I lettori, che sono sempre stati pochi, adesso sono diventati snob. Io le presentazioni dei libri le faccio in cantina, come le riunioni dei cristiani nelle catacombe. E il passaparola lo innesco sulla rete, nei blog e nei forum.”

    Mi guardò come per controllare se lo prendevo sul serio, e aggiunse:

    “Sai com’è, nelle rivoluzioni bisogna schierarsi.” Allargò le braccia. “C’è poco da scegliere: o adeguarsi o morire…” 

    Aveva appena pronunciato l’ultima parola quando si aprì la porta. Una donna vestita e truccata come la sorella di Dracula entrò e si fermò sulla soglia. Era difficile darle un’età. Doveva essere sulla quarantina, ma la portava piuttosto bene. Sergio la salutò e lei ci raggiunse con aria guardinga, come se la mia presenza la mettesse a disagio. Proprio per questo rimasi: mi aveva incuriosito.  

    In quel momento non c’erano clienti nel negozio e la commessa era appena uscita per non so quale commissione, ma la vampira non aprì bocca finché non fu così vicina da poter parlare sottovoce. Fissò Sergio spalancando due grandi occhi scuri e sussurrò in tono cospiratorio:

    “Hai saputo? Giordano è morto!”.

 

 

 

 

 

 

                                                             2

 

 

 

    Per me questo Giordano era un illustre sconosciuto ma Sergio, invece di erudirmi, si ingolfò in una conversazione della quale capii poco o niente. Di tanto in tanto la dark lady mi guardava in tralice con l’espressione che hanno le donne quando intuiscono di aver fatto colpo. Alla prima occasione decente infilai nel discorso una battuta. Lei sorrise. Sergio si riscosse e ricordò di non aver fatto le presentazioni.

    Seppi così che la notturna creatura si faceva chiamare Bianca Sinclair e “componeva” romanzi. Se lo poteva permettere, precisò, grazie agli alimenti che le passava un ex marito. Alimenti sostanziosi, tanto da essere preoccupata per la linea. Secondo me non ne aveva motivo: stava benissimo così. Aveva una carnagione burrosa che mi sarebbe piaciuto marchiare con grandi succhiotti.    

    Il discorso tornò su quel Giordano che era morto. La faccenda cominciava a diventare più comprensibile anche per me, quando entrarono due clienti e Sergio dovette lasciarci. La bella tenebrosa ricordò di avere un impegno. La accompagnai fin sulla porta e, salutandoci, scambiammo i numeri di cellulare. A costo di sembrare sfacciato la chiamai subito, la sera stessa.

                                                              ***

    Non ho una particolare inclinazione per le donne che adottano il look di Morticia Addams, ma apprezzo chi dà di sé un’immagine coerente, quale che sia. Forse è perché cerco un contrappeso alla mia volubilità. Oppure perché detesto l’abitudine femminile di guardarsi a pezzi: occhi, naso, bocca, denti, eccetera. Le donne allo specchio perdono la visione d’insieme; una ruga d’espressione le getta nello sconforto anche se, proprio per via di quella ruga, il loro viso acquista finalmente qualcosa di umano. A far trasparire nell’aspetto la loro personalità non ci provano nemmeno.

    Voi direte che a comportarsi così sono quelle che di personalità non ne hanno. Può darsi. Ma sono tante.

    Fatto sta che io da una donna voglio ricevere una sensazione, un impatto emotivo. Bianca lo trasmetteva. Quella sera non avrei saputo dire se a colpirmi era stato il suo aspetto o se il suo fascino aveva qualcosa di più profondo. Mi piaceva.

    E poi, ero così solo.

                                                          ***

    Fu Bianca a raccontarmi la vera storia di Sergio Viganò. Il mio ex collega era evaso dalle frustrazioni impiegatizie scrivendo un giallo ambientato in Thailandia nel giro del turismo sessuale. Sangue, sesso e soldi: una ricetta infallibile. Il libro aveva trovato un editore e aveva venduto mica male. Convinto di tenere la gloria in pugno, o perlomeno a portata di mano, Sergio aveva lasciato l’impiego e aveva scritto un nuovo romanzo, stavolta con pretese letterarie. E aveva fatto flop.

    Un altro magari avrebbe capito la lezione e sarebbe tornato alle ricette di grana grossa. Lui no. Lui aveva dato la colpa all’editore, ci aveva litigato e si era messo in proprio. Aveva aperto una libreria e una casa editrice con la quale in due anni aveva pubblicato dodici titoli di illustri sconosciuti. Ma gli era mancato il fiuto o la fortuna: i libri non si vendevano, anche perché non li recensiva nessuno. Sergio aveva bisogno di imbroccare un best seller, e piuttosto alla svelta, altrimenti avrebbe fatto meglio a tirare i remi in barca e limitarsi a fare il libraio.

    Bianca sussurrò queste informazioni mentre assaporavamo i piatti di una star della cucina creativa. Avevo prenotato in un ristorante dove tutto era a livello stratosferico, dai vini al conto. Quando, di sua inziativa, il sommelier portò due calici di Sauternes, sorseggiando il vino dolce Bianca mi illustrò vizi e virtù degli altri personaggi che gravitavano intorno alla libreria di via Procaccini.   

    Se Viganò tutto sommato era un comprimario, Giordano Bruno Turchetti, il morto, era stato un protagonista e proprio per questo fra i due non era mai corsa molta simpatia. Turchetti aveva l’aria di un professore di scuola media, l’andatura da pinguino e la voce chioccia. Era ignorato dal grande pubblico ma era una figura carismatica tra gli intellettuali. I suoi lettori, che non arrivavano al migliaio, erano entusiasti fanatici, lo chiamavano “maestro” e si facevano sentire come altrettanti uffici-stampa. Ogni volta che un articolo di Turchetti appariva su un blog o una rivista, si levavano inni e peana da una parte e cadevano silenzi imbarazzati dall’altra.

    Soltanto qualche giorno dopo, magari intorno a una pizza, quando la birra allentava i freni inibitori, qualcuno sbottava: ma l’avete letto l’articolo di Turchetti? Cosa voleva dire? Io non ci ho capito un tubo! A questo punto un altro prendeva coraggio e andava giù piatto: i suoi romanzi sono anche peggio, le trame non stanno in piedi, i personaggi sono marionette. Un terzo se la prendeva con lo stile declamatorio, il ditino sempre alzato, l’intransigenza prêt-à-porter.

    Viganò non aspettava le complicità conviviali per sventagliare critiche. La sua opinione l’aveva detta e ripetuta in svariate occasioni, pubbliche e private. Secondo lui Turchetti scriveva roba incomprensibile non perché avesse da comunicare al mondo chissà quali esoteriche verità ma, al contrario, perché non aveva niente da dire: il Maestro era soltanto un logorroico malato di egocentrismo galoppante. Riesumando un vecchio tormentone televisivo, Sergio lo aveva soprannominato “Fiatoalletrombe Turchetti”.                                                                

    Da anni il Maestro non pubblicava. Per il suo nuovo romanzo, ormai pronto da un pezzo, si sussurrava che non riuscisse a trovare un editore. E la cosa era possibile, commentò Bianca, anzi probabile, tant’è vero che Turchetti se n’era appena uscito con una iniziativa che aveva tutta l’aria di una manovra pubblicitaria. In un articolo-proclama su Aleph…

    “Su che cosa?”  

    “Aleph! Il blog di Lu! Lu Pisani!”

    “Mai sentiti nominare.”

    “Ma dài! Ma davvero? Ma non posso crederci!”

    Invece era proprio così, e Bianca mi compatì a lungo prima di riprendere il filo del discorso. Su quel blog dal nome borgesiano, Turchetti aveva dichiarato guerra ai “pedanti”. In tre pagine della sua prosa torrentizia non si era abbassato a specificare chi erano, cosa facevano di male e come proponeva di combatterli: li aveva condannati e proclamati nemici in perpetuo. E basta.

    Ne era nato un vespaio. Gli operatori culturali (altra espressione generica, che ha il pregio di mettere nello stesso mazzo premi Nobel e correttori di bozze) erano insorti come un sol uomo al grido di: “Con chi ce l’ha Turchetti? Chi sarebbero questi pedanti? Fuori i nomi!”.

    Ma il Maestro si era chiuso in un altero silenzio e non si era degnato di chiarire. Poi, improvvisa e inaspettata, era giunta la notizia della sua scomparsa.

                                                             ***   

    Mi stavo avventurando in un mare pieno di scogli. Me ne rendevo conto ma, fortunatamente, Bianca sembrava disposta a fornirmi una carta nautica. Dunque, tanto per cominciare, chi era quella Lu Pisani e cosa aveva di speciale? 

    Era la fondatrice di Aleph, il blog letterario sul quale polemizzava contro la letteratura di evasione, i libri di barzellette e le operazioni editoriali poco impegnate. Perché, quanto a impegno, Lu non scherzava davvero. A diciannove anni si era convertita al femminismo militante, aveva buttato via gonne e scarpe con i tacchi, aveva smesso di depilarsi e aveva tagliato i capelli a spazzola. Al termine di studi, borse, master e specializzazioni, aveva ottenuto una libera docenza e un incarico semestrale con promessa di rinnovo; ma dopo neanche un mese si era accapigliata con il senato accademico, e addio rinnovo. Aveva tentato la politica candidandosi con i radicali, e le era andata male. Scriveva poesie in forma di ironiche filastrocche per denunciare l’intrinseca vacuità del mondo contemporaneo, ma la sua ironia era così rarefatta che a coglierla erano in pochissimi e tutti gli altri restavano con la filastrocca.

    A conti fatti, pensai, questa Lu era un tipo piuttosto comune. Ma non lo dissi.

    Anche il ben noto Raffaello Ravagnetti non mi parve poi granché originale. Bianca mi confidò che Raffaello aveva fama di fare strage di cuori senza distinzione di sesso, restando impermeabile ai coinvolgimenti sentimentali. Con lui ci avevano provato in tante/i ma nessuno/a l’aveva preso all’amo. Aveva il vezzo di andare due volte al mese da un parrucchiere per signora a farsi dare dei colpi di sole sulle tempie, convinto che lo rendessero più autorevole. Ma non ne aveva bisogno: i suoi saggi di critica letteraria erano tradotti in inglese, francese, tedesco, e nelle migliori case editrici il suo giudizio decideva il destino dei manoscritti. 

    I pettegolezzi non mancavano anche sul conto di Raoul Venturi, Ciccio Morelli, Franco Crespi e degli altri scrittori che frequentavano la libreria di Viganò. Ma più che le eccentricità di Tizio e di Caio mi incuriosivano i loro rapporti. Per esempio, Lu Pisani cosa pensava dei pedanti?  

    Aveva sposato la tesi di Turchetti.

    E Raffaello?

    Anche lui.

    Così? Acriticamente?

    Sì.

    E come mai?

    Bianca esitò. Non poteva dirmelo. Non erano affari suoi. E neanche miei. Ma, insomma, se promettevo di non parlarne in giro, il fatto era questo: persone che non poteva nominare – gente affidabilissima! gente che sapeva tutto! – le avevano assicurato che Lu, Giordano e Raffaello erano legati da un torbido ménage à trois. Bianca lo disse riducendo la voce a un bisbiglio che fluttuava nel fumo della sigaretta.

    La guardai in silenzio negli occhi bistrati. Aveva tanto l’aria di essere una bufala. Ma chi lo sa? Dagli intellettuali c’è da aspettarsi di tutto.

                                                              ***

    Se il mio tono vi sembra scanzonato, non fidatevi della prima impressione. Guardo le cose con una punta di ironia solo perché alla mia età le passioni si sono smorzate, hanno perso intensità. I rimorsi e i rimpianti mi fanno soffrire come chiunque altro, ma quando soffro ho imparato a dirmi che è normale, che non può essere altro che così. Che ci volete fare? I ricordi non scompaiono mai, però il tempo li riduce a foto color seppia. Mayte, che vent’anni fa mi ha fatto innamorare, potrebbe avere tre morti sulla coscienza; eppure quando penso a lei non provo più gli impulsi o i furori di una volta. Mi sento come se avessi mille anni, come se avessi già visto tutto e niente al mondo avesse il potere di stupirmi.

    Nel ritrovamento del cadavere di Turchetti c’era materia per un mare di illazioni, e infatti se ne fecero in abbondanza; ma a me, sulle prime, parve un fatto di cronaca come tanti altri. Il Maestro era deceduto nel monolocale dove viveva solo, al quarto piano di un palazzo senza portineria. L’unica via di accesso al monolocale era la porta, chiusa a chiave dall’interno, con la chiave infilata nella toppa. Per entrare si era dovuto sfondarla. Nel monolocale regnavano il disordine e la trasandatezza di tutti gli appartamenti da scapolo, ma non c’erano segni di lotta. I vicini non avevano sentito rumori e non avevano notato persone sospette. In attesa dell’autopsia, tutte le ipotesi restavano aperte: omicidio, suicidio, disgrazia. Il “coccodrillo” di un quotidiano accennò ufficiosamente a un blocco respiratorio, senza approfondirne le cause.

    Il giorno dopo, il caso era già finito nelle pagine di cronaca cittadina. L’inchiesta, seguita soltanto dalle agenzie e da una tv privata, inclinò verso l’ipotesi della disgrazia. Tutto stava scivolando nel dimenticatoio quando l’insistenza di un cronista portò alla luce una serie di particolari hard: il cadavere era stato trovato disteso sul letto, nudo, imbavagliato, con gli occhi bendati e con un attrezzo inequivocabile a portata di mano. Secondo ogni evidenza, Turchetti era rimasto vittima di un collasso mentre si dedicava a pratiche di autoerotismo.      

    Quando la cosa si riseppe, gli stessi che avevano reso omaggio al “senso mistico” e alla “vena anarchica” del Genio Scomparso sghignazzarono sui vizi privati di Fiatoalletrombe.

                                                             ***

    Come dicevo, ho imparato a guardare le cose con un certo distacco. Eppure proprio in quei giorni sprofondai in un’atmosfera irreale che sembrava preludere allo scoppio di una tempesta.

    Me ne resi conto ascoltando il notiziario di una radio privata. Lo speaker ricordava che il filosofo Giordano Bruno, dopo aver passato la vita a litigare con i “pedanti”, era stato condotto al rogo “con la lingua in giova”, e cioè imbavagliato, proprio come Giordano Bruno Turchetti. Era un’osservazione senza capo né coda, eppure l’accostamento mi colpì. Mi pareva che contenesse un significato nascosto, ma non sapevo dire quale fosse, e la mia incapacità mi rendeva furioso. Per giorni e giorni fui tormentato dall’aspettativa di una catastrofe. Non sapevo cosa fare, dove girarmi, da che parte aspettarmi la botta.

    I presagi sono una cosa strana: se non li cogli al volo finisci per impastoiarti nei sensi di colpa, ti rimproveri di non aver capito, di non aver voluto capire, di aver nascosto la testa sotto la sabbia. Ma capire non è mai facile. E nel caso di Turchetti l’idea dell’omicidio restava inespressa, svolazzava qua e là come un pipistrello in una stanza e non si lasciava acchiappare.

    Come se non bastasse, in quei giorni il sole sembrava emigrato chissà dove. Milano era umida, gelata, congestionata dal traffico, asfissiata dallo smog. Bianca era spesso fuori città e quando ricompariva faceva la misteriosa. Era sempre occupatissima. Viganò, al contrario, era sempre disponibile per una chiacchierata ma batteva sugli stessi tasti fino a diventare noioso. E io non trovavo di meglio che sfogarmi in passeggiate solitarie che sembravano “ore d’aria” nel cortile di un carcere: finivo regolarmente per ingolfarmi dalle parti di piazza Mentana, via Circo, via Cappuccio. Itinerari aggrovigliati, strade buie e strette, lastricati scivolosi. È l’umor nero che spinge a cercare luoghi opprimenti o sono quei posti a far venire la depressione? Chi lo sa. È un circolo vizioso dal quale riesci a evadere solo se hai la fortuna di imbatterti in qualcosa di appassionante.

    Con questa speranza leggevo di tutto: i saggi di Ravagnetti, i romanzi di Venturi e degli altri scrittori che frequentavano la libreria. Ne lessi anche uno di Turchetti, e giuro che i giudizi di Viganò erano acqua di rose in confronto a quel che avrei detto io.  

    Non ricordo come fece Sergio a invischiarmi nei suoi sogni editoriali proprio mentre attraversavo un periodo così sconfortante. Immagino che abbia fatto leva sul mio bisogno di impiegare le giornate, sulla solitudine, cose così. A sentir lui, aveva messo le mani sul best seller: un romanzo di Bianca Sinclair, una storia zuccherosa, tutta sospiri e puntini di sospensione. Cosa aveva a che fare roba simile con la letteratura con la L maiuscola? Niente, naturalmente; ma mi lasciai irretire lo stesso. E questa è un’altra prova del fatto che avevo il cervello in letargo. Chiunque altro avrebbe capito che Viganò aveva perso il sonno e la fantasia per i begli occhi della vampira.  

    Il sonno no, ma il buon senso l’avevo perso anch’io. Andò a finire che sottoscrissi il quaranta per cento del capitale della casa editrice e della libreria. Restammo intesi che per i primi tempi avrei frequentato la libreria senza un incarico specifico e senza orario fisso, tanto per ambientarmi. Sapevo di buttare i soldi dalla finestra, ma dicevo a me stesso che la cifra era sopportabile, che un romanzo rosa poteva vendere anche centomila copie, e che in fin dei conti pagavo una tassa d’ingresso nel club della letteratura.  

    Di queste tre scuse, l’ultima era la più vera. Per un “evento” o per l’altro, nella libreria di Viganò convergevano narratori e poeti dai quattro angoli della pianura padana. Non tutti insieme, altrimenti ci sarebbe voluto lo stadio di San Siro. Chi non fa parte degli “addetti ai lavori” magari pensa che a Milano ci siano in circolazione sì e no un paio di romanzieri e tre o quattro poeti. Neanche per sogno! Di narratori, ogni giorno ne spuntava uno nuovo con la sua corte di discepoli al seguito. E i poeti erano legione.

    Quando fui presentato nel giro, fra aperitivi e premi letterari, mi resi conto che le malignità su quanto siano suscettibili gli scrittori non sono luoghi comuni. Come gli abitanti di un paesino di provincia, poeti e prosatori si dividono in gruppi che si detestano reciprocamente: una recensione meno che entusiastica o una voce dal sen fuggita provocano rovesciamenti di alleanze, liti e duelli all’arma bianca.

    Barcamenarsi non era facile e ogni tanto facevo la figura del pesce fuor d’acqua. ma, visto che avevo speso dei soldi per la letteratura, in attesa di catalogarmi in questa o quella fazione, tutti cercarono di dimostrarmi simpatia. Insomma, mi ammisero al primo livello della confraternita. E quando dico confraternita scherzo, sì, ma mica tanto. A volte mi sembrava di stare dentro a un feuilleton di fine ottocento. Figuratevi che qualcuno mi parlò di un gruppo misterioso, composto da sconosciuti che scrivevano romanzi nel più totale anonimato. Si firmavano con una sigla: Tristero.

    Bianca mi spiegò che Tristero era il nome di una società segreta in un libro di Thomas Pynchon, ma io all’epoca non l’avevo ancora letto e il chiarimento non mi servì a gran che. Quando cercai di saperne di più, mi accorsi che bastava abbordare l’argomento perché gli interlocutori ammutolissero e mi voltassero le spalle.

 

 

 

 

                                                           3      

 

 

 

    I giorni passavano e la morte di Turchetti non era più una notizia. Giornali e tv si occupavano di scandaletti; la politica si manteneva sul solito livello di inconcludenza; l’Inter licenziava il terzo allenatore in un anno; il Festival di Sanremo, grazie al cielo, era finito; le pagine culturali dei quotidiani ricominciavano a intonare il tormentone “Il romanzo è morto?”.

    In questa atmosfera sonnacchiosa Aleph pubblicò un post firmato Watson che riportò il caso Turchetti al centro delle discussioni.  

 

    Fonti bene informate comunicano che la procura sta per archiviare l’indagine sulla morte di Giordano Bruno Turchetti. Non siamo disposti a ingoiare una simile enormità! Protestiamo contro questa ennesima prevaricazione! Smascheriamo manovre e insabbiamenti! Pretendiamo risposte.

    Come mai gli inquirenti non seguono la pista delle invidie che la vittima si era attirato con la sua fama? Nelle intenzioni di Turchetti, la condanna dei pedanti doveva essere il primo passo verso la costituzione di un movimento politico. Il Maestro intendeva mobilitare il suo largo seguito per formare un partito che avrebbe rimescolato le carte della politica italiana. Ma chi ha spento l’ultima voce libera del Paese vorrebbe cancellarne anche la memoria. Dov’è il romanzo al quale Turchetti stava lavorando da anni? La scandalosa verità è che il manoscritto non compare fra gli atti dell’inchiesta. È sparito! Che fine ha fatto? L’appartamento di Turchetti è stato perquisito da cima a fondo: si vuole farci credere che non si è trovato nulla?

    Davanti ai muri di silenzio, davanti all’arroganza del potere, l’opinione pubblica non può rimanere indifferente. Ribelliamoci a questo sopruso! Facciamo sentire la nostra indignazione! Polizia e Magistratura sappiano che il popolo conosce i suoi diritti e reclama la verità!

                                                             ***

    A questo punto, abbiate pazienza, sono costretto a fare una digressione. Avrei dovuto farla prima, ma meglio tardi che mai.

    Anche se la rivoluzione telematica ficca i tentacoli più o meno dappertutto, c’è ancora un sacco di gente che vive benissimo senza computer. Mi congratulo con loro, ma sento il dovere di metterli in guardia: le novità avanzano con una rapidità sconcertante. Per esempio: vi ho parlato di Aleph, vi ho detto che è un blog. Ma che cos’è un blog? Può darsi che lo sappiate benissimo, ma può anche darsi di no. Potreste essere tra coloro che ne hanno fin sopra i capelli di giornali e televisioni. In questo caso rassegnatevi: sapere cos’è un blog fa parte di quel complesso di informazioni (in gran parte inutili e spesso sbagliate) che va sotto il nome di cultura generale, e ostinarsi a snobbarle significa passare per ignoranti.

    Facciamo così: vi ricopio la prima cartella di un articolo sul fenomeno dei blog. L’ho scritto io e nessuna rivista cartacea ha voluto pubblicarlo. Neanche gratis. Ho dovuto metterlo in rete e l’ho firmato con uno pseudonimo.

 

    Capita spesso di leggere articoli preoccupati sul futuro della stampa: i giornali a supporto cartaceo sono destinati a scomparire? (Sottinteso: oddìo, e noi giornalisti che fine faremo? Ci toccherà andare a lavorare?). Come diceva Rhett Butler, francamente me ne infischio. Ma se mai giornali e riviste saranno stretti nell’angolo fino a morire di inedia, il merito sarà di internet: il giornale di domani potrebbe essere il blog o una sua evoluzione.

    Naturalmente, questo tipo di previsioni si espone al ridicolo. Però è un fatto che il successo delle novità rivoluzionarie dipende dalla capacità di ampliare gli spazi di libertà, di regalare un sogno, e le caratteristiche del blog vanno in questa direzione. Le sintetizzerei così:

    1) Chiunque può aprire un blog. Ci sono piattaforme belle e pronte: basta collegarsi e seguire le istruzioni. Non costa un quattrino. Avete un “giornale on line”tutto per voi e ci scrivete sopra quel che vi pare. Gli articoli su un blog si chiamano post.

    2) Voi postate qualcosa e chiunque legga può intervenire con un comment. Può scrivere che voi sì che dite le cose come stanno, oppure che non avete capito un tubo e fareste meglio a darvi all’ippica. (Quante volte, leggendo un articolo, vi è venuta voglia di rispondere per le rime? Be’: in un blog è possibile).

    3) Teoricamente sui blog ognuno si assume la responsabilità di ciò che scrive, ma ci sono tanti modi per spararle grosse rifugiandosi nell’anonimato. Il più semplice è firmare con uno pseudonimo o nickname. Ma ci sono anche sistemi sofisticati per far perdere le proprie tracce.

    4) Il blog non perde tempo a dare notizie: fa commento e discussione. Porta il lettore dentro al dibattito. In questo modo derubrica i giornali cartacei e i notiziari Tv a lanci di agenzia.

    5) Il blog accoglie commenti di ogni genere: contributi di grande spessore e idiozie, scontri ideologici ma anche battute cretine e volgarità. Però, se i post si mantengono su un buon livello culturale, il blog non viene danneggiato dalle incursioni dei troll (disturbatori, spesso volgari e con spirito di patata).

 

    Queste cose non vi interessano? Va bene, non insisto. Però poi non venite a dirmi che non avete capito che cos’è Aleph e come funziona la faccenda dei post e dei comment.

                                                            ***

    Watson parlava di omicidio e di complotto, due cose che attirano, intrigano, inducono a discutere. Sulla blogsfera fiorirono i lamenti di chi invocava il romanzo perduto di Turchetti come se fosse stato il Santo Graal. Il fascino dell’intrigo sedusse tutti quanti. La diffidenza nei confronti delle autorità era palpabile. I pochi commenti in cui si dichiarava fiducia nella polizia vennero sbeffeggiati, subissati, zittiti. Una breve nota di Lu Pisani fissò la linea di Aleph: l’omicidio Turchetti non doveva essere insabbiato; la Magistratura aveva il dovere di valutare l’operato degli inquirenti; l’opinione pubblica avrebbe vigilato e giudicato. Lu, come una novella Montesquieu, aveva inventato la democrazia.

    Nei giorni seguenti Watson tornò alla carica. Reiterò le sue accuse alla maniera di Turchetti, cioè senza far nomi. Le dietrologie si scatenarono. Bisognava indagare sui pedanti, diceva Watson. Ma nessuno sapeva chi fossero e, fra illazioni e sospetti, nel mondo dei letterati si diffuse una sensazione di pericolo. Se quello di Turchetti era stato un omicidio, chi poteva averlo commesso? Solo uno del giro. E che di omicidio si trattasse ormai lo pensavano tutti.

    Un tizio che si firmava Russell commentò che gli inquirenti si erano adagiati sulla teoria della disgrazia perché non avevano sufficiente fantasia per risolvere il classico “omicidio nella stanza chiusa”. Watson raccolse la malignità e ci fece dell’ironia: ogni lettore di gialli conosce almeno due o tre sistemi per uccidere un uomo in una stanza chiusa dall’interno e non c’è scrittore che non abbia provato a inventarne uno nuovo. Ma gli ispettori di polizia li leggono i gialli?

    Gli articoli di Watson provocarono tre conseguenze.

    La prima fu che in libreria raddoppiarono le vendite di gialli classici, quelli con l’investigatore tutto osservazione e deduzione (e una sniffata ogni tanto, per stimolare la perspicacia). La seconda fu la caccia al manoscritto di Turchetti. La terza conseguenza fu la comparsa di un napoletano secco secco, dal volto allungato come i grandi di Spagna nei ritratti del Greco, che portava occhiali scuri e fumava ininterrottamente sigarette di contrabbando: l’ispettore Soriano.

                                                          ***

    Ormai le chiacchiere al bar e in pizzeria si svolgevano a base di citazioni da Edgar Wallace, Ellery Queen e Agatha Christie. Non si poteva più bere un aperitivo senza discutere di stratagemmi per entrare nel monolocale di Turchetti e uscirne facendolo risultare chiuso a chiave dall’interno. Sembrava che gli scrittori milanesi non avessero mai fatto altro che entrare e uscire dalle stanze chiuse.

    Ascoltai decine di teorie, una più lambiccata dell’altra, e conclusi che, semplicemente, l’assassino era entrato con un duplicato delle chiavi o era stato fatto entrare dallo stesso Turchetti. Quanto a come aveva fatto a uscire, perché scervellarsi? Per arrestare il colpevole bisognava scoprire il movente. Una volta preso, per sapere come aveva fatto a uscire dalla stanza bastava domandarglielo.

    Avrei fatto meglio a tenere per me le mie opinioni. Lo capii un sabato mattina, quando suonò il campanello. Ero appena rientrato dal supermercato e stavo sistemando gli acquisti nel frigorifero. Andai a guardare dallo spioncino: deformata dalla lente, la figura asciutta dell’ispettore Soriano alzò il dito per suonare ancora.

                                                            ***

    “Spero di non disturbarla, dottor Fabbri.”

    “Ci mancherebbe. E lasci stare il “dottore”. Ormai sono un pensionato.”  

    Mi guardò serio, senza cambiare espressione.

    “Non è socio delle Edizioni Viganò?”

    “Oh, quello! È soltanto…” mi inceppai perché non sapevo neanch’io come definirlo. “È soltanto un tentativo” buttai lì.

    Avanzò nell’ingresso con la sigaretta in mano, cercando un portacenere.

    “Un atto di mecenatismo?” domandò.

    “Eh, forse è proprio la definizione giusta.”

    Annuì e non fece commenti. Vide il portacenere sul tavolo della cucina e andò a scuotere la cenere. Io ripresi a vuotare le buste di plastica.

    “Se permette, finisco di sistemare.” Aprii il frigorifero. “Intanto mi dica pure.”

    Non aprì bocca. Si appoggiò allo stipite con la sigaretta in una mano e il portacenere nell’altra. Rimase lì a guardarmi mentre spacchettavo frutta e confezioni di yogurt, sistemavo ogni cosa sul ripiano giusto, gettavo gli imballi nei sacchetti della raccolta differenziata. Quando mi rialzai e chiusi il frigo, spense la sigaretta. 

    “Lei che opinione si è fatta della morte di Turchetti?”

    Riempii i polmoni e raccolsi le idee, ma lui mi fermò alzando una mano.

    “Lei pensa che sia stato un omicidio, questo lo so. Ma ha un’idea precisa?”

    “In che senso?”

    “Di chi sospetta?”

    I suoi occhi erano diventati più grandi dietro le lenti scure.

    “Di nessuno. Ho detto solo che bisogna indagare sul movente.”

    Mi guardò come un felino che calcola la lunghezza del balzo.

    “Per dire una cosa del genere bisogna avere un motivo.” 

    Alzai le spalle.

    “Ma quale motivo! Io Turchetti non l’ho mai visto né conosciuto.”

    Soriano estrasse di tasca un’altra sigaretta pescandola direttamente dal pacchetto, la mise in bocca e la accese. Sbuffò una nuvola di fumo.

    “Se è per questo” buttò lì, “anche Joseph Aricò non era mai stato presentato al dottor Ambrosoli.”

    Mi ci volle qualche secondo per connettere: Sindona, il crac della Banca Privata Italiana, la mafia, l’omicidio del liquidatore. Mi inalberai.

    “Ma, dico, come si permette? Viene in casa mia a darmi del killer?”   

    Soriano indurì lo sguardo e parlò staccando le parole.

    “Le indagini di polizia non sono uno spasso. Lei, che sicuramente legge libri gialli, dovrebbe saperlo.” 

    “Non è una buona ragione per insultarmi!”

    Aspirò un litro di fumo e mi fissò con uno sguardo da entomologo.

    “Non era questa l’intenzione” dichiarò.  

    “Ah no? E qual era, invece?”

    Depose il portacenere e andò alla porta. Con la mano sulla maniglia, si volse.

    “Soltanto fare quattro chiacchiere” dichiarò.

                                                              ***

    So cosa state pensando: sei un ingenuo, Vittorio. L’ispettore provocava alla cieca, giusto per vedere come avresti reagito. Avete ragione. Ma avrei voluto vedere voi al mio posto. Quando le cose succedono proprio a te non è facile mantenere il sangue freddo. Mi è già capitato di destreggiarmi con un poliziotto, un certo Lopez Gil, e a più di vent’anni di distanza non ho ancora deciso se, rivedendolo, gli darei più volentieri una stretta di mano o un cazzotto sul naso. La testa dei questurini segue logiche difficili da condividere. Forse qualcuno mi aveva calunniato. Forse Soriano aveva imboccato una falsa pista che portava dritto a me.  

    E tu cosa fai, Vittorio, lo butti fuori di casa? Ma bravo. Che mossa intelligente! 

    Vabbe’, ormai era fatta. Inutile piangere sul latte versato.

                                                           *** 

    Sarei rimasto tutto il giorno a commiserarmi se non fosse squillato il telefono. La voce di Bianca disse allegramente che ero reclamato in enoteca: si stappava una bottiglia di prosecco in onore di Turbamento, il romanzo che doveva consegnare Bianca Sinclair all’olimpo della letteratura e le Edizioni Viganò all’alta finanza. A me bastava che non consegnasse Vittorio Fabbri al ridicolo. 

    Ero sul pianerottolo ad aspettare l’ascensore quando sentii il telefono squillare ancora. Pensai che fosse Bianca che richiamava per farmi fretta. Ma forse sbagliavo.

 

 

 

 

 

 

                                                             4

 

 

 

    Se non altro, Soriano mi aveva svegliato dal torpore e il cervello ricominciava a usare un po’ di spirito critico. Ero ancora per la strada quando mi venne fatto di pensare che Bianca spettegolava sui presunti ménage à trois degli altri, ma nel frattempo mi usava per far soffrire Sergio fino all’ora di pranzo, dopodiché sarebbe uscita insieme a lui per far soffrire me, e appena girato l’angolo l’avrebbe scaricato. Finché il suo romanzo non fosse arrivato sui banchi delle librerie c’era da scommettere che il copione sarebbe stato questo. Per un attimo fui tentato di tornare a casa; ma mi dissi che la mia era una fantasia malata, depressione, ipocondria. Insomma: tanto valeva andare a vedere.    

    Appena misi piede nell’enoteca fui travolto da baci, abbracci, brindisi e felicitazioni reciproche. Comparve anche Ciccio Morelli (spunta sempre al momento buono per pappare, lui) che si unì agli auguri, sollevò il calice con una mano e spolverò il piatto degli assaggini con l’altra. Bianca era raggiante, Sergio aveva un sorriso un po’ forzato, io facevo il blasé e scambiavo battutacce con due loschi figuri imbucati al seguito di Morelli.

    Bianca aveva sorrisi per tutti. Ciccio, rifocillato e dissetato, le stava addosso e allungava le mani. Lei un po’ ci stava, un po’ fingeva di chiedere aiuto. Era chiaro che, secondo lei, Sergio e io avremmo dovuto correre al salvataggio, in modo da tenere a bada l’ingordo e neutralizzarci a vicenda. È dai tempi dell’uomo di Neanderthal che le femmine si cacciano sempre nelle stesse situazioni, pretendono di gestirle come se fossero chissà quali novità, e si seccano se i maschi rifiutano di recitare la parte assegnata.

    Be’: Bianca era maggiorenne e poteva fare la vampira con chi voleva. Ma ero maggiorenne anch’io. Vuotai il bicchiere e uscii dalla comune.

                                                             *** 

    “Ciao Vittorio.”

    Raffaello Ravagnetti è un vero signore: puoi averlo incontrato una sola volta nella vita, magari di sfuggita, ma lui ti riconosce, ricorda il tuo nome e ti saluta per primo anche se è perfettamente conscio del fatto che tu sei un signor nessuno mentre lui è uno dei pochi intellettuali italiani conosciuti anche all’estero. Avevo girato l’angolo e me l’ero trovato davanti. Mi fissò con uno sguardo olimpico.

    “Ma è vero che non condividi la linea di Aleph sull’omicidio di Giordano?”

    “E perché? Io ho detto solo che il punto cruciale è il movente e che bisogna cercarlo nel manoscritto.”

    Prese l’aria del giudice a latere, quello che ti manda al capestro a cuor leggero perché, tanto, la responsabilità non è sua.

    “Quindi non sei allineato con Lu” disse, puntandomi al petto l’indice destro.

    “Come sarebbe a dire? Non vuole anche lei che si trovi il manoscritto?”

    “Sì, ma non per le stesse ragioni.”

    Lo guardai negli occhi.

    “Di’: mi stai prendendo in giro?”

    “No.”

    La sua espressione diventò così neutra che mi parve persino inquietante.  

    “Ma Lu vuole scoprire l’assassino o alzare un polverone?”

    Non rispose. Fece per avviarsi. Si fermò.

    “A essere troppo furbi c’è solo da rimetterci” mormorò fra i denti.

    Mi lasciò lì, sul marciapiede. Quello scampolo di filosofia era rivolto a me? Era un ammonimento? Non riuscii a trovare una risposta.

                                                             ***

    Tornai a casa e cominciai a preparare un soffritto con l’idea di condirci un piatto di spaghetti. Lavoro manuale e soddisfazioni per il palato: la migliore medicina contro le seghe mentali. Tagliai una cipolla, la feci imbiondire in un filo d’olio, misi nel tegame un paio di pelati. Avevo appena finito di schiacciarli con la forchetta quando suonò il telefono.

    Chi poteva essere? Uno dei soliti seccatori: sondaggi, ricerche di mercato, agenzie immobiliari che offrono una “valutazione gratuita del suo appartamento”. Ormai li conosco tutti. Quando sento chi sono, li mando a quel paese e metto giù.

    “Pronto.”

    “Victor?”

    Mi si gelò il sangue nelle vene.

    “Mayte!”

    La linea cadde.

    Continuai a gridare “Pronto! Pronto!” anche se sentivo il tu-tu-tu della comunicazione interrotta. Poi dovetti andare a sedermi: le ginocchia non mi reggevano più. Mayte era viva? Era in Italia? Come aveva fatto a rintracciarmi?

    Ma no. Non era possibile. Era qualcuno che aveva sbagliato numero.

    Eppure la voce aveva pronunciato Bíttor, con la V che diventava una B, con l’accento sulla i, con la c sopraffatta dalla t. Era la voce di una donna spagnola.

    Credevo di aver chiuso con la Spagna per il resto della mia vita e invece bastavano due secondi al telefono per immobilizzarmi come un cane da caccia, per farmi rivedere gli occhi di Mayte e tornare a domandarmi se esisteva una parola per dire di che colore fossero. Assurdo. Incredibile. E invece no, era credibilissimo: erano passati pochi mesi da quando una gitana mi aveva detto sul muso: “Non la vedi da vent’anni, ma lei ti tiene sempre nel palmo della mano”.

    Mayte era viva. Sapeva che ero tornato a Salamanca ma non che cosa ci ero andato a fare. Se non fosse caduta la linea le avrei detto: cercavo le prove che non sei un’assassina. Tutti gli indizi dicono che ci sei tu dietro la morte di don Agustin, di Rafael Romero, di Miguel Angel, ma io non ci posso credere.

    Dopo essere tornato sul luogo del delitto, dopo avere interrogato gli ultimi testimoni, le circostanze erano sempre quelle; anzi, sembravano più gravi. Ma io rifiutavo di accettarle. Perché Mayte non è una donna come le altre. L’ho amata come non mi è mai successo, prima e dopo di lei. L’ho amata al punto di non capire che l’amore era proprio quella cosa lì, così incerta, così pazzesca, così aperta a tutti i venti.

                                                              ***  

    La mia vita. L’unica vita che ho. Cosa ne ho fatto?

    Quando lasciai la Spagna guadagnavo pane e companatico come dirigente di una multinazionale. I miei anni migliori li ho passati più per aria che per terra: continuamente in volo, da Amsterdam a Montevideo a Bombay (non riuscirò mai a chiamarla Mumbai). Prima di ritirarmi dagli affari ero diventato un pezzo grosso. Ma non contavo poi granché: più sali nella scala gerarchica, più il potere diventa una cosa vaga, intermediata da cento livelli decisionali. Chi fa la guerra sul serio sono i capitani e i colonnelli, mica i generali. Ma, come un generale, davo l’impressione di fare cose importanti e di farle meglio degli altri. A quei tempi ci credevo anch’io (ho sempre avuto il vizio di ingannarmi da solo). Volare di qua e di là mi dava l’illusione dell’avventura e combinare affari mi faceva credere di avere uno scopo.

    Ecco: la mia vita se n’è andata così. Voi magari direte che non è possibile, che in tutti quegli anni devono essermi successe un sacco di cose. E in un certo senso è vero; ma erano avventure fine a se stesse. C’era solo da viverle, e una volta concluse non c’era più niente da dire. Insomma: non ho voglia di parlarne.

    Fatto sta che a un certo punto mi sono ritrovato solo con me stesso, ho scoperto di non essere una bella compagnia, sono tornato a Salamanca per chiudere i conti con il passato, e ho capito che i conti, quelli veri, non si chiudono mai. Quando mi sono guardato allo specchio, è stato come vedere per la prima volta la mia faccia. Cazzo! Quello lì ero proprio io? Ecco perché avevo lasciato crescere la barba. Ecco perché l’avevo tagliata.

                                                              ***

    Devo essere rimasto almeno un’ora così, trasognato, aspettando che il telefono tornasse a squillare. Lo fece, ma si trattava di tutt’altro.

    Due settimane prima avevo rifilato a Raoul Venturi il racconto delle mie disavventure spagnole. Non che mi facessi molte illusioni: l’avevo buttato giù senza uno scopo preciso, più che altro per sfogarmi. Ma poi Viganò mi aveva fatto entrare nel giro dei letterati e io avevo cominciato a pensare che, se qualcuno avesse pubblicato i miei scarabocchi e un migliaio di persone li avessero letti, la mia vita avrebbe avuto un senso. Quello di scrivere un libro, appunto. Ma, una volta consegnato lo scartafaccio, ero sicuro che Raoul avrebbe dato sì e no un’occhiata alle prime pagine, quel tanto che bastava per sussurrarmi all’orecchio il fraterno consiglio di lasciar perdere.

    “Non è mica male la tua storia, sai?” gracchiò la cornetta.

    Mi parve impossibile che dicesse sul serio.

    “Non dirmi che l’hai già letta!”

    “E che ci vuole? A stampa saranno sì e no cento pagine. Guarda, il guaio è proprio questo: come romanzo è troppo corto, come racconto è troppo lungo.”

    “Dài, Raoul, non indorarmi la pillola…”

    “Scemo! Guarda che parlo sul serio. Due mesi fa ho consegnato il mio ultimo romanzo all’editore – trecentoventi pagine, eh, mica uno scherzo. Lui non legge neanche il titolo, dà un’occhiata al numero dell’ultima cartella, storce il naso e mi rimette in mano tutto quanto. Allunga, mi fa. Aggiungi un’ottantina di pagine.”

    Tacque, in modo significativo; ma io non ero sicuro di aver capito.

    “Vuoi dire che se la storia fosse più lunga potrei anche trovare un editore?”

    “Sveglia! Ti sto dicendo che le misure canoniche del romanzo sono numeri pari: quello normale è sulle quattrocento pagine, quello breve duecento, quello lungo seicento. Nella tua storia c’è un buco di vent’anni. Riempilo. Mayte sarà fuggita all’estero, dove avrà sicuramente piantato altri casini. Raccontali. Dov’è il problema? Tu hai girato mezzo mondo, no?”

    Lui parlava e io cominciavo ad avvertire un odore conosciuto, un odore associato alla mia infanzia e a strilli di donne infuriate.

    “Be’, Raoul, ti ringrazio. Mi prendi alla sprovvista e non so bene come fare, ma giuro che ci proverò.”

    “Bravo. Ah, guarda: quel che hai già scritto va bene così. Non toccarlo. Devi solo aggiungere un centinaio di pagine altrettanto belle.”

    “Sì, sì, grazie. Adesso però scusami, non posso stare al telefono. Ci vediamo al bar stasera? Devo proprio scappare. Grazie ancora. Grazie mille.”

    Riattaccai. Corsi a spegnere il gas e ad aprire la finestra. Il soffritto si era incatramato sul fondo del tegame. Persi il controllo. Sparai parolacce ad alta voce; picchiai pugni e calci sulla porta del frigorifero. Avrei potuto entrare nel Guinness dei primati come campione di puerilità.

    Devi solo aggiungere cento pagine altrettanto belle.

    E che ci vuole? In fondo, è come fare un soffritto. Uno schiocca le dita e bell’e fatto. E quando brucia il sugo salta il pasto. Per penitenza.

    Rovistai in un cassetto, trovai la paglia di ferro e cominciai a grattare il fondo della padella. Chissà se il telefono avrebbe suonato ancora.

    Victor?

    Mi tornarono in mente, tutti insieme, i sapori del gazpacho e della tortilla, l’aroma dei pini sulle pendici della sierra, l’umidità salmastra dell’oceano, i raggi caldi del sole sulle pietre. Un altro mondo. Una parte della mia vita che non esisteva più. Eppure non voleva saperne di abbandonarmi: si rifaceva viva con tutte le seduzioni dell’avventura, dell’imprevisto, del pericolo.

    Ma l’aria che entrava dalla finestra aperta sapeva di fabbriche e di ferrovia, e ristagnava senza ricambio. Non aveva il respiro lungo del vento che spazza la meseta.   

 

 

                                                              5

 

 

 

    Due giorni dopo, Bianca partì per Roma e volle che l’accompagnassi alla stazione. La lasciai all’entrata, ricevetti istruzioni sulle riviste da acquistare, ripartii alla ricerca di un parcheggio. Naturalmente non ci fu verso di trovarne uno e andai a seppellire l’auto nei parcheggi sotterranei di via Vittor Pisani.

    Era la tipica giornata milanese: afa, cielo coperto, file di macchine ferme in seconda fila e gli esseri umani chiusi negli uffici a pestare tasti di computer sotto le luci al neon. Quando riemersi al livello del suolo non ebbi la sensazione di uscire all’aperto ma di passare da un piano all’altro della torre di Babele. Tornai verso il piazzale costeggiando i palazzi allineati come parallelepipedi di pongo, cercando di abbracciare con lo sguardo la stazione, gioiello kitsch vilipeso da architetti e assessori, seminascosta da una sedicente scultura totalmente priva di senso e pagata con i soldi dei contribuenti.

    Camminavo e mi sentivo ridicolo a correre avanti e indietro solo perché una donna un po’ stronza mi voleva sulla banchina per farle ciao mentre il treno partiva, e io ero troppo solo per permettermi di mandarla a quel paese. Sul marciapiede vuoto, sotto un portico scandito da vetrine cieche di banche e società finanziarie, mi sembrava di affannarmi su un nastro trasportatore che girava in senso contrario e mi lasciava sempre allo stesso posto. Alzavo gli occhi alle finestre dei palazzi sul lato opposto della via, intuivo la noia della gente chiusa negli uffici – aria condizionata, luce diffusa, open space come in una classe di scuola media – e provavo quasi invidia: almeno loro potevano condividere tedio e monotonia con i colleghi. Io no. Fra mezz’ora il treno sarebbe partito e sarei rimasto solo ad affrontare un pomeriggio senza prospettive. 

                                                             ***    

    Quando il treno si mosse il mio umore era così malridotto che mi mancò il coraggio di tornare a casa. Se mi fossi rinchiuso nel mio appartamento sarei intristito fino a sprofondare nella depressione. Ma non sapevo dove andare. Alle tre del pomeriggio i caffè erano vuoti, i negozi erano chiusi, la gente stava rintanata chissà dove, e mi pareva che da dietro ai muri un esercito di moralisti mi osservasse muovendo rimproveri, pronunciando condanne.

    Se siete persone indaffarate come lo ero io fino all’anno scorso e ogni giorno vi ritrovate fra capo e collo un paio di emergenze, scommetto che immaginate la vita del pensionato o del fannullone come una specie di beatitudine paradisiaca. Be’, non è così. Quando capiterà anche a voi di avere niente da fare, non vi si squaderneranno davanti agli occhi ventagli di possibilità: vi fisserete su una singola cosa. Per esempio, vi sembrerà assolutamente indispensabile un paio d’ore di cazzeggio al bar con birra e amici. E siccome, per un motivo o per l’altro, il vostro desiderio sarà irrealizzabile, non soltanto vi sentirete defraudati, ma non riuscirete neanche a pensare a una alternativa. Avete pensato mille volte che dovreste trovare il tempo per andare ad ammirare la Pietà Rondanini o il Cristo morto del Mantegna? Quel giorno non ve ne ricorderete e, se qualcuno ve lo suggerisse, scaccereste l’idea con fastidio. Vi sembrerà che la cosa più desiderabile del mondo sia il sapore della birra fresca e che l’atmosfera di libera chiacchiera in libero stato sia un bagno di calore umano, una vera e propria agape celeste; e morirete dalla voglia di abbracciare e stringere forte al petto persone che in altre circostanze potreste anche strozzare con le vostre mani.

    Era più o meno questo ciò che avevo in mente quando passai davanti alla casa di Turchetti, un condominio senza portineria in una strada grigia, afflitta dalle auto parcheggiate sui marciapiedi e dai graffiti tracciati sui muri. Di fianco ai citofoni c’erano le targhe di un dentista e di un’agenzia di pratiche automobilistiche. Suonai al citofono dell’agenzia e, come previsto, sentii il clac della serratura che scattava in automatico. Entrai e infilai le scale. Non volevo rischiare di sbarcare dall’ascensore, trovarmi di fronte qualcuno titolato a domandare: “Lei chi è? Cosa vuole?”, e non avere una via di fuga.

    Ma in quattro piani di scale uno pensa tante di quelle cose che alla fine non ricorda più neanche il suo numero di telefono e i riflessi diventano lenti come quelli di un bradipo: quando misi il piede sull’ultimo gradino e mi fermai a tirare il fiato, una porta si aprì. L’ispettore Soriano uscì sul pianerottolo e mi trovò lì, incapace di muovermi e di pensare, come il topo affascinato dal serpente.

    “Signor Fabbri!” Doveva essersi annotato di non chiamarmi dottore. “Vuole dare un’occhiata alla scena del fattaccio? Venga, prima che rimettiamo i sigilli.”

                                                              ***

    Lo seguii ringraziando. Ma ero sulle spine: cosa avrei potuto rispondere alle sue domande? Ero capitato in quella via senza un motivo specifico. Avevo obbedito a un impulso irrazionale. Vai a spiegare una cosa del genere a un ispettore di polizia. 

    “La porta era chiusa a chiave” osservò, indicandola con un dito giallo di nicotina. “Hanno dovuto sfondarla.”

    Mi fece passare e riaccostò il battente al telaio. Mi guardai attorno. 

    L’ingresso consisteva in un brevissimo corridoio con una porta sulla destra. La aprii e trovai un bagno in miniatura. In un angolo dell’unico locale era stato ricavato il cucinino. Il letto, di quelli a scomparsa, era aperto come quando ci giaceva il cadavere e occupava quasi tutto lo spazio disponibile. I ripiani dei pochi mobili erano ingombri di libri, la maggior parte copie omaggio ancora incellofanate. Ce n’erano parecchie pile anche sul pavimento. Su un tavolino incassato nel vano sotto la finestra c’era un pc portatile della stessa marca e modello del mio.

     “Era tutto in queste condizioni?” chiesi.

    “Più o meno. Comunque, per ricostruire i dettagli abbiamo le fotografie.”

    “I libri erano messi proprio così?” chiesi ancora.

    Soriano mi guardò con aria interrogativa e non rispose. Si comportava come se vedermi comparire sulle scale fosse stata una cosa normale e in qualche modo se la fosse aspettata. Non lo capivo, e meno capivo più mi preoccupavo.

    “Voglio dire: ce n’era qualcuno, che so, con una pagina piegata? Avete potuto capire cosa stava leggendo nei giorni precedenti a… al…”

    “Alla morte?” completò. “No. Il suo amico era disordinato assai.”

    E questo cos’era, un saltafosso?

    “Non era mio amico. Lo conoscevo solo di fama.”  

    “Però è venuto a vedere.”

    Eh già. Eccolo qua, lo sbirro. Guardava per terra, oziosamente. Portò la sigaretta alle labbra e aspirò. Gli zigomi sembrarono dilatarsi.

    “Pura curiosità” replicai, stringendomi nelle spalle.

    “Spirito enigmistico, eh?” commentò.

    Non risposi. Meno parli, meno ti comprometti. E del resto, cosa avrei potuto rispondere?

    “È sempre convinto che ci si debba concentrare sul movente?” riprese lui. “Non le pare che prima bisognerebbe sapere come si esce da questa stanza con la porta chiusa a chiave?”

    Lo guardai di sotto in su, alzando le sopracciglia.

    “Vuol dire che bisogna dare una spiegazione a tutto? Va bene, ma se non trova il movente come fa a beccare l’assassino?”

    “Eh già, l’assassino.” Sulla fronte gli si erano scavate due rughe parallele, orizzontali. “Ha dato un’occhiata alla porta?”

                                                              ***

    Tornai a osservare l’uscio che dondolava accostato al battente. Era una normalissima porta di legno. Il calcio a gamba tesa con cui era stata forzata aveva strappato dall’alloggiamento l’intero meccanismo della serratura, che qualcuno aveva raccolto e appoggiato su una mensola, sopra a un calorifero.

    Non sono uno specialista di toppe e chiavistelli, e l’unica cosa notevole mi parve la chiave, lunga, con una dentellatura complicata e una grossa impugnatura rettangolare da cui pendeva un fermaglio metallico, anch’esso rettangolare, che tratteneva una chiavetta molto semplice, probabilmente quella della cassetta postale, trattenuta fra due nodi di materiale trasparente. Provai il meccanismo della serratura: girava ancora, nonostante la botta che l’aveva divelto.

    “C’erano altre chiavi?” domandai.

    “Una sola. Era nel cassetto del tavolo ed è ancora lì.”

    Andai a prenderla e provai a infilarla nella serratura dal lato esterno.

    “Abbiamo provato anche noi” disse Soriano. “Quando la chiave è nella toppa non è possibile spingerla fuori o far scattare la serratura. Anche se qualcuno avesse avuto una terza chiave non avrebbe potuto chiudere dall’esterno.”

    Lo guardai. Dovevo avere un’espressione spazientita. Lui continuò a parlare gesticolando, descrivendo percorsi di fumo con la sigaretta.

    “Per completezza, e per farle sapere che i gialli li leggo anch’io, non c’erano in giro spilli, chiodi, puntine da disegno, e nemmeno i buchi. Sulla soglia non ci sono grate, griglie, canaline o interstizi. Non c’è spazio per far passare la chiave sopra o sotto l’uscio. La chiave era nella toppa, il telaio della porta era intatto, e la serratura non era stata forzata con un grimaldello.”

    E bravo Soriano. Saresti capace anche di spiegare come qualmente il pié veloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga.

    “Insomma, il morto si è chiuso dentro da solo.”

    Annuì, con gli occhi socchiusi e l’espressione di chi guarda l’orizzonte.

    “Libero di non crederci. Ma allora mi spieghi come è andata.”

    Mi incaponivo a rifiutarlo, ma capivo il suo punto di vista: una volta individuato il colpevole attraverso il movente, doveva farlo confessare o il giudice non avrebbe convalidato l’arresto. E se il colpevole si cuciva la bocca? Di riffa o di raffa, Soriano doveva prima risolvere l’enigma della stanza chiusa.

    “Ha qualche idea?”

    “Temo di no.” 

    Rimase a guardarmi in silenzio mentre girellavo intorno al letto combattendo contro la tentazione di guardarci sotto. L’avevano già fatto loro. Avevano passato al setaccio il guardaroba, l’armadio del bagno, le impronte digitali, le telefonate degli ultimi sei mesi. Avevano controllato tutto il controllabile. Sedetti al computer, lo accesi e aprii il programma di scrittura. L’elenco dei file era vuoto.   

    “L’avete ripulito voi?” chiesi voltandomi a guardarlo.

    Scosse la testa. Io tornai a scrutare il display e borbottai:

    “Avrebbero dovuto esserci almeno una trentina di file. Come minimo.”   

    Andai sul programma di posta.

    “Vuoto anche questo! L’assassino ha ripulito tutto.”

    “L’assassino, o lo stesso Turchetti.”

    Mi voltai di nuovo, un po’ seccato.

    “Perché Turchetti avrebbe dovuto cancellare i suoi testi?”

    Lui aspirò l’ultima boccata e rispose masticando fumo.

    “Perché avrebbe dovuto farlo un assassino? Finché non so come ha fatto a entrare e uscire, non so neanche se esiste un assassino.”

    Sospirai.

    “Giusto. Anch’io quando devo fare due più due, prendo due mele, le metto insieme ad altre due, e poi le conto.”

    Soriano non disse niente; e io mi domandai perché non imparavo a tenere la bocca chiusa, perché non sapevo resistere alla tentazione di fare il padreterno.

    Ma che senso ha cercare risposte nuove per domande che hanno la tua stessa età? Per quanto uno invecchi resta sempre bambino in tante cose, molte più di quante sia disposto ad ammettere. Forse si diventa davvero maturi solo quando si impara a gestire il proprio infantilismo. E deve essere questo il motivo per cui tanta gente non matura mai.  

                                                             ***

    Senza uno scopo preciso, cominciai a sfogliare i libri sparpagliati sul pavimento. Ne trovai uno con una cartolina infilata fra le pagine a mo’ di segnalibro. Era L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon. La cartolina raffigurava la cattedrale viennese di Santo Stefano. Sul verso, in stampatello, c’era l’indirizzo di Turchetti e una frase in tedesco: “Grüsse aus Triester Strasse” (Saluti dalla via per Trieste). Niente firma. La scritta era tracciata con un pennarello nero sottile, ma la prima “e” di “Triester” era barrata a matita e, sempre a matita, era stata aggiunta una “o” alla fine. Con un po’ di buona volontà si poteva leggere: saluti dalla via del Tristero.   

    Non dissi niente. Mi stampai in mente tutto quanto, posai il libro e guardai Soriano con l’aria di chi dice: be’, ho visto tutto quel che c’era da vedere e ne so quanto prima. Quando ci ripenso, mi viene in mente il compagno di banco che copriva con la mano il compito in classe per non farmi copiare.

    Soriano mi accompagnò in silenzio fin sul pianerottolo. Sembrava assorto, come se stesse considerando due possibilità e non avesse ancora fatto una scelta. Ma poi si decise. 

    “L’ipotesi dell’omicidio presenta anche un altro problema” disse. “Come avrebbe fatto l’assassino a uccidere?”

    “Scusi: non capisco.”

    “Non ci sono segni di lotta o di soffocamento. Non c’è traccia di colpi, ferite o iniezioni. Non c’è veleno nel sangue. Come è stato ucciso?”

    Allargai le braccia e chiamai l’ascensore.

    “Be’, questo dovrebbe dirlo il medico legale…”

    Fece andare su e giù la testa senza parlare, con l’espressione di chi pensa: tu non la racconti giusta. Mi resi conto che, al suo posto, l’avrei pensato anch’io.

 

 

                                                              6

 

 

 

    Dovetti rovistare in due diversi scaffali della libreria prima di pescare un Incanto del lotto 49 nella stessa edizione che avevo trovato in casa di Turchetti. Quanto alla Triester Strasse, non avevo bisogno di fare ricerche: la conoscevo. È l’arteria che esce da Vienna in direzione sudovest, verso l’unico porto dell’ex-impero asburgico. Una strada di periferia senza monumenti o chiese, senza una Schönbrunn o un palazzo dell’ONU a darle grandiosità. Se l’anonimo mittente della cartolina alludeva a un indirizzo in quella strada, non l’avrei certo trovato sulla piantina di una guida turistica.

    Ma non c’era bisogno di andare a pensare qualcosa di complicato. Bastava leggere. Proprio nella pagina in cui la cartolina faceva da segnalibro cominciava una digressione storico-fantastica su un sistema postale alternativo chiamato Tristero. Turchetti aveva ricevuto quel ricordo viennese da chissà chi (forse proprio dai misteriosi tristeri), si era ricordato del libro di Pynchon, aveva collegato Tristero e Triester Strasse. Le correzioni a matita le aveva fatte lui.

                                                            ***

    Con il muso lungo come un contribuente che sale i gradini dell’Intendenza di Finanza, Lu Pisani entrò in libreria, ignorò la commessa e si rivolse a Sergio Viganò chiedendo un’opera giovanile di Toni Morrison. Sergio sapeva benissimo di non averla, ma perquisì tre o quattro scaffali e riuscì a ricuperare due altri libri della scrittrice americana. Lu fece una smorfia: li aveva già letti. Sergio le assicurò che avrebbe procurato il titolo richiesto, magari in lingua originale. Lu prese un’espressione rassegnata, annunciò che avrebbe dato un’occhiata in giro e si infilò tra gli scaffali. Le sorrisi, ma finse di non vedermi.

    Ne approfittai per bloccare Sergio e riprendere il discorso della stanza chiusa.

    “Ommadonna, ancora questa storia!” Sergio era seccato. “Chiudere una porta lasciando la chiave all’interno non è un giochetto, ma non è neanche un’impresa diabolica. Bisogna studiare la porta, la serratura, le adiacenze. Ma figurati se ho voglia di pensarci: queste cose non interessano più. Non c’entrano niente con la letteratura.”

    Insistetti. Ero sicuro che a stuzzicarlo avrei ottenuto qualcosa. Non gli dissi come avevo passato il primo pomeriggio, ma gli prospettai le difficoltà della polizia: per parlare di omicidio bisognava risolvere il problema della stanza chiusa, altrimenti nessun giudice avrebbe firmato un mandato d’arresto.

    “Se scrivessi ancora gialli ci penserei su. Potrei usare la soluzione in un libro. Se trovo un’ora di calma ti dico come ha fatto l’assassino. Scommettiamo?”

    “No. Non scommetto perché so che ce la farai. Ma diamo pure per scontato che qualcuno è entrato e uscito: perché l’ha fatto? Chi ce l’aveva con Turchetti?”

    Sergio alzò le spalle e non rispose. 

    “Per esempio, cosa mi dici del Tristero?” insistetti.

    Sergio si fece guardingo.

    “Perché proprio il Tristero?”

    “E perché no? Turchetti, più o meno, so chi era. Invece del Tristero non so niente. Non è ora che qualcuno, magari un amico, mi spieghi qualcosa?”

    Grugnì. Avrebbe preferito mandarmi al diavolo e per un attimo prese in considerazione la possibilità. Mi guardò senza vedermi e grugnì ancora. Poi, finalmente, mise a fuoco lo sguardo e parlò agitando l’indice.

    “Evabbe’. Però quel che ti dico devi farmi il piacere di tenerlo per te. Gli scrittori sono suscettibili e se li fai incazzare qui non ci vengono più.”

    “E chi se ne frega?. I nostri clienti sono i lettori, mica gli scrittori.”

    “Vedi che non capisci un tubo? Intanto, anche gli scrittori sanno leggere. E poi, perché credi che i lettori vengano qui invece che al supermarket? Perché qui incontrano gli autori, gli stringono la mano, gli raccontano che loro a sedici anni scrivevano poesie, gli chiedono l’autografo per il nipotino Christian che è così bravo: “Sa, maestro, in famiglia ce l’abbiamo nel sangue la letteratura. Se lei gli dà una spinta il mio Chris può fare lo scrittore anche lui; magari addirittura il giornalista.”

    Mi scappò da ridere, e rise anche lui, ma non di gusto. In quella arrivò Lu con in mano un libricino striminzito. Pretese uno sconto, pagò e se ne andò. Tutto con l’aria tetra di un pastore luterano. Aspettai che fosse uscita prima di domandare:

    “Ma a lei i libri non li mandano in omaggio?”

    “Sì” disse Sergio soprappensiero. “Le novità. Ma quello che ha preso è un fondo di magazzino. Non sapevo neanche di averlo in casa.”   

    “Be’, allora abbiamo fatto un affare. Dài, dimmi del Tristero.”

    Si guardò attorno, forse sperando di trovare una scusa per non rispondere.

    “Ossignore” brontolò, allargando le braccia. “Mica li conosco. Credo che siano in sei o sette, ma lo sai che fanno i misteriosi. Si dice che le ricerche per Cipango, il romanzo sull’ultimo viaggio di Cristoforo Colombo, le abbia fatte una donna. Ma non è detto che sia l’unica. Per esempio, chi ha messo insieme la documentazione per Iside, il libro sulla papessa Giovanna? Di solito i vaticanisti sono maschi, però la papessa è un argomento femminista, quindi potrebbe anche essere una donna. Ma chi è? Non si sa. E così anche per gli altri.”

    “Quanti libri hanno pubblicato?”

    “Parecchi. Qualcuno ha venduto piuttosto bene.”

    “E perché restano anonimi?”

    “Ma è ovvio! Ognuno di loro ha scritto cose più serie e vuole legare il nome a quelle, non alla roba commerciale. Ma siccome è di lì che salta fuori la pagnotta, scrivono sotto pseudonimo e si sono inventati una filosofia: dicono che l’autore non deve mischiare l’opera e l’immagine. Niente promozioni commerciali, niente comparsate in televisione, premi letterari, presentazioni in libreria. Niente di niente. L’autore deve scrivere il libro e vivere in clandestinità.”

    “Sul serio? Sono matti! E come fanno a vendere?”

    Sergio si strinse nelle spalle.

    “Be’, ormai sono un marchio di fabbrica…”

    “E riescono a stare in gruppo senza litigare?”

    “Per forza. I romanzi storici sono come tutti gli altri, ma per ricreare l’ambiente, il modo di vivere, i pregiudizi di un’altra epoca, ci vogliono degli specialisti. Se si mettono a litigare, la Tristero SpA va in fallimento.”

    Non ero convinto, ma lui proseguì senza darmi il tempo di obiettare.

    “Il nome, poi, è tutto un programma. Tristero allude a Pynchon, lo scrittore più misterioso che ci sia: non si sa dove vive, non esistono fotografie recenti, è riuscito a sparire quasi del tutto. Ma è un caso più unico che raro. Se tu pubblichi con uno pseudonimo e il libro ha successo, le voci corrono e prima o poi i giornalisti ti inchiodano. Un gruppo è più difficile da smascherare. Ma a patto che resti unito. Se uno esce dal branco salta tutto.”   

    “E i tristeri in che rapporti erano con Turchetti?”

    “Ommammamia! Non hai capito che sono loro i pedanti? Loro restano sconosciuti e vendono, Turchetti avrebbe fatto carte false per far parlare di sé e non vendeva. Figurati la bile che mandava giù!”

    Poteva anche essere, pensai.

    “Ma allora avrebbe dovuto essere Turchetti ad ammazzare i tristeri.”

    “Infatti: bollarli come pedanti era un omicidio rituale. E poi, i tristeri non sono ben visti. Si dice che attizzino le polemiche a bella posta: con uno pseudonimo parlano bene di qualcuno e con un altro pseudonimo ne dicono peste e corna. Pare che dietro metà dei nicknames che compaiono nei blog ci siano sempre loro. Del resto, quando firmano con i loro nomi chi lo sa che sono i tristeri?”

    “Ma perché farebbero una cosa del genere?”

    “Per il piacere della rissa. Pare che ci sia di mezzo il satanismo.”

    Non avevo mai avuto motivo di pensare che a Sergio mancasse qualche rotella, ma dopo questa uscita cominciai ad avere dei dubbi. Lo guardai negli occhi.

    “Cioè, secondo te, i tristeri stanno insieme per scrivere libri, celebrare messe nere e dare addosso a Turchetti, mentre con i loro nomi veri (e cioè in incognito) si scagliano contro la pedanteria (cioè contro se stessi)?”

    Sergio mi lanciò un’occhiata con l’aria di compatimento che ho io quando vedo un adulto che legge ancora Topolino. Voltò le spalle e se ne andò.

                                                            ***

    Dove potevo trovare altre notizie sul Tristero? Una volta c’erano le enciclopedie. Grossi volumi che si aprivano da soli su voci improbabili come “bimetallismo” o “frenologia”, e mentre cercavi tutt’altro ti erudivano sulla circolazione delle monete auree o sulle discipline antenate della neurologia. Ogni tanto non trovavi quel che ti serviva, ogni tanto le informazioni si riducevano a quattro parole generiche, ma era facile consolarsi pensando che, se l’enciclopedia non diceva di più, voleva dire che era tutto lì.

    Oggi la faccenda è diversa ma il risultato è sempre quello. Qualche mese prima, quando per la prima volta avevo sentito parlare del Tristero, ero andato su Internet, avevo chiamato Google, avevo digitato Tristero e avevo cliccato sul bottone di ricerca. Google aveva risposto che il termine Tristero compariva in circa 238.000 casi e aveva elencato siti in italiano, inglese, greco, finlandese e via discorrendo, la maggior parte dei quali, per lo meno quelli scritti in lingue che conosco, avanzavano ipotesi di pura fantasia sul significato del termine. La cosa non mi interessava affatto.

    Del Tristero che interessava a me c’erano tracce solo nel catalogo dell’editore. Lì, i titoli pubblicati dal gruppo erano in bella evidenza, ciascuno con qualche riga di descrizione e una sfilza di recensioni entusiastiche. Ma su chi fossero i componenti del Tristero, neanche una parola.

    Adesso però c’era la cartolina che collegava il Tristero a Turchetti. Riprovai con Google e scoprii che i link erano aumentati. Quelli elencati in prima pagina erano recenti: uno sconosciuto che si firmava Marlowe aveva postato su una dozzina di blog lo stesso messaggio e Google diligentemente ne riportava tutte le apparizioni, riprese, commenti, citazioni e riferimenti, moltiplicandoli in un gioco di specchi. Il messaggio era questo:

 

    Chi ha paura del Tristero? Sono passati mesi dalla morte di Turchetti, si sono fatte centomila ipotesi, ma la polizia non indaga sul Tristero. Perché? I blog parlano di Turchetti un giorno sì e l’altro anche, ma si guardano bene dal nominare il Tristero. Come mai Watson, sempre così garrulo, tace alla grande sul Tristero? Ha paura? 

    È risaputo che Turchetti odiava cordialmente i tristeri, tanto che per lui pedanti e tristeri erano sinonimi. E che cosa succede? Turchetti, dopo aver accusato i pedanti, fa una brutta fine. Stranamente, nessuno collega le due cose. Eppure non si tratta più di una querelle letteraria: è omicidio. Il Tristero non si sente tirato in ballo? Non sarebbe il caso di mettere da parte le manie di segretezza? Macché. I tristeri restano anonimi e silenziosi.

    Perché non escono allo scoperto? Hanno qualcosa da nascondere? Si proclamino pedanti e spieghino le loro ragioni, se ne hanno. Ma soprattutto dimostrino di non essere implicati nella morte di Turchetti, se possono.

                                                             ***

    Il messaggio non aveva riscosso molti echi. Su Aleph c’erano stati cinque o sei commenti criptici come comunicazioni in codice. Su Paraguay, il blog dei gesuiti, un tal Paolini aveva preso le parti dei tristeri, vittime, secondo lui, di una campagna diffamatoria. Su Larteperlarte, il blog dove si davano convegno i critici più accreditati, alcuni tuttologi avevano allineato una decina di interventi, ma la discussione non era decollata. Sugli altri blog non era neanche partita. Era come se qualcuno avesse gettato un sasso nello stagno e tutti fossero rimasti silenziosi, nascosti dietro alle sterpaglie, trattenendo il respiro.

    Insistetti per puro puntiglio. Mi ero messo in testa di passare al pettine fitto ogni parola sull’argomento Tristero. Scaricai una trentina di pagine per leggerle più tardi. Spensi il computer, e in quella suonò il telefono. Risposi al terzo squillo, prima che partisse la segreteria telefonica.

    “Pronto.”

    Silenzio.

    “Pronto!”

    Cadde la linea.

    In un altro momento avrei alzato le spalle, ma due giorni prima una voce di donna aveva sussurrato il mio nome: “Victor?”. Non potevo essere sicuro che fosse Mayte: come si fa a riconoscere una persona al telefono a vent’anni di distanza e sulla base di una parola sola? Eppure, più ci pensavo e più mi convincevo.

    Nessuno mi aveva mai chiamato Victor se non in Spagna. Avevo ancora ben presente l’emozione dell’estate scorsa, quando ero tornato a Salamanca e, in circostanze un po’ melodrammatiche, una vecchia conoscenza mi aveva chiamato “don Victor”. No, non c’erano altre possibilità: la voce al telefono era quella che in due occasioni mi aveva detto “Te quiero”. Le rividi distintamente tutte e due: a Salamanca, nella calle Toro all’imbrunire; e poi a Madrid in quel caffè vicino al Prado che oggi non esiste più. Mi sentii pesare addosso il carico di nostalgia e di rimpianto che portavano con sé

    Mayte poteva avermi ingannato, poteva essere un’assassina, poteva aver messo in conto di uccidere anche me. Ma che cosa importava? Era stata lei l’unico grande amore della mia vita.   

 

 

                                                              7

 

 

 

    Non avevo mai sentito parlare della poetessa Alba Davalos e due giorni prima avevo detto a Sergio che non pensavo di venire alla presentazione della sua raccolta di liriche. Ma quella telefonata muta mi aveva fatto pensare a Mayte e in pochi secondi mi aveva gettato dentro a un pozzo di nostalgia iberica. Sull’onda dei ricordi mi tornò in mente una quantità di nomi e di facce, tra cui quella di un certo avvocato D’Avalos (o Davalos tutto attaccato?) seduto di fronte a me in un pranzo di lavoro, a Valencia, tanti anni fa.

    Fra l’avvocato e la poetessa non c’era il minimo rapporto, ma una cosa era certa: se fossi rimasto a casa avrei passato la sera a rimuginare cose morte e sepolte. Bianca era a Roma e ci sarebbe rimasta per un po’. Io mi sentivo così solo da aver paura di guardarmi allo specchio. Cosa avrei dovuto fare? Piagnucolare su rimorsi e rimpianti per tutta la sera? Niente affatto. Anche una conferenza sui rituali di accoppiamento dei capodogli sarebbe stata la benvenuta, pur di non restare solo con i miei pensieri.

    Davanti alla vetrina dove il libro della Davalos era al posto d’onore, modestamente inquadrato fra un Montale e un Neruda, si incrociavano Cip e Ciop, Yoghi e Bubu, Linus e Piperita Patty: era tutto uno sbaciucchiarsi, tutto un coro di educati strilli di gioia. Sulla porta si era formato un ingorgo: gente entrava e gente usciva. La presentazione era in ritardo sul programma.

    Anzi: sulle prime parve addirittura che dovesse abortire. Nella cantina della libreria di Viganò (e mia al quaranta per cento) un poeta, un critico e la funzionaria di una casa editrice, seduti dietro a un tavolo, sussurravano fra loro e si scambiavano occhiate smarrite. Ogni tanto uno dei tre si alzava, usciva dalla sala e componeva freneticamente un numero sulla tastiera del telefonino. Intanto il pubblico affluiva, prendeva posto, scambiava cenni, sorrisi e chiacchiere; dopodiché i presenti, a uno a uno, cominciavano a guardarsi intorno con quell’espressione che significa: “Be’, allora?”. Ma i tre presentatori erano sempre più perplessi e irresoluti.

    Quando fu chiaro che il programma si era inceppato nella messa in moto, il pubblico risalì al livello del suolo. I più si riversarono sul marciapiede a fumare (Avviso per i naviganti: le poetesse fumano con la stessa voluttà di dissoluzione con cui i maudits trangugiavano l’assenzio), gli altri estrassero i cellulari e si dedicarono a organizzare il resto della serata.

    Fra una telefonata e l’altra, fra uno sbuffo di fumo e l’altro, l’argomento più dibattuto era Ravagnetti: da qualche giorno Raffaello era uccel di bosco. Una tizia dalla silhouette a forma di pera si diceva certa che fosse a Bologna; un’altra, clamorosamente strabica, sosteneva di averlo visto a Capri il giorno prima. Lu Pisani lo dava per disperso in Francia lungo la costa atlantica fra Bordeaux e Belle Île sur Mer.

    Le chiacchiere erano in pieno rigoglio quando i presentatori ricomparvero intimando di spegnere le sigarette e chiudere i telefonini. Con pigra riluttanza, gli alunni del Parnaso ridiscesero nel ventre della terra, le file di sedie tornarono a riempirsi, il critico si avvicinò il microfono e prese la parola.

                                                           ***

    Il problema che aveva fatto incagliare l’avvio della presentazione era il mancato arrivo della protagonista, che viveva a Salisburgo ed era rimasta imbottigliata in un blocco del traffico all’altezza di Rovereto. Comprensibilmente, due ore di incubo e claustrofobia avevano choccato la sensibilità dell’artista. Quando la coda si era sbloccata, il danno psicologico era ormai irreversibile: non si poteva chiedere a una creatura percettiva e introversa di affrontare in quelle condizioni una sala piena di critici e operatori culturali. Alba Davalos aveva fatto dietro front e nessuno dei disperati appelli che le erano stati lanciati l’avevano convinta a riprendere la via di Milano. Bisognava capirla, povera cara.

    Pagato il tributo alle contingenze, il critico e il poeta presero a tessere le lodi della musa e della sua inimitabile personalità. Io chiusi i portelli stagni e partii per il mondo delle libere associazioni di idee. Perché diàvalos una poetessa con un nome simile viveva a Salisburgo e presentava le sue liriche a Milano? Tanto per cominciare, quel Davalos doveva essere uno pseudonimo. E col càvalos che viveva a Salisburgo. A Cinisello Balsamo semmai, o a Gallarate. Tutt’al più a Vigevano. La prosaica verità doveva essere questa: la donzella moriva di paura e si era barricata in casa a vezzeggiare le bambole.

    Però quel nome spagnoleggiante continuava a tormentarmi. Alba, poi. Come dire Bianca. Già: Bianca, che si era inventata uno pseudonimo anglosassone per le sue opere in prosa, poteva averne scelto uno spagnolo per la poesia. Ma qual era il suo vero nome? Rossi? O magari Sandoval, il cognome di Mayte?

    Comunque, Bianca a Milano non c’era. L’avevo accompagnata io fino al treno. Cos’era andata a fare a Roma? Su questo punto era stata misteriosa assai. E c’era andata davvero? Avrebbe potuto scendere dal treno a Bologna e prenderne un altro per tornare indietro. Ma per quanto illogica possa essere una donna (per di più scrittrice e poetessa), che senso aveva organizzare una presentazione con il deliberato proposito di non presentarsi? Che scopo c’era a partire per poi tornare in incognito?  

    La faccenda si presentava quanto mai intricata, ma più ci pensavo e più mi ci incaponivo, confortato dal motto di Sherlock Holmes: una volta eliminato l’impossibile, quel che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.

                                                              ***

    Non chiedetemi se le poesie di Alba Davalos erano buone. Devo averle ascoltate, e immagino che i presenti le abbiano applaudite. Ma io avevo altro per la testa. L’unica cosa che mi è rimasta impressa, vivida come tutto ciò che definiamo insignificante solo perché rimane senza seguito, è il saluto che scambiai sulla porta con una sconosciuta dagli occhi vertiginosi e dal profumo seducente.

    Arrivai a casa, entrai, accesi la luce, andai in cucina a bere un bicchier d’acqua. Mi chiesi se fosse il caso di mangiare qualcosa prima di infilarmi tra le lenzuola. Decisi di no. Ripassai dall’ingresso per andare in bagno. Ed eccolo lì, per terra: un cartoncino bianco della misura di un biglietto da visita. Qualcuno l’aveva fatto passare sotto la porta e l’aveva mandato a finire contro lo zoccolo della parete di sinistra. Un lato era bianco. Sull’altro qualcuno aveva tracciato a stampatello un proverbio spagnolo. Nunca es tarde si la dicha es buena. Non è mai tardi per un destino favorevole.

    C’era in arrivo un destino favorevole per me? Chi me lo annunciava? E perché in spagnolo? A Milano nessuno sapeva quanto avesse pesato la Spagna nella mia vita. Ero sicuro che nessuno degli scrittori del giro di via Procaccini conoscesse quel proverbio. O meglio: la misteriosa donna del Tristero, l’esperta di Cristoforo Colombo, doveva conoscere bene lo spagnolo. Era lei a interessarsi del sottoscritto?

    Chiusi la porta d’ingresso con tre mandate: c’era in giro gente che entrava e usciva a suo piacimento dalle porte chiuse. Una volta a letto, mi girai su un fianco e pensai a Mayte. Dove poteva essere? In Sudamerica, in Portogallo, in Francia, in Marocco. C’è sempre modo di passare le frontiere senza esibire i documenti. Se l’avessi vista l’avrei riconosciuta? Dall’ultima volta, da quando ci incontrammo in quel bar vicino al Prado, erano passati più di vent’anni. Forse aveva cambiato aspetto. Poteva aver fatto una plastica.

    Mi addormentai pensando a lei, ai suoi occhi, dei quali non sono mai riuscito a dire il colore, alla sua coda di cavallo, al suo sorriso, al suo modo di attraversare la Plaza Mayor guardando dritto avanti a sé.

    Ma non la sognai. Non ci sono mai riuscito. Mayte mi sfugge anche nei sogni.

                                                             8

 

 

 

    Il giorno dopo, con la vaga idea di dimenticare Mayte, poetesse e vampire, passai in libreria a salutare Sergio, mi concessi una giornata di ozio e andai a ripercorrere i luoghi della Milano barocca. Ogni tanto faccio delle cose così. Percorrere un itinerario a tema mi dà qualcosa di diverso da pensare e mi calma come una tazza di camomilla.

    Il barocco milanese non è lussureggiante come quello romano. Non rinuncia a qualche pretesa, ma senza troppi svolazzi: è un barocco piccoloborghese. Più lo guardo, più mi sento piccolo anch’io (e pure borghese, come no? Ormai siamo borghesi tutti quanti). Ma sentirmi piccolo mi dà un senso di pace, come se vedessi il leone e l’agnello bere insieme sulla sponda dello stesso fiume.

    Partii da piazza sant’Alessandro e proseguii fino alla rotonda della Besana. Entrai a guardarmela per bene, nella sua geometria semplice e complicata, nella povertà dei suoi mattoni e dei suoi portici, a metà tra il fienile e il lazzaretto. Prima delle due, dopo aver mangiato un panino insensatamente caro, approdai alla chiesa della Passione e mi rannicchiai a studiare il ritratto di san Carlo Borromeo, curvo sul pane e acqua della sua dieta spartana, piegato dalle migliaia di richieste che leggeva negli occhi della gente e che non riusciva a soddisfare.

    Altro che trionfi di cartapesta, romanze di castrati, cioccolata e brioches! A Milano i gentiluomini seicenteschi erano tormentati fin nel midollo delle ossa. Cercavano un senso alla loro esistenza nel servizio di Dio o del Re, ma sapevano che quella scelta andava confermata ogni giorno, mille volte al giorno, e poteva anche essere sbagliata. Lo sapevano, lo sapevano eccome. Nel digiuno di san Carlo la fame è una metafora del dubbio. Lo stesso dubbio che coglieva i soldatini condotti al macello nella Guerra dei Trent’anni. Mi pareva di vederli cadere a uno a uno, con il petto squarciato dalle pallottole e gli occhi girati all’insù. Mi pareva di essere lì a tenergli la mano mentre all’improvviso capivano che non c’era più niente da fare, tutto finiva con una sconfitta – comunque vada siamo sempre sconfitti – e allora cosa abbiamo combattuto a fare?

    Ma poi mi tornò in mente che nel seicento i nobili milanesi servivano il re di Spagna. E Mayte, cacciata dalla porta, rientrò dalla finestra. La sindrome iberica è un mostro dalle cento teste: ne tagli una e ne spunta subito un’altra.

                                                           ***

    Per non pensare più alla Spagna entrai in una libreria del centro con la speranza di rubare qualche idea alla concorrenza. Ma non ne trovai, o non seppi trovarne, e lo scorno mi fece rimbalzare sul miraggio delle quattro chiacchiere al caffè come panacea di tutti i mali, o almeno come rimedio per restituire il senso dell’umanità a un povero disperato.

    Non ricordo come tirai l’ora dell’aperitivo, ma quando i bar si riempirono e i banchi degli assaggini vennero presi d’assalto trovai Lu Pisani intenta a concionare al solito tavolo davanti a Raffaello Ravagnetti, Raoul Venturi e Franco Crespi. Lu si stava arrampicando su per un discorso tutto allusioni e citazioni, e probabilmente senza capo né coda. Forse l’unico a capirci qualcosa era Ravagnetti (che non era di ritorno dalla Francia, nè da Capri, né da Bologna). Gli altri tacevano: i loro visi erano espressivi come quelli delle armature con la celata abbassata. Mi procurai una sedia e la portai al tavolo in silenzio, per non disturbare, ma Ciccio Morelli sbucò alle mie spalle e, dopo avermi scostato con una morbida spinta, ci piazzò sopra il suo straripante deretano.

    “Grazie!” barrì.

    Lu si interruppe, contenta di avere una scusa per chiudere un discorso che non sapeva più come mandare avanti. Con polso fermo Ciccio depositò sul tavolo tre piatti di plastica tremolante: contenevano una quantità invereconda di pasta al forno, insalata di wurstel, insalata di pollo, sottaceti, olive e Dio sa che altro.

    “Questa è roba mia, eh” annunciò in tono gioviale. “Al banco ce n’è per tutti.”

    Ciccio è fatto così: nei suoi libri è rabelaisianamente pessimista, di persona è allegramente pantagruelico. Allungai due dita verso un’oliva e lui brandì una forchetta di plastica minacciando di infilzarmi la mano. Finsi di battere in ritirata, ma intanto Franco si impadroniva di un pezzo di wurstel e Raoul di una pizzetta. Ciccio si distrasse per puntare la forchetta contro di loro, e io prelevai l’oliva.

    “No, ma allora siete d’accordo!” si indignò. Ci guardò smarrito, intuì come sarebbe andata a finire, e rabbrividì.

    “Ognuno per sé e la pappa per tutti!” sussurrò Franco infilzando una cipollina.

    “Il popolo affamato fa la rivoluzion!” rincarò Raoul, masticando la pizzetta.

    “Chi non ha pane mangi brioches” consigliai perfidamente.

    “A morte Maria Antonietta, la pute autrichienne!” concluse Franco, mettendosi in bocca un altro trancio di wurstel.

    “No, un momento” protestò Ciccio: “io sono un progressista!”

    “Ma quale progressista? Tu sei il prestinaio del forno delle grucce!”

    “Incettatore! Affamatore del popolo!”

    Ravagnetti taceva con un vago sorriso a fior di labbra. Lu non sapeva se mostrarsi seccata o tirare un sospiro di sollievo. Ciccio alzò le mani e si arrese.

    “Evabbe’: ciascuno secondo le capacità, a ciascuno secondo i bisogni.”

    Spinse i piatti in mezzo al tavolo e tutti quanti ci dedicammo al saccheggio: la bastiglia era caduta. Tanto valeva lavorare di mascella.

                                                               ***

    “E del famoso manoscritto s’è più saputo niente?”

    Franco Crespi aveva inghiottito un pezzo di focaccia gommosa, si era ingolfato l’esofago e aveva buttato giù mezzo litro di birra. Una volta sgorgate le tubazioni, si era ritenuto in dovere di dare segni di vita buttando lì la prima cosa che gli era passata per la testa. Al solo accenno della parola manoscritto Lu impallidì. Ravagnetti era già serio e non poteva diventarlo di più, ma ci si provò. Raoul rimpicciolì come se si preparasse a scivolare sotto il tavolo. Ciccio ingurgitò una forchettata di lasagne fredde grufolando:

    “Manoscritto d’Egitto! Questa storia del romanzo è una palla colossale. Giordano aveva vuotato i cassetti da un pezzo. Al massimo ci sarà in giro la roba che neanche lui aveva il coraggio di portare da un editore.”  

    Lu, da pallida che era, diventò verde e sibilò qualcosa di incomprensibile. In tono altero, Ravagnetti condannò le malignità sul conto di chi non può difendersi. Morelli alzò le spalle e replicò che chi muore giace e chi vive si dà pace. Crespi, convinto di aver trovato un alleato, insistette. La discussione si allargò.

    Non ricordo chi tirò in ballo il fantomatico Watson (chi era? di quali informazioni poteva disporre?). Lu si trasformò in una statua di sale e non reagì nemmeno quando, fingendo di scherzare, buttai lì che forse Watson era proprio lei. La discussione proseguì a briglia sciolta. Il manoscritto esisteva sì o no? Qualcuno l’aveva mai visto? E si trattava davvero di un manoscritto? Non era più probabile che fosse un floppy disk? Le ipotesi erano le più svariate.

    Lu riacquistò l’uso della favella per dichiarare che Turchetti scriveva sempre la prima stesura a mano su un quaderno, la trascriveva sul computer, faceva le correzioni a video, poi stampava. Invece, secondo Ravagnetti, Giordano faceva così per gli articoli e per i racconti brevi, mentre i romanzi li scriveva direttamente al computer, stampava una cinquantina di pagine per volta, correggeva e proseguiva. Ma che fine facevano quaderni e stampate? Non lo sapeva nessuno. Secondo Raoul, era probabile che ci fosse in giro la stampa di una prima stesura. Secondo Franco, era più logico che fosse un floppy disk.  

    “Ma chi se ne frega di dove è scritto!” sbottai. “Io, piuttosto, vorrei sapere cosa diavolo c’è in questo fantomatico romanzo. Turchetti l’ha nascosto, ma perché?”

    “Be’ certo” Ciccio tentennò il capoccione, “potrebbe contenere qualcosa di compromettente. Ma che cosa?”  

    “Qualche faccenda di sesso” disse Raoul.

    “Le collusioni politica-editoria-letteratura” disse Lu.

    “I nomi dei tristeri” disse Franco. 

    Cadde il silenzio.

                                                             ***

    A casa, seduto in poltrona con una coppa di Carlos Primero che intiepidiva nel palmo della mano, il primo passo del ragionamento mi parve obbligato. Se il computer era stato svuotato dall’assassino, il movente dell’omicidio doveva essere proprio lì, in un testo inedito. In questo caso il dischetto non esisteva più o, quantomeno, l’assassino se lo teneva stretto.

    Il passo successivo era più terra terra: cosa poteva aver scoperto il povero Turchetti? Non era mica un detective. Nel suo computer non poteva esserci niente di esplosivo. E allora non era stato l’assassino a ripulire i file: era stato Turchetti a cancellare tutto quanto. Ma perché?

    Perbacco, nessuno scrittore butta via tre anni di lavoro. Dunque, bisognava pensare tutta un’altra cosa. Per esempio, che Turchetti aveva paura. Di che cosa non si sa, ma diciamo che ha paura. E allora copia il testo inedito su un dischetto e lo nasconde. Poi cancella tutto il contenuto del computer, ma sa che nel sistema operativo esistono registri dai quali un esperto potrebbe ricuperare i file cancellati. Cerca un tecnico di computer e gli chiede di ripulire tutto quanto. Ovviamente, non ha bisogno di spiegargli il perché e il percome. Però, nell’esporre un problema, può sempre sfuggire qualche confidenza.

    Assaggiai un sorso di brandy. L’avevo portato con me dal mio ultimo viaggio in Spagna e lo centellinavo solo nei casi di tristezza patologica. Ormai la bottiglia era quasi vuota. Fra un po’ non ci sarebbe stato più quel sapore pastoso a farmi rivivere le atmosfere di una notte in un tablao flamenco.

    Oddìo, il Carlos Primero lo vendono anche alla Coop. Ma piuttosto che comprarlo al supermercato preferisco bere l’acqua del rubinetto.

 

                                                             9

 

 

 

    In seguito venni a sapere che Raoul Venturi stava cercando il manoscritto nel teatrino di avanguardia dove Turchetti, tre anni prima, aveva rappresentato un atto unico. Raffaello Ravagnetti era venuto in libreria e aveva messo sottosopra gli scaffali della letteratura per l’infanzia solo perché una volta aveva visto Fiatoalletrombe aggirarsi da quelle parti. Franco Crespi era arrivato al punto di presentarsi da Soriano chiedendo il permesso di buttare all’aria la scena del delitto alla ricerca del dischetto. Non so dove cercassero gli altri, ma scommetto che anche loro indagavano, razzolavano, ficcanasavano dappertutto.

    Forse fui soltanto più fortunato: sul computer di Turchetti avevo visto l’etichetta dello stesso negozio dove avevo comprato il mio. Provai a domandare lì. Il primo commesso scosse la testa e non mi rispose nemmeno. Un altro mi liquidò con poche parole. Il terzo, giovialone, ricordò che Turchetti era venuto in negozio un paio di mesi prima con l’aria sconvolta di chi ha visto uscire un pitone dalla tazza del wc. Lui l’aveva indirizzato da Mario Croce, un tecnico di prim’ordine. Mi feci spiegare dove stava e ci andai anch’io.

    Il posto era un bugigattolo in fondo al cortile di una casa di ringhiera dove nessuno ti guardava in faccia e meno che mai rispondeva alle domande. Per arrivare al laboratorio bisognava arrancare su un acciottolato che sembrava studiato apposta per scassare gli ammortizzatori. Donne velate strillavano in maghrebino, spingevano in casa i bambini e sbattevano le porte. C’erano troppi gatti in giro, e non era un buon segno: da solo, un gatto è un animale da compagnia, ma quattro gatti di ronda sono l’ultima linea di difesa contro i topi.

    Croce era un tipo magro, con i capelli rossi e ricci. Portava occhiali senza montatura e un camice nero come usavano i tecnici d’officina cent’anni fa. Aveva il tic di strabuzzare gli occhi ogni venti secondi ed era uno di quelli che danno subito del tu ma, se non sei tu a prendere l’iniziativa, rispondono a monosillabi e gelano la conversazione. Grazie al cielo, l’argomento per rompere il ghiaccio era bell’e trovato: gli specialisti di computer sono predicatori di un regno che verrà e non sanno trattenersi davanti a parole magiche come “logica binaria” o “tecniche di masterizzazione”.

    Bontà sua, Croce riteneva che la marca del pc di Turchetti (e del mio) fosse una delle migliori, se non la migliore in assoluto. 

    Che problema aveva Turchetti?

    Eh, era in breakdown. S’era beccato un virus nuovo, una combinazione di worm e di trojan che aveva dribblato il Norton, si era insinuato nel buffer e di lì aveva sconvolto l’hard disk, manomesso gli script, danneggiato Winword, eccetera eccetera. (Di tutta la tiritera avevo capito soltanto questo: Turchetti voleva salvare i testi, non cancellarli).

    Ma da dove è venuto il virus?

    Eh, da internet. Da un sito o da una email. Ci sono dei siti porno che ti rifilano il virus di default, appena ci metti il naso. Ma quelli lì il Norton li becca subito. Ce ne sono altri che mettono in vista la mail della ragazza, che in homepage lascia credere che sta a New York ma se scartabelli scopri che vive e opera a Brescia. E così il povero fesso clicca sulla mail, scrive che dalle foto si vede che è una donna di classe, e lei risponde: tu sì che sei una persona educata, ti mando qualche altra foto che ho fatto l’anno scorso a Vattelapesca. Il boccalone apre l’allegato e zac! il virus gli resta appiccicato senza che neanche se ne accorga.

    Vabbe’, ma che cosa ci guadagna la ragazza?

    Eh, la ragazza non esiste! Ci sono soltanto le foto, servizi fotografici di ragazze che volevano fare le veline, o roba del genere. Insomma: un pretesto. Quel che vogliono è infiltrarsi nel tuo computer e far partire collegamenti telefonici verso numeri a pagamento.

    Ma che figli di buona donna! E così Turchetti si è beccato il virus navigando per siti porno. Qual è il sito che l’ha infettato?

    Eh, vai a sapere. Magari ne ha girati due o tremila. E poi quei siti lì cambiano in continuazione. Ultimamente era di moda registrarli in Uruguay. Ma sono capaci di sparire da un momento all’altro e ricomparire in un altro stato.

    Insomma: Turchetti non sa come ha fatto a beccarselo, ma si accorge di avere lo scolo informatico e ti porta il pc.

    Eh, proprio così. Io gliene do un altro in temporanea sostituzione e provo a vedere se c’è modo di riparare il suo. Ma ormai il virus è dappertutto. Allora gli telefono: bisogna riformattare il sistema operativo. Lui dice che ha in memoria dei testi importantissimi e non vuole assolutamente che vadano persi. Ma come si fa? Se li copi su un dischetto, copi anche il virus. Glielo spiego e lui si incazza. Piomba qui con gli occhi fuori dalla testa e mi combina una scena isterica. Io gli ripeto che il guaio se l’è procurato con le sue mani, ma lui continua a insistere e non la smette più. Rompe tanto che alla fine gli propongo una mezza pazzia: copiare il testo su un dischetto, inserirlo in un altro pc e tentare una stampa sfruttando il fatto che i worm e i trojan ci mettono un po’ a penetrare i sistemi. Non è affatto garantito che la cosa funzioni e, comunque vada, bisogna mettere in conto di killare i sistemi operativi di due pc e il driver della stampante, dopodiché c’è da reinstallarli, e come ciliegina il cliente deve ridigitarsi il testo della stampata nel computer rimesso a nuovo. Tripla spesa, lavoro quadruplo, e nessuna garanzia. Ma se è così importante… Glielo dico, e Turchetti tentenna, borbotta cose strane.

    Quali cose?

    Eh, si capisce niente. Io comunque dico e ripeto che nel migliore dei casi c’è una speranza su cinque, poi sparo la cifra e lui ricomincia a discutere. Ma alla fine capisce che o così o t’attacchì al tram, e mi riporta il computer sostitutivo. Io ci aggiungo un paio di loop per ritardare la diffusione del virus e proteggere il driver della stampante. Poi prendo i testi infettati, li compatto in corpo 10 e interlinea singola, li copio su un dischetto che inserisco nel pc modificato e… be’, sembra incredibile ma funziona. La stampante va in blocco due secondi dopo aver sputato l’ultimo foglio. A questo punto posso killare e reinstallare i sistemi operativi. Un rompimento di balle che non ti dico, ma quando viene il cliente gli consegno il suo pc rimesso a nuovo e una stampata di duecento pagine fitte.

    “E i testi che Turchetti aveva scritto sul pc sostitutivo nei giorni precedenti, che fine hanno fatto?”

    Croce si strinse nelle spalle.

    “Eh, se non ha pensato a copiarseli, sono andati persi con il killing.”

    “E il dischetto che hai usato per la stampa?”

    “Nella raccolta differenziata, rotto in quattro pezzi. Eh, si può mica lasciare in giro quella roba lì. È come spargere la peste o il colera.”

                                                               ***

    Mi era bastato sentir nominare l’Uruguay perché mi scoppiasse in testa la sensazione che lì, in quella zona di memoria, c’era un collegamento.

    Lasciai Mario Croce nella penombra del suo laboratorio e uscii soprappensiero, cercando la connessione che mi sfuggiva. Ma quel cortile, quella casa di ringhiera, mi indirizzavano il cervello su un percorso parallelo, lastricato di Rocco e i suoi fratelli, Milanin milanon, Strehler e Tino Carraro; e per contrasto mi tornavano in mente cose da rotocalco anni ’50: Nilla Pizzi, Fausto Coppi, Walter Chiari, Silvana Pampanini.

    È così che facciamo passare il tempo: andando avanti a testa bassa. Poi improvvisamente càpita che un’associazione di idee ci riporti davanti agli occhi un’immagine. La ritroviamo intensa come quando l’avevamo vissuta; ma i conti non tornano, il ricordo diventa assurdo, incongruente, e non capiamo perché. Allora facciamo qualche passo indietro e scopriamo che in un giorno qualsiasi, ieri, l’altro ieri o dieci anni fa, è cambiato tutto. Di punto in bianco il cortile con l’acciottolato del secolo scorso, congelato nella sua immagine di povertà operaia o contadina, è popolato da tutt’altra gente e guardarlo serve solo a dire: questo era un microcosmo, così come guardando piazza Navona pensi: una volta questo era un ippodromo. Non fa differenza se sono passati vent’anni o duemila. Basta un attimo e una casa di ringhiera diventa Pompei.   

    Stavo pensando queste cose, o meglio stavo cercando di scacciarle dalla mente, quando Ravagnetti uscì dal bar all’angolo, fece qualche passo correndo e saltò su un tram fermo al semaforo con le porte aperte. Persi l’attimo e non riuscii neanche a gridargli “Ciao!”.

                                                           ***

    La connessione venne fuori più tardi, quando sentii al telegiornale che in Ecuador un generale aveva tentato un golpe ma gli era andata male e si era rifugiato nell’ambasciata uruguayana. Già, i siti porno uruguayani. Tanti anni prima, quando ero stato a Quito e avevo rischiato di finire in un guaio grosso, qualcuno mi aveva spiegato che fra Ecuador e Uruguay non c’è trattato di estradizione. E chi mi aveva presentato le persone giuste per ottenere l’appalto dalla Corporación Estatal Petrolera Ecuadoriana? L’avvocato D’Avalos.

    Alba Davalos era Bianca? Per il momento era solo una intuizione, un sospetto, un dubbio. Ma al suo ritorno da Roma glielo avrei domandato. 

    Alba Davalos. Avrei voluto sedermi in poltrona, gustare un altro sorso di Carlos Primero e abbandonarmi ai ricordi. Ma, a furia di giostrare in testa nomi e pseudonimi, mi accorsi che Davalos era quasi un anagramma di Sandoval, il cognome di Mayte. E tornai a dirmi che erano passati vent’anni, che la chirurgia estetica aveva fatto progressi eccezionali, che un intervento alle corde vocali poteva cambiare la voce. E per gli occhi c’erano le lenti a contatto, per i capelli c’erano le tinture, il look da vampira depistava i ricordi e, così come Alba poteva essere Bianca, Bianca poteva essere Mayte.

    Non era la prima volta che ci pensavo. Era un argomento che mi piaceva. 

                                                           10

 

 

 

    Se lasci che la mente prenda l’abbrivo ti ritrovi a cercare significati nelle cose più insensate. Stavo giusto pensando che un altro anagramma di Sandoval è Vandalos, quando squillò il telefono. Era Bianca, agitata come un mare in tempesta.

    “Per amor del cielo dimmi che le hai trovate, dimmi che le hai tu!”

    “Che cosa?”

    “Le chiavi! Le chiavi di casa mia!”

    “Perché dovrei averle io?”

    “Non le trovo più! Le ho perse! Vittorio, se non le hai tu sono rovinata!”

    “E come diav…”

    “Ma ascoltami! Ricordi quando mi hai salutato, in stazione, prima che salissi sul treno? Io avevo le mani occupate con la borsetta, lo spolverino, le riviste, le sigarette… Ricordi che a un certo punto mi è caduto quel che avevo in mano? La borsetta si è aperta e sono cadute anche le chiavi. Ci siamo chinati a raccattare, e io ero già in agitazione perché il treno stava per partire e dovevo ancora trovare il posto… Insomma, mi hai dato quello che avevi raccolto tu, ci siamo abbracciati per salutarci, ti ricordi? Sono salita di corsa e il treno si è messo in moto. Ecco: oggi cerco le chiavi e non le trovo più. Non le trovo. Non le trovo!”

    “Vabbe’, magari le hai…”

    “No, no! Sta’ attento: ho ricostruito la scena alla moviola. Ce l’ho tutta qui, davanti agli occhi. Le chiavi erano cadute insieme alle sigarette. Le ho raccolte per ultime, chiavi e sigarette, e le tenevo nella mano sinistra. Le chiavi devono essermi scivolate di mano di nuovo, mentre ti abbracciavo; ma se fossero cadute a terra le avrei sentite, capisci? E allora l’unica spiegazione è che siano finite nel tuo vestito. Nel risvolto dei pantaloni o in una tasca. Io le tenevo nella sinistra, te l’ho detto: lo ricordo perfettamente. Quindi dovrebbero essere nella tua tasca destra. Dimmi che ci sono, altrimenti sono morta! Ti rendi conto che da tre giorni casa mia è aperta al saccheggio?”

    Provai a farla riflettere.

    “Dài, non ingigantire le cose. Metti pure che le chiavi siano cadute sulla banchina e che le abbia raccolte un ladro, come fa a sapere dov’è casa tua? Sulle chiavi non c’è mica scritto l’indirizzo.”

    “No, no, Vittorio, non ragionarci sopra. Ti prego, aiutami. Se no non riesco a dormire. Ti prego, ti prego. Fammi questo piacere: guarda nel vestito che avevi addosso l’altro giorno. Magari le chiavi sono lì e non te ne sei accorto. Sono soltanto due chiavi Yale. Piccole. Se mi sono sfuggite di mano e non le ho sentite tintinnare a terra, da qualche parte devono essersi fermate. Non vuoi dare un’occhiata? Ti prego. Ti prego, ti prego. E mi richiami subito, vero? Oppure ti chiamo io fra dieci minuti…”

    Promisi. Altrimenti mi avrebbe tenuto al telefono per chissà quanto. Riattaccai pensando che era un capriccio elevato al cubo, un’assurdità, una di quelle cose che le donne inventano al solo scopo di esasperarti, e mi pareva già di sentirla quando avrei richiamato per dirle che nelle mie tasche non c’era niente di niente: avrebbe trovato il modo di sostenere che era colpa mia, e l’avrebbe continuato a ripeterlo finché non avessi trovato il coraggio di mandarla a quel paese. Se una donna si accorge di aver fatto una stupidaggine non pensa a metterci rimedio: cerca un capro espiatorio.

    Ma, per la verità, lo fanno anche gli uomini. Anzi, più grossa è la frittata e più ci comportiamo da bambini dell’asilo. Non ero un po’ ingenuo anch’io? Bianca doveva avere in mente uno scopo. Futile o serio, non lo sapevo.

    E il mio scopo qual era? Sarei stato capace di chiuderle il telefono in faccia se avesse ricominciato a dire stupidaggini? No. Sapevo benissimo che non l’avrei fatto. Avevo bisogno di Bianca, anche se minacciava di diventare una tremenda rompiscatole. Senza di lei avrei ricominciato a vedere il futuro come un imbuto che finisce in un buco nero. Dopo tutto, lagne e fastidi aiutano a restare vivi, la solitudine ammazza.

    Bianca era sola a Roma e aveva telefonato a me. Non potevo limitarmi a dirle che le sue dannate chiavi erano in fondo a un cassetto o a un tombino. Dovevo prendere l’iniziativa. Ecco, avrei richiamato Bianca e le avrei detto: “Le chiavi nella mia giacca non ci sono. Adesso vado alla stazione e le cerco fra gli oggetti smarriti. Se non le trovo neanche là, chiamo un fabbro, lo porto a casa tua e gli faccio cambiare la serratura. Quando siamo sul posto ti richiamo e ti faccio parlare con lui, così vi intendete direttamente e risolviamo tutto in un paio d’ore.” 

    Solo a quel punto mi decisi ad andare in camera. Aprii il guardaroba e tirai fuori il vestito che indossavo tre giorni prima. Tolsi la giacca dalla gruccia, la buttai sul letto, tastai la tasca destra. E, porca miseria, erano proprio là. Infilate in una specie di taschino di fodera ricavato all’interno della tasca: due chiavi Yale tenute insieme da un cerchietto metallico. Le guardai con l’espressione intelligente di un orango che ha raccolto una banana e non sa da che parte cominciare a sbucciarla.

                                                              ***

    Bianca si fece ripetere cento volte dove avevo trovato le chiavi. Se le fece descrivere. Non riusciva a credere che fossero proprio quelle giuste. Ci volle una decina di minuti prima che la conversazione approdasse alle solite, tranquille banalità.

    A Roma c’è un tempo stupendo. Ieri ho mangiato un’amatriciana da favola. Qui non si conclude mai niente, è tutto un avanti-e-indietro, sono tutti specialisti nel mandarti da Erode a Pilato. Chissà quando riuscirò a tornare a casa. Eccetera eccetera. In capo a mezz’ora di telefonata la crisi sembrava risolta.

    Ma non ero a posto io. Adesso avevo in mano le chiavi dell’appartamento di Bianca e in testa un milione di idee strane. In quell’appartamento poteva esserci di tutto: una carta di identità intestata a Mayte Sandoval, una fotografia di Salamanca, un biglietto scaduto della metropolitana di Madrid. Perfino la stampata del romanzo di Turchetti.

    Ormai si era fatta l’ora di cena e mi sorrideva l’idea di uscire in cerca di un piatto di spaghetti o di una pizza. Ma mi trattenni: se mi fossi trovato “per caso” davanti alla casa di Bianca, proprio come ero capitato per caso davanti a quella di Turchetti, avrei detto a me stesso che il destino mi aveva fatto arrivare fin lì e tanto valeva che salissi a dare un’occhiata. Quando uno impara a conoscersi un po’, non si fa fregare dalle trappole che tende a se stesso. O almeno ci prova.

    Con l’idea di cucinare qualcosa, aprii il frigorifero. Ma non mi vennero idee brillanti e mi accontentai di insalata, prosciutto e formaggio. Accesi la televisione. Saltai da un notiziario all’altro senza riuscire ad ascoltarne neanche uno: avevo la testa da un’altra parte.

    Andai al computer. Nella casella di posta elettronica c’erano cinque email in entrata: una newsletter e tre spam. Il quinto messaggio consisteva in due versetti.

 

                                                 Sibilla, cosa vuoi?

                                                Voglio morire.

 

    Tutto qui. Niente firma, naturalmente.

    Poteva essere uno dei tanti scherzi cretini che girano sulla rete, una catena di Sant’Antonio. Ma il nickname del mittente mi fece quasi prendere un colpo: si chiamava Vandalos! Non riuscivo a capire il senso di un messaggio del genere. Conteneva un vago odore di minaccia, ma niente di specifico. Chi cercava di intimidirmi? I cercatori del tesoro di Turchetti? Oppure Mayte, che era a Milano in incognito e voleva farmi capire di non rivoltare troppe pietre?

    Più ci pensavo, più mi innervosivo. 

                                                             *** 

    Sono abbastanza esperto della vita per sapere che il 99% dei problemi si risolvono da soli e l’1% restante non si risolve mai. Sono anche abbastanza fatalista per accettarlo. Fissai quello stupido messaggio, alzai le spalle e uscii dal programma di posta elettronica. Su Aleph c’era un altro post di Watson, piuttosto fiacco. Non diceva niente di nuovo, ma tornava sul tema del dattiloscritto di Turchetti dando per scontato che il movente dell’omicidio fosse contenuto lì. Mi convinsi sempre di più che Watson fosse uno pseudonimo di Lu Pisani.

    In coda al post c’erano otto commenti e cliccai per leggerli. È diventato un gesto automatico. Se sono tre o quattro non mi incuriosiscono, se sono quaranta penso che mi annoierò, se sono una decina li voglio leggere. Dieci commenti è la reazione perfetta: significa che il post merita di essere discusso e che l’ultimo commento è così intelligente da convincere tutti che non c’è altro da dire.

    I primi sette erano firmati con nomi di fantasia dietro ai quali mi pareva di intravedere i soliti amici, da Morelli a Venturi, e forse anche qualcuno dei tristeri. Riferivano di aver cercato il testo scomparso in questo o quel posto e di non aver trovato un accidente. L’ottavo commento era una bomba: Sergio Viganò, che si firmava in chiaro, spiegava come aveva fatto l’assassino a uscire dal monolocale di Turchetti facendo in modo che la porta risultasse chiusa a chiave dall’interno.

                                                             ***

    La prima cosa che mi colpì fu che Sergio dimostrava di conoscere la casa del defunto. Non mi risultava che ci fosse mai andato quando Turchetti era vivo, né che Soriano gliel’avesse fatta vedere. Ma anch’io avevo fatto una visita guidata sul luogo del delitto e non ne avevo parlato in giro. Del resto, qualche giorno prima Sergio mi aveva promesso di trovare la soluzione del mistero.

    Secondo lui, Turchetti aveva aperto la porta all’assassino, che quindi doveva essere una persona conosciuta. In che modo era stato compiuto il delitto? Viganò diceva di non saperlo, ma faceva notare che le autopsie sono molto meno precise di come le dipingono nei telefilm. Probabilmente non aveva torto. E poi, insisteva, quali e quante analisi di laboratorio erano state fatte? Come era stato escluso che Turchetti avesse ingerito, inalato o assorbito attraverso la pelle una sostanza capace di indurre uno spasmo nelle vie aeree?

    Dopo aver commesso l’omicidio, sempre secondo Sergio, l’assassino aveva messo il cadavere nelle condizioni in cui era stato trovato, si era tolto di tasca un filo di nailon di quelli che usano i pescatori e ne aveva annodato un capo sul fermaglio della chiave. Aveva messo la chiave nella toppa e aveva appoggiato il fermaglio in modo che facesse leva. Dopodiché aveva teso il filo verso destra, l’aveva fatto passare intorno alla sporgenza del cardine centrale della porta, e poi di nuovo a sinistra fino a un punto dove c’era gioco fra il battente e lo stipite. Tenendo teso il filo, era uscito e aveva chiuso la porta.

    Stando sul pianerottolo, con la porta chiusa soltanto con lo scrocco, aveva tirato il filo fino a far girare la chiave nella toppa. Quando aveva sentito lo scatto della serratura, prima aveva allentato il filo per liberarlo dal cardine, poi l’aveva tirato di nuovo ricuperandolo quasi tutto, fino a tenderlo. Infine, con uno strattone, aveva rotto il filo all’altezza del nodo e l’aveva ricuperato. Il post conteneva anche uno schizzo che illustrava il funzionamento del marchingegno.

    Ricordai di aver visto sul fermaglio due nodi di materiale trasparente. Quando Soriano mi aveva invitato a esaminare la serratura li avevo notati, ma avevo pensato che servissero a trattenere la chiave della casella postale.

    Restava ancora qualche problema da risolvere, e Sergio non se li nascondeva. Come faceva l’assassino a essere sicuro che il marchingegno avrebbe funzionato? Come aveva trovato l’impercettibile spazio in cui far passare il filo fra il battente e lo stipite? Come aveva scelto il giusto spessore del filo, sufficiente per far girare la chiave nella toppa, ma sottile al punto da spezzarsi in seguito a uno strappo deciso?

    La spiegazione di Viganò era che l’assassino doveva aver fatto parecchie prove. Motivo in più per concludere che si trattava di qualcuno che Turchetti conosceva bene. Qualcuno che, se fosse stato sorpreso a trafficare con la porta, avrebbe potuto cavarsela con una scusa.

                                                                ***

    Leggendo mi erano venuti i brividi, non per la descrizione del modus operandi, ma per le coincidenze in cui mi vedevo coinvolto. A vent’anni di distanza, ecco un altro omicidio. Le soluzioni del primo non mi avevano mai convinto e anche questo non prometteva di essere risolto facilmente. Anzi, eravamo già alle intimidazioni.

     Sibilla, cosa vuoi? Voglio morire.

    E le coincidenze non finivano qui. Vent’anni fa il cadavere di don Agustin era stato deposto davanti alla cattedrale di Salamanca con una banderilla conficcata nella schiena e una maschera di cartapesta appoggiata sulla nuca. Giordano Bruno Turchetti era stato ucciso, denudato e oltraggiato. Don Agustin aveva fama di essere un solenne rompiscatole e, quanto a questo, Turchetti non era da meno. Tutti e due erano stati personaggi ben conosciuti nei loro ambienti; avevano suscitato invidie e malignità.

    A Salamanca la curiosità mi aveva portato a rischiare la pelle. E cosa ne avevo ricavato? Niente. Tre uomini erano morti e io non ero riuscito a ricostruire la verità. Forse il mio destino era trovarmi di fronte ai misteri, non riuscire a risolverli ed essere costretto a tirare avanti ugualmente. Da vent’anni mi portavo dentro l’angoscia di non sapere chi aveva ucciso don Agustin. E non era solo una questione di enigmistica: poteva anche darsi che la soluzione fosse stata lì, sotto gli occhi, e che io avessi girato la testa per non vederla.

    Dovetti fare uno sforzo per articolare la domanda: era stata Mayte?

 

 

                                                           11

 

 

 

    Erano le dieci di sera quando ricevetti un’altra telefonata muta e il mio umore virò verso il nero, tanto che cominciai a pensare a Bianca come a una possibile omicida. L’idea non era nuova, ma l’avevo sempre scacciata con fastidio. Ora invece fissavo il display del computer e mi domandavo: come fai a escludere che Bianca e Mayte siano la stessa persona? Come fai a dire che non è un’assassina? 

    E mi rispondevo: no, Bianca e Mayte sono due donne diverse, che non si sono mai viste né conosciute. Bianca non ha niente a che fare con Turchetti e non deve provare niente: non c’entra, punto e basta. Mayte la rivedrò, un giorno, quando il destino vorrà. E sarà tutta un’altra storia. Nunca es tarde si la dicha es buena.

    Due minuti dopo tornavo a farmi la stessa domanda. E stavolta rispondevo che, perbacco, mancava il movente. Ma il movente non si trovava per nessuno. O forse non ci si impegnava a cercarlo. Era più facile sperare che il famoso dattiloscritto chiarisse tutto. E scoprirlo a casa di Bianca sarebbe stata la prova lampante della sua colpevolezza. Certo, Bianca poteva averlo portato con sé a Roma. Poteva averlo distrutto. Ma l’unico modo per dissipare dubbi e sospetti era trovare il colpevole, e non potevo scoprirlo stando seduto al tavolino.

    Perquisire l’appartamento di Bianca non mi avrebbe procurato le prove? Vabbe’, da qualche parte dovevo pur cominciare. E poi, quando si commette un delitto, è difficile eliminare tutte le tracce.

                                                              ***

    Entrai senza prendere precauzioni. Avevo le chiavi della padrona di casa. Non le avevo chiesto il permesso, ma che male c’era se andavo a dare un’occhiata? Giusto per controllare che fosse tutto in ordine. Aprii il portone con la prima chiave e salii al piano con l’ascensore. Ma ero tutt’altro che tranquillo. Feci quasi un salto quando le porte si aprirono e mi trovai di fronte una coppia di pensionati che uscivano di casa per andare al cinema, o all’assemblea del condominio, o a buttarsi sotto un tram. Mi tremava la mano: ci vollero tre tentativi per infilare la chiave e far scattare la serratura dell’appartamento.

    L’ingresso dava in un corridoio con due porte a sinistra e tre a destra. Le aprii tutte: un salotto, una cucina, un bagno e due camere da letto. L’appartamento non aveva niente di speciale, salvo una strana aria di provvisorietà. Non riuscii a stabilire quale fosse la camera da letto in cui dormiva Bianca: c’erano vestiti e biancheria in tutte e due. Sui comodini, libri di Françoise Sagan e Daphne DuMaurier, perfino qualche fotoromanzo. Nella libreria del salotto ce n’erano di più presentabili: Tolstoj, Camus, Garcia Lorca. Cominciavo a domandarmi dove poteva essere nascosto il dattiloscritto quando sentii dei rumori nell’ingresso. Tornai in corridoio e finii addosso a due vigili urbani.

    “Cosa fa qui?”

    “Cosa ci fate voi? Io ho le chiavi! Io…”

    “Documenti!”

                                                             ***

    Il lato fortunato della faccenda fu che i vigili non avevano manette da stringermi ai polsi. L’uscita dal portone fu abbastanza dignitosa, anche se uno di loro mi teneva stretto per un braccio e qualche passante sbarrò gli occhi. Mi fecero salire su una macchina e mi portarono in una stazione dei Carabinieri. Lo considerai un bel gesto: mi evitava una passeggiata sotto gli occhi di mezza Milano come un ladruncolo colto in flagrante.

    Venni preso in consegna da un maresciallo che ascoltò i vigili, non ascoltò me,  accese una sigaretta e tirò due boccate grattando la testa con aria assorta. Infine, evitando di guardarmi in faccia, disse che mo l’appuntato scrive il verbale e quando ci hai messo la firma puoi chiamare l’avvocato.   

    “L’avvocato?”

    “E come no. Con un’accusa di violazione di domicilio non lo vuoi l’avvocato?”

    “Ma io non conosco avvocati penalisti. Non ne ho mai avuto bisogno… Non so a chi telefonare…”

    “Vabbuo’. Ci dormi sopra e domani te ne viene in mente uno. Tanto mo chillo sta al cinema, a teatro, o magari alla Scala.”

    Protestai, ma non mi ascoltarono. Rifiutai di fare dichiarazioni e di firmare il verbale. Il maresciallo mi guardò perplesso: perché no? La mia versione sarebbe stata verbalizzata esattamente con le mie parole, senza aggiunte o censure. Risposi che la mia versione era questa: mi trovavo in quell’appartamento in modo legittimo ed ero stato portato via in modo illegittimo. Aggiunsero la frase in fondo al verbale, ma non firmai neanche così.

    “Cazzi tuoi” concluse il maresciallo.

    Un carabiniere giovane e foruncoloso, anche lui con il vizio di starmi appeso a un braccio, mi condusse in fondo a un corridoio. Un graduato con la faccia da carogna e le mani sporche di inchiostro mi fece rovesciare le tasche. Volle anche l’orologio e la cintura dei pantaloni.

    “Meno male che ci hai i mocassini. Se no ti dovevi togliere le stringhe.”

    Quello giovane mi riagguantò il braccio, aprì una porta e mi fece percorrere un altro corridoio. Camminavo tenendo su i calzoni con tutte e due le mani, e mi sentivo più tradito che umiliato (ma tradito da chi o da cosa, non avrei saputo dirlo). Arrivammo davanti a un’altra porta, diversa dalle altre. Il carabiniere la aprì e mi spinse dentro, senza gentilezza, ma anche senza cattiveria.

    “Vedi di non fare casino” consigliò.

                                                             ***  

    La cella era stretta. Puzzava di disinfettante, polvere e muffa. Mi costrinsi a pensare che la muffa è l’antenato della penicillina e che la polvere non ha mai fatto male a nessuno. Per un bel po’, prima di capire che non sarebbe successo nient’altro, rimasi in piedi come un cretino. Non riuscivo a crederci: mi avevano chiuso lì dentro e tutto ciò che volevano da me era che restassi lì.

    Memorizzare l’ambiente era la cosa più facile del mondo. Due metri per il largo, tre per il lungo e tre dal pavimento al soffitto. Diciotto metri cubi nei quali c’erano una branda, un bugliolo e il sottoscritto. Ero sigillato all’interno di un parallelepipedo con pareti, pavimento e soffitto in cemento armato a vista. L’amministrazione aveva pensato bene di risparmiare sull’intonaco e il risultato era che mi sembrava di stare in un bunker nelle viscere di una città bombardata. Niente finestre. Sulla porta, all’altezza degli occhi, c’era uno spioncino protetto da una grata, con uno sportello che si apriva dal di fuori. La luce scendeva da una plafoniera applicata al soffitto, anch’essa protetta da una grata, ed era così fioca che se mi avessero lasciato l’orologio non sarei riuscito a leggere l’ora. Mi domandai perché (come se non avessi avuto altro da pensare). Lo capii solo quando mi coricai: disteso sulla branda non potevo evitare di guardare la plafoniera. Con una luce più forte sarebbe stato impossibile prendere sonno. Ma di spegnerla non se ne parlava nemmeno: i secondini dovevano controllare.

    Pazienza. Agitato com’ero, non sarei riuscito ad addormentarmi neanche al buio. Il cervello girava all’impazzata ripercorrendo i fatti e i discorsi degli ultimi giorni. Ma girava a vuoto. Saltava da un episodio all’altro senza un filo logico. Rivedevo Ravagnetti che correva per acchiappare il tram; mi figuravo Fiatoalletrombe intento a navigare nei siti porno; mi rendevo conto che Raoul Venturi aveva letto le mie cento pagine ed era l’unico a conoscere la storia di Mayte e la cosa mi sembrava importante ma non sapevo dire perché; ascoltavo Franco Crespi che faceva domande e vedevo Lu Pisani che non rispondeva (ma domandava anche lei, sotto la copertura del dottor Watson); mi chiedevo se Ciccio Morelli faceva il pesce in barile. Pensavo a tutti tranne a Bianca e Sergio.

    Già. Chissà come mai. Che fosse gelosia?

                                                            ***

    Io non so perché, ma nei momenti in cui avrei più bisogno di tenere i piedi per terra basta una parola per farmi nascere in testa un’immagine, poi un’altra e un’altra ancora, e tutte quante si accatastano come le tessere di un rompicapo. In questo modo arrivo sull’orlo del marasma, e basterebbe poco per farmi sbroccare, ma nel mio cervello deve essere incorporato un misuratore di stress che a questo punto fa scattare uno scambio e dirotta i pensieri su percorsi oziosi. Così, da un lato salvo la salute, dall’altro non concludo niente di utile.

    Quella notte, divagando da un pensiero all’altro, raggiunsi la dimostrazione che non c’è niente di più stupido della pretesa di inseguire uno scopo fino a ottenerlo. Il mito americano dell’uomo-che-si-fa-da-sé e il miraggio europeo della conquista collettiva, tipo “sol dell’avvenire”, sono tutte balle. La realtà è il caso, che passa come uno schiacciasassi sugli sforzi dei singoli o di intere generazioni, li annulla, li ridicolizza.

    Proprio come era successo a me. Ero finito in galera senza colpa. Ma avevo il diritto di lamentarmi? Chi credevo di essere? In cinquanta e rotti anni cosa avevo combinato? Avevo affrescato la Cappella Sistina? Avevo formulato la teoria della relatività? Neanche per sogno. Ero uno che ha sprecato la vita. L’avevo sparpagliata per il mondo rincorrendo l’illusione della libertà assoluta. Mi ero figurato la libertà come assenza di ostacoli, senza capire che quel sogno era ingenuo, penosamente ingenuo. 

    Eppure è così evidente! Seguite il mio ragionamento: mi immagino solo in mezzo a un deserto. Giro su me stesso e intorno a me non vedo il minimo impedimento. Non c’è uno straccio di ostacolo fino all’orizzonte, in tutte le direzioni. Quella è la libertà a 360 gradi, e io ci sono arrivato. Pregusto l’attimo in cui ne farò uso scegliendo la direzione in cui incamminarmi. E proprio quando sto per muovere il primo passo capisco che imboccare una direzione, una qualunque, vuol dire inibirsi le altre 359. Se faccio un passo la mia libertà scompare, e sono proprio io a distruggerla.      

                                                           12

 

 

 

    Maneggiare concetti astratti è un pessimo sintomo. Quando me ne resi conto, capii che era ora di cambiare registro. Ricordo che in un ultimo sussulto di puerilità mi domandai: “Come fanno i filosofi di professione a tenere i piedi per terra, a non sbiellare?”. Ma ormai stavo ricuperando il buon senso, e mi risposi subito: “Sveglia, Vittorio! Hai bisogno di un avvocato, non di un filosofo.”

    Passai in rivista amici e conoscenti. Chi poteva conoscere un avvocato penalista? Magari Viganò. Una volta aveva a che fare con l’ufficio legale. Ma forse era meglio Ravagnetti. Mi pareva di ricordare che avesse querelato qualcuno per plagio. O era lui che era stato querelato per diffamazione? Non ero sicuro. Non sapevo nemmeno come era andata a finire. E poi gli avvocati hanno le loro specializzazioni. Io non ero imputato di aggiotaggio o di truffa: la mia era una faccenda ignobile. Il difensore che serviva a me era un avvocato per marioli, uno specializzato in violazioni di domicilio, furti, borseggi, roba così.

    Mio Dio, com’ero caduto in basso! Nella mia condizione c’era da vergognarsi a importunare amici e conoscenti. Dovevo arrangiarmi da solo. Una cosa che detesto e che mi costa sempre fatica affrontare. Ma è anche vero che do il meglio di me quando so di non avere più niente da perdere. Mi venne in mente che in quei giorni c’era un ministro sotto processo: mi sarei rivolto al principe del Foro che lo assisteva. Non era necessario che si impegnasse personalmente: bastava un avvocato del suo studio, anche l’ultimo arrivato. Se il sospettato assume Nero Wolfe, l’ispettore Cramer ci va con i piedi di piombo.

    No. No. No. Non funzionava neanche così. Gli avvocati italiani puntano sui tempi lunghi e io non volevo campare con una spada di Damocle sospesa sulla testa. Volevo essere scagionato alla svelta, senza trucchi o cavilli.

    Ma era più facile a dirsi che a farsi. Soriano non si sarebbe accontentato delle mie proteste. Avrebbe voluto sapere perché ero andato (o tornato) sulla scena del delitto; mi avrebbe chiesto conto di parole buttate lì in conversazioni del tutto innocenti, allusioni fraintese e magari anche frasi inventate di sana pianta.

                                                             ***

    Dovevano essere più o meno le due di notte quando arrivai a un pelo dal mettermi a strillare: “Voglio la mia mamma!”. Ma più che a mia madre pensavo a mio nonno, l’uomo che ai miei occhi di ragazzino impersonava la sicurezza assoluta. Si andava da lui, si raccontava il guaio, e lui diceva: “Si fa così”. Mai una volta che qualcuno gli abbia detto: no, così non va bene.

    Anzi, mi correggo: qualche volta anche lui doveva alzare la voce, e quando lo faceva avrei preferito non esserci. Urlava con il deliberato proposito di intimorire. E faceva paura. Era come scoprire tutto a un tratto che di te non gliene fregava niente. Lui voleva imporsi, e basta.

    Adesso so che non aveva mica torto. Le doti di un buon comandante sono poche: un cervello concentrato su due o tre cose concrete, una razionalità da ingegnere e una totale sfiducia nei sentimenti. È incredibile, ma un tipo così entra nel cuore della gente più di madre Teresa di Calcutta. Napoleone avrebbe trovato uomini disposti a combattere per lui anche dopo Waterloo. Il nonno era un rompiballe che cancellava dal vocabolario la parola “dubbio”. Distribuiva certezze. Non erano facili da mandar giù, ma se non sapevi che pesci pigliare dovevi andare da lui, sentirti dire “si fa così” e, alla fine, dovevi dirgli grazie.

    Fu molto triste vedere il suo declino. Cercava ancora di mostrarsi sicuro di sé, ma era diventato chiuso, taciturno. Beveva, e bastavano due bicchieri per ubriacarlo. Se ne accorgeva anche lui, ma aveva deciso che stava bene così. Io invece non riuscivo a capire. Mi sentivo come se il mio capitano avesse disertato. Domandavo, e nessuno mi dava spiegazioni. La risposta che ricevevo era sempre la stessa e mi irritava come un insulto: “Capirai quando avrai la sua età”.

    Ma era proprio così. Il nonno era alle prese con un problema che neanche lui poteva risolvere.

                                                             ***

    Non credo di aver dormito più di un’ora o due. Mi ero assopito mentre stavo seduto sulla branda con la schiena appoggiata al muro. Pencolando tutto da una parte, avevo i muscoli indolenziti. Il braccio destro si era messo in sciopero: non protestava, non doleva, non era informicolato; semplicemente, era come se non ci fosse. Stavo aspettando che desse qualche segno di vita quando si aprì la porta. Due sbirri si affacciarono. Uno teneva la mano sul calcio della pistola, l’altro aveva un mitra appeso alla spalla. Dissero contemporaneamente: “Fuori”.

    Mi spinsero fino ai bagni, mi ordinarono di strofinare la faccia con un filo d’acqua che colava dai rubinetti e per asciugarmi mi indicarono una macchinetta che dispensava pezzi di carta da macellaio. Di sapone, neanche parlarne.

    Il braccio destro ebbe compassione per le mie pene e riprese servizio. Chiesi se c’era modo di radersi. Non mi risposero. Sempre trattandomi come se fossi un terrorista che avrebbe potuto fare esplodere una bomba da un momento all’altro, i due pretoriani mi ricondussero in cella.

    Sembrava che fossero passate ore quando la porta tornò ad aprirsi. Mi venne intimato di mettermi in fondo, contro il muro. Obbedii. Uno dei due carcerieri fece un passo avanti mentre l’altro, piantato sulla porta, mi teneva d’occhio. Una merendina avvolta nel cellofan e un bicchierino di plastica con il caffè furono deposti sul pavimento. Servizio in camera.    

    Rimasi seduto sulla branda senza pensare a niente. Non mi ero ancora mosso quando la porta si riaprì per la terza volta. Gli stessi carabinieri mi prelevarono, mi fecero percorrere il corridoio fino alla porta. Il più giovane la aprì e l’altro mi spinse in una stanza dove la luce al neon rimbalzava sulle pareti bianche e sembrava convergere sul tavolo dietro al quale era seduto l’ispettore Soriano.

                                                           ***

    “Ma a lei, chi gliel’ha fatto fare?”

    Soriano mi fissò a lungo in silenzio con la sua faccia da digiunatore castigliano e io non capii a cosa alludesse. Lo guardai con aria stupida e rimasi in silenzio.

    “Nelle case degli altri ci va per curiosità?”

    Ah, era per quello.

    “Avevo le chiavi. Me le aveva date la proprietaria. Era preoccupata perché pensava di averle perse…”

    Alzò una mano, quella con la sigaretta fra le dita, a palma in fuori.

    “No, un momento. Ricominci daccapo. Le chiavi gliele ha date o le ha perse?”

    Raccontai. La stazione Centrale, la telefonata di Bianca; tutto, fino all’arrivo dei vigili. Soriano ascoltava senza aprir bocca, senza mutare espressione.

    “Una volta ritrovate le chiavi che bisogno c’era di andare nell’appartamento?”

    “Volevo dire a Bianca che poteva star tranquilla.”

    Mi fissò. Aveva gli occhi sempre più aperti e la pelle sotto gli zigomi sempre più incavata.

    “Non ci credo” dichiarò.

    Lo fissai anch’io. Allargai le braccia e scrollai la testa.

    “Non so cosa farci.”

    Mi tenne gli occhi addosso per un po’, senza parlare; poi tirò fuori un telefonino e mi chiese il numero di Bianca. Andò a parlare in corridoio. Quando rientrò rimase a guardare il ripiano del tavolo per trenta secondi buoni.

    “E va bene” sussurrò alla fine, sbattendo le palpebre. “Può andare.”

    Morivo dalla voglia di immergermi in una vasca piena di acqua bollente e di restare a mollo per una giornata intera. Ma sono curioso.

    “Come mai sono arrivati i vigili?” domandai.

    “Una segnalazione anonima. Un vicino di casa, probabilmente.”  

    Eh già: quelli che finiscono sotto ai tram non sono mai quelli giusti.

 

                                                           13

 

 

 

    Una volta tanto riuscii a realizzare i miei desideri. Arrivai a casa sano e salvo, e mi concessi un bagno con tanto di schiuma alta una spanna. Rimasi a lungo nella vasca per levarmi di dosso l’odore della cella, assaporando il piacere di restare disteso a lessare nell’acqua calda. Forse sonnecchiai. Poi il languore nello stomaco si fece insistente: la merendina e il caffè erano rimasti sul pavimento della cella.

    Il telefono squillò mentre riponevo il phon. Afferrai il ricevitore al quarto squillo, ma quando lo portai all’orecchio sentii chiudere la comunicazione. Non restava che concludere: “Richiamerà”. Forse Bianca, dopo aver parlato con Soriano, voleva sentire la mia versione. Oppure Soriano aveva cambiato idea? 

                                                            ***

    Non richiamò nessuno. Tirai l’ora di pranzo lottando contro il sonno. La notte in bianco aveva lasciato il segno e ciondolavo come uno zombi. Ogni tanto ripensavo a una notte di tanti anni prima, a Salamanca: in discoteca fino alle cinque del mattino, poi il ritrovamento di un cadavere, e tutte le formalità di polizia. Non avevo dormito, mi avevano interrogato due volte e quando mi avevano lasciato andare avevo pranzato con un giornalista. Avevo tenuto duro fino alle tre del pomeriggio. Altri tempi. Adesso mi sembrava di aver passato la notte a scaricare sacchi di cemento. Mi facevano male tutte le giunture nella parte destra del corpo. Mi si chiudevano gli occhi. Mi sentivo svuotato da un miscuglio di noia, astenia e svogliatezza.

    Accesi la televisione, ma non trovai niente di interessante. Poi l’appetito diventò fame, e improvvisamente decisi che non avevo voglia di cucinare. Cominciai a pensare a una pizza, e fu un’ottima idea: i carboidrati mi ridiedero tono, i quattro passi di andata e ritorno mi snebbiarono la mente. Rientrato a casa, preparai una tazza di caffè di dimensioni americane e la portai con me al computer.

    L’ultima volta che avevo visto l’articolo di Watson su Aleph c’erano otto commenti. Adesso erano saliti a trentacinque, ma valeva la pena di leggerli. Per esempio, c’era questo scampolo di logica firmato Russell:

 

    Viganò, il pessimo libraio e sedicente scrittore che per anni ha sputato veleno contro le altissime pagine del Maestro Turchetti, dà la misura di sé con un penoso intervento. Rispolverando la sua attitudine al giallo per ritardati mentali, Viganò ci ammolla una mappazza indigeribile. Il marchingegno che inventa per chiudere la porta è lo stesso che, con scarse varianti, si trova in tutti i gialli dozzinali (quelli da leggere in treno fra Milano e Voghera). Le domande e i pretesi ragionamenti con cui conclude il suo sproloquio non portano da nessuna parte. E qual è il suo scopo? Raccattare pubblicità a buon mercato, fare il beccamorto a spese di un cadavere eccellente. Ma non incanta nessuno. Viganò vai a nasconderti! Cento delle tue pagine non valgono una riga del Maestro!

 

    Ma Russell era subito scavalcato da un certo Shevarnadze.

 

    Un momento! Qui non si tratta soltanto di appropriazione indebita. Come mai Viganò conosce tanti particolari dell’appartamento di Turchetti? Come fa a sapere che forma hanno la chiave e il fermaglio? Come fa a sapere che la porta ha i cardini sporgenti? È evidente che Viganò sa più di quanto non dica. Eppure la polizia non indaga su di lui. Perché? Gli inquirenti hanno buoni motivi? Li chiariscano. Altrimenti ogni sospetto è legittimo. In questa faccenda bisogna proprio essere ingenui per non sentire puzza di servizi segreti. Quando una personalità del calibro di Turchetti decide di entrare in politica con tutto il peso della sua autorità morale, i poteri forti tremano e lo spionaggio impazza. Ed ecco gli insabbiamenti, le cortine fumogene, i polveroni. L’unica certezza in questo mistero è che Viganò è come minimo ambiguo. È un agente provocatore? O è lui l’assassino?

 

    Un tal Machevordì manifestava un dubbio.

 

    Scusate, ma se Viganò è implicato nell’assassinio perché ci racconta la meccanica del fatto, per di più mettendoci la firma?

 

    E l’implacabile Shevarnadze rintuzzava nel giro di pochi minuti:

 

    Makev, ci sei o ci fai? È evidente che il tuo è un tentativo di depistaggio. Queste manovre le conosciamo bene. Fìrmati col tuo nome, pseudoViganò!

 

    Nei successivi commenti, altri cinque o sei nomi di fantasia pretendevano che la Polizia dichiarasse “da che parte stava”. A questo punto Sergio Viganò era intervenuto con un comunicato che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere definitivo.

 

    Dichiaro nel modo più inequivocabile che il commento numero 8 non l’ho postato io. Mi auguro che il webmaster sia in grado di identificare il responsabile di questo abuso. Inoltre respingo le insinuazioni contenute in alcuni commenti successivi. Se ho mosso critiche alle opere di Turchetti, l’ho sempre fatto con motivazioni artistiche. Non ho mai visto il suo appartamento e non so nulla della sua morte. Non ho mai avuto rapporti con la Polizia, tantomeno con i servizi segreti. Cosa devo pensare, che qualcuno stia cercando di incastrarmi? Chiedo la solidarietà di tutti i lettori.

    Ma la sua difesa non aveva convinto. In meno di un’ora erano piovuti almeno quindici commenti che l’avevano coperto di insulti, insinuazioni e calunnie. L’avevano dipinto come un fallito che avrebbe voluto accreditarsi come scrittore e intellettuale. Qualcuno, rigorosamente sotto pseudonimo, lo accusava di avere ucciso Turchetti per pura e semplice invidia.

    Frattanto il webmaster aveva accertato che il commento numero 8 proveniva da un internet cafè di Corso Sempione e Russell aveva accolto la notizia con sarcasmo: Sergio avrebbe potuto fare lo sforzo di andare a postare un po’ più lontano da via Procaccini. 

    Era più logico supporre che il falso commento fosse stato postato proprio lì a ragion veduta, per inguaiare Viganò. Ma non venne in mente a nessuno. 

                                                              ***

    La sfilza degli insulti anti-Viganò mi aveva nauseato. Spensi il computer, andai al telefono e controllai la segreteria. C’era un messaggio. La registrazione cominciava con un lungo silenzio, come capita quando chi chiama non ha deciso cosa dire. In sottofondo si sentiva una musica, forse la colonna sonora di un programma tv. Poi un sussurro.

    “Victor?”

    Ancora la musica, un po’ più forte. Poi il clic. Questa volta non piegai le ginocchia. Riascoltai il messaggio parecchie volte, imponendomi calma e metodo. Ma cosa potevo concludere? La voce era alterata, forse deliberatamente. Pronunciava il mio nome con il tono incerto di chi non sa bene cosa fare. Ma era la stessa dell’altra volta: la voce di una donna di madrelingua spagnola. Poteva essere Mayte. Poteva essere Bianca. Poteva essere chiunque.

    Feci il numero di Bianca e una voce lunare comunicò: “l’abbonato non è reperibile”. Bianca poteva aver staccato il cellulare oppure poteva avermi chiamato da un altro telefono. Ma se mi aveva chiamato senza trovarmi, forse aveva chiesto di me a qualche amico comune.

    Telefonai a Raoul: c’era la segreteria. Telefonai a Ravagnetti: quindici squilli e lasciai perdere. Telefonai a Ciccio Morelli e uno sconosciuto redattore delle Edizioni Gargantua mi disse che Ciccio era in riunione con l’editore e non poteva essere disturbato. Non mi restava che la telefonata più antipatica: a Sergio Viganò. Formai il numero della libreria senza prepararmi un discorso. Ero pronto a scommettere che sarebbe stato lui a dirmi: “Sai? Ho appena sentito Bianca.”

    Continuai a pensarci finché mi resi conto che il telefono squillava senza risposta. Strano. La libreria faceva orario continuato e, se la commessa era uscita per il pranzo, Sergio avrebbe dovuto essere lì. O viceversa. Riattaccai e rimasi soprappensiero. Tornai ad ascoltare il messaggio sulla segreteria.  

                                                           ***

    È curioso che mi ci sia voluto così tanto tempo per riconoscere la melodia, ma ero concentrato su quel “Victor?” e non facevo caso ai rumori di fondo. Solo dopo aver fatto le telefonate mi concentrai sulla musica. Alzai il volume e la riascoltai una decina di volte. Ero sicuro di conoscerla; avevo il nome sulla punta della lingua ma non riuscivo a pronunciarlo. Lasciai perdere. Per distrarmi andai in cucina, aprii il frigorifero e cominciai a progettare la cena. Stavo meditando di far saltare un cespo di scarola in olio, aglio e cipolla, quando mi sorpresi a canticchiare un motivetto saltellante. Era la musica di sottofondo del messaggio registrato e questa volta il nome mi venne spontaneo: era il Concierto de Aranjuez. Musica spagnola. Sentii un vuoto alla bocca dello stomaco. Non riuscivo a rinunciare all’idea che quel “Victor?” l’avesse pronunciato Mayte.

    In quel momento squillò il telefono. Che fosse ancora lei?

    “Signor Fabbri?”

    Macché. Niente Mayte. Era la commessa della libreria.

    “Scusi, sa dov’è il signor Viganò? Sono uscita per pranzo e lui è rimasto in libreria. Quando sono tornata ho trovato chiuso e io non ho le chiavi.”

    “Sarà andato anche lui a fare uno spuntino. O a bere un caffè.”

    “Non credo: aveva già mangiato. E il cellulare non risponde.”

    “Sarà uscito per una commissione.”

    “Ci ho pensato anch’io, ma è mezz’ora che aspetto e la libreria è chiusa. Ho dovuto mandar via un cliente. Sono un po’ preoccupata.”

    In effetti non era normale.

    “Va bene. Adesso vengo io.”

    Non mi ci misi più di un quarto d’ora per raggiungere via Procaccini. La commessa era lì, sul marciapiede davanti alla vetrina, vestita con un cattivo gusto così evidente da sembrare voluto. Non doveva aver visto un parrucchiere da mesi e i capelli sembravano stoppa bagnata. Se ne stava appoggiata al palo di una fermata del tram, con l’aria afflitta di un cane randagio.

    “Non si è ancora fatto vivo?”

    Scosse la testa e i capelli si scompigliarono ancor di più.

    “Non capisco. Non ha messo neanche il cartello Torno subito.”

    Aprii con le mie chiavi, entrai e chiamai Sergio.

    Silenzio.

    Dissi alla ragazza di mettersi alla cassa e andai in perlustrazione fra gli scaffali. Chiamai ancora, ma non ci fu risposta. Scesi le scale che portavano in cantina. Accesi la luce.

    Mi precipitai, gli abbracciai le gambe e cercai di sollevarlo per permettergli di respirare. Lui pencolò in avanti, trattenuto dalla corda: il collo si piegò con un angolo innaturale. Sergio aveva il volto gonfio, livido, e mi fissava con gli occhi sbarrati. Ebbi una stretta al cuore. Le braccia mi diventarono di pasta frolla, lasciai la presa e lui rimase appeso al cappio. Dondolava.

    Sentii arrivare il capogiro. Inciampai in una sedia rovesciata, ma per fortuna non caddi. Corsi in bagno a vomitare.

    Poi telefonai a Soriano.

 

                                                           14

 

 

 

    Fu una settimana di grane e fastidi. E forse fu meglio così, altrimenti avrei passato giorni e notti a rivedere Sergio che dondolava con il collo spezzato e la sua ombra che si muoveva sulle pareti della cantina.

    Dovetti reinventarmi libraio. Non me la sentivo di mettere su una strada la commessa, che continuava a vestirsi in quel modo inguardabile ma ci sapeva fare con i clienti. E poi la libreria era l’unica speranza di ricuperare almeno una parte del mio investimento. Gli eredi di Sergio Viganò, sempre che ce ne fossero, non saltavano fuori.

    Fu un continuo andirivieni di polizia, ufficiali sanitari, vigili urbani, pompieri e altre misteriose autorità. In fin dei conti quelli che invadevano il negozio erano ancora i più gentili: altri cinque o sei uffici comunali, provinciali e regionali mi ingiunsero per iscritto, in tono che non ammetteva repliche, di presentarmi nelle loro sedi alle ore tali del giorno tale. Presumo che se non ci fossi andato avrebbero mandato i carabinieri a prelevarmi. La morte in un pubblico esercizio mette in agitazione la burocrazia come la primavera risveglia l’estro sessuale nelle mandrie dei cervi.

    Come Dio volle, la settimana passò. L’ispettore Soriano andava e veniva, non diceva niente, non rispondeva alle mie domande. Mi convocò in commissariato la domenica mattina. Mi fece firmare delle carte e disse che non c’era più bisogno di me. Fu come sbrigare una pratica. Gelo e squallore. Pensai a Sergio e gli chiesi perdono.

                                                           ***

    Alle otto del mattino di lunedì, per irrobustire le difese contro la melanconia, aggiunsi alla colazione una tavoletta di cioccolato. Evitai di rattristarmi con la politica e la cronaca nera: ridussi la lettura del giornale alle notizie sportive. Inoltre, prima di voltare l’angolo di via Procaccini, entrai al bar e mi concessi un caffè supplementare. Così fortificato, assegnai due scaffali alla commessa, ne presi in carico altri due, e ci dedicammo alla noiosissima incombenza dell’inventario.

    Vi risparmio la descrizione dei miei tormenti. Se almeno una volta nella vita avete fatto un inventario saprete che è normale: 1) ritrovarsi con un mal di schiena super, 2) non trovare un bel po’ delle cose che dovrebbero esserci e 3) veder saltare fuori un sacco di roba che non era in elenco. Se siete del parere che, sapendola in anticipo, la cosa non dovrebbe irritare più di tanto, vi dirò che lo pensavo anch’io, ma mi sbagliavo.

    Saranno state le undici quando attaccai lo scaffale delle piccole case editrici, il più trascurato, dove i libri erano accatastati alla rinfusa e impolverati da far pena. Decisi di metterli in ordine alfabetico per editore, anche se qualcosa mi diceva che non sarebbe stato semplice.

    Scoprii che era un po’ come maneggiare il cubo di Rubik. Ci volle una mezz’ora per capire che innanzitutto dovevo vuotare un intero ripiano. Fu così che, mentre toglievo libri e li appoggiavo sul pavimento (su e giù, su e giù: ormai avevo la schiena a pezzi), venne alla luce un fascio di duecento e più cartelle stampate fitte. Qualcuno l’aveva nascosto lì, in mezzo alla polvere dei libri più dimenticati. Era il dattiloscritto scomparso di Giordano Bruno Turchetti.

                                                            ***

    Chi l’aveva messo lì? Lu Pisani? Raffaello Ravagnetti? Sergio Viganò? Tutti e tre avevano avuto modo di avvicinarsi a quello scaffale. Ma come si erano procurati lo scartafaccio?

    Forse l’aveva trovato Sergio (chissà dove, chissà quando) e contava di pubblicarlo con la sua (la nostra) casa editrice. Ma Sergio non l’avrebbe nascosto in libreria: semmai, l’avrebbe messo in cassaforte. E poi, proprio Viganò avrebbe dovuto pubblicare un romanzo di Fiatoalletrombe? L’idea mi sembrava ridicola.

    Però poteva aver fatto sputare bile a qualcun altro. Per esempio: il comment apocrifo che spiegava l’enigma della stanza chiusa poteva venire da qualcuno che si era visto soffiare il dattiloscritto sotto il naso. Oppure il malloppo era stato seminato in libreria per inguaiare Sergio, perché qualcuno era convinto che fosse stato lui a uccidere Turchetti e voleva far giustizia. Oppure l’assassino aveva deciso fin dal primo momento di incastrarlo. In tutti e tre i casi la conclusione era la stessa: Sergio “era stato suicidato”.

    Ci pensai a lungo. Qualcosa mi diceva che avrei dovuto consegnare il dattiloscritto a Soriano e lavarmene le mani. Ma le decisioni importanti vanno meditate, perbacco. Consegnare lo scartafaccio senza dargli nemmeno un’occhiata poteva essere il massimo del civismo, ma anche della dabbenaggine. E poi gli inventari sono cose lunghe. Il dattiloscritto avrei potuto trovarlo ieri, oggi o domani.

    Decisi che l’avrei trovato domani, e passai la sera a leggerlo.        

                                                              ***  

    Non che mi facessi molte illusioni. Avevo letto altre cose di Turchetti e sapevo cosa aspettarmi: un Niagara di frasi stralunate al servizio di un egocentrismo imbarazzante. Però non si poteva mai dire. Magari stavolta la storia era di attualità, con personaggi veri, con la denuncia di qualche scandalo. Dopo tutto, quel dattiloscritto stava alla radice di una serie di guai. Doveva essere interessante per forza. Poteva essere addirittura avvincente.

    E invece no: lo scartafaccio postumo batteva tutti i record. Tanto per cominciare, la trama faceva pena. Figuratevi: uno scrittore proclama di essere un genio, pretende di essere creduto sulla parola e, siccome non se lo fila nessuno, si abbandona al vittimismo immaginandosi perseguitato da un complotto. Tutto qui. Non si poteva neanche dire che fosse una parodia, perché la voce narrante si prendeva dannatamente sul serio. Il risultato era una noia micidiale. Lo stesso Turchetti doveva averlo capito e, nella speranza di ravvivare il grigiore, aveva sparso qua e là un sacco di divagazioni onirico-sessuali. Be’: era riuscito a essere noioso anche parlando di sesso.

    Ma ormai mi ero impegnato e insistetti a leggere fino in fondo. La mia tenacia fu ricompensata da una conferma e da una stranezza. La conferma era che nel dattiloscritto i nemici del protagonista non polemizzavano apertamente, ma lo dileggiavano sulla stampa e sui blog firmandosi con pseudonimi. Non c’erano dubbi: Turchetti ce l’aveva con il Tristero e l’invettiva contro i pedanti era stata davvero un’anticipazione, una mossa pubblicitaria.

    In più c’era la stranezza. Il sedicente genio sospettava che una donna, fingendosi amica, gli avesse carpito informazioni e si preparasse a ricattarlo. Una volta identificato il genio nel Maestro (e non ci voleva molta fantasia), chi poteva essere la fedifraga? Certe allusioni potevano far pensare a Lu Pisani. Ma era un’ipotesi che non stava né in cielo né in terra: Lu si era sempre schierata con Turchetti, anche a costo di crearsi delle inimicizie. Possibile che negli ultimi tempi qualcuno avesse messo zizzania fra i due? Oppure Turchetti alludeva a qualcun’altra? 

    Quella sera, prima di spegnere la luce, rimasi un bel po’ a guardare il soffitto pensando che, in fin dei conti, se avessi bruciato il dattiloscritto avrei reso un servizio alla memoria di Giordano Bruno Turchetti.

    Ma chi ero io per condannarlo al rogo?    

                                                             ***

    “Ammetto che, quando l’ho trovato, ho pensato di pubblicarlo. Sarà pure un discorso cinico, ma un libro che ha causato due morti fa notizia.”

    Soriano mi guardò con una espressione compunta. In piedi, di fianco alla scrivania, aveva messo la mano sinistra in tasca e mi parve che la muovesse.

    “Poi le è venuto in mente che non c’è due senza tre…” suggerì.

    “Non ci ho pensato” mentii. “Comunque, immagino che vorrà leggerlo.”

    Guardò il malloppo che avevo appoggiato sulla scrivania, distolse lo sguardo, prese il pacchetto delle sigarette, ne estrasse una e l’accese. Tutto senza togliere la sinistra dalla tasca dei pantaloni. 

    “Grazie” disse, accennando al dattiloscritto. “Ma poi lo pubblicherà?”

    “Be’, non sarà una cosa semplice. Bisognerà sentire il giudice, gli eredi…”

    Ci pensò su, aspirando fumo.

    “Lei non è superstizioso, signor Fabbri?”

    Aveva uno sguardo strano, nel quale mi parve di vedere preoccupazione e qualcosa di simile alla solidarietà. Non trovai di meglio che la solita battuta:

    “Sa come si dice: non è vero, ma ci credo.” 

    Annuì. Girò intorno alla scrivania e andò a sedersi.

    “Si dice pure: aiutati che il ciel t’aiuta. E non significa soltanto: datevi da fare. Vuol dire anche: niente idiozie. Se poi le fate, non prendetevela con gli altri.”

    Rimase lì, appoggiato allo schienale, con il gomito destro nella mano sinistra e lo sguardo fisso sul portacenere.

    “Ispettore, sta cercando di dirmi qualcosa?”

    Alzò lo sguardo senza incontrare il mio.

    “Le dico soltanto questo: attento ai passi falsi.”

                                                              ***

    E bravo Soriano. La fai facile, tu. Sputi la tua perla di saggezza, poi, se mi trovi steso a terra con un proiettile nella nuca, alzi le spalle e pensi: io gliel’avevo detto. Ma per non commettere passi falsi uno dovrebbe sapere dove mettere le mani, avere le informazioni giuste. E invece non le ha, e gli tocca cercarle dove capita, fra pettegolezzi, malignità e cattiverie interessate. Uno cala la rete, prende quel che prende, e quando fa la cernita si rende conto che, per distinguere la verità dalle menzogne, dovrebbe sapere già tutto. Insomma: è un casino. Se poi c’è da decidere sull’affidabilità di una certa persona, come si fa? Il più generoso degli uomini può comportarsi da miserabile con Tizio, il più equanime diventa fazioso con Caio. Non saremmo esseri umani se non fossimo incoerenti.

    Per un paio di giorni mi persi in questo tipo di considerazioni, e se ve le rifilassi tutte quante vi farei venire l’itterizia, quindi ne faccio a meno. Ma almeno un paio ve le voglio dire. La prima è che gli avvertimenti del tipo “attento ai passi falsi” sono peggio di una iettatura: o ci metti subito rimedio o resti inchiodato in un angolo a tremare e battere i denti.

    L’altra grande scoperta è questa: perché gli uomini si tramandano la Storia? Da dove viene l’idea di conservare memoria del passato? Secondo me, viene dalla paura. È la paura che spinge a cercare dei precedenti. Il futuro è imprevedibile e davanti all’ignoto ci sentiamo disarmati. Ecco perché cerchiamo precedenti: speriamo che, se la Storia si ripeterà, sapremo come regolarci. Ma è soltanto un modo di ingannare noi stessi: in realtà continueremo a commettere gli stessi errori e a subire il contrappasso. Siamo condannati a trasgredire e a pagarla cara. Prometeo seguita a rubare il fuoco; per punizione viene incatenato e rosicchiato vivo. Napoleone occupa Mosca; prima brucia e poi gela. Eccetera eccetera.

    La Storia funziona sempre a base di delitto e castigo, e le storie che diventano mito sono quelle dei grandi trasgressori. Perché in fondo al futuro c’è la morte e l’unica cosa che si può sperare dalla vita è lasciare un buon ricordo. Se poi è falso, pazienza.

    E forse questa è la ragione per cui si scrivono i libri.

                                                             ***

    “Guarda: prendi la tua storia di Salamanca. È emblematica.”

    Strabuzzai gli occhi.

    “In che senso?”

    Raoul Venturi prese un tono da docente universitario.

    “Quando succede qualcosa di poco chiaro ognuno si fa la sua idea e guai a toccargliela. Ognuno è convinto di essere l’unico ad aver capito tutto. Puoi anche dimostrargli che si sbaglia, ma lui è al di là delle dimostrazioni razionali, lui vuole credere. Agli esseri umani non interessa la verità, ma la versione che piace o che fa comodo. Facci caso: ci comportiamo così anche per i problemi più enormi, a cominciare dall’esistenza di Dio.”

    Feci un sorrisetto.

    “Forse in quel caso lì la faccenda è più complicata. Comunque non sapevo di avere scritto un trattato di filosofia.”

    “Perché sei un fesso. I fessi vivono delle loro certezze e sono felici. I saggi sanno che le certezze sono fasulle e diventano cinici.”

    Raoul è fatto così. È capace di tirar fuori un’epopea dai fatti più insignificanti, di farli vivere e di dargli senso. Ma ogni tanto esagera.

    “Questa sarebbe la tesi del tuo prossimo romanzo?”

    Mi lanciò un’occhiata indecifrabile.

    “E perché non del tuo? Guarda: potresti usare una storia sul tipo di Hitchcock, La donna che visse due volte. Una donna che hai già conosciuto in un’altra situazione, in un’altra vita…”

    “Addirittura.”

    “Ma sì! Una donna che ti ha fatto soffrire, della quale vorresti conoscere tutto ma intuisci che forse è meglio non sapere niente. Un giorno te la ritrovi davanti, magari un po’ cambiata, ma sempre lei. Puoi far domande. Puoi scoprire la verità. Ma se scopri tutto, che fine faranno i tuoi sentimenti?”

    Lo guardai come se improvvisamente si fosse tramutato in un mostro. Raoul non stava sviluppando la trama di un racconto: aveva in mente qualcosa di preciso.

    “Vuoi dire che lei è qui a Milano, oggi?”

    “Ah, è tornata? Credevo che fosse a Roma.”

 

 

                                                           15

 

 

 

    Raoul giurò e spergiurò che intendeva soltanto regalarmi un suggerimento narrativo, ma le sue parole mi rimasero stampate in testa e quando andai a letto quella sera feci fatica a prender sonno. Il sospetto che Bianca e Mayte fossero la stessa persona lo covavo da un pezzo: sapere che un altro aveva le mie stesse intuizioni non mi dava il sollievo della conferma. Anzi: mi sentivo dentro un misto di curiosità, sgomento e incertezza. Forse anche una punta di gelosia.

    Ci dormii sopra. Poco e male, ma dormii.

    La mattina dopo andai negli uffici di un’agenzia di distribuzione libraria dove avevo preso appuntamento con il direttore. Gli chiesi se, nel caso, avrebbe potuto trovarmi un acquirente per la libreria e lui si mise le mani nei capelli: la situazione del mercato (a Milano, in Europa, nel mondo intero) era catastrofica e senza speranza. Colpa dei monopoli, della globalizzazione, della politica. Pianse calde lacrime, a più riprese e con accenti di straziante sincerità. Fra un pianto e l’altro trovò il modo di farmi capire che sarebbe stato meglio se non ci fossero state tante chiacchiere sui blog. La regola “parlate pure male di me, basta che ne parliate” va bene per lanciare una show girl, non per procurare clienti a un negozio.  

    Tornai in via Procaccini rimuginando. Potevo vendere baracca e burattini oppure mettermi a fare il libraio, ma in un caso e nell’altro mi conveniva migliorare l’immagine della libreria. Il rischio stava nei passi falsi, come diceva Soriano. Se Viganò non si era suicidato c’era un assassino (o un’assassina?) in circolazione, e io ero stato socio di Sergio, gestivo la sua libreria, avevo scritto un romanzo in cui lasciavo capire che Mayte era implicata in un omicidio (l’aveva letto solo Raoul, ma poteva averne parlato in giro). Ero un bersaglio? Cosa dovevo pensare dei “Victor?” sussurrati al telefono, dei messaggi sibillini, delle telefonate mute?

    Ormai mi conosco: non sono capace di star chiuso nella tana ad aspettare che passi la tempesta. Devo fare qualcosa, anche se non serve a niente, anche se così peggioro la situazione. Eppure lo so che, a questo mondo, quando prendi una direzione, non c’è modo di sapere cosa sarebbe successo se ne avessi presa un’altra. Non esistono controprove. Siamo condannati a vivere con questa consapevolezza che pesa sulle spalle fino a spaccarci la gobba. È la maledetta cosa che si chiama responsabilità.

    Da perfetto irresponsabile, passai il pomeriggio a scrivere come avevo trovato il cadavere di Sergio Viganò e il dattiloscritto di Turchetti. Mi ci vollero cinque cartelle. Le ridussi a tre e mezza tagliando ogni accenno di opinioni personali e abolendo tutti gli aggettivi. Spedii il pezzo con una email a Lu Pisani pregandola di pubblicarlo su Aleph. Non credevo di trovarlo quando, dopo cena, andai a guardare. Invece era appena stato postato. Non c’erano ancora commenti.

                                                            ***

    Il giorno dopo ne arrivarono cinque, tutti insieme, tutti demenziali.

    Secondo il solito Russell, Sergio era stato ucciso per depistare le indagini sulla morte di Turchetti. A mo’ di prova citava nomi e cognomi di intellettuali scomparsi in circostanze misteriose nell’arco di tutto il Novecento. I riferimenti erano balordi e non si capiva cosa ci fosse da depistare, ma l’importante sui blog è essere perentori: sparate perentorie idiozie e qualcuno che vi prenda sul serio lo troverete sempre. Comunque, proseguiva Russell, ammesso e non concesso che gli inquirenti facciano, come si suol dire, “piena luce”, non riporteranno in vita Turchetti. Ciò che si può e si deve fare è pubblicare l’ultimo messaggio del Maestro, il suo capolavoro. (Lui non l’aveva letto, ma c’erano dubbi che fosse un capolavoro? Certo che no). Bisognava postarlo su Aleph in modo che ognuno potesse scaricarlo, stamparlo e tenerlo sul comodino.   

    Dal canto suo, Shevarnadze tentennava. Ammetteva di non avere ancora capito cosa c’era sotto, ma qualcosa ci doveva essere senz’altro. (C’è sempre qualcosa “sotto”). Prometteva di attivare i suoi canali e i suoi informatori (figuriamoci!). Avrebbe fatto sapere. E, certo, il libro doveva essere pubblicato al più presto. Nel frattempo vigilate, amici, vigilate!

    Poi venivano altri due commenti molto tipici, nel loro genere. Uno, firmato Cianuro, sputava disinvoltamente sul cadavere di Viganò definendolo pessimo giallista, critico prezzolato, traditore e probabile assassino di Turchetti. Il massimo della signorilità. Naturalmente, Cianuro non perdeva tempo a specificare da cosa ricavasse le sue certezze.

    Il commento successivo, firmato Protagora, discettava sulle ipotesi di pubblicazione dello scartafaccio. In un chilometrico sproloquio prendeva in esame una decina di possibilità, per questo o quel motivo le dichiarava tutte irrealizzabili e concludeva affermando con forza che, insomma, perbacco, cioè, voglio dire, mi sono spiegato, no?

    Il quinto commento era di Marlowe, lo stesso nickname che un mese prima aveva praticamente accusato il Tristero di avere ucciso Turchetti. Anche questa volta non le mandava a dire.

 

    Quando leggo certi post mi domando se chi li ha scritti fa finta di cadere dal pero o vive nel mondo della luna. Vogliamo perdere tempo a discutere se Viganò si è suicidato o è stato ucciso? Ormai anche i più duri di comprendonio hanno capito che nel mirino di Turchetti c’erano i membri del Tristero. Erano loro i pedanti! Turchetti li aveva identificati e minacciava di smascherarli, incurante del fatto che così avrebbe tirato il collo a una gallina dalle uova d’oro.

    Ognuno tragga le conclusioni che preferisce, ma sarà meglio non trascurare l’ipotesi che Viganò abbia letto il dattiloscritto di Turchetti, sia venuto a sapere nomi e cognomi, e parlandone con qualcuno di cui si fidava abbia firmato la sua condanna a morte. Vittorio Fabbri ci pensi bene: se anche lui ha avuto fra le mani il testo del romanzo, non rischierà di fare la stessa fine di Viganò?

 

     Bisognava reagire con fermezza. Scrissi un commento per chiarire: 1) che il dattiloscritto non conteneva rivelazioni; tantomeno nomi e cognomi; 2) che il mio post era né più né meno che la traduzione in italiano delle mie dichiarazioni alla polizia, verbalizzate in burocratese; 3) che ipotizzare complotti rocamboleschi senza uno straccio di prova si chiama pescare nel torbido; e 4) che avevo più fiducia nelle capacità investigative della polizia che in quelle di un furbetto nascosto dietro uno pseudonimo. Se poi il furbetto mi dimostrava di non essere tale ero pronto a ricredermi, ma a patto che spiegasse a che gioco giocava.

    Immagino di essere stato abbastanza perentorio perché i commenti finirono lì.

                                                           ***

    Passarono i giorni. Bianca tornò da Roma, passò in Questura per ritirare le chiavi del suo appartamento e ripartì il giorno stesso. Non si fece vedere, ma mi telefonò dal taxi che la portava in stazione. Non accennò al mio tentativo di perquisire casa sua. Disse soltanto che aveva una fretta dannata e promise di rifarsi viva. Reagii con sentimenti contrastanti, ma forse era meglio così. In quei giorni avevo un raffreddore da fieno che mi ottundeva naso e orecchie (e forse anche il cervello). La libreria mi teneva occupato dalla mattina alla sera. Soriano veniva a trovarmi un paio di volte a settimana, ma la conversazione non andava al di là di qualche chiacchiera senza capo né coda. Per la cronaca: riuscii a vendergli un libro, non fatemi dire quale. Su Aleph, Lu Pisani se la prendeva con tutti: pedanti, polizia, magistratura. Russell e Shevarnadze si univano al coro gridando al complotto. I tristeri, nascosti dietro nomi di fantasia, rispondevano per le rime. Insomma: la solita storia.

    La email di Bianca mi arrivò una sera. Conteneva due notizie e io, storditamente, non capii subito che la più importante era la seconda. Impiegando tre volte più parole del necessario, Bianca mi comunicava che dopo la scomparsa di Sergio si era trovata un editore romano che le garantiva un lancio pubblicitario in grande stile. La seconda notizia sembrava la solita fanfaronata editoriale: la strategia commerciale e di immagine, diceva Bianca, prevedeva anche un botto, uno scoop che avrebbe messo a rumore il mondo letterario.

    Invece non era una vanteria. Pochi giorni dopo, il settimanale più diffuso d’Italia uscì con un servizio nel quale Bianca compariva in tre foto ammiccanti e un noto critico la presentava come “la più grande scrittrice italiana vivente”. Me lo mostrò la commessa della libreria e mi avvelenò la giornata. Il mio primo pensiero fu: stavolta vado davvero dall’avvocato. Quando arriva in edicola un’intervista come quella, l’editore ha già stampato migliaia di copie; dunque Bianca aveva firmato il contratto quando Sergio era ancora vivo.

    Secondo pensiero: sarà una causa di quelle che fanno epoca. Le vendite andranno alle stelle e li pelerò vivi, lei e l’editore.

   Terzo pensiero: Sergio, il povero fesso, e io, l’idiota, non avevamo fatto firmare a Bianca un contratto, una lettera, un qualunque pezzo di carta. Non le avevamo pagato un anticipo. Se le avessi fatto causa mi avrebbe riso in faccia. 

    Decisi di berci sopra una camomilla e lessi l’articolo da cima a fondo.

                                                           ***

    Vi faccio grazia delle cento stupidaggini di cui era costellata l’intervista. Non credo che vi interessino le opinioni di Bianca sulle storie sentimentali vere o immaginarie che coinvolgevano i personaggi dei reality e delle fiction più in voga. Del resto, non erano neanche opinioni, ma bamboleggiamenti, futilità, cretinate.

    In compenso, avete diritto a leggere integralmente il passo che fece scandalo.

 

    “Dica la verità: questo non è il suo primo romanzo.”

    “Oh, devo proprio confessare?”

    “Queste cose non si possono tenere nascoste.”

    “Be’, se proprio devo… Sì, è vero: ho già scritto un romanzo che ha avuto un discreto successo.”

    “Non sia reticente. Qual è questo romanzo?”

    “Fin dai tempi dei miei studi universitari mi sono interessata a Cristoforo Colombo, ai suoi viaggi, all’idea di raggiungere il levante facendo vela verso ponente. Ecco: il materiale che mi è servito per scrivere Cipango viene di lì, da uno studio durato anni.”

     “Ma Cipango è firmato Tristero!”

    “Sì, certo. I colleghi hanno variato lo stile, hanno dato un taglio diverso alle frasi. Hanno fatto un lavoro di mimetizzazione. Diciamo che io ho costruito il muro e loro ci hanno dipinto sopra un trompe l’oeil. Ecco… il Tristero funziona come il franchising: dà credito e risonanza in cambio dell’anonimato e dell’annullamento dell’autorialità. Non ci vedo niente di male: anch’io ho partecipato a interventi simili sui testi scritti dai colleghi.”

    “Ma questo non è ciò che avete sempre sostenuto! I romanzi del Tristero non nascono da un lavoro collettivo, da estenuanti brainstorming, riunioni chilometriche e discussioni al limite della rissa?”

    “Ecco, forse abbiamo posto una certa enfasi sul lavoro di squadra. Ma le riunioni si fanno quando c’è qualcosa da discutere. I brainstorming servono a sviluppare un’idea che c’è già. Allora si cambia un finale, si elimina un personaggio o lo si rimpolpa. Cose così. Ma l‘idea narrativa è sempre un prodotto individuale.”

    “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno. Chi sono gli altri tristeri?”

    “Ah no! Questo non posso dirlo. Non sarebbe corretto nei confronti di amici con i quali ho condiviso progetti e speranze. Lo diranno loro, se vorranno. Personalmente non credo che ci sia più motivo di tenere in piedi il Tristero, ma non posso decidere per gli altri.”

                                                             16

 

 

    Nel piccolo mondo della letteratura italiana l’intervista esplose come una bomba e la deflagrazione provocò altri sconquassi. Dal mio cantuccio defilato ne tirai delle conclusioni piuttosto personali. Qualcosa mi diceva che Marlowe era uno pseudonimo di Bianca. Non era stato Marlowe il primo a tirare in ballo il Tristero? E non solo: Bianca era l’esperta del Tristero in materia di Spagna e Sudamerica? Aveva esordito con un romanzo sui viaggi di Colombo dopo aver accumulato documentazione per anni e anni? Guarda caso, vent’anni fa, Mayte stava scrivendo una monografia su un incunabolo custodito alla Biblioteca Nacional a Madrid: la prima edizione a stampa dei diari di bordo di Colombo.

    E le suggestioni non mancavano. Davanti al monumento a Cristoforo Colombo Mayte mi aveva stregato con una carezza e uno sguardo. Dentro di me era ancora fresca l’amarezza dell’estate scorsa, quando avevo rivisto la statua nascosta dalle fronde degli alberi e avevo sentito una stretta al cuore: erano passati vent’anni, la vita se n’era andata e non sarebbe tornata mai più. Quella era stata la mia ultima notte a Salamanca.

    Mentre io sprofondavo nella malinconia e nei sospetti, l’eco dell’intervista rimbombava su blog e riviste letterarie. Gli intellettuali romani inneggiavano a Bianca che, scoperchiando la pentola del Tristero, aveva disinnescato la polemica Turchetti-Pedanti, una polemica insipida e nata vecchia. I milanesi invece annaspavano in ordine sparso. Lu Pisani cercava di buttarla in politica. Raffaello Ravagnetti se la prendeva con i critici (sottinteso: i critici della capitale), che avrebbero voluto tenere in ostaggio la letteratura italiana. Anche Ciccio Morelli contestava le pretese di egemonia artistica e rinfacciava ai romani le speculazioni dei palazzinari negli anni ‘50 e ‘60. Insomma: da un’intervista che, per quanto “bombarola”, aveva di mira unicamente il lancio di un libro, era venuta fuori una polemica Milano-Roma.

    Le cose stavano più o meno a questo punto quando entrò in scena Raoul Venturi e il suo intervento fece piazza pulita di tante ipocrisie.

                                                              ***

    Per rendere pubbliche le sue rivelazioni Raoul scelse di farsi intervistare da Camilla Virga sul blog Larteperlarte. Il giorno dopo la pubblicazione in rete, l’intervista fu ripresa da un grande quotidiano della capitale e provocò un terremoto. Già la scelta di una giornalista e di una testata romana era un modo per dire che il dibattito aveva preso una strada sbagliata. Che senso aveva una polemica Milano-Roma? Il problema era un altro.

    Bianca si è comportata come un elefante in una cristalleria, diceva Raoul. Che bisogno aveva di screditare il Tristero?

    Ma forse voleva pubblicare con il suo nome, osservava Camilla.

    E chi glielo impediva? Si era già fatta chiamare Sinclair, Davalos, Vandalos e chissà che altro. Poteva scegliere un altro pseudonimo, poteva usare il suo vero nome, poteva riprodurre il certificato di nascita sulla quarta di copertina. Poteva fare quel che voleva. Invece non ha trovato di meglio che compromettere il Tristero. E perché? Solo per fare un po’ di scandalo, per raccattare visibilità. A questo punto, concludeva Raoul, tanto vale far volare gli stracci. 

    Lessi questa risposta e saltai sulla sedia. Vandalos era il mittente di quella strana email (Sibilla, cosa vuoi? Voglio morire) che mi era suonata come una minaccia. Che ne sapeva Raoul? Nel manoscritto della mia avventura di vent’anni prima avevo indicato Mayte con nome e cognome: Raoul poteva aver anagrammato Sandoval e avermi inviato la email della sibilla firmandola Vandalos. Ma perché?

    Forse la verità era più semplice: Bianca, in altre circostanze, aveva già usato quello pseudonimo, e Raoul lo sapeva. Quanto alle poesie firmate Davalos, anche se Raoul non era venuto alla presentazione, sicuramente qualcuno lo aveva informato. Insomma: c’erano spiegazioni per tutto, ma neanche uno straccio di conferma. Solo ipotesi.

    Tornai all’intervista.

    Che significa far volare gli stracci? ansimava la Virga, presagendo lo scoop. Stai forse per dirci chi erano i componenti del Tristero?   

    Be’, rispondeva Raoul senza farsi pregare, c’era Bianca, naturalmente, e poi c’eravamo io, Raffaello, Giordano…

    Ma no! balbettava la Camilla incredula. Turchetti nel Tristero? Proprio lui! E Ravagnetti! E anche tu! Non ci credo! Non è possibile!

    E perché no? insisteva Raoul. Siamo scrittori: ciascuno ha la sua poetica e le sue tematiche preferite, ma dobbiamo anche mettere insieme il pranzo con la cena. I critici ci accusavano di non saper parlare al grande pubblico. Bene, gliel’avremmo fatto vedere noi! Certo, bisognava restare anonimi perché, sai com’è, scrivere un polpettone e pubblicarlo sotto pseudonimo è un conto, ma se poi si viene a sapere che l’hai scritto tu, la reputazione è bell’e rovinata. Gli stessi che ti davano dell’elitario, come se niente fosse, ti accusano di esserti prostituito. Così è nata l’idea di una società. Se avesse funzionato, avremmo fatto un po’ di soldi senza esporci: bastava annegare i nostri stili in una scrittura irriconoscibile.

    Ma allora, si stupiva la giornalista, scrivevate anonimamente i romanzi del Tristero e ne dicevate peste e corna con i vostri nomi veri?

    Per forza! confermava Raoul. Anche i polpettoni vanno promossi, se no chi li compra? I lettori si perdono sui banchi delle librerie, annegano fra migliaia di copertine colorate e finiscono per acquistare il libro che fa discutere, che fa scandalo. Dunque, cosa c’è di meglio di una polemica?  

    Ma questo è cinismo! si indignava la Virga.

    Trovi? replicava Raoul, fingendo di cadere dalle nuvole. A me pare la normale procedura di lancio di un libro. Perché il nostro avrebbe dovuto essere diverso? Guarda: è andata così. Bianca aveva scritto un saggio dal quale ricavammo la scaletta di Cipango. C’era solo da dargli un tono salgariano, rimaneggiare i capitoli e metterli giù con uno stile anonimo, che non ricordasse nessuno di noi. Un paio di mesi, qualche riunione. Insomma: non dovevamo mica scrivere un capolavoro! Raffaello passò il dattiloscritto a un agente dicendo che gliel’aveva raccomandato un amico e che lui l’aveva solo sfogliato ma gli sembrava abbastanza commerciale. L’agente lo piazzò al primo tentativo. Eravamo partiti quasi per scommessa e invece la cosa funzionava. A questo punto nacque l’idea di montare delle polemiche e anche qui ci fu un colpo di fortuna: non potevamo immaginare che Lu ne avrebbe preso spunto per le sue farneticazioni politiche. E invece ci assicurò mesi e mesi di visibilità, con relative vendite.”  

    “Ma Lu Pisani non sapeva nulla del Tristero?”

    “Ci mancava solo quello! Guarda: in queste cose o sei dentro fin dall’inizio o sei fuori per sempre. Lu era fuori e prendeva sul serio le polemiche contro la letteratura d’evasione, i libri non impegnati, i pedanti. Parlava di creare un gruppo di pressione, diceva di essere in contatto con certi pezzi grossi pronti a finanziare un think tank… Figurati che voglia potevamo avere noi di metterci in politica con quello scheletro nell’armadio!”    

    “Ma questa cosa non poteva durare all’infinito! Come pensavate di uscirne?”

    “A dir la verità, non sembrava un problema urgente. Credevamo di avere tutto il tempo per pensarci con calma. L’ultima cosa che potevamo immaginare era la morte di Giordano.”

    “Eh già. Secondo te cos’è successo a Turchetti?”

    “Guarda: non ho prove né indizi, ma nessuno mi leva dalla testa che Giordano è stato ucciso. Anche la morte di Sergio Viganò non è affatto chiara.”

    “Allora chi è stato?”

    “Diciamo che non lo so. E se avessi un sospetto non lo direi.”

 

                                                           17

 

 

 

    I magistrati parlano solo in aula e dalle istruttorie non trapela mai neppure un sospiro, quindi non potete pretendere che io vi sveli le segrete cose. So soltanto che il sostituto procuratore propose al giudice dell’indagine preliminare di archiviare i fascicoli Turchetti e Viganò, il gip ne convenne, e l’onere di informare i media ricadde sull’ispettore Soriano il quale se la cavò convocando un simulacro di conferenza-stampa.

    Quel giorno ero in Questura perché, in attesa che si facesse vivo qualche erede, ero stato nominato custode di tutto quanto: libreria, casa editrice e dattiloscritto di Turchetti. Soriano mi riconsegnò lo scartafaccio; poi, accompagnandomi alla porta, disse che se avevo una mezz’ora da perdere potevo anche assistere: le conferenze stampa sono pubbliche per definizione. Lo seguii in una saletta squallida che mi ricordava l’aula in cui avevo fatto le scuole medie. Cinque reporter aspettavano seduti in pose sguaiate su una fila di seggiole. In tono annoiato l’ispettore lesse un breve memorandum con i risultati delle indagini. I cronisti annotarono con indifferenza.

    “A più riprese” terminava il comunicato, “si è cercato di avvalorare l’ipotesi che Turchetti e Viganò fossero rimasti vittime di altrettanti omicidi. L’inchiesta ha appurato al di là di ogni dubbio che si trattava di illazioni prive di fondamento.”

    Soriano piegò il foglio, lo mise in tasca e proseguì: “Come sapete, il corpo di Turchetti non presentava ferite, punture, segni di percosse o di strangolamento. Le analisi non hanno rilevato tracce di veleno. Con ogni probabilità la morte è sopravvenuta in seguito a uno spasmo laringeo provocato da ciò che stava facendo.”

    Girò un’occhiata panoramica sui volti degli inviati, che si guardavano l’un l’altro come per dirsi: dài, domandalo tu.

    “Chi desidera i particolari tecnici” li prevenne Soriano con espressione seccata, “può rivolgersi al patologo.”

    Uno dei presenti emerse dall’apatia e accennò a chiedere la parola. L’ispettore gli puntò contro l’indice.

    “Non intendo soffermarmi su questo argomento.”

    Il cronista incassò la testa fra le spalle e si accasciò sulla sedia.

    “La teoria che Turchetti fosse stato ucciso era campata in aria” riprese Soriano parlando a braccio, “ma rientrava in un preciso disegno: Lu Pisani ha ammesso di avere rinfocolato i sospetti per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. Ciò avrebbe dovuto preludere al lancio di un movimento politico. In realtà, la Pisani aveva solo vaghe speranze di ottenere dei finanziamenti. Niente di concreto.”

    Senza disturbarsi ad alzare la mano, lo stesso reporter di prima chiocciò:

    “Chi sono questi finanziatori?”

    “È cosa estranea all’indagine” tagliò corto Soriano. “Quanto a Sergio Viganò, tutte le persone entrate e uscite dalla libreria sono state rintracciate e interrogate. E quando dico tutte, intendo proprio tutte. L’autopsia ha stabilito con precisione l’ora del decesso. Non c’è dubbio che in quel momento Viganò fosse solo nel negozio. La porta d’ingresso e la porta di servizio erano chiuse dall’interno. Non esistono altre vie d’accesso. Solo lui può avere annodato la cintura al soffitto, infilato la testa nel cappio e dato un calcio alla sedia.”    

    “Potrebbe essere stato indotto al suicidio?” insistette il reporter.

    “Non c’è motivo di pensarlo. Non sono stati trovati biglietti di addio. Non risulta che fosse in cura da uno psichiatra. Probabilmente alla base della decisione di togliersi la vita c’era una delusione sentimentale. È anche possibile che Viganò provasse rimorso per aver criticato i libri di Turchetti, come può darsi che si sia sentito al centro di una campagna denigratoria, ma queste possono essere state solo concause. Non è per cose del genere che ci si suicida.”

    Il giornalista prese un piglio battagliero.

    “Circolava la voce che fosse stato lui a uccidere Turchetti.”

    Soriano gli dedicò uno sguardo impersonale e scandì:

    “Cazzate.”

                                                               ***

    E così, ingloriosamente, si chiusero le speculazioni, i sospetti, i complottismi, gli annessi e i connessi della morte di Turchetti.

    Shevarnadze, Russell e compagnia cantante non tentarono nemmeno di giustificare i quintali di scemenze che avevano scritto: con la massima disinvoltura passarono a occuparsi di altri misteri, veri o presunti.

    Da un certo punto di vista li invidiavo. Come le comari, trovavano una ragione di vita nel frugare tra le banalità della cronaca per credersi più perspicaci degli inquirenti. Sì, un po’ li invidiavo davvero: sentirsi gli unici ad aver capito tutto deve essere inebriante come un Martini a stomaco vuoto.

    Io invece ero amareggiato. Quante volte mi ero sentito dire che alla fine il bene trionfa sempre e i cattivi subiscono la giusta condanna? Lo raccontino a un altro. E già che ci sono, gli raccontino pure che non esiste il delitto perfetto. Magari ci crede. Magari non ricorda che soltanto a Roma, dal caso Montesi ai giorni nostri, sono state uccise una ventina di donne e non si è mai trovato il colpevole.

    Ma che bisogno ho di cercare esempi nella cronaca? Non vivo anch’io da vent’anni con tre morti sul gozzo e nessuna certezza? Un uomo adulto dovrebbe sapere quando è ora di voltar pagina e mettere una pietra sul passato. La realtà è che adulti non si diventa mai.  

                                                              ***

    Passarono i mesi e il caso Turchetti-Viganò seguitò a liquefarsi, lento come la ritirata dei ghiacciai, ineluttabile come una procedura fallimentare. Lu Pisani rischiò l’incriminazione per aver propalato notizie false e tendenziose. Se la cavò per il rotto della cuffia, ma il suo prestigio ebbe un tracollo. La sua ultima raccolta di poesie dovette pubblicarla a proprie spese e nessuno la recensì. Quando il giudice le restituì il passaporto, partì per l’Inghilterra. La aspettava una cattedra di letteratura italiana in un aristocratico college di Oxford.   

    Invece Turbamento, il polpettone di Bianca, vendeva a più non posso e si avviava a diventare un fenomeno di costume. I critici letterari di Roma riscoprivano il romanzo rosa come chiave di lettura dell’esistenza, rivalutavano Liala e Colette, chiamavano a testimoni Goethe, Flaubert e Tolstoj. I critici milanesi evitavano di battere la grancassa, ma non osavano sottrarsi al coro.

    Il Tristero ricevette una formale disdetta dall’editore. In Italia le vendite si erano fermate. All’estero resistevano ancora, ma l’editore preferì disimpegnarsi. 

    Raffaello Ravagnetti si impegolò in una polemica con il mondo intero. Avrebbe voluto dare di sé un’immagine coerente al di là delle contraddizioni che, diceva, erano solo apparenti. Ma non gli riuscì di ridurre al silenzio gli avversari e la controversia degenerò in una rissa da lavandaie. Affettando un atteggiamento disgustato se ne andò in volontario esilio in Francia, dalle parti di Arcachon.    

    Raoul Venturi, che dopo l’intervista era stato criticato in tutti i modi possibili, scrisse una lettera aperta a tre giornali in cui diceva più o meno: mondo letterario italiano, mi apprezzavi quando ero bugiardo e mi detesti quando dico la verità? Non ti capisco. Non voglio capirti. Addio.

    Si liberò da tutti gli impegni contrattuali, firmò per un editore tedesco e andò a stabilirsi a Heidelberg, in un villino dirimpetto al castello, sulla sponda opposta del fiume. Il suo ultimo romanzo ha avuto un successo enorme, ma in Italia non è stato ancora pubblicato.  

                                                            ***

    In questa atmosfera di smobilitazione cosa potevo fare io? Non ero uno scrittore e non avevo la vocazione del libraio. Ogni giorno pensavo a Sergio: ormai ero convinto che si fosse suicidato perché aveva saputo del voltafaccia di Bianca. Amore deluso, il danno oltre la beffa, e il rimorso di avermi trascinato in un investimento balordo: ce n’era a sufficienza per decidere di farla finita.

    Anch’io non avevo motivi per essere di buon umore. Andavo in negozio tutte le mattine per impiegare la giornata e la domenica era il giorno più triste della settimana perché non avevo niente da fare. Il mio futuro non andava oltre l’immediato. Intanto, era scoppiata l’estate. L’inquinamento non raggiungeva più livelli da camera a gas, ma l’aria era sempre umida e irrespirabile. Passavo il tempo libero girando in auto con il climatizzatore al massimo e finivo sempre per aggirarmi dalle parti di Porta Ticinese: facevo il giro della Darsena, imboccavo un Naviglio, lo seguivo finché la periferia si sgranava in aperta campagna, e tornavo indietro per rivedere le stesse cose nella prospettiva opposta.

    Non era la prima volta che la vita mi infilava in un vicolo cieco, ma accorgersi di aver puntato sul cavallo che ha perso è un lutto che richiede una lunga elaborazione. Insomma, cosa volete che vi dica, finché credo di avere in pugno il mio destino tiro dritto illudendomi di dominare gli eventi; solo al momento di stendere il consuntivo capisco che non ho dominato un accidente e non ho fatto altro che galleggiare sulle onde del caso. Scusate l’impertinenza, ma sospetto che sia così un po’ per tutti. Anche per voi, sapete?

    Senza il pasticcio Turchetti-Tristero avrei seguitato a frequentare bar e pizzerie, a spettegolare, a piazzare articoli sui blog. Non avrei battuto chiodo, però avrei inseguito uno scopo e avrei creduto di fare qualcosa che aveva senso. Invece non era andata neanche così. I miei anni migliori erano passati e mi avevano lasciato in mano un pugno di mosche. Dovevo prenderne atto.

    Ma era un boccone duro da mandar giù: nonostante tutto, continuavo a coltivare la speranza che una mattina mi sarei svegliato un po’ più vispo del solito e avrei trovato un altro scopo per la mia vita.

 

                                                           18

 

 

 

    Ormai il cielo era sempre azzurro, i platani erano pieni di foglie e sui prati del Parco Sempione si stendevano le coppie a limonare. Le notti si animavano, le gelaterie erano prese d’assalto, le pizzerie egiziane mettevano i tavolini sui marciapiedi. Milano e i milanesi sembravano più vivi del solito. Se non mi lasciavo coinvolgere nel buonumore generalizzato era solo colpa mia: passavo le sere chiuso in casa e riprendevo in mano il racconto della mia avventura spagnola, non per rimpolparlo come aveva consigliato Raoul, ma per riproiettarmelo in mente con Bianca nella parte di Mayte.

    Mayte era ancora viva? Non potevo saperlo, ma avrei voluto incontrarla, metterla alle strette, chiederle chi aveva ucciso chi. Avrei voluto sentirle dire tante cose. Avrei voluto che mi amasse. Avevo vissuto vent’anni nella convinzione di ritrovarla, prima o poi, e non volevo ammettere di aver sprecato la vita rincorrendo un sogno. Ma il mio ritorno in Spagna, l’anno prima, cos’altro era stato se non una fuga nel passato?

    Fortunatamente la realtà mi costringeva a tenere i piedi per terra. Andavo in libreria tutte le mattine e ci restavo fino a sera. Litigavo con i promotori e con i distributori. Organizzavo presentazioni e dibattiti. Grazie al cielo, il lavoro non mancava. Avevo assunto una seconda commessa; avevo allestito un bar e l’avevo dato in gestione a un tizio in gamba. Oltre ai libri, vendevo anche musica e film, caffè e bibite. Non era il mio mestiere, ma stavo imparando. Non ne ero entusiasta, ma cercavo di farmelo piacere.

                                                           ***

    In una mattina afosa e sonnolenta, mentre tutta Milano boccheggiava invocando un acquazzone, ricevetti una comunicazione dal Tribunale: il giudice aveva preso atto che gli eredi di Sergio Viganò, posto che ce ne fossero, non si erano fatti vivi in tempo utile e, in virtù del combinato disposto degli articoli tale e talaltro, sentenziava che ero io il legittimo proprietario di tutto quanto: libreria, casa editrice e dattiloscritto del romanzo di Turchetti.

    Già, il romanzo. Valeva la pena di pubblicarlo? Tastai il terreno su un paio di blog. Detto fra noi, ero sicuro che la vicenda Turchetti fosse stata dimenticata da tutti; invece scoprii che riscuoteva ancora un certo interesse: gli orfani del Maestro non avevano ancora trovato un altro idolo. Insomma, il ferro non era rovente ma non era neanche freddo e si poteva ancora battere. Quando annunciai ufficialmente l’intenzione di pubblicare al più presto il romanzo postumo di Giordano Bruno Turchetti, ci fu chi salutò la cosa come un grande evento.

    Posso dire senza tema di smentita che si trattò del maggior successo editoriale di Giordano Bruno Turchetti. Feci stampare mille copie e ne spedii una cinquantina a critici e giornalisti. Cominciarono a uscire le recensioni. La prima fu una stroncatura, e mandai un bacio al recensore. Non potevo augurarmi di meglio che una bella polemica e venni accontentato in tutto e per tutto: i partigiani di Turchetti erano sempre battaglieri, i critici si sentivano liberi di sparare a palle incatenate. Fu un bel dibattito, fazioso e inconcludente nella migliore tradizione italiana, e tenne banco sui blog per diverse settimane. Nel fuoco della controversia si distinse il solito Russell, che mise in mostra le vette della sua cristallina imbecillità.

    Quando il distributore mi chiese di ristampare fui ben felice di compiacerlo, ma lo feci con il contagocce per non rischiare di essere sommerso dalle rese. Alla fine, tirate le somme, risultò che le copie vendute erano quasi seimila. Turchetti aveva dovuto morire per piazzarne così tante. Ne approfittai per cedere la casa editrice a un grande gruppo e ricuperare i soldi che ci avevo investito. Sic transit gloria mundi.

                                                              ***

    Non disponendo dei canali di un grande editore, avevo preso l’abitudine di andare su internet e perlustrare i blog letterari alla ricerca di recensioni, commenti, accenni, sottintesi. Li rilanciavo su altri blog e commentavo i commenti firmando con pseudonimi di fantasia. Se l’interesse per il libro di Turchetti accennava a languire, intervenivo per riattizzare le discussioni.

    Una mattina mi venne la curiosità di guardare Aleph. Il blog era inattivo da mesi, ma certi messaggi subliminali sono come le onde che rimbalzano sulla ionosfera: cliccai e scoprii che due giorni prima Lu aveva postato un intervento.

    Durante le sue disavventure giudiziarie Lu non aveva avuto modo di seguire gli sviluppi del caso Turchetti-Viganò, ma aveva letto il romanzo di Giordano ed era tornata a porsi degli interrogativi. In particolare: come mai il Maestro si era dichiarato vittima dei pedanti – e cioè del Tristero – se lui stesso ne faceva parte? Intendeva forse dissociarsi? E di tutto ciò che conteneva il romanzo, quanto era una fedele descrizione della realtà e quanto invece era metafora? Per scoprirlo bisognava individuare la donna che nel romanzo tradisce la fiducia del protagonista. Naturalmente Lu non era neanche sfiorata dal dubbio che Fiatoalletrombe avesse messo insieme (tanto per cambiare) un’insalata mista di finzioni, fantasie e farneticazioni. Per lei anche le assurdità, se uscivano dalla bocca del Maestro, dovevano avere un significato.

    Lu aveva parlato al telefono con Raoul Venturi e con Raffaello Ravagnetti. All’uno e all’altro aveva posto precise domande. Chi era la maliarda che aveva fatto perdere la testa a Turchetti? Aveva sedotto soltanto lui? Non è che, per caso, c’era lo zampino di questa Circe anche dietro la morte di Viganò?

    Ma le risposte dei due ex-tristeri erano state vaghe. A sentir loro, Turchetti aveva sfogato nel romanzo il disagio di un autore intellettuale, anzi intellettualistico, ridotto per campare a scrivere su temi per i quali non aveva alcun interesse. Cosa ancor più disagevole per un egocentrico come lui, era costretto a mantenere l’incognito, a nascondersi, a non giustificarsi! Per Raoul, che si definiva “monellaccio”, o per Raffaello, che si considerava “dandy”, il Tristero era una burla, punto e basta; ma per un presuntuoso come Giordano l’intera faccenda grondava ipocrisia.

    Quanto alla donna che l’avrebbe sedotto e tradito, Venturi e Ravagnetti erano concordi. Si trattava di un luogo comune letterario: la femme fatale, la vamp dei film muti, una fantasia con cui Turchetti un po’ si era baloccato e un po’ aveva fatto dell’autoironia.   

    Lu però non era d’accordo. Senza dirlo a chiare lettere, lasciava capire che Fiatoalletrombe l’autoironia non sapeva neanche dove stesse di casa (e su questo punto aveva ragione da vendere). Secondo lei, la donna misteriosa esisteva davvero, aveva fatto strage di cuori e non solo per metafora: era così pericolosa che Raoul e Raffaello preferivano fingere di riderci sopra, pur di starne alla larga.

    Senonché, giunta a questo punto, anche Lu ammetteva di aver paura a fare ipotesi sull’identità della dark lady: c’erano già state due vittime e non ci teneva a essere la terza.

                                                             ***

    Quando Bianca telefonò non mi meravigliai più di tanto. L’ultima volta che era venuta a Milano si era ricordata di me, mi aveva telefonato e aveva promesso di rifarsi viva. Certo, ormai era una celebrità e poteva infischiarsene di una promessa così poco impegnativa, ma ero sicuro che ci fosse ancora qualcosa che ci univa. Non mi aveva ancora detto addio.

    Il telefonò squillò una sera dopo cena. Mi colse mentre facevo zapping alla televisione e cercavo di convincermi che lavare i piatti sarebbe stato un diversivo. L’avventura della pubblicazione era conclusa e io risentivo della depressione post partum.

    Bianca parlò per un’ora. Mi raccontò di Roma, del suo editore, dei critici, dei giornalisti, delle grandi dame che aprivano i salotti a politici, artisti, mignotte e travestiti. Tutte cose delle quali non poteva importarmi di meno, eppure sarei rimasto ad ascoltarla fino alle quattro del mattino soltanto per sentire il suono della sua voce. La sua disinvoltura negli impegni contrattuali era acqua passata. Da quando l’avevo persa di vista nessuno mi aveva più fatto sentire il calore dell’intesa, la sintonia che ti fa condividere toni e sfumature, e ti fa indovinare le espressioni di un viso che parla da seicento chilometri di distanza. 

    “Sto cominciando un altro romanzo, sai? Qui sono tutti pazzi: vogliono romanzi a raffica, e intanto mi sbattono da una presentazione a un premio letterario, a un’ospitata su Telezagarolo. Ma io gliel’ho detto, sai, all’editore: non posso pensare a un romanzo mentre sto davanti a una telecamera con il terrore che mi coli il rimmel fino in bocca! Ho dovuto pestarglielo in testa a martellate, ma sai da dove ti telefono? Da una villa principesca! L’ha affittata per me! Per una settimana, con tre persone di servizio, per farmi rilassare e concepire la scaletta del nuovo romanzo. Cose da Hollywood. Anzi, tientelo per te e non dirlo a nessuno: fra un po’ ci vado davvero, a Hollywood. C’è una casa di produzione che vuole ricavare un film da Turbamento. Mi fanno collaborare alla sceneggiatura e poi, chi lo sa? magari mi stabilisco a Malibu o a Bel Air. Insomma, non lo so, è tutto da vedere. Ma intanto, per restare con i piedi per terra, fra due giorni è finita la pacchia: torno a Roma e presento il progetto di romanzo. Ho buttato giù quaranta pagine di appunti. Domani tiro il fiato. Mi godo questa villa e i dintorni. Però, sai cosa? è stressante anche star soli: a Roma ho sempre intorno centomila persone, qui nemmeno una. Senti, perché non vieni a trovarmi? Fai un salto, dài, che ti costa? Sono cinque o sei ore di macchina, lo so, ma ti giuro che vale la pena: il posto è stupendo, c’è una cuoca che fa da mangiare benissimo…”

    Le chiesi se diceva sul serio e lei rispose: certo che sì.

    Allora d’accordo. Già che c’ero, voleva che le portassi qualcosa?

    “Sì: portami qui Vittorio Fabbri.”         

    “Non mancherò. E dove, esattamente?”

    Me lo disse.

                                                              ***   

    Probabilmente è una considerazione che avete già fatto per conto vostro: la nostalgia è una gran fregatura. Badate bene: non si tratta solo del fatto che, se provate nostalgia, è perché avete capitalizzato qualcosa e l’avete persa. C’è uno strascico crudele: dopo aver sofferto tutto il possibile e l’immaginabile, elaborerete una strategia (basata su solidi principi sociologici, antropologici e filosofici) per fronteggiare le prossime inevitabili perdite, e vi convincerete di essere al sicuro; poi, quando si presenterà di nuovo il caso, scoprirete che le filosofie, sociologie, antropologie, eccetera eccetera, possono servire al massimo per fare bella figura in una discussione al caffè. All’atto pratico, la realtà ci coglie sempre con le braghe calate.

    Successe dalle parti di Bologna, poco prima che l’autostrada cominciasse ad arrampicarsi su per l’Appennino: l’imprevisto mi colse a tradimento. Mi ero sorbettato centonovanta chilometri di interminabile rettilineo oscillando fra la noia e l’imbecillità estatica; poi avevo acceso la radio domandandomi: “Perché non ci ho pensato prima?”. Avevo appena archiviato la domanda, lasciandola senza risposta, quando il deejay smise di cicalare e fece partire la musica.

    Fu un pugno nello stomaco. Era Moon River, e di colpo mi trovai davanti agli occhi Audrey Hepburn, più stupenda, umbratile e selvatica che mai; Audrey e i suoi occhi da lepre in fuga; Audrey senza il becco di un quattrino ma vestita Givenchy; Audrey e il suo modo di chiamare i taxi, i suoi occhiali da sole, il suo bocchino, le sue calze con la cucitura infilate in auto (l’unica scena di film in cui una donna infila le calze senza la minima intenzione di essere sexy, e risulta trasgressiva). Audrey Hepburn non aveva studiato filologia romanza a Salamanca e se fra i suoi amanti c’è mai stato un torero, di sicuro non si trattava del mio povero amico Miguel Angel; ma era lei il modello ideale di Mayte, nel fisico e nello stile, e soprattutto in quel modo unico di essere egoista come una bambina impaurita, capace di calcolare al millimetro i sentimenti altrui e approfittarne.   

    Fu una sofferenza lancinante. Che senso c’era nella mia vita se avevo avuto la viltà di rifiutare quando Mayte mi aveva offerto di viverla con lei? Quell’offerta era una trappola e mi sarebbe costata la pelle, lo sapevo bene. Ma gli anni che avevo gelosamente conservato a cosa erano serviti? Vent’anni fa credere all’amore di Mayte mi avrebbe procurato una coltellata fra le costole; ma se oggi un tir avesse saltato la corsia e mi avesse centrato in pieno, cosa avrebbero scritto sulla mia tomba? Qui giace Vittorio Fabbri, che quando ebbe l’occasione di vivere per davvero si tirò indietro e passò vent’anni a piangersi addosso.    

    Dopo Firenze l’angoscia cominciò a stemperarsi. A Orvieto era diventata melassa. Il sole scese dietro l’orizzonte e il cielo cominciò a imbrunire. Mi fermai in un autogrill, ricuperai un po’ di equilibrio interiore e telefonai a Bianca. Seguendo le sue indicazioni arrivai a Bomarzo e raggiunsi il cancello di una villa. Si intravedevano le luci accese dietro agli alberi di un parco secolare.

    “Ecco: sei arrivato!” cinguettò Bianca nel ricevitore. “Segui il viale fino alla casa. Sono qui sulla porta.”

                                                             ***

    Fu tutto perfetto, o quasi. Le parole, le pause, i silenzi. Come se la realtà avesse varcato una soglia invisibile. Intorno a Bianca c’era qualcosa che avvolgeva anche me con la delicatezza di un sospiro e con la precaria solidità del guscio di un uovo. Mi sentivo al sicuro, nel paradiso terrestre.

    Solo adesso capisco che in quella perfezione c’era un che di stonato. Mentre vivevo la mia unica notte con Bianca non potevo coglierlo, ma quando ci ripenso mi viene in mente una torta piena di guarnizioni e bigné, con uno strano gusto metallico nella panna montata. Era come se quella notte, mentre respiravo il profumo di Bianca, mentre affondavo nella sua morbidezza e sentivo le sue dita muoversi fra i miei capelli, avessi avvertito un presagio.

    La vita è sempre piena di misteri e presagi, e non avrebbe senso se non contenesse la sensazione di profanare un segreto. Il sesso si ridurrebbe alla meccanica dell’accoppiamento se non contenesse l’impressione di squarciare un velo, di mettere a repentaglio qualcosa, senza sapere di che cosa si tratti. Ma quella notte cosa c’era da sapere? Una donna che desideravo da sempre mi aveva chiamato mentre affogavo nella solitudine e mi aveva accolto nel suo letto. Che c’era da discutere? Che c’era da sofisticare?

    I suoi baci erano caldi, umidi, sempre diversi. Le sue labbra erano di una tenerezza infinita, i suoi denti strisciavano sulla mia pelle. I suoi occhi giocavano con l’ombra e avevano espressioni sorprendenti, mai le stesse. Ci muovevamo come nuotatori in equilibrio sul pelo dell’acqua, strofinando corpo contro corpo, scoprendoci con le mani e con la bocca come se avanzassimo insieme nell’ignoto, esplorando territori sconosciuti, con l’incoerente certezza che il futuro sarebbe stato sempre così, sempre nuovo e pieno di scoperte.

    Bianca era Mayte? Era proprio lei? Non potevo saperlo, ma lo credetti intensamente fino a quando il sonno mi chiuse gli occhi, e poi ancora prima dell’alba. Solo al risveglio trovai sulla lingua quel sapore metallico. Era così netto e distinto che seppi immediatamente di che cosa si trattava, anche se erano passati tanti anni: era lo stesso gusto di sangue e acciaio che avevo sentito in bocca quando per la prima volta mi ero trovato davanti a una plaza de toros e non avevo capito cosa fosse.

    Mi alzai dal letto con quel chiodo in testa.  

 

 

 

 

 

 

                                                          19

 

 

 

    Era una sensazione angosciante. La sentii fin dal risveglio, ineludibile come i dieci comandamenti; ma non volevo crederci. Quando si ama è difficile rassegnarsi a non essere corrisposti.

    Se dovessi dire che cosa mi aveva messo in bocca quel sapore metallico non saprei da che parte cominciare. Forse percepivo l’aria di smobilitazione: a pianterreno le persone di servizio stendevano teli sui mobili e aspettavano che ce ne andassimo per chiudere tutto quanto. La settimana di affitto era scaduta e il contratto non prevedeva che ci servissero la colazione.

    Bianca finì di chiudere le sue valigie mentre io facevo la barba. Quando uscii dal bagno annusai nella stanza l’aria inconfondibile di una storia conclusa. Diceva: è finita e non puoi andartene, punto e basta; devi portare a termine l’ultima pratica. Devi renderti conto che l’intruso sei tu.

    La sensazione era sempre più forte e io non sapevo cosa pensare. Perché Bianca mi aveva chiamato? Per farmi vivere una notte di illusioni e farmela pagare con una vita di scorno? Solo lei conosceva la risposta, ma giurai a me stesso che non avrei fatto domande, non le avrei dato questa soddisfazione.

    Terminai di vestirmi e chiusi le mie quattro cose nella borsa. In testa avevo il vuoto pneumatico. Era finita, e non potevo farci niente.

    “Conosci il Parco dei Mostri?”

    Bianca me lo domandò senza voltarsi a guardarmi.

    “So cos’è, ma non l’ho mai visto.”

    “Allora andiamo a far colazione lì.”

    Scendemmo lo scalone con le borse in mano, come ladri in fuga. Bianca era venuta da Roma con una Smart che riusciva a malapena a contenere i suoi bagagli. Mentre la seguivo portando la mia borsa e una delle sue, ripensai a una seicento piccola e scomoda, con i finestrini che scendevano solo fino a metà corsa, e la rividi nella luce fioca dei fanali della calle Toro, a Salamanca, parcheggiata in un angolo buio sul lato opposto alle vetrine illuminate. La sera in cui Mayte mi prese a schiaffi e poi mi disse “ti amo”.

    Seguii la Smart fino a un parcheggio. In piedi, in un bar anonimo, facemmo colazione con caffè e paste di due giorni prima, serviti da un barman scontroso, in mezzo a sfaccendati che ghignavano volgarità in dialetto e ci guardavano in tralice come se fossimo marziani. Non vedevo l’ora di uscire di lì.

    Bianca si avviò verso il parco, passò il cancello e mi introdusse in una Disneyland del Rinascimento: una parata di statue grottesche ognuna delle quali sembrava custodire il segreto di verità cercate senza successo per una vita intera.

    Ci inoltrammo per un viale fiancheggiato dalle erme di creature mitiche. Bianca faceva strada in silenzio. Prese a destra per un sentiero racchiuso da alte siepi e io la seguii fra tartarughe giganti, leoni e furie alate fino a una casa inclinata come la torre di Pisa. Lei si fermò sull’entrata e mi cedette il passo. Io varcai la soglia e persi l’equilibrio. Il centro di gravità si era spostato in un punto che non riuscivo a rintracciare. Tutto era di una semplicità geometrica, eppure l’inclinazione del pavimento, delle pareti, dei gradini, sembrava studiata apposta per confondere. Non c’era un angolo, non c’era una parete che non facesse venire le traveggole. Diedi un’ultima occhiata e uscii barcollando. Bianca mi aspettava con uno strano sorriso sul volto.

    “Notevole, vero?”

    Annuii, senza parole.

    “Le cose non sono mai come sembrano” disse lei incamminandosi verso altre costruzioni grottesche. “Sergio e Giordano sono stati uccisi? Sembra proprio di sì. Ma poi arriva il capomastro Soriano che tira su una casa storta e dice: questa è la verità. Ma è storta, dici tu. Ma sta in piedi, dice lui.”

    Le lanciai un’occhiata poco convinta. 

    “Nessuno aveva da guadagnare dalla morte di Turchetti” buttai là. “Soriano ha archiviato l’indagine perché mancava il movente.”

    Era l’argomento che avevo adottato anch’io per non pensarci più.

    “Scherzi? Moventi ce n’erano a bizzeffe. Uno qualunque dei tristeri può averlo ucciso per gelosia, per paura di ciò che conteneva il suo ultimo libro, o per un motivo che la Polizia non è riuscita a scoprire.”

    “Vuoi dire che l’assassino potrebbe essere uno di voi quattro?”

    Mi guardò con una espressione strana, a metà fra irritata e divertita.

    “Come fai a dire che i tristeri erano quattro? Perché l’ha detto Raoul. E se Raoul ne avesse dimenticato qualcuno?”

    “Ce n’erano altri? Ma quanti eravate?”

    Rispose in tono seccato, definitivo.

    “Non ne ho idea. Alle riunioni nessuno ha mai detto: bene, ci siamo tutti.”

    Eccomi servito. Anche dopo le ultime rivelazioni il Tristero restava un oggetto misterioso. Più ci pensavo e più l’intera faccenda mi sembrava senza senso.   

    “Tutta questa storia è inverosimile. Se nel Tristero c’era qualcun altro e Raoul lo sa, tacendo diventa complice. Ma se avesse voluto coprire qualcuno, non avrebbe rilasciato l’intervista. Perché correre rischi? Basta che Soriano abbia un sospetto…”

    “Quali sospetti? L’inchiesta è archiviata.”

    Avevamo superato la statua di un elefante e guardando avanti intravedevo fra gli alberi il faccione gigantesco di un orco. Bianca aveva sul viso quell’aria insopportabile che hanno le donne quando pretendono che tu intuisca ciò che loro non vogliono dire. Aveva qualcosa sulla coscienza? Non volevo crederlo. Non volevo pensare a delitti e menzogne. Ma intuivo che stava allontanandosi da me. Ecco cosa dovevo capire: Bianca stava per dirmi addio. Mi aspettava un futuro di solitudine. 

    “Qualcuno ha scritto il falso commento con la soluzione dell’omicidio nella stanza chiusa. Stai pensando che potrei averlo fatto io, vero?”

    Sorrise senza allegria. Io non seppi cosa rispondere. L’avevo pensato eccome, insieme a cento altri dubbi che lei non provava nemmeno a dissipare. Anzi, li tirava fuori a bella posta. Ma perché? Per provocarmi. Per litigare. Sì, doveva essere così: Bianca mi aveva fatto venire a Bomarzo perché voleva togliersi uno sfizio, o per darmi un contentino, e adesso cercava la lite. Per dare un taglio alla storia. Perché non mi montassi la testa.

    “Non penso niente” dissi staccando le sillabe. “Turchetti non è stato picchiato, ferito o avvelenato. Ha fatto tutto da solo e ha avuto un collasso.”

    Bianca scosse la testa come se avessi detto un’intollerabile idiozia.

    “Chi, Giordano? Figurati! Nell’intimità era prude come una verginella. La messa in scena in cui l’hanno trovato è inverosimile e chiunque capirebbe che è un omicidio. Ci sono veleni che vengono metabolizzati in pochi minuti e non c’è esame di laboratorio che possa rintracciarli. Lo so io, lo sai tu e lo sa anche Soriano. E poi: sul fermaglio della chiave di Turchetti c’erano due nodi di filo di nylon. È evidente che l’assassino aveva fatto le prove e chi ha scritto il commento firmandolo con il nome di Sergio lo sapeva. Aveva visto i nodi. O li aveva fatti. E Sergio, dimmi un po’, perché avrebbe dovuto suicidarsi? Proprio quando stava per pubblicare un best seller? Qui sì che manca il movente.” 

    Giusto. Ma che ne sapeva lei delle abitudini sessuali di Turchetti e di cosa passava per la testa di Viganò? Che ne sapeva di quei nodi? Io non ne avevo parlato con nessuno.

    Ascoltavo le parole di Bianca, scrutavo il suo volto, e non riuscivo a concentrarmi. Lei ragionava, io affondavo nelle sabbie mobili dei sentimenti. Forse, cercando di ferirmi, colpiva a caso. Non era importante ciò che diceva, ma dove voleva arrivare. Aveva il tono di chi chiude i conti: stava per lasciarmi e voleva assicurarsi che io avessi capito.

    “Dimmelo, Vittorio: tu c’entri in qualche modo con gli omicidi?”

    Mi sentii come una bestia al macello.

    “Non hai bisogno di arrivare a questo, Bianca.”

    “Perché no? Tu come fai a dire che non sono stata io?”

    Riprendemmo a passeggiare in silenzio fra statue grottesche, tempietti e ninfei. Ma non parlammo più. Bianca taceva, io non riuscivo a trovare le parole. Poi, all’improvviso, rividi l’ingresso del parco in fondo al sentiero e mi sentii perduto: stavamo per scambiare le ultime parole e dovevo ancora dirle tutto.

    “E va bene” sbottai, “nessuno di noi è completamente libero dai sospetti. Tu potresti avere avuto dei problemi con Turchetti…”

    “Ah lo sapevi? Sì, abbiamo avuto una storia.”

    “Potresti averlo ucciso tu. Magari insieme a Sergio, e poi tra voi due potrebbe essere successo di tutto.”

    Non aprì bocca, l’espressione del suo viso non cambiò. Come se non avessi detto niente di sorprendente, come se tutto fosse già stato calcolato, soppesato, messo in conto. Aveva qualcosa nello sguardo che sembrava studiato apposta per farmi perdere la calma. E taceva.

    “Potresti avere avuto le chiavi dell’appartamento di Turchetti. E anche quelle della libreria, della porta di servizio.”

    Alzò le spalle e confermò:

    “Ma sì, sarebbe stato facile con tutti e due, Giordano e Sergio. Avrei potuto ucciderli e andarmene lasciando le porte chiuse dall’interno. Ci hai pensato, eh?”

    Ecco fatto. Non mancava niente.

    “Sì. Ci ho pensato. Ma non ci credo. Non voglio crederci. Non voglio passare il resto della vita a domandarmi se ho amato un’assassina.”

    Rimase senza parole. Mi guardò come se fosse stata sul punto di somministrare un colpo di grazia e non fosse riuscita a vincere la ripugnanza. Ma si riprese.

    “Domani cambierai idea” disse, con un certo sforzo. “Penserai che ti ho messo in tasca di proposito le chiavi di casa mia perché avevo progettato di inguaiarti. Penserai che sono rientrata a Milano di nascosto, ti ho spiato e ho chiamato i vigili quando sei entrato nel mio appartamento. Penserai che sono stata io a mandare email e bigliettini, a fare telefonate anonime.”

    Tacque, come se aspettasse qualcosa da me. Ma non dissi niente. Non ci sarei riuscito. Senza rendermene conto continuavo a far segno di no con la testa. Quella non poteva essere la realtà. Non volevo che lo fosse.

    “Avanti, chiedimi se sono un’assassina” ringhiò. “Qualunque cosa ti risponda non riuscirò mai a convincerti, non lo capisci?”

    Si avviò verso l’uscita, come se avesse deciso che non valeva la pena di continuare. Ma si voltò. Tornò sui suoi passi. Si fermò davanti a me, tenendo le distanze, e sul volto aveva un’espressione seria, quasi cupa. I suoi occhi fissavano il mio mento, o il mio collo, ma non salivano fino agli occhi.

    “Cerca di odiarmi” disse sottovoce. “Sarà meglio per tutti e due.”

    Alzò le spalle e indietreggiò di un passo.

    “È finita, capisci? Turchetti e Viganò sono morti. Il Tristero è sciolto.”

    Un altro passo.

    “Io ho raggiunto il successo e tu non sei più un pericolo.”

    C’era qualcosa nella sua voce, un’intonazione diversa, quando mormorò:

    “Forse non lo sei mai stato.”

    Finalmente sollevò gli occhi fino a incontrare i miei. Fu un lungo sguardo in fondo al quale scorsi qualcosa che non mi aspettavo: un’ombra di tenerezza. Era tutto ciò che restava di un’altra occhiata, quella che mi aveva fatto innamorare vent’anni prima, a Salamanca. Bianca girò sui tacchi e si avviò. Avrei voluto che non arrivasse mai all’uscita. Rimasi immobile sperando che si voltasse, che mi facesse vedere il suo sorriso. Ma lei attraversò il cancello e sparì.

                                                              ***

    Non so per quanto tempo restai lì, nella villa dei mostri, con la mente vuota. A un certo punto mi riscossi, uscii dal parco e salii in macchina. Le vie erano diverse da come le avevo viste la sera prima, ma una specie di pilota automatico mi aiutò a trovare l’autostrada. Guidai senza far caso al paesaggio che mi correva incontro. Avevo la testa piena di pensieri confusi. Cosa avrei fatto per il resto della vita? Valeva ancora la pena di stare al mondo? Ma forse questa strana vicenda aveva un senso: ero ancora vivo perché a modo suo Mayte/Bianca mi aveva amato. A Salamanca, dove ero un bersaglio facile, non mi aveva tolto di mezzo. A Milano mi aveva scritto di un destino favorevole in vista, mi aveva messo in guardia con il messaggio della sibilla, mi aveva avvisato, minacciato, fatto arrestare, per non dovermi uccidere. Aveva corso un rischio per me?

    Non l’avrei saputo mai. La vita non si preoccupa di offrire controprove e i misteri esistono davvero. Sono lì, semisepolti nella memoria, senza spiegazioni, e per tirare avanti non troviamo di meglio che mentire a noi stessi. La polizia aveva dato la sua versione della morte di Turchetti e Viganò, i magistrati avevano sancito il verdetto. Chi poteva metterlo in dubbio? La cosa più probabile era che Turchetti avesse avuto un collasso e che Sergio si fosse suicidato.

    E io come uscivo da quest’altra disavventura? In fondo all’autostrada c’era un futuro di solitudine, in una città piena di smog d’inverno, afa d’estate e melanconia per tutto l’anno. La mia storia personale era piena di cambiamenti, eppure non sono mai riuscito a tagliare con il passato, non ho mai imparato ad accettare la realtà così com’è, con le sue zone d’ombra. La mia vita è segnata da qualcosa di mai chiarito. Non avrò pace finché non tornerò in Spagna.

    L’autostrada scorreva nel parabrezza. Alle mie spalle una nube livida come l’autunno ingrandiva sull’orizzonte e sembrava un’onda gigantesca pronta a sommergermi. Accelerai meccanicamente, come se l’affanno che mi bloccava il respiro non fosse un nodo in gola, ma un vento che alzava paglia e polvere, ansimava burrasche e mi inseguiva per trascinarmi con sé.      

                                                TERZA PARTE

 

 

 

    Ho gli occhi chiusi, ma non sono più immerso nel sonno. Le palpebre sono serrate come se pesassero una tonnellata, come se avessero deciso di restare incollate per sempre. Eppure qualcosa è cambiato: sto tornando al di qua di un confine che non riesco a distinguere. Sono al buio. Sono al buio e penso. Penso che vorrei riaddormentarmi. Penso che ho perso il filo di ciò che stavo sognando e non so come ritrovarlo. Penso che dovrei inventarmi un altro sogno oppure svegliarmi del tutto, uscire di casa, tornare a vivere nella realtà. Penso che prima o poi lo farò, ma per adesso il buio e il tepore mi trattengono in questa terra di nessuno dove abita un mistero. Il solito mistero di tutta la mia vita.

    C’è una donna qui con me. Non so bene dove, ma è qui, da qualche parte, e ho un bisogno disperato di sentire il suo corpo contro il mio, di compenetrarci e diventare una carne sola. Non è impossibile. La conosco da tanto tempo e so che può anche lasciarsi andare, sognare con me. È successo, qualche rara volta. Nella nostra guerra personale ci sono stati anche momenti di tregua.

    Faccio per andarle incontro, e mi sveglio del tutto.

    Ormai ho varcato la porta della notte, ma schiudere le palpebre è faticoso. È come alzare una saracinesca arrugginita. Quando finalmente riesco a puntare lo sguardo, mi sento smarrire: la luce pittura di bianco il muro di fronte a me. È tutto ciò che vedo. La testa affonda nel cuscino come se pesasse un quintale. Non riesco a muoverla e i miei occhi restano fissi su una superficie bianca uniforme, che mi dà un senso di gelo. Provo ad alzare il braccio destro: è come manovrare una gru enorme, che si sposta con la goffaggine di un trampoliere.

    Da quanto tempo mi trovo qui, in questo letto? Sono debolissimo. L’idea di muovere la testa mi fa paura: potrei non avere le forze per riportarla nella posizione di partenza. Giro gli occhi da destra a sinistra e poi dall’alto in basso. Vedo solo il soffitto e la parete di fronte a me. Hanno il colore del ghiaccio, come la banchisa polare. Cos’è questo, un ospedale? Sta’ a vedere che mi sto riavendo da un’operazione. Che cosa mi è successo? Non lo so. Non ricordo più niente! Ma è stato senz’altro qualcosa di grosso: sono troppo debilitato. Mi par di avere aria al posto dei muscoli. Devo essere digiuno da settimane. 

    Provo a chiamare aiuto, ma la voce è un gemito che incespica nella gola e non ce la fa a uscire dai denti. Sono così sfinito che mi pare di essere morto e risuscitato. Chissà se gli animali che si svegliano dal letargo si sentono così. Magari quando arriva la primavera credono di rinascere, di vivere un’altra vita. E non ricordano niente della vita precedente. Ecco: sono un orso al risveglio. Non so dove mi trovo; come mi chiamo, da dove vengo. Sono stanco morto, come se avessi scalato l’Everest. Non che abbia mai fatto un’ascensione – almeno non mi pare – ma sono così fiacco che mi prude il naso e non penso nemmeno a grattarlo. Ho dimenticato di avere le braccia. Mi rassegno a sopportare il prurito.

    All’improvviso mi sento affondare in un lago di paura: non è possibile che tutto questo sia normale. Sono stanco come se avessi lavorato la terra per un giorno intiero, e invece non mi sono mosso. Ho un ronzio nelle orecchie e lo sguardo che si perde nel bianco cereo del soffitto. Oh Dio! E se questo fosse l’ultimo risveglio prima della fine? Quando l’organismo sente di essere a un passo dalla morte spara in un colpo solo le ultime cartucce. Se è così, se ho esaurito le ultime riserve di energia, il battito del cuore si fermerà da un momento all’altro e tutto sarà finito in un attimo.

    Ma forse no. Chissà se gli orsi, quando si risvegliano dal letargo, credono di essere sull’orlo della morte?

                                                               ***

    Si apre una porta e sembra che sbatta con un fracasso infernale. Cosa succede? Sono disorientato, confuso. Ho l’impressione di sbucare nel mondo dopo un lungo annaspare in un cunicolo buio. Due inservienti piccole di statura, con volti dai tratti sudamericani, entrano e cominciano a passare lo straccio sul pavimento: le vedo scuotere la testa, le sento bisbigliare, ma non capisco neanche una parola.

    Poi arriva un’infermiera. Traffica con la colonna della flebo. Non mi guarda in faccia. Finge di non sentire che sto domandando dove sono, cosa mi è successo. Forse la mia voce è troppo flebile, ma non vede le mie labbra che si muovono? Non prova neanche a domandarmi se ho bisogno di qualcosa? Dovrebbe essere l’angelo dei malati. Bell’aiuto che mi dà. E i dottori che fine hanno fatto? Ne avessi visto uno!

    Di nuovo sento affondare la testa nel cuscino. Mi ero sollevato? Non credo. Non ne avrei avuto la forza. Che situazione assurda! Non capisco cosa succede intorno a me, nessuno mi dice niente e io non riesco a comunicare. Da quanto tempo sono qui? Non lo so, accidenti. Non lo so! 

                                                              ***

    È passato del tempo, non chiedetemi quanto. Non ho tenuto il conto delle notti. In compenso, mangio, bevo, ho ripreso buona parte delle funzioni vitali. Ma ogni tanto cado in un torpore così profondo che mi fa paura, e quando mi sveglio avrei voglia di inginocchiarmi a baciare la terra.

    Oggi è venuta un’infermiera spingendo una carrozzina. Insieme a lei c’era un tipo tarchiato, con una faccia da brigante o da buttafuori di night club, che è quasi lo stesso. L’infermiera ha tirato indietro coperta e lenzuolo, e Maciste si è curvato su di me. Aveva lo sguardo di un macellaio quando taglia le fettine. Mi ha infilato un braccio sotto le cosce e l’altro dietro la schiena, mi ha sollevato di peso mentre io avevo il mio daffare a tenere il collo dritto, per non far ciondolare la testa. Maciste ha fatto un passo indietro e un mezzo giro sui tacchi. Mi ha deposto sulla carrozzina. L’infermiera mi ha sistemato una coperta sui ginocchi. Nessuno dei due ha aperto bocca. Poi non li ho visti più e la carrozzina ha cominciato a muoversi.

    Avevo mal di testa – ce l’ho quasi tutti i giorni – e la solita fitta nella gamba sinistra. Ma la mia unica preoccupazione era tenere il busto eretto. Non potevo sopportare di essere portato in giro su una sedia a rotelle dondolando di qua e di là, sballottato come un pupazzo. Perché non me ne avevano parlato? Perché non mi avevano preavvisato? Mi sarei preparato all’idea di uscire in pubblico. Avrei fatto qualche prova per trovare una posizione accettabile. Maledizione! Più si è impotenti, più si vorrebbe essere dignitosi.

    Ma volevo anche uscire dalla stanza, vedere se il mondo esisteva ancora. Per quel che ne sapevo poteva pure essere sparito.

    A spingere la carrozzina doveva esserci l’infermiera. Non l’ho vista, non l’ho sentita parlare, non ho avvertito odore di alcool o profumo di colonia. Ma penso che, se alle mie spalle ci fosse stato Maciste, me lo sarei sentito incombere sulla testa. No, non era lui. La carrozzina avanzava. Io ero concentrato sul busto e cercavo di stare dritto. Mi aggrappavo con le mani ai braccioli, ma avevo l’impressione che i miei muscoli fossero fatti di chewing gum masticato, quello che ad ogni morso diventa sempre più rigido e amaro, e lo tieni in bocca solo per il tempo necessario a trovare dove sputarlo senza essere visto.

    Non ricordo se nel corridoio abbiamo incrociato altre infermiere, altri pazienti. Immagino di sì, e spero di aver tenuto il busto dritto. Nella cabina dell’ascensore l’infermiera è rimasta alle mie spalle in silenzio. Uscendo a pianterreno, un sobbalzo mi ha colto di sorpresa e mi ha proiettato in avanti. Ho avuto paura di ruzzolare sul pavimento. Invece mi sono ritrovato miracolosamente con il busto eretto. Forse l’infermiera mi ha trattenuto e io non me ne sono accorto?

    Abbiamo percorso un altro corridoio fino a una porta a vetri, abbiamo evitato i gradini passando su uno scivolo e siamo usciti in un parco. Appena varcata la soglia mi è piovuto addosso un profumo fortissimo, un profumo che conoscevo, e mi sono detto: non può essere inverno, sono fioriti i tigli. E improvvisamente mi sono reso conto del blackout: cos’erano i tigli?

    Il mal di testa andava e veniva, come le interferenze nei collegamenti radio di una volta, quando ero piccolo: “Qui Nuova Yo… gragragra… arla Ruggero Orlando”. Non era assurdo ricordare Ruggero Orlando e aver dimenticato cosa sono i tigli? Pensate un po’: i tigli! Ricordavo il nome, riconoscevo il profumo, ma non sapevo dire se fossero fiorellini di prato o piante enormi come i baobab. La memoria era un tubo chiuso da un rubinetto, da una valvola a farfalla circondata da un anello di gomma. 

    Le ruote saltellavano su un sentiero lastricato dove stare ritto era difficile. Temo di aver ciondolato e sobbalzato parecchio, e se qualcuno mi ha visto non avrò fatto una bella figura. La carrozzina ha raggiunto un lungo parapetto e l’ha costeggiato per un po’, ma io guardavo dall’altra parte. Guardavo il parco. Cercavo di capire quali erano i tigli.

    Qualcuno ha parlato alle mie spalle. Dal tono, sembrava una domanda. Qualcun altro ha risposto con un mugolio indistinto. Non ho nemmeno provato a girarmi. Poi la carrozzina si è fermata e io sono rimasto lì, a odorare il profumo dei tigli. Era piacevole, mi dava la sensazione di essere sull’orlo del passato, anche se non riuscivo ad andare oltre. Guardavo l’erba, i fiori, gli arbusti, gli alberi, e non mi raccapezzavo. Sentivo che “erba”, “fiori”, “alberi”, erano immagini familiari, ma non sapevo associare a ciascuna immagine il suo nome. Anche “parco”, “giardino”, “bosco” erano parole senza contenuto: le conoscevo, suonavano come già sentite, ma erano soltanto suoni, come succede quando si ripete una parola tante volte, finché il suono prevale sul significato.

    Lo stesso problema degli alberi e degli arbusti l’avevo anche per moscerini e insetti: tutti senza nome. E così pure gli uccelli che saltavano da un ramo all’altro. Ho visto anche uno scoiattolo. Quello l’ho riconosciuto! Si è arrampicato su un tronco ed è sparito. Intanto si era alzato un filo di brezza, il profumo dei tigli andava e veniva, e io sono rimasto per chissà quanto tempo a guardare le piante a una a una, allungando il collo. Se qualcuno mi ha visto, deve aver pensato che ero stralunato come un gallinaccio.

    Poi, il panico. Sono solo, me ne rendo conto all’improvviso, ed è come perdere l’equilibrio. Provo a spingere le ruote della carrozzina, e non ci riesco: forse sono bloccate. O sono io che non ho forza nelle braccia? Chiamo aiuto, ma la voce resta bloccata in gola. Un idraulico carogna mi ha infilato un pugno di stoppa nel tubo della trachea e, più insisto a spingere la voce, più il nodo diventa un tappo, si incastra, si chiude. Sono abbandonato in un posto dove non passa mai nessuno, fra poco scenderà la notte e se non morirò per l’affanno prenderò una polmonite. Vogliono sbarazzarsi di me? Ma perché? A chi do fastidio?

    Mi volto a guardare da dove sono venuto. Il vialetto è vuoto. Cerco ancora di gridare. La gola è sempre chiusa: il maledetto tappo è ancora incastrato nella strozza. La fitta nella coscia è sparita, ma sono sparite anche le gambe: non le sento più. Mi sembra di sprofondare nel buio. Annaspo come se stessi per affogare. E proprio in quel momento scoppia un flash.

    Uno schiocco, un botto, un rotolare proiettato in avanti. Sono imprigionato a testa in giù dietro a un parabrezza infranto, in un’auto mezza rovesciata, con la cintura di sicurezza che mi taglia il collo. Il cuore batte come se volesse uscire dal petto e io penso: basta, basta davvero, stavolta è proprio finita. Come un condannato alla ghigliottina, immobilizzato in attesa di sentir calare la mannaia, mi costringo a pensare che, tanto, morire prima o poi ci tocca.  

    Eh già: la morte è un debito che non si può fare a meno di pagare, una cambiale che può andare all’incasso fra vent’anni o fra un attimo. Ci coglierà mentre saremo occupati in qualcosa di futile, ci farà credere di aver buttato via tutte le occasioni dell’unica vita che avevamo a disposizione e ci farà sentire colpevoli. Come se ciò che facciamo o pensiamo negli ultimi istanti potesse controbilanciare le porcherie di una vita intera! 

    Insomma, mi par di capire che sono rimasto coinvolto in un incidente stradale ma la mannaia non è ancora scesa e io sono ancora vivo. Il respiro torna regolare. Guardo a terra e conto i fili di un ciuffo d’erba. Una formica sbuca di sotto a una foglia rinsecchita. Il battito del cuore si è calmato. Alzo la testa, do un’occhiata oltre il parapetto.

    E vedo il mare.

                                                               ***

    “Rientriamo. Comincia a rinfrescare.”

    L’infermiera spinge la carrozzina all’indietro, manovra per tornare da dove siamo venuti. Torno a traballare sul vialetto lastricato. Quasi quasi mi dispiace lasciare il posto dove ho combattuto contro le mie paure. Se ho vinto o perso non lo so, ma finché da uno scontro si esce vivi non può essere andata troppo male.

    Rifacciamo il percorso verso l’edificio. Lungo la strada una donna mi osserva con un’espressione torva, come se fossi la carogna di un animale schiacciato dal traffico e abbandonato sull’asfalto in mezzo alla carreggiata. L’infermiera le dice parole che non afferro, e continua a spingere. Le ruote sobbalzano. Mi aggrappo ai braccioli. Sarà soltanto un’impressione, ma mi pare di avere più forza nelle braccia e di tenere il busto eretto.

    Stavolta non prendiamo l’ascensore. Entriamo in un ambulatorio a pianterreno, un corridoio spoglio e in penombra. Dietro la porta c’è un uomo seduto alla scrivania. Non sono sicuro di conoscerlo, ma lui mi saluta con la familiarità di chi si rivolge a un cliente abituale.

    “Come va?”

    Non rispondo. Non so. Cosa dovrei rispondere?

    “Ha ritrovato qualcosa che credeva di aver dimenticato?”

    Be’ no, accidenti. I tigli non li ho proprio trovati.

    “Ho visto il mare.”

    “Il mare. Certo. E come le è sembrato?”

    Come mi è sembrato il mare? Mi è sembrato quello che è, quello che deve essere, quello che ci si aspetta che sia. Il mare è il mare. 

    Taccio. Lui mi guarda con l’aria di dire: ci deve essere dell’altro.

    “Il mare potrebbe averle ricordato qualcosa. Una gioia, una soddisfazione. Oppure uno spavento.”

    Uno spavento? L’incidente. Bum! Un salto. Sballottato come in una centrifuga. Crash! E poi ancora crash. Quello è stato uno spavento.

    “Un colpo… Il parabrezza scheggiato… Nel fosso…”

    “Ecco: l’incidente.”

    Silenzio. Il suo sguardo mi pesa addosso; è evidente che si aspetta qualcosa da me, ma non so proprio cosa dovrei dire. Questo dottore ha qualcosa di sconcertante: sembra che faccia apposta a irritarmi. Taccio, perché non so cosa dire; ma lui come la prenderà?.

    “Provi a mettere ordine nelle sensazioni” dice lui. “La macchina funziona, il tempo è buono, tutto è normale. Poi sente un colpo, il parabrezza si incrina, l’auto esce di strada e si ribalta. Giusto?”

    Annuisco. In realtà, tutto ciò che ricordo è un’immagine fissa: quella del sottoscritto imprigionato dentro a un’auto rovesciata. Il resto, la sequenza dei fatti, è ciò che mi figuro. Ma immagino che, più o meno, le cose siano andate come dice il dottore. Annuisco ancora.

    “Bene. Proceda passo passo: lei sta guidando in autostrada. È una bella giornata, il traffico è normale. Ci siamo? Cerchi di ampliare i contorni. L’auto è sua? La guida lei?”

    “Credo… Non lo so.”

    “Torniamo alla strada. Sta passando sotto un cavalcavia?”

    Accidenti, non riesco a ricordare! Più ci penso e più vado a sbattere in quella dannata sensazione di blocco. Non so cosa fare. Ho l’impressione di non poter più andare né avanti né indietro. Sono scoraggiato.

    “Ricorda da dove viene? O dove è diretto?”

    Vorrei dire di no, ma non riesco nemmeno ad articolare le parole. Fra il cervello e la gola c’è un tubo ostruito. Il tappo, maledizione. Ancora il tappo.

    “E quel colpo, cosa può essere stato? Un sasso? Un colpo di arma da fuoco?”

    Vorrei parlare ma non ci riesco. Boccheggio, mi dibatto. La voce non vuol saperne di uscire. Gesticolo, ma non riesco a esprimermi… Oddìo, sto facendo la figura del pazzo: non so neanche cosa dire!

    “Va bene, va bene così. Non si sforzi. Oggi ha già fatto un progresso. Piccolo, ma importante. Le riduco le dosi dei farmaci. Vedrà che la memoria tornerà. Una volta sbloccati, i ricordi aumentano in modo esponenziale.”

    Non sono sicuro di aver capito. Stavo pensando ad altro.

    “Spagna” dico.

    Lui si illumina in viso.

    “Spagna? Stava rientrando da un viaggio in Spagna?”

    Lo guardo smarrito. Non so neanche cosa ho detto e perché l’ho detto.

    “L’incidente è avvenuto sull’autostrada Milano-Laghi, in direzione Milano. Lei veniva dall’aeroporto? Era rientrato da un viaggio in Spagna?”

    Resto in silenzio. Non devo avere l’aria molto intelligente, me ne rendo conto.

    “Adesso non si sforzi. Vedrà: i ricordi torneranno da soli” dice lui, gioviale. “Le farò dare carta e penna. Prenda nota di tutto ciò che ricorda del suo passato. Qualunque cosa, anche se le sembra insignificante. È un esercizio utilissimo.”

    Faccio segno di sì. Lui si alza, fa il periplo della scrivania e viene a stringermi la mano. Poi chiama l’infermiera e ci accompagna alla porta.

    “Sono contento dei suoi progressi. Molto contento. Ci rivediamo fra qualche giorno.”

 

 

 

                                                           2

 

 

 

    Lo psichiatra aveva ragione. In pochi giorni tutto è cambiato. Il passato, che prima era buio come una bocca di pozzo, è diventato uno schermo gigante suddiviso in tante finestre. Parecchie sono ancora buie, ma in qualcuna compaiono immagini, fisse o in movimento come spezzoni di un film. Non sono tutti film in cui ero interprete o regista: di certe immagini posso dire soltanto che mi sembrano familiari, ma non so se le ho viste di persona, o in fotografia, o magari in sogno. Riconosco gli edifici in cui ho studiato: elementari, liceo, università, e gli uffici in cui ho lavorato. Li ricordo, ma non riesco a metterli in ordine cronologico: è come se si riferissero tutti allo stesso giorno, alla stessa città. Il mio passato mi sembra piatto, tutto uguale, e ugualmente privo di senso. 

    Ma non c’è da preoccuparsi, dice lo psichiatra: secondo lui ho già fatto progressi enormi. A mo’ di premio mi consegna la mia carta di identità. Leggo il nome: Vittorio Fabbri e improvvisamente mi rendo conto che, sì, è un nome che affiora nella memoria. E la foto è la mia. Lo so perché ormai da qualche giorno, alla mattina, mi guardo nello specchio e ho imparato a riconoscermi.

    Anche questo è stato un piccolo choc: avevo dimenticato la mia fisionomia. Quando mi sono rivisto per la prima volta nello specchio ho temuto che il mio spirito fosse trasmigrato nel corpo di qualcun altro. Ma è meglio che non lo dica a  nessuno: potrebbero pensare che ho perso la ragione.

                                                           ***

    Lo psichiatra deve essere davvero soddisfatto dei miei progressi: mi ha raccontato cosa è successo dopo l’incidente, quando sono svenuto. Qualcuno ha visto la macchina rovesciata e ha chiamato un’ambulanza. Ma ci sono voluti i vigili del fuoco per estrarmi dall’abitacolo. Commozione cerebrale, tre costole rotte, pneumotorace, milza lesionata, femore e rotula sinistra fratturati. Ho subito un intervento alla milza e al polmone perforato, la riduzione delle fratture e l’ingessatura. Sono rimasto in coma farmacologico per due settimane. Poi il chirurgo ha sciolto la prognosi, sono state ridotte le dosi dei farmaci e ho ripreso conoscenza. In queste condizioni, un’amnesia non era proprio niente di strano. I medici se l’aspettavano. Ma adesso è affiorato un ricordo, il cervello ci si è aggrappato e, partendo di lì, ricostruirà tutta la mia vita. Non smetterà di ricuperare episodi e concatenarli. La miglior terapia è il tempo.

    “Il ricordo che ha sbloccato la sua memoria ha a che fare con la Spagna. Probabilmente è qualcosa che le occupava la mente in quel momento, quando è uscito di strada. Lei non lo ricorda perché l’incidente le ha provocato un blocco emotivo: il suo cervello non associa le emozioni ai fatti, quindi li ritiene irrilevanti e li rimuove. Lei ha bisogno di ricuperare la vita emotiva. Riprendere contatto con gli esseri umani le farà provare dei sentimenti e rivivere delle emozioni. Sorpresa, per esempio. Paura. Rabbia. Simpatia. Le emozioni risveglieranno i ricordi. Li annoti così come affioreranno alla memoria. Senza fretta: a poco a poco ricostruiremo le fasi dell’incidente, scopriremo che cosa l’ha mandata fuori strada ed elimineremo il blocco.”

    Sarà come dice lui, ma non è mica facile annotare i ricordi. Mi vengono in mente solo immagini scollegate. Quanto tempo ci vorrà per capire se sono cose successe davvero o se sono sogni, desideri, aspirazioni mai realizzate? Forse non ci riuscirò. Ma ci provo. Con la penna in mano mi sento più sicuro e, una volta preso l’avvio, scrivo senza interrompermi, come sotto dettatura.

    Però faccio certi strafalcioni! Errori di ortografia che neanche un bambino di seconda elementare. Quando rileggo mi vergogno tanto che mi viene da piangere. E allora penso che, dopo tutto, ho picchiato la testa: sarò mica diventato scemo?

    “Dottore…”

    “Dica.”

    “Cosa sono i tigli?”

                                                           ***

    All’ultimo piano della clinica c’è una sala con una vetrata panoramica. Credo che serva per tenerci delle conferenze ma, da quando sono qui, di conferenze neanche l’ombra. Oggi sono salito quassù, con l’ascensore naturalmente, perché piove e di uscire in giardino non se ne parla. Da qui posso vedere il libeccio che porta nuvole di tanti colori, dal giallo sabbia al viola melanzana. Anche il mare è pieno di colori diversi: li vedo irrompere uno nell’altro come una folla che infrange i cordoni della polizia e sciama in tutte le direzioni, stupita di non incontrare più resistenza. Guardo cielo e mare, e mi sento piccolo. Sono ancora in carrozzina, ma non sono più così maledettamente debole come al risveglio dal coma: adesso riesco a spingere le ruote. Ho anche una certa scioltezza di movimenti. Giro nei corridoi, prendo l’ascensore, saluto tutti quelli che incontro. Lo psichiatra mi ha ordinato di socializzare.

    Ma in giorni come questi, quando piove e tira vento, i medici e le infermiere sono taciturni, i pazienti scontrosi. Diciamo la verità: anch’io non sono mai stato molto socievole e non posso farne una colpa agli altri. Sto qui in terrazza, al riparo della vetrata e guardo il panorama. A ponente, un promontorio mantiene ridossato un buon tratto di costa. Le onde che vengono da sudovest agitano la baia di riflesso, la dividono in chiazze spumeggianti che si mescolano come verdura in un frullatore. A terra, palme e pinastri stormiscono sotto le raffiche. Le infiorescenze dei tigli – adesso li riconosco, finalmente – si sfanno e cadono al suolo, appesantite dalla pioggia.        

    Io non so cosa ci può essere in questo paesaggio che mi ricordi la Spagna. Eppure la Spagna mi torna sempre in mente. Tigli, laggiù, credo di non averne mai visti. Ce ne sarà magari qualcuno nel parco del Retiro o sulle pendici dei Pirenei, ma non ci ho mai fatto caso. Ecco: ormai con la mente sono tornato sulla meseta. Quel posto deve aver significato qualcosa per me.

                                                              ***

    Qualcuno ha detto che non bisognerebbe mai tornare dove si è stati felici. Ma io sono stato felice in Spagna? Non lo so e forse è meglio che non lo sappia. Fateci caso: se progettate un viaggio di ritorno in un cosiddetto luogo dell’anima, per quanto proviate a ripercorrere fatti, luoghi e pensieri, non riuscirete a dire: ecco, questo è il momento in cui sono stato felice! In realtà volete tornare laggiù perché assurdamente sperate di essere ancora in tempo per afferrare una felicità che all’epoca vi siete lasciati sfuggire. Ricordate mille cose insignificanti e vi pare che una (ma quale?) potrebbe contenere la chiave di tutto. Oppure ricordate il volto di una donna. E questo è fuorviante, perché una donna speciale, la donna della vita, puoi incontrarla dovunque. È lei che fa la magia, non il luogo.

    No, quando vi mettete in viaggio per tornare in un posto dove avete passato un periodo importante della vostra vita, ricordate cose, paesaggi, persone che non potrete ritrovare così com’erano: sono mutati, non li riconoscerete, vi deluderanno. Di alcuni vi domanderete com’è possibile che a suo tempo e per tanti anni nel ricordo abbiano significato tanto.

    Il fatto è che, anche se ogni cosa fosse rimasta com’era, siete cambiati voi. Per rintracciare quel che cercate dovreste ricuperare voi stessi come non siete più. Lo sapete, ma contro ogni logica vorreste tornare indietro nel tempo per ritrovare il mondo di tanti anni fa, come è rimasto fisso nella memoria. E così arrivate, scoprite che tutto è cambiato e ci rimanete male. Sentite la mancanza di cose delle quali avreste giurato che non ve ne importava un accidente: cose come i pini davanti alla plaza de toros di Salamanca, o l’atmosfera del barrio intorno allo stadio Santiago Bernabeu, o la marisqueria dove avete gustato mejillones en salsa ria con un ottimo vino ribeiro. Cose così. Sensazioni fissate nella memoria come post it su una bacheca, appunti di emozioni evaporate per sempre.

    E se avrete il coraggio di guardarvi dentro vi accorgerete che in quei giorni non siete stati particolarmente felici, ma sentivate dentro la spinta ad agguantare la felicità ed eravate sicuri di riuscirci. Ciò che vi ha fatto tornare non sono le cose che successero e che ricordate, ma la prospettiva in cui collocavate i desideri. E il disagio sta tutto nella sensazione che il tempo è passato e non ne resta più abbastanza: l’orizzonte che una volta era la porta dell’infinito è diventato un limite insormontabile.

    La realtà non è mai all’altezza dei sogni e il senso di un ritorno non sta nel ricuperare una felicità che non è mai esistita. Sta nel ripartire, se è possibile, da una nuova speranza.      

                                                           ***

    Quando si esce da un’amnesia tutto sembra stupefacente, tutto è proiettato sullo sfondo del dubbio. Se ciò che annoto sul taccuino è soltanto sogno (o incubo), lo psichiatra se ne accorgerà, spero. Ma se è un miscuglio di sogno e realtà, sarà capace di distinguere l’uno dall’altra? E me lo dirà? Gli strizzacervelli hanno idee tutte loro su cosa dire ai pazienti e cosa tacere. Però, se non altro, lui una diagnosi l’ha fatta: blocco emotivo.

    Mi avrà detto tutto? Forse il blocco ha causato un distacco dalla realtà. Oppure mi sono fissato in qualche mania e quando frugo nella memoria trovo quel che voglio trovare: scuse, giustificazioni, o magari un passato mai esistito. Le immagini che mi tornano alla memoria sono vivide, eppure ho ritegno a raccontarle. Se le avessi sognate?

    Per esempio, perché della mia infanzia ricordo soltanto giornate di pioggia? Piove anche oggi, ma non è la stessa cosa. La pioggia mette in risalto gli odori dei pini, del rosmarino, dei tigli. Se penso ai miei primi compleanni mi par di respirare l’aria densa della Val Padana; rivedo le nebbie; rivivo la monotonia dei giorni chiuso in casa, il gelo o la canicola. Invece in riva al mare il cielo non è mai incombente, neanche quando piove. Il vento strappa le nuvole come fiocchi di ovatta e fra l’uno e l’altro ci sono squarci di azzurro. Se fossi nato qui non sarei mai andato in Spagna.

                                                            ***

    I fotogrammi scompagnati che cerco di cucire insieme per trovare un senso (e non ci riesco quasi mai) vengono fuori a uno a uno durante le sedute con lo psichiatra. Ormai le dosi dei farmaci sono ridotte al minimo e la terapia è “un ricordo tira l’altro”. Solo che non è mica tanto semplice: la maggior parte dei ricordi sono immagini che restano scollegate, senza inizio e senza fine. Ma lo psichiatra dice che non è il caso di preoccuparsi: se proprio non riuscissi a ricuperare qualche periodo importante della mia vita, proveremo con l’ipnosi. 

    Intanto, l’indagine prosegue. Scaviamo nel passato remoto, ma anche in quello prossimo. In ogni seduta, prima di concludere, proviamo a ricostruire le circostanze dell’incidente. Il dottore mi domanda da dove venivo, chi avevo visto, dove avevo fatto colazione. Ma io non ricordo proprio niente, e allora lui mi chiede di concentrarmi sul momento in cui devo aver visto incrinarsi il parabrezza. C’è stato un colpo? Sì, ricordo un botto secco. Nei pressi di un cavalcavia? Può darsi. Non ho visto cadere un sasso? Non ne ho idea. Ho frenato? Ho sterzato? Ho perso il controllo? Niente, non ricordo niente. Ero impaurito, sbigottito, terrorizzato? Non lo so.

    L’unico ricordo chiaro e distinto è la strada che scorre nel parabrezza, poi il botto e un primo blackout, poi la posizione scomoda, sottosopra, con la cintura di sicurezza che mi taglia la gola e la sensazione di affogare. E poi più niente finchè mi sveglio in un letto d’ospedale e faccio fatica ad aprire gli occhi.

    “Be’, certo, era messo maluccio.”

    “Una commozione cerebrale, vero?”

    “Anche. Ma il peggio erano le fratture sul lato sinistro: il femore e tre costole, una delle quali aveva perforato il polmone.”

                                                             ***                                                               

    Da quando sono qui non si è fatto vivo nessuno. Neanche un parente o un amico. Ho chiesto di fare una telefonata, ma quando mi hanno domandato quale numero volevo chiamare sono rimasto confuso: non ne ricordo neanche uno. Ho detto che dovevo guardare l’agenda. Niente da fare: dopo l’incidente mi hanno trovato in tasca solo la carta di identità, il libretto degli assegni e la carta di credito. In valigia avevo vestiti, pigiama, spazzolino, le solite cose. E basta. Mi sforzo di ricordare il nome di mio cugino, di qualche amico, e magari del mio commercialista. Ma non cavo un ragno dal buco. Deve essere la pena del contrappasso: il sogno della mia vita è sempre stato non dover rendere conto di niente a nessuno; oggi avrei bisogno di parlare con qualcuno e non posso farlo. 

    Certo che è irritante non riuscire a ricordare il nome e l’indirizzo di mio cugino! Ho presente tutto di casa sua. Saprei arrivarci a piedi o in macchina; eppure non ricordo come si chiama la via, non so il numero di telefono, la email. È tutto nel computer, ma non posso andare a casa. Dovrei mandarci un amico. E siamo daccapo: chi sono i miei amici? Quel compagno di liceo che fa l’architetto, come si chiama? L’ex collega di tanti anni fa: ho il suo nome sulla punta della lingua. E altri due compagni di scuola li ho perfettamente presenti, come se fossero qui di fronte a me. Ma come si chiamano? Dove abitano? Non lo so.                                                                 

                                                             ***

    Ho parlato con l’impiegata della reception. Le ho chiesto di convocare un prete e un notaio. Mi ha risposto che non sapeva se era autorizzata a farlo.

    “Sono un’impiegata. Non posso prendere iniziative.”

    “Allora riferisca a chi di dovere. Questo potrà farlo, no?

    “Sì, però…non saprei come fare: non conosco preti o notai.”

    “Perbacco! Gli elenchi telefonici sono pieni di parroci e professionisti.”

    “Va bene. Chiederò.”

    Ha abbassato gli occhi. Ho cercato di fissarla, ma lei ha continuato a guardare le scartoffie sul suo tavolo. Ho idea che non farà niente. Staremo a vedere.

 

 

                                                          3

 

 

 

    Mi sveglio di soprassalto e accendo la luce sul comodino. Brancolo con una mano alla ricerca dell’orologio mentre con l’altra riparo gli occhi dalla luce. Devo trovare la posizione per guardare il quadrante senza accecarmi, e ci metto un po’. Sono le tre e mezza. Di notte, naturalmente.

    So che ho sognato. Non ricordo il sogno, ma sono sicuro di poterlo ricuperare. Strano. Di solito i sogni li dimentico: quando mi sveglio li sento sfaldarsi a poco a poco, come il burro in padella, accompagnati dall’inesorabile sensazione che ormai si stanno dissolvendo, si sono già dissolti, non ci sono più. Invece questa volta è tutto il contrario: il sogno si è andato a riporre di là, nella dispensa, e so con assoluta sicurezza che quando aprirò l’anta lo raccoglierò come un uovo deposto sulla paglia nel pollaio e sentirò il suo tepore nel palmo della mano.

    Spengo la luce, riappoggio la testa sul cuscino; resto così. Le palpebre tornano a incollarsi a poco a poco e il buio negli occhi diventa più scuro. Ecco: sono di nuovo al punto in cui il sogno si era interrotto, in una casa che non ho mai visto. Chiedo di Mayte a qualcuno che non riesco a distinguere. E lui non mi risponde. Mi guardo attorno. Dove sono? A Salamanca? Non so neanche questo, e all’improvviso mi sembra importantissimo.

    E rieccomi lungo la strada che ho già percorso, sicuro di incontrare Mayte e deciso a non lasciarmi bloccare dalla timidezza: la guarderò negli occhi – mi ripeto – e le dirò che l’amo, che voglio vivere con lei, a Salamanca, a Milano o dovunque, anche a Calcutta o a New York, perché lei è l’unica cosa che conti nella mia vita, l’unica patria, l’unico futuro, l’unico scopo.

    E dunque, in viaggio. Un viaggio eterno, con lei che compare a ogni angolo e io che non la raggiungo mai. A Salon de Provence l’ho scorta di lontano, dietro la statua di Nostradamus: ho riconosciuto la sua pettinatura a coda di cavallo. A Vienna l’ho intravista, riflessa nella vetrina di una Konditorei sull’angolo di Tiefer Graben. In una notte d’estate l’ho inseguita su un interminabile lungomare (Pireo? Copacabana? Alessandria d’Egitto?). Ero nella libreria di Sergio Viganò, a Milano, in via Procaccini, quando la porta si è aperta e i suoi occhi sono entrati nei miei. Ho continuato a cercarla per tutta la vita.

    Poi il sogno ricupera il sonoro. Come per magia, tutto diventa presente e io comincio a viverlo. C’è qualcuno con me; non lo vedo, ma credo di sapere chi è, anche se al momento il suo nome mi sfugge. Come si chiama questo posto? gli domando, e lui risponde: lascia perdere, non serve a niente. Già, cosa importa dove siamo? L’unica cosa che conta è Mayte. E così mi rivolgo a tutti e a nessuno. C’è un sacco di gente qui attorno, chissà da dove è saltata fuori.

    Avete visto Mayte?

    È andata in Facoltà.

    Sicuro?

    Ma sì. È uscita da cinque minuti. Se corri la raggiungi.

    Esco da una porta sul retro e mi ritrovo in un parco. Mi incammino fra siepi di bosso, statue, fontane e padiglioni. Giro attorno a una baita di montagna, sbuco su una spiaggia interminabile. La attraverso incespicando nella sabbia, sudando sotto il sole, fino a una parete rocciosa dove mi arrampico a fatica, con il terrore di perdere l’appiglio e precipitare. In cima, nel giardino pensile dell’Ufficio Persone Smarrite chiedo a un tizio vestito di rosso:

    Dov’è Mayte?

    Chi?

    Mayte!

    Sei sicuro che si chiami così?

    Certo!

    Non la conosco.

    Ma come? Non è possibile! Un momento: aspetta, forse qui si chiama Bianca?

    Ah, vuoi dire Bianca! Se n’è appena andata.

    Dove?

    Non saprei.

    Non ha detto dove andava?

    Ma il tizio non risponde più. Ha voltato le spalle. Mi ha lasciato solo. È sparito. Esco dal giardino e mi vengono le traveggole: intorno a me il mondo cambia continuamente. Da un battito di ciglia all’altro mi ritrovo sulla pista del Lauberhorn, nella moschea di El Azhar, all’aeroporto di Barranquilla, sempre inseguendo Mayte, la sua ombra, il suo profumo.

    E il sogno riparte, riavvolgendo il film e srotolandolo come se fosse un gomitolo, bloccandosi ogni tanto e riprendendo a caso, da quando mi arrampico sulla parete rocciosa, o tornando indietro alla baita, oppure alle siepi di bosso, con qualche apparizione inattesa qua e là: i navigli sporchi, i busti di bronzo del Paseo de la Reforma a Città del Messico, la nostalgia dei tavolini di un caffè dalle parti del Prado, i riflessi delle vetrine sulla calle Toro la notte in cui Mayte mi diede uno schiaffo e poi mi disse “Ti amo”.

                                                             ***

    Ecco: adesso ricordo. A Salamanca, vent’anni fa, don Agustin fu ucciso e tutta la città sospettò di Miguel Angel. Lo sospettai anch’io, maledizione, perché la gelosia non mi lasciava ragionare. Mayte ci teneva sulla corda. Poi Miguel Angel morì cercando di fare qualcosa di impossibile nella plaza de toros. Mayte fu sempre ambigua e alla fine, quando venne a Madrid per dirmi ancora “Ti amo” in quel bar vicino al Prado che oggi non esiste più, non le credetti. Poteva esserci lei dietro l’omicidio. Passai vent’anni in giro per il mondo, illudendomi di aver dimenticato. Ogni anno tornavo a Madrid e non avevo il coraggio di imboccare la strada per Salamanca. Quando mi decisi a farlo ne ricavai soltanto l’invito a metterci una pietra sopra. Era l’unica cosa da fare.

    Ma a Milano trovai Bianca. Fu un caso o venne lei a cercarmi? E chi era? Perché mi sembrava di conoscerla? Avrebbe potuto benissimo essere Mayte. Dopo tutto, erano passati vent’anni; e in vent’anni si cambia. Il dubbio mi tormentava: non potevo risolverlo né dimenticarlo. Ancora una volta fui coinvolto in una morte poco chiara e per chiarire i miei dubbi cercai di perquisire l’appartamento di Bianca, fui scoperto e rischiai di essere incriminato per violazione di domicilio. Passai una notte in galera. Poi tutto si sgonfiò, ma Bianca non rinunciò a intorbidire le acque prima di sparire. Io rimasi a Milano finché riuscii a vendere la mia libreria a una grande catena.

    E poi? Cos’è successo dopo? Sono tornato in Spagna? 

    Non lo so. La zona buia nella mia memoria si è ridotta a un angolino senza luce, ma la spiegazione che cerco dev’essere proprio lì, in quell’angolo.

                                                             ***

    Quando mi sono svegliato da quel sogno senza capo né coda erano le sette del mattino e tutto aveva un aspetto diverso: ogni cosa era piena di passato, ma adesso era un passato che conoscevo. Non che fosse molto chiaro, ma lo sentivo alla mia portata: qualcosa di solido che emergeva da una nebbia sul punto di dissolversi. E poi – avevo dimenticato di dirvelo – non sono più costretto sulla carrozzina: l’infermiera è venuta a portarsela via due giorni fa. Certo, la riabilitazione non è una cosa semplice. Stare ritto in piedi mi costa sforzo. Se mi distraggo e mi appoggio sulla gamba sinistra, urlo di dolore. Fare più di dieci passi è una specie di supplizio. Ma almeno sono in piedi e il progresso è evidente.

    Ieri, quando ho parlato con la receptionist, mi sono allontanato quasi di corsa, nonostante le fitte: stavo pensando di passare dietro il banco per strozzarla, lei e la sua inettitudine. Avrei voluto ucciderla in modo gelidamente razionale.

    Lo psichiatra ha diagnosticato un blocco emotivo? Be’ forse mi sto sbloccando. Desiderare di uccidere qualcuno dovrebbe contenere un bel po’ di emotività. Vuol dire che sto guarendo? Mah. Forse la mia non era neanche rabbia. Si può chiamare emozione il desiderio di strangolare quella cretina? A dirla tutta, non volevo ucciderla perché mi aveva fatto saltare la mosca al naso, ma come conseguenza logica di un freddo ragionamento.  

    Stamattina sono passato davanti alla reception senza degnarla di uno sguardo, ho attraversato il giardino e sono arrivato fino al parapetto che guarda sul mare. C’è una panchina, lì, e ci sono crollato sopra, con la gamba che gridava: basta! Sono rimasto immobile per un bel po’, respirando a fondo e aspettando che il dolore si calmasse, senza alzare lo sguardo oltre il parapetto. Non pensavo a niente, avevo la mente impegnata a fronteggiare il dolore con la certezza di farcela, di ridurlo progressivamente fino a farlo diventare impercettibile. Quando sono riemerso alla coscienza, ho guardato il mare. Una nave bianca e gialla se ne andava al largo. Ho pensato che fosse un traghetto per la Corsica o per la Sardegna. Mi stavo domandando da dove era saltata fuori questa idea, ed ero concentrato sulla nave, quando qualcuno mi ha chiesto:

    “Lei è qui in convalescenza?”

    Sulla panchina, di fianco a me, ma a una certa distanza, come usavano una volta le signore (perché i maschi sono dei bruti e se gli dài confidenza potrebbero violentarti in pubblico, su una panchina), era venuta a sedersi una donna con una fisionomia che mi pareva di aver già visto. Ho impiegato qualche secondo a collegare: era la tizia che mi aveva lanciato una occhiata storta mentre l’infermiera mi portava dallo psichiatra, il giorno in cui ero arrivato in carrozzina fin quaggiù. Il giorno dei tigli e del mare. Sì, era proprio lei. E di colpo ho compreso che fin dalla prima volta avevo avuto l’impressione di conoscerla.

    “È in convalescenza?” ha ripetuto.

    “Qualcosa del genere, immagino.”

    “Come sarebbe a dire? Non sa che cosa le è successo?”

    Le ho spiegato la mia situazione, per quanto potevo. E intanto l’ho osservata. Avrà avuto cinque o sei anni meno di me, ma era ancora attraente. Si teneva molto bene. Non era in vestaglia e pantofole come gli altri pazienti o in camice e zoccoli come le infermiere: indossava un vestito stampato con disegni incomprensibili, calze velate e scarpe con un po’ di tacco. Sembrava appena rientrata da un giro per negozi. I capelli neri raggruppati in una crocchia sulla nuca le allungavano il profilo come a Nefertiti. Il viso era serio, affilato, da zitella, con qualche ruga d’espressione e occhi sfuggenti, difficili da incontrare.   

    “E così, quando ha ripreso conoscenza non ricordava niente della sua vita?”

    “Comincio solo adesso a raccapezzarmi, ma è un lavoro lungo. Ho ricuperato qualche pezzo del mio passato, e spero che siano i pezzi fondamentali, ma il difficile è collegarli. Certe volte ho l’impressione di aver vissuto tante vite diverse. È sconcertante: ci sono fatti o posti che ho in mente in due versioni differenti. Anche più di due. Forse mi ci sono trovato in diverse occasioni e non riesco a distinguere una dall’altra. Oppure ho sognato e ricordo il sogno come se l’avessi vissuto. Ma è più probabile che sia stato due volte nello stesso posto. Certo, se riuscissi a ricordare cosa c’è stato fra un’occasione e l’altra…”   

    “Dicono che i fatti più lontani siano quelli che si ricordano meglio.”

    “È vero! È proprio così. Ci pensavo stamattina: ho dei ricordi vividi del ’68, la cosa più simile a una guerra che io abbia vissuto.”

    “Io non lo ricordo affatto come una guerra.”

    “Si vede che non ci si è trovata in mezzo. All’inizio fu una faccenda riservata a chi faceva l’università. Cominciò in modo esaltante: per un attimo, solo per un attimo, ci fu la sensazione che si potesse davvero costruire un mondo diverso, in cui avremmo potuto scegliere la nostra strada senza vedercela tagliare da professori, questurini, preti e politicanti. A quei tempi il mondo era pieno di padreterni che regnavano per diritto divino e ti proibivano anche di respirare. Noi gridammo che il re era nudo: i padreterni che stavano seduti in cima a un castello di carte lo sentirono traballare e si videro perduti. Il guaio fu che il re era nudo, sì, ma anche noi eravamo sbrindellati. Lo slogan di quei giorni era “Fantasia al potere” ed era bello crederci: c’era voglia di fare senza dover chiedere permessi, senza sentirci in colpa per aver trasgredito. Ma il problema era cosa fare, come farlo e perché. Dopo “Fantasia al potere” arrivò un altro slogan: “Siate seri: chiedete l’impossibile”, e chi non era fesso capì che i primi a non crederci erano proprio quelli che lo gridavano.”     

    Alzo gli occhi e vedo sul volto della zitella un’espressione a metà fra il compatimento e la condanna.

    “Lei si disse che non doveva fare il fesso e passò con i reazionari.”

    “Macché. Non posso dire di aver fatto neanche quello. Nelle situazioni rivoluzionarie tutto è confuso. Quelli che oggi fanno i padreterni negli anni ’70 navigavano a vista. I politici speravano di cavalcare la tigre e offrivano compromessi, i movimenti spontanei chiedevano coerenza e diventavano sempre più massimalisti. Continuarono a non capirsi finché tutto precipitò nell’imbuto del terrorismo. Io non credo di essere stato più furbo o più fesso. Avevo trovato lavoro in una multinazionale e per parecchi anni viaggiai per il mondo. Se sia stata una cosa fortuita o una fuga deliberata non lo so proprio: il caso mi offrì la possibilità di aprire gli orizzonti e io dissi di sì.” 

    “E all’estero come si sentiva? Esiliato? Profugo?”

    Forse per la prima volta da tanto tempo, mi viene da ridere.

    “Niente affatto! Mi sentivo come un soldato di Napoleone: pronto a rimetterci la pelle, ma con un bastone di maresciallo nello zaino. Con un po’ di fortuna avrei potuto mettere le mani su un regno.”

    La zitella mi guarda attraverso ciglia così socchiuse da non lasciarmi vedere il colore dei suoi occhi. Ha un sorriso indecifrabile:

    “E il suo regno è di questo mondo?”

    Sorrido anch’io.

    “Sì e no: è la Spagna.”

 

                                                            4

 

 

 

    L’impiegata della reception si è fatta viva, ma solo per dirmi che non poteva prendere appuntamenti per me fino a quando il medico curante non avesse autorizzato le visite. Sono rimasto perplesso: perché diavolo non dovrebbero essere permesse le visite? L’impiegata non ne ha idea. E chi è il medico curante, lo psichiatra? No, dice la ragazza, non è lui. Allora chi è? Lei non lo sa. E a chi lo devo chiedere? Non sa neanche questo.

    L’ho mandata a quel paese e mi sono ripromesso di parlarne con tutti i medici che mi visiteranno. L’impiegata stava per andarsene quando si è ricordata di un’altra cosa ed è tornata indietro. Ha posato sul tavolino un libretto nero:

    “Questo era nella sua valigia. La polizia l’aveva trattenuto per l’inchiesta.”

    Lo apro. Peccato! Speravo che fosse un’agenda, invece è un taccuino. È pieno di pagine scritte a matita o a biro, tante biro diverse. Si parla di Spagna, di tanti anni fa. Riconosco la mia pessima calligrafia: l’ho scritto io.

    “Senta” dice l’impiegata, “ho pensato che… per le sue visite… le telefonate… posso provare a chiedere al direttore sanitario.”

    “Ecco, brava. Faccia così.”

                                                             *** 

    I ricordi hanno preso a fluire e io li aspiro come un sub che succhia ossigeno delle bombole. Non posso ricostruire tutta la mia vita in sequenza, però ho isolato dei punti salienti e, partendo da ciascuno, vado avanti o indietro fino a ricollegarlo con un altro. Con questo sistema sono riuscito a ricordare l’indirizzo di mio cugino. Appena l’ho afferrato – era lì che fluttuava fra neuroni e sinapsi -ho scritto un telegramma per informarlo di dove sono e pregarlo di farsi vivo. Ho chiesto alla tizia della reception di spedirlo subito.

    Invece il ricupero fisico è più lento. Dopo cinque o sei passi la gamba comincia a far male. Finché cammino, il dolore si stabilizza e resta sopportabile. Quando mi siedo diventa un supplizio e per tre o quattro minuti è così forte che non riesco neanche a parlare. Cerco di pensare ad altro, ma a cosa volete che pensi? All’incidente. Com’è possibile che abbia perso il controllo dell’auto? Non sono mai uscito di strada neanche quando mi è capitato di guidare in condizioni proibitive, nella nebbia o sul ghiaccio. Perché avrei dovuto perdere il controllo dell’auto su un’autostrada a tre corsie, in una giornata normalissima?

    Cerco di mettere a fuoco i particolari, ma non ricordo altro che il solito flash: l’auto che ha cappottato, e io sono dentro, a testa in giù, con la cintura di sicurezza che mi taglia la gola. Questo è tutto, e non so andare avanti perché sono svenuto e quando ho ripreso conoscenza ero qui, in questa camera. Non riesco neanche ad andare indietro, e questo è il vero blocco. I miei ricordi hanno una sequenza cronologica ancora troppo vaga e non so quali siano gli ultimi. So soltanto che c’è un vuoto, di sei giorni o di sei anni, e poi il botto, il flash, il coma, il risveglio in clinica.   

    Tutto ciò che posso fare è analizzare quel flash: l’auto è ferma nel fosso, il parabrezza è rotto, ma non sfondato come se qualcuno avesse gettato un macigno da un cavalcavia. In gran parte il vetro è intatto. Non è stato neanche scardinato dall’uscita di strada. È attraversato da lunghe crepe che convergono di fronte al posto di guida, dove c’è un buco oblungo, come se il vetro fosse stato attraversato da una lancia o da un tondino di ferro. Mi torna in mente la domanda dello psichiatra: “Può essere stato un colpo di arma da fuoco?”. Ma chi aveva un motivo per spararmi una fucilata? Perché qualcuno dovrebbe voler sparare a me?

                                                              ***

    “Cosa voleva dire ieri? La Spagna è il suo regno, ma non in questo mondo?”

    Questa zitella potrebbe anche essere simpatica. Può darsi che si riveli una noiosissima piattola, ma ho deciso di socializzare. Forse perché ho la sensazione di averla già vista. Anche se, a onor del vero, lei non ha mai mostrato di riconoscermi.

    “Guardi, per scarico di coscienza la avviso: se comincio a parlare di Spagna non la finisco più e per farmi tacere dovrà tirarmi il collo, come si fa con i polli.”

    Lei fa una smorfia e risponde:

    “Non si preoccupi: se diventerà noioso, glielo dirò. Comunque, strangolare non è la mia passione. Nel peggiore dei casi, potrò sempre piantarla in asso.”

    Sì, lo farebbe. Si alzerebbe senza dire una parola e si incamminerebbe senza rispondere ai richiami, alle scuse, alle promesse di non ricascarci.

    “Allora siamo d’accordo, a suo rischio e pericolo. Ma forse lei conosce già la Spagna. Quali zone ha visitato?”

    “Non cominci a svicolare. Io le ho chiesto se il suo regno è di questo mondo, e lei mi ha risposto: sì e no, è la Spagna. Be’, si spieghi.”

    Cosa ho da perdere? A un certo punto la zitella si scoccerà e vorrà parlare d’altro, allora mi scoccerò io, ci manderemo a quel paese, e poi magari faremo la pace. Oppure no. Chi se ne frega.

    Dopo tutto, la Spagna è stato uno dei miei grandi amori. A volte mi viene il dubbio che sia stato il più grande. Provare a mettere insieme un discorso con tutto quel che so, che ho visto, che ho provato, mi farà bene alla memoria. E poi adesso ho i miei appunti. Non saranno niente di speciale, ma li rileggo volentieri. Mi sembra di ritrovare me stesso. Trovo una pagina su quanto è variegata la Spagna dal punto di vista etnico, linguistico, storico, e la leggo alla zitella.                                                                         

                                                             ***

    Un italiano, quando dice Spagna, pensa a qualcosa di omogeneo, ma se prova ad attraversarla in automobile, fermandosi dove capita e guardandosi attorno, si accorge che, per esempio, la strada che va da Vitoria a San Sebastian ricorda la Svizzera e in certe vie di Santiago de Compostela si respira aria di Inghilterra (soprattutto quando piove, cioè praticamente sempre).A me è capitato di girare una cantonata in piena Madrid e strabuzzare gli occhi:guardando a destra mi sembrava di essere a Città del Messico, guardando a sinistra ero al Cairo.

    E allora cos’è la Spagna? Dove comincia? Dove finisce? Lungo la costa mediterranea si parla catalano dalla Languedoc fin quasi in Andalusia. Lungo la costa atlantica da Bayonne a Santander si parla basco. A occidente, sopra al Portogallo, c’è la Galizia. Lì si parla un’altra lingua ancora. In tutto il resto dei territori che per secoli furono contesi fra spagnoli e arabi si parla castigliano, ma con marcate differenze dialettali e culturali da una regione all’altra.

    Grosso modo, questo è il mosaico spagnolo. Catalano e gallego sono lingue più antiche del castigliano. Il basco, poi, è una lingua celtica la cui origine non è documentata. Ma non è solo questione di lingua. L’Aragona parla castigliano però idealmente non ha mai smesso di appartenere a un regno autonomo. L’Andalusia fu araba per settecento anni e se ne ricorda benissimo. Il clima e la mentalità degli abitanti cambiano dalla Castiglia vecchia a quella nuova. Gli Asturiani bevono sidro e suonano la cornamusa. E, come se tutto questo non bastasse, la penisola è piena di gitanos, zingari un po’ nomadi un po’ stanziali, che dicono di essere egiptanos, cioè egizii, e la loro lingua sarebbe quella che si parlava in Egitto prima dell’invasione araba. È un’idea suggestiva, ma pare proprio che non sia vera.

    Nello stesso anno in cui liberò la penisola dagli arabi la Spagna organizzò il saccheggio di un intero continente. Ma la spoliazione delle Americhe fu una privativa castigliano-andalusa. E anche per questo, per essere stati tenuti ai margini al momento buono, catalani e baschi sognano l’autonomia. Ciascuno continua a tenere i suoi conti di dare e avere, e li presenta quando gli fa comodo. Negli ultimi cinquecento anni non c’è mai stato un cambio di regime, un levantamiento, una guerra civile, in cui non sia ricomparso il separatismo.

    Insomma: di Spagne ce ne sono tante.

                                                               ***

    “Queste cose le sapeva già prima di andarci o le ha scoperte sul posto?”

    “La prima volta che arrivai alla frontiera non sapevo neanche com’era fatta la bandiera spagnola. Mi parve strana, con le strisce orizzontali e tutto quel rosso.”

    La zitella tace, guarda dall’altra parte e lascia cadere l’argomento. Forse ha buttato lì la sua domanda proprio per chiuderlo, l’argomento.

    “Oggi le faranno altri esami.”

    “Davvero? Chi gliel’ha detto?”

    “Non so. L’ho sentito dire.”

    Ci penso su, e mi stringo nelle spalle.

    “Be’, in una clinica questo fanno. Esami. Medicazioni. Fisioterapia.”

    “Sempre meglio che far la fine del toro nell’arena.”

    Torniamo in Spagna, a quanto pare. L’argomento non è tabù, non le ha dato fastidio. E allora proviamo a insistere con i tori. Vediamo cosa succede. 

    “A questo proposito ci sono due scuole di pensiero: soffre più il toro per la picca e le banderillas oppure l’uomo quando viene incornato? I fautori della tauromachia sostengono che il toro in pieno sforzo non sente più dolore di quanto ne provi un pugile durante un combattimento. Inoltre, il toro è sette volte più grosso di un uomo e per fare dei paragoni corretti la dimensione delle sue ferite andrebbe divisa per sette. L’uomo, invece, non compie sforzi fisici: la cornata arriva inattesa, squarcia muscoli, arterie e terminazioni nervose, apre diverse traiettorie e le infetta. A questo punto la morfina è una benedizione del cielo e gli antibiotici sono più importanti della scoperta dell’America.”

    Guardo la zitella: ha gli occhi chiusi e un’espressione che non so come interpretare. Provo a smuoverla in un altro modo.

    “A Madrid, davanti alle entrate della plaza de toros ci sono statue e busti che celebrano i grandi miti della tauromachia (tutti morti di cornata): l’unico busto che non raffigura un torero è quello di Fleming, lo scopritore della penicillina.”

    “Davvero? Interessante.”

                                                            5

 

 

 

    I miei tentativi di comunicare con qualcuno all’esterno sono sempre inutili. Mio cugino non ha risposto al telegramma, altri indirizzi o numeri di telefono non riesco proprio a ricordarne. Dovrò escogitare qualcos’altro, ma oggi è una giornata piena: ci sono in programma esami del sangue e visita cardiologica. Rigorosamente a digiuno, mi convogliano giù nel seminterrato dove una infermiera scorbutica mi intima di togliere la giacca del pigiama.

    So che certa gente non sopporta l’idea di un ago che buca la pelle al punto di mettersi a smaniare e dare in escandescenze. Probabilmente morirebbero di paura se si sentissero penetrare un corno in un gluteo. È uno spettacolo che ho visto parecchie volte: l’uomo innaturalmente eretto con i piedi a un metro da terra e il corno infilato nella carne, mentre la gente urla di raccapriccio; pochi secondi indecorosi e tragici, dopodiché l’uomo è a terra e sulle sue natiche fasciate di lamé spunta un fiore rosso che si allarga a vista d’occhio. Tutto questo succede perché chi scende nell’arena è costretto a supporre che il toro si comporti normalmente; invece il toro non ha preso nessun impegno in questo senso e in qualunque momento può uscirsene con una stranezza.  

    Ma per tornare a bomba: meno male che ho imparato a dominare la repulsione istintiva per le cose che pungono. L’infermiera, una virago dalla quale, potendo, non accetterei neanche un cucchiaio di sciroppo per la tosse, ficca l’ago in una vena del mio braccio destro. Guardo il liquido scuro, quasi nero, riempire a poco a poco una siringa che mi sembra enorme, da cavallo. Come mai mi prelevano tanto sangue? Quanti maledetti esami devono fare?

    Finalmente la siringa è piena. La vampira estrae l’ago con malagrazia, preme un batuffolo di ovatta sul buco e ci schiaffa sopra un cerotto. Mi alzo e mi volto, più che altro per levarmela dagli occhi, ma ho sbagliato i miei conti: l’arpia è convinta di avere cuciti sulle maniche i galloni da sergente.

    “Dove crede di andare?” gracida. “Si stenda lì, sul lettino.”

    Io mi sdraio, lei si infila gli auricolari dello stetoscopio e afferra il manometro. Mi aggiusta rudemente il manicotto sul braccio, pompa fino a farmi male, poi lascia andare. Pensate che mi dica quanto ho di pressione? Neanche per sogno. L’informazione è riservata agli addetti ai lavori. Figuriamoci se può essere comunicata a un minus habens come il paziente. A me vanno rivolti solo ordini, ai quali sono tenuto a obbedire. Punto.

    “Resti disteso. Fra un quarto d’ora le riprovo la pressione, e dovrà essere perfetta perché poi c’è l’elettrocardiogramma.”

    “Oh perbacco! E se non è perfetta cosa faccio? Mi appendo a testa in giù?”    

    Si volta e mi fissa con lo sguardo intelligente di una gallina ferma in mezzo alla strada. Sta cercando di decidere se sono improvvisamente impazzito o se la  prendo per i fondelli. Magari pensa che, se uno si permette di scherzare con lei, è comunque maturo per la camicia di forza. Ma oggi deve essere la mia giornata fortunata perché si limita a ringhiare:

    “Stia zitto e non faccia scemenze.”

                                                            ***

    L’elettrocardiogramma è stato una formalità. Gli elettrodi, guarniti di plastica gialla e posizionati in fila indiana a descrivere una curva sull’emitorace sinistro, erano di un kitsch esagerato: sembravano nani di gesso in un giardino. In compenso, il cardiologo era un tipo simpatico, nonostante l’aria perfettina da primo della classe. Sotto il camice portava una camicia a righine blu perfettamente stirata e una cravatta regimental che comprerei anch’io, se fossi ancora costretto a portare la cravatta.

    “Ha già fatto un ecigì sotto sforzo?”

    “No.”

    “Dovremo farlo.”

    “Per amor del cielo! Se faccio tre passi la mia gamba sinistra comincia a ululare.”

    “Aspetteremo qualche giorno. Non c’è bisogno di andare incontro al martirio. Siamo nati per soffrire, ma non per andarcela a cercare. Ha mai avuto svenimenti, cali di pressione, formicolìo?”

    “Forse sì. Ma non mi ricordo.”

    “Eventi saltuari, eccezionali?”

    “Sicuramente.”

    “Quanti anni ha?”

    “Cinquantasei.”

    “Complimenti: non li dimostra.”

    “Preferirei dimostrarli tutti, ma funzionare come quando ne avevo trenta.”

    Aggrotta la fronte come se avessi detto una bestialità.

    “Si sente inefficiente? In quali circostanze?”

    “Be’, per esempio, a letto non sono più quello di una volta.”

    Si mette a ridere.

    “A tutto c’è rimedio. Prima vediamo le coronarie. Se non ci sono controindicazioni, le prescriverò il Viagra.”

                                                              ***

    “Perché non scrive un libro sulla Spagna?”

    La zitella lo dice con calore, come una maestra che cerca di svegliare l’entusiasmo della classe. Cerco di fissarla negli occhi, ma lei ha già distolto lo sguardo.

    “Mi prende in giro?”

    “Niente affatto. Non è necessario che scriva un capolavoro. Basta che trasmetta a chi legge delle sensazioni vere. Ha fatto caso che gli attimi importanti di una vita sono pochissimi? E abbiamo pure la tendenza a dimenticarli. Col tempo perdiamo il senso delle proporzioni: c’è chi mitizza le stupidaggini e chi crede di non aver mai combinato niente di buono. Per questo è necessario ricordare: per rimettere le cose al loro posto, nella giusta dimensione.”

    Sta’ a vedere che la zitella è un’assistente dello psichiatra. Un giorno o l’altro glielo chiederò. Ma la sua idea non è mica stupida: la Spagna e i tori sono stati importanti per me e scrivere qualcosa sull’argomento mi piacerebbe. Il problema è che sono in ritardo: un libro così l’ha già scritto Hemingway (scusate se è poco). Si intitola “Morte nel pomeriggio” e leggerlo è come stare appoggiati al banco di un bar mentre lo zio Ernest, in sahariana e barba bianca, pontifica fra un sorso di jerez e un assaggio di gamberi all’aglietto. Mettete pure nel conto le esagerazioni che a lui piacevano tanto (e magari a voi no) e il fatto che di quando in quando diventa noioso; con tutto ciò, anche dal punto di vista letterario, è un libro maledettamente buono. Il suo solo vero difetto è che l’autore, anche se ha passato i suoi anni migliori in Europa a infarinarsi di cultura, è rimasto yankee nell’anima: parla continuamente di arte, ma non ha mai capito la differenza fra una corrida e un incontro di pugilato. 

    Comunque, a parte Hemingway, sulla Spagna e sui tori ci sono intere biblioteche. C’è l’opera enciclopedica di Cossio. Ci sono centinaia di testi che coprono tutta la gamma: manuali, saggi, poesia, narrativa, fino al famigerato “Sangue e arena” di Blasco Ibañez, pietra miliare del genere strappalacrime. La Spagna tutta quanta è intrisa di tauromachia. I tori sono straripati nella pittura, nella scultura, nell’opera lirica, nel cinema, nella vita quotidiana. In qualunque discorso, in Senato, al bar o in famiglia, per invitare ad affrontare un problema si dice vamos al toro; mentre per invitare ad aggirarlo si dice hay que darle largas (le largas sono i passi effettuati tenendo la cappa con una sola mano e, in origine, servivano più per salvarsi che per affrontare il toro).

    I tori tracimano da tutte le parti. Andalusi e castigliani li considerano parte integrante della loro cultura e questo può dispiacere a molti, ma è un dato di fatto. Stando così le cose, diventa difficile scrivere qualcosa di completo: tutto è collegato, e il tutto è maggiore della somma delle parti.

    Tanto per fare un esempio, un libro ben fatto dovrebbe dedicare almeno un capitolo alla relazione tra la musica flamenca e la corrida. Non solo: anche la musica popolare, copla o paso doble, sa di toro. Se a Madrid andate in discoteca, osservate le coppie che danzano la sevillana e chiedete cosa significano quei passi. Vi diranno che la donna fa evoluzioni come il toro mentre l’uomo la domina come un matador. 

    Insomma, da un lato c’è troppo da dire e dall’altro tutto è già stato detto. Non so cosa potrei aggiungere. Eppure la tentazione è grande. Forse l’amnesia ha mescolato i miei ricordi come in un quadro cubista e certi colori vengono in primo piano mentre altri se ne stanno nascosti dietro uno spigolo. Sarebbe bello andare a scovarne qualcuno e trascinarlo in primo piano.

                                                           ***

    E allora mi lascio andare ai ricordi. La prima plaza de toros in cui entrai era la più famosa: quella di Madrid. Nell’arena scesero tre uomini dal futuro disuguale. Il primo si chiamava Andrés Vázquez e per un paio di stagioni diventò una star, finché una cornata gli fece perdere la sicurezza in se stesso e da quel momento non fu più lui. Il secondo era un ex-banderillero soprannominato El Puri che voleva diventare matador; non ebbe fortuna, chiese di tornare banderillero e il sindacato disse no: non voleva essere una cosa e non riusciva a essere l’altra? Peggio per lui. Del terzo, José Falcon, non ho saputo niente per anni; poi un giorno ho cercato il suo nome sull’annuario e ci sono rimasto malissimo: è morto di cornata nella plaza de toros di Barcelona, sette anni dopo.

    Ma per tornare al giorno della mia prima corrida, ricordo che Vázquez si lanciò con la spada in mano per la stoccata finale, volò per aria e ricadde a terra con una macchia rossa sui pantaloni. Era successo che il toro aveva alzato la testa nel momento critico e il corno aveva colpito la coscia. Dall’alto degli spalti non era possibile valutare l’entità del guaio mentre Vázquez si rialzava insanguinato e sporco di sabbia, si avviava zoppicando verso la barrera e il toro, con la spada in corpo, lo seguiva passo passo con l’evidente intenzione di vendicarsi.

    Magari è un’osservazione cinica, ma i giudizi sulla tauromachia hanno qualcosa di incompleto se chi li dà non ha mai visto incornare un torero. Non è neanche un’esperienza rara: succede molto più spesso di quanto non si creda e non produce scalfitture ma ferite vere e proprie, come in battaglia.

    Bisogna vederlo, il torero ferito che si rialza dalla polvere con il vestito pieno di sangue, e scaccia chi vorrebbe portarlo in infermeria, e si china a riprendere la spada e la muleta cadute nella sabbia; bisogna guardare la smorfia che ha sul volto mentre si volta e va a farla fuori con il nemico. In questi casi, di fronte al sangue vero, alle ferite vere, non si può parlare di teatralità o di sceneggiata: bisogna avere fior di attributi per riuscire a essere uomo davanti alla morte. Perché la vecchia con la falce non si vede dalle gradinate ma è sempre lì nell’arena, e i toreri lo sanno.

                                                             ***

    Ci penso, e un ricordo tira l’altro. Nelle arene spagnole e sudamericane ho visto un po’ di tutto. Fiaschi e trionfi. Farse e tragedie. Come la volta in cui la Madonna e tutti i santi intercessero per salvare la pelle all’incosciente che scese nell’arena di Quito, in Ecuador, per la festa patronale. Indossava un costume color perla con guarnizioni argentate, ma non aveva la più pallida idea di come si fa. L’impresario, che ne sapeva meno di lui, l’aveva contrattato scambiando per coraggio la sua incoscienza. Cose che succedono solo in America.

    E i ricordi si accavallano. In effetti, sono un’infinità i fatti che meriterebbero di essere raccontati, ma sono così sottili e imprecisabili che ho paura di non riuscire a spiegarli. Vorrei saper descrivere l’atmosfera elettrica di un temporale in arrivo sulla plaza di Vitoria, la statua del Cid a Burgos, la pioggia di San Sebastián, le pulpeiras di La Coruña, l’atmosfera della “costa Fleming” durante gli ultimi anni della dittatura, quando le prostitute del barrio si concentravano in tre bar e lì a due passi c’era il Kentucky Fried Chicken con le cosce di pollo avvolte nella panatura croccante, e l’insalata di cavolo, e i sedicenni ci andavano con la fidanzatina e bevevano cocacola con le cannucce.

    Ma che c’entra tutto questo con i tori? C’entra, e non si capisce niente della Spagna se la si guarda a pezzi, se si esclude questo o quest’altro, se la si rifiuta o se ci si accontenta dei giudizi stereotipati. La Spagna è un paese civile come tanti altri, spesso anche più civile. Solo che è diverso.

    E poi, la Spagna che ho amato io non è più quella di oggi. La Madrid degli anni ’60 aveva meno grattacieli e i suoi punti di riferimento erano caffè e ristoranti: da Chicote andavano i miliardari e i loro parassiti, da Mayte (un’altra Mayte, non quella che ha segnato la mia vita) i nuovi ricchi e le stelle del Real Madrid, al Café Gijón gli scrittori e la gente di spettacolo, da Aguilucho le vecchie damazze. Da Botín, già allora, ci andavano solo i turisti americani.

    È questo che mi rende insicuro. Quando si racconta, bisogna parlare di ciò che si conosce per averlo visto con i propri occhi: ma questo significa parlare del passato, e non è facile evitare la trappola della nostalgia. D’altra parte, perché dovrebbero finire nel nulla Paco Camino e Santiago Martin El Viti, l’ultimo grande a usare la spada d’acciaio per sostenere la muleta, invece di quella finta, più leggera, di legno verniciato? Fu El Viti a farmi ritrovare in piedi applaudendo a scena aperta senza rendermi conto di essermi alzato, e come avevo fatto, e perché. L’anno dopo qualcuno mi disse che a Salamanca il complimento d’obbligo alle ragazze era: “Tienes mas salero que el Viti toreando” (Sei più elegante del Viti quando torea). È una frase che dice più di quanto sembri, perché salero non è soltanto l’eleganza del portamento. È una cosa che ha odore e sapore, e richiama il gusto che sentite in bocca quando una donna si muove in modo da risvegliare l’istinto della riproduzione. Salero è il sale di qualunque pietanza, ma soprattutto di un corpo femminile. (Le donne imbizzarriscono per qualunque paragone, figuriamoci poi se si sentono paragonare al cibo. Eppure ci sono circostanze in cui quasi implorano di essere sbranate; lo sappiamo noi e lo sanno loro, ma guai a parlarne.)

    Insomma: per parlare di tori e di Spagna ci vorrebbe un tono leggero ma non troppo. Non si può scherzare con i tanti che sono morti per il vizio di danzare fra le corna di un toro. E non si può neanche girarci attorno: un libro sull’argomento dovrebbe dare qualche spiegazione. Perché gli uomini sfidano la morte? Perché gli spagnoli lo fanno in quel modo?

    Provate a domandarlo a un torero: se è colto vi sommergerà di (pessima) retorica, se non lo è si chiuderà in un silenzio da capo indiano. Augh. Ma parlare con i toreri è perfettamente inutile: è come chiedere alle donne che cos’è l’amore.

                                                              ***

    Insomma: più penso a un libro e meno mi convinco. Oggi la morte sembra una sfortunata deviazione del caso; qualcosa che potrà toccare gli altri ma a noi no, noi non ci acchiapperà mai. Libri e film rigurgitano di esseri umani fatti a pezzi, ma chi descrive la morte di un animale senza condannarla passa per sadico e perverso. La gente considera la morte un ingrediente indispensabile della fiction, ma non associa la bistecca all’animale vivo da cui è stata ricavata. Invece un libro sincero dovrebbe dire che è altrettanto naturale vivere e morire, e che non si vive per vivere ma per sentirsi vivi, e non è la stessa cosa.

    E allora perché dovrei scrivere un libro che nessuno leggerà (oppure lo butterà via, indignato per l’argomento politicamente scorretto)? Potrei scriverlo per il gusto di scandalizzare. Per denunciare la schizofrenia di chi vuole l’abolizione della caccia e pasteggia con un fagiano arrosto. 

    Ma l’incoerenza degli altri non è affar mio. Anche se l’umanità è strabica, io non ho titolo per fare la morale a nessuno. E comunque, i libri non si scrivono per moralismo o antimoralismo. Si scrivono quando escono dal cuore.

 

                                                            6

 

 

    “E così, la Spagna le è entrata nel sangue” commenta la zitella.

    Non rispondo. Alzo le spalle, ma lei insiste.

    “Cosa ci ha trovato di così interessante? Una donna, scommetto.”

    Scuoto la testa in silenzio. Non capisci niente, non sai niente, impicciona. La Spagna mi aveva già stregato prima che Mayte apparisse sulla scena. La vastità della meseta mi aveva già riempito gli occhi di stupore.

    “Insomma, cosa c’è di speciale in Spagna?”

    “Non saprei. Probabilmente ognuno ci trova qualcosa di diverso. Dipende dall’età. Da giovani tutto è scoperta, tutto è sorpresa, e nel ricordo diventa mito. Perfino un posto grigio come Liverpool può diventare il Paese delle Meraviglie e su Strawberry Field si può scrivere una canzone.”

    La zitella alza tutte e due le mani con le palme in fuori, come per respingermi.

    “Lasci perdere i Beatles. Restiamo in Spagna: ho bisogno di un consiglio pratico. Qual è il mezzo migliore per andare a Madrid? Aereo, treno, auto?”

    “Per un fine settimana non c’è che l’aereo. Ma quando ci si va per la prima volta bisognerebbe avere tempo a disposizione, prendersela con calma, arrivare a Madrid attraversando Catalogna, Aragona e Castiglia, osservando come il paesaggio riflette la storia e la mentalità degli abitanti. Meglio l’auto, senz’altro. In treno uno non può fermarsi dove vuole, restare lì quanto basta per assorbire il genius loci, e ripartire. Avendo tempo, la Spagna bisognerebbe girarla a piedi.”

    “Addirittura!”

    “Perché no? Il camino de Santiago va dai Pirenei a Finisterre e ogni anno lo percorrono migliaia di pellegrini.”

    La zitella abbassa gli occhi a terra come se l’avessi colpita in un punto debole.

    “Capisco” commenta a bassa voce. “C’è l’illusione del viaggio iniziatico, la nostalgia del nomadismo. Ma chi ha tempo per queste cose? Solo i pensionati.”

    “Ma no: ci sono pellegrini di tutte le età. E poi per un pensionato è difficile provare dei veri stupori. I giovani, invece, sono corsari all’arrembaggio: passano da uno stupore all’altro, li divorano e ripartono all’avventura.” 

    Lei sbuffa, seccata.

    “Secondo lei a una certa età si diventa per forza cinici?”

    Apro la bocca per rispondere e in un millesimo di secondo mi accorgo che non sono poi così sicuro di ciò che sto per ribattere. Ma c’è qualcosa di irresistibile nel dire un’idea nel momento stesso in cui la pensi.

    “Gli stupori ingenui si dimenticano. Invece gli stupori veri si dissociano: mentre l’immagine resta fissa, il concetto viene analizzato finché, a furia di approfondire, non stupisce più. Ma (e questo è il bello del rivisitare i classici) se riaccosti l’immagine al concetto rielaborato – paff! – lo stupore rinasce. Il problema dei vecchi è che credono di non avere più tempo per seguire questa trafila. Si fissano sull’immagine come fosse tutto lì. Ma l’immagine e l’idea sono necessari l’una all’altra. Il problema è dire in che rapporto stanno. ”

    La zitella mi guarda con un’espressione perplessa. Forse si domanda se credo davvero a ciò che ho detto.

    “Non ho capito niente” dichiara. “Può fare un esempio?”

    E brava zitella! Chiedere di fare un esempio è il modo più semplice per mettere in crisi i chiacchieroni. Perché quando si esprime un’idea si cerca la precisione, mentre un esempio deve trasmettere una sensazione.  

    “Dovrei parlarle della tauromachia. Ma è una cosa lunga.” 

                                                             ***

    Mi stendo a letto con un sospiro. La gamba mi fa male. Alla reception, quando ci sono passato, l’impiegata era un’altra e non sapeva nulla del telegramma per mio cugino. Eppure nel suo tono mi è sembrato di cogliere una sfumatura canzonatoria. Stavo per dirgliene quattro, ma inavvertitamente ho spostato il peso sulla gamba sinistra e una fitta è salita su fino a stringermi la gola.

    Niente mi demoralizza più del sentirmi impotente in una piccola cosa come lo stare in piedi. Ho fatto dietro front e sono andato all’ascensore cercando di non trascinare la gamba. Avevo quasi le lacrime agli occhi, un po’ per il dolore, un po’ per lo scorno. Ora finalmente le fitte accennano a calmarsi e io cerco di ricordare il volto dell’impiegata alla quale avevo chiesto di spedire il telegramma. Mio cugino non ha risposto ed è strano: a un telegramma si risponde immediatamente. Non avrò sbagliato indirizzo? Appena mi è tornato in mente sono stato sicuro che fosse quello giusto; ma se avessi sbagliato?

    Lascia perdere, Vittorio. Non serve a niente incaponirsi a ricordare qualcosa che non vuole venire alla luce. Prendi un’altra strada. Qualche giorno fa non ricordavo il dannato indirizzo, poi di colpo l’ho ritrovato e di colpo l’ho perduto. Oggi, quando cerco di ricordarlo, mi vengono in mente immagini disparate: un cortile dove qualcuno alleva conigli, oppure l’acqua, tanta acqua: l’oceano, un lago prealpino, un fiume. Anche mio cugino ha girato il mondo prima di tornare a vivere nel paese dove è nato. Lo conosco benissimo: lì sono nati anche mio padre e mia madre. Ho il percorso stampato in testa, dallo svincolo dell’autostrada fino all’ultimo semaforo, dove si svolta a destra. Ma non so il nome della via.

    Non insistere, Vittorio. Tira il fiato. Non sforzare la memoria. Vedrai che, quando meno te l’aspetti, ti apparirà l’immagine della targa all’inizio della strada e il numero civico scritto sul pilastro del cancello. Dormici sopra. Non c’è fretta. Non c’è mai fretta nella vita. Non puoi sapere quando è troppo tardi, e nel momento in cui te ne accorgi non c’è più niente da fare. Pensa ad altro, altrimenti non riuscirai a prendere sonno.

                                                          ***             

    Ho promesso un esempio alla zitella. Perché? Per dimostrarle che ci azzecco anche quando sparo un’idea così, improvvisando? Ma le improvvisazioni non sono idee qualunque: sono il prodotto di esperienze, errori, penitenze. Sono ricordi, e anche dimenticanze.

    Le conquiste che non si dimenticano sono quelle che ci sono costate almeno un po’ di fatica e per me la Spagna è stata una conquista. Quando ci andai per la prima volta non c’erano autostrade. Il viaggio durava ventiquattr’ore, le carreggiate erano strette, i tracciati tortuosi: se un camion non ti dava strada potevi restare in coda per un’ora. Le strade nazionali passavano in mezzo ai paesi. Fermo ai semafori, raccoglievi particolari che si fissavano in mente. 

    Ricordo la luce della Provenza, la gente che giocava alla pétanque sul sagrato di una chiesa. Fréjus, Brignoles, Aix. Nomi associati a giorni di sole o di vento, al cartello di una marca di birra, ai tavolini di un bar all’aperto. Dall’amnesia emergono sensazioni staccate: il sapore dei croissant a Saint Martin du Crau; Arles, il ponte sul Rodano, Van Gogh distrutto dai pastis e dalla follia; la Camargue. Proprio lì, fra giuncaglie e paludi, la strada passava davanti a un bar chiamato Mirador e ogni volta che passavo di lì ricordavo una terrazza in Grecia dove tanti anni prima avevo bevuto cocacola sotto un sole che spaccava i sassi e davanti a me c’era un mare di frumento e le cicale cantavano assordanti.

    Che senso ha ricordare i ricordi? Perché mi sono rimaste in mente proprio queste cose? Che rapporto c’è fra l’una e l’altra? E il rapporto, se c’è, è nelle cose o nella mia testa? Ecco a cosa servono le domande: a mordersi la coda. So soltanto che non rivedrò mai più il ponte sul Petit-Rhône, i tetti conici sui torrioni di Carcassonne, il temporale che rotolava giù dai Pirenei e la ragazza stralunata che parlava uno strano dialetto. Tutto svanito, tutto confinato in un angolo incoerente della memoria insieme alla raffineria di Tarbes illuminata nella notte e all’imbevibile caffè dell’unico bar aperto a Toulouse. Tutto così, alla rinfusa, tenuto insieme dal miraggio della Spagna.

 

 

                                                             7

 

 

 

    Se penso al vuoto assoluto che avevo in testa qualche giorno fa, mi meraviglio di quante cose riesco a tirar fuori dalla memoria. Il fatto è che non era un vuoto, ma un blocco. Ora il tappo è saltato e quando imbocco un percorso vado fino in fondo: la memoria è come il cilindro di un prestigiatore e ogni volta che ci affondo la mano estraggo un coniglio.

    Poco fa ho ripensato alla strada che percorro ogni mattina quando sono a Milano: ho rivisto i tombini sconnessi, le cicche abbandonate sul marciapiede, la cunetta in cui quando piove si forma un lago, la sequenza dei negozi, i profumi della pasticceria sull’angolo. E davanti alla fermata del tram ho rivisto una donna che ho amato trent’anni fa. Ma i ricordi non si collegano fra loro. Ho l’impressione di scavare un pozzo: a ogni picconata scopro cose che me ne fanno ricordare altre. Solo che il pozzo scende in profondità e non incontra mai un’altra galleria trasversale, neanche per caso. 

    Bevo il caffè, poso la tazzina, esco dalla pasticceria e rimango lì, bloccato sul marciapiede. Daniela è immobile alla fermata del tram, alza gli occhi, mi vede, mi riconosce, legge nel mio sguardo che anch’io l’ho riconosciuta. Resta immobile. Non accenna neanche un gesto. L’uomo che le sta a fianco potrebbe essere suo marito. Lei stessa potrebbe non avere voglia di parlarmi.

    So di averti amata, Daniela. Cosa ci ha impedito di amarci per sempre? Forse Mayte, il suo ricordo, la sua ossessione. Oppure Mayte non era ancora comparsa nella mia vita? Non lo so, non ricordo. È come se il passato appartenesse a un altro mondo. Come se fosse la storia di un altro. E tutto il senso di averti rivista, Daniela, è chiuso in quella occhiata, come un pacchettino che contiene una cosa preziosa, infiocchettato da un nastro legato così stretto che non riesco ad aprirlo.

                                                           ***

    All’improvviso mi è tornato in mente come si chiama il paese di mio cugino. E’ il nome che avevo ricordato qualche giorno fa, insieme all’indirizzo. Ma poi l’avevo dimenticato e, visto che il telegramma restava senza risposta, ho cominciato a dubitare di essermi confuso. Adesso invece sono sicuro. Almeno del paese. Potrei aver sbagliato la via e il numero, ma si fa presto a controllare: la Telecom deve poter risalire a via, numero civico e numero di telefono.

    Sono andato alla reception e ho chiesto di fare una telefonata al servizio abbonati. È stata l’esperienza più incredibile della mia vita: come se avessi chiesto udienza al Papa, l’impiegata semplicemente non mi dava retta.

    “Allora, posso fare questa telefonata?”

    “Attenda.”

    Non aveva cose più urgenti da fare. Non stava facendo proprio niente.

    “Attendo cosa?”

    Non ha risposto.

    “Senta, sto cercando di essere gentile: sia gentile anche lei e mi dica quando posso fare questa telefonata.”

    “Glielo faremo sapere.”

    Mi è venuto il dubbio che fosse d’accordo con lo psichiatra: forse si comportava così per farmi uscire dai gangheri, per provocare le mie emozioni. E ho capito che il telegramma non era mai stato spedito. Non so cosa succede qui dentro, ma non mi lascerò fregare così facilmente.

     “Troverò un altro sistema!”

    Mi ha guardato come se non esistessi. Mai visti due occhi più vacui di quelli.

                                                             ***

    Per non esplodere sono tornato in camera e ho cercato di pensare a qualcos’altro. Se l’unica cosa che mi lasciano fare è ricordare, vorrei almeno ricordare un momento felice. Ma io ne ho mai avuti? Se ho mai avuto la sensazione di essere amato, perché non la ricordo? Se ho vissuto almeno un momento sublime, come ho potuto dimenticarlo?

    Forse gli unici momenti felici sono stati quelli in cui pregustavo un viaggio in Spagna e mi figuravo di correre a tavoletta in quegli spazi smisurati, spopolati come la luna. La Spagna, quella vera, comincia quando si sale dalla costa verso la meseta: tutto cambia all’improvviso e sembra di galleggiare su un mare pietrificato, mosso da onde immobili e dovunque si guardi tutto è di una vastità che lascia senza fiato. Ecco: si apre uno dei pozzi in cui affonda la memoria. Era luglio, il frumento era stato mietuto e il panorama, a perdita d’occhio, aveva i colori della bandiera nazionale: giallo paglia e rosso argilla. Non si vedeva un albero per chilometri e chilometri. Non c’era in vista una siepe, un fosso, una casa. L’unico segno di una presenza umana era la strada asfaltata e, ogni tanto, un sentiero sterrato che si perdeva in lontananza.    

    Che gente viveva in un ambiente così sconfinato? Schiacciati dal martello del sole sull’incudine della meseta, gli spagnoli dovevano avere un’idea della vita e della morte tutta particolare. Con quell’idea in testa avevano attraversato l’oceano sulle caravelle, avevano affrontato le selve vergini, le bestie feroci e la paura dell’ignoto. Con quell’idea avevano combattuto per due secoli, a Milano, a Napoli, nelle Fiandre. Con quell’idea avevano prodotto capolavori di pittura, letteratura, teatro. Sarei mai riuscito a capirli?

    Di tanto in tanto in cima a un’altura scorgevo le mura diroccate di una torre. Si profilavano contro il cielo come a chiedere giustizia per le ingiurie del tempo. Le guardavo e mi pareva di stare dentro a un quadro di Salvator Rosa, uno di quei Capricci con rovine che piacevano tanto ai tempi del barocco. Ciò che noi chiamiamo “castelli in aria”, in francese sono chateaux en Espagne, ma quelli non erano fantasie: erano ricordi. Ruderi, macerie. Sassi sbreccati dal passare dei secoli, dall’abbandono, dalla fame. Ecco cosa mi impressionava: la solitudine. Tutto era così silenzioso, così vasto e spopolato, che avvistare una stazione di servizio in quel mare di pietra, in quel deserto giallo, sembrava il preludio a un’avventura in un mondo mitico, popolato dagli spiriti della terra e delle acque.

    L’uomo tutto solo, in piedi sotto una tettoia in mezzo ai campi di grano che si perdevano nell’orizzonte, mentre le cicale riempivano le orecchie e il caldo pesava sulle spalle come una bara, poteva essere un bandito, un ciclope o un eroe. Aveva versato polvere di loto nella cocacola del frigorifero a gettone? E chi era la sua donna? Forse la ninfa di una polla d’acqua sorgiva. E chissà in quale banca il solitario Manolo versava i pedaggi che riscuoteva dai viandanti.

    E invece niente loto, niente rapine, niente ninfe. Solo una persona aperta, felice di conoscere uno straniero. Per uno spagnolo l’impegno più importante è pasarlo bien, riempire il tempo con qualcosa di piacevole, e tutto può servire allo scopo: sport, spettacolo, la festa del paese, un incontro. Per i castigliani, geneticamente sperduti nell’immensità della meseta, incontrare un altro essere umano è un sollievo e una gioia. Mentre la benzina scorreva nel serbatoio, la conversazione sbocciava, si diramava in mille curiosità, mille reciproche confidenze, e pur di prolungare il piacere del colloquio Manolo non si accontentava di versare carburante e passare lo straccio sul parabrezza: puliva il lunotto posteriore, i fari, le targhe. Accettava l’importo della benzina e la mancia con l’aria di dire: “Ma come! Te ne devi proprio andare?”. Quasi avrebbe voluto offrire lui, come si fa al bar con gli amici. Il commiato era virile e riluttante. È la vita, hombre: non si fa a tempo a sentir nascere una corrente di simpatia che è già ora di lasciarsi. Ripartivo con il serbatoio pieno e in fondo al rettilineo, guardando nello specchietto, vedevo Manolo fermo sul bordo della strada che mi salutava con la mano alzata.

    Negli anni ‘60 italiani e spagnoli soffrivano di un complesso di inferiorità: pensavamo di essere dei provinciali. Lo credevano tutti i Manolo della Castiglia, e ne ero convinto anch’io. Avrei dovuto viaggiare parecchio per rendermi conto che non ce n’era motivo.       

                                                           ***                 

    “Secondo lei, è possibile che facciano apposta a isolarmi dal resto del mondo?”

    La zitella mi guarda come se sospettasse di avere a che fare con un demente.

    “Che cosa glielo fa pensare?”

    “È normale che mi impediscano di telefonare e di spedire telegrammi?”

    Un altro sguardo scettico.

    “Ma è sicuro?”

    Già. Come faccio a essere sicuro di qualcosa se non mi dicono mai niente?

    “Mi aiuti lei a comunicare con l’esterno, e vedrà.”

    Silenzio. Ci sta pensando su.

    “Potrebbe essere una prescrizione terapeutica” finisce per dire. “Prima di affrontare il mondo le conviene ricuperare la memoria per intero, no? Ma lei ha davvero bisogno di comunicare con qualcuno? O è solo perché non sa come pagare il conto? Stia tranquillo che, se il problema è quello, la metteranno subito in comunicazione con la sua banca.”

    Ridiamo, un po’ amaramente.

    “Al suo posto” conclude, “io non mi preoccuperei. Mi concentrerei sulla terapia. Chissà quante cose ha sepolte nella memoria.”

                                                            ***

    In fin dei conti, la zitella non ha tutti i torti. Potrebbe esserci di mezzo una prescrizione terapeutica. E non faccio in tempo a mettermi il cuore in pace che subito affondo in un altro pozzo.

    Negli anni in cui italiani e spagnoli si sentivano provinciali, a Parigi, nei ristoranti sui boulevards, chiedevi una cotoletta milanaise e te la portavano su un letto di tagliatelle. Tu domandavi che assurdità era quella e il cameriere, con l’aria di insegnarti a stare al mondo, ti rispondeva: “Monsieur non è italiano? In Italia con la carne non si serve una garniture?”. Come se le tagliatelle fossero fagiolini o patate fritte.

    La mia prima sera a Parigi cenai nel ristorante di fronte all’albergo. Doveva essere un ritrovo di pied-noir, fuorusciti dell’Algeria, perché la specialità della casa era il cuscus. Per il servizio ai tavoli non c’erano camerieri ma anziane signore in grembiule nero e crestina bianca. Prendevano l’ordinazione ripetendola in falsetto, concludendo con un Merci! in tono ancora più falso, e addirittura accennavano una riverenza. Credetti che mi prendessero in giro finché non le vidi comportarsi così anche con gli altri clienti, i quali mostravano di accettare la cosa con naturalezza.    

    Roba da matti. A Parigi, con tutto quel che aveva significato il maggio ’68, esistevano ancora simili assurdità nei rapporti cameriere-cliente? Chi andava al ristorante pagava per sentirsi superiore e pretendere il servilismo altrui? Ebbene sì. In tutti i cinema c’era ancora la maschera che ti accompagnava al posto (mancia: 1 franco). In tutti i ristoranti del centro un tizio più o meno gallonato ti apriva la porta o pilotava l’ascensore (mancia: 1 franco). L’immancabile addetto al vestiaire prendeva in consegna il tuo cappotto e ti dava la contromarca (mancia: 1 franco). Dopodiché cominciava la processione: la sigaraia, la fiorista, il posteggiatore, eccetera eccetera. Un franco a ciascuno.

    La mentalità francese di allora partiva dal presupposto che distribuire mance a destra e a sinistra fosse il massimo della grandeur. Il cliente che veniva a gustare una dozzina di ostriche, una quiche e una bottiglia di mediocre champagne doveva sentirsi un essere superiore. E così, per una soddisfazione che non provavi affatto ma che eri socialmente tenuto a fingere di provare, metter piede in un locale pubblico significava tollerare un accattonaggio legalizzato e mostrarsene contenti. Secondo i provincialissimi parigini, andare al cinema o al ristorante doveva comprendere la gioia accessoria di apparire superiore, come un maragià che passa tra la folla a dorso di elefante e, con il largo gesto del seminatore, getta monete al popolino.

 

                                                            8

 

 

 

    Chissà se c’è la luna. Ho abbassato la tapparella perché se non sono al buio non mi addormento, ma stasera ci vuol altro: anche nell’oscurità più totale non riesco a prender sonno. Mi giro e rigiro nel letto, penso a cento cose che sfuggono come stelle filanti in una notte d’estate, e non mi fisso su nessuna in particolare.

    Non voglio guardare l’orologio. Metti che siano ormai le due o le tre: se lo so, comincio a pensare che, oddìo, è tardissimo, metà della notte se n’è già andata, domani sarò rimbambito per tutto il giorno, e mi preoccupo così tanto che non dormo più. Se invece non lo so, magari fra un attimo chiudo gli occhi e parto per il mondo dei sogni.

    Ma stanotte il sonno non arriva e i miei pensieri sono pesanti come incubi. Che vita è quella che ho vissuto? Sono ancora in tempo per darle un senso? Oppure sono agli sgoccioli e il mio passato non è che un’opportunità buttata al vento?

    Probabilmente è proprio così: ho sbagliato tutto. Ho sprecato la vita a inseguire farfalle, a correre rischi inutili. Quante volte ho rischiato la pelle? E che cosa ne ho ricavato? A Salamanca ci sono andato vicino per due volte: quando la morte di don Agustin mise in allarme la città e io fui così incosciente da litigare con tutti; e poi ancora due anni fa, quando tornai a smuovere pietre che avrei dovuto lasciare dove stavano. Forse ho rischiato grosso anche a Milano: Bianca avrebbe potuto uccidermi facilmente, se avesse voluto. E invece abbiamo fatto l’amore. “Non ero più un pericolo”. L’ha detto lei.

    Ma poi, un mese fa, c’è stato l’incidente. E se tutto fosse collegato?

    Maledizione! Perché non riesco a ricordare come sono uscito di strada? Tutto ciò che ho in mente è un colpo, il parabrezza incrinato, la macchina che sbanda e picchia contro qualcosa, si rovescia, il parabrezza che si incrina, e vedo il cielo attraverso il buco nel parabrezza, mentre il dolore mi taglia il respiro e non mi lascia neanche la forza di gemere. E niente altro, tranne che adesso sono qui, in una clinica, in un paese di mare, a duecento chilometri di distanza.

    Perché mi hanno portato qui? Chi mi ci ha portato? E io che non l’ho ancora domandato a nessuno! Lo psichiatra dovrà pur saperlo. Ma non lo dirà: vuole che me lo ricordi da solo. E io non trovo un appiglio per rimettere in moto la memoria. Ho avuto l’incidente sull’autostrada fra Malpensa e Milano. Da dove venivo? Cos’ero andato a fare? Ricordo un sacco di cose, ma quando mi avvicino all’oggi i fatti diventano evanescenti. E le cose che mi sfuggono sono le più importanti. Nomi e indirizzi dei miei amici, per esempio.

    Non riesco a immaginare che peccato ho commesso perché la mia vita si sia ridotta a una ricerca a tentoni. Eccomi qui a fare il convalescente, a passare il tempo in un’attesa scandita dagli interrogatori dello psichiatra e della zitella. Due personaggi che mi sconcertano. Uno lo fa per mestiere, ma l’altra?

    Certe volte mi trattano come un testimone reticente. Hanno l’aria di rimproverarmi: tu sai “tutto” e non lo vuoi dire. Ma io devo ancora capire bene chi sono. Figuriamoci se posso sapere quel che mi è successo. Non riesco neanche a fissarmi su una linea di pensiero: divago senza rendermene conto. Anche adesso sto già pensando a qualcos’altro. I pensieri se ne vanno per conto loro, spariscono e ritornano, e quando tornano vogliono la precedenza. Poco fa, ricordando quante volte ho rischiato la pelle, sono tornato in Spagna. E ho capito che, nella mia testa, l’idea della morte è associata al panorama della meseta.

    Mi rivedo in auto sulla carretera de la Coruña. Supero l’ippodromo della Zarzuela, dove andai con un amico che avrebbe dovuto essere competente. Non azzeccammo neanche una puntata e in più mi toccò veder abbattere un purosangue azzoppato. L’autostrada continua a scorrere. Madrid si sfrangia in cento sobborghi, zone industriali, urbanizaciones.

    L’aria rinfresca mentre la strada sale verso San Lorenzo del Escorial. Venni qui per una delle ultime apparizioni di Antonio Bienvenida. Lo vidi muoversi fra le corna del toro con l’eleganza e la sprezzatura di un ballerino di tango. Contenne la furia dell’animale imprigionando il suo sguardo nelle pieghe della cappa, guidandolo verso il picador con una serie di delantales al paso che fecero esplodere il pubblico in un applauso infinito. Quando prese la spada e la muleta per andare a compiere l’ultimo atto della tragedia, un ciccione con la voce da basso profondo gli gridò dagli spalti: “No tenemos prisa, Antonio! No tenemos prisa!”. Come a dire: facci gustare la tua arte goccia a goccia. Lui alzò la testa alle gradinate, vide il ciccione, forse lo riconobbe, gli dedicò uno dei suoi sorrisi dominatori e indicando il nemico sillabò: “Mira como lo toreo”. Come a dire: adesso lo peso, lo incarto e te lo porti a casa.

    Gli restavano da vivere solo pochi mesi, ma non poteva saperlo. Non lo sappiamo mai. 

                                                              ***

    Ora che ho imboccato la strada, ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca. Ho girato mezzo mondo e ho fatto avanti e indietro da tanti posti, ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi fa venire in mente il gioco dell’oca o la caccia al tesoro, un percorso disseminato di stazioni, ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato, che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è?

    Dopo San Lorenzo del Escorial l’autostrada sale ripida fra i pinastri che punteggiano le forre argillose, dilavate dalle piogge. Lo spettacolo non ha niente di suggestivo: ci si allontana dalla metropoli in ampi tornanti su per un’erta spelacchiata. Il passo si chiama Alto de los Leones, nessuno ha mai saputo dirmi perché. Forse ai tempi di Scipione l’Africano c’erano leoni anche qui.

    In un certo senso, salire fin quassù è un po’ come vagare nell’oscurità. Forse è un’impressione soltanto mia, dovuta a un ricordo pauroso. Certo, non dimenticherò mai la notte in cui andai vicino a perdere la sicurezza in me stesso mentre risalivo le pendici della sierra sull’altro versante. Stavo tornando a Madrid e mi salvai perché andavo verso la luce, la razionalità. Sì, forse mi salvai. Ma per fare che? Il viaggio vero è nella direzione opposta, verso Salamanca, l’occidente, l’enigma di un orizzonte confuso e sterminato.

    La strada si allarga in una piazzola che fa da belvedere. Mi fermo. Scendo. La vista spazia per decine di chilometri su una pianura senza fine che arriva fino all’orizzonte. La prima volta che mi affacciai da quassù era stato appena mietuto il frumento, non c’era neanche una nuvola e avevo il sole alle spalle: la Castiglia era tutta gialla, il cielo tutto azzurro, e la linea di confine fra terra e cielo era netta come un taglio di rasoio. L’aria era secca come quella del deserto. Vent’anni dopo erano cambiate le colture: il mais, che ha bisogno d’acqua, aveva reso il suolo verde e umido, e l’orizzonte non era più una linea netta ma una striscia caliginosa che sembrava l’alone di una cancellatura.

    È così che la vita ci delude: da giovani abbiamo le idee chiare, crediamo di sapere quel che vogliamo e come ottenerlo; da vecchi portiamo le cicatrici di troppe delusioni e non crediamo più a niente.    

                                                            ***

    Quando avevo fretta restavo in autostrada fino a Sanchidrián, ma oggi esco a Villacastín e prendo la strada di Avila lungo le pendici settentrionali della sierra. A un certo punto, sulla sinistra incontro un grande prato verde che mi ha sempre colpito per la sua assurdità. È cosparso di massi erratici, anche di grandi dimensioni, che non si capisce da dove siano discesi: non ci sono in vista cime, cocuzzoli, rocce da cui possano essersi staccati, e il pendio non è così ripido da farli rotolare. Uno è costretto a pensare che milioni di anni fa sia esistita una catena di monti alti e rocciosi, che un cataclisma abbia staccato quei massi e li abbia fatti rotolare a valle, e che nei millenni successivi il vento e la pioggia abbiano spianato la catena montagnosa fino a ridurla a un dolce declivio pelato.

    Ma come mai gli agenti atmosferici che avrebbero sbriciolato una catena di montagne hanno lasciato incolumi i massi erratici? Immagino che anche un geologo avrebbe problemi a dare una risposta.

    Forse è meglio affidarsi alla fantasia, come faceva don Chisciotte, e immaginare una spiegazione completamente diversa. Non c’è mai stata una catena di montagne: quei massi sono biglie che i giganti si divertivano a far rotolare con un colpetto dell’indice. E come mai sono finite proprio qui? Chissà. I giganti hanno un cervello da bambini: giocano, danzano, svaniscono.  

                                                               ***

    Avila è una città austera, chiusa nella sua cinta muraria rettangolare. L’ho ammirata tante volte ma non ci sono mai entrato e solo adesso capisco perché. Mi ha sempre fatto impressione, come quei borghi semispopolati fra Umbria, Lazio e Toscana, arroccati in cima a un colle, con le torri di scolta erte a spiare l’orizzonte. Luoghi dove tutto si è fermato. Le strade, le case, sono le stesse di ottocento anni fa. L’aggiunta delle grondaie ai tetti e degli infissi alle finestre non ne ha turbato l’aspetto. Caldaie e termosifoni non hanno incrinato la solidità dei muri. Niente industrie in questi borghi: solo mercato e turismo. Tutt’al più qualche artigiano. L’industria di Avila erano le mura: proteggevano i contadini quando arrivavano spingendo le greggi e cercavano rifugio dall’esercito dei mori che li incalzavano. Bisognava rifugiarsi, dare al Cid il tempo di venire alla riscossa, per liberare la città dall’assedio.  

    Di tutte le stazioni nel viaggio verso Salamanca, Avila è quella che più chiaramente parla di morte. So che le faccio torto se dico che la sua atmosfera è cimiteriale, eppure questo è l’effetto che mi fa. Ammiro la sua perfetta conservazione, ma è imbalsamata come una mummia.

    Avila sta a guardare chi passa e gli insinua nell’animo il primo presagio di cosa lo aspetta alla fine del viaggio.

                                                             ***

    Dopo Avila si scende. Non agli inferi e neanche in una selva oscura, ma in basso, questo sì. Tant’è vero che la zona si chiama Abajo. Non so se si tratti di una depressione tettonica o dell’alveo del fiume Tormes. Il panorama è assolutamente privo di verticalità: chilometri e chilometri senza un campanile, un pioppeto, un filare di frassini. Niente. Neppure un capanno per gli attrezzi. A perdita d’occhio tutto è area coltivata, un tempo a frumento, oggi a mais. E lo sguardo vola sempre allo stesso livello. Scendere nell’Abajo è un po’ come tuffarsi e nuotare sott’acqua in apnea. Ci si sente in dovere di risalire, di esplodere in un salto. Ci si prepara a qualcosa di notevole. Salamanca è dietro l’orizzonte: non si vede, ma si intuisce, e alzando lo sguardo si ha l’impressione che nell’aria si muova qualcosa di impalpabile.

    Mi domando quale deve essere l’umore prevalente di chi nell’Abajo ci vive, con la città a un’ora di autobus, ma fuori vista. Salamanca è laggiù, dietro l’orizzonte. Lo sanno, e non possono vederla. Dall’Abajo la avvertono solo con l’occhio della mente, ma è un’assenza che incombe. In mezzo a questi campi ondulati fino a un irraggiungibile orizzonte ci si sente sorvolati, ignorati, respinti ai confini di una repubblica che pratica un rigido “numero chiuso”. Atene era più in sintonia con Alessandria che con la Beozia. Salamanca è più vicina a Heidelberg che all’Abajo. Chi vive qui, con i piedi affondati nella terra e gli occhi fissi nel cielo, deve concentrarsi sulla quotidianità: fatica fisica, arature, concimazioni, semine, raccolti, apprensioni per una grandinata, per i parassiti, per le fluttuazioni dei prezzi. Storia e cultura arrivano come un’eco, come un richiamo lontanissimo nel tempo e nello spazio, che non per questo perde fascino. Anzi. Attraversando l’Abajo arte, poesia e sapere appaiono come donne bellissime alle quali si è dovuto rinunciare per colpa di un destino avverso. Donne che non avremo mai. Non in questa vita.

    Se Avila è la morte, l’Abajo è il purgatorio.

                                                              ***   

    E prima di arrivare a Salamanca il percorso si sfrangia, si perde nella dehesa, nei campi dove si increspano onde immobili fino all’orizzonte. Rivedo il Tormes al ponte di Encinas, l’acqua limpida che muove le alghe sul fondo, e nel ricordo tutto si mescola, come se avessi paura di affrontare Salamanca senza una preparazione adeguata. Le giro attorno con circospezione. A Ledesma è domenica mattina: la gente si affolla sul sagrato, le donne indossano i costumi tipici, rossi, trapunti di lamé argentato, e portano la pettinetta come Lucia Mondella. A Peñaranda rivedo la saletta con due soli tavoli dove mangiammo cosce di rana grandi come cosce di pollo, e callos e tostón, con un vino rosso di diciannove gradi freddo come un sorbetto. Ecco la strada di Vecinos e i tori accovacciati nell’erba alta, e i mandriani a cavallo che cercavano di spostarli. E La Alberca, un paesino di mezza montagna che potrebbe far venire in mente certi film come Un tranquillo weekend di paura, ma può anche far pensare a Asolo o a Civita di Bagnoregio, con la sua urbanistica spontanea creata da artigiani sconosciuti che avevano le loro ingenuità ma anche un senso estetico sicuro.

    E sulla strada del ritorno, mentre il cielo incupiva e noi attraversavamo interminabili piantagioni di madroños, l’apparizione di Sancho Panza in groppa al suo asino: un uomo panciuto con il viso tondo, che chissà in quale abituro avrebbe passato la notte e vagava in mezzo alla solitudine con pochi e scoordinati pensieri in testa, cercando corbezzoli maturi da infilare nella bisaccia di iuta che gli pendeva sul petto e sulla schiena.

                                                              ***

    Anche questo è purgatorio, ma solo perché non esiste paradiso su questa terra. Tutto ciò che rimane quando ce ne andiamo, sono pochi attimi che, nel momento in cui avvennero, abbiamo vissuto come istanti qualunque e che poi, senza uno straccio di motivo, ricordiamo come vertici di felicità in una vita di noia, ora che il tempo è diventato acqua di torrente e non riusciamo a stringerlo fra le dita. 

 

                                                             9

 

 

 

    Ho avuto l’impressione di raccontare a me stesso un viaggio verso Salamanca; ma forse l’ho sognato in un assopimento leggero, di quelli che capitano a volte, dai quali si riemerge e nei quali si ripiomba senza accorgersi della differenza. Ma dormire davvero, stanotte non ci riesco.

    Perché continuo a pensare ai tori? In realtà non faccio che pensare alla morte. È assurdo averne paura: prima o poi deve arrivare, lo so. Ma rimpiango una vita spesa alla carlona, senza ottenere niente di ciò che avrei voluto; anche perché non sapevo cosa volevo, e il tempo è passato così, mentre andavo alla ventura nel modo più scriteriato che si possa immaginare. Eppure, che senso ha questo discorso? Che un’avventura sia stata più o meno balorda lo sai solo quando ti volti indietro e la giudichi come se al momento di cominciarla avessi saputo che sarebbe andata a finire così e avessi detto: “Sì: è proprio questo ciò che voglio!”.

                                                           ***

    Se ho vissuto tirando a campare, non sono l’unico al mondo. Gli animali, poi, sembra che non facciano altro. I tori sulla strada di Vecinos stavano accovacciati nell’erba come fauni indolenti, incerti se suonare il piffero o lo scacciapensieri. Ma i vaqueros li conoscevano e si tenevano pronti a spronare il cavallo. Il toro è una bestia stupenda ma è associato con i nostri istinti primordiali: il terrore dei mostri e il desiderio di sfidarli. Il complesso di Sigfrido. Basta vedere un toro per aver paura, ma anche per provare l’impulso di dominarla. Non per uccidere il toro: per vincere se stessi.

    Non ho le prove, ma sono convinto che la tauromachia rappresenti in forma neanche tanto metaforica gli sforzi degli esseri umani per sopravvivere. Chi chiude gli occhi sugli aspetti brutali della lotta per la sopravvivenza finge di ignorare che il candore ha bisogno di qualcuno che si accolli il lavoro sporco. Eppure anche alle anime belle può capitare di ritrovarsi in una situazione primordiale, una di quelle in cui non basta sapere cosa fare ma è necessario metterlo in pratica e avere lo stomaco per farlo.

    Di fronte a una forza della natura come il toro, cinquecento chili di muscoli concentrati sulla punta delle corna, l’uomo deve ricorrere a una strategia. Deve innanzitutto fermarne l’impeto (in spagnolo il concetto è sintetizzato nel verbo parar), poi deve far sì che la carica si conformi a un ritmo (templar), infine deve entrare nella testa dell’animale e assoggettarlo (mandar). Solo a questo punto potrà assalirlo di fronte e portare l’affondo sperando di sfuggire al contrattacco.

    E così eccomi qua, a rigirarmi nel letto, a pensare ai modi con cui si può sfuggire alla morte. Ce n’è uno solo, ed è la grande scoperta del barocco: per uccidere la morte bisogna sfidare il pericolo, impaurire la paura.

    La tauromachia è nata dalla necessità di uccidere il toro per farne polpette, ma da almeno duecento anni ha cambiato scopo. Se fosse solo macelleria, non ci sarebbe bisogno di vestire i toreri con costumi di broccato luccicante e soprattutto non avrebbe senso rischiare la pelle per attaccare il toro di fronte. Basterebbe mettersi in due: uno distrae la bestia sventolando una cappa, l’altro gli caccia la spada nel corpaccione. Lo scopo della corrida moderna è mettere in evidenza che un uomo, un uomo solo, dominando la paura, può sopravvivere alla natura ostile usando cervello e cojones; il primo per comandare al toro, i secondi per comandare a se stesso. Tutto questo può essere visto come un quadro o come un racconto e, se è dipinto o raccontato bene, può diventare arte.

    Ma capita anche di dipingere una crosta. Gli amici dei toreri sono sempre pronti a scusare le défaillances dei loro beniamini accusando il toro di “non collaborare”. Vogliono dire che il toro si è messo sulla difensiva e per cavarne qualche passo artistico il torero avrebbe dovuto rischiare più del lecito. Ma io non posso dimenticare il commento di un vecchio abbonato madrileno: “Het-toro no ettá pagáo pa’ colaborá. Het-toro ettá pagáo pa’ set-toro!” (Il toro non è pagato per collaborare. Il toro è pagato per essere toro!).

    Il toro è una bestia selvaggia che non ha leggi, ma è la materia con cui hanno a che fare i toreri. Per fare arte l’artista deve piegare se stesso a utilizzare la materia di cui dispone, quale che sia. Michelangelo non poteva sapere quali e quante venature avrebbe incontrato all’interno di un blocco di marmo, così come non poteva cambiare l’architettura della cappella sistina; però sapeva adattarsi per sormontare le difficoltà. È questo il segno distintivo dell’arte: l’invenzione di una “forma” usando la quale l’essere umano vince la materia bruta e trascende se stesso. Se ci si ferma al dominio della materia si fa tecnologia o artigianato. Se assoggettando la materia si arriva a dominare se stessi si fa arte.

                                                          ***

    In Spagna il territorio è enorme e la popolazione scarsa. Le mandrie di animali selvaggi vennero sospinte nei terreni meno floridi. Ma di tanto in tanto un toro si sbrancava, entrava nei pascoli, prendeva gusto all’erba fresca, scacciava le bestie mansuete e non voleva saperne di tornare nei prati brulli. Bisognava riportarcelo o farlo fuori. E non era una cosa semplice.

    Il toro selvaggio sta al toro delle razze da latte o da carne come il lupo sta al cane. A quattro anni il peso di un toro selvaggio è intorno ai 500 chili. Un toro chianino pesa il doppio, ma il chianino ha la carne marezzata di grasso, invece il toro da combattimento è tutto muscoli e tendini, e per mangiare la sua carne bisogna farla stufare tre o quattro ore. I muscoli del collo di un toro selvaggio si ergono come una gobba e racchiudono una forza smisurata. Quella gobba lo distingue dai tori che vengono macellati a diciotto mesi per farne bistecche. Non è raro vedere un toro affondare le corna nella corazza che protegge il cavallo, sollevarlo con il picador in sella, buttarlo a terra e accanirglisi contro menando cornate come colpi di maglio. Niente come un toro selvaggio esprime la forza bruta della natura. L’uomo delle caverne, prima che per mangiare e coprirsi, ha imparato a uccidere le bestie selvagge per salvare la pelle: ha lottato per la vita o per la morte contro un universo che si presentava come il regno del caos.

    Per chi vive nel mondo civilizzato è facile illudersi che la città abbia messo al bando la giungla. Ma la giungla è sempre presente e può riprendere il sopravvento da un momento all’altro; un’eruzione, un terremoto, un nubifragio, un blackout: improvvisamente la terra ci sfugge sotto i piedi, ci accorgiamo di quanto sia fragile la civiltà e ripiombiamo nella paura dell’ignoto.

    La natura è capace di sonnecchiare per secoli, come il Vesuvio; ma quando si risveglia è incontenibile. Il toro la rappresenta alla perfezione: non è esotico come il rinoceronte, non è surreale come il drago. La paura che incute nasce dal fatto che il suo aspetto ci è familiare, lo riconosciamo, sappiamo di cosa è capace.

                                                          ***

    Il toro da combattimento può scattare al galoppo con la velocità di un purosangue, fermarsi, voltarsi e tornare a caricare senza prendere fiato. Esistono mezzi pacifici per spostarlo da un posto a un altro, ma se si intestardisce non c’è verso di fargli cambiare idea. Si favoleggia di tori in mezzo ai binari di una ferrovia, che si sono rifiutati di schiodarsi di lì. Quando il treno è arrivato ha dovuto fermarsi. Il manovratore ha cercato di avanzare tra fischi, sbuffi di fumo e rumore di stantuffi, e il toro ha caricato la locomotiva.

    A dirla tutta, questa storia l’ha raccontata Hemingway e ha un’aria un po’ troppo western. Chi vuole “venderla” farà bene a giurare di averla ascoltata nella ganaderia dalla quale uscì quel toro nel 1909. Citerà il nome del ganadero, magari inventandone uno verosimile. Racconterà di aver visto la foto del toro, o la sua testa imbalsamata, con le corna lunghe come braccia e con la punta rivolta all’insù. Riferirà che il toro si chiamava Garduno e fu ucciso da Rafael el Gallo – il fratello del famoso Joselito – nella plaza de toros di Siviglia il giorno di Pasqua del 1909. E farà un figurone.

                                                            ***

    L’apparizione del toro nell’arena mescola sentimenti contrastanti: paura, stupore, ammirazione. Stare a dieci metri da un toro che pascola in campo aperto è un’esperienza che non si dimentica, ma per restare immobili davanti alla sua carica ci vuole qualcosa di speciale. Ogni torero conosce un “numero” che si chiama porta gayola. Consiste nel mettersi in ginocchio davanti alla porta del toril, aspettare la carica senza muoversi di un millimetro e sventolare la cappa in un largo svolazzo da destra a sinistra. Il toro dovrebbe seguire la cappa passando alla sinistra in un rombare di zoccoli. Ma ne ho visto uno puntare dritto sul matador inginocchiato, colpirlo al torace, sollevarlo da terra e gettarlo nella polvere. Per la storia, quel torero si chiamava Vicente Ruiz El Soro, e se la cavò.

    Invece Francisco Ruiz Miguel, un simpatico signore con mille e più corride al suo attivo, racconta che lo scherzetto della porta gayola, lui, l’ha fatto solo una volta in tutta la carriera e quando si è aperta la porta del toril gli è sembrato di vedersi arrivare addosso un autobus.

    Ci penso, e riprovo un brivido mentre mi rigiro sotto le lenzuola. Mi torna in mente una corrida di Miura. Gli spalti erano gremiti di spettatori che avevano pagato il biglietto solo per vedere i tori. Quando entrò nell’arena il quarto esemplare, un mostro di settecento chili con il mantello grigio e con due corna che sembravano attaccapanni, ci fu un boato: ventimila persone scattarono in piedi tutte insieme e applaudirono freneticamente. Al toro era bastato presentarsi per dare un pugno nello stomaco a tutti quanti.

    Con il suo aspetto minaccioso eppure armonico, il toro incarna il mistero della natura. Può caricare in linea retta ma può anche scartare all’improvviso, scrollare la testa e ficcare un corno nei testicoli, nei glutei, nel collo, dovunque. Il toro è imprevedibile come la vita e, come la vita, può essere monotono, indolente, noioso. Ma proprio lì, in mezzo alla noia, può scuotere la testa al momento sbagliato, come il tir che corre nell’altro senso sull’autostrada e all’improvviso sbanda, salta la corsia e ti piomba fra capo e collo. Il toro è il destino. 

                                                            10

 

 

 

    Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E adesso sono qui, seduto su una panca davanti all’ambulatorio di cardiologia, con lo sguardo perso nel vuoto, un vago mal di testa e la sensazione che le prossime otto ore di sonno non basteranno per rimettermi in squadra. Mi domando se questi esami fanno parte di un programma o se il medico curante li prescrive di volta in volta perché ha un sospetto che non riesce a precisare. Vorrei vederlo in faccia questo sconosciuto luminare. Vorrei afferrarlo per il bavero della giacca, scuoterlo un po’, soltanto un po’, e gridargli sul muso: “Cosa stai cercando? Dimmi la verità! Ho un tumore? Voglio saperlo”.

    Ecco perché stanotte non ho dormito.

    Questo soggiorno in clinica è come un viaggio e l’idea di essere portato in giro senza conoscere l’itinerario mi secca. Ma nessuno dice niente. Nessuno risponde alle mie domande. Perché non mi dicono chi è il mio medico curante? Com’è possibile non sapere chi è responsabile della tua salute, della tua pelle?

    Eppure, a pensarci bene, tutta la vita è fatta così: per ottenere effimeri successi devi indovinare la soluzione di problemi per i quali disponi di una quantità strabocchevole di dati inutili, e ti mancano quelli essenziali. L’ho imparato parecchi anni fa e ormai ho smesso di arrabbiarmi. Resto qui, seduto sulla panca come un fellah che ha saltato due pasti di seguito e cerca di non pensare che salterà anche il terzo, tengo lo sguardo fisso davanti a me e vorrei sgomberare la mente fino al vuoto assoluto. Che ci faccio qui? Aspetto il turno per un’ecografia. Poi mi sistemeranno gli elettrodi dell’holter e li terrò per ventiquattr’ore. Annoterò tutte le attività della giornata: riposo, passeggiata, rampe di scale, pasti, sonno. Non è prevista l’attività sessuale. Peccato.

                                                                ***

    Comincio a sospettare che la zitella mi ronzi attorno per spiarmi. E non solo per sapere dove vado, cosa faccio. Ho l’impressione che mi spii dentro, che legga i miei pensieri, che compaia quando sa che è il momento giusto per farmi parlare del mio passato.

    In questo momento sono teso, anche se non so dire perché. Fatto sta che adesso sono qui, seduto sulla dannata panca, in attesa che mi chiamino per la maledetta ecografia e, guarda un po’, compare la zitella. Dice qualcosa ma non le faccio caso. Credo che mi saluti, che aggiunga qualche frase insignificante alla quale rispondo con un cenno. Poi, senza preavviso, eccola partire all’attacco.

    “Lei cosa ne pensa della sua vita? È soddisfatto di sé?”   

    “Come sarebbe a dire?” domando. Mi volto a guardarla in viso ma, anche questa volta, non riesco a fissarla negli occhi: sembra a disagio, tiene lo sguardo fisso a terra, parla a bassa voce, muove le mani gesticolando a vuoto.

    “Ma sì: lei ha rischiato di morire in un incidente, ha perso la memoria e la sta ricuperando pezzo per pezzo. Avrà riconsiderato successi, sconfitte, occasioni perdute; avrà avuto rimorsi e rimpianti. È una occasione unica, rivedere senza preconcetti una vita intera. E dunque: cosa ne pensa? Valeva la pena di viverla?”

     Bella domanda. Era da un po’ che giravo attorno a questo interrogativo, e non me ne rendevo conto. È un argomento di cui non si parla neanche a un amico, per paura di seccarlo. Invece la zitella lo fa con lo stesso tono con cui chiederebbe se mi è piaciuto il film. E a una donna non si può rispondere in malo modo. Dopo tutto, può darsi che parlarne mi aiuti a chiarirmi le idee. A volte vengono alla luce cose che non sapevi di avere dentro, e va a finire che racconti ad altri ciò che non saresti mai riuscito a dire a te stesso.

                                                             ***

    “Cosa è stata la mia vita? Piccoli successi, piccole sconfitte, tanti sogni scambiati per realtà. Niente di gratificante.”

    La zitella vorrebbe obiettare qualcosa, ma la fermo subito.

    “Uno fa salti mortali per ottenere uno scopo e non lo raggiunge, poi succede qualcosa e lo scopo che sembrava così importante diventa di colpo indifferente. E anche a vent’anni di distanza uno non è in grado di dire che cosa è cambiato e quale è stato l’errore. Perché non basta sapere cosa è successo prima e cosa dopo: nella vita capita perfino che gli effetti vengano prima delle cause.”

    Per l’ennesima volta cerco di fissare la zitella negli occhi, ma lei guarda a terra e le palpebre nascondono la sua espressione. E io insisto.

    “Quando sono tornato in Italia ho scoperto che i rapporti fra i sessi erano cambiati. Improvvisamente sembrava che le donne avessero da riversare sugli uomini un odio accumulato nei millenni.”

    Mi fermo e ci penso su. Da un momento all’altro l’infermiera potrebbe aprire la porta e chiamarmi per l’ecografia. Vale la pena di infognarsi in questo discorso per poi lasciarlo a mezzo? La zitella tiene la testa bassa e tace. Io alzo le spalle.

    “Dovremmo stimarci per ciò che siamo. Invece gli uomini idealizzano le donne in un senso, loro li idealizzano in un altro, e tutti quanti restano delusi. Non ci innamoriamo l’uno dell’altra, ma dell’idea che ce ne siamo fatti, e prendiamo regolarmente lucciole per lanterne.”

    Intorno a noi c’è silenzio, odore di disinfettante, muri intonacati di recente. La zitella guarda la parete di fronte e continua a tacere.

    “Le donne vogliono la parità ma pretendono che l’uomo sia responsabile anche per loro, che prenda le giuste decisioni, che sia un misto di papà e di genio della lampada. Invece, per stare alla pari bisogna essere indipendenti, avere personalità. Di donne così, ho conosciuto soltanto Mayte. Era donna, come no? Sapeva essere incomprensibile e snervante, ma non pretendeva niente per legge o per grazia divina. Guardava negli occhi e sfidava, da pari a pari.”

    La zitella alza la testa come se volesse esclamare: anch’io sono una donna con la D maiuscola! Ma resta in silenzio. Già. Anch’io credevo di essere un uomo con qualche maiuscola qua e là, ma ormai non inganno più neanche me stesso.

    “Con altre donne ho avuto storie complicate, schivando mariti e fidanzati, incrociando paturnie e crisi esistenziali. Non voglio pensarci: sarebbe odioso scoprire che non era amore, ma soltanto il piacere della trasgressione.”

    Finalmente la zitella si riscuote: i ragionamenti la annoiano, ma parla di sentimenti e drizza subito le orecchie. 

    “Voi uomini siete sempre cinici, a cose fatte.”

    Scuoto la testa. Questa storia l’ho già sentita troppe volte.

    “Niente affatto: siamo troppo romantici. Una donna nubile, anche se ti ama davvero, vuole un marito, uno status sociale e un sacco di cose che, tutte insieme, fanno una torta nella quale tu sei soltanto la ciliegina. Invece una donna impegnata rischia perché vuole te, non ciò che possiedi o prometti di diventare; vuole te e basta, così come sei, visto e piaciuto. Amare una donna proibita è come guardare il toro che ti si precipita addosso. Mayte era proibitissima e stare con lei era come essere contemporaneamente toro e torero: dava la sensazione di rincorrere il senso della vita.”

    Si apre la porta dell’ambulatorio. L’infermiera mi guarda e mi fa segno di entrare. La zitella fissa la parete di fronte e non dice niente.

                                                           ***

    Mi hanno rimandato in cardiologia e adesso ho gli elettrodi dell’holter appiccicati sul torace. Con la camicia fuori dai pantaloni mi sento impacciato. Dovrò farci l’abitudine, e quando l’avrò fatta sarà ora di smontare tutto.

    Passo dalla reception. Voglio chiamare la Telecom, farmi dare il numero della mia banca, parlare con il direttore. Ma l’impiegata dice che non si può. Mi informa che fra i miei effetti c’era anche un telefono cellulare che è stato requisito per disposizione del medico curante. Lo riavrò solo con il suo permesso.

    “Lei è in terapia e deve attenersi alle disposizioni.”

    “Ah sì? Posso avere il piacere di sentirmele dire in faccia tutte in una volta, le dannate disposizioni? Chi è questo medico curante? Dove posso trovarlo?”

    “Spiacente, non lo so. Non posso aiutarla.”

    Pesto un pugno sul banco e ruggisco come un giaguaro affamato. Ma l’impiegata non fa neanche una piega. Probabilmente se l’aspettava.

                                                            *** 

    Dopo pranzo trovo la zitella seduta su una poltrona nell’atrio. Mi lascio cadere sulla poltrona accanto. Chissà se ricorda i discorsi di stamattina. 

    “Devo chiederle scusa: oggi l’ho seccata con i miei discorsi sconclusionati.”

    “No. No, per niente.”

    Tanto per cambiare, evita il mio sguardo.

    “L’ortopedico mi ha detto di passeggiare, ma non mi fido ad allontanarmi da solo. Vuole accompagnarmi fino in paese? Sempre se non è seccata con me.”

    Lei si alza e si avvia senza guardarmi in faccia.

    “Non sono seccata e i suoi pregiudizi mi fanno sorridere: a sentir lei, le donne sarebbero puerili e incoerenti. Tutte, tranne quella che le ha fatto battere il cuore. Ma che ne sa lei di come stanno le cose dal punto di vista di una donna?”

    Lei si avvia, io faccio una smorfia. La zitella sa che la mia gamba sinistra si stancherà e per mettermi in difficoltà le basterà distanziarmi. Potrei farglielo notare. Potrei dirle: vede? lei non discute per raggiungere una verità o un accordo, ma per averla vinta. Però, se facessi così, anch’io discuterei per averla vinta. E implicitamente le darei ragione. 

    “Le sue osservazioni meritano risposte serie. Comincerò dall’ultima.” 

    “Come crede” dice lei, e allunga il passo per acquistare subito un vantaggio.

                                                            ***

    Non ho potuto parlare gran che. La zitella ha mantenuto una discreta andatura e mi ha fatto ansimare come una pentola a pressione. Ogni tanto si voltava per vedere se la seguivo e riprendeva a camminare di buon passo. Io sbuffavo: è ridicolo alzare la voce per farsi ascoltare da qualcuno che se ne va per la sua strada. Mentre arrancavo all’inseguimento riflettevo che le sue non erano osserrvazioni: erano rimproveri. Se l’avessi raggiunta avrei potuto rispondere e lei avrebbe dovuto ribattere. Non era questo ciò che voleva. Ha rallentato solo in vista del cancello. Io mi affannavo con l’irritazione di chi si sente sotto scacco, ma anche con la sorpresa di sentire che la gamba reggeva: niente fitte, niente dolori, solo un vago fastidio e poca scioltezza di movimenti.

    All’ingresso la strada era sbarrata. Due uscieri in divisa mi hanno chiesto cosa pensavo di fare. Quattro passi in paese, ho risposto. Mi hanno guardato come se avessi raccontato una barzelletta di quelle che non fanno ridere. 

    “Non si può uscire dalla clinica senza il permesso del medico curante.”

    “Be’, chiamiamolo al telefono.”

    Hanno scosso la testa.

    “Ci vuole un permesso scritto. Metta il caso che là fuori le succeda qualcosa… una cosa qualunque… Sa, noi siamo responsabili… ci giochiamo il posto.”

    Ho avuto la netta sensazione che mi prendessero in giro.

    “A chi devo chiedere il permesso scritto?”

    “Al suo medico curante.”

    “E chi sarebbe, per quanto vi risulta?”

    Hanno sorriso, con la faccia di chi tiene il coltello dalla parte del manico.   

    “Come, lei è il paziente e non lo sa?”

                                                               ***

    Mentre torniamo verso la clinica non apro bocca. Sono irritato, frustrato, nervoso. La zitella non cerca più di distanziarmi: resta affiancata, ma un po’ discosta. Forse cerca di intuire cosa mi passa per la testa. Non credo proprio che ci possa riuscire.

    La sbarra che chiudeva l’ingresso mi ha ricordato le staccionate che delimitano i pascoli dove i tori vivono liberi per quattro anni, facendo sesso, combattendo fra loro, guardando l’orizzonte, ruminando l’erba di maggio, respirando i profumi della primavera. Tutte cose che un bue da ingrasso non proverà mai.

    I buoi che finiscono nei nostri piatti in forma di bistecca vivono al massimo diciotto mesi, quasi tutti chiusi in una stalla. Sanno di essere rinchiusi oppure credono che il mondo, tutto il mondo, sia la stalla? Anche nelle pianure dell’Andalusia o sulle colline umide nei dintorni di Salamanca ci sono muri e steccati ma il toro, se vuole, può sfondarli o scavalcarli. A volte lo fa.

    Il toro è un animale torpido che se ne sta tranquillo nel suo territorio; se però decide che non gli basta o se qualcuno entra nel suo terreno, è sempre pronto a combattere. Quando si trova in un ambiente sconosciuto il suo unico pensiero è conquistare uno spazio, prenderne possesso e impedire a chiunque di metterci piede. La corrida nasce di qui, dall’istinto aggressivo del mostro. Un toro in un ambiente nuovo è quasi sempre combattivo. Per portarcelo si fa leva sul fatto che i bovini sentono molto l’istinto gregario.

    È quasi incredibile, ma un toro che passa la vita a lottare con i suoi simili, se vede dei manzi trottare in gruppo verso chissà dove, si accoda e li segue docilmente. Ed è così che si ritrova in un corridoio fra due muri stretti; una paratia gli cala davanti al muso e un’altra dietro la coda immobilizzandolo in modo che il veterinario gli possa praticare una vaccinazione o gli curi le ferite riportate in un combattimento con altri tori. Oppure il corridoio dai muri stretti finisce in una rampa che sale sul camion in partenza per la plaza de toros.

    La stessa cosa accade nella vita di tutti noi: quando apriamo gli occhi al mondo viviamo un periodo di pienezza e stupore, di luce e di infinito, che si rivela un’illusione man mano che scopriamo limiti e ci accorgiamo di essere sospinti dentro a un vicolo cieco, un imbuto dal quale non usciremo mai, in un territorio sempre più angusto dove non siamo più padroni ma bersagli.

    Davanti alla sbarra abbassata all’ingresso della clinica ho capito di essere come il toro, libero in apparenza ma in realtà controllato, guidato, ingannato. Sono sempre stato toro, anche quando ero a Salamanca: il torero era Mayte. È sempre stata lei.

                                                          11

 

 

 

    Oggi ho cambiato strategia. Ho localizzato l’ufficio del direttore sanitario, a pianterreno, in fondo al corridoio davanti alla reception. Sono uscito nel parco con l’aria di voler fare quattro passi, ma sono rimasto in vista dell’ingresso, spostandomi di quando in quando, senza smettere di sorvegliare la receptionist. Avevo messo in conto giorni e giorni di osservazione prima di cogliere il momento buono per rientrare, infilare il corridoio e irrompere nell’ufficio del direttore. Invece è successo subito. La ragazza ha parlato al telefono, si è alzata, è uscita da dietro il banco e ha salito le scale. Probabilmente era stata convocata per qualcosa di così breve da poter lasciare l’ingresso incustodito.

    Non sono ancora in grado di correre ma posso camminare spedito. Così sono rientrato, ho infilato il corridoio, sono arrivato davanti alla porta con la targhetta Direttore Sanitario, ho bussato e, senza aspettare risposta, sono entrato. Non c’era nessuno. Mi sono guardato attorno: nei mobili dietro alla scrivania dovevano esserci le cartelle cliniche. Stavo per aprirne uno quando un’infermiera in camice verde è apparsa sulla soglia.

    “Cosa fa qui? I pazienti non possono entrare in questi uffici!”

    Più o meno me l’aspettavo. Magari non così presto.

    “E perché no? Il Direttore Sanitario non ha il coraggio di affrontare un paziente? Non ha il dovere di dirgli chi è il suo medico curante, qual è la malattia per cui è in cura, quali sono la diagnosi e la terapia?”

    Quell’infermiera non l’avevo mai vista. Avrà avuto trent’anni; alta nonostante gli zoccoli senza tacco. Vestita da donna avrebbe potuto essere carina. Ha fatto un passo avanti e mi ha indicato la porta con aria scandalizzata, come se fossi entrato nel suo boudoir e l’avessi scoperta seminuda davanti allo specchio.

    “Esca!”

    “Neanche per sogno. Io pago il conto e voglio parlare con il direttore!”

    Non ha fatto una piega. Mi ha risposto con una voce impersonale, come quelle degli annunci nelle stazioni o negli aeroporti.

    “I pazienti devono attenersi alle disposizioni, se ci tengono a ricuperare la salute. Il direttore verrà a trovarla quando sarà il momento.”

    “E quando sarà? Sono segregato da settimane, mi impedite di avere contatti con l’esterno! Cosa c’entra tutto questo con la mia salute? Voglio saperlo!”

    L’infermiera ha scosso la testa, è andata alla scrivania come per cercare qualcosa e, passando, mi ha sfiorato un braccio.

    “Lei ha bisogno di tranquillità per ricuperare la memoria, non capisce?”

    Non aveva ancora finito la frase che ho sentito l’ago entrarmi nella spalla e tutto è rallentato all’improvviso. Quando sono tornato presente a me stesso stavo camminando di fianco a Maciste, l’energumeno che, quando ancora non riuscivo a camminare, mi ha sollevato dal letto e deposto sulla carrozzina. Mi teneva per un braccio come fanno i carabinieri quando ti portano in cella. 

    Da dove era saltato fuori? Non lo vedevo da settimane. Forse è uno zombi che vegeta nelle cantine del castello e all’occorrenza viene rianimato con una parola magica o con un elettroshock. Non ha detto niente, mi ha accompagnato fino alla panchina davanti al parapetto oltre il quale si vede il mare, mi ha fatto cenno di sedere e si è allontanato di qualche passo. Non ha aperto bocca. Sembrava che non avesse neanche bisogno di respirare. È rimasto lì a sorvegliarmi.  

                                                              ***

    “È vero che Madrid e Vienna hanno qualcosa in comune?”

    La zitella è venuta a sedere sulla panchina accanto a me. E Maciste, senza dire una parola, se ne è andato. La zitella gli ha fatto segno di andarsene? Sarebbe il caso di ragionarci sopra, ma in questo momento mi sento calmo e rilassato. Qualunque cosa l’infermiera mi abbia iniettato nella spalla ha fatto il suo effetto.

    “Tutto comincia con Carlo Quinto. Era un Asburgo. Per secoli Spagna e Austria sono state governate da cugini, hanno combattuto le stesse guerre, hanno condiviso mode, stili, culture. Per esempio: quando il Rinascimento sfociò nel barocco, fu una rivoluzione non solo nell’arte ma nel modo di intendere la vita.”

    La zitella ha un’aria perplessa.

    “Il barocco è un’invenzione spagnola?”

    “Di preciso non si sa. Ma credo di avere scritto qualcosa sull’argomento qui, nel mio diario. Se vuole, lo cerco e glielo leggo.”

    “Mi aiuterà a capire qualcosa della Spagna?”

    “Spero di sì.”

    Avevo il taccuino in tasca e l’ho sfogliato. Ero sicuro di aver scritto qualcosa sul barocco. E l’ho trovato. L’avevo scritto davvero. Una piccola soddisfazione: adesso posso dire che la memoria è tornata quasi normale.

 

    El gran teatro del mundo è una rappresentazione teatrale concepita per spiegare al popolo l’etica del barocco. In un luogo fuori dallo spazio e dal tempo Dio chiama le anime dei nascituri e assegna a ciascuna un destino terreno. A una toccherà di regnare, alle altre toccherà la ricchezza o la miseria, il lavoro dei campi o la sventura di morire poco dopo la nascita. Ogni anima esprime la gioia o lo sgomento per la vita che la aspetta, ma non c’è scelta: il fato di ciascuno è assegnato, e tutti entrano nella vita terrena.

    Il bambino muore nel rimpianto di una vita mancata, il mendicante soffre la fame, il bracciante piega la schiena lamentandosi del destino, il ricco si chiude nell’avarizia, il re è schiacciato dalle responsabilità. Finché la morte stronca tutti e la scena torna nel luogo dove la storia aveva avuto inizio. In una specie di seduta psicanalitica di gruppo Dio rivela alle anime che la vita non è che una “parte” nel gran teatro del mondo. Ciò che conta non è l’importanza della parte, ma che ognuno reciti bene quella che gli è stata assegnata.

     Morale della favola: contadini, servi della gleba e diseredati di ogni genere, il vostro destino non si può cambiare. A che serve invidiare chi è ricco, bello o potente? Ciascuno ha i suoi guai. Prendiamo quel che ci capita: ognuno per sé e Dio per tutti.

                                                         ***                                                         

    La zitella mi guarda con una strana aria spaesata.

    “Alla faccia della consolazione! È come domandarsi: siamo padroni della nostra vita o siamo burattini costretti a recitare un copione scritto da altri?”

    “Nel Seicento nessuno la pensava in questo modo” ribatto. “Le chiese, i teatri, i palazzi, la testa degli uomini, erano barocchi. Alzando gli occhi alle navate, ai retablos, agli affreschi, il popolo vedeva squarci prospettici, contorsioni architettoniche che sembravano sciogliere la materia. L’incitamento a “recitare bene la parte che Dio ci ha assegnato” si fondeva con la voglia di sovrumano. Non bastava “recitare la parte”: bisognava recitarla superandosi, tentando di fare le stesse cose di sempre, ma come nessuno le aveva mai fatte. Con il barocco, gli spagnoli erano arrivati a un capolinea: non potevano andare oltre, ma potevano applicarlo a tutto, alla vita intera.”

    Riprendo a leggere.

 

    Intendere l’esistenza in modo barocco significava ricuperare l’ideale della cavalleria per metterlo alla portata di chiunque avesse fegato. La maggior parte dei conquistadores che sottomisero le Americhe erano contadini analfabeti, eppure si sentivano tenuti a entrare nella foresta, ad affrontare l’ignoto, a dominare la paura proprio come i cavalieri della tavola rotonda. In premio avrebbero avuto un feudo o la morte. Ma di sicuro avrebbero vissuto intensamente, si sarebbero lasciata alle spalle la banalità della vita quotidiana. È lo stesso brodo di coltura da cui esce anche don Chisciotte. Il cavaliere dalla triste figura che scientemente decide di vivere un sogno è più cavalleresco o più barocco? Impossibile dirlo. Nel Chisciotte c’è sincerità, disperazione, autoinganno. C’è l’uomo e il superuomo.

    Insomma: la Spagna diventò barocca fin nelle più intime fibre. Per non rinnegare se stessa si ritirò dalle province del suo impero con lo stesso spirito con cui le legioni romane avevano abbandonato le isole britanniche: se non ci apprezzano non ci meritano. Passarono le repubbliche e le dittature, ma la Spagna continuò a inseguire il sovrumano nelle architetture oniriche di Gaudi, nel surrealismo di Dali, nelle metafore di Garcia Lorca, nelle astrazioni di Picasso. Grazie all’imprinting barocco, nessuno subisce il fascino del paradosso più degli spagnoli.

                                                              ***                  

    Leggo, e mi sento crescere dentro un senso di soddisfazione: ormai l’amnesia è sconfitta e i ricordi si affollano. Le immagini compaiono così velocemente che faccio fatica a cogliere il rapporto fra l’una e l’altra.

    Mi rivedo a Madrid verso le sei di pomeriggio. Colori, odori, rumori mi arrivano con una sensazione di assoluta realtà: è tutto esattamente com’era, e mi pare di viverci dentro. Dalle due alle quattro ha piovuto come se ci fosse in programma il diluvio universale. Poi, in meno di mezz’ora, il vento ha spazzato le nubi e sole si è rimesso in mostra. Le strade sono di nuovo asciutte e ventimila persone colte da un’improvvisa frenesia escono di corsa dagli uffici, si infilano nel metro, prendono al volo un autobus, un taxi. Alle sei e cinquanta, con un cuscino sotto il braccio, una lattina di birra in mano e un sigaro avana fra i denti, affollano gli spalti della Plaza Monumental. Il sole splende. Fa caldo.

 

    Sull’orologio della plaza la lancetta dei minuti raggiunge lo zenit. Due cavalieri in abito nero settecentesco con tanto di mantello, gorgiera e cappello col pennacchio, fanno il giro dell’arena, vanno a ricevere le chiavi del recinto dei tori, tornano alla porta da cui sono entrati e guidano la sfilata delle cuadrillas in una specie di trionfo multicolore. La banda suona un paso doble. La folla applaude.

    Il corteo attraversa l’arena, i matadores salutano il signor presidente, depongono le pesanti cappe di seta ricamata, impugnano le cappe gialle e rosa di percalle e provano i movimenti della veronica. Il vociare della folla cala di tono. A uno squillo di tromba l’addetto si affaccia dal toril, controlla che la plaza sia vuota, apre la porta sbattendola con un colpo sordo e un buco nero si spalanca davanti all’arena inondata dal sole. Entra la morte.

    Cosa passa per la testa degli spagnoli quando, dall’utero del toril, sbuca correndo nel sole il mostro nero, il drago, il babau? Giù nell’arena un pupazzo dal volto teso, ingabbiato in un incongruo costume luccicante, si fa avanti. Il suo gesto dice: “Mi metterò sulla strada del mostro, perché non possa evitarmi e tutti vedano che non fuggirò. Lui mi verrà addosso rombando come una locomotiva. Io guarderò la morte negli occhi e le sputerò in faccia.”

    Retorica? Istrionismo? Può darsi. Ma è genuinamente barocco dichiarare che per vivere si deve impaurire la paura, uccidere la morte. E questo è ciò che passa nella testa di uno spagnolo quando sente schioccare la porta del toril. Entra il protagonista ed è la morte. È un’onda emotiva che fa quasi scricchiolare le ossa del torace sotto l’impatto di colpe, rimorsi e castighi che piombano tutti insieme dall’alto del nulla. Ognuno percepisce il non essere che porta dentro di sé, l’odio-amore per il padre e la madre che l’hanno tratto dal nulla, il sentimento del tempo, l’inafferrabile presente che eternamente corre verso il buco nero dal quale è uscito e nel quale rientrerà.

    L’uomo tende sempre ai suoi limiti estremi, e quando li raggiunge vorrebbe superarli, si imbatte nel paradosso e il teschio del nulla gli ricompare davanti. Il toro simboleggia la morte, ma è un mostro che combatte alla maniera di chi non possiede armi difensive: attaccando. Il toro ideale non ha paura di niente, carica in linea retta tutto ciò che si muove e non si stanca mai di caricare.

   Per poco che l’uomo riesca a dominare la paura, potrebbe scansare le corna e conficcare la spada nel fianco del toro. E invece non lo fa, non lo farebbe mai. La logica barocca esige che lo attacchi di fronte, esponendosi alle corna per tutto il tempo necessario ad affondare la stoccata. Il combattimento dell’uomo e del toro è regolato da una sola legge: l’uomo deve fare tutto ciò che è necessario nel modo più pericoloso.

                                                            ***

    Ho letto alla zitella questi brani del mio diario e il suo commento è stato: sì, però muore sempre il toro!

    Non è vero: muoiono anche i toreri. E quanti!

    Non è neanche vero che il toro debba sempre morire: esiste un modo in cui può scamparla. L’ho visto succedere nella plaza de toros di Tarifa, la città del vento, sulla punta europea dello stretto di Gibilterra. Il toro si chiamava Mirón e proveniva dall’allevamento di Nuñez del Cuvillo. Il matador che avrebbe dovuto uciderlo era Jesulìn de Ubrique, un torero che ha conosciuto stagioni di gloria ed è stato un idolo delle donne. Anni prima una cornata l’aveva quasi mandato al Creatore, ma era riuscito a cavarsela, aveva superato il trauma ed era tornato nell’arena. In capo a una carriera piena di trionfi e di rischi mortali, era diventato così tecnico da essere capace di ricavare il massimo da qualunque toro riducendo il rischio al minimo. Quel giorno, a trentatre anni di età, stava completando la sua ultima stagione: ancora pochi mesi e si sarebbe ritirato, curvo sotto il peso dei milioni accumulati in quindici anni di combattimenti, viaggi notturni, stanchezza fisica e psichica, paura, ferite e ospedali.

    Sotto i suoi occhi fin troppo esperti, il toro Mirón entrò nella plaza caricando tutto ciò che vedeva intorno a sé. Nel suo comportamento non c’era niente di scomposto: una cappa sventolava, un uomo correva? Lui abbassava la testa e gli si precipitava contro galoppando in linea retta come un treno sui binari. Fece così anche con il cavallo del picador e quando gli ebbe conficcato le corna nella corazza continuò a spingere senza far caso alla picca che lo pungeva nella groppa. Con lo stesso allegro coraggio Mirón caricò i banderilleros. Non riuscì a colpirli, ma dal suo punto di vista si ritenne vincitore: loro gli avevano appeso sei bastoncini colorati sulla schiena, ma lui li aveva messi in fuga. Buon per loro che erano scappati verso la barrera e l’avevano scavalcata con un salto.

    Poi un drappo provocante cominciò a sventolargli davanti agli occhi. Mirón non stette a domandarsi cos’era: abbassò il muso e gli si precipitò addosso. Il drappo si ritirava, spariva dalla vista e tornava a provocarlo. Mirón continuò a caricare confidando nella sua forza immensa: prima o poi l’avrebbe colpito, avrebbe tolto di mezzo anche questo avversario, e altri ancora, qualunque altro. Non aveva paura di niente e di nessuno, lui.

    Dopo dieci minuti di cariche instancabili Mirón cominciò a sentire che la folla non accompagnava più i suoi assalti con un rumore simile alla risacca, che diceva Olé! Adesso il grido diceva: No lo mates! (Non ucciderlo!). Era un clamore disordinato: la consonanza della folla non stava più nei sentimenti ma nei cervelli. E tutto cambiò perché, caricando una cappa dietro l’altra, Mirón si ritrovò nel chiquero dove era stato prima di uscire nel sole. Dall’alto pioveva un getto d’acqua fresca e lui andò a riceverlo sulla fronte. Poi si aprì la porta di un labirinto come quello che aveva percorso alla mattina, ci fu un altro viaggio in camion, e poi ancora uno stretto corridoio e un altro getto d’acqua mentre due uomini si affaccendavano sulla sua schiena, toglievano le banderillas, spargevano antibiotici, pulivano le ferite, sistemavano una cannula di drenaggio.  

    E infine si aprì l’ultima porta: Mirón rivide il profilo delle colline dove era nato, sentì frusciare il vento che muoveva i rami delle querce, spazzava via l’odore dello stallatico e portava il profumo dell’erba e delle ghiande. Con la brezza arrivarono anche i muggiti della mandria. Mirón uscì nel sole, si guardò attorno con la pigra indolenza di un risveglio e si avviò al trotto verso le vacche.           

                                                            ***

    Nella fraseologia taurina la decisione di non uccidere il toro si chiama indulto ed è l’evento che più fa felici gli aficionados. Ne parlano giornali e televisioni. I critici taurini vanno a visitare il toro tornato a pascolare in campagna e scrivono articoli da libro Cuore. Perché lo spirito con cui uno spagnolo assiste a una corrida coincide in larga parte con il suo atteggiamento nei confronti della vita.

    Toro e torero sono giudicati con lo stesso metro. Cosa importa se morirà l’uomo o l’animale? Può capitare a tutti e due, lo sanno loro e lo sa il pubblico. Ciò che si chiede all’uno e all’altro è di essere se stessi: il torero deve essere uomo e artista, il toro deve essere combattente. Per questo gli spagnoli disprezzano i tori che invece di caricare si difendono: saranno pure intelligenti, ma non sono nobles. Il toro intelligente crede di salvarsi la vita. Il toro nobile se ne frega e pensa a combattere. È come se dicesse al matador: prima o poi moriremo comunque, tu e io, quindi tanto vale farlo bene.

    A chi si comporta nobilmente gli spagnoli perdonano tutto, per i vigliacchi non hanno compassione. Per il toro, l’unico modo di uscire vivo dall’arena è combattere. Caricare, caricare e non stancarsi mai di caricare. Se si comporta così, da mostro come appare all’inizio della lotta, si trasforma in un eroe leale come Ivanhoe. Quando entra nell’arena un toro noble, il petto degli aficionados si gonfia in un sentimento di gioia totale. Gli spettatori si alzano in piedi e sventolano i fazzoletti. Il presidente espone un fazzoletto arancione e tutto si ferma. Da quel momento l’unico pensiero degli uomini è curare le ferite del toro.

    E lui, il toro, cosa starà pensando? Saperlo è impossibile. Ma se vale qualcosa l’umanizzazione che gli spagnoli impongono ai sentimenti taurini, probabilmente penserà al trionfo, alla gloria del ritorno nelle sue praterie dopo aver combattuto e vinto, come un eroe. 

 

 

 

                                                          12

 

 

 

    Uscirò mai da questa prigione? Tornerò mai in Spagna? Temo di no. È solo un presentimento, ma a volte i presentimenti si avverano. La zitella deve aver intuito dove vanno i miei pensieri e cerca di distrarmi.

    “Insomma, secondo lei, la corrida sarebbe una specie di torneo cavalleresco?”

    Chissà perché i suoi occhi non partecipano al sorriso. Anzi, non si vedono proprio. Non so come faccia a sottrarsi con tanta naturalezza agli sguardi altrui, ma ci riesce: non sono ancora riuscito a fissarla.

    “Ricorda cosa le dicevo a proposito di don Chisciotte? La corrida è come la vita, e il meglio che possiamo fare è trasformarla in un torneo cavalleresco. Ma non è tutto qui. Per capire come mai un popolo intero abbia trasformato in arte la macelleria bisogna conoscere la Storia, la cultura.”

    “Cosa vuol dire? Si spieghi!”

    Ci penso su. Non è facile trovare un paragone adatto, che contenga tutto. Certe immagini, come il labirinto, sono logorate. Ma posso sempre tentare.

    “Immagini l’interno di un castello: centinaia di stanze, corridoi, saloni, gallerie. Noi siamo entrati attraverso una delle porte di servizio. Abbiamo usato come grimaldello i nostri archetipi culturali ma, una volta entrati, ci accorgiamo che per orientarci abbiamo bisogno di altri punti di riferimento”.

    C’è una pausa, un cambiamento di atmosfera. Lo avverto subito, come uno spiffero gelato. Devo aver sbagliato qualcosa.

    “Non mi piacciono le parole come archetipi culturali. Ci sento dentro la spocchia di chi è convinto di sapere tutto e di buttare perle ai porci.”

    Me lo sono meritato. La voce della zitella è diventata metallica e gli angoli delle sue labbra si sono girati all’in giù. Devo correre ai ripari.

    “Ha ragione: è un’espressione tronfia. Mi lasci provare in un altro modo. Niente castello, niente chiavi. Immaginiamo di accompagnare alla Galleria degli Uffizi un cliente straniero: un aborigeno australiano al suo primo viaggio in Europa. È una persona istruita, che gioca a tennis e a bridge, fa l’ingegnere, vota democratico. Lungo la strada gli teniamo una conferenza sulla pittura del Rinascimento e lui ci ascolta compunto, rispettoso, serio. Sulla porta del museo gli domandiamo se è tutto chiaro e lui riassume: “Se ho capito bene, stiamo andando a vedere delle fotografie fatte a mano, no?”.

    La zitella fa una smorfia seccata.

    “Ma che stupidaggine!”

    “Ecco, vede? A lei sembra assurdo che uno abbia bisogno di riferimenti per capire la pittura, agli spagnoli sembra assurdo cercarne per la tauromachia. Non si tratta di uno sport né di uno spettacolo: è una forma d’arte autonoma.”

    “Una forma d’arte, addirittura!”

    “Proprio. Come la Carmen di Bizet.”

    La zitella tace. Sembra interdetta, anche se non è convinta. Stava per rispondere vivacemente ma si è trattenuta. Sta riordinando le idee per decidere da che parte tornare all’attacco.

    “La Spagna non è agli antipodi come l’Australia” ribatte. “Che un aborigeno australiano non entri in sintonia con Piero della Francesca si può capire. Ma come si fa a pretendere di fare arte uccidendo un animale?”

    La guardo, cerco una volta di più di incrociare i suoi occhi. Ma non c’è verso. Un giorno le chiederò come fa a evitare lo sguardo altrui. Mi sembra di muovermi al buio dentro a una stanza che conosco poco. Ma ormai sono in ballo: tanto vale andare avanti e parlare apertamente.

    “Chi salta dall’età della pietra all’era tecnologica si domanda che motivo c’è di perdere tempo con pennelli e colori invece di scattare una fotografia. Chi vive in città rifiuta l’idea che le bistecche sul banco refrigerato del supermercato siano parti di animali uccisi e macellati. Lo sa, ma non vuole pensarci. Si comporta come se le bistecche fossero prodotti sintetici, fabbricati a partire dai componenti chimici elementari. Se lo costringi a pensare all’animale macellato, pretende che sia stato ucciso senza farlo soffrire. E ne è convinto in buona fede, anche se non ha mai messo piede in un macello. Ma lo crede perché gli fa comodo.

    “Chi davvero non sopporta di provocare la morte degli animali dovrebbe diventare vegetariano. Personalmente non ne condivido l’assolutismo, ma ho più rispetto per la coerenza dei vegetariani che per l’ipocrisia di chi parla di crudeltà verso gli animali e poi mangia bistecche.

    “Di macelli ne ho visitati parecchi, in Italia e all’estero, e giuro che se fossi un toro preferirei morire dovunque piuttosto che in un posto simile: una macchina per uccidere dove tutto è dannatamente pulito e piastrellato, dove gli animali respirano l’odore della paura mentre attendono il turno per trovarsi di fronte un tizio che gli applica uno strano arnese sulla fronte e li fa stramazzare a terra.

    “Chi sostiene che gli animali non capiscono di essere davanti alla morte suppone che, se capissero, si ribellerebbero. Ma i manzi non si ribellano perché tutta la loro vita consiste in diciotto mesi vissuti da prigioniero anziché quattro anni e mezzo in selvaggia libertà combattendo per la supremazia nel branco. Un toro da combattimento in un macello combinerebbe un disastro monumentale, per ucciderlo bisognerebbe prenderlo a colpi di moschetto, e prima di stramazzare distruggerebbe tutto, letteralmente tutto, e quasi sicuramente ucciderebbe almeno un paio dei presenti. No, il macello è cento volte peggio dell’arena. Nel mattatoio il bue nato e vissuto in prigione vede i suoi simili crollare a terra sotto i suoi occhi e resta lì ad aspettare i comodi di un boia che non rischia niente: un fottuto impiegato che non lo uccide per sentirsi vivo ma per uno stipendio mensile.”

    La zitella storce le labbra. Forse cerca di cambiar discorso, oppure vuol farmi credere di non aver capito, perché con gli occhi a terra sussurra:

    “Secondo lei, un uomo dovrebbe rischiare la morte per sentirsi vivo?”

    “I toreri lo fanno.”

    “Sono matti?”

    “Per niente. È una cosa molto umana. Pensi a Nuvolari. Pensi a Gagarin. Pensi alle fatiche di Ercole o alla leggenda di Sigfrido e il drago. Le sfide mortali fanno sentire vivi e la loro molla è la trasgressione, il gusto di fare ciò che sembra proibito. L’unica verità che credo di aver scoperto nella vita è che esiste una legge più forte di tutte le altre, un modus in rebus che ci impone di trasgredire ogni limite e ci condanna a vivere nel rimorso.”

                                                           ***

    La zitella non ha aperto bocca per un bel po’. Poi si è alzata e se ne è andata. Non ha detto una parola. Forse le ho dato qualche cosa da pensare.

    Anch’io sono tornato in camera a meditare. Conosco i miei riflessi condizionati: quando mi capita una tegola sulla testa vado subito a pensare che, in un modo o nell’altro, devo essermela meritata. Io non ho fatto niente per essere tenuto in prigione, senza la possibilità di comunicare con l’esterno e senza nemmeno sapere cosa c’è oltre i muri della clinica, eppure le impiegate non mi permettono di telefonare, i custodi all’ingresso non mi lasciano uscire, le infermiere non esitano a iniettarmi dei calmanti. In quale maledetto vicolo cieco sono andato a cacciarmi?

    Vorrei vedere in una situazione come questa i padreterni che proclamano: “La storia siamo noi”. Balle! La storia la subiamo, ecco la verità. Nell’arco della vita capita spesso di ritrovarsi infilati in un imbuto che può chiamarsi ospedale, guerra, cataclisma, qualunque cosa. Qualche volta si viene espulsi dalla canna dell’imbuto e, più o meno malconci, si riprende a vivere cercando di non far caso alle cicatrici. Ma prima o poi arriva la volta che dall’imbuto non si esce. Fine.

                                                             ***

    Questi discorsi non servono a niente. Pensa a qualcosa di utile, Vittorio. Ma non è come dirlo. Cosa posso trovare di utile qui dentro, in una clinica che ha tutta l’aria di un carcere? E allora mettiti il cuore in pace. Prova a concentrarti sull’incidente. Cosa può aver prodotto quel buco nel parabrezza? Un sasso lanciato da un cavalcavia? O è stato l’urto, il rotolare nel fosso, che ha rotto il vetro come se qualcosa l’avesse colpito? Oppure è il foro di un proiettile?

    Niente da fare: la memoria è bloccata e non c’è verso di smuoverla. Ormai ho ricostruito buona parte della mia vita, ma dell’incidente non ricordo neanche un dettaglio. Ogni volta che cerco di orientarmi nel buio vado a sbattere contro un muro. Mi arrabbio con me stesso, mi rendo conto di comportarmi da stupido, e mi arrabbio anche per questo. Devo trovare a tutti i costi qualcos’altro da pensare. Altrimenti divento matto.

    Mio cugino? Ormai ho rinunciato all’idea di mettermi in contatto con lui. Il telegramma non gli è arrivato per il semplice motivo che non l’hanno trasmesso. Non mi lasciano telefonare. Mi hanno sequestrato il cellulare. Se scrivessi una lettera non saprei dove impostarla. Basta così, Vittorio, o ti verrà un travaso di bile. Piantala. Pensa alla zitella. Come puoi spiegarle il paradosso per cui gli uomini si sentono vivi solo quando sfidano la morte?

                                                             ***

    A dir la verità, l’atteggiamento degli uomini verso la morte ha degli aspetti difficili da giustificare.

    Ignacio Sanchez Mejia era un uomo colto, amico di scrittori e poeti. Era simpatico e grande conversatore. Come torero era di un tipo particolare: non aveva una grande tecnica e forse non fu un vero artista, ma gli piaceva fare cose spettacolari, apparentemente impossibili. Tanto gli era necessario rischiare che, dopo essere fuggito di casa da ragazzo, aver fatto mille mestieri, esser diventato torero, aver avuto successo e soldi, a quarantadue anni volle tornare nell’arena, fu incornato e morì per la cancrena. A quei tempi la penicillina non era ancora in commercio. I critici taurini scrissero che se l’era cercata, che aveva voluto morire così per il maledetto gusto di sfidare la vecchia con la falce.  

    Era il 1934 e la tragedia colpì tutta la Spagna. Sotto l’impatto della notizia Federico Garcia Lorca scrisse il Llanto por la muerte de Ignacio Sanchez Mejia. Non solo: un pittore concepì un quadro enorme che oggi è esposto a Madrid insieme ai disegni preparatorii che ne testimoniano le date e l’ispirazione originale. Però il titolo non è Ignacio: è Guernica.

    Picasso viveva a Parigi. Per portare a termine il quadro impiegò anni. Nel frattempo scoppiò la guerra civile, le province basche si schierarono con la repubblica e il paese di Guernica, che nella cultura basca è l’equivalente del Campidoglio, venne bombardato. Quando Picasso terminò il quadro, lo intitolò Guernica e lo espose senza fare il minimo accenno al torero che l’aveva ispirato.

    Il cambio di titolo non tradiva il senso dell’opera: una meditazione sulla cieca malvagità della morte. Ma Ignacio Sanchez Mejia non se lo ricordava più nessuno, invece il bombardamento di Guernica era recente, aveva risonanza mondiale e per promuovere l’immagine del pittore veniva molto più a proposito. Alla faccia di chi era morto, nell’arena o sotto le bombe.

    Non faccio il moralista. I vizi e le virtù sono una cosa, il talento è una cosa diversa. Quel che voglio dire è che gli esseri umani sono contraddittori: possono essere contemporaneamente sensibili e indifferenti. E niente vieta che un grande artista possa essere un emerito stronzo.

                                                             ***

    Intanto è scesa la sera e io sono in uno stato d’animo indefinibile. Salterò la cena. Non ho fame e non voglio vedere nessuno. Ho mandato al diavolo Picasso, ma mi ronzano ancora in testa i versi di Garcia Lorca: “Non ti conosce il toro nè l’albero di fico, e nemmeno i cavalli o le formiche di casa tua. Non ti conosce il bimbo né la sera, perché sei morto per sempre…”.

    Per arrivare on the top bisogna fare una fatica incredibile o avere una fortuna sfacciata, o tutte e due le cose, eppure basta un niente per crollare senza alcuna speranza di tornare in sella. Le folle non sono mai riconoscenti. È raro che un uomo solo commetta un eccesso, anche se ha fior di motivi per essere ingrato; invece le moltitudini prima ondeggiano e poi, quando prendono partito, non hanno più freni. 

    Gregorio Sanchez non è un torero che abbia marcato un’epoca, ma non si può neanche dire che fosse un mestierante. Il suo nome resterà negli annuari di tauromachia così come i libri di storia dell’arte ricordano Ruoppolo o Baschenis: un buon artista minore che a Madrid aveva eseguito faenas memorabili ed era diventato un beniamino del pubblico. Nel pomeriggio in cui comparve per l’ultima volta nella plaza Monumental di Madrid le nuvole minacciavano pioggia ma non riuscivano a scaricare l’acquazzone. La città soffocava sotto un’ombra grigia che colorava di piombo le pareti dei palazzi. Madrid aveva l’aria basca come Bilbao, pervasa di una tristezza senza speranza. 

    In pomeriggi come questi, se il torero non entra in sintonia con il toro, finisce per tentare qualcosa che regolarmente va male, cade in preda al nervosismo e tira a concludere alla svelta senza regalare al pubblico un briciolo di emozione. È assurdo. Potrebbe cavarsela con qualche trucco, un gesto plateale, una delle tante mosse che ogni torero ha in repertorio. Invece la paura lo inchioda come farebbe con me, con voi e con chiunque altro. Certo, un torero professionista dovrebbe saper gestire la paura, ma in questi pomeriggi asfissianti i matadores restano ipnotizzati dal mostro cornuto che sembra ingigantire a ogni sguardo, e non sanno riscuotersi. Dal vostro posto in gradinata li vedete battere i denti e vi sembra di sentirli balbettare alla Vergine Macarena: “Virgencita, ti giuro che se mi fai uscire vivo da questo guaio ti regalerò il mio capote de paseo, andrò a messa tutte le domeniche e scoperò soltanto con mia moglie.”

    Intanto il pubblico urla, fischia, getta i cuscini giù dagli spalti. La Guardia Civil comincia a mettersi in mostra. Qualcuno dei gentiluomini del tendido 9, in completo di alpaca, garofano all’occhiello e puro habano fra le labbra, comincia ad avviarsi verso l’uscita, mentre i proletari seduti nei tendidos dai numeri bassi tumultuano urlando le loro opinioni sulla moralità della madre del matador e sottolineando i suoi accessi di fifa con fischi e buuu.

    I garzoni e i braccianti che rumoreggiano in loggione sanno benissimo che se dovessero mettercisi loro farebbero pena più del matador; ma è per vedere lui, proprio lui e non un altro, che hanno sacrificato parte del loro salario, e ne sono dolorosamente consapevoli: fino alla fine del mese niente più sigarette, niente copitas con gli amici. Con quei soldi avrebbero potuto portare al cinema la moglie o comperare un giocattolo al figlio. Ma se il matador avesse fatto il suo dovere, se avesse dato un saggio di quell’arte che ha dimenticato di avere, ah! dieci minuti di fuga nell’empireo dell’arte avrebbero giustificato tutto, anche il broncio del figlio, una lite con la moglie, tre settimane di rinunce.

    La psicologia dello spettatore me la fece capire un ometto con il collo della camicia liso, la giacca sformata e i pantaloni in pessime condizioni. Era seduto accanto a me nel tendido numero 7. L’unica volta che sorrise fu quando mi disse con orgoglio: Yo trabajo como albañil, pero esto no me lo quita nadie (Faccio il muratore, ma questo – le corride – non me lo toglie nessuno). Mangiava pane e cipolle, ma ogni anno faceva l’abbonamento per le venti corride della feria.      

    Gli scalmanati che si agitavano in quel pomeriggio senza luce avevano fatto sacrifici per scommettere su un artista che li aveva delusi. Si erano fidati di lui, e lui li aveva imbrogliati. Tornando a casa, mogli e figli avrebbero letto sui loro volti che nella plaza non era successo niente di esaltante e a loro non sarebbe toccata nemmeno l’emozione riflessa nel racconto entusiasta di chi ancora non aveva digerito le sensazioni del pomeriggio. E la colpa era tutta del matador, di quel sinvergüenza che aveva avuto fortuna in un pomeriggio di tanti anni fa e su quel lontano successo campava di rendita con una spudoratezza insultante.

    Madrid boccheggiava sotto una cappa afosa, il cielo sembrava sul punto di mettersi a sgocciolare ma non si decideva mai; a terra si accumulavano elettricità, noia e insofferenza. Tutto era color di nuvola temporalesca, tutto aveva i riflessi foschi del metallo ossidato; i palazzi, le fontane, le statue, erano grigi come l’umore della gente. La Guardia Civil dovette strappare Gregorio Sanchez dalle mani degli spettatori imbufaliti che lo avevano atteso all’uscita della plaza e all’apparire della sua Dodge nera gli si erano affollati intorno facendola dondolare paurosamente.

    Tanto fa l’amore deluso. Sanchez era stato un idolo delle folle e assistere al declino di un mito è peggio che fare cilecca a letto, perché a noi stessi possiamo perdonare qualunque cosa, ma quando mettiamo qualcuno su un altare ci proiettiamo in lui e, se non si rivela all’altezza delle nostre aspettative, è come se ci dicesse sul muso che noi siamo peggio di quanto credessimo.

                                                           *** 

    Ma può anche succedere il contrario. Ci sono miracoli che sembrano evocati da un desiderio accumulato nel corso di decenni. Oppure può succedere qualcosa che non è miracolo e non è farsa, e non si sa bene che cos’è.

    Il 22 maggio del 1972 la plaza di Madrid concesse in premio a un matador le due orecchie e la coda del toro. In un’altra plaza non ci sarebbe stato niente di strano, ma a Madrid la coda non si dava da quasi cent’anni e, fino ai giorni nostri, non è più stata data a nessuno.

    Nella seconda metà di maggio a Madrid ogni giorno c’è corrida. È la feria de san Isidro, il patrono della città. Dal punto di vista metereologico il periodo non è dei migliori: di solito piove che Dio la manda e le corride si svolgono sotto una cappa di nuvole grigie, con tori e toreri che inciampano sulla sabbia umida e con gli spettatori che guardano più il cielo che l’arena perché lo scroscio può arrivare da un momento all’altro. Ma quel giorno comperai il biglietto da un bagarino perché sulla taquilla era esposto il cartello no hay billetes.

    Gli amici di Salamanca mi avevano avvisato: i tori erano dell’allevamento di Atanasio Fernandez e Sebastian Palomo Linares era andato a visionarli. Il toro Cigarrón pesava di 566 chili e aveva tutte le premesse per fornire uno spettacolo di altissimo livello. Era scontato che il sorteggio avrebbe favorito Palomo: gli altri due matadores, fra i quali c’era il mio prediletto Andrés Vázquez, non avevano interesse a tagliargli la strada.

    Quell’anno, Palomo era un nome importante. Lui e El Cordobés erano diventati impresari di se stessi e avevano organizzato spettacoli nelle arene di provincia. Manuel Benítez si esibiva in volgarità come il “salto della rana”, mentre Palomo toreava con tecnica classica. L’annuncio della sua comparsa a Madrid fece drizzare le orecchie a tutto il mondo taurino. Ma non bastava: dopo essersi assicurato un toro eccezionale, Palomo fece circolare la voce che ambiva a ottenere un trofeo straordinario. Qualche giorno prima della corrida, un giornalista lasciò capire che il presidente era già “preparato” a concederlo.

    Era un po’ come strappare il velo del tempio: Madrid non è una plaza come tutte le altre. In tutte le arene d’Europa e d’America, per poco che il matador faccia un buon lavoro, la banda lo accompagna con un paso doble. A Madrid non si fa. Il pubblico delle altre città va a los toros per divertirsi, quello di Madrid ci va per giudicare. E se davanti al pubblico della plaza più importante del mondo si va per essere esaminati, è logico che il massimo trofeo non venga mai assegnato: rappresenta la perfezione assoluta che, per definizione, è inarrivabile. La coda del toro, a Madrid, non l’hanno avuta nemmeno Belmonte e Manolete. La ottenne Palomo Linares, non perché la meritasse, ma perché aveva creato l’aspettativa del sacrilegio e della trasgressione.

    Io ero là e posso testimoniare: fu una faena classica, geometrica, ma senza un filo di emozione. Con un toro come quello, Manolete avrebbe imposto il sigillo tragico della sua arte. Palomo fece tutto il suo dovere e niente di più. Non poteva dare ciò che non aveva mai avuto. 

 

 

 

                                                           12

 

 

 

    “Non capisco la sua pretesa di considerare arte una cosa barbara e cruenta come la corrida. Non la capirò mai.”

    La zitella torna sul discorso? Credevo che l’avesse archiviato con supponenza. Mi viene un dubbio: è davvero disgustata dall’uccisione del toro o le dà fastidio mettere in discussione i suoi parametri artistici? 

    “Non provo neanche a convincerla. Ma forse il suo concetto di arte è un po’ eccessivo.”

    La zitella corruga la fronte e stringe le palpebre.

    “Eccessivo? Come sarebbe a dire?”

    “Ha conosciuto di persona qualche artista? Hanno l’aria di non essere all’altezza delle loro opere. Sembra che non abbiano niente da dire. Si sciolgono solo con gli amici, e allora malignano sul conto dei colleghi, oppure parlano di calcio, di donne, di cucina. Ma di arte no. Quello è un argomento tabù.”

    “È vero, l’ho notato anch’io. Perché sono così reticenti?”

    “Secondo me, il motivo è che non ha senso chiedere a un artista di svelare il segreto della sua arte. Come potrebbe rispondere? Non lo sa neanche lui.”

    La zitella si inalbera. Prende l’atteggiamento di una professoressa che interroga uno studente e gli sente dire una bestialità. 

    “Ma cosa dice? Ci sono un sacco di artisti che vanno in tv a parlare di arte.”

    “Non ci caschi: quelli che se la cantano e se la suonano sono ciarlatani.”

    La zitella apre la bocca per replicare, poi ci ripensa. Scuote la testa.

    “Sa cosa le dico? Non mi ha convinto. Ma supponiamo pure che abbia ragione lei. Approfondiamo questa faccenda dell’arte. Mi interessa.”   

    “Allora si metta comoda, perché è un discorso lungo.”

                                                          ***

    Si fa arte dappertutto, naturalmente, ma visto che il discorso è partito dalla Spagna sarà meglio non allontanarsi. Chi ci va capita almeno una volta in un tablao flamenco. Nella maggior parte dei casi lo spettacolo non è niente di speciale e conferma il turista nell’idea che esistano arti maggiori e minori, e che le cosiddette arti minori stiano appena un gradino al di sopra del puro e semplice intrattenimento.

    Però qualche volta accade che i gitani sul palco siano davvero gitani e che una strana mescolanza di umori ed elettricità statica faccia scattare il duende, il folletto che li spinge a suonare, cantare e ballare per se stessi più che per il pubblico. Chi sta in sala prova qualcosa che ha provato solo in rare e scelte occasioni, cerca di capire cosa c’è in quella danza ma non riesce a darsi una risposta. Crede di essere lì lì per afferrarne la quintessenza e di avere soltanto un piccolo problema nella scelta delle parole adatte per definirla. Ma l’afasia continua a perseguitarlo, lasciandolo affannato e scornato. A volte lo spettatore torna da quei gitani e cerca di farli parlare. Non ne ricaverà niente.

    In materia di estetica è sempre arbitrario tracciare delle linee, per poi ficcarci dentro il fenomeno “arte”. Le sembrerà una esagerazione, ma è sicura che Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, non sia stato un artista più grande di Rudolf Nureyev? O, se preferisce: dove sta scritto che Gargantua e Pantagruel sono arte mentre Stanlio e Ollio no? Eccetera eccetera.

    Vedo che questo approccio non la convince. Eppure, chi non ha pregiudizi dovrebbe essere disposto a considerare il fatto estetico più per il piacere che produce che per i modi usati nel suscitarlo. E dovrebbe convenire che esistono edifici, quadri, testi, musiche, situazioni, fatti, che si staccano dalla media non per quantità o qualità ma per intensità. Questo è il nocciolo. È l’intensità che provoca la “sindrome di Stendhal”. È l’intensità che crea la consonanza della folla in un teatro, in un comizio, in uno stadio, in una plaza de toros.

    Per conto mio, non arriccerei il naso all’idea di considerare potenziale generatore di arte tutto ciò che cade sotto i nostri sensi. Proprio tutto: compresi i concerti rock, l’oratoria dei demagoghi, lo sport. Le filippiche di Demostene e le catilinarie di Cicerone erano comizi, ma sono opere d’arte perché emozionavano le folle, come Puccini e Lucio Battisti, come Nuvolari e Gigi Riva. Perché i greci e i romani hanno costruito stadi e teatri? Perché volevano emozioni. 

    Lei dirà che l’arte è emozione, ma non tutte le emozioni sono arte. Giusto. Ma una pessima interpretazione di una sinfonia sarebbe arte e un trascinante fandango invece no? Se l’arte è intensità emotiva, si può farla con qualunque cosa. Lo sport presenta spesso situazioni da risolvere con un lampo di genio, e cioè con l’intensità di una improvvisazione. Be’: improvvisare era una specialità sia di Chopin che di Louis Armstrong. Solo che Chopin prendeva nota sul pentagramma mentre Satchmo bisognava registrarlo. Allo stesso modo Maurice Béjart annotava le sue intuizioni coreografiche, Antonio Gades lo faceva molto meno, uno sconosciuto gitano non ci pensa neanche. Eppure può capitare che lo sconosciuto gitano emozioni il pubblico come Gades e Béjart (e magari di più).

    Ciò che si verifica in uno stadio di football o in una plaza de toros non è diverso da ciò che avviene in un tablao flamenco. La consonanza fra artisti e pubblico si manifesta con un olé! Il grido nasce spontaneo: lo dici e ti stupisci di averlo detto. E allora saliamo nella andanada del tendido 8: è il posto degli intenditori. Se domandiamo a quel tizio laggiù: “in che consiste l’arte di un torero?” risponderà: “nel trasmettere l’emozione”.

    È proprio così. Eppure ogni artista sa che quella risposta dice poco o niente. Perché delle due l’una: o esistono mezzi codificati per trasmettere l’emozione, nel qual caso tutto si riduce a un fatto tecnico; oppure la trasmissione avviene in un modo sconosciuto, e allora dire che l’arte consiste nel trasmettere l’emozione è come dire che la pioggia è acqua bagnata. Trasmettere sensazioni non è una scienza esatta.

    Belmonte entra nel terreno del toro, ne esce vivo, e la gente prova un brivido. Caruso canta a voce spiegata e la gente va in visibilio. Bernini e Borromini creano strutture di una complicazione sovrumana e la gente le rimira a bocca aperta. Eppure c’è chi storce il naso davanti al barocco, chi dice che Caruso era volgare, chi accusa Belmonte di “tremendismo”. E c’è chi riconosce l’arte nel teatro ma la nega nel cinema; chi la trova nel cinema ma non nella televisione, negli spot, nei videogiochi. Ognuno è libero di avere le sue opinioni, però – ci faccia caso – chi parla di “arti minori” balbetta al momento di definire in che cosa differiscano dalle “arti maggiori”.

    Mi permetto di insistere: il fatto estetico sta nel piacere che genera, non nei mezzi usati per provocarlo. Il piacere estetico lo provoca anche la natura: ognuno di noi ha visto paesaggi pieni di mistero, di pace o di infinito. Ciò che contraddistingue l’opera d’arte è la forma. Trasformare la materia secondo un modello ideale è artigianato e la sua massima espressione è lo stile. La forma è qualcos’altro, e ha a che fare con la trasmissione dell’intensità. Ma non c’è modo di darne una definizione. La ragione non dà conto di tutto ciò che “sta fra cielo e terra”. Essere uomini significa possedere sentimenti, speranze, amore. Tutte cose che vanno oltre la ragione e che da un’indagine razionale escono svilite.                     

    L’unica certezza è che il fenomeno è più intenso quando coinvolge molti spettatori. È il caso di Chopin che improvvisa in una sala da concerto, del grande attore che improvvisa sul palcoscenico, di Maradona che infila cinque dribbling consecutivi e va in porta col pallone davanti a cinquantamila spettatori. Ma è anche il caso del flamenco e della tauromachia: la consonanza del pubblico è il sintomo più sicuro dell’apparire della forma.

    La zitella si alza e scuote la gonna con un gesto impacciato.

    “Devo pensarci su. Ma ho capito che non devo lasciarla parlare troppo.”

    Sorrido.

    “Come le dicevo, se fossi un artista non parlerei tanto.”

                                                            13

 

 

 

    Ho aspettato la notte. Era quasi l’una quando sono uscito dalla stanza e sono sceso giù per le scale con le scarpe in mano. Al mezzanino sono uscito su un terrazzo, ho infilato le scarpe e mi sono calato a terra lungo un pluviale. Non sono più tanto in gamba per questo genere di performances, ma ce l’ho fatta e ho evitato di passare davanti alla reception.

    Mi sono inoltrato nel parco facendo lunghi zig zag nelle zone meno illuminate. Ho ricordato i trucchi di quando facevo il servizio militare e scavalcavo il muro per andare “in fuga”. Rientrare in camerata alle tre di notte era come attraversare la giungla malese: un tragitto brevissimo si dilatava all’infinito per aggirare un fanale, attraversare un tratto di ghiaia senza far rumore, acquattarsi dietro uno sporto per evitare la ronda. Quando mi infilavo sotto le coperte, era tutto finito e restava solo l’adrenalina da smaltire. So di non essere galante, e un po’ me ne vergogno, ma delle mie fughe ho dimenticato le ragazze, le auto infrattate nel buio, i sedili reclinabili; ricordo soltanto l’eccitazione del rientro in caserma.

    Ho attraversato il parco verso l’uscita dove i due giannizzeri mi avevano bloccato con i loro pretesti. Avvistata la guardiola, ho girato al largo e ho esplorato il muro di cinta. Niente porte, niente uscite secondarie. Niente alberi con i rami protesi all’esterno. Quando un riflesso di luce andava a posarsi sulla cima del muro, mi pareva di vedere cocci di bottiglia annegati nel cemento. Brutto affare. Non c’era modo di uscire con una fuga classica. Ci voleva un trucco. QQualcosa di semplice e volgare, che lasciasse tutti interdetti per eccesso di banalità. Ma che cosa potevo inventare?

    Sono tornato in camera passando per l’ingresso principale. Il guardiano russava su una poltrona della hall. 

                                                            ***

    E mentre stavo sotto le lenzuola a impilare i miei ragionamenti senza un filo logico, mi sono reso conto che la memoria funziona agganciandosi ad appigli casuali, senza motivo. Cercando di escogitare qualcosa di banale per fuggire di qui, mi sono ricordato di Manuel Benitez el Cordobés, l’emblema della banalità, un torero che ho sempre considerato un fenomeno commerciale, e dei più volgari: quello che degrada un prodotto fino ai limiti del ridicolo per andare a ricuperare le fasce più basse di pubblico.

    Era così, ne resto convinto. Ma la mia ossessione purista non mi permetteva di vedere che non era tutto lì. El Cordobés ebbe il suo periodo d’oro negli anni 60 e 70, quando la tauromachia era schiacciata dal ricordo di un mito. Manolete, il più grande, il maestro dei maestri, era morto nel ’47 e gli artisti che vennero dopo di lui oscillarono fra l’utopia di replicare il suo stile e quella di inventarne uno nuovo. Erano sogni impossibili, perché nella storia pluricentenaria della tauromachia si sono visti soltanto due stili: il rondegno, classico, asciutto, essenziale; e il sivigliano, fiorito, allegro, spumeggiante. Joselito fu un sivigliano classico; Belmonte un sivigliano barocco; Manolete un rondegno tragico.

    L’ombra di Manolete fu gigantesca. Dopo di lui, stelle di prima grandezza come Domingo Ortega, Antonio Ordoñez, Luis Miguel Dominguin, provarono a imporre stili diversi e personali, ma ci riuscirono solo a metà. Il mito ha una forza insuperabile e il suo suggello è la morte.

    È sempre così, in tutti i campi: Eddie Merckx vinse più di chiunque altro nella storia del ciclismo, ma è ancora vivo, e il “campionissimo” resta Fausto Coppi.

                                                            ***

    Eppure Manolo Martinez Chopera, un uomo che conobbe personalmente tutti i più grandi toreri del ventesimo secolo, non era affatto critico sul Cordobés. Lo incontrai in un albergo a Vitoria, nei paesi baschi. Era il 5 agosto e ricorreva la festa patronale della Virgen Blanca. Per tutta la settimana era in programma una corrida al giorno. Io arrivavo da Salamanca, avevo guidato per sei ore filate e sentivo il bisogno di un tonico. Al bar mi lasciai sprofondare in una poltrona e ordinai un cognac. Il cameriere che me lo portò mi chiese se ero in città per los toros. Dissi di sì e lui accennò al tizio seduto sulla poltrona accanto alla mia: un signore distinto, piccolo, anziano, ma con i capelli ancora quasi tutti neri.

    “El señor Chopera” disse il cameriere presentandoci, el empresario”.     

    Non ho ancora finito di essergli grato. Quella conversazione mi aprì gli occhi sulla tauromachia dal punto di vista di chi la organizza in quanto spettacolo, e vuole guadagnarci sopra, ma sa che non è tutto lì. Mettere in scena l’Amleto non è soltanto spettacolo. Stampare e pubblicare la Divina Commedia non è soltanto business. Secondo Chopera, El Cordobés aveva rinnovato lo stile sivigliano e la gente correva a riempire le plazas perché era stufa di sacerdoti che celebravano tragedie: voleva l’esibizione di un coraggio arrogante che non osservava regole.

    Mi chiese quali erano i miei toreri preferiti per quell’anno. Citai Paco Camino, El Viti e Diego Puerta. Lui scosse la testa: ottimi artisti i primi due, pieno di buona volontà il terzo, ma perché non riempivano le plazas? Per il prezzo del biglietto? Quando c’era in cartellone El Cordobés i biglietti costavano il doppio. Eppure Camino e El Viti avrebbero saputo esaltare le folle meglio di chiunque altro. Perché non lo facevano? Perché il purismo è una malattia che estremizza il senso delle cose, ne fa perdere di vista il significato, e le manda in malora. 

    “Secondo lei” domandò, “i libri servono per dirci cose a cui non avevamo pensato o devono ripetere all’infinito ciò che ci piace tanto? Chi sa stare al mondo prende la realtà per quello che è e ci si adatta. I puristi rifiutano la realtà e si chiudono in un mondo che non esiste.”  

    Ma El Cordobés aveva reinterpretato lo stile sivigliano o l’aveva sputtanato?

    “Ah!” ridacchiò. “E se anche fosse? La tauromachia esiste da secoli e può permettersi anche un po’ di volgarità. Ciò che non può permettersi è morire di inedia, e Manuel Benitez ha riportato la gente nelle plazas.”

    “Già” replicai “ma la gente che va a vedere el Cordobés tornerà ad apprezzare i veri artisti? E soprattutto, ci sarà mai più un artista come Manolete?”

    Chopera mi lanciò un’occhiata in fondo alla quale mi parve di scorgere un’ombra di compatimento. Immagino che abbia pensato: se ti spiego come stanno le cose rischio di perdere un cliente. Ma decise di rischiare: meglio un aficionado in meno che un purista in più.

    “Lei ha in mente il Manolete della leggenda, l’uomo che stendeva un fazzoletto sull’arena, ci posava sopra i piedi e faceva giostare il toro senza spostarsi di un centimetro. Il pubblico di Madrid pagava prezzi esorbitanti per vederlo “fare la statua”. Ma quando Manolete cominciò la sua carriera, in Andalusia la gente viaggiava a cavallo per trenta chilometri per andare a vederlo perché faceva cose da pazzi: toreava in ginocchio, inventava suertes e adornos alla maniera sivigliana.”

    Mi guardò ancora per un attimo, come se volesse controllare qualcosa, e l’occhio gli diventò vacuo: i suoi pensieri si erano fissati su un ricordo.

    “L’ultima volta che lo vidi fu nella primavera del ’47, nella finca di un amico allevatore. Parlavamo di contratti, e intanto in un corral un ragazzino si allenava a dare passi di cappa con una vacca selvaggia. Con la coda dell’occhio Manolete vide che la vacca aveva una bella carica, franca, diretta; prese una cappa, entrò nel corral e fece segno al ragazzo di levarsi dai piedi. Ci fece gustare un intero repertorio di stile sivigliano. Lui, che in pubblico esibiva soltanto classicismo e severità, si lanciò in una serie di passi spettacolari: cambios, gaoneras, navarras, tafalleras. Ci prendeva gusto. Ci si entusiasmava. Tornò da noi con gli occhi che luccicavano. “Me cago en diez!” brontolò. “Non si può toreare sempre come vuole il pubblico. La gente paga, e vabbe’, ma ogni tanto voglio divertirmi anch’io!”.    

 

 

                                                             14

 

 

 

    Mi divertirei anch’io a vivere, se ogni tanto non capitassero certe tegole impreviste. Mi sono svegliato quando era ancora buio. Ero sudato e sentivo la nausea salirmi in gola. Mi sono alzato dal letto per andare in bagno e la stanza ha cominciato a girare. Ho fatto un altro passo e la nausea è diventata un conato.

    Ho raggiunto il bagno barcollando. Pensavo di mettermi in ginocchio per vomitare nel water, ma non ce l’ho fatta. Ho ripreso conoscenza quasi subito, quando ho picchiato la fronte sul pavimento. Ero caduto con la testa in giù e il sangue era tornato a irrorare il cervello.

    Già che ero a terra, mi sono disteso supino. Credo di essere rimasto lì, immobile, per più di un’ora, con i conati che ogni tanto tornavano a tormentarmi. Poi la nausea è passata, ma è subentrata una tachicardia. È durata un’eternità. Quando il cuore ha ripreso un ritmo normale, ho aspettato dieci buoni minuti prima di sentirmi abbastanza sicuro per rimettermi in piedi e tornare a letto.

    Più tardi, disteso a letto, il tepore sembrava rinchiudermi in un guscio. Ho provato il sollievo di chi arriva al rifugio dopo una marcia nella neve. Mentre stavo sul pavimento del bagno avevo avuto freddo e non me ne ero reso conto.  

                                                           ***

    “Io non ho ancora capito se lei vorrebbe tornarci, in Spagna, o se ne parla come di un bel sogno. Forse per lei la Spagna è una bolla di sapone che è meglio non toccare, altrimenti scoppia.”

    Oggi la zitella è in nero, con la gonna sotto il ginocchio come usava negli anni 50 e sul naso ha un paio di occhiali da professoressa.

    “Certo che vorrei tornare. Ma so che la troverò cambiata, e ho paura che l’esperienza non mi piaccia. La prima volta che ci andai ebbi l’impressione di esserci già stato in un’altra vita. Quella è la sensazione che vorrei ritrovare. Se ripenso a certi scorci della meseta, o anche a una piazza, una cantonata, entro nello stato d’animo di chi aspetta qualcosa che gli cambierà la vita. Sono andato mille volte a vedere che c’era dietro l’angolo e ho visto il mistero svanire nella realtà, eppure il ricordo dello stupore è sempre lì, intatto. Ogni volta ho visto in faccia la sostanza nuda e cruda, e mi sono reso conto che potevo esprimere, definire, misurare i fatti, ma lo stupore continuava a prevalere sulla realtà. 

    Se tornassi a passare per la calle Pan y Carbon, lo stupore sparirebbe nel giro di pochi secondi, ma subito dopo rinascerebbe più forte. L’ultima volta che ci sono stato quasi non la riconoscevo: non è più il carrugio semibuio in cui chiesi a Mayte di fuggire con me; oggi è una via larga, pulita, ripavimentata. Ma passando di lì ho rivisto i suoi occhi, non come quando successe, ma come li ho sempre ricordati in seguito, quando il tempo aveva isolato l’emozione vera, quella che mi faceva scoppiare il cuore. Reminiscenze e nostalgie, da sole, non significano nulla: per scoprirne il senso bisogna ricordare i ricordi, elaborarli, scarnificarli. Le imperfezioni spariscono, i significati vengono in evidenza.”

                                                            ***

    “Questa Mayte è stata il suo primo amore, vero?”

    Mi viene da sorridere.

    “No. Proprio no.”

    “Ma andiamo! Lo ammetta e si sentirà meglio. Mayte è stata la prima donna che le ha fatto rimescolare il sangue.”

    Scuoto la testa. Non riuscirò mai a spiegare cos’è stata Mayte per me. Come potrei? Non lo so neanch’io. E mentre lo penso mi accorgo di aver detto la stessa cosa degli artisti. Arte e amore hanno qualcosa in comune, è ovvio. Ma che cosa?

    “Ho amato altre volte, prima e dopo Mayte, ma l’amore è sempre diverso da come te lo aspetti. Quando ero a Salamanca non ero neanche sicuro di essere innamorato.”

    Stavolta la zitella non dice niente. Sta’ a vedere che si è offesa.

    “Del resto” riprendo, “la vita è tutta incomprensibile. Perché certe immagini restano impresse? A me è rimasto stampato in mente un angolo di strada a Madrid, una sera, con due fiumane di gente che confluivano in un’edicola. I quotidiani in edizione straordinaria annunciavano l’elezione di papa Woytila.”

    Lei fa un gesto di fastidio.

    “È logico che le sia rimasto impresso: è un fatto storico.”

    “Ma io non sto parlando della notizia. Parlo della sensazione. Io arrivavo da seicento chilometri di distanza ed ero rimasto praticamente fuori dal mondo per giorni e giorni. Quando scesi dal taxi e vidi la scena, prima ancora di leggere i titoli dei giornali pensai: “È successo qualcosa”. Eppure quella sera nessuno avrebbe potuto prevedere Solidarnosc, la caduta del muro di Berlino, l’implosione dell’URSS. Chiunque avrebbe pensato soltanto che, morto un papa, se ne fa un altro. Eppure ricordo l’impatto di quell’attimo. Fu un presentimento? Perché mi capitò allora e non in altre occasioni altrettanto storiche? Perché ricordo particolari senza senso? Facce di persone mai viste che non avrei rivisto mai più, espressioni, gesti, toni di voce. E anche gli avvenimenti che mi portarono lì sono rimasti impressi, sono immagini vivide.”

    “Davvero? Allora me li racconti.”         

                                                           ***

    Quando il neoeletto papa Luciani si affacciò alla loggia e cominciò a parlare con un chiaro accento veneto, senza plurale majestatis, senza la pomposità dei suoi predecessori, tirai un sospiro di sollievo: se perfino la Chiesa Cattolica Apostolica Romana mostrava di adeguarsi al mondo, voleva dire che il mondo non si era completamente sbagliato. Se nel ’68 eravamo scesi in strada per gridare che non ne potevamo più, be’, forse non avevamo avuto tutti i torti.

    Due giorni dopo mi imbarcai su un aereo per Quito, Ecuador. Quattordici ore di volo e mi ritrovai immerso fino al collo in uno di quei pasticci sudamericani che sfuggono di mano proprio quando credi di averli afferrati per la coda, e ti costringono a metterti nelle mani dei più improbabili mezzani, gente che si propone come taumaturgo e poi scompare in attesa che le cose si risolvano da sé, salvo rispuntare al momento buono millantando i propri buoni uffici presso Tizio o Caio e reclamando una provvigione.

    Non so se fu per lo stress di queste vicende o per aver mangiato qualche porcheria, ma una notte mi svegliai con un dolore micidiale in tutto l’addome. Era così forte che quasi non riuscivo a respirare. Dovetti essere ricoverato.

    Il medico che mi visitò vantava sull’intestazione delle sue ricette di essere licenciado en Mexico, i flaconi delle flebo portavano la stampigliatura made in Brasil, sulla scatola di non so quali pastiglie c’era scritto hecho en Colombia. Per gli ecuadoriani era un titolo di merito non avere niente a che fare con l’Ecuador.  

    Fu un attacco di appendicite o una colica renale? Mi dimisero confessando di non aver capito un accidente, dopo avermi tenuto a digiuno per una settimana. Se fosse stata appendicite avrebbe potuto perforarsi e degenerare in setticemia. Mi andò bene: persi dieci chili, ma uscii dall’ospedale con le mie gambe.        

                                                             ***

    Quando scesi la scaletta e toccai il suolo italiano avrei voluto inginocchiarmi a baciare la terra, ma ero morto di sonno e ci rinunciai. In piedi, sulla piattaforma del bus, sentii dire che il papa era morto. Impiegai del tempo a capire: mentre io facevo a capocciate con i muri di gomma della Corporación Estatal Petrolera Ecuadoriana, del fisco ecuadoriano, della burocrazia ecuadoriana nel suo complesso e nelle sue specifiche diramazioni, per poi finire all’ospedale, papa Luciani aveva portato il triregno per trentatre giorni e aveva lasciato questa valle di lacrime. Ci rimasi male. Quando viene a mancare qualcuno che in un modo o nell’altro ha un ruolo di guida è come se la bussola non segnasse più il nord. È così per tutti, amici e nemici: il crollo dell’URSS ha disorientato più l’Occidente che i russi.

    Qualche giorno dopo, mentre i cardinali partiti per i quattro angoli della terra venivano richiamati a Roma in tutta fretta, io tornai in Spagna: in un porto della costa catalana i sindacati avevano proclamato un’agitazione e una delle mie navi era bloccata in porto ad arrugginire. Per giorni interi mi toccò discutere con interlocutori che insistevano a battere sugli stessi tasti, ricevevano le stesse risposte, tornavano sugli stessi argomenti, venivano bloccati dagli stessi ostacoli e rilanciavano il discorso a casaccio al solo scopo di tenere aperta la trattativa. Speravano che nel frattempo piovesse dal cielo qualche fatto nuovo. Ma dal cielo non piovve niente.

    Quando arrivò il momento della “pausa di riflessione”, corsi a Barcellona e riuscii ad acchiappare un aereo. Verso le dieci di sera il taxi mi scaricò all’angolo di Serrano e Diego de León. Sembrava che tutta Madrid si fosse messa in ghingheri e avesse invaso le strade. Le donne barcollavano sui tacchi alti. Le capigliature degli uomini scintillavano di brillantina. Tutti avevano qualcosa da dire: l’uomo alto all’amico traccagnotto, il damerino impomatato alla ragazza vestita di seta, il gruppo di studenti e quello di colleghi; tutti con l’aria affettata di chi finge di non dare troppa importanza all’argomento. Ma parlavano tutti della stessa cosa. Che cosa fosse lo capii soltanto quando vidi i giornali che titolavano a tutta pagina: “Un papa polacco!”.

    Forse quella strana atmosfera di attesa fu davvero un presentimento. Per tanti anni quel papa avrebbe ripetuto un grido incomprensibile: “Non abbiate paura!”. Paura? Avevo trent’anni e vedevo il mondo come le mura di Costantinopoli alle quali dare la scalata per metterla a sacco. Paura? Non sapevo cosa fosse.

    Invece adesso lo so, e quel grido significava: non abbiate paura della morte. Non è una punizione, non è la fine di tutto. Non perdete mai la speranza. C’è in noi qualcosa che non sappiamo definire, ma c’è, è vera e reale, e per quanto possa sembrare pazzesca è la cosa più solida sulla quale possiamo poggiare i piedi.

                                                           15

 

 

 

    Sono qui, sulla panchina del parco, di fronte al parapetto affacciato sul mare. Anche oggi la zitella è venuta a sedersi accanto a me. Con un’occhiata ha capito che non è il momento adatto per far conversazione. Tace. Non se ne va. Resta qui e aspetta, come se sapesse che prima o poi il mio umore cambierà.

    Non ci guardiamo. Lei, chissà cos’ha in testa. Io penso ai casi miei: non so come uscire di qui, il medico curante è sempre più una figura fantomatica, non posso telefonare, scrivere, comunicare con l’esterno. È assurdo! È una congiura! Eppure tutta la vita è così. A un certo punto succede qualcosa che ti fa sentire in gabbia e provi l’impulso di cambiare. Allora fai un viaggio, cambi impiego, ti metti in proprio. Finché ti rendi conto che correre a destra e a sinistra non risolve niente. E questo è pericoloso perché, se non trovi subito qualcosa di appassionante, cominci a pensare che la vita in se stessa non ha senso. O meglio, ha un senso unico con una fine inevitabile. Quando il presentimento della morte diventa una sensazione fisica è come se una botola ti si spalancasse sotto i piedi: la mancanza di vie di fuga diventa un’ossessione e la pazzia è lì, a due passi.

    Per non perdere la ragione bisogna pensare sempre al futuro, anche oltre la morte. Nel passato non c’è niente che stia in piedi da sé e dia significato a tutto il resto. La vita è incompiuta e resterà incompiuta per sempre. Anche Napoleone, Dante, Einstein, nei loro ultimi momenti di lucidità, erano amareggiati, convinti di non aver raggiunto lo scopo della loro esistenza. Io non sono nessuno e ho ancora tanto da fare; forse tutto. Ma che cosa, in concreto? Non lo so.

                                                            ***

    Una volta ho conosciuto un uomo che voleva insabbiare un omicidio. Gli ho chiesto: “Dove va a finire la giustizia?” e lui ha risposto: “Dove finisce tutto: nella morte”. Si chiamava Silverio Lopez Gil ed era un pezzo grosso. Ma non so fino a che punto credesse alle sue parole. In quel momento pensava al suo problema: chiudere l’inchiesta e mettere a tacere le chiacchiere. Non è vero che tutto finisca nella morte; anzi, è lì che ricomincia tutto: nel mito.

    Il mito è un ricordo deformato, frainteso, manipolato. È la nostra immagine, che noi non possiamo più cambiare, e resta stampata nella memoria di chi pensa a noi così come ci ha conosciuti, e crede che fossimo davvero l’incarnazione di questa o quella virtù, questo o quel vizio. Ognuno è mito nei ricordi dei parenti, degli amici, e perfino di chi lo conosceva di vista e non gli ha mai parlato. Non c’è bisogno che la tua vita e la tua morte siano cantate in un poema epico: magari in sogno, magari una sola volta in cent’anni, qualcuno si ricorderà di te. E in quel momento diventerai mito, per un attimo sarai Ercole o Giasone.

                                                            ***

    Il mito. Quando lo vidi per la prima volta, Francisco Rivera Paquirri era ancora poco conosciuto e lottava per aprirsi la strada della fama. Lo faceva per la via più difficile: con le banderillas.

    Gli spagnoli hanno un modo tutto particolare di prendere in considerazione certe cose. Normalmente le banderillas vengono collocate dai peones ed è  considerato disdicevole che un matador si abbassi al livello di un peon. Per quanto brillante sia l’esibizione, per quanto mandi il pubblico in visibilio, mettere le banderillas fa scadere nella considerazione della critica. Il ragionamento è più o meno questo: un matador che mette le banderillas vuole stupire. Perché? Perché sa di non poterlo fare con la muleta. Dunque non è un artista.

    Paquirri cominciò mettendo le banderillas per farsi notare e dovette continuare a metterle per tutta la carriera. Se il pubblico vedeva un peon impugnare i bastoncini infiocchettati, scatenava l’iradiddio finché lui non si decideva a strapparglieli di mano. Con la cappa e la muleta Paquirri non aveva l’aria da statua greca di Paco Camino o la volgarità del Cordobés. Dal punto di vista di chi organizza corride e deve vendere biglietti, non era né carne né pesce. I critici non si accorgevano di un grande artista che ogni anno migliorava fino a diventare ineccepibile anche dal punto di vista tecnico. Paquirri rimase “quello delle banderillas” e quando sposò la figlia di Antonio Ordoñez qualcuno arrivò a mormorare che l’aveva fatto per entrare nel giro dei grandi impresari.

    In un pomeriggio di agosto a Vitoria gli spalti erano pieni di ragazzotti in camiciotto candido e txapela amaranto, animati dalla ferma intenzione di prendere la sbronza più memorabile dell’anno. C’era una damigiana di sangría che andava su è giù per le gradinate: si impugnava la canna di gomma tenendola chiusa con il pollice, si succhiava un sorso, si rimetteva a posto il pollice e la si passava al vicino. Me la presentarono con l’aria insicura dei campagnoli che tirano uno scherzo a un cittadino. Tome usted, señorito! mi gridarono. Ero in giacca e cravatta, e señorito in Spagna significa un ventaglio di cose che vanno da “bellimbusto” a “padrone”. Quando videro che sapevo come fare e che apprezzavo il gusto della sangría, a momenti ci rimasero male.

    Di quel giorno ricordo solo che, al momento di piazzare le banderillas al primo toro, tutta la plaza scattò in piedi urlando: Que salgan los tres! Volevano che  ciascuno dei tre matadores mettesse un paio di banderillas. Furono accontentati. I matadores erano Miguelìn, Paquirri e Angel Teruel.

    Negli anni successivi rividi Paquirri molte volte. Un 16 maggio, a Talavera de la Reina, nella corrida che si tiene ogni anno per ricordare la morte di Joselito, lo vidi bagnare il naso a Paco Camino. Quel giorno Paquirri fu semplicemente colossale. Dominò un toro castagno di 610 chili come se fosse stato lui a pesare otto volte più dell’avversario. Chiuse la faena facendoselo passare ripetutamente a pochi centimetri dal ventre mentre lui chiacchierava con uno spettatore seduto in gradinata. Piazzò la stoccata recibiendo, e cioè senza correre incontro al toro ma ricevendo la carica a pié fermo: una suerte che capita di vedere molto di rado.

    Il pubblico impazzì. In mezzo al tumulto il presidente concesse i massimi trofei: le due orecchie e la coda del toro. Ma la gente voleva di più. Un peon fece l’atto di tagliare una zampa della carcassa. Il presidente glielo impedì. L’arena diventò una bolgia. Gli spettatori fischiavano e insultavano il presidente perché non aveva il coraggio di infrangere il regolamento per premiare il matador che li aveva infiammati. Non c’è che dire: Paquirri sapeva trasmettere emozioni.

    Quanto alla sua tecnica, un giorno andai a vederlo a Toledo. Quando si aprì la porta del toril e il primo toro uscì caricando le cappe sventolate dai peones, non ci vidi niente di speciale. Ma già al secondo sventolio di cappa Paquirri si voltò verso il palco del presidente e fece segno: quel toro è orbo dall’occhio destro.

    Il pubblico fischiò: Paquirri aveva paura di quel toro e cercava una scusa per farlo cambiare. Lui alzò le spalle, andò verso il toro e gli somministrò una serie di veronicas facendolo passare sempre sul fianco destro, tenendogli agganciato l’occhio buono (il sinistro) al lembo esterno della cappa. Mise le banderillas cuarteando sempre sul lato sinistro. Iniziò la faena con la muleta nella destra e solo quando ritenne di aver mietuto una dose sufficiente di applausi e di olé, passò platealmente la muleta nella mano sinistra e chiamò il toro.

    In piena carica, a un metro dal bersaglio, il toro fece uno scarto e Paquirri, che se l’aspettava, schizzò per aria schivando il corno per un pelo.  

                                                          ***

    Ma i critici storcevano il naso: Paquirri metteva le banderillas, Paquirri non era un gran torero. Eppure ogni anno era più bravo. Sul piano artistico non aveva più rivali. Anche dal lato economico nessuno poteva fargli concorrenza. Intanto il suo matrimonio si era esaurito e lui aveva trovato altre passioni. Il suo stile, nell’arena e fuori, era sivigliano, allegro, frizzante. Paquirri amava la vita. 

    L’appuntamento con il destino fu a Pozoblanco, un paesino in provincia di Cordoba. La cornata squarciò le vene iliaca e safena. Un disastro; ma si sarebbe potuto rimediare se il corno non avesse leso anche l’arteria femorale.

    Sembra incredibile: nell’infermeria della plaza, ferito a morte ma ancora cosciente, fu Paquirri a spiegare al medico la dimensione e le traiettorie della ferita. Le ultime parole di un uomo non contengono mai niente di trascendentale, eppure hanno sempre un certo fascino. Forse un fascino malsano. Paquirri conservò fino all’ultimo la presenza di spirito: capì che il medico era in agitazione e cercò di infondergli sicurezza. “La mia esperienza professionale mi dice che questa cornata ha almeno due traiettorie… una per di qua e un’altra per di là.” Indicò le traiettorie con il dito. “Faccia tutto quello che deve: sono nelle sue mani. Calmo e sicuro, eh? Vorrei un bicchier d’acqua”.

    Il chirurgo avrebbe dovuto amputare, ma non se la sentì. Paquirri morì dissanguato nell’ambulanza che correva verso l’ospedale di Cordoba.

                                                              ***

    Tutto il contrario di Belmonte, che era un novio de la muerte e aveva una concezione tragica della tauromachia. Una volta, entusiasmato da una sua esibizione, lo scrittore Ramón del Valle-Inclán esclamò: “Juanito, per entrare nella leggenda ti manca solo di morire nell’arena”. Belmonte, serio serio, rispose: “Farò il possibile, don Ramón”.

    Lo fece davvero, il possibile e perfino l’impossibile, eppure non ci riuscì. Per tutta la vita inseguì la morte in combattimento e il destino lo salvò (o lo perdette). Belmonte dimostrò che lo spirito barocco può condurre a morire di tori anche fuori dall’arena: continuò ad affrontarli finché lo ressero le gambe perché sfidare la morte era diventato la sua droga. Quando non fu più in grado di combattere, vivere senza lotta gli parve una insopportabile agonia. Per non alzare bandiera bianca gli restava solo un modo: essere lui a decidere il quando e il come.

    Il colpo di pistola con cui si bruciò il cervello fu una esauriente e particolareggiata spiegazione del perché gli esseri umani scalano montagne, traversano oceani sconosciuti, affrontano mostri, bevono fino a spappolare il fegato o si sparano in vena ogni genere di porcherie.

                                                           16

 

 

 

    È successo ancora. Stavo appoggiato al parapetto e guardavo verso il mare, ma non lo vedevo. Davanti agli occhi avevo l’immagine del mio amico Miguel Angel come mi era apparso l’ultima volta, deposto su un lettino di ospedale, con il viso sporco di sabbia, il vestito inzuppato di sangue e gli occhi sbarrati che guardavano al di là dell’orizzonte.

    Sentivo alla bocca dello stomaco un principio di nausea, un vago malessere al quale cercavo stupidamente di resistere nella speranza che se ne andasse da sé. Non se ne è andato. Ha continuato a crescere, lentamente, subdolamente, fino a darmi le vertigini. Quando mi sono scostato dal parapetto ho capito che era troppo tardi. Non ricordo come ho messo uno dietro l’altro i passi per arrivare fino alla panchina. Mi ci sono seduto, o mi ci sono lasciato cadere, ma le cose non sono migliorate. Devo aver perso i sensi subito. Non ho avuto neppure il tempo di pensare: sto morendo.

    Quante cose ho rimandato a “prima di morire”! Come se per un attimo di lucido pentimento (che a quel punto costerebbe ben poco), Dio fosse disposto a perdonarmi tutto ciò che ho fatto di detestabile in una vita intera. E non parlo delle libertà sessuali, o delle libertà che mi sono preso in affari o nei rapporti umani, ma dei peccati veri: l’odio, le chiusure mentali, le ipocrisie; insomma: la mancanza di amore. Come se fosse possibile persuadere Dio ad amnistiare decennii di spensierata incredulità in cambio di una preghiera biascicata per paura, davanti al baratro del nulla.

    Eppure chissà, forse Lui si rende conto di quanto è difficile credere che esista, Lui che ci guarda sempre e non interviene mai. Forse si accontenta anche di una resipiscenza in extremis, che è un po’ come ammettere: sì, hai ragione Tu e in fondo l’ho sempre saputo, ma, Tu lo sai, gli uomini sono contraddittori: esigono coerenza dagli altri e transigono con se stessi. Devi saperlo eccome! Se è vero che sei stato Tu a modellare la creta e a soffiarci dentro il Tuo respiro.

    Non cerco attenuanti. Ho soltanto una speranza, tanto più grande quanto più è immotivata. Ho scoperto tanto tempo fa che una legge più forte di ogni altra ci costringe a trasgredire e ci condanna a vivere nel rimorso. Certo: la nostra congenita incoerenza dovrebbe portarci a trasgredire anche la legge più forte e a rientrare nell’ordine. Ma magari bastasse contraddire le contraddizioni! 

                                                            ***

    Insomma: avrei potuto morire e non ho avuto il tempo di accorgermi di ciò che stava succedendo. È stato come se qualcuno avesse premuto un interruttore e di punto in bianco fosse mancata la corrente.

    Ora riapro gli occhi e mi sento invadere da un senso di colpa. È sempre così: quando mi succede qualcosa di grave e inaspettato lo prendo per una punizione, e siccome non riesco a capire cosa diavolo ho fatto per meritarmela, mi sento come se fossi in caduta libera. Qual è il peccato che stava per costarmi la vita? È reato non saper accettare la morte? Non riuscirò mai a rispondere, e il senso di colpa me lo porterò addosso in saecula saeculorum. Ma quando l’interruttore ha fatto clic ero appoggiato allo schienale. Adesso sono supino. Qualcuno deve avermi adagiato sulla panchina e il sangue è tornato a irrorare il cervello.

    In piedi alla mia destra, la zitella mi osserva. Faccio per alzarmi.

    “Fermo!” ordina lei, e mi mette una mano sul petto. “Non si agiti. Aspetti di riprendersi del tutto. Intanto chiacchieriamo un po’.”

    “Cos’è successo?”

    “È svenuto. Un calo di pressione. Sono cose che succedono.”

    “Mi ha disteso lei sulla panchina?”

    “Sì.”

    “Come mai?”

    “Come mai ero qui nei paraggi? La stavo cercando.”

    “Perché?”

    “Non faccia il finto tonto: lei deve raccontarmi ancora tante cose.”

                                                          ***

    “Ma se le ho raccontato tutta la mia vita! Lei, piuttosto, non mi ha detto niente. Non è un’ammalata, non è un medico, non è un’infermiera. Chi è? Cosa fa qui?”

    La zitella prende l’aria severa di una maestra che ha in programma di spiegare il teorema di Pitagora e, piova o nevichi, lo spiegherà.

    “Non cambi discorso. Nella sua vita c’è un mistero. Tanti anni fa, a Salamanca, è successo qualcosa.”

    “E lei come fa a saperlo? Chi gliene ha parlato?”

    “Ma insomma! Si levi questo peso di dosso! Vuole seppellire la sua vita e metterci una pietra sopra? Oppure crede di vivere in eterno? Parli! Cos’è successo a Salamanca?”

    Questa zitella devo averla già incontrata, chissà dove. È dura come Mayte, insistente come Bianca, sfuggente come tutte le donne che ho conosciuto.

    “Mi viene il dubbio che lei sappia già tutto. Perché vuole che glielo dica io?”

    “Uffa! È così vergognoso il suo passato? Ci vuole tanto a raccontarlo?”

    No, non ci vuole tanto. Ma in tutta la mia vita non c’è un solo pensiero, parola e opera per cui mi senta la coscienza tranquilla. Anche le poche decisioni sulle quali non ho mai avuto dubbi, esaminate da un altro punto di vista risulterebbero riprovevoli. E quando ci penso non sono molto contento di me stesso. Penso alla sicumera con cui tanti imbecilli pontificano sul Bene e sul Male. Non riesco neanche a sorriderne. Di fronte a un ipotetico Giudice, cosa potrei balbettare se non la solita scusa: mi è sembrato che qualunque altra scelta fosse peggiore? 

    Improvvisamente la zitella mi guarda negli occhi. È la prima volta che lo fa, e improvvisamente mi sento rimescolare. Quel colore indefinibile, quegli occhi, io li conosco. Sono sicuro. Ed è la voce di Mayte che mi domanda:

    “Che scopo c’è a tenersi dentro certe cose per tutta la vita?”

                                                          ***

    Ascolto il suono delle sue parole e non sono sicuro di capirne il significato: come tanti anni fa, in un caffè che oggi non esiste più, vicino al museo del Prado, Mayte mescolava menzogne e verità, e io sprofondavo nei suoi occhi.

    “Un omicidio. Ecco cosa successe.”

    “E lei fu coinvolto?”

    “Scoprii il cadavere. Invece di andarmene per i fatti miei, fui così stupido da chiamare la polizia. Ma il ritrovamento era stato combinato. Se avessi tirato diritto, avrebbero trovato un altro modo per invischiarmi.”

    Nel suo sguardo passa un lampo di incredulità, come quando senti raccontare una verità diversa da quella che conosci tu.

    “Accusarono lei del delitto?”

    “No. La polizia non arrivò fino a questo punto. Un funzionario – si chiamava Lopez Gil – mi minacciò, ma non parlava sul serio. Voleva solo allontanarmi da Salamanca. Uno straniero chiacchierone gli avrebbe dato fastidio, mentre lui passava lo straccio sulla lavagna.”

    “E lei partì?”

    “Non subito. Avrei voluto rimanere, ma scoprii che all’improvviso tutto era cambiato. Gli amici mi guardavano con sospetto: sembrava che volessero qualcosa da me, ma non dicevano cosa. Gli affari si bloccarono. In capo a ventiquattr’ore litigai con tutti. Allora me ne andai. Non avevo più niente da spartire con Salamanca. Ma chi voleva trarre profitto dalla situazione venne a cercarmi, e io ritornai per farla finita con le ambiguità. Credevo di aver capito tutto, ma mi sbagliavo. Lopez Gil impose la sua versione dei fatti, una versione che non riuscivo ad accettare. Eppure la accettarono tutti, anche quelli che non ci credevano. E questo è quanto. Non c’è altro da dire, se non che in questa storia ho sicuramente commesso degli sbagli, e ancora oggi non so quali siano stati. So che persi un amico e una storia d’amore. I miei sogni, i miei obbiettivi, mi morirono fra le mani. Me ne andai, e provai a illudermi che Salamanca fosse stata soltanto un incidente di percorso, che la vita vera, l’amore, la felicità, dovessero ancora arrivare. Non era così.”

    Ecco: l’ho detto. E adesso è come se mi mancasse il fiato. Aveva ragione la zitella: questa storia me la tenevo dentro da troppo tempo. Scriverla non era stato sufficiente: dovevo dirla guardando in faccia proprio lei. Ma ora che l’ho fatto mi sembra di essere rimasto senza polmoni.

    “Non può essere tutto qui” insiste. “Altrimenti non sarebbe tornato a Salamanca vent’anni dopo. Seguiva un indizio? Sospettava di qualcuno?”

    Faccio una smorfia. Scuoto la testa.

    “Indizi? No. Soltanto sensazioni, presentimenti, inquietudini. Sono tornato a Salamanca perché è lì che ho incontrato l’unico amore della mia vita. Sono tornato nella speranza di rivedere Mayte invecchiata in modo da cancellarne il ricordo; oppure ancora affascinante, e bruciare con lei una volta per tutte, come le farfalle notturne nei falò.”

    “Ma non mi prenda in giro! Lei è tornato per scoprire l’assassino.”

    La guardo esterrefatto. Cosa dovrei rispondere? Ma almeno su una cosa la zitella non ha torto: ormai mi sono sgravato di una verità che mi pesava sulla groppa e mi sfiancava. A questo punto non ha senso fermarsi a metà. 

    “Mi guardi negli occhi” alzo la mano destra a palma in fuori. “Giuro: non me ne importa niente dei delitti. Anche se scoprissi l’assassino, chi è morto non risusciterà. No, niente vendette. Queste cose può sanarle solo il tempo. Bisogna che i morti seppelliscano i morti.”

                                                            ***

    Guardo la zitella e mi pare un’altra donna. Il suo volto si è trasfigurato: ha un’espressione che non riesco a decifrare. Nel suo tono c’è quasi un’ombra di divertimento, come se ciò che dice contenesse una sottile presa in giro.

    “Ma adesso lei sa che è stata Mayte.”

    Mi rialzo di scatto.

    “Non è vero! Non si permetta di dire una cosa simile!”

    Alza le spalle e, con quel semplice gesto, torna a essere la zitella di prima.

    “Due anni fa lei è ricomparso a Salamanca. Poi è tornato a Milano, ha vissuto un’altra avventura ed è ripartito per la Spagna.”

    Ma chi è questa donna? Come fa a sapere i fatti miei? È qualcuno che dovrei conoscere e che non ho ancora ritrovato nella mia memoria malandata? Cerco di fissarla, ma i suoi occhi sono tornati sfuggenti.

    Forse è soltanto un’impicciona il cui unico spasso è ficcare il naso negli affari altrui. È venuta a sapere qualcosa della mia vita, in ordine sparso, e colma le lacune tirando a indovinare. Attento Vittorio! Tieni i piedi per terra! Già una volta hai fantasticato di una Mayte che cambiava aspetto con plastiche facciali, lenti a contatto, capelli tinti. Attento alla paranoia.

    Invece di sognare, parla con la zitella. Falla chiacchierare, trascinala nei dettagli e vedrai che si tradirà.

    “Avrei vissuto un’altra avventura? E quale?”

    “Non ricorda? È rimasto coinvolto in due morti sospette, quando faceva il libraio e l’editore.” Fa una smorfia difficile da interpretare. “Sembra che faccia apposta: se la morte non le corre dietro, lei se la va a cercare.”

    Eh no, questa non è paranoia: la zitella conosce la mia storia dall’A alla Zeta. 

    “Come fa a sapere queste cose del mio passato?”

    “Si stupirebbe se le dicessi tutto quel che so di lei.”

    “Sono già stupito.”

    Un sorriso le spunta agli angoli della bocca, ma è un’ombra che sparisce subito. Sta cercando di decidere se è ora di mettere le carte in tavola.

 

 

                                                           17

 

 

 

    Finché sto disteso sulla panchina non perdo conoscenza, ma il sangue arriva al cervello con flussi irregolari, come le piene degli arroyos che convogliano la pioggia di un temporale e, appena passate le nubi, sono già secchi. Il corpo arranca, incespica, fa fatica a ritrovare i suoi ritmi, e intanto la mente si fissa su tante curiosità inutili. La zitella è qui, china su di me. Mi sta scrutando, eppure non riesco a vedere i suoi occhi. Vorrei capire come fa a sfuggire il mio sguardo.

    Ci sono momenti nei quali mi pare di conoscerla da sempre, ed è davvero strano perché non so dire che cosa me la renda familiare: il portamento, le inflessioni della voce, il modo di fare? 

    Penso a queste cose e mi tornano in mente i giardini della Villa dei Mostri a Bomarzo, dove Bianca cercò di convincermi che uno scrittore e un libraio erano stati assassinati, anche se la polizia aveva archiviato i loro casi, uno come incidente, l’altro come suicidio. Fu un’esperienza scioccante. Sembrava che Bianca prendesse gusto a sconcertarmi. Prima parlò come se fossi stato io l’assassino, poi come se fosse stata lei, e io, che non sapevo più cosa pensare, mi dissi che l’unico scopo di quei discorsi era di provocare una rottura definitiva. La notte prima aveva fatto l’amore con me per chiudermi la bocca; ora cercava la lite, rivangava sospetti, insinuava accuse. Mi aveva usato e non le servivo più.

    È inutile: non sono mai riuscito a capire cosa avessero in testa le donne di cui mi sono innamorato e mi sono arrampicato sugli specchi per trovare ragioni serie a comportamenti futili, che magari dipendevano da umori e sentimenti passeggeri. Avrei fatto meglio a prendere la vita come veniva, a pensare più a me stesso e meno agli altri. Un po’ di egoismo, un po’ di miopia, mi avrebbero fatto bene. Invece, per voler capire, ho sciupato tutte le occasioni.

    Ma no, non è neppure così. Di egoismo ne ho fin troppo. La verità è che non ha senso voler essere amati: bisognerebbe amare e basta. Lo so da quando ho imparato a camminare; ma ci sono cose per le quali non si può fare a meno di soffrire. Perché solo quando ci soffri riesci a dargli senso.

                                                              ***

    “Non si è chiesto come mai, quando lei entrò in casa di Bianca con le sue chiavi, i Vigili Urbani vennero a prenderla a colpo sicuro?”

    Me lo sono chiesto sì. Ma come fa la zitella a sapere queste cose? Sono sicuro che, se glielo domandassi, si limiterebbe a non rispondere: tornerebbe alla carica con le sue domande e non mi darebbe pace fino a ottenere una risposta.  

    “Una telefonata anonima” butto lì, alzando le spalle. “Probabilmente sono stati i due vicini di casa che ho incrociato sul pianerottolo.”

    “Oppure qualcuno che voleva farle passare la notte al fresco. Così Bianca sarebbe entrata in casa sua per fare una copia di tutte le chiavi della libreria.”

    “Vuol dire che Bianca ha ucciso Sergio Viganò?”

    La zitella non risponde. Il suo viso ha l’espressione di una statua.

    “E magari anche Turchetti?”

    Senza dare alla voce la minima inflessione, risponde con una domanda:

    “Le sembra una cosa impossibile?”

    Non sono neanche sicuro che in fondo alla frase abbia messo un punto interrogativo. La guardo a lungo senza parlare. Poi scuoto la testa.

    “Non lo so. Tutto può essere. Ma non c’è più modo di accertarlo e, anche se si potesse, io non lo voglio sapere. L’ho detto ai superstiti di Salamanca e l’ho detto anche a Bianca: non voglio pensare di aver amato un’assassina.”

    Improvvisamente lei si inalbera e diventa aggressiva, quasi volgare.

    “Ma che stupidaggini! Vorrebbe farmi credere di essere innamorato come un sedicenne? Per chi mi ha preso, per un’idiota? Lei vuole mettere le mani su Mayte, mandarla in galera e vendicarsi. Avanti, lo dica! Si liberi da questo peso!”

    La guardo: anche lei deve essere piena di frustrazioni! Chissà perché, finora non ci ho pensato. Anche lei ha l’età in cui non ha più senso far progetti, e tutto ciò che rimane quando si smette di pensare al futuro sono rimorsi e rimpianti.

    “Ciò che avevo da confessare l’ho messo per iscritto due anni fa. Ma non c’è proprio niente che mi possa mettere il cuore in pace. Per tutta la vita ho cercato di sapere una cosa sola: se Mayte mi ha amato. E non lo saprò mai.”

    “Basta con queste storie! Non le credo, ha capito? Non le credo! Perché mi tratta come se fossi un’ingenua? Perché si ostina in questa stupida bugia?”

    Non rispondo. C’è un vuoto che sale dallo stomaco e mi chiude la gola, mi fa girare la testa. Dovrei restare sdraiato e invece cerco di rizzarmi a sedere. Intanto la zitella non mi dà tregua: fa domande, mi accusa, mi rinfaccia questo e quello.

    Se avessi un po’ di forza la spingerei via, anche a costo di gettarla a terra, sulla ghiaia. Ma di forza me ne è rimasta troppo poca. Accenno ad alzarmi, mentre lei si allarma (“Dove vuole andare?”). Appoggio i piedi per terra e le spalle contro lo schienale della panchina. Ho la testa che gira e i riflessi appannati: non so se riuscirò a tornare in camera, ma voglio andarmene di qui. Inclino il busto in avanti. Provo ad alzarmi in piedi. Faccio un passo. Un altro. Un altro ancora.

    E tutto se ne va, di colpo, come se mi fossi addormentato.

                                                           ***

    Il primo pensiero, quando ho riaperto gli occhi, è stato: niente di grave. In fondo cos’è successo? Un altro calo di pressione. Per questo ci sono delle pastiglie. Invece non era così semplice. Sono arrivati due infermieri, di corsa, trascinando un lettino con le rotelle che affondavano nella ghiaia. Mi hanno sollevato di peso mentre io protestavo che la barella si sarebbe rovesciata. Non mi hanno ascoltato. Mi hanno bloccato con delle cinghie, mi hanno minacciato di farmi un’iniezione. Ho chiesto se potevo almeno brontolare, non mi hanno risposto, e io mi sono lamentato in abbondanza mentre loro si affannavano a spingere il maledetto trabiccolo lungo i vialetti inghiaiati.

    Elettrocardiogramma, ecografia, tac, ecodoppler, mi hanno fatto di tutto. La ciliegina è stata un esame fastidiosissimo: la coronarografia. Alla fine è comparso il cardiologo, quello che aveva promesso di prescrivermi il Viagra. Ma non aveva più il tono sarcastico dello studente anziano che scherza con una matricola.

    “C’è un aneurisma all’aorta. Bisogna operare.”

    L’ultima cosa che mi aspettavo.

    “Ma com’è possibile? Con tutti gli esami che ho fatto, nessuno se ne è mai accorto. È stato l’incidente a provocarmi questo guaio?”

    Il cardiologo ha fatto una smorfia.

    “È più facile il contrario: probabilmente l’aneurisma ha provocato un calo di pressione mentre era al volante e le ha fatto perdere il controllo dell’auto.”

    Eh già. È più logico. Come mai non ci ho pensato? 

    “Bisogna asportare l’aneurisma.”

    “Roba da niente, eh?”

    Mi guarda come se avesse il dubbio che io abbia parlato sul serio.

    “Be’, non è un’appendicite.”

    “Dovrete segarmi lo sterno?”

    “Potrebbe non essere necessario.”

    È rimasto impassibile, ma non gli credo. La brutta notizia l’ha già data, adesso è meglio tranquillizzare. Tanto, una volta che mi hanno addormentato, sega e coltelli li ha in mano lui, il macellaio.

    “Che alternative ho?”

    “Se lasciamo tutto come sta, può svenire in una posizione che impedisca l’afflusso del sangue al cervello, e rischia il coma. Oppure, nel peggiore dei casi, l’aneurisma si rompe e allora l’emorragia non la ferma più nessuno.”   

    Ecco. Non è la prima volta che ci vado vicino, ma questa potrebbe essere la volta buona: la morte sta bussando alla mia porta.

 

                                                          18

 

 

 

    Mi operano domani mattina, non so a che ora. Presto, hanno detto. Meglio così. Meno tempo da passare solo con me stesso, cercando di tenere occupata la mente con ogni genere di stupidaggini pur di non far venire a galla la paura.

    Non credo di essere particolarmente coraggioso, eppure quando mi è capitato di aver paura non me ne sono mai accorto e l’ho capito solo molto tempo dopo. Non so più quanti esami ho dato all’università, ma ricordo che prima di entrare in aula dovevo sempre correre in bagno. Era una cosa che mi seccava moltissimo e non riuscivo a spiegarmela. Quando veniva il mio turno non mi tremavano le gambe, non andavo in confusione, rispondevo alle domande, dialogavo con l’esaminatore. Perché avevo dovuto correre in bagno? Mi sembrava uno scherzo della malasorte, come se prima di combattere una battaglia, una cosa seria e di alto livello, dovessi pagare un pedaggio di grossolanità. Non mi è mai venuto in mente che fosse pura e semplice fifa. Me ne sono reso conto solo tanti anni dopo, quando ormai mi ero laureato e agli esami non ci pensavo più.

    Allo stesso modo, per anni mi sono domandato come mai non riuscivo a dormire in aereo neanche durante le trasvolate oceaniche. Che non dorma chi ha paura di volare è logico, ma io non avevo paura. Anzi, i viaggi in aereo mi sono sempre piaciuti. Credo di essere l’unico che non si è mai lamentato per il cibo servito sugli aerei. Ricordo ancora il gusto di una frittata agli champignons servita sulla TWA in partenza dal Cairo. Invece avevo paura, solo che non me ne rendevo conto. Era come se, salendo sull’aereo, la testa e il corpo se ne andassero ciascuno per una strada diversa. 

    Come quella volta che entrai in un corral insieme a Miguel Angel e i tori ci tennero prigionieri per un interminabile quarto d’ora. La situazione era critica, ma non provavo emozioni: ero troppo occupato a spiare il comportamento dei tori. Solo quando uscimmo dal corral mi sentii invadere da una sensazione di quasi onnipotenza e domandandomi perché, capii che avevo avuto paura, l’avevo dominata e solo a cose fatte me ne rendevo conto.

                                                           ***

    La dissociazione fra paura fisica e mentale non è poi così rara. Juan Belmonte era convinto che nei giorni di corrida la barba gli crescesse più del solito. Ma nel mio caso c’è di più: la mia è la prima generazione umana che ha vissuto come se la morte non esistesse.

    Fino alla prima metà del Novecento la vita media era breve, non esistevano cure per il cancro, c’erano le epidemie, c’era la fatica fisica: gli uomini bevevano perché, lavorando con le braccia, a mezzogiorno erano sfiniti e avevano bisogno di zuccheri. Ma l’alcol rovina il fegato e irrigidisce le arterie. A cinquant’anni un uomo aveva già dato tutto. Poi la meccanizzazione annullò la fatica fisica e la medicina conobbe uno sviluppo eccezionale. Ogni anno giornali e televisioni strombazzavano che la vita media si era allungata di un anno. Sembrava di non dover morire più. Vivere diventò un dovere. Vivere per vivere, come uno sport in cui ognuno era tenuto a cercare di battere il record. Si scrivevano libri per dimostrare che l’essere umano è progettato per vivere 120 anni e si intervistavano preminobel, studiosi e luminari per fargli dire che sì, è proprio così. Intanto i miei compagni di scuola si assottigliavano. Ai funerali eravamo sempre meno a guardarci in faccia. Quanto avremmo dovuto vivere noi superstiti per fare in modo le statistiche risultassero vere?

                                                              ***

    Quando la vita era breve non si aveva paura della morte. Tutti sapevano che la vecchia con la falce era sempre lì in agguato e l’importante non era vivere a lungo ma dare un senso alla vita. Appena si acquistava l’uso di ragione ci si preoccupava di compiere qualche gesto eccezionale o almeno di comportarsi in modo da far dire di noi: ha fatto il suo dovere. Anche per questo ogni generazione aveva la sua guerra. Ma con la durata della vita in rapida crescita, l’esistenza non era più l’opportunità di realizzare un ideale: era diventata fine a se stessa. Bisognava vivere perché, si pensava, da un momento all’altro la scienza poteva trovare rimedio anche alle situazioni disperate e farti vivere ancora un po’.

    Be’, Vittorio, adesso è arrivato il tuo turno. Te l’hanno detto oggi. Se te l’avessero anticipato due anni fa cosa avresti potuto fare? Non c’è stato niente di eroico nel tuo passato ed è troppo tardi per reinventarti eroe all’ultimo momento. Ti sono mancate le occasioni o non le hai cercate? Pensa al tuo nome e mettiti a ridere: Vittorio! Quando mai hai vinto qualcosa? Domani ti infileranno un ago in vena, in pochi secondi ti addormenterai, forse non ti risveglierai mai più, e chissà che non sia questa la soluzione migliore. Potrebbe anche capitarti di sopravvivere per mesi, urlando dal dolore di giorno e di notte, implorando la grazia di un po’ di morfina. Oppure potresti sopravvivere per anni in carrozzella, tra flebo e trasfusioni, entrando e uscendo dagli ospedali, senza ricuperare un minimo di indipendenza e di progettualità, con l’unico scopo di tenere in piedi la finzione di una vita che non serve più a niente e a nessuno.

                                                           ***

    “È per domani mattina, vero?”

    Non l’ho vista entrare. Non so da quanto tempo è qui, e mi spia. Forse mi ero assopito. La guardo senza capire. Lei insiste:

    “Ti ho fatto torto, Victor, ma non abbiamo più tempo per le spiegazioni.”

    Mi dà del tu, mi chiama per nome. Addirittura mi chiama Victor.

    “Hai avuto due vite in cambio del tuo silenzio. Potresti averne ancora un’altra, ma dobbiamo intenderci.” 

    Non capisco. Due vite? Il mio silenzio? Di cosa sta parlando?

    “Basta con le schermaglie. Altrimenti non saprai mai quello che ti interessa. Porterai i tuoi dubbi sottoterra. È questo che vuoi?”

    La guardo negli occhi. Questa volta riesco ad agganciarli e, accidenti, non li mollo più. Parlo lentamente, staccando le parole.

    “I dubbi sono una cosa strana: non ci abbandonano mai, eppure non impediscono di avere delle certezze luminose.”

    Il suo sguardo diventa fisso. Per un attimo resta senza fiato, come se avesse picchiato contro un muro invisibile. Ma reagisce subito.

    “Certezze luminose, figuriamoci! Sentiamo: le morti di Salamanca e di Milano sono state incidenti o fanno parte di un complotto? Se c’è stato un complotto il colpevole può essere soltanto Mayte, o Bianca, chiamala come vuoi. E quei delitti avevano lo scopo di punirti per avere amato una donna che non ti voleva.”

    Nella sua voce, nel suo tono, c’è l’ansia di calcare la mano: una esagerazione che nasconde insicurezza.

    “No, non è così. Mayte mi amava. È questa la mia certezza.”

                                                           ***

    “Victor, non ci stai più con la testa. Stamattina, prima di svenire, dicevi che hai speso la vita a cercar di scoprire se Mayte ti ha amato e non ci sei riuscito, non ci riuscirai mai. Adesso sei sicuro del contrario. A che serve discutere con te?”

    Come faccio a spiegarti che le cose più vere sono sempre contraddittorie? So che mi hai amato, Mayte, anche se non potrò mai esserne sicuro. 

    “E tu perché ti dài tanta pena?” domando.

    Finge di non avere ascoltato. La sua voce è apprensiva, il suo tono è petulante.

    “Cos’è successo, Victor? Hai avuto un incidente o ti hanno sparato? Stavi tornando dall’aeroporto. Eri stato in Spagna. Cos’eri andato a fare? Dimmelo!”

    Scuoto la testa, lentamente. Non potrei rispondere neanche se volessi.

    “È tutto cancellato. Ricordo solo un botto e l’auto che finisce nel fosso.”

    “Ma cos’è successo?”

    “Non so. Il cardiologo dice che ho perso i sensi mentre guidavo e sono uscito di strada. Può darsi. Il buco nel parabrezza può avere un’altra spiegazione. Il botto può essere stato un colpo di fucile, un sasso lanciato da un cavalcavia, o magari lo scoppio di una marmitta. Ma può anche essere uno scherzo dell’amnesia. Forse confondo due diverse occasioni. Forse ho sognato.”

    Lei sembra accasciarsi sulla sedia. L’idea che io accetti la spiegazione del cardiologo l’ha sconcertata.

    “Non sei più lucido, Victor. Dici e ti contraddici.”

    “E tu credi che la realtà sia bianca o nera? Che atei e credenti non abbiano gli stessi dubbi? Che amore e morte siano cose opposte, e una escluda l’altra?”

    Non avevo mai visto Mayte a corto di risorse, ma ora tace e se ne sta lì in uno strano atteggiamento, quasi a capo chino. Non la conosco più.

                                                         ***

    “Victor, ascoltami: io posso spiegarti tutto.”

    Ha preso una decisione, e non deve essere stato facile.

    “Il tuo amor proprio non ne sarà contento” dice, “ma almeno saprai che cosa è successo e perché. Questo te lo devo.”

    Non voglio guardarla in viso. Non voglio rivivere la scena di quando ci parlammo in quel caffè dalle parti del Prado. È un ricordo straziante.

    “Tu non mi devi niente e non c’è nulla da spiegare” le dico. “La tua ultima versione non mi interessa. Puoi essere sincera o bugiarda, non voglio saperlo. Tanto, nessuno è mai completamente sincero neanche con se stesso. Ogni volta che riviviamo il passato lo modifichiamo, cancelliamo qualcosa, ritagliamo qualcos’altro. E nessuno può dire che l’ultima versione sia più vera della prima. È andata come è andata: anche se capissi di aver commesso un errore, non potrei più ripararlo. Sarebbe bello affrontare la realtà come si fa da giovani, accettando gli errori e cercando di correggerli. Ma non c’è più tempo.”

    Lei non dice niente. Ha messo i suoi occhi nei miei, finalmente, e mi sembra di tornare a quel giorno in cui passeggiammo fino alla statua di Cristoforo Colombo fingendo di litigare perché non volevamo ammettere di amarci.  

    “La morte sta appollaiata su una spalla anche quando hai vent’anni” le dico. “Basta una malattia, un tuffo in mare a stomaco pieno, un autobus senza freni su una strada di montagna. Ma da giovane non ci pensi e vai avanti sicuro di poter aggiustare qualunque guaio. Per questo si perdona: perché la vita continua…”

    Lei scuote la testa, come fanno le maestre quando si sentono opporre qualche giustificazione sciocca.

    “Smettila Victor!” È davvero esasperata. “Non sono qui per chiedere perdono! Non cerco l’assoluzione di nessuno, tantomeno la tua. Voglio dirti quanto della tua vita l’hai deciso tu e quanto è dipeso da altri. Io non ti ho mai dato niente, lo so. E tu non me l’hai mai rinfacciato. Ma la verità te la devo.”

    È come se la luce nella stanza fosse diventata più fioca. In questo momento vorrei che fosse mezzogiorno: vorrei essere in cima a un belvedere, in una giornata piena di sole, circondato da gente che parla ad alta voce, si sporge dal parapetto a contemplare un panorama di laghi alpini e vede luce dappertutto, luce e calore. Ma non è così. Nella vita le cose non sono mai come le vorremmo.

    “Quale verità? La tua, forse. Quella che può servire a scaricare la tua coscienza, magari a costo di far soffrire il prossimo. No, la tua coscienza non è affar mio. Prova a essere sincera: hai paura di me? Sono un testimone scomodo. Temi che io ti accusi di omicidio? E allora toglimi di mezzo. Avanti! Puoi farlo con la ragionevole certezza di non essere scoperta. Sicuramente ci hai già pensato tante volte. Sei stata sul punto di farlo. Ma ti sei tirata indietro. Perché tu mi ami, Mayte, mi hai sempre amato, e ogni volta che mi lasci rimpiangi di aver soffocato i tuoi sentimenti. E adesso eccoci qua: siamo fuori tempo massimo per le accuse e per i rimpianti. Il passato non si cambia e io non voglio sapere come sei oggi, come credi di essere stata, come vuoi dipingerti a te stessa. Io ti ho vista con i miei occhi, ti ho sentita nel cuore e nel cervello: io so che mi hai amato. E questa è la mia verità.”

 

                                                            19

 

 

    Sono sveglio? Sì, credo di sì. La notte è stata piena di assopimenti e soprassalti. Certo non ho dormito gran che. Ho sognato cose che mi hanno riempito il cuore di esaltazioni e paure, e ho capito che aveva ragione lo psichiatra: sentimenti e memoria vanno di pari passo. Per me è sempre stato difficile ricordare i sogni, ma adesso, steso a letto nella penombra di un’alba che non si decide a spuntare, ricordo tutto, attimo per attimo. 

    La prima visione è un fatto che credevo di aver dimenticato: stanotte l’ho rivissuto esattamente come quando successe, Dio sa quanti anni fa, con tutti i particolari, con i colori netti e precisi, e la stessa drammatica lentezza con cui si svolse nella realtà. Posso proiettare il film, ripassarlo alla moviola e fissare nella memoria tutti i particolari, anche i più periferici: l’atmosfera inspiegabilmente furtiva, la crepa nell’intonaco della casa sul lato in ombra della via, il riflesso del sole sul cofano dell’auto, la goccia di sudore che mi colava dietro l’orecchio giù per la nuca fino a bagnare il colletto.  

    Era un mezzogiorno di agosto e il sole incendiava la terra. Fermo a un semaforo, guardavo le poche vie di una cittadina basca intontita dalla luce e dal caldo. Non si vedeva un’anima viva. Tutto era immobile. Le case proiettavano ombre esigue, dai contorni netti, tagliati col coltello. Sembravano enormi calamai rotti, dai quali filtrava l’inchiostro che anneriva l’asfalto. L’ombra contornava un lato delle case come la striscia nera che abbruna i messaggi di condoglianze. Oltre il semaforo la strada si restringeva e i marciapiedi erano ridotti ai minimi termini. Quello di destra era immerso nel buio, ma in quel buco d’ombra si muoveva una specie di millepiedi bianco e nero, troppo grosso per muoversi senza strusciare contro il muro da un lato e non debordare dal marciapiede dall’altro: le zampe destre inciampavano sui margini. Venne avanti così, vacillando, traballando, in un silenzio irreale. Poi sbucò nel sole.

    Erano quattro uomini che portavano a spalle una bara. Tutti vestiti allo stesso modo: calzoni neri, camicia candida, basco nero in testa. Non li precedeva un prete, non li seguiva un’anima viva. Mi fecero pensare ai tanti modi di dire spagnoli che fanno riferimento alla necessaria funzione di portare i cadaveri al cimitero: arrimar el hombro, ovvero “dare una mano”, che letteralmente significa porgere la spalla per reggere la cassa da morto; o anche quitarse el muerto de encima, e cioè “liberarsi da un dovere gravoso”, respirare di sollievo quando finalmente ti togli dalla spalla il peso della bara. Spalle e cadaveri sono immagini ricorrenti nella cultura spagnola.

    Avevo già visto defunti composti nel loro ultimo giaciglio, circondati di fiori e di persone che piangevano, ma il senso della morte lo scoprii allora. Negli altri funerali avevo creduto a ciò che tutti ripetevano: “Vivrai per sempre nei nostri cuori”. Ma lo sconosciuto basco che quattro becchini portavano a spalla al cimitero non aveva neanche un cane a seguire la sua bara. E all’improvviso avevo pensato: sarà così anche per me.

    Questo è l’orrore della morte. C’è il dolore fisico. C’è la sofferenza morale di dover lasciare tutto, tutto. Ma sopra ogni altra cosa c’è la consapevolezza di non aver significato niente, di essere destinati a polverizzarsi nel corpo e nella memoria degli altri, senza aver fatto nulla per diventare mito, neanche un atto di ribellione come Prometeo o Catilina. 

    Poi la pellicola si era interrotta. Il semaforo era scattato sul verde, io avevo ingranato la prima e avevo ripreso a correre verso l’oceano. Ma questo non aveva più importanza.

                                                          ***             

    Per un periodo indistinto, una fase di sonno profondo, c’è stato uno sfarfallio grigio al quale è subentrata l’oscurità. Non so quanto è durata: mi è sembrato che avesse tanto le caratteristiche dell’attimo che quelle dell’eternità. Non ricordo come e quando ha preso corpo l’immagine dell’uomo vestito di bianco che gridava quella frase incomprensibile: “Non abbiate paura!”.

    La paura è come l’ombra: ti pedina e non riesci mai a seminarla. Puoi dimenticare di averla, ma lei non ti molla. Non esistono uomini senza ombra e non esistono uomini senza paura. Non sono mai esistiti. Nessuno lo sa meglio dei toreri: puoi dominare la paura per il tempo necessario a superare un guaio, ma non puoi eliminarla. È lei che viene a trovarti quando meno te l’aspetti, a volte quando il pericolo è passato, e ti inchioda nel letto a tremare e battere i denti. Ti fa sentire solo e senza risorse, ti fa vedere più lontano, proietta sullo schermo della mente lo strazio della fine. Solo quando il terrore allenta la morsa lo sguardo torna a contrarsi sul presente. Eh già: è necessario essere un po’ miopi per affrontare i problemi uno alla volta, man mano che si pongono.

    Ecco perché il toro è diventato un idolo: perché non ha paura di niente e gli uomini sanno che non potranno mai essere come lui. Il toro ha fiducia in se stesso per natura, l’uomo invece deve resistere, razionalizzare, metabolizzare i fallimenti. Non tutti ce la fanno.

    Eppure l’uomo vestito di bianco gridava “Non abbiate paura!”. E io mi domandavo se quel grido proveniva da una sicurezza straripante o se non era un modo per far coraggio a se stesso. In fondo, che senso c’era a domandarselo? L’uomo vestito di bianco poteva anche parlare anche per sé, ma gridava per farsi sentire dagli altri. L’ho sentito tante volte, però non potevo capirlo. Non avevo ancora provato la stretta del panico. Conoscevo la paura fisica, il timore di farmi del male, ma non sapevo niente della paura vera, della percezione del nulla.

                                                            ***

    Poi c’è stato un altro intervallo, un altro sfarfallio grigiastro che sembrava contenere un presagio di risveglio. Ma quando il sipario si è sollevato ho riconosciuto il posto: la periferia di Aranjuez. C’erano bancarelle di ogni genere ai lati della strada e io chiedevo a tutti, gitani, vagabondi e venditori di fragole, come raggiungere la Puerta de la Vega.

    Yo no sé por donde cae mi rispondeva una ragazza stracciona da dietro una bancarella di olive in salamoia e frutti secchi, e io mi sentivo cadere le braccia, perdevo le speranze. Ma poi un tizio con il volto da ladro, le unghie nere e un vestito che gli stava dannatamente stretto, mi indicava la strada, mi spiegava che avrei trovato un alto cancello che dava accesso a un viale alberato. Io seguivo le indicazioni e quando ormai credevo di essermi perso sbucavo in uno spiazzo, di fronte al cancello, e tutto cambiava all’improvviso.

                                                             *** 

    La vega è un ritaglio di terreno irriguo nel tavoliere arido della meseta: un’oasi in mezzo al deserto. Arrivando dalla calura del pomeriggio, dal silenzio della meseta martellata dal sole, imboccare i viali della vega era come incamminarsi verso il paradiso. Sotto la volta delle fronde la luce del sole filtrava addolcita.

    Il viale oltre il cancello era stato pavimentato secoli prima e non aveva mai avuto un minimo di manutenzione: l’acciottolato era sconnesso, disseminato di buche profonde. Bisognava avanzare a passo d’uomo per non sfasciare balestre e ammortizzatori. Le ruote sprofondavano da una buca all’altra. Tenevo i finestrini abbassati per guardarmi intorno e assaporavo il fresco, la pace.

    Ai lati del viale c’erano prati recintati da staccionate dietro le quali intravedevo le sagome dei purosangue. Ogni tanto qualcuno scattava al galoppo come fanno i bambini quando si mettono a correre senza motivo, così, perché le gambe chiedono la corsa, e subito si fermano non appena la voglia è soddisfatta. Altre sagome restavano immobili o abbassavano i lunghi colli fino a terra per odorare l’erba e strapparne coi denti qualche filo.

    Passai un lungo periodo di pace ad Aranjuez, tanti anni fa, ospite di un italiano che dirigeva la scuderia e si era affezionato alla vega. Il tempo si era rappreso come il latte cagliato: niente appuntamenti, telefonate, affari, carriera; la prospettiva del futuro si era contratta e raggrumata. Per l’unica volta nella mia vita provai il piacere di vivere il presente. Imparai a riconoscere briglie, morsi, selle, staffe e speroni, a carezzare il muso di un cavallo, a passare i pomeriggi sdraiato all’ombra leggendo un libro mentre il sole pesava sulla terra, sui tetti, dappertutto.      

    E di colpo ho ricordato. Il mio amico si era fatto vivo. Aveva telefonato. Mi aveva fatto capire di essere malato. Non poteva tornare in Italia, dove non conosceva più nessuno, ma aveva ritegno a chiudere la sua vita come un fuggitivo. Voleva che gli dicessi se aveva fatto la scelta giusta. Evidentemente l’aveva già chiesto a tanti altri senza ricevere la risposta che avrebbe voluto. Victor, dimmelo tu: ho commesso un peccato scegliendo di vivere qui, nel mio paradiso terrestre?

    Cosa potevo dirgli? Le solite banalità. Gli uomini viaggiano per cercare un luogo ideale in cui fermarsi. Lui l’aveva trovato e non aveva niente da rimproverarsi. Io, piuttosto, avrei dovuto preoccuparmi, sradicato com’ero.

    Ma lui non aveva telefonato per questo. Voleva rivedermi. Era troppo pudico per dirlo apertamente: aveva bisogno di vedere un volto conosciuto. Ci sono domande per le quali non esistono risposte giuste o sbagliate: ognuno deve cercarle dentro di sé, e spesso non le trova, e deve portarsi dentro per tutta la vita il dubbio di aver sbagliato. Come si fa a sapere cosa è giusto? Non bastava dirgli al telefono che aveva fatto bene a scegliere la vega. Aveva bisogno di vedermi in faccia mentre lo dicevo, altrimenti non avrebbe chiuso gli occhi in pace. E allora avevo preso l’aereo per Madrid.

                                                           ***

    Ecco dove ho visto la zitella! Era di spalle, al banco della Hertz. E poi in albergo, quando ho posato la carta d’identità sul banco della reception, lei entrava in un ascensore. Ma era anche ad Aranjuez: quando ho salutato il mio amico e ho ripreso la strada del ritorno, l’ho intravista mentre attraversava un corridoio.

    Finalmente l’amnesia è cancellata. Rivedo il rientro a Madrid, la sosta al Prado per salutare l’amico Brueghel. Poi di nuovo in aeroporto, due ore di volo, l’auto al parcheggio, l’autostrada, il pedaggio… e poi il botto, secco come uno sparo; il parabrezza incrinato; un attimo di incredulità; l’auto che cappotta, il fosso. Perdo i sensi. Mi riprendo. Svengo ancora. Poi l’epilogo, i giorni in riva al mare cercando di ricomporre i ricordi di una vita, per scoprire di aver vagato a casaccio per anni e anni. Dio mio, ho sbagliato tutto, ho fallito!     

    Ormai è giorno. Il sole si è staccato dall’orizzonte ma è immerso in una caligine umida. Come sempre all’alba, c’è calma di vento; ma da sud ovest incombono nubi giallastre. Sarà un’altra giornata di libeccio.

    Prima o poi arriveranno gli infermieri, mi porteranno in sala operatoria, l’anestesista infilerà l’ago nella vena e l’ultima sensazione che mi resterà negli occhi sarà l’orrore di una macelleria pulita, bene illuminata. Tornerò mai ad aprire gli occhi nel sole? Non lo so. Non voglio saperlo. C’è sempre un “dopo”, anche oltre la morte, anche oltre la speranza. Getto i dadi e mi sposto nelle ultime caselle di un gioco dell’oca che conduce in una stanza cieca, apparentemente senza vie d’uscita. Cerco di non pensarci. 

    Le nuvole che ingombrano il cielo sono gonfie di pioggia. Avanzano rotolando, sovrapponendosi l’una sull’altra. E io non posso più fuggire. I vetri alla finestra non mi proteggeranno dalle folate del libeccio, il vento che alza paglia e polvere, ansima burrasche e porta via con sé le stagioni della vita.

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