Dissociazione

Le esperienze di dissociazione sono fenomeni sorprendenti, che vanno analizzati con estrema cautela. Sarebbe insensato trarre conclusioni prima di aver capito di che cosa si tratta e, siccome il fenomeno è tutt’altro che chiarito, tutto ciò che si può fare è affacciare qualche ipotesi.

Per quanto eccezionali, i resoconti di chi si è venuto a trovare in situazioni estreme ed è tornato fra noi cominciano a essere un discreto numero. Da un lato i progressi della medicina rendono possibile riportare in vita pazienti che hanno subito un arresto cardiaco, dall’altro si può supporre che un tempo i rari protagonisti di casi di morte apparente dubitassero di se stessi e non parlassero della loro esperienza (o si confidassero soltanto con pochi intimi) per paura di essere creduti pazzi e rinchiusi in manicomio.

Leggendo tra le righe, già nella letteratura greca si trovano descrizioni che, pur essendo sempre state ritenute di fantasia, potrebbero aver preso spunto da episodi di dissociazione. Per esempio, il mito di Er con cui si chiude la Repubblica di Platone. Ma anche nelle letterature di epoche posteriori si trovano racconti fantastici che potrebbero provenire da esperienze di questo genere. Va tenuto presente che, soprattutto nel medioevo, se l’autore avesse raccontato simili esperienze come fatti veramente accaduti, sarebbe stato preso per uno stregone e avrebbe rischiato di finire sul rogo!

Oggi questi ritegni sono venuti meno e le testimonianze sono più frequenti.

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Reinhold Messner, lo scalatore che ha raggiunto in carriera il maggior numero di vette oltre gli 8000 metri, ha raccontato in tv un’esperienza avvenuta durante un’ascensione particolarmente faticosa. Si trovava in altura, senza ossigeno, a una temperatura proibitiva. Pur essendo spossato oltre il limite delle proprie forze, sapeva di dover continuare a muoversi perché fermarsi avrebbe significato l’assideramento e la morte.

A un certo punto Messner sostiene di aver visto se stesso, il suo corpo, che proseguiva arrancando meccanicamente. Per un periodo di tempo che non è stato in grado di misurare, la mente si è dissociata dal corpo e lo ha osservato muoversi usando risorse di cui non era cosciente. Grazie a questo sforzo eccezionale Messner riuscì a raggiungere un riparo, la situazione cessò di essere critica e corpo e mente si ricongiunsero.

Di primo acchito, si potrebbe concludere che lo scalatore sia rimasto vittima di un’allucinazione. Ma ripensandoci l’ipotesi diventa meno plausibile. Non era la prima volta in cui Messner si era trovato in una situazione estrema: tutte le sue imprese avevano richiesto grandi e prolungati sforzi fisici, oltre a una tenuta psicologica superiore al normale. E nemmeno si può accusarlo di essere una mammoletta impressionabile o uno sprovveduto che non sa dare il giusto peso alle sue sensazioni.

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In Sincronicità come principio di nessi acausali Carl Gustav Jung, oltre a dare notizia delle esperienze di dissociazione riferite da soldati che, pur stando riparati all’interno di un bunker, erano rimasti feriti in seguito a esplosioni, riporta un caso molto chiaro e circostanziato.

Una paziente di cui non ho motivo di mettere in dubbio la credibilità…mi raccontò che… (il suo primo parto era stato difficile e il forcipe le aveva provocato una emorragia) … Quando il medico, la madre e il marito se ne furono andati e tutto fu messo in ordine, la paziente vide l’infermiera sulla porta che domandava: “Desidera qualcos’altro, prima che io vada a cena?”. La paziente avrebbe voluto rispondere, ma non ci riuscì. Aveva la sensazione di sprofondare attraverso il letto in un vuoto senza fondo. Vide che l’infermiera le si accostava e le afferrava la mano per sentirle il polso. Da come le dita dell’infermiera si muovevano su e giù per il polso la paziente capì che il polso non dava battito. Ma lei si sentiva bene e la paura dell’infermiera la divertiva. Lei non aveva paura proprio per niente. E questa era l’ultima cosa che riusciva a ricordare di un periodo del quale non sapeva precisare la durata.

    La sensazione successiva di cui ebbe coscienza fu che, senza alcuna emozione particolare, guardava in giù da un punto posto proprio sul soffitto della camera e vedeva tutto ciò che accadeva sotto di lei. Vedeva se stessa pallida come un cadavere, stesa a letto con gli occhi chiusi. Accanto al letto c’era l’infermiera. Il medico si aggirava agitato su e giù per la stanza dando l’impressione di aver perso la testa e di non saper bene cosa fare. I parenti si affacciarono sulla porta, sua madre e suo marito entrarono e la guardarono sgomenti. La paziente pensava: “Ma è proprio sciocco che pensino che sto morendo! È chiaro che tornerò in me.”   

    Quando si destò dal suo svenimento le dissero che aveva perso conoscenza per circa mezz’ora. In seguito raccontò ciò che aveva visto e l’infermiera, che sulle prime aveva cercato di negare, fu costretta a riconoscere che le cose si erano svolte proprio così.

    La paziente non era mai stata isterica. Aveva sofferto un autentico collasso cardiaco con sincope dovuta ad anemia cerebrale come mostravano tutti gli indizi esterni, chiaramente allarmanti. Aveva effettivamente perso coscienza. Quindi avrebbe dovuto essere completamente assente dal punto di vista psichico, assolutamente incapace di osservare con chiarezza e di dare un giudizio. L’aspetto singolare poi è che non si trattò di un’interiorizzazione diretta della situazione mediante osservazione indiretta, inconscia: essa vide tutta la situazione dall’alto, “come se i suoi occhi si fossero trovati sul soffitto della stanza” come disse nel definire la situazione.

Il resoconto della paziente di Jung non finisce qui, ma prima di prendere in esame il seguito non si può fare a meno di osservare che, per quanto incredibile possa sembrare, gli episodi di dissociazione come questo sono stati a lungo ignorati. Non c’è dubbio che sia problematico studiare un fenomeno che si verifica raramente, in occasioni imprevedibili, e che può essere soltanto riferito da chi l’ha vissuto, ma è sconsolante scoprire che la scienza medica non riesce neppure a formulare ipotesi sensate su ciò che accade agli esseri umani in questi casi.

La circostanza comune a quasi tutti coloro che, in condizioni critiche, riferiscono fenomeni di dissociazione è la visione dall’alto. I soldati feriti alla testa in seguito a esplosioni mentre si trovavano all’interno dei bunker raccontavano di essersi visti “come guardando giù dal soffitto”. Di questo particolare nessuno finora ha saputo dare una spiegazione, nemmeno in via di ipotesi.

Finora l’unica ipotesi avanzata sugli episodi di dissociazione è che si tratti di allucinazioni provocate dalla mancata ossigenazione del cervello. È evidente che l’arresto cardiocircolatorio interrompe l’apporto di ossigeno al cervello, ma perché l’anossia dovrebbe provocare la sensazione di dissociazione? Come mai la visione di se stessi avviene da un punto di vista sopraelevato? E soprattutto, com’è possibile che un soggetto privo di conoscenza, in condizioni gravemente menomate, e in carenza di ossigeno, abbia una visione panoramica di se stesso, delle altre persone presenti, dei loro atteggiamenti e delle loro azioni così come effettivamente si svolgono?

L’unico riferimento che potrebbe dare indicazioni al riguardo dà risultati negativi: è accertato e controllato che alcuni maestri yoga sono in grado di fermare il battito cardiaco anche per ore. Ciò dovrebbe provocare l’anossia, eppure nessuno yogin riferisce sintomi di dissociazione.

Forse ciò che trattiene gli scienziati dall’indagare su questi fenomeni sono le ulteriori reminiscenze che in alcuni casi vengono riferite dai soggetti quando tornano in sé. Si tratta di racconti quasi incredibili, che fanno a pugni con le convinzioni di medici e uomini di scienza. Però sono ormai un numero sufficiente a dare un nome al fenomeno: NDE. Near Death Experiences. Esperienze di quasi-morte.

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Il resoconto della paziente di Jung ha una seconda parte, più difficile da credere, che però merita di essere conosciuta perché altri sopravvissuti a NDE riferiscono visioni e atmosfere simili.

Mentre osservava dall’alto il suo corpo svenuto, l’infermiera, e il medico che non sapeva cosa fare, la paziente aveva una sensazione:

“… sapeva che dietro di lei c’era uno splendido paesaggio, una sorta di parco dai colori smaglianti, e in particolare un prato verde smeraldo con l’erba corta che si stendeva su un pendio e al quale si accedeva attraverso una porta a grata che dava sul parco. Era primavera e il prato era pieno di piccoli fiori variopinti che lei non aveva mai veduto prima. Un sole intensissimo illuminava la zona e tutti i colori avevano uno splendore indescrivibile. Il pendio era costeggiato da entrambi i lati da alberi color verde scuro. Il prato le faceva l’impressione di una radura nel bosco, dove l’uomo non aveva mai messo piede. “Sapevo che era l’ingresso a un altro mondo e che se mi fossi voltata per guardare direttamente la scena sarei stata tentata di varcare la porta e quindi abbandonare la vita.” Non vide realmente questo paesaggio perché gli voltava le spalle, ma sapeva che c’era. Sentiva che niente le avrebbe impedito di varcare la soglia. Sapeva soltanto che sarebbe tornata nel suo corpo e non sarebbe morta. Per questo trovava sciocca e ingiustificata l’agitazione del medico e l’affanno dei parenti.”

In altri casi di NDE vengono riferite sensazioni celestiali di pace e serenità. In qualche caso vengono riferite sensazioni di terrore. Spesso chi ritorna da simili viaggi racconta anche di aver percorso un tunnel con una luce in fondo.

Sembra logico concludere che queste visioni contengano l’immagine di ciò che i soggetti hanno sempre fantasticato come felicità o infelicità. Va però osservato che una caratteristica comune a tutti i resoconti è la sensazione di trovarsi in situazioni nuove, in paesaggi mai visti, dai colori vivissimi e quasi innaturali.

Non si sa quale meccanismo chimico o psicologico potrebbe causare questa specifica sensazione. Va anche tenuto presente, e ciò non può essere senza importanza, che tutti i racconti di questo genere sono caratterizzati da un tono di grande coinvolgimento: i protagonisti non ne parlano come di un sogno o di un incubo, ma come di una esperienza di vita vissuta.

In qualche caso sono state riportate anche visioni diverse. Una in particolare è degna di grande considerazione perché capitò proprio a Jung di essere in punto di morte, di tornare alla vita e di ricordare le sensazioni provate nel periodo in cui rimase privo di conoscenza.

Al principio del 1944 mi fratturai una gamba e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato di incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di vita e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora… Mi pareva di essere sospeso nello spazio. Sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre avvolto in una splendida luce azzurrina e distinguevo i continenti e l’azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c’era Ceylon e dinanzi a me, a distanza, l’India. La mia visuale comprendeva tutta la terra; la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato. Sulla sinistra, in fondo, c’era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell’Arabia; come se l’argento della terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro massiccio. Poi seguiva il Mar Rosso e lontano — come a sinistra in alto su una carta — potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i ghiacciai dell’Himalaya coperti di neve, ma a quella distanza c’era nebbia e nuvole. Non guardai per nulla verso destra. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra. Più tardi mi informai dell’altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 chilometri. La vista della terra a tale altezza è la cosa più meravigliosa che io abbia mai visto.”

Questo resoconto è contenuto nel libro “Ricordi, sogni, riflessioni” e prosegue così: Jung vide un masso tipico dell’isola di Ceylon, il masso si trasformò in un tempio, Jung entrò e venne colpito da una riflessione filosofica che gli ispirò un senso di serenità cosmica. Poi, dopo un tempo difficile da precisare, comparve il suo medico curante e lo avvisò che non poteva restare lì: doveva tornare a vivere. E Jung tornò alla coscienza.

Senza prendere in considerazione la parte più esoterica del racconto, si può osservare che ricorrono almeno due caratteristiche comuni a tutte le esperienze di dissociazione: la visione dall’alto e la sensazione di piacevole meraviglia. Diverso è l’oggetto della visione e, almeno all’inizio, il soggetto non può vedere se stesso perché il punto di osservazione si trova ben più in alto del soffitto della stanza.

Vale la pena di sottolineare che questa visione è riferita da un illustre clinico, specializzato in neurologia e psicologia, abituato a interpretare i sogni propri e altrui. Va anche tenuto presente che all’epoca del fatto (i primi mesi del 1944) nessuno era mai salito a 1500 chilometri di altezza. Solo i prototipi delle V2 tedesche, pochi mesi prima, avevano raggiunto e superato quella quota. La prima fotografia della terra scattata dallo spazio data dalla fine del 1946. Si può forse ipotizzare che la mente di Jung abbia ricuperato il ricordo di una tavola di atlante o uno scorcio di mappamondo, ma resterebbe comunque da spiegare come abbia potuto elaborare colori così sgargianti.

Personalmente sono portato a credere che la prima parte di queste visioni (in particolare le “visioni dall’alto”) non abbia niente a che fare con i sogni o le allucinazioni e costituisca un fenomeno inspiegato. Invece sono incline a pensare che la seconda parte si generi quando il soggetto sta tornando a ricuperare la coscienza e sta sostanzialmente sognando. Ma si tratta di una mia opinione, per la quale non sono in grado di portare alcuna prova o riscontro. Semplicemente, i contenuti della seconda parte mi sembrano troppo concordanti con i desideri o con le paure del soggetto.

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Come fa notare Amleto nel suo celebre monologo, la morte è un regno dal quale nessun viaggiatore è mai tornato. Qualcuno si è avvicinato al confine più di altri ed è riuscito a raccontare ciò che crede di aver visto. Ma non tutti i ricordi sono affidabili e, del resto, dei ricordi è sempre lecito dubitare.

Se non altro, nei racconti dei reduci da una NDE c’è un aspetto che potrebbe dar luogo a un’indagine: l’atmosfera che pervade le NDE non è molto distante da ciò che la nostra cultura ci ha preparato ad aspettarci nell’aldilà.

Ammesso e non concesso che questa osservazione sia verificabile e significativa, diventano possibili due opposte spiegazioni: o al momento del trapasso proviamo le sensazioni che la nostra cultura ci ha preparato a provare, oppure nel corso dei millenni la nostra cultura ha recepito i racconti di chi ha vissuto delle NDE.

Raccogliere resoconti di NDE presso popoli di culture diverse dalla nostra potrebbe fornire qualche elemento utile per impostare una interpretazione sensata del fenomeno.

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Il capolavoro di Marino Magliani

Fra i lettori di Magliani ci sarà senz’altro chi non è d’accordo. Per esempio, chi ricorda la trama serrata di “Quattro giorni per non morire” o l’atmosfera indecifrabile di “Quella notte a Dolcedo” potrebbe sostenere – a buon diritto – che in quei due romanzi sia già presente il vertice della sua arte affabulatoria. E poi, perché parlare di capolavoro? Perbacco, non c’è già D’Orrico che grida al capolavoro ogni due per tre?

Ma il fatto è che da almeno trent’anni siamo invasi, sommersi, ingozzati da narrazioni mainstream, con solide trame e personaggi dal carattere individuato una volta per tutte (come le maschere della commedia dell’arte). Wilbur Smith ha cancellato James Joyce al punto di farci dimenticare che affabulazione è innanzitutto la capacità di tenere il lettore incollato alla pagina, non soltanto con avventure e colpi di scena, ma con quella “chiacchiera” che rende interessante qualunque fatto perché trasmette l’emozione. In queste circostanze, un libro come “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”, che Marino Magliani pubblica nella collana “quisiscrivemale” (!) di Exorma Edizioni, prende tutta l’aria di una provocazione. Ecco perché è un capolavoro.

Ma che libro è? Un’autobiografia? Una lunga lettera a un perduto amore di gioventù? Una meditazione sul senso della vita? Il diario di un vagabondaggio randagio, un genere nel quale Magliani si è già esercitato, per esempio con “Soggiorno a Zeewik” e “Il canale bracco”?

Sarebbe facile rispondere che “L’esilio dei moscerini” è tutte queste cose, e altro ancora. In realtà, questo libro è una rivoluzione che finalmente ci riavvicina al concetto di letteratura.

Nella penna di Magliani (o nei tasti del suo computer) ritrovano senso gli accadimenti minimi della vita, le prime sigarette, i richiami che imitano lo zirlo dei tordi, ma soprattutto le occasioni perdute. Le cose che, quando accaddero, non considerammo importanti e che oggi, guardate a ritroso, assumono la misteriosa importanza di sliding doors.

Nel rievocare le occasioni perdute del nostro passato non si può fare a meno di pensare a Rimbaud (Oisive jeunesse à tout asservie/Par délicatesse j’ai perdu ma vie). Che vita avremmo vissuto se avessimo saputo cogliere i messaggi muti negli occhi di una donna? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non abbiamo avuto il coraggio di farci avanti? Per inadeguatezza, per inesperienza, per mancanza di carattere. Per delicatezza, appunto. E avremo per sempre la sensazione di aver mancato un appuntamento col destino. Soffriremo per l’inappagata voglia di vivere la grande avventura, quella che abbiamo rincorso fra Aden e Massaua (come Rimbaud) o nella Pampa e in Costa Brava (come Magliani). Non l’abbiamo trovata. Ma non sappiamo ancora, e non sapremo mai, se ci è mancata la forza di carattere o se abbiamo cercato nei posti sbagliati.

Ora che la sabbia nella clessidra sta per finire, torniamo nei luoghi da dove siamo partiti, facciamo il consuntivo di ciò che abbiamo ricavato dalle nostre odissee, e ci accorgiamo che tutto si riduce al ricordo, ai fatti e alle immagini che ci sembravano segni premonitori di un futuro diverso, al tempo che abbiamo gettato via rincorrendo idee balorde, alle tragedie che ci hanno toccato.

Per tutto il libro, sottintese o apertamente pronunciate, ricorrono le parole-chiave: melanconia (l’umore nero secreto dagli organi interni ed evidenziato dalla cispa sugli occhi); nostalgia (il malessere generato dal desiderio di tornare nel luogo di origine); saudade (il sogno/bisogno di un luogo sconosciuto, dove non si è mai stati, o dove forse si è vissuto in una vita precedente). Sfumature di una stessa sostanza, declinazioni del male di vivere quando prende l’aspetto del luogo in cui ci troviamo e qualcosa ci dice che dobbiamo andarcene.

Una volta di più, questo è il motivo per cui il libro di Magliani è un capolavoro: perché attraverso un sentimento liquido e mutevole raggiunge una verità universale e necessaria. Davvero, come dice Amleto, ci sono cose tra terra e cielo che la filosofia non può spiegare. Ci riesce la letteratura, qualche volta.

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Giovanni Agnoloni – L’ultimo angolo di mondo finito – Galaad Edizioni

    Trilogia della Fine di Internet è il titolo della saga che Giovanni Agnoloni ha ordito e intessuto, e che giunge a compimento con L’ultimo angolo di mondo finito, il romanzo che la conchiude.

La chiave di lettura per questa opera di vaste proporzioni è il connettivismo, movimento letterario che coagula suggestioni cyberpunk, futuristiche e crepuscolari. Agli scrittori che ne condividono l’impostazione il connettivismo offre l’opportunità di condividere una sensibilità di fondo senza peraltro sentirsene prigionieri, connotato com’è dall’urgenza di fondere in un’unica prospettiva la conoscenza scientifica e la visione umanistica. Si tratta di un intrigante progetto culturale, teso a ricuperare l’utopia dell’uomo integrale così come la sognarono i grandi del Rinascimento da Marsilio Ficino a Galileo.

La trilogia si articola nei romanzi Sentieri di notte (2012), La casa degli Anonimi (2014), nello spin off Partita di anime (2014), e in questo conclusivo L’ultimo angolo di mondo finito. Tutti editi da Galaad Edizioni.

Romanzo fantascientifico, filosofico, catastrofico? In realtà, non avrebbe senso rinchiudere la Trilogia in uno schema. Per la sua tematica e per il modo in cui è gestita, l’opera di Agnoloni non tollera superficiali etichette. Il lettore avvertito non può fare a meno di ravvisare una personale interpretazione della struttura letteraria, del linguaggio, del significato complessivo della narrazione, e come ciascun elemento si integri armonicamente con gli altri.

Il linguaggio è una felice compresenza di neologismi informatici, precisione ed espressività. Lungi dal rincorrere i modi di un’avanguardia ormai decotta o gli altri usurati precedenti letterari, ci vengono risparmiati il flusso di coscienza, i giochini tipografici, gli sperimentalismi fine a se stessi. E meno male, perché la lingua di Agnoloni fluisce naturale, fresca, leggibilissima, il che conferisce una grande efficacia alle descrizioni.

La struttura, che richiama il classico schema del viaggio iniziatico, è articolata sui diversi percorsi dei “cercatori delle Sorgenti”, spinti ciascuno da diverse sollecitazioni: le pagine del romanzo visionario di una scrittrice scomparsa, il ricordo di un mentore/scienziato, il ricongiungimento con una sorella perduta. La suggestione sprigionata da questi stimoli orienta i personaggi nella loro ricerca: in assenza di internet, l’essere umano si ritrova svincolato da una dipendenza alienante e torna a fare uso di presentimenti, associazioni di idee, ispirazioni. Torna a ragionare, ricordare, percepire. Torna a vivere.

Più ancora che Philip Dick (l’imprescindibile riferimento per la fantascienza contemporanea) l’atmosfera de L’ultimo angolo di mondo finito mi ha ricordato Isac Asimov e i suoi inquietanti robot, le leggi della robotica e della psicostoria, la Prima e la Seconda Fondazione, il tono insensibilmente straniante con cui vengono evocati mondi possibili, le loro storture, i loro problemi logici, le loro contraddizioni.

Anche i personaggi che si dibattono nel mondo disconnesso della fine di internet solo apparentemente decidono la propria linea d’azione: in realtà ciascuno sa di dover cercare qualcosa, ma non gli è dato intuire quale sarà l’esito della vicenda e inconsapevolmente segue un percorso che, in qualche modo, è obbligato. Come nella Queste du Graal, per arrivare alla meta ogni singolo cercatore deve percepire e interpretare messaggi che gli arrivano per vie subliminali.

Chi li invia? Uno scienziato, una scrittrice, uomini e donne vivi o morti il cui unico scopo è la ricostituzione di una rete di interconnessioni cognitive a un livello ben più alto di quello offerto da strumenti meccanici come i droni o gli ologrammi. La nuova rete sarà una rete trascendentale, molto più eterea di qualsiasi collegamento wireless, e nessuno potrà impadronirsene per farla diventare uno strumento di potere.

Ma nella ricerca delle Sorgenti non c’è alcuna certezza. Le indicazioni subliminali che la orientano – addirittura l’idea stessa della ricerca – potrebbero far parte di una manovra degli Anonimi (membri di un movimento di sabotatori informatici dai moventi non del tutto chiari), ideata allo scopo di smascherare chi si ostina a battersi per una conoscenza svincolata da un nuovo Grande Fratello – sotto il quale non è difficile intravedere il programma Echelon, la CIA, la NSA, gli hacker russi, ecc., a dimostrazione di come gli stilemi fantascientifici utilizzati da Agnoloni non facciano di per sé del romanzo un’opera di fantascienza, ché anzi i riferimenti realistici traspaiono con grande evidenza.

I cercatori delle Sorgenti sono angustiati da questo dubbio che sanno di non poter risolvere. Forse è tutto un inganno. Forse le Sorgenti non esistono. Forse esistono ma non si troveranno mai. E allora, che fare? Bisogna andare avanti, insistere con fede e coraggio. Credere nella soluzione finale, che verrà da sé, come il risultato di un’equazione impostata con una matematica di nuovo tipo, intuitiva ma sconosciuta.

Ecco: la grande metafora della Trilogia è pienamente sviluppata nella narrazione. La vita umana, la nostra vita, può stare in piedi soltanto se riusciamo a tener ferma la speranza in qualcosa che non conosciamo, che neppure sappiamo se esista davvero, ma che deve esserci. Altrimenti niente avrebbe senso: vita e morte, bene e male, passato e futuro, tutto resterebbe privo di significato.

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NOLEGGIO ARCHE, CARAVELLE E SCIALUPPE DI SALVATAGGIO

La poesia e lo spirito

Recensione di Giovanni Agnoloni (da Lankenauta.eu)

Riccardo Ferrazzi: Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio (Fusta Editore)

noleggio-arche-caravelle-e-scialuppe-di-salvataggioAccostare l’infanzia del mondo all’infanzia dell’uomo. L’epoca in cui le domande iniziano a porsi e sorgono i primi tentativi di risposta va oltre il limite dei “primordi”. È nel pieno del territorio della filosofia, o forse, ancor prima, in quelle misteriose lande sapienziali in cui si era inoltrato Giorgio Colli nel suo celebre libro La nascita della filosofia (ed. Adelphi). È in questa dimensione semifluida, carica di simboli e di immagini archetipiche, che Riccardo Ferrazzi si introduce in Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio. Breve discorso sul mito (Fusta Editore), pubblicato all’interno della collana “bassastagione”, diretta da Marino Magliani. Perché è appunto del mito che stiamo parlando: la parola creativa, che si fa racconto capace di offrire intuitive e sia pur non sempre argomentate risposte agli interrogativi più…

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IL “NOLEGGIO”

Accostare l’infanzia del mondo all’infanzia dell’uomo. L’epoca in cui le domande iniziano a porsi e sorgono i primi tentativi di risposta va oltre il limite dei “primordi”. È nel pieno del territorio della filosofia, o forse, ancor prima, in quelle misteriose lande sapienziali in cui si era inoltrato Giorgio Colli nel suo celebre libro La nascita della filosofia (ed. Adelphi). È in questa dimensione semifluida, carica di simboli e di immagini archetipiche, che Riccardo Ferrazzi si introduce in Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio. Breve discorso sul mito (Fusta Editore), pubblicato all’interno della collana “bassastagione”, diretta da Marino Magliani. Perché è appunto del mito che stiamo parlando: la parola creativa, che si fa racconto capace di offrire intuitive e sia pur non sempre argomentate risposte agli interrogativi più cruciali dell’esistenza.

Questo il vastissimo territorio esplorato con competenza e piacevole arguzia dall’autore. Il concetto di fondo (ben sottolineato anche dal Prof. Giuseppe Panella nella prefazione) è quello di ribellione, naturalmente correlato al senso di colpa: l’uomo non sa spiegarsi le disgrazie della vita, e allora – proprio come un bambino – pensa di aver fatto qualcosa di male. Male che identifica con la propria ribellione a un ordine naturale che, proprio per giustificare il destino infausto che l’ha travolto, ricollega alla sfera divina. Ecco dunque il mito del diluvio, che per così dire sintetizza la Δίκη (Dike, Giustizia) degli dèi, che colpisce il mondo dopo l’atto (o gli atti) di ὕβϱις (ybris, tracotanza) compiuti dagli uomini. Ed ecco anche il mito della guerra tra Zeus e i Titani, e quello della violazione del divieto posto a Prometeo, col suo conseguente terribile castigo. Ma l’elemento della trasgressione è naturalmente presente anche nel mito dell’Eden, metafora della voglia dell’uomo di conoscere e sperimentare, lasciando la sicurezza di un antro protettivo – il paradiso terrestre è interpretabile come un grembo materno – per immergersi in un mondo impregnato in ogni sua parte del rischio della morte.

Contraltare di questa rappresentazione mitologica delle origini è il “mito” dell’inferno e del paradiso, presente già in alcune culture precristiane e fatto proprio da Platone nel mito di Er (raccontato nel dialogo La Repubblica), probabilmente mediante un tramite pitagorico. Poi, col mito di Agamennone che, pur di raggiungere Troia, dovrebbe offrire in sacrificio sua figlia Ifigenia, ma uccide invece una cerva (parallelo del mancato sacrificio di Isacco da parte di Giacobbe, nella tradizione ebraica), la trasgressione all’ordine divino viene in qualche modo istituzionalizzata. E nella stessa vicenda del matricidio di Oreste contro Clitemnestra, dipinta in modo diverso dai tre grandi tragediografi Eschilo, Sofocle ed Euripide, si passa dall’istituzionalizzazione della giustizia, sottratta ai principi eterni di Δίκη – rispetto ai quali l’uomo è un mero esecutore – e ricondotta al livello civile e giudiziario (penso alle Eumenidi di Eschilo), mentre emerge un potente sostrato di passioni umane, ormai di per sé degne di attenzione. Entriamo dunque nella sfera della poesia, ovvero l’esplorazione dell’animo dell’uomo, con tutte le sue contraddizioni.

La cultura romana, con al centro le vicende militari e politiche – e, del resto, ampiamente tributaria di quella greca – sembra porre un freno alla proliferazioni di miti. Giungono però alcune tradizioni orientali, ma soprattutto arriva il cristianesimo, nel quale la trasgressione della legge divina è peccato, anche se è pur vero che proprio la fedeltà alla legge divina dell’Amore comporta a volte la necessaria violazione di ingiusti precetti civili, che può condurre perfino alla morte, e dunque al martirio, l’atto di testimonianza col sacrificio della vita. È lo spirito – ovvero il mondo interiore – a dettare i tempi e i modi della sequela di Cristo. In questa intima adesione consiste la santità, ovvero la purezza: precisamente la dimensione che verrà esplorata dal mito medievale per eccellenza, quello del Graal.

Nella seconda parte del libro, vengono esaminati alcuni miti dell’epoca moderna, in primis legati a due celeberrimi personaggi letterari: Don Giovanni e Don Chisciotte: simbolo della non considerazione di alcun limite il primo, e della fedeltà a un quanto mai improbabile sogno d’amore il secondo.

Un ideale di purezza – di territori incontaminati – è pure alla radice dei vari miti delle isole felici, che risalgono all’Antica Grecia (su tutte, si pensi ad Atlantide). Non vanno poi dimenticati il mito della Croce del Sud (citata da Dante) e i miti-figure storiche di Cristoforo Colombo e Napoleone.

Questa colta e puntuale carrellata di riflessioni tra la storia e il pensiero è essa stessa – come la parola “mito” significa – racconto. Ed è questo il merito principale dell’opera di Ferrazzi: sollecitare la curiosità con lo stesso spirito, in fondo, delle storie che una volta venivano raccontate intorno al focolare e, molto tempo prima – appunto, alle origini del mito – con l’accompagnamento di una cetra.

Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio può diventare uno spunto per pressoché infiniti percorsi di approfondimento, e può perciò risultare una lettura utile e piacevole non solo per i lettori adulti, ma anche per giovani studenti in cerca di un approccio fresco e stimolante a queste tematiche senza tempo.

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Il destino, di Riccardo Ferrazzi

La poesia e lo spirito

destino
L’umanità ha sempre creduto al destino. Le religioni, che pure lo interpretano in modi diversi, si guardano bene dal negarlo. L’illuminismo lo ha ridicolizzato e la scienza lo considera una superstizione. Per la mentalità corrente chi crede al destino è un fatalista, un rinunciatario pusillanime che non prende iniziative, non ha l’ansia di migliorarsi e, così facendo, non è utile a se stesso e agli altri. Eppure tutti i giorni capita qualche fatto del quale non riusciamo a dire altro che: “Era destino!”.

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Un libro sui tori?

Tempo fa, due amici mi hanno suggerito di scrivere un libro sulla tauromachia, una specie di romanzo-saggio. Mi sono sentito lusingato. Ma è un bel problema. Un libro così l’ha già scritto Hemingway (hai detto niente!): si intitola “Morte nel pomeriggio”. Senza contare che lo stesso Hemingway ha scritto di tori anche in “Fiesta”, in alcuni racconti, nelle pagine migliori di “Per chi suona la campana”, ecc. ecc. E poi in lingua spagnola c’è di tutto: c’è l’opera enciclopedica di Cossio, lapidariamente intitolata “Los Toros”, e ci sono centinaia di libri che coprono tutta la gamma, dal manualistico al letterario, fino al famigerato “Sangue e arena” di Blasco Ibañez, capolavoro del genere strappalacrime. Insomma, per scrivere un libro sui tori dovrei dare alla materia un taglio diverso, ma non so proprio dove andare a cercarlo. Però ammetto che mi piacerebbe provarci. Mi piacerebbe davvero.

Non che mi manchi il materiale. Qualche mese fa è scaduto il quarantesimo anniversario del mio primo incontro con il mondo dei tori, un avvenimento il cui ricordo è diventato vago: certe cose mi sono rimaste impresse, altre le ho dimenticate. Fu a Madrid, nella plaza monumental di Las Ventas, l’università della tauromachia. Scesero nell’arena tre uomini dal futuro disuguale. Il primo, Andrés Vázquez, per un paio di stagioni diventò una star ma poi si beccò una tremenda cornata nei glutei a Siviglia e da quel giorno non fu più lui. Il secondo, El Puri, era un ex-banderillero che voleva diventare matador: non ebbe fortuna, chiese di tornare banderillero, e il sindacato disse no, non voleva essere una cosa e non riusciva a essere l’altra? peggio per lui. Del terzo, José Falcon, portoghese debuttante, non ho più saputo niente fino all’altro giorno, quando ho cercato il suo nome sull’annuario. Ci sono rimasto malissimo: è morto di cornata nella plaza de toros di Barcelona, sette anni dopo quel pomeriggio a Madrid.

Non ricordo da quale allevamento provenivano i tori di quella prima corrida nella mia vita, e me ne rammarico perché erano eccezionali. All’epoca non potevo saperlo: credevo che fossero tutti così. Irrompevano nella plaza sbuffando e correndo come locomotive. Il tizio seduto vicino a me commentava compiaciuto: “Noventa! Noventa!”. Voleva dire: vanno a novanta all’ora! E quando i tori caricavano i cavalli senza far caso alla picca, e i picadores avevano il loro daffare a restare in sella con quella mezza tonnellata di muscoli che gli premeva contro, lo sentivo mormorare: “Mucho toro! Mucho toro!”. Come dire: che toro fantastico!

Da allora, nelle arene spagnole e sudamericane ho visto un po’ di tutto. Fiaschi e trionfi. Farse e tragedie. Ero seduto in un tendido dalla parte del sole, ma di sole ce n’era poco il 22 maggio 1972, quando per l’unica volta negli ultimi cent’anni la plaza di Madrid concesse la coda del toro come trofeo al matador, che era Sebastian Palomo Linares. Non tutti i presenti erano d’accordo e ci furono proteste clamorose. La plaza era piena fino all’orlo, quindi gli spettatori di quel fatto più unico che raro dovevano essere in tutto ventidue-ventitremila, e calcolando il tempo trascorso forse più di metà sono già morti. Ogni anno siamo in meno a ricordare come andò, e potrebbe valere la pena di metterlo per iscritto finché sono in tempo.

Ecco, basta cominciare. I ricordi sono come le ciliege: uno tira l’altro, e di cose da raccontare ce n’è a vagonate. Il tentativo di linciaggio di un matador sul viale del tramonto da parte di un pubblico imbufalito che aveva pagato il biglietto e si aspettava emozioni che lui non riusciva più a dare (si chiamava Gregorio Sanchez e per anni era stato un idolo delle folle). Oppure l’intercessione della Madonna e di tutti i santi in comitiva per salvare la pelle all’incosciente che scese nell’arena di Quito in occasione della festa patronale nel 1978. Indossava un costume color perla e guarnizioni argentate, ma non aveva la più pallida idea di come si fa. L’impresario, che evidentemente ne sapeva meno di lui, l’aveva contrattato scambiando la sua incoscienza per coraggio. E per contrasto mi viene in mente la chiacchierata con Manolo Martinez Chopera, uno dei più famosi impresari taurini di Spagna, grandissimo conoscitore di tori e amico personale dei più famosi toreri. Adesso che ci penso, dovrei assolutamente sbobinarla dalla memoria.

Ma chissà se lo farò. Ci sono un’infinità di cose connesse con il sangue e la sabbia che meriterebbero di essere raccontate. Ma sono cose così sottili e imprecisabili che ho paura di non riuscire a spiegarle. Credo di saper raccontare l’atmosfera elettrica di un temporale in arrivo sulla plaza di Vitoria, la statua del Cid a Burgos, la pioggia di San Sebastian, le pulpeiras di La Coruña, l’atmosfera della “costa Fleming” durante gli ultimi anni della dittatura, quando le prostitute del barrio si concentravano in tre bar e lì a due passi c’era il Kentucky Fried Chicken, con le sue cosce di pollo avvolte nella panatura croccante e l’insalata di cavolo. I sedicenni ci andavano con la fidanzatina e bevevano cocacola con le cannucce. Ma che c’entra tutto questo con i tori? Non lo so, e se non lo so io come posso pretendere di spiegarlo a voi?

Eppure c’entra, accidenti, e se uno vi parla di tori ma non vi racconta queste cose mandatelo a quel paese, perchè non si capisce niente della Spagna se la si rifiuta o se ci si rifugia nelle solite immagini oleografiche. La Spagna è un paese civile come tutti gli altri (spesso anche più civile). Però è diverso. Insomma, è una faccenda complicata.

Per esempio, la Spagna che ho amato io non è più quella di oggi. In quegli anni Madrid era un posto con meno grattacieli e con una topografia individuata dai locali e dalla loro frequentazione: da Chicote andavano i miliardari e i loro parassiti, da Mayte i parvenus e gli sportivi, al Café Gijón gli scrittori e la gente di spettacolo, da Aguilucho le vecchie damazze. Da Botín, già allora, ci andavano solo i turisti americani. Con maggior competenza del sottoscritto ne ha parlato Paco Umbral in La noche que llegué al Café Gijon ed è già morto anche lui, porca miseria, e non per le corna di un toro (forse l’avrebbe preferito: gli intellettuali spagnoli non sono antitaurini).

E comunque sarebbe ora che qualcuno parlasse dei tempi di Paco Camino e di Santiago Martin El Viti, che fu l’ultimo a usare la spada d’acciaio per sostenere la muleta, invece di quella finta, più leggera, di legno verniciato. El Viti, l’uomo che mi fece ritrovare in piedi sulle gradinate della plaza de toros di Vitoria applaudendo a scena aperta senza rendermi conto del fatto che mi ero alzato in piedi, e come, e perché. L’anno dopo qualcuno mi disse che a Salamanca il complimento d’obbligo alle ragazze era: “Tienes mas salero que el Viti toreando” (Sei più elegante del Viti quando torea).

E la faccenda si complica perché a questo punto dovrei spiegare che salero non è soltanto l’eleganza del portamento: è una cosa che ha odore e sapore, anche se non si assume con la bocca ma con gli occhi. Dovrei essere capace di mettere sulla lingua a chi legge il sapore che nasce in bocca quando una donna si muove in modo da risvegliare l’istinto della riproduzione. Perché salero è il sale di qualunque pietanza, ma soprattutto di un corpo femminile. (Sempre che le donne non si imbizzarriscano a vedersi paragonare al cibo: ci sono circostanze in cui non chiedono di meglio e quasi ci implorano di sbranarle, lo sappiamo noi e lo sanno loro; ma guai a parlarne.)

Ecco qua: parlare di tori significa parlare della Spagna, e a questo proposito avrei milioni di cose da dire; ma no, non voglio ridurmi a ricamare sul tema delle neiges d’antan come faceva il sullodato Hemingway (l’ha fatto fino alla sazietà, e anche oltre). Vorrei trovare un tono particolare: leggero ma non troppo, ironico ma non troppo. Perché non posso dimenticare Antonio Bienvenida, Paquirri, El Yiyo (e chiedo scusa a tutti gli altri che ho dimenticato), morti in questi quarant’anni per il vizio di fare arte danzando fra le corna di un toro. Non posso girarci attorno: un libro sull’argomento deve dare qualche spiegazione. Perché gli uomini amano sfidare la morte? Perché gli spagnoli lo fanno in quel modo? Ci sono studi e inchieste sull’argomento, ma sono dannatamente inutili. Provate a intervistare un torero: se è colto vi sommergerà di (pessima) retorica, se non lo è si chiuderà in un silenzio da capo indiano. Augh.

Non è detto che il silenzio sia sempre espressivo, così come non è vero che la retorica sia sempre vuota. Ma sta di fatto che parlare con i toreri non serve a niente: è come chiedere alle donne che cos’è l’amore. E allora cosa potrei fare? Dovrei limitarmi a elencare le mille sfumature della passione per il rischio in versione iberica, dal rejoneo all’encierro, dai recortadores ai forcados (senza dimenticare le charlotadas e il bombero torero)? E fino a che punto avrebbe senso cercare parallelismi con i piloti di formula 1, i paracadutisti, gli scalatori, gli speleologi?

No, non so se riuscirò mai a scrivere un libro sui tori. Ma se ci provassi vorrei che fosse un libro sincero, che non si facesse scrupolo di dire le verità che fanno a pugni con i gusti correnti. Solo che un libro così nessuno vorrebbe leggerlo e, se un libro non si leggerà, perché scriverlo? Oggi si fa letteratura, cinema, televisione e informazione come se non si dovesse morire mai. La gente non vuole pensare alla morte. Tutti i generi di fiction parlano continuamente di serial killer, inflazionano gli omicidi, li rendono grotteschi e finiscono per esorcizzare la morte. E invece un libro sincero dovrebbe dire che è altrettanto naturale vivere e morire, e che non si vive per vivere ma per sentirsi vivi, e non è la stessa cosa.

Insomma, perché dovrei spendere due o tre anni, oggi che me ne restano sempre meno e diventano sempre più preziosi, per scrivere un libro che nessuno leggerà (e quei pochi che lo facessero, dopo aver sfogliato qualche pagina, chiuderebbero il volume indignati per l’argomento politicamente scorretto)? Potrei scriverlo per il gusto di scandalizzare. Potrei denunciare la schizofrenia di una società che vuole abolire la caccia senza smettere di mangiare selvaggina. Ma chi me lo fa fare? Io non sono un predicatore. E poi, i libri non si scrivono per moralismo o antimoralismo. Si scrivono quando escono dal cuore. Ecco: se lo scriverò sarà per quello.

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