Terza repubblica?

Le rivoluzioni hanno inizio con una fase distruttiva. Raccolgono consenso finché possono indicare idoli da abbattere, re e imperatori da deporre: padri da uccidere. In questa fase prevale l’assemblearismo e le assemblee sono dominate dall’estremismo in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per commettere un parricidio bisogna essere tutti complici, duri e puri, legati da un patto esplicito.

Però, una volta abbattuti gli idoli, il problema è costruire l’ordine nuovo e l’assemblearismo non funziona più. Nelle fasi di edificazione serve il carisma del capo: occorre un nuovo padre perché l’ordine nuovo deve essere più imposto che proposto. Ma nessuno può vantare una legittimità come quella del padre che la rivoluzione ha decapitato. Le istituzioni rivoluzionarie (un bell’ossimoro!) non incutono rispetto se non con il terrore. Contemporaneamente, il ricordo del passato suscita nostalgie e alimenta rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro si unisce al rimorso del parricidio e genera il senso di colpa.

Ciò che spesso non si dice è che il rivoluzionario vorrebbe capovolgere il mondo, ma lasciandolo così com’è. In realtà nessuno è più conservatore di chi vuol cambiare tutto. I giacobini tagliarono la testa a Babeuf per non abolire la proprietà privata, i bolscevichi chiamarono Stalin con il nomignolo degli zar: “piccolo padre”. La rivoluzione pretende di rovesciare i rapporti, non di abolirli o di snaturarli. E siccome la legittima difesa sembra un po’ poco per giustificare un parricidio, la rivoluzione deve sbandierare un volto umanitario e progressista anche quando diventa reazionaria e conservatrice. Ohibò! Il rivoluzionario è un moralista.

Ogni essere umano nel corso della sua esistenza passa per un periodo rivoluzionario. Ogni tappa della vita espande la consapevolezza di essere agli antipodi del padre, ogni passo avanti nel tempo è un riconoscersi uguale e contrario a lui. Ma tagliare i ponti con i padri significa perdere contatto con le convinzioni più profonde. Una volta detronizzati, i padri assurgono a depositari di una scienza perduta, archivi di un mondo delle idee dal quale il rivoluzionario si è autoesiliato. I prezzi dell’indipendenza sono lo smarrimento di una presunta sapienza primordiale e il conseguente senso di colpa. L’insicurezza alimenta il senso di perdita, e la perdita viene sentita come il castigo di una colpa irreparabile. Il rivoluzionario si sente naufrago nell’immensità di un oceano: sulla sua zattera riprogetta il passato per dargli un altro significato, denigra i padri per dare un senso al suo ammutinamento, per esorcizzare la paura della morte. Non si sentirà sicuro finché non avvisterà una terra, quale che sia, l’America o l’isoletta di Pitcairn. Perché soltanto lì, una volta sbarcato, può sperare di ricominciare: farsi padre e origine di una dinastia.

Ogni rivoluzione tende a fondare un impero simile a quello che ha soppiantato. Ma non è detto che la rivoluzione sia di per sé sinonimo di progresso: merovingi, ottomani e tanti altri stanno lì a dimostrare che si può anche distruggere un impero, fondarne un altro, e non progredire affatto.

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La rivoluzione burletta

Le rivoluzioni non esplodono in seguito a provvidenziali interventi dello Spirito Assoluto nella storia del mondo. Più banalmente, in ogni situazione storico-politica esistono pulsioni rivoluzionarie diffuse in fasce più o meno significative della società; a volte queste pulsioni vengono incanalate/eccitate da un capopolo che indovina il giusto tono; ma anche così la rivoluzione può avere successo solo se la controparte si dimostra cieca o irresoluta.

Se Luigi XVI avesse avuto i cosiddetti, e avesse saputo usarli, la Rivoluzione Francese sarebbe morta nella culla. Parecchi anni dopo, a monarchia restaurata, Carlo X (l’ex conte d’Artois), che i cosiddetti li aveva ma difettava di buon senso, si fece buttar giù dal trono da una pseudorivoluzione che aveva più l’aria di una sommossa organizzata per appoggiare un colpo di stato degli Orléans.

La Rivoluzione Russa non fu una marcia trionfale del popolo unito. Al contrario: i bolscevichi, che erano una minoranza, presero il potere con un colpo di stato (approfittando della debolezza dello zar) e rimasero padroni del campo solo dopo anni di guerra civile.

Bastano questi pochi esempi per concludere che effettivamente “la rivoluzione non è un pranzo di gala” e per andare al potere ci vogliono circostanze favorevoli, debolezza delle istituzioni, errori delle controparti; mentre da parte dei rivoluzionari ci vuole una guida prestigiosa, con idee chiarissime e grande abilità manovriera.

E che cosa succede sotto il nostro cielo? I “rivoluzionari” che avrebbero voluto instaurare la “terza repubblica”, dopo aver preso meno di un terzo dei voti, pretendono candidamente che Salvini (dopo aver preso la maggioranza all’interno di una coalizione che, tutta insieme, ha raccolto più di un terzo dei voti) disfi il giocattolo per andare, meno che dimezzato, a letto con loro. Si presume, stando sotto.

Domanda: nei colloqui che hanno avuto, Di Maio ha tratto la conclusione che Salvini sia totalmente pirla? Ai posteri l’ardua sentenza.

Fatto sta che Salvini (ovviamente) ha detto di no, e il “piano B” dei rivoluzionari è consistito nell’accusarlo di essere al soldo di Berlusconi. Ma, se è così, non lo sapevano prima? Se ne sono accorti adesso? E questa accusa dovrebbe far ricredere Salvini, convincerlo a lasciare Berlusconi e correre dimezzato alla corte di Di Maio?

Se davvero andasse in porto una rivoluzione nata su queste basi, i prossimi anni saranno più divertenti di Indiana Jones o di Ritorno al futuro.

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Una breve recensione

Sta per uscire nelle edizioni Exorma “Sudeste”, romanzo di Haroldo Conti, narratore e giornalista travolto dalle brutali repressioni della giunta militare insediata in Argentina dopo la morte di Juan Domingo Peron e la deposizione della moglie, Isabel.

“Sudeste” è la storia di un solitario che, a suo modo, vive come un gaucho o come un avventuriero del far west. Nei suoi sentimenti, nel suo modo di vivere la vita, c’è qualcosa che ricorda l’innominato protagonista di “Meridiano di sangue”, il capolavoro di Cormac McCarthy. Boga, questo è il suo nome, prende la vita come viene. Ci si adatta, ma ha uno scopo preciso che orienta le sue scelte: un sogno di libertà e bellezza. Boga sceglie di vivere in solitudine sul Rio de la Plata, pescando, viaggiando da una sponda all’altra, da un’isola all’altra, in uno scenario che a tratti sembra sprofondare nel miraggio o nella magia.

Come in un romanzo quasi dimenticato di Piero Chiara, “La stanza del vescovo”, il sogno di bellezza e libertà si sostanzia in una barca a vela, che un caso fortunato mette a disposizione del Boga. Sarà la sua rovina, ma anche il suo ultimo rifugio e, in un certo senso, la sua salvezza.

Nella sua vita da isolato, Boga perde il contatto con le convenzioni civili. Commette stupidaggini e ne paga lo scotto. Si lega a personaggi strani che la sorte gli fa incontrare e che parteciperanno o addirittura determineranno il suo destino. Non importa: libertà è anche questo: essere aperti a tutto ciò che capita, procedere senza voltarsi indietro, ricavare ciò che è possibile e passare ad altro.

Perché questo romanzo merita di essere letto e riletto? Per il fascino che sa trasmettere nelle descrizioni, per la magia del fiume (che riporta a tanti illustri precedenti, da Mark Twain a Rimbaud), per la naturalezza con cui racconta i fasti e i nefasti del protagonista, e per la rassegnata accettazione della tragica fine che ci aspetta, tutti quanti, quando nei nostri occhi “da pesce moribondo” resterà soltanto il sogno di una bellezza mai raggiunta.

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SUDESTE

 

Pubblicato per la prima volta in Italia con la splendida traduzione di Marino Magliani, Sudeste è considerato uno dei romanzi più singolari della narrativa argentina contemporanea (premio Fabril).

Sudeste è il vento che scuote la foce del fiume Paraná e la direzione da cui soffia quel vento solleva e spinge il mare nel Delta. Ma la foce del Paraná non è tanto il riferimento a un luogo definito, bensì il centro dell’universo che l’autore ci vuole narrare.

Haroldo Conti, poco conosciuto in Italia, fu considerato da Gabriel García Márquez il miglior narratore della sua generazione.

 

Il libro in breve

Il Boga, un tagliatore di giunchi con gli «occhi da pesce moribondo», che conduce una vita sedentaria e monotona, decide dopo la morte del Viejo di avventurarsi sul fiume con una piccola barca sgangherata. Sono l’acqua, il vento, l’andirivieni tra i canneti a scandire le stagioni; il suo vagare silenzioso e solitario lo porta a sentire «quella specie di rumore che nasce nei luoghi da lungo tempo disabitati» e a scoprire un’umanità remota e sospesa. Il fiume «a conti fatti, sembra diabolicamente astuto e torvo, e perfino crudele», una specie di demone arbitrario che governa i destini di esseri duri e taciturni che vivono pescando e raccogliendo giunchi. Gente che mangia gallette rafferme e pesce che sa di fango e ama più i cani che gli uomini.

Il Boga giorno dopo giorno perde interesse per qualsiasi altra cosa che non sia questo vagare seguendo i suoi pesci. Quello che accade sembra niente ma è il tutto, il dipanarsi di una vita: fatti minimi che riempiono i giorni e incontri violenti con personaggi oscuri in mezzo a isole dal profilo illusorio, sopra un fiume che somiglia all’eternità. «Se ne stava lì, schiacciato contro il tavolato, ansimando. Mise la mano destra sul braccio ferito e sentì che si inumidiva, e poi vide il sangue, denso e scuro […]».

Haroldo Conti

Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.

Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo Sudeste con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi Alrededor de la jaula (Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo Crecer de golpe – e En vida (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).

Nel 1975 pubblica il romanzo Mascaró, el cazador americano, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.

Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei desaparecidos. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

 

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Uscire dall’equivoco

via Uscire dall’equivoco

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AMICO CHE LEGGI DAGLI U.S.A.

Da più di un mese, quasi ogni giorno, leggi “I nomi sacri” e “Modus in rebus”. Ovviamente la cosa mi fa piacere. Ma un po’ mi incuriosisce. A cosa si deve una simile attenzione?

Scrivimi. Dimmi la tua opinione su questi due romanzi. Dimmi come mai li leggi e li rileggi. Sono davvero curioso.

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Cipango! di Riccardo Ferrazzi

La poesia e lo spirito

Cipango!

Generalmente parlando, i romanzi storici non li digerisco. Sono allergico all’armamentario pronto all’uso della docufiction, allo sferragliare di meccanismi arrugginiti, sovvenzionati da apparati polverosi che tengono artificialmente in vita il Saviano di turno, esibendolo negli antri tristi dei fabiofazi o dei corradoaugias, col contorno squallido di claques sottopagate. Ho smesso di inviare romanzi alle mummie imbalsamate della pseudo intellighenzia nostrana, eterodiretta da uno dei tanti potentati economici, possibilmente di sinistra, ma non solo.

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