Un libro sui tori?

Tempo fa, due amici mi hanno suggerito di scrivere un libro sulla tauromachia, una specie di romanzo-saggio. Mi sono sentito lusingato. Ma è un bel problema. Un libro così l’ha già scritto Hemingway (hai detto niente!): si intitola “Morte nel pomeriggio”. Senza contare che lo stesso Hemingway ha scritto di tori anche in “Fiesta”, in alcuni racconti, nelle pagine migliori di “Per chi suona la campana”, ecc. ecc. E poi in lingua spagnola c’è di tutto: c’è l’opera enciclopedica di Cossio, lapidariamente intitolata “Los Toros”, e ci sono centinaia di libri che coprono tutta la gamma, dal manualistico al letterario, fino al famigerato “Sangue e arena” di Blasco Ibañez, capolavoro del genere strappalacrime. Insomma, per scrivere un libro sui tori dovrei dare alla materia un taglio diverso, ma non so proprio dove andare a cercarlo. Però ammetto che mi piacerebbe provarci. Mi piacerebbe davvero.

Non che mi manchi il materiale. Qualche mese fa è scaduto il quarantesimo anniversario del mio primo incontro con il mondo dei tori, un avvenimento il cui ricordo è diventato vago: certe cose mi sono rimaste impresse, altre le ho dimenticate. Fu a Madrid, nella plaza monumental di Las Ventas, l’università della tauromachia. Scesero nell’arena tre uomini dal futuro disuguale. Il primo, Andrés Vázquez, per un paio di stagioni diventò una star ma poi si beccò una tremenda cornata nei glutei a Siviglia e da quel giorno non fu più lui. Il secondo, El Puri, era un ex-banderillero che voleva diventare matador: non ebbe fortuna, chiese di tornare banderillero, e il sindacato disse no, non voleva essere una cosa e non riusciva a essere l’altra? peggio per lui. Del terzo, José Falcon, portoghese debuttante, non ho più saputo niente fino all’altro giorno, quando ho cercato il suo nome sull’annuario. Ci sono rimasto malissimo: è morto di cornata nella plaza de toros di Barcelona, sette anni dopo quel pomeriggio a Madrid.

Non ricordo da quale allevamento provenivano i tori di quella prima corrida nella mia vita, e me ne rammarico perché erano eccezionali. All’epoca non potevo saperlo: credevo che fossero tutti così. Irrompevano nella plaza sbuffando e correndo come locomotive. Il tizio seduto vicino a me commentava compiaciuto: “Noventa! Noventa!”. Voleva dire: vanno a novanta all’ora! E quando i tori caricavano i cavalli senza far caso alla picca, e i picadores avevano il loro daffare a restare in sella con quella mezza tonnellata di muscoli che gli premeva contro, lo sentivo mormorare: “Mucho toro! Mucho toro!”. Come dire: che toro fantastico!

Da allora, nelle arene spagnole e sudamericane ho visto un po’ di tutto. Fiaschi e trionfi. Farse e tragedie. Ero seduto in un tendido dalla parte del sole, ma di sole ce n’era poco il 22 maggio 1972, quando per l’unica volta negli ultimi cent’anni la plaza di Madrid concesse la coda del toro come trofeo al matador, che era Sebastian Palomo Linares. Non tutti i presenti erano d’accordo e ci furono proteste clamorose. La plaza era piena fino all’orlo, quindi gli spettatori di quel fatto più unico che raro dovevano essere in tutto ventidue-ventitremila, e calcolando il tempo trascorso forse più di metà sono già morti. Ogni anno siamo in meno a ricordare come andò, e potrebbe valere la pena di metterlo per iscritto finché sono in tempo.

Ecco, basta cominciare. I ricordi sono come le ciliege: uno tira l’altro, e di cose da raccontare ce n’è a vagonate. Il tentativo di linciaggio di un matador sul viale del tramonto da parte di un pubblico imbufalito che aveva pagato il biglietto e si aspettava emozioni che lui non riusciva più a dare (si chiamava Gregorio Sanchez e per anni era stato un idolo delle folle). Oppure l’intercessione della Madonna e di tutti i santi in comitiva per salvare la pelle all’incosciente che scese nell’arena di Quito in occasione della festa patronale nel 1978. Indossava un costume color perla e guarnizioni argentate, ma non aveva la più pallida idea di come si fa. L’impresario, che evidentemente ne sapeva meno di lui, l’aveva contrattato scambiando la sua incoscienza per coraggio. E per contrasto mi viene in mente la chiacchierata con Manolo Martinez Chopera, uno dei più famosi impresari taurini di Spagna, grandissimo conoscitore di tori e amico personale dei più famosi toreri. Adesso che ci penso, dovrei assolutamente sbobinarla dalla memoria.

Ma chissà se lo farò. Ci sono un’infinità di cose connesse con il sangue e la sabbia che meriterebbero di essere raccontate. Ma sono cose così sottili e imprecisabili che ho paura di non riuscire a spiegarle. Credo di saper raccontare l’atmosfera elettrica di un temporale in arrivo sulla plaza di Vitoria, la statua del Cid a Burgos, la pioggia di San Sebastian, le pulpeiras di La Coruña, l’atmosfera della “costa Fleming” durante gli ultimi anni della dittatura, quando le prostitute del barrio si concentravano in tre bar e lì a due passi c’era il Kentucky Fried Chicken, con le sue cosce di pollo avvolte nella panatura croccante e l’insalata di cavolo. I sedicenni ci andavano con la fidanzatina e bevevano cocacola con le cannucce. Ma che c’entra tutto questo con i tori? Non lo so, e se non lo so io come posso pretendere di spiegarlo a voi?

Eppure c’entra, accidenti, e se uno vi parla di tori ma non vi racconta queste cose mandatelo a quel paese, perchè non si capisce niente della Spagna se la si rifiuta o se ci si rifugia nelle solite immagini oleografiche. La Spagna è un paese civile come tutti gli altri (spesso anche più civile). Però è diverso. Insomma, è una faccenda complicata.

Per esempio, la Spagna che ho amato io non è più quella di oggi. In quegli anni Madrid era un posto con meno grattacieli e con una topografia individuata dai locali e dalla loro frequentazione: da Chicote andavano i miliardari e i loro parassiti, da Mayte i parvenus e gli sportivi, al Café Gijón gli scrittori e la gente di spettacolo, da Aguilucho le vecchie damazze. Da Botín, già allora, ci andavano solo i turisti americani. Con maggior competenza del sottoscritto ne ha parlato Paco Umbral in La noche que llegué al Café Gijon ed è già morto anche lui, porca miseria, e non per le corna di un toro (forse l’avrebbe preferito: gli intellettuali spagnoli non sono antitaurini).

E comunque sarebbe ora che qualcuno parlasse dei tempi di Paco Camino e di Santiago Martin El Viti, che fu l’ultimo a usare la spada d’acciaio per sostenere la muleta, invece di quella finta, più leggera, di legno verniciato. El Viti, l’uomo che mi fece ritrovare in piedi sulle gradinate della plaza de toros di Vitoria applaudendo a scena aperta senza rendermi conto del fatto che mi ero alzato in piedi, e come, e perché. L’anno dopo qualcuno mi disse che a Salamanca il complimento d’obbligo alle ragazze era: “Tienes mas salero que el Viti toreando” (Sei più elegante del Viti quando torea).

E la faccenda si complica perché a questo punto dovrei spiegare che salero non è soltanto l’eleganza del portamento: è una cosa che ha odore e sapore, anche se non si assume con la bocca ma con gli occhi. Dovrei essere capace di mettere sulla lingua a chi legge il sapore che nasce in bocca quando una donna si muove in modo da risvegliare l’istinto della riproduzione. Perché salero è il sale di qualunque pietanza, ma soprattutto di un corpo femminile. (Sempre che le donne non si imbizzarriscano a vedersi paragonare al cibo: ci sono circostanze in cui non chiedono di meglio e quasi ci implorano di sbranarle, lo sappiamo noi e lo sanno loro; ma guai a parlarne.)

Ecco qua: parlare di tori significa parlare della Spagna, e a questo proposito avrei milioni di cose da dire; ma no, non voglio ridurmi a ricamare sul tema delle neiges d’antan come faceva il sullodato Hemingway (l’ha fatto fino alla sazietà, e anche oltre). Vorrei trovare un tono particolare: leggero ma non troppo, ironico ma non troppo. Perché non posso dimenticare Antonio Bienvenida, Paquirri, El Yiyo (e chiedo scusa a tutti gli altri che ho dimenticato), morti in questi quarant’anni per il vizio di fare arte danzando fra le corna di un toro. Non posso girarci attorno: un libro sull’argomento deve dare qualche spiegazione. Perché gli uomini amano sfidare la morte? Perché gli spagnoli lo fanno in quel modo? Ci sono studi e inchieste sull’argomento, ma sono dannatamente inutili. Provate a intervistare un torero: se è colto vi sommergerà di (pessima) retorica, se non lo è si chiuderà in un silenzio da capo indiano. Augh.

Non è detto che il silenzio sia sempre espressivo, così come non è vero che la retorica sia sempre vuota. Ma sta di fatto che parlare con i toreri non serve a niente: è come chiedere alle donne che cos’è l’amore. E allora cosa potrei fare? Dovrei limitarmi a elencare le mille sfumature della passione per il rischio in versione iberica, dal rejoneo all’encierro, dai recortadores ai forcados (senza dimenticare le charlotadas e il bombero torero)? E fino a che punto avrebbe senso cercare parallelismi con i piloti di formula 1, i paracadutisti, gli scalatori, gli speleologi?

No, non so se riuscirò mai a scrivere un libro sui tori. Ma se ci provassi vorrei che fosse un libro sincero, che non si facesse scrupolo di dire le verità che fanno a pugni con i gusti correnti. Solo che un libro così nessuno vorrebbe leggerlo e, se un libro non si leggerà, perché scriverlo? Oggi si fa letteratura, cinema, televisione e informazione come se non si dovesse morire mai. La gente non vuole pensare alla morte. Tutti i generi di fiction parlano continuamente di serial killer, inflazionano gli omicidi, li rendono grotteschi e finiscono per esorcizzare la morte. E invece un libro sincero dovrebbe dire che è altrettanto naturale vivere e morire, e che non si vive per vivere ma per sentirsi vivi, e non è la stessa cosa.

Insomma, perché dovrei spendere due o tre anni, oggi che me ne restano sempre meno e diventano sempre più preziosi, per scrivere un libro che nessuno leggerà (e quei pochi che lo facessero, dopo aver sfogliato qualche pagina, chiuderebbero il volume indignati per l’argomento politicamente scorretto)? Potrei scriverlo per il gusto di scandalizzare. Potrei denunciare la schizofrenia di una società che vuole abolire la caccia senza smettere di mangiare selvaggina. Ma chi me lo fa fare? Io non sono un predicatore. E poi, i libri non si scrivono per moralismo o antimoralismo. Si scrivono quando escono dal cuore. Ecco: se lo scriverò sarà per quello.

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Manolete

Sarebbe stato un bell’uomo se non avesse avuto quella faccia impossibile. Aveva un fisico alto, secco, elegante. Ma aveva il naso più sproporzionato che si possa immaginare e le orecchie a sventola. Quando vedo una sua foto mi pare di sentire nella pelle le umiliazioni che quella faccia gli fece subire, fin da quando si rese conto che le ragazze non lo degnavano di uno sguardo, se non per ridere di lui. Posso immaginare la rabbia, il senso di impotenza e la scornata rassegnazione sotto gli scherni dei coetanei.

Reagì come molti, maturando la voglia di sfidare il mondo intero ma, a differenza di tutti gli altri, mise in pratica il suo proposito. Ci riuscì esibendo un coraggio fuori dal comune (anche in un ambiente di professionisti del coraggio, come i matadores) e la disponibilità ad accettare tutto, ma proprio tutto. Cominciò come torero semidilettante in una specie di circo, fra pagliacci e numeri comici di varia natura. Con quella scombinata compagnia fece una tournée in Francia, raggranellò qualche soldo e proseguì la gavetta nelle novilladas in Andalusia.

Era ancora agli inizi, ma fu la rivelazione di quegli anni. La sua fama corse col passaparola di pueblo in pueblo: Manolete faceva cose da pazzi, Manolete faceva passare i tori così vicino al corpo che le corna gli strappavano le gale del costume, Manolete veniva incornato un giorno sì e uno no, Manolete era quello che se i tori non caricavano, caricava lui. Nel giro di un paio di stagioni tutta la Spagna lo riconobbe come un fenomeno, di quelli che nascono una volta in un secolo.

Prese come manager il più titolato (e con meno scrupoli). Si chiamava Camarà. Fu Camarà a spiegargli che cosa voleva il pubblico. E lui, che nella sua ingenua voglia di rivincita pensava soltanto a essere il migliore, accettò tutto: lo stile statuario, i tori piccoli, la cocaina per i giorni in cui non si sentiva in vena di strafare. Conquistò la Spagna e il Messico. Diventò milionario. Si lasciò irretire da una compagnia di viveurs e da una donna di discussi precedenti. Ma non tradì mai il suo pubblico. Morì per mantenere l’impossibile impegno di “essere sempre il migliore”. Gli spettatori pagavano il triplo se in programma c’era lui, e quando scendeva nell’arena lo salutavano mostrando i biglietti e gridando in coro: “Hemos pagado la entrada!”.

Morì perché in un giorno di poca vena si impegnò nella suerte suprema esponendo il corpo più del dovuto alle corna di un toro Miura di nome Islero. In quel pomeriggio di fine agosto del 1947 Manolete sapeva di non avere entusiasmato il pubblico con la cappa e la muleta, e voleva soddisfarlo almeno con la spada. Voleva uscire dall’arena senza che la gente sventolasse i biglietti per chiedere i soldi indietro. Morì per ciò che gli spagnoli chiamano vergüenza torera.

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BUONA LETTURA: “Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio” di Riccardo Ferrazzi

La poesia e lo spirito

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.

Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

“BUONA LETTURA” 10. Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio (ed. Fusta). Breve discorso sul mito di Riccado Ferrazzi

noleggio-arche-caravelle-e-scialuppe-di-salvataggioRiccardo Ferrazzi ha realizzato un’appassionante “caccia al tesoro” attraverso i luoghi e i tempi in cui il mito ha esercitato la sua suggestione, ha spedito i suoi personaggi nel mondo, si è imposto con il suo potere.

Di questo trascinante avvenimento rinnovatore che contiene la prima manifestazione e le prime storie della nostra civiltà, proprio le domande a cui desidera rispondere…

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Referendum shakespeariano

Già nel lontano 1969 alla Bocconi un assistente del prof. De Maria (credo di ricordare che fosse l’indimenticabile Davide Cantarelli) confidò al colto e all’inclita che “i Soloni dell’Economist vivono di rendita su un nome che ha avuto anni di gloria e ne conserva soltanto la prosopopea”.

La recente sparata dei sullodati Soloni a proposito dell’Italia che farebbe bene a votare No al referendum fa il paio con la altrettanto spiacevole sparata di vent’anni fa, secondo la quale Berlusconi sarebbe stato “unfit” per guidare la repubblica. Chissà come mai i Soloni non hanno speso simili concetti per Trump (che pure, in carriera, vanta due o tre “Chapter eleven” e cioè l’equivalente del concordato preventivo, per non dire del fallimento).

Però, anche quando straparla, l’Economist su qualcosa ci azzecca. Se vincerà il No, come sembra probabile, Renzi se ne andrà e arriverà un governo tecnico agli ordini di Junker e Schaeuble. L’Economist dava già la formazione: Padoan primo ministro, Bini Smaghi all’economia, Monti agli esteri, e via di questo passo.

Risultato? Un anno di tasse e disastri assortiti, dopodiché si voterà con una nuova legge che, comunque sia fatta, non riuscirà a impedire la vittoria dei 5 stelle. Grillo presidente del consiglio (lui sì che è “fit to lead”). Eppure sarà un anno durante il quale tutti canteranno vittoria, da d’Alema a Salvini. Ma soprattutto Berlusconi.

Un lampo di chiaroveggenza me l’ha mostrato nel chiuso della stanza da letto (da solo, una volta tanto) mentre al buio ripensa alla sua machiavellica presa di posizione a favore del No, e shakespearianamente conclude: “Mischief, thou art afoot. Take now the road that thou wilt!” (Ecco: il papocchio l’ho messo in piedi. E mo vada pure dove vuole!).

Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre gli apparirà uno spettro che dirà: “Ci vediamo a Filippi”.

Il 5 mattina la Borsa perderà il 7%. L’aumento di capitale del Monte dei Paschi andrà deserto e quattro o cinque banche chiuderanno gli sportelli. Nei mesi successivi Unicredit sarà assorbita da Deutsche Bank che la farà a pezzetti che poi venderà a uno a uno per coprire i buchi tedeschi. Generali sarà comprata da Societé Générale e rivenduta in parte ad Axa, in parte ad Allianz. Lo spread zomperà a 400, un sacco di aziende si vedranno chiudere i fidi e non saranno in grado di rientrare. Licenziamenti e cassa integrazione a gogò.

Chi si ritroverà nella bagna fino al collo saremo noi, tutti quanti. Rischieremo di vederci portar via i risparmi nei vari bail-in. E nonostante ciò chi avrà votato No continuerà a credere di aver fatto bene, anzi benissimo. Anzi: di aver salvato la Patria.

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Donde estás, Salamanca?

Yo no sé si es que llego a soñarte, Salamanca. No recuerdo mis sueños, nunca. No tengo esta suerte. Pero sí me quedo de vez en cuando sentado en un sillón, con la mirada perdida en la nada, y en el espejo de mis ojos pasan las imagenes de San Lorenzo del Escorial y de la subida al Alto de los Leones (Dios sabe porque se llama asì). Pasada la sierra, antes de llegar a Sanchidrián, salgo de la autovia y me voy para Avila: quiero echarle un vistazo a las murallas. Pero allí no me paro. Sigo corriendo hacia El Abajo y lo cruzo hasta encontrar un viejo amigo, el Tormes, al puente de Encinas. Eso es lo que más me encanta: viajar en la meseta, en ese panorama infinito como un oceano de olas inmoviles, donde el horizonte es tan lejano que ni siquiera parece una frontera, no dibuja una linea definida, y solo permite descubrir un punto, una cosa algo embarullada, que a cada kilometro se hace mas evidente, y cuando ya estoy en Peñaranda me doy cuenta: es la Catedral, la acropolis de Salamanca, la meta.

Cuanto has cambiado, vieja amiga mia! El caudal del Tormes ha bajado, hay un puente mas, y en la otra orilla del rio ha crecido un barrio nuevo, enorme, que nada tiene que ver con la ciudad. El mismo puente romano me parece diferente. Cuando lo vi por primera vez en mi vida lo utilizaban coches y camiones, hoy casi no está permitido el paso a los ciclistas y, no sé porqué, su perfil me extraña. No lo recordaba así.

Pero sigues siendo tu, Salamanca. La movida se ha trasladado a otras calles, el Candil ya no es el restaurante principe y los bares de la calleja están cerrados, pero a mediodia el perfume de las tapas vuelve a despertar en la boca los sabores de antaño: jamon serrano, pincho moruno, cerveza de barril, tostón todavia asando en el horno. Aparecen y se disuelven las caras de un montón de amigos perdidos, que estuvieron allí estudiando y hoyendia son abogados o cirujanos en los diezmil pueblos de España. O han muerto. O esperan, como yo espero, que? Que mas? No sé. El porvenir tengo miedo a pensarlo. Mas vale volver a los recuerdos. Quizás no fuimos felices, no, pero teniamos la esperanza.

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Ha vinto Donald o ha perso Hillary?

Machiavelli si domandava se per il principe è meglio essere amato o temuto. E rispondeva che tutti vorrebbero essere amati ma, siccome il popolo è volubile, è meglio essere temuto. Soltanto, deve fare in modo di non essere odiato.

Alla luce delle ultime elezioni americane si potrebbe aggiungere un corollario: non è necessario essere casti e puri, si può benissimo essere dei perfetti figli di buona donna. In fondo, tutti quanti sappiamo che la politica non è un trastullo di educande e per il nostro bene ci auguriamo che chi arriva a ricoprire posizioni di responsabilità sappia come muoversi in un mondo di pescicani, altrimenti la sua insipienza finiremmo per pagarla noi. Ma non vogliamo che i candidati si presentino con un cartello appiccicato sulla fronte, con scritto: “Sono falso come Giuda”.

Donald Trump è stato sboccato, eccessivo, machista, isolazionista, eccetera eccetera. Ma ha fatto capire: “Io sono così”. Poteva piacere o non piacere, ma era credibile.

Hillary Clinton non è credibile neanche se dice che due più due fa quattro, e non lo è da tanti anni. Quando ha “perdonato” a Bill lo scandalo Lewinsky tutto il mondo ha capito perché lo aveva fatto: per interesse di bottega, per salvare la Clinton&Rodham Inc. E gli americani non lo hanno dimenticato.

Non ha vinto Donald. Ha perso Hillary, perché è antipatica. Donald le ha dato il colpo di grazia quasi senza volere, quando è sbottato: “What a nasty woman!”. Senza saperlo, ha interpretato l’opinione di milioni di americani.

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Una provocazione

La poesia e lo spirito

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di Riccardo Ferrazzi

Anche se alla scienza non si dovrebbe credere “per fede”, è così che va il mondo. Il tabaccaio e il salumiere, ma anche l’avvocato e l’architetto, non sanno perché la velocità della luce è un limite insuperabile. Sanno che lo dice la scienza, e tanto basta.

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