RACCONTI

                                     Fragilità (il tuo nome è donna?) 

 

                                                      1

 

    “Sono momentaneamente assente. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico. Biiip.”

    Sono due giorni che chiamo Anna e non ascolto altro che la segreteria telefonica. Si può sapere perché non risponde?

    L’altro ieri ho avuto voglia di lei, all’improvviso, dopo una settimana in cui – chissà perché – non l’ho pensata neanche per un attimo. Una settimana di quelle in cui non succede niente: passano e non te le ricordi. Un pezzo di vita sprecato.  

    Anche l’altro ieri è stato un giorno così, scivolato nel nulla. Sono andato a scuola? No: era domenica. Avrò dormito fino a tardi. E il pomeriggio? Boh, avrò corretto dei compiti in classe, avrò preparato una lezione. So che la sera mi è arrivata alle spalle di soppiatto, senza farsene accorgere, e io ero lì, nella stanza che diventava sempre più buia, e non mi decidevo ad accendere la luce. Non avevo programmi, impegni o desideri. Mi facevo proposte e le scartavo. Ce l’avevo con me stesso e non capivo perché.

    Ho cenato con uno yogurt, sono uscito e sono andato in centro. Volevo stare in mezzo alla gente ma senza parlare con nessuno. Cercavo un ambiente ampio, per respirare, ma al chiuso, per sentirmi protetto. Insomma, ero in uno di quegli stati d’animo nei quali non va bene niente, ma proprio niente, e se mi capitasse sotto le mani la persona sbagliata potrei fare un macello.

    In realtà la persona sbagliata sono io. In quaranta e rotti anni ho imparato a conoscermi e ormai so a memoria anche i rimedi per le mie paturnie. Quello dell’altra sera, poi, era ovvio. Con tutti i cinema che ci sono fra il Duomo e San Babila, ce ne doveva pure essere uno con un film di scarso successo.  

    Ho sopportato a denti stretti la solita passeggiata fra le vetrine sberluccicanti, il solito odore di porcherie tostate, i soliti venditori di cianfrusaglie, la solita folla di automi che camminano soprappensiero, sbandano, si fermano, ripartono all’improvviso. Sono entrato in una sala mezza vuota, al buio; mi sono steso sulla poltrona e ho cominciato a pensare ai cazzi miei. Che poi non sapevo neanche quali fossero, ma proprio per quello mi serviva un posto dove stare in pace e fare il vuoto in testa; in attesa che dal vuoto uscisse qualcosa.

    E così è successo che, saranno state più o meno le dieci, ho sentito un bisogno urgente di fare l’amore. Ma non soltanto sesso: proprio amore. Una cosa che mettesse insieme un po’ di sintonia, complicità, tenerezza… Avevo nostalgia del tepore che ti invade tutto quando trovi la posizione giusta, e intuisci che è quella giusta anche per lei, e vorresti che la cosa andasse avanti all’infinito perché è proprio mentre dài regolarità allo stantuffo che ti rendi conto di com’è difficile raggiungere la comunione dello spirito e di com’è facile perderla.

    Intanto il film mi era scivolato sugli occhi e, invece di entrare nel cervello per la solita strada, si era infilato su per una mulattiera di quelle contorte, che ti fanno girare nel bosco per ore e ore, e quando rientri in paese ci arrivi da una prospettiva così strana che i punti di riferimento sono belli e perduti, e anche se te li trovi sotto il naso fai fatica a riconoscerli.

    Insomma, sul momento non mi sono reso conto del cambio di umore che mi era entrato dentro. Quando il film è finito, saranno state le dieci e un quarto, dieci e venti, ho cominciato ad avviarmi… e mi sono bloccato in mezzo alla Galleria del Corso. C’era una consapevolezza nuova che mi pesava addosso e mi faceva piegare i ginocchi. Era Anna. Era lei che mi riempiva la mente, era il tepore della sua pelle che mi faceva sciogliere come una candela.

    Non avevo mai pensato a lei in questo modo. Il film me l’aveva fatta affiorare dentro con una violenza sconosciuta. Incredibile: gli attori recitavano da cani, la trama non mi diceva niente, eppure qualcosa era successo e adesso pensavo soltanto a Anna.

    Di solito mi facevo vivo con lei in tarda mattinata o nel primo pomeriggio. Almeno due o tre volte la settimana. Lei chiamava molto più raramente. Anzi, quasi mai. Una volta le ho chiesto perché. Mi ha risposto che non aveva bisogno di chiamarmi: pensava a me e trac! nel giro di mezz’ora suonava il telefono.

    Anna non ha facoltà paranormali. Il suo era soltanto un modo per dirmi che non le piaceva essere lei a chiedere. Io avevo sorriso. Però poi mi ero detto che, tutto sommato, poteva anche essere.

    Fesserie. La verità è che era bello aver voglia di Anna, fare il numero e chiedere: “Ci sei? Ci vediamo?”. C’era sempre. Ci vedevamo sempre. Era così facile. Perché non doveva essere altrettanto facile alle undici di sera? Il telefono ha fatto tu tu tu, poi è partito il messaggio della segreteria, e in quel momento per la prima volta mi sono reso conto di quanto poco sapevo di lei.

    Poteva essere sposata. Poteva trovarsi in una situazione per cui telefonando a quest’ora l’avrei messa in imbarazzo, l’avrei costretta a dare spiegazioni. Ho avuto qualcosa di simile a un presentimento: ero un irresponsabile.

    Ma, che cavolo, se ero irresponsabile io, non lo era anche lei? Non ho mai capito perché, appena sorge una difficoltà, ho la tendenza a prendermi tutte le colpe. Lo so che è un’idiozia, eppure ci casco sempre. Insomma: sono rimasto lì come un cretino davanti a una vetrina delle Messaggerie a domandarmi dove avevo sbagliato.

    Ho riprovato. Ho ascoltato due volte la segreteria prima di arrendermi all’idea che lei era da una parte e il suo telefono da un’altra. Mi ci è voluta mezz’ora per capire che se era uscita senza cellulare non voleva essere disturbata. Insomma, non era rintracciabile. Chissà dov’era.

    Sono tornato a casa convinto di non riuscire a prendere sonno. Invece sono crollato sul letto e sono rimasto lì come un animale in letargo. Ma ho dormito male. Mi sono svegliato con la sensazione di quando sta per arrivarti addosso un’influenza: capisci che qualcosa non va, ma non ci vuoi credere e ti aggrappi all’idea che non è niente. Ti dici: “Bevi un caffè e non pensarci più. Vedrai che passa”. E invece non passa. Anzi.

    Ho resistito per tutta la mattina. Poi, nel pomeriggio, le ho telefonato sette volte. E per sette volte ho ascoltato la sua voce registrata che ripeteva quelle due maledette frasi.

    Non ho lasciato messaggi. Non si sa mai.

    Stamattina ho chiamato quattro volte, fra le otto e le nove, sempre senza risultato. Poi ho dovuto smettere perché al martedì le lezioni cominciano alle nove e vanno avanti fino all’una.

    E adesso sono qui, in cattedra. Ogni tanto mi sdoppio: mi vedo, mi ascolto e mi compiaccio con me stesso. Sono in gamba, no? Leggo, spiego, interrogo, e intanto penso a lei. Solo una volta o due (be’, forse qualcuna di più) ho un attimo di spaesamento, sbatto le palpebre, mi interrompo e devo guardarmi attorno per convincermi che sono in classe e non in casa di Anna o sul marciapiede davanti alle sue finestre.

    Forse lei è rientrata proprio in questo momento ma fra un’ora tornerà a uscire. Di nuovo si scorderà di mettere in borsa il cellulare e quando la chiamerò sarà troppo tardi, lei non potrà rispondere. La sua voce registrata ripeterà: “Sono momentaneamente assente. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.”

    Ma non sono nervoso. Perché dovrei essere nervoso? L’ho sempre saputo che Anna ha una vita privata: impegni, commissioni, fastidi, grane. Come tutti. E perché non potrebbe essere andata tre giorni a Firenze o dieci giorni alle Maldive?

    Ma perché no, accidenti! Non può andarsene via di punto in bianco e piantarmi in questo modo!

                                                       ***

    In quarta B la situazione rischia di scapparmi di mano. Oggi sarebbe giorno di interrogazione, e loro lo sanno. La Tosi e la Brambilla si sono messe in minigonna e tacchi alti, e hanno il muso dipinto con i colori di guerra. I maschi oscillano fra paura e rabbia, con spruzzate di gelosia. Sbirciano le cosce accavallate e l’aria stranamente altera delle due troiette, e le sentono sfuggire avanti, verso un tipo di potere di fronte al quale si scoprono impreparati, chiusi in un ghetto di acne giovanile, unghie rosicchiate e masturbazione galoppante.

    Io combatto contro la tentazione di uscire in corridoio e telefonare ancora. Ma non è proprio il caso: novanta su cento, riascolterei la tiritera della segreteria e il mio stato d’animo precipiterebbe sottozero. Già. Non sono nelle condizioni di spirito adatte per interrogare. Dovrei essere vispo come un domatore davanti a ventisei tigri del Bengala e invece ho la testa da un’altra parte. Niente da fare. Interrogherò un’altra volta. Così gli resta la spada di Damocle sulla testa ancora per qualche giorno. Magari studiano. Hai visto mai?

    Okay. Chiudo il registro, fisso la carta geografica appesa al muro di fronte a me e attacco con uno sberleffo al chiarissimo professor Harold Bloom.

    “Un famoso critico sostiene che Shakespeare ha inventato l’essere umano. Questa definizione, che è tornata utile più al critico che al drammaturgo, contiene una verità e una menzogna. Come vedremo, da un lato non è affatto certo che le opere attribuite a Shakespeare siano farina del suo sacco; dall’altro è indiscutibile che nei suoi personaggi è contenuto l’uomo, tutto intero, come nessun altro autore è mai riuscito a rappresentarlo.”

    Quando ho cominciato a parlare la classe ha avuto uno sbandamento, un combattuto sollievo e un rilascio di tensione. “Ma, cazzo, oggi non doveva interrogare? L’Alzheimer avanza a grandi passi! Prof di merda! E allora l’interrogazione salta? Tocca ristudiare tutto daccapo. Evabbe’, chi se ne frega, domani è un altro giorno.”

    Vado avanti imperterrito. Non so più quante volte ho recitato questa filastrocca. Fino a qualche anno fa cercavo di variare, di inventarmi ogni volta qualcosa per interessarli. Ma ormai ho smesso. Ogni classe è diversa, è vero; ma è vero anche che sono tutte uguali. C’è la coppia di fidanzatini che hanno imparato a memoria i cinguettii di Romeo e Giulietta, c’è il ragazzo ciccione che ha visto in tv la Bisbetica domata, ci sono i teppistelli che vogliono sangue e omicidi, ci sono le romantiche bruttine che hanno letto a pezzi il Sogno di una notte di mezza estate e non ci hanno capito un tubo ma sono rimaste incantate lo stesso.  

    Ormai ho innestato il pilota automatico: snocciolo il primo capitolo di un saggio che sto scrivendo da troppi anni e che nessuno mai pubblicherà. Intanto mi scervello a immaginare dove può essere Anna. Parlo di marinismo alle porte, di fatti di cronaca cinquecenteschi, di tutte le altre menate da libro di scuola, date e compagnia bella, ma sullo schermo che ho calato davanti agli occhi vedo Anna rannicchiata nel letto, Anna che slaccia il reggiseno, Anna che si insapona sotto la doccia. Sbatto le palpebre. Tossicchio.

    Accenno alle teorie secondo le quali Shakespeare non sarebbe mai esistito e le tragedie sarebbero nate sulle tavole del teatro, così, per germinazione spontanea. Presento l’ipotesi secondo cui William Shakespeare sarebbe stato in realtà un certo Guglielmo Crollalanza, profugo dal regno di Napoli. Con un paio di esempi dimostro che uno straniero non avrebbe mai potuto raggiungere la padronanza di linguaggio necessaria per comporre le tirate fantastiche e i doppi sensi raffinati o sguaiati di cui sono piene le sue tragedie.

    Poi butto lì la bomba: secondo me Crollalanza è esistito davvero. Era sì un profugo con pochi bagagli e un cervello pieno di trame e intrecci, ma conosceva solo quattro parole di inglese, non sapeva recitare e non aveva la battuta pronta. Un capocomico di Londra traduceva in inglese i suoi lavori (traducendo anche il nome dell’autore, secondo l’uso di quei tempi), li metteva in scena con la sua compagnia, li arricchiva di battute improvvisate, li rimaneggiava secondo le convenienze. Crollalanza, che non saliva sul palcoscenico, era rimasto sconosciuto. A poco a poco Shakespeare era diventato il soprannome del capocomico che allestiva gli spettacoli, recitava e si faceva applaudire. Finché, raggiunta la fama e morto (o fatto fuori) il povero Crollalanza, il furbacchione si era autoconsacrato William Shakespeare a tutti gli effetti.

    A questo punto il ragazzo tarchiato nell’ultimo banco della fila di destra scatta in piedi sventolando la mano alzata e facendo crollare una pila di libri sul banco del vicino.

    “Be’?” domando.

    “Be’, prof” mi fa il verso lo stronzetto, “i miei nonni materni sono di Barletta e si chiamano Crollalanza. Ma non mi hanno mai parlato di un Crollalanza in Inghilterra. E poi, scusi” agita su e giù la mano destra con le dita chiuse a pigna: “un barlettano che si fa fregare da un inglese? Ma quando mai!”

    Sghignazzata generale.

    E tu vaglielo a spiegare che è proprio per questo, perché il suo improbabile antenato si vergognava di essersi fatto fregare, che non se ne è mai saputo nulla.                                                

                                                             ***

    “La quarta B rideva a crepapelle. Hai raccontato la vita di Shakespeare riveduta e corretta?”

    La Poletti insegna storia dell’arte, si chiama Amelia e i ragazzi (ma anche i colleghi) l’hanno soprannominata “la fattucchiera che ammalia”. Deve avere più o meno la mia età, ma è sempre vestita e truccata come la Tosi e la Brambilla nei giorni di interrogazione. Stando ai suoi agiografi, la Poletti avrebbe fornicato con tutti i presidi con cui ha avuto a che fare, comprese le donne e gli omosessuali. Se fosse vera anche solo la metà di quel che si dice, le sue arti seduttive dovrebbero essere sconfinate.

    Entriamo nel bar-tavola calda. Ci avventuriamo per una perfida scala a chiocciola sulla quale sono già scivolato un paio di volte e un giorno o l’altro mi romperò una gamba. Scendiamo in una specie di cantina senza vie di fuga, rivestita fino al soffitto con un legno chiaro che si scolla dalle pareti e che sembra fatto apposta per prendere fuoco. 

    Lunardon, la Marras e la De Luca (latino, matematica e scienze) sono già lì e si stringono per farci posto al tavolo. Parliamo di carriere e graduatorie. Mangiamo maccheroni ai tre formaggi (il quarto se lo sono dimenticato; o forse il cuoco ha pensato che non valeva la pena di fare il munifico con una clientela di impiegati di banca e professori di liceo).

    Io sto sulle spine. Finita la lezione ho dovuto andare dal preside per fare approvare i libri di testo dell’anno prossimo. Poi, mentre consegnavo la lista in segreteria, mi ha beccato la Poletti e non mi ha mollato più. Non sono ancora riuscito a trovare un attimo di tranquillità per telefonare. Magari Anna è rientrata. Magari è tornata a uscire, ma ha portato con sé il telefonino. Metti che risponda: non mi va di parlarle sotto gli occhi e le orecchie di colleghi assetati di pettegolezzi. E poi qui sotto non c’è campo. 

    Me ne vado senza aspettare il caffè. Gli altri non mi fanno caso: stanno litigando per una questione di anzianità figurative. Acchiappo al volo un tram, sulla piattaforma tiro fuori il cellulare e faccio il numero.

    “Sono momentaneamente assente. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico”.

    Resto lì a guardare il display dondolando come il capitano Achab sulla tolda del Pequod. Ma non c’è niente da fare: o sono scarognato o Anna è partita. Per chissà dove, per chissà quanto tempo.

                                                             ***

    Ripensandoci, mi era già successo una volta di telefonare a Anna e trovare la segreteria telefonica. Però il messaggio era diverso. Il senso era lo stesso, ma il tono era più confidenziale. Era stato come sentirsi sussurrare all’orecchio: non sai quanto mi dispiace di non essere qui per ascoltare la tua voce. Di’ qualcosa, anche solo un salutino. Non voglio perdermi le tue inflessioni, i tuoi toni, le tue pause. Giuro che ti richiamo subito e mi faccio perdonare.

    Invece adesso c’è una comunicazione in stile manageriale: non posso darti retta, non ho tempo da perdere. Hai qualcosa di veramente importante da dirmi? Dilla qui dentro.

    D’accordo, il messaggio è rivolto a chiunque. Ma come mai Anna l’ha cambiato? Perché è diventata così fredda? Improvvisamente mi rendo conto che le sto telefonando da tre giorni, ma niente vieta che lei sia assente da una decina. Ci siamo visti venerdì dell’altra settimana. Undici giorni esatti. Potrebbe avermi salutato sulla porta, essere tornata nella casa dove vive, e poi, con le valigie in mano, essere partita in auto, in treno, in aereo.

    Perché Anna non abita in quelle due stanze al secondo piano, basta un’occhiata per capirlo. Sembra la camera d’affitto di uno studente universitario. Non c’è neanche la cucina. Il frigo è di quelli piccoli e dentro ci sono solo bibite. Perfino l’indirizzo è allusivo: via Salgari. Un appartamento in via dell’Avventura.

                                                             ***  

    Sto pensando di scrivere una email a James, l’unica vecchia conoscenza di Oxford con cui sono rimasto in (saltuaria) corrispondenza. Non ricordo più quanti anni sono che ci conosciamo. Tanti, ormai.

    I miei primi viaggi in Inghilterra risalgono a quando ero ragazzino. Il periodo d’oro dei Beatles era già finito e la dolce vita londinese aveva traslocato a New York. Io arrivavo tardi, e non volevo crederci. Sono andato in pellegrinaggio a Liverpool fischiettando Penny Lane e Strawberry Field. A Londra ho ripercorso i luoghi di Blow up, ho scoperto le cucine esotiche nei ristoranti di Soho e, naturalmente, non mi sono fatto mancare qualche visita al Raymond Revue Bar. Insomma: le solite fesserie da turista.

    Qualche anno dopo, a Oxford, James mi ha fatto scoprire Shakespeare e la valanga di miti, leggende e bugie che circolano sul suo conto. Non ricordo più se a quei tempi stavo per laurearmi o ero già assistente. Comunque fosse, James era il meno stronzo fra quella banda di bevitori di the e giocatori di cricket. Ci credevamo anticonformisti, anche se poi tutto si riduceva a birra e ragazze. Le solite cose. Ma ci sembrava di averle scoperte noi.

    Adesso siamo persone serie. Soprattutto lui. E si aspetta che io gli rompa le scatole solo per cose serie. Ma ho pensato che uno studente disposto a svolgere una ricerca sotto la mia direzione potrebbe far saltare fuori qualche prova, o almeno qualche indizio, del fantomatico Crollalanza. Solo che non so a chi rivolgermi, quanto potrebbe costare, eccetera eccetera.   

    Probabilmente non ne ha idea neanche James e, di sicuro, non ha intenzione di lasciarsi invischiare nella faccenda. Me l’ha già detto un paio di volte che la mia teoria su Shakespeare non lo convince neanche un po’.

    Però Crollalanza deve pure risultare da qualche parte. Uno straniero senza risorse doveva lavorare, entrare al servizio di un lord o almeno di un benestante. Se non altro deve essere morto, deve essere sepolto in un cimitero, e queste sono cose che risultano negli archivi. A meno che, in quanto uomo di teatro, fosse considerato indegno di essere sepolto in terra consacrata. Ma anche in questo caso deve pur essere rimasta qualche traccia.

    Vabbe’, meglio non mettere la cosa in mano a uno studente che neanche conosco. Dovrei andarci io, in Inghilterra. E prima ancora dovrei frugare archivi e biblioteche a Napoli o a Bari. Invece non mi decido mai. È sempre così: le cose importanti sono quelle che si rimandano.

    O è a rovescio? Le cose diventano importanti a furia di rimandarle: ingrossano tanto che non c’è più rimedio. Prima, non si distinguono dalle altre e uno non può mica star dietro a tutto.

                                                             ***

    Si dice che gli “anta” siano l’età in cui si comincia a fare bilanci. Io agli “anta” ci sono arrivato, ma non me li sento per niente e resto convinto che il bello deve ancora arrivare. Quanto al bilancio, è presto fatto. La mia carriera universitaria è stata stoppata da leggi idiote e da un cattedratico imbecille. Scalogna. Ma che ci vuoi fare? È toccata a tanti ed è toccata anche a me.

    La mia ex moglie dice che vivo nel mondo della luna. Ma ha un bel coraggio, dal suo pulpito, a far la predica a me. È lei che non sa accontentarsi. Io vivo bene, tanto quanto. Insegno nei licei. Continuo le mie ricerche. Il bilancio è tutto qui.

    Be’, non proprio tutto: c’è Anna. Con lei il bilancio è più difficile. Fino a che punto è importante? Certo, posso fare a meno di lei, come di tutte le donne che ho conosciuto. Io sono uno che sa lasciare senza drammi. Ma la sua sparizione mi ha colto di sorpresa.

    Ci pensavo anche ieri, mentre tornavo dalla Bocconi. Qualcuno mi aveva accennato alla possibilità di una docenza a contratto. Ma era un buco nell’acqua, figuriamoci, lo sapevo già. Insomma, camminavo verso il centro e avevo una strana sensazione, come quando ci si sente osservati. Mi guardavo in giro. Gli alberi erano fioriti, il sole era basso e la luce filtrava fra i tetti come una cipria rosa, e tra le esalazioni dei tubi di scappamento sentivo il profumo dei fiori, e una volta tanto il cielo non aveva il colore lattiginoso dei giorni di afa: era di un azzurro che tirava verso il viola. E mi sono detto: se la natura in mezzo a Milano riesce a essere così sorprendente, perché io non ho il coraggio di guardarmi dentro?

    Ce n’è voluta per trovare una risposta sincera. Ma alla fine è venuta fuori. Non lascerei Anna neanche se la pescassi a letto con un altro. Neanche se venissi a sapere che è sposata con tre figli e suo marito è un Procuratore della Repubblica. E lei lo sa che non sarei capace di lasciarla. Lo sa senza bisogno di far domande, senza pretendere impegni o promesse. Lo sa perfettamente.

    Ma allora perché è sparita così, da un giorno all’altro, senza neanche dirmi sul muso: “Non voglio più vederti”, senza un biglietto, un messaggio, una pernacchia?   

    E se fosse morta?

 

                                                                2

 

    Sono passate tre settimane dalla sera del cinema, un mese dall’ultima volta che l’ho vista. Anna è svanita come un fantasma. Al telefono risponde sempre lo stesso messaggio registrato. Nessuno si fa vivo quando suono al citofono del suo appartamento. Io continuo ad avere la sensazione di essere spiato. Un paio di volte, mentre suonavo il campanello di Anna, mi è sembrato di vedere un’ombra girare l’angolo. E ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di familiare, che fosse l’ombra di qualcuno che dovrei conoscere.

    Mah. Intanto passano le giornate. Domani c’è lo scritto di italiano. Una volta sbrigata la pratica degli orali e delle valutazioni, andranno in archivio anche gli esami di maturità. Cominceranno le vacanze e non avrò neanche pensato a cosa fare.

    Da quando Anna è sparita non ho combinato niente. Il saggio su Shakespeare-Crollalanza è sempre allo stesso punto e la Poletti non mi risparmia i suoi sarcasmi. Secondo lei, ai tempi di Totò e Peppino avrei potuto fare lo sceneggiatore di film di serie B. Ieri a pranzo mi ha dato del “Salgari della mutua”. Era una allusione a via Salgari? Che ne sapeva lei? Ho tenuto la bocca chiusa, ma mi è costato fatica e sono rimasto con il disappunto di una vendetta mancata. Puerilità.

    Il bello è che la Poletti fa la femminista. Vuole la parità. Ma prova a mandarla affanculo, come faresti con un amico, e poi vedi se non si mette a strillare che lei è una signora e bisogna rispettarla. C’è da dire che, in questo periodo, anche gli altri colleghi non sono meno insulsi. È per via degli esami. L’intera popolazione scolastica sembra una massa di zombi. Anch’io non devo avere un’aria molto pimpante. Gli studenti hanno facce da extraterrestri, rincoglioniti dalle canne o scoppiati di anfetamine. Altre puerilità.

                                                        ***  

    Un giorno sì e uno no vado a guardare le finestre di Anna, le tapparelle abbassate e la polvere che ci si incrosta. Non sono più state alzate da quel dì. Una volta ho provato a suonare i campanelli. In tre o quattro mi hanno mandato al diavolo. Non sapevano neanche chi fosse Anna. Solo una voce di donna ha risposto: “Mah, non so, è un po’ di tempo che non la vedo”. Poi ho dovuto andarmene: un tizio si è affacciato sul balcone del primo piano e mi ha squadrato come si fa con i pazzi o i malintenzionati. Era lui che mi spiava anche gli altri giorni?   

    Al telefono di Anna risponde sempre la segreteria. Possibile che la batteria continui a funzionare? Anna ha lasciato il cellulare sotto carica? E la società dei telefoni incassa regolarmente le bollette? Ho provato a chiedere. Mi ha risposto un ragazzo che si è fatto ripetere due volte la domanda, poi con voce assonnata ha buttato lì: “È un’informazione che non posso darle, c’è la privacy, sa?”.

    Ho provato con l’azienda elettrica. Idem con patate: una voce sbrigativa non mi ha neanche lasciato finire la domanda e mi ha liquidato con la stessa scusa.

    Anche in Comune è andata buca. È scaduto il termine per pagare l’Ici e ho finto di essere un commercialista: in ufficio c’era stato un disguido, la ricevuta del versamento non si trovava e io non ero più in grado di ricostruire se e quando il pagamento era stato effettuato. Mi hanno guardato storto, mi hanno mandato da Erode a Pilato, e alla fine un tizio che aveva l’aria di saperne meno di me ha tagliato la testa al toro: i contribuenti morosi vengono iscritti a ruolo. Se arriva la cartella vuol dire che non hai pagato. Punto e basta.

    A corto di risorse e senza un’idea chiara di dove sarei andato a parare, ho scritto una lettera a Anna. Posta celere, consegna in giornata. Ma non c’è stata risposta, il telefono è rimasto muto.

    Ho aspettato due giorni, poi sono andato in via Salgari. Con le Poste Italiane non si sa mai: chissà che fine aveva fatto la mia lettera. Era pomeriggio, faceva caldo e avevo sempre la sensazione di essere spiato. Forse perché anch’io ero là per spiare. 

    La casella della posta di Anna è la seconda della fila in basso, a sinistra nell’ingresso. Lo so perché i nostri incontri avevano una specie di cerimoniale. Anna se ne andava mentre io ero sotto la doccia. Diceva che non bisogna sciupare una cosa bella con l’imbarazzo di un addio. Mi lasciava le chiavi sul letto e io, uscendo, le mettevo nella casella della posta.

    Mi è bastato scrutare attraverso i vetri del portoncino. La posta era stata distribuita e gli inquilini l’avevano ritirata. Le caselle erano tutte vuote tranne quella di Anna. Lì, bianca come un uovo nel paniere, c’era la mia busta.

    È incredibile come una stupidaggine possa dare la sensazione del successo: mi è sembrato di aver fatto un passo avanti, di essere a un pelo dalla soluzione del mistero. C’è voluta una mezz’ora per rendermi conto che ero sempre al punto di prima.

                                                           *** 

    Ieri si è fatta viva Sandra, la mia ex moglie. Abbiamo divorziato tredici anni fa, ma siamo rimasti in contatto. O meglio, è lei che ogni tanto ricompare. Viene a confidarsi con me quando una delle sue storie finisce male. Cioè tutte le volte, sistematicamente.

    Funziona così: lei individua il soggetto, lo corteggia, lo attira in quello che si ostina a credere un impegno irrevocabile (perchè sancito dalla suprema concessione della sua intimità). Poi gli presenta il conto. Generalmente c’è di mezzo un concorso universitario. Lei vuole partecipare e pretende che lui si adoperi per farla vincere.

    Intendiamoci, Sandra non è scema e in fondo sa di non avere la minima speranza: questi concorsi sono già decisi prima di essere indetti. Solo che è fatta così. È convinta che se uno è stato a letto con lei ha il dovere di vendere l’anima al demonio pur di farle cosa gradita. Ma il risultato è sempre quello. Lui cerca di dissuaderla, lei non sente ragioni. E quando lui capisce che non c’è niente da fare, il tempo che impiega a mandarla a quel paese dipende solo dal suo carattere. A tutt’oggi, per quel che ne so, il record di velocità è ventiquattr’ore, quello di resistenza circa due settimane.  

    Sandra è assistente di letteratura slava. Campa piuttosto bene perché all’assegno dell’università e a qualche traduzione aggiunge due genitori che la riempiono di regali e le mettono a disposizione appartamento a Milano e villa a Forte dei Marmi con tutto pagato: luce, acqua, telefono, tv e colf. Quando ci siamo conosciuti io avevo discrete prospettive di carriera: se un cattedratico stronzo non avesse negato i fondi alla ricerca su Crollalanza chissà dove sarei arrivato. Sono stato la prima cavia della tattica di Sandra, che mi credeva predestinato alle glorie accademiche. Sbagliava, e continua a sbagliare: i tizi che circuisce non hanno progetti precisi, oppure ne hanno per se stessi, mica per lei.

    Ieri pomeriggio Sandra, seduta di fronte a me a un tavolino della pasticceria sotto casa, mi ha puntato addosso due occhi assenti che attraversavano la mia modesta persona per spaziare in un lontano orizzonte, e ha continuato a mescolare lo zucchero nella tazza.

    “Perché gli uomini sono così vigliacchi?” mi ha domandato.

    “Cosa vuoi dire di preciso? Fammi un esempio.”

    “Un esempio? Come lo chiami uno che fugge davanti alle responsabilità, uno che prende impegni e non li mantiene, uno… insomma, uno così?”

    Ho cercato un indizio di ragionevolezza nei suoi occhi. La conosco da una vita, ma ancora non riesco a capire il suo candido egoismo.

    “Ma tu, che responsabilità ti assumi?”

    “Come sarebbe a dire? Io do tutto!”

    “Cioè ci vai a letto e pensi di aver diritto a qualcosa in cambio.”

    Ha fatto per rispondere, ma si è bloccata. Ha abbassato la fronte. 

    “Ecco: tu non perdi mai occasione per darmi della zoccola. Sei geloso? Guarda che io non ti devo niente!”

    Ho scosso la testa, placido come un ruminante.

    “Volevo dire un’altra cosa: perché diavolo uno dovrebbe mettere a rischio la sua posizione per far fare carriera a te?”

    Ha messo a fuoco lo sguardo e mi ha fissato con bella sicurezza.

    “Se mi ama, lo deve fare, certo. Perché no?”

    L’ho fissata anch’io.

    “Perché no.”

    Mi ha guardato senza capire. La cosa più difficile da accettare è la realtà.

    “Ecco: è come dico io. Siete dei vigliacchi!”

    Ho sospirato.

    “D’accordo, Sandra. Gli uomini sono tutti vigliacchi. E adesso che lo sai, cosa conti di fare?”

                                                           ***

    Sono uscito dalla pasticceria, ho salutato Sandra con le solite bugie (“Non perderti di coraggio, l’uomo giusto c’è, prima o poi lo incontrerai, in fondo te lo meriti, eccetera eccetera), le ho voltato le spalle e me ne sono andato via di corsa.

    Lo so, l’unica cosa che si merita è un ceffone paterno, di quelli che lasciano sulla guancia il segno delle cinque dita. Ma è troppo tardi per farle cambiare idea su come va il mondo e se la prendessi a sberle mi metterei dalla parte del torto. Non c’è rimedio: me la devo sorbire, rifilarle un po’ di bugie, consolarla e scaricarla.

    E così, per non mettermi dalla parte del torto con lei, mi ci metto con me stesso. Perché sono così vigliacco? Non lo so. Ma visto che, tanto, è sempre colpa mia, vado a fare una passeggiata in via Salgari.   

                                                           ***

    Piccolo tuffo al cuore. Le caselle della posta sono tutte piene. Anche in quella di Anna c’è un plico che sporge di cinque centimetri. Impiego qualche secondo a capire che l’amministratore ha inviato ai condomini il riparto delle spese.

    Ci penso su. In quei plichi ci saranno verbali, ordini del giorno, moduli per il pagamento. Anna era in assemblea oppure no? Dal verbale risulterà. Ha pagato le ultime rate? L’appartamento è intestato a lei? Sono tutte cose che devo sapere. Tra l’altro, se riesco a ficcare le mani nella casella, posso ricuperare la mia lettera. Inutile lasciarla lì. E poi, se faccio sparire il plico, Anna non pagherà le spese condominiali. L’amministratore le manderà dei solleciti, si darà da fare per rintracciarla.

    Non mi azzardo più a suonare i campanelli dei vicini. Faccio il giro dell’isolato. Avvisto una donna che arriva barcollando con le mani occupate da quattro borse di plastica piene fino all’inverosimile. Grida nel citofono: “Sono io. Apri!”. Le tengo aperto il battente, poi borbotto “arrivederci” e mi infilo su per le scale. Al primo piano mi fermo sul pianerottolo. L’ascensore mi passa davanti e sprofonda a pianterreno. Sento le porte che si aprono, un po’ di trapestio, rumori assortiti, il clac delle porte che tornano a chiudersi e la cabina riparte.

    Ridiscendo per le scale in punta di piedi. Nell’ingresso non c’è nessuno. Sfilo il plico dalla casella di Anna e cerco la mia lettera. Resto lì, bloccato, esterrefatto, con le dita che frugano inutilmente. La lettera non c’è. L’ha presa Anna? Oppure qualcun altro? 

    Oh cazzo, non posso restare qui impalato per l’eternità!

    Premo il pulsante dell’apriporta e mi precipito fuori. Devo fare una specie di volteggio per non urtare due vigili urbani che vengono giù per il marciapiede, silenziosi e chiusi in se stessi come ufficiali del KGB.  

                                                          ***

    L’avventura in via dell’Avventura è servita a niente. Nel riparto delle spese condominiali ci sono tre Anna con cognomi diversi. Nessuna era presente in assemblea. Dal verbale non c’è modo di capire se hanno delegato qualcuno. Tutte sono in regola con i pagamenti. La mia Anna è totalmente mimetizzata.

    Provo a considerare la cosa razionalmente, alla Sherlock Holmes. Ma non ci riesco: sono troppo in ansia. Dov’è Anna? Cosa le è successo?

    Se fossi il detective di Baker Street mi farei una pera di “soluzione al sette per cento” per stimolare le attitudini deduttive. Ma io la coca non l’ho mai usata e non saprei neanche come procurarmela. Mi verso un whisky. Penso a Holmes e Watson che discutono sorseggiando. Immagino i passi della signora Hudson sulle scale, la sua mano che bussa per annunciare l’arrivo dell’ispettore Lestrade. Ma non riesco a distrarmi. Niente riesce a togliermi dalla testa l’angoscia della prima ipotesi, la più nera.

    1) Anna è morta. Ma in che modo? Omicidio? Ne avrebbero parlato in Tv. O almeno i giornali, nella cronaca locale. Chi l’ha uccisa ha occultato il corpo? Ammettiamolo. Ma come mai nessuno la cerca? Niente marito, figli, genitori, parenti, amici? Non ci credo. Qualcuno che fa domande c’è sempre. Perché uno muoia e nessuno si agiti deve essere tutto chiaro. Un infarto, uno choc anafilattico, un incidente stradale: gomma che scoppia e auto contro un muro. Ma anche queste cose finiscono sui giornali, magari in piccolo, sulle pagine di cronaca, nei necrologi. E io leggo sempre il giornale da cima a fondo.

    Insomma, possibile che la morte di Anna passi inosservata?

    Be’, il pagamento delle bollette (luce, acqua, gas, telefono) sarà appoggiato a una banca che continua a pagare finché ha fondi sul conto. Alle tasse penserà un commercialista che, della morte di uno dei suoi tanti clienti, se ne accorgerà fra sei mesi. E i vicini, poi, figuriamoci! Quella di via Salgari è una garçonnière. Nessuno conosce Anna. I suoi parenti, se ne ha, non sanno niente della sua doppia vita. Chissà qual è il suo cognome vero. Magari non si chiama neanche Anna.

    Non so. Tutto può essere. Ma ci sono anche altre possibilità.

    2) Anna è in galera. Una volta mi ha detto che aveva in programma un viaggio in America. In certi ambienti quando uno è in villeggiatura a San Vittore si dice che sta in America. Vuoi vedere che doveva scontare un residuo di pena o qualcosa del genere?

    Non le ho mai chiesto niente, non ho mai indagato. Non mi è mai nemmeno passato per la testa di farlo. Può sembrare assurdo, eppure questo era il motivo per cui le cose fra noi andavano così bene. Niente domande, niente curiosità. Ognuno prendeva il meglio dell’altro e ci separavamo al primo accenno di noia. Ci vedevamo per essere felici, non per ficcare il naso negli affari altrui. Non facevamo progetti. Non abbiamo mai trascorso una notte insieme, neanche quando avremmo potuto. Ci dicevamo ridendo: “A letto con te per dormire? Mai!”.

    Già. Però lei è sparita e io non so dove picchiare la testa. Perché dovrebbe essere in galera? Forse un piccolo spaccio. A me non ha mai offerto neanche uno spinello, ma che vuol dire? Non ci incontravamo mica per fumare. Sta di fatto che della sua vita, quella vera, non ne so niente. Magari è la donna di un boss e l’hanno messa dentro per favoreggiamento. Oppure è fuggita, è latitante.

    Sto scivolando sul romanzesco. E poi, perché pensare al peggio?

    3) Anna è all’estero. Magari è davvero in America per questioni di affari, di parenti, di eredità, o che so io. Contava di tornare prima, ma è andata a sciare e si è rotta una gamba. No, non è più stagione di sci. E poi l’America non è mica solo gli USA, c’è anche quella del sud. Diciamo che è andata a cavallo, è stata disarcionata e adesso è seduta su una sdraio, a Miami o a Punta del Este, con una gamba ingessata. Beve Cuba libre, guarda l’oceano e pensa a me.

    Oppure è all’estero (ma dove?) e non ha intenzione di tornare. Una decina di anni fa qualcuno aveva messo in piedi un’agenzia di servizi per chi voleva sparire. Si chiamava “Espatrio felice”. Volevi dare un taglio netto alla tua vita? Loro ti trovavano un impiego come cameriere a Bora Bora o come pescatore su una baleniera giapponese. Forse l’agenzia esiste ancora.

    Ma Anna non ne avrebbe bisogno. La gente non si gira a guardarla per la strada, è vero, ma se lei decidesse di cambiar vita a Parigi o a Las Vegas farebbe carriera. Non so se mi spiego.

    E poi, potrebbe non essere partita per niente. Potrebbe essere qui a Milano e avere i suoi motivi per non ricomparire in via Salgari, per non vedermi più.

    4) Anna è ammalata. È ricoverata in uno dei tanti ospedali o in una clinica fuori città. Sto diventando patetico: magari ha semplicemente trovato un altro e io me la figuro in un letto di dolore, divorata da un cancro, consumata dall’aids. La Traviata. Il melodramma.

    Eppure sono cose che succedono. Tu sei nel pieno della vita, te la godi, fai progetti per godertela ancora di più, e un esame di routine ti infila in un tunnel di radiografie, tac, risonanze magnetiche, gastroscopie, colonscopie e diosaquante altre torture. E ogni volta c’è il magone dell’attesa, prima per l’esame, poi per l’esito. E mai che ti dicano basta, sei guarito. Eh no! Torni fra un mese, controlliamo, monitoriamo. E intanto ti familiarizzi con la morte, la senti entrare per il buco del culo e salire su inesorabilmente fino al cuore, fino al cervello. Ed è già tanto se non dài fuori da matto.

    Ma non ci sono mica soltanto le malattie.

    5) Anna è incinta. E vai a capire cosa passa per la testa di una donna quando si accorge di essere incinta. Magari non sa se il figlio è mio o di suo marito, ma non gliene frega niente: è suo, e l’ultima cosa che vuole è che due uomini si mettano a litigare e glielo portino via. Se ha deciso di tenere il figlio, tutto il resto passa in seconda linea. Anna è il tipo che lascia fare al caso, ma sa quello che vuole. Se ha un marito, ha preso la decisione più logica: ha tagliato i ponti con me.

    Però c’è una cosa che non quadra. Anna si è messa con un altro, o è fuggita all’estero, o ha scoperto di aspettare un figlio, o comunque ha deciso di cambiare vita? Va bene. Ma perché non ha venduto l’appartamento? Perché ha lasciato acceso il cellulare?

    Ci possono essere cento spiegazioni, eppure più ci penso e più mi convinco che le alternative sono soltanto due: o Anna è morta o, qualunque guaio le sia capitato, tornerà.

                                                               3

 

    Tutto questo fare ipotesi mette Anna in un’altra luce. Mi accorgo che finora ho pensato a lei come a un’attrice o a una show girl: un’immagine che sgambetta sullo schermo e che puoi avere con un clic sul telecomando. Con il vantaggio che Anna era in carne e ossa. Un’idea ingenua, certo. Ma perché avrei dovuto farmi delle domande? Era tutto così miracolosamente perfetto!

    Fatto sta che la realtà ha guastato la festa.  

    Eccomi qua: sedotto, abbandonato e pirla. Che ne so di com’è Anna quando butta la pasta, quando va a comperare la carta igienica, quando carica la lavatrice? Non ne so niente. Me la immagino sempre in tiro, truccata o acquaesapone, ma perfetta, tutta fantasia, allegria, empatia. Voglio sognare con lei per dimenticare le mie miserie. Ho bisogno di lei per spiccare il salto verso un cielo che da solo non potrei mai raggiungere. Ma dopo aver toccato quel cielo voglio sparire dai suoi occhi perché ho pudore della mia povertà, della mia noia, della mia mediocrità. È questo il prezzo che si paga per avere il diritto di sognare ancora. E Anna non deve vederli, i prezzi che pago; così come io non voglio vedere quelli che paga lei.

                                                                         ***  

Squilla il telefono.

    “Allora, cosa ti ha detto la Poletti?”

    È Lunardon. Lui non saluta, non si presenta, non dice neanche “pronto”. Ha una deformazione mentale per cui mentre fa il numero visualizza il malcapitato ed è convinto di apparirgli come la Madonna.

    “La Poletti? Perché, cosa doveva dirmi?”

    “Ma dài! La discussione dell’altro giorno! Le anzianità figurative!”

    “L’altro giorno? Quale discussione?”

    “Be’, l’altro giorno per dire un po’ di tempo fa. Ma ci credo che non ti ricordi” sghignazza. “Avevi la testa da un’altra parte, e lore lo g’ha capìo subito.

    “Loro chi? Capito cosa?”

    “Ah, caschi dalle nuvole? Ma se perfino la Marras, la vergine di ferro, la g’ha fato un soriseto quando hai tagliato la corda! E le altre due erano livide.”

    Lunardon non va preso troppo sul serio. Gli piace gonfiare i fatti come panna montata. La sua idea di successo è un bar con cinque o sei avventori che pendono dalle sue labbra. Il tutto aggravato dalla tendenza a credersi particolarmente furbo.

    “E mi telefoni per questo?”

    “Ma, caro da Dio, per me ti puoi portare a letto tutte le donne di Milano. Anzi, faccio il tifo per te. Ma se la Poletti o la De Luca ti fanno una scenata di gelosia non venirmi a dire che non ti ho messo sull’avviso!”

    Ci penso su per il tempo necessario ad accavallare le gambe.

    “Lunardon, non ho capito se sei curioso in proprio o per conto terzi, ma posso rilasciarti una dichiarazione ufficiale. La vuoi?”

    “Dài, spara.”

    “Vaffanculo!”

    Sono troppo prevedibile? Lunardon si fa una sghignazzata e fra uno sbuffo di riso e l’altro gorgoglia:

    “Varda che no la finisse qui. Ormai sei un sorvegliato speciale.”

                                                            ***

    Ho appena riappeso la cornetta e non ho ancora deciso se alzare le spalle o dedicare due minuti all’approfondimento della cosa, quando suona il campanello della porta. È sempre così: quando avresti bisogno di immergerti nel consorzio umano, ridere, chiacchierare, ti toccano settimane di eremitaggio e seghe mentali; poi, quando hai fatto l’abitudine al silenzio e ai pensieri che si mordono la coda, all’improvviso tutti ti vogliono, tutti ti cercano, e non ti lasciano un attimo per riflettere.

    Vado ad aprire e mi trovo di fronte uno sconosciuto che appoggia una mano sull’uscio e fa scivolare un piede sulla soglia. Con un gesto da prestigiatore apre e chiude una guaina di finta pelle che dovrebbe contenere un distintivo. Si presenta: ispettore Taldeitali della Polizia di Stato. Non afferro il cognome, ma dice proprio così: Polizia di Stato. Ce ne sono altre? Non lo sapevo.

    Domanda se può entrare, e mi viene da ridere, viste le precauzioni che ha preso: se chiudessi la porta si lascerebbe stritolare un piede? e poi la butterebbe giù a spallate? Glielo dico, e gli faccio segno di accomodarsi. Lui entra e non risponde. Il senso dell’umorismo non deve essere previsto dal regolamento. Si guarda intorno cercando di imitare l’espressione di un cane da caccia. Chissà cosa crede di scoprire: in un appartamentino da scapolo è tutto in vista, tutto sottomano. Il lavello con la tazza della colazione di stamattina. La porta del bagno semiaperta che lascia intravedere la biancheria sporca impilata sul bidet.

    “Ha visto sua moglie, recentemente?”

    “Vuol dire la mia ex moglie? Sì, l’ho vista ieri.”

    “In quali circostanze?”

    Non so se fa apposta o se gli viene spontaneo, ma parla proprio così. Bisogna essere l’ultimo dinosauro sopravvissuto al diluvio universale per domandare “in quali circostanze” hai visto Tizio o Caio. Ha anche una voce asessuata e un accento che non riesco a identificare. Con gli ultimi residui di rispetto per le forze dell’ordine, decido di non prenderlo in giro.

    “Mi ha telefonato e abbiamo bevuto qualcosa nella pasticceria qui sotto.”

    Lui continua a gironzolare come se cercasse qualcosa, e intanto domanda:

    “A che ora?”

    “Mah. Saranno state le tre, tre e mezza.”

    “Di cosa avete discusso?”

    È colpa del suo linguaggio improbabile o c’è sotto una insinuazione? Puntualizziamo.

    “Non avevamo niente da discutere: abbiamo chiacchierato. Per un’ora circa.”

    “Di qualcosa in particolare?”

    Vabbe’, però adesso basta.

    “Senta ispettore, mi dice cosa diavolo è successo?”

    Si ferma e ci pensa su, o fa finta di pensarci. Poi si volta e mi guarda fisso.

    “La sua ex moglie è stata trovata morta, alcune ore fa, nel suo appartamento.”

    Non è possibile. Non ci credo.

    Lui prosegue con una voce monotona, ufficiale, come quella degli annunciatori della radio, prima della guerra.

    “Un colpo di pistola alla tempia, a bruciapelo. I vicini hanno udito un colpo verso le sette del mattino. Tutto fa pensare che l’ora del decesso sia proprio quella. Lei dove si trovava stamattina alle sette?”

    Mi sono seduto. Rivedo Sandra che beve il cappuccino, spalanca gli occhi senza vedermi, asciuga gli angoli delle labbra con il tovagliolo di carta. Rivedo la sua espressione delusa mentre la saluto e me ne vado.

    “Come ha detto, scusi?”

    “Dove si trovava lei, stamattina alle sette?”

    Devo pensarci su, aiutarmi con i riferimenti della routine.

    “Avevo lezione dalle nove alle undici. Mi sono svegliato alle sette e mezza, ho fatto colazione e sono andato a scuola.”

    Lui non dice niente. Non mi guarda. Non cambia espressione.

    “Ma a cosa serve sapere dov’ero io?”

    Va alla porta, la apre e resta lì, con la mano sulla maniglia.

    “Nei casi di morte violenta bisogna svolgere un’inchiesta. Soprattutto se emergono elementi discordanti.” 

    “Discordanti?”

    “Valuterà il magistrato. Intanto, le devo chiedere di seguirmi. Ci serve il suo riconoscimento.”

                                                                ***

    Non so perché l’ispettore mi ha imposto la corvée del riconoscimento. Quando siamo arrivati all’obitorio il corpo di Sandra era già stato identificato dai genitori. Forse voleva vedere le mie reazioni. Ma quali dovrebbero essere le reazioni di un ex marito davanti al cadavere della ex moglie steso sul lettino di un obitorio? Non lo so. So soltanto quali sono state le mie.

    Sono rimasto lì imbambolato a guardare la tempia bucata, annerita, i capelli bruciacchiati. Non riuscivo a crederci. Mi ero abituato a considerare Sandra come un amico un po’ rompiscatole, di quelli che si fanno vivi solo quando hanno bisogno un prestito o una spalla su cui piangere. Ma quando un essere umano muore tutta la sua vita prende un altro significato: per un motivo o per l’altro, Sandra aveva creduto in me, aveva vissuto sotto il mio tetto, per cinque anni aveva diviso con me le noie e le soddisfazioni.

    Ho cercato sul suo viso qualche traccia di espressione. Ma non ce n’erano. I suoi occhi erano chiusi, come se il mondo non valesse più la pena di essere guardato. Ho continuato a ripetermi che avrei dovuto convincerla a fare assegnamento su se stessa, per non essere delusa dagli altri. Perché non le ho mai dato quel ceffone che le avrebbe snebbiato il cervello? Perché sono un vigliacco, ecco perché. Niente da dire: su questo punto aveva ragione lei.

                                                           ***

    È passato qualche giorno, non so quanti. Mi sono accorto di avere la tendenza a rimuovere esperienze come l’ultimo incontro con una donna che ha diviso con me giorni e notti, salute e malattia. Non sarà una colpa grave, ma ho l’impressione che la mia tempra morale, più che all’acciaio, tiri alla pasta frolla. E fare questa scoperta a quaranta e rotti anni non è proprio il massimo.

    Vabbe’. Che ci posso fare? Questa è la tempra morale che mi ritrovo, e me la tengo. Me la tengo stretta, visto che è l’unica che ho.

    Ieri sono andato ai funerali di Sandra. Suo padre, che non è mai riuscito a decidere se gli piacevo o no, mi ha dato la mano e ha distolto lo sguardo. Sua madre, che non mi ha mai sopportato, poco mancava che mi abbracciasse. Non eravamo in molti: qualche parente di Sandra, qualche vicina di casa, qualche amica, nessuno dei suoi colleghi. Ho intravisto la Poletti, in disparte, con un completino nero molto perbene. Non sembrava neanche lei.

    Ho diradato i pellegrinaggi in via Salgari, le scampanellate al citofono e le telefonate per controllare se la segreteria telefonica di Anna è ancora in funzione. In mancanza di altri elementi, Sherlock Holmes è fermo all’alternativa: o è morta o tornerà.

    Gli esami vanno avanti. Ho corretto le prove scritte del linguistico e ho cominciato gli orali dello scientifico. Non so perché, ma ho l’impressione che gli studenti diventino ogni anno più ignoranti. Forse sono io che divento insofferente.

    Stamattina mi hanno convocato in questura. L’ispettore mi riceve stando seduto a una scrivania in stile primo novecento, in un ufficio troppo grande, pieno di scatoloni e carabattole. A quanto pare, gli esami di laboratorio non hanno dato risultati definitivi. Ce ne sono in corso altri. Non dice quali: il segreto istruttorio è ancora in vigore. Ma non deve essere poi questo gran segreto, visto che il discorso va a finire sui famosi “elementi discordanti”, che finalmente saltano fuori.

    Il primo è che Sandra non ha lasciato un biglietto.

    Non ho commenti da fare. Se uno si suicida senza spiegare perché, vuol dire che non ha niente da rimproverare al “mondo crudele”. Sto zitto e mi stringo nelle spalle. L’ispettore mi guarda con una espressione strana, una specie di divertito stupore. Resta in attesa per mezzo minuto. Io non apro bocca e lui passa oltre.

    Il secondo elemento discordante è la modalità del suicidio: pare che le donne non apprezzino le armi da fuoco. Se proprio sono stanche della vita si gettano nel vuoto o si aprono le vene.

    Anche qui, cosa dovrei dire? Sandra si è beccata la sua quota di porte in faccia, come tutti. Ma che io sappia non ha mai pensato al suicidio. Se ha preso una decisione improvvisa (ma perché poi?) avrà usato qualcosa che aveva a disposizione.

    Già, dice lui, sull’arma ci sono le sue impronte digitali, ma Sandra non aveva il porto d’armi e la pistola non è ancora stata identificata. 

    “Pensa che qualcuno le abbia sparato e abbia organizzato la messinscena di un suicidio?”

    “Appunto” dice l’ispettore, e mi guarda fisso. “Ancora un giorno o due, poi saranno disponibili i referti della scientifica.”

    Ci manca solo che mi consegni l’avviso di garanzia. Il maledetto sbirro mi ha messo gli occhi addosso, pensa che potrei averla uccisa io!

    Comincia a interrogarmi sul serio, sempre con quella voce da film di fantascienza, con quel linguaggio da ufficio stampa del Quirinale. Spiego in lungo e in largo che non avevo motivo per fare del male a Sandra. Eravamo divorziati da tredici anni, non avevamo figli e lei non aveva voluto gli alimenti. 

    L’ispettore si è alzato. Sta in piedi con una postura rigida e un po’ insaccata, con la testa inclinata in avanti. Stringe le labbra e non dice niente. Aspetta che io mi stufi di parlare.

    Quando gli chiedo se posso andare a casa lui mi punta addosso due occhi rotondi come uova al tegamino. Impiega venti secondi per far segno di sì.

                                                              ***      

    È ora di pranzo e Milano si sta producendo in una delle sue specialità: il caldo afoso. Attraverso la strada in cerca dell’ombra e sono già sudato. L’aria è immobile, pesante, inquinata. Pochi passi e il respiro diventa affannoso. Ma ho bisogno di camminare. Devo digerire la novità. Soprattutto devo digerire la mia imbecillità. Come se non avessi mai letto un giallo! Qual è la prima cosa che fa un ispettore davanti a una morte violenta? Passa in rivista parenti e amici. Ce l’hai un alibi? No? Allora sono cazzi.

    Fesso io che non ci avevo pensato. Ma chi ce l’ha un alibi alle sette del mattino? Soltanto chi è a letto in compagnia. E io invece ero solo. Con una gloriosa erezione mattutina, ma solo, solo, accidenti, solo!

    E c’è un’altra cosa che mi disorienta: Anna. Non avrei mai pensato di aver bisogno di lei fino a questo punto. Non per un alibi, ma per sapere che c’è, che risponde al telefono, e quando apre la porta mi sorride, mi abbraccia, mi fa sentire il calore del suo corpo. Chi se ne frega degli alibi se c’è Anna! Chi se ne frega dei guai, dei complessi di colpa, dei fallimenti, se Anna mi si stringe addosso e nei suoi occhi vedo la gioia. Non mi importerebbe nemmeno se la sua fosse una commedia, una presa in giro, una truffa. Fossero tutti così, gli inganni! Adesso che ci penso, sono stato meglio in un anno di relazione saltuaria con lei che in cinque anni di matrimonio.

    Eppure, chissà che opinione ha di me se di punto in bianco mi ha lasciato senza neanche degnarsi di mandarmi al diavolo. Non ci capisco un tubo. Questa faccenda deve avere un lato umoristico, ma il guaio è che io non riesco a vederlo. So solo che Anna mi manca, mi manca da morire.

                                                          ***

    Ieri sera gran finale: valutazioni, compilazione dei tabelloni, saluti e arrivederci a settembre. Abbiamo fatto le nove e un quarto, fra la puzza delle sigarette di Lunardon, le occhiate scandalizzate della Marras ogni volta che mi scappava una parolaccia, e il tono scoglionato del commissario ministeriale che apriva bocca solo per implorare: “Ne’, facimme ‘n pressa”. Quando siamo usciti ero stravolto. Non ricordavo più nemmeno la strada di casa.

    Siamo rimasti lì, sul portone della scuola, come una banda di scolaretti che, a lasciarli liberi, non riescono a decidere nemmeno le cose più semplici. Prima di uscire sembrava che fossimo tutti d’accordo per una cosa leggera, tipo gelato o anguria, ma poi qualcuno parla di pizza, qualcun altro non ne può più e se ne va a dormire, e alla fine resto solo con la Poletti, in gonna fetish e maglietta scopriombelico, che per la prima volta parla di Crollalanza come di una cosa seria.

    “Pensa te: mi è tornato in mente tutto a un tratto. Il guaio è che non ricordo dove l’ho letto. Domani vado a spulciare la bibliografia della mia tesi di laurea; deve essere lì, nel capitolo sull’architettura elisabettiana. Sai com’è: una cosa ti fa sorridere per anni, poi tutto a un tratto arriva il cortocircuito e trac! ti rendi conto che non sorridevi perché ci fosse da ridere, ma perché l’avevi già sentita, la sapevi benissimo, solo che non emergeva a livello conscio.”

    “Ma adesso è emersa o no?” mi informo.

    “Eh, più o meno. Capirai: dal mio punto di vista sono cose marginali. Però mi è tornato in mente ‘sto fatto che le opere di Shakespeare ambientate in Italia sono la metà di mille…”

    “Quando lo dicevo io mi prendevi in giro” mi lamento.

    “Ma allora non mi ascolti! Ti dico che lo sentivo che c’era qualcosa. Solo che era dura da digerire. Dài, ammettilo: se vuoi sostenere che Shakespeare era italiano, Amleto e Re Lear sono un bel problema.”

    “Ma quale problema!” mi ribello. “Sono leggende che Crollalanza può avere ascoltato da chiunque: un attore, un marinaio, un ubriaco in un pub. E le ha usate senza tanti scrupoli. Magari l’ha fatto apposta, per non rappresentare solo storie italiane o drammi storici.”

    Siamo rimasti lì a raccontarcela per non so quanto tempo. Birra, pizza, profiterol, un’altra birra, gelato. Una volta tanto, la Poletti non aveva l’aria della carampana con le fregole. Sembrava una persona normale. Era diventata quasi simpatica.

    Praticamente ci hanno buttati fuori. Saranno state le tre di notte, eravamo rimasti solo noi e in pizzeria non vedevano l’ora di chiudere.

                                                           ***

    Ho dormito fino a mezzogiorno e mi sono svegliato solo per modo di dire. Mi sembra di essere sonnambulo. Passo il pomeriggio ciondolando tra la camera e il soggiorno, pescando dal frigorifero formaggini e avanzi vari. Fa un caldo africano. Ho fatto due docce, ma sono sempre sudato. Alle sei mi avventuro fino al supermercato. Per strada sembra di attraversare il deserto del Sahara, con il sole negli occhi, i selciati roventi, l’aria densa come brodo. Mi rifornisco di caffè solubile, buste di affettato, pane e frutta. Torno a casa e per un’ora o due resto seduto, immobile. Quasi mi riaddormento. Devo andarmene via di qui. A Milano non ci resisto più.

    Poi il sole tramonta, finalmente, e posso uscire di nuovo. Stare in casa mi fa diventare ipocondriaco. Ma in strada non è meglio. L’asfalto è caldo, i tacchi delle scarpe affondano. (Affondano i miei, chissà quelli di Anna). Sembra di camminare sul chewing gum.

    L’orologio si è fermato e non so più che ora è. La parte non intorpidita del cervello mi dice che da qualche parte, in centro, ci sarà pure un’insegna con l’ora esatta e magari anche la temperatura, il giorno e il mese. Ma sì, andiamo in centro. Ho bisogno di muovermi.

    All’improvviso è buio pesto. Le vetrine hanno una luce smorta che non rischiara un accidente. Là dietro l’angolo comincia Chinatown, ma le strade sono deserte. Possibile? In una sera così, con l’afa che comincia a stemperarsi, dovrebbero esserci in giro un milione di cinesi. Invece la via sembra un cimitero.

    Il tempo di sbattere le ciglia e sono all’Arena. Fermo a un incrocio, provo a estrarre dalla memoria ciò che mi è passato davanti negli ultimi minuti: non ricordo niente. Dovrei avere in archivio un sacco di vetrine illuminate, insegne di ristoranti, facce incrociate sui marciapiedi; invece ho la mente sgombra come un viale di periferia. È come se mi fossi smaterializzato e avessi ripreso forma un chilometro più avanti.

    Il buio va e viene, a chiazze. Un uomo scarmigliato e stralunato viene giù per la strada. Parla da solo e fruga nei cestini di rifiuti. Un’auto si ferma al semaforo. La donna al volante passa il rossetto sulle labbra, controlla il risultato, rimette a posto lo specchietto retrovisore e si volta verso di me con uno sguardo da cieca. Rimane in posa come una di quelle modelle abbigliate in modo inverosimile che ti guardano con il mento sollevato e l’espressione stolida, e sembra che dicano: “Lo so, tu non pensi che io sia bella, ma lo credo io e quindi devi pensarlo anche tu.”

    Passa un tram scampanellante. Volti ecuadoriani e balcanici appiccicati ai finestrini, volti di zingari che porgono bicchieri di carta con poche monetine sul fondo, volti di commesse dai piedi doloranti, curve su un capitolo dell’ultimo horror americano.

    Alzo gli occhi e non so più dove sono. Gli alberi che affiancano il marciapiede hanno un’aria esotica, fanno pensare a un’altra città. Vienna. Zurigo. Parigi. Non saprei. Perché è tutto così buio? Perché non c’è in giro neanche un essere umano? Nessuno va più a piedi? Tutti in macchina? Tutti in metro? 

    Che ora è? Non ho trovato neanche un orologio digitale. Magari ci sono passato sotto senza farci caso. Ero troppo occupato a pensare a niente. Cammino e non mi sento spiato, anche se dietro ogni albero c’è un’ombra che si muove. Ormai è notte. In fondo al viale le automobili rallentano. Davanti a un portone passeggia un travestito seminudo. Fra tacchi e pettinatura posticcia sarà alto due metri. Ha addosso un tanga e un reggipetto, nient’altro, e tutta quella pelle abbronzata fa uno strano effetto sullo sfondo di un muro sporco, pieno di graffiti. Le auto rallentano e lui le guarda con un’espressione fra il beota e l’assorto, come quella della donna ferma al semaforo che si passava il rossetto sulle labbra.

    Passano due ragazze in bicicletta. Respirano gas di scarico, parlano di qualcosa o di qualcuno che le interessa molto, scoppiano a ridere. Cinque o sei ragazzini, anche loro in bicicletta, si scapicollano a guardare le cosce che vanno su e giù al ritmo dei pedali.

    Questa è Milano? Può darsi, ma i miei sogni, i miei ricordi non sono più qui. Qui non c’è nessuno che pensi a me.

    Sandra mi ha lasciato e non ha voluto dire perché. Anna non c’è più. Se è ancora viva non mi vuole. S’è stufata di me. Oppure chissà, forse le dispiace. Ma non tornerà. Non torna mai niente nella vita. Tocca andare avanti, sempre avanti, anche quando hai la matematica certezza che niente potrà mai più essere come è stato, la felicità che non hai saputo riconoscere si è disintegrata, e da oggi in poi il meglio che ti può capitare è la rassegnazione.

 

                                                              4

 

    “La riconosce?”

    Il pomo d’Adamo mi chiude la gola come se l’ispettore ci premesse sopra con il pollice.

    “L’ha scritta lei, vero?”

    Mi mette sotto il naso la lettera che ho spedito a Anna. Quella che è sparita dalla casella della posta. Non ricordavo di avere scritto frasi così sdolcinate.

    “Chi è questa Anna?”

    E adesso come faccio a spiegargli…

    “Quali erano i suoi rapporti con lei?”

    Ecco. Appunto.

    L’ispettore si siede. Forse il mio mutismo, invece di irritarlo, gli ha suggerito un’altra tattica. Per la prima volta prende il tono dell’amico al caffè, usa un linguaggio da essere umano.

    “Guardi che questo non è un film poliziesco. Lei non è accusato di niente, non ha bisogno di chiamare un avvocato. Se la sua amante è sposata nessuna legge ci impone di dirlo al marito. Ma dobbiamo chiarire le parti in commedia. Se non altro per escludere che sia stato commesso un reato.”

    Ha ragione lui. Se continuo a tacere, invece di fare la figura del fesso faccio quella di uno che ha qualcosa sulla coscienza. Non sono convinto del tutto, ma mi rendo conto che devo rispondere. Solo che la voce non vuole uscire. Mi raschio la gola, come alle scuole medie, quando mi interrogavano e non avevo studiato.

    “Com’è che l’avete voi, questa lettera?”

    “Cominci a rispondere alle domande.”

    Mi stringo nelle spalle.

    “Non è tutto già abbastanza chiaro?”

    “Be’, sia più circostanziato.”

    Accende una sigaretta con un gesto tranquillo. Si appoggia allo schienale come per dire: abbiamo tutto il tempo che vogliamo.

    “L’ho scritta a una donna con cui ho avuto una relazione. Anzi, non si può nemmeno parlare di una relazione. Non ci vedevamo poi così spesso. E ogni volta stavamo insieme solo poche ore.” 

    “Una prostituta?”

    Se l’avesse detto un mese fa gli avrei spaccato la faccia. Anna non mi ha mai chiesto un centesimo, non ha mai voluto regali. L’unica volta in cui abbiamo mangiato insieme ha insistito per pagare alla romana. Ma oggi? Da quando è sparita di lei ho pensato praticamente tutto: morta, in galera, in fuga, a letto con l’Aids, incinta, e chi più ne ha più ne metta. 

    Senza rendermene conto devo aver fatto la faccia scura. L’ispettore prende il tono di chi non si scusa ma dà delle spiegazioni.

    “Non è un reato esercitare la prostituzione. E non è raro che un cliente si innamori di una prostituta.”

    Non me ne frega niente degli altri. Non mi interessano neanche il codice penale e la legge Merlin. Allargo le braccia e scuoto la testa.

    “Non so che dire. Non l’ho conosciuta abbastanza.”

    Tace e ci pensa su. Io guardo a terra e mi sento stanco. Voglio andarmene, ma non so dove. A casa non credo che mi sentirò a mio agio. Mi alzo.

    L’ispettore mi lancia uno sguardo incuriosito.

    “Non vuole sapere come abbiamo avuto la lettera?”

    “Cosa? Ah, sì. Chi ve l’ha data?”

    “È arrivata con la distribuzione di stamattina in una busta anonima. Il timbro postale è di Milano, zona nord ovest. La data è illeggibile. Forse la scientifica ci dirà qualcosa di più. Lei ha qualche idea?”

    “No” dico, e mi volto.

    Sono quasi alla porta quando sento ancora la voce dell’ispettore:

    “Il magistrato ha firmato la sentenza stamattina, prima che arrivasse la lettera. La rivoltella era del padre, regolarmente denunciata. A voler essere pignoli, gli esami di laboratorio non hanno dato certezze assolute, ma il giudice ha deciso per il suicidio. Naturalmente, il provvedimento è appellabile. Se i parenti si ritengono insoddisfatti possono far riaprire l’inchiesta.”

    Lo guardo.

    “Lei è soddisfatto?” domando.

    “Devo pensarci” risponde, fissando l’orlo della scrivania. Sfila dal pacchetto un’altra sigaretta, la mette in bocca e l’accende.

    Io apro la porta e me ne vado.

                                                            ***

    La ricomparsa della lettera è come lo spalancarsi di una voragine. Ci butto dentro l’occhio, mi sento mancare, faccio un passo indietro e distolgo lo sguardo. Non me la sento di affrontare una cosa simile. Non voglio star qui a tremare mentre qualcun altro la affronta al posto mio. Non so se augurarmi che l’ispettore lasci perdere o indaghi fino a rintracciare Anna. È in questo momento che misuro fino in fondo quanto sono vigliacco.

    E dopo aver misurato tutto per bene, mi dico che me ne faccio un baffo. Io taglio la corda. Non sono incriminato, non sono indagato. Posso andare dove mi pare e non devo chiedere il permesso a nessuno. Se mi sento in colpa sono affari miei, e me li smazzerò da solo.

    Apro il computer e cerco un volo a tariffa ridotta. Cuba? Egitto? No, troppo caldo! Ne ho già avuto abbastanza. Sono stufo di sudare, di sentirmi sudicio. Allora Inghilterra? Ma certo! Ho una ricerca da fare lassù, e a momenti me ne scordavo. Ci sono domande per le quali è ora di trovare una risposta. Per esempio: nel 1610, quando Shakespeare si ritira dalle scene, dov’è Crollalanza? O è già morto o l’amico William l’ha portato con sé a Stratford. Dunque è lì che bisogna cercare.  

    Adesso che ho deciso cosa fare, Anna torna a insinuarsi nella mia mente. Non riesco a tenerla fuori. Forse non voglio. Seguo la procedura per fissare il volo e penso a lei. Digito il numero della carta di credito e sento sulle mani il tepore dei suoi fianchi. Stampo la conferma, ricupero il foglio e rimango imbambolato. Lo tengo davanti agli occhi, ma gli occhi non lo vedono.

    Anna, che fine hai fatto? Perché in tutta la mia vita ho trovato solo te così sexy, disponibile, senza pretese, senza progetti? Eppure ti consideravo niente più che un piacevole diversivo, come se avessi avuto chissà quali altre cose da fare, come se adesso potessi fare a meno di te. E invece darei tutto quel che ho sul conto corrente solo per ricordare i nostri incontri, uno per uno, minuto per minuto. E le telefonate, e i pomeriggi a letto, dove anche quando l’intesa non arrivava ai massimi c’era sempre qualcosa che mi restava dentro a lungo, come il sapore di un cioccolatino, come il tepore dell’acqua nella vasca da bagno.

                                                            ***

    Però, sai Anna, adesso che ci penso, c’era una cosa strana: non ti ho mai visto dimostrare un piacere tuo. In certi momenti mi sembravi sospesa a mezz’aria, staccata dal tuo corpo, ed era come se guardassi noi due nel letto, il nostro gioco di lingue, labbra, mani, pelle, e sorridessi. Come quegli amorini paffuti che svolazzavano con arco e frecce sopra i corpi degli amanti. Sembrava che il tuo piacere consistesse unicamente nel vedere la freccia che trafiggeva il mio cuore. Forse davi per scontato che io non avrei saputo comprenderti e che non valeva la pena di spiegarmi niente. Come una geisha che intuisce l’appagamento del suo cliente, si sente gratificata e non cerca altro. 

    Cazzo! Vuoi vedere che l’ispettore ci aveva azzeccato? Anna era davvero una prostituta? Ma no. Non ci credo. Una come lei avrebbe potuto diventare l’amante di un miliardario o di un diciottenne. O di tutti e due. Uno per i miliardi e l’altro per il testosterone. E invece faceva l’amore con me. Perché  avrebbe dovuto farlo se non perché le dava piacere, punto e basta?

    Ma chissà, forse si aspettava qualcosa da me. E vai a sapere cosa. Magari voleva che gliela offrissi senza che lei dovesse disturbarsi a domandarla. Ogni tanto le donne hanno di queste idee cretine. Oppure aspettava qualcosa, sì, ma non da me, da un altro, e adesso l’ha ottenuta e io non servo più, neanche come ruota di scorta.

    Be’, qualunque sia la realtà, prima o poi dovrò affrontarla. Ma adesso no. Sono stufo di guardarmi dentro. Prenoto la sveglia telefonica altrimenti rischio di perdere l’aereo domani mattina: stanotte chissà se riuscirò a dormire.

                                                             ***

    Come al solito, non ricordo se ho sognato, ma qualcosa mi dice di sì. Ho aperto gli occhi con la sensazione di aver portato a termine un impegno e di essere pronto per un altro. Ho la testa vuota, leggera. Un po’ ottusa, forse. Sono in uno di quei rari momenti di grazia in cui riesco a non pensare e se niente mi strappa da questa condizione potrei andare avanti così, trasognato, fino a consumarmi come una candela. Roba da maestri yoga.

    Ma qualcosa succede: suona il telefono. 

    “Oh, eccoti! Ieri non c’era verso di beccarti: avevi staccato il telefono?”

    Cosa diavolo vuole la Poletti? Perché non si fa gli affari suoi?

    “Stavo lavorando su internet.”

    “Ah, ecco. Per quello dava sempre occupato. No, senti, volevo dirti, la cosa dell’altro ieri, ti ricordi? quella che dovevo cercare nella bibliografia…”

    “Sì! L’hai trovata?”

    “Be’, più o meno. Voglio dire: credo di aver capito cos’è successo. Magari non ti serve, però non si sa mai…”

    “Poletti, sto per partire e vado un po’ di fretta. Hai trovato qualcosa di interessante?”

    “Dove vai?”

    Cretino. Dovevo saperlo che non si può dire una cosa del genere a una donna e pretendere che non faccia domande. La Poletti, poi. Le concedo cinque minuti, non uno di più.

    “Un viaggio di pochi giorni. Dimmi cos’hai trovato.”

    “Ma dov’è che vai di bello?”

    “Senti, mi parte l’aereo. Cosa volevi dirmi?”

    “L’aereo? Allora Caraibi! Da solo o in compagnia?”

    “Scusa Poletti, devo proprio mettere giù.”

    “Ma aspetta un momento! Il fatto è che, be’, forse quello che ho trovato non è il tuo uomo. Il mio è un certo Carranza, uno spagnolo. Ma non vuoi proprio dirmelo dove vai?”

    “Sono in ritardo. Ci sentiamo quando torno.”

    “E quando tor…?”

    “Ciao.”

 

                                                               5

 

    Dev’esserci il föhn che spazza foschie, fumi e inquinamenti, perché non ho mai visto i laghi prealpini così nitidi, così ben disegnati. La Y rovesciata del lago di Como, la lingua contorta del lago di Lugano, il fagiolone del lago Maggiore e i fagiolini scompagnati dei laghi minori. Per rendersi conto di quanta acqua c’è in Lombardia bisogna salire a seimila metri di quota. 

    L’aereo avanza con una strana lentezza: sembra che stia fermo, sospeso per aria, e lasci girare la terra sotto la sua pancia. Là sotto passano Stresa, Intra, Locarno. Le Alpi sembrano sempre lontane, non si avvicinano mai. Poi all’improvviso sono qui, sono sotto di noi, non ci sono più. L’orizzonte si spiana e arrivano altri laghi: Bienne, Morat, Neuchatel. Il sole splende. 

    Non so perché, ma sono felice. E poi dicono che partire è un po’ morire. Ma neanche per sogno! Partire è rinascere.

                                                                ***

    Stratford upon Avon: l’orgia del grigio. L’avevo dimenticato. Ero stato qui una volta, forse vent’anni fa, ed ero ripartito con un dubbio amletico: possibile che Shakespeare, una delle persone umanamente più ricche dal big bang ai giorni nostri, abbia deciso di passare i suoi ultimi anni di vita proprio qui? Si può trovare qualcosa di affascinante dappertutto, anche nel deserto o nella banchisa polare, ma che razza di animale a sangue freddo bisogna essere per stabilirsi in un buco dove mai, nemmeno negli anni bisestili, il cielo e la terra hanno un colore diverso dal grigio?

    Oddìo, da un po’ di tempo anche Londra non scherza, quanto ad atmosfera cimiteriale. I fasti della swinging London (che mi avevano indotto a studiare inglese con l’idea di piombare in Carnaby Street gridando “È qui che c’è la festa?”) erano già finiti ai tempi del mio primo viaggio. Se avessi avuto occhi per vedere, mi sarei accorto che i rigattieri di Portobello Road sono identici a quelli degli Obèi obèi. Ma a quei tempi avevo il mito dei capelli lunghi e delle gonne corte. Andavo in cerca di fantasia, sesso e trasgressione, e mi sembrava impossibile essere davvero eccentrico senza attraversare la Manica.

    Comunque, Londra è grande. Quando sei stufo di una cosa ne cerchi un’altra, e qualcosa trovi sempre, almeno per passare il tempo in attesa dell’aereo per tornare a casa. Invece a Stratford c’è soltanto una strada polverosa, sbilenca, in discesa, contornata di porte chiuse, vetrine vuote e pub dall’aria equivoca. Più avanti, ti smerciano per “la casa di Shakespeare” una specie di cascina ricostruita, della quale l’unica cosa sicura è che, se mai a Stratford agli inizi del diciassettesimo secolo è esistita una casa in muratura e se mai Shakespeare ne ebbe una, be’ non era quella. 

    Per completare il quadro puoi guardare giù verso il fiume che si avvia mestamente verso Gloucester e la inevitabile foce. E puoi anche sforzarti di pensare a Riccardo III e alla battaglia di Bosworth, o magari alla Tavola Rotonda, o a Robin Hood. Ma non c’è niente da fare: non esiste al mondo una vista più grigia di questa e non c’è film in technicolor che possa ravvivarla.

    Sulla porta della chiesa il pastore anglicano mi spiega che no, non ci sono registri che risalgano oltre l’anno vattelapesca, quando la chiesa fu riedificata dopo un incendio. No, i tre cimiteri furono soppressi sotto il regno della regina Vittoria, una parte delle salme fu traslata nel nuovo cimitero e tutte le altre finirono in una fossa comune. No, neanche l’anagrafe è in grado di risalire a prima delle guerre napoleoniche. Sì, ogni anno si presenta una ventina di tipi strani che vorrebbero fare ricerche su qualche contemporaneo di Shakespeare che, secondo loro, avrebbe influenzato questa o quell’opera, questo o quel personaggio. Il Signore sia lodato. Amen.

    E Dio abbia in gloria pure te, pastore di un gregge condannato a vivere in questo posto di merda, che devi anche sottostare alla penitenza accessoria di sorbettarti venti imbecilli all’anno, last but not least il sottoscritto, piovuti qui dai quattro angoli della terra alla ricerca dei fantasmi di Crollalanza, Carranza o Crepapanza.    

                                                               ***

    Per andare a Oxford c’è un trenino old fashioned che impiega un’ora abbondante per fare trenta miglia. Avrei pagato volentieri la differenza per fare il viaggio in prima classe, immaginando di essere un giovine aristocratico di fine ottocento, con un bel nome da upper class, magari Godfrey Huntington-Smythe o qualcosa del genere, che lascia il noiosissimo castello avito con in tasca un passage to India. Ma il controllore non si è fatto vedere e io, troppo indolente per andare a cercarlo, sono rimasto seduto a domandarmi se sono qui per il fantasma di Crollalanza o se sto fuggendo dai miei fantasmi personali. Non ho trovato una risposta, ma non importa: a Milano non ci torno. A Stratford è andata buca? Pazienza. L’Inghilterra è la mia Camelot, la mia Isolachenoncè, e di qui non mi schiodo. È una fuga? Vabbe’, è una fuga. E allora?

    A Oxford ho trovato una camera nella stessa locanda di tanti anni fa, quando ero venuto qui per un corso di perfezionamento e ho conosciuto James. Non solo lui, a dir la verità: c’era anche Molly, la classica avventura da vacanze. Tre settimane per passare dai sorrisi ai baci, alle palpatine, al petting. Conoscenza biblica la notte prima della partenza. Dopodiché salpate le ancore! e chi s’è visto s’è visto. Bei tempi.  

    Considerato che è inglese, James è stato quasi espansivo. Aveva un altro impegno ma mi ha accompagnato in biblioteca e mi ha presentato all’impiegato come un collega dell’Università di Milano. Forse avrei dovuto accennare che con la penultima riforma non mi hanno confermato e ormai campo insegnando nei licei. Ma nessuno me l’ha chiesto. James se ne è andato per i fatti suoi e io ho ritrovato, tutto in un colpo, la gioia del topo di biblioteca, il prestigio del ricercatore universitario e la spensieratezza degli anni passati.

    Ognuno ha i suoi vizi: per me il colmo della libidine è una biblioteca ben fornita. Non importa se Crollalanza rimane uccel di bosco, il bello della caccia è la caccia. Sai che volgarità rincorrere la volpe, fiocinare la balena, sparare alla tigre o al leone. Leggere un manoscritto, interpretarlo, intuire i sottintesi, trovare le conferme, questa è la vera caccia: la caccia all’uomo.

                                                           ***  

    Devo aver fatto un’indigestione di Crollalanza perché me lo sono pure sognato. Roba da matti! Io, poi, i sogni non riesco mai a ricordarmeli. Mi sveglio e mi resta negli occhi solo qualche immagine staccata, che dura pochi secondi e svanisce subito. Del sogno di questa notte mi rimane in mente solo qualche tratto del volto di Crollalanza – una faccia quadrata, da macellaio – e un’atmosfera di minaccia, complicata dalla percezione di stare dentro a qualcosa di fasullo, dal desiderio spasmodico di uscirne e dall’angoscia di non sapere come fare.

    Be’, una volta sveglio ho dovuto complimentarmi con me stesso. Un’idea mi girava per la testa e stava per dissolversi, ma sono riuscito ad agguantarla e a tenerla stretta. Mentre facevo la barba, si è precisata. E così ho individuato l’obbiettivo della caccia. Nientemeno che sir Francis Bacon, scusate se è poco.

    Tranquilli: non ho intenzione di rispolverare la teoria secondo cui Shakespeare non sarebbe mai esistito e le sue opere sarebbero state scritte da Bacon o dal conte di Oxford. Niente del genere. Avevo finito di radere le guance e stavo per attaccare le labbra quando mi sono tornate in mente tre o quattro frasi che avevo letto il giorno prima sfogliando epistolari. Qualcosa è scattato e zac! s’è accesa la lampadina: Bacon e Oxford (che non è che fossero pappa e ciccia), se i loro interessi coincidevano, erano capaci di collaborare. Non chiedetemi come faccio a dirlo. È una questione di toni, di calore, di feeling. Le carte non basta leggerle e catalogarle. Bisogna entrarci dentro. Bisogna viverle. Bisogna essere capaci di restare venti minuti davanti allo specchio con le labbra bianche di schiuma da barba, assaporando un’intuizione.

    Un giorno di ricerche, una notte di sogni pazzi, ed ecco chiarite le basi del ragionamento: come poteva lo pseudoShakespeare, impresario teatrale di alterno successo, incastrare il profugo Crollalanza? Soltanto con l’aiuto di un potente. E chi se non Oxford?

    Ma perché il conte avrebbe dovuto tenere bordone a un capocomico in un gioco sporco? Oxford era un aristocratico di sangue. D’accordo, potrebbe essere lui l’autore dei sonetti. Potrebbe averli attribuiti a Shakespeare per il tipico vezzo inglese dell’understatement. Ma non avrebbe mai rischiato la reputazione per un capriccio intellettuale (o d’altro genere, non so se ci siamo capiti). Invece Bacon nasceva popolano. Era abituato a correre rischi. Si può dire che in vita sua non abbia fatto altro che rischiare. Be’: Oxford e Bacon non erano in preda a fregole drammaturgiche, non possedevano la creatività di un commediografo; però gli unici passatempi disponibili nella società del loro tempo erano il gioco e il teatro.

    Ok: in questo scenario Crollalanza piove a Londra senza il becco di un quattrino e si lascia turlupinare per un anno o due. Poi capisce che il capocomico si sta impadronendo del suo nome, del suo genio, della sua gloria letteraria. Discute, litiga, non ne ricava niente e cerca di tagliare la corda.

    Patatrac! Su istigazione dell’impresario, Oxford lo riacciuffa ma per non esporsi troppo lo “passa” a Bacon, il quale lo mette ai lavori forzati letterari lontano dagli occhi delle autorità. A questo scopo niente di meglio di un paese di campagna, fuori mano, a tre o quattro giorni di viaggio da Londra. Un posto sperduto dove il lord è dio, signore e padrone.

    Aveva a disposizione qualcosa del genere sir Francis? Ma certo: il suo feudo di Verulam.

                                                            ***

    Non sarei riuscito a districarmi nel casino delle coincidenze senza l’aiuto di James, ma finalmente eccomi qua, sulla porta della locanda ad aspettare il taxi che mi porterà alla stazione, con i biglietti già acquistati e conservati nel taschino della giacca. James ha promesso di venire a salutarmi, però non si vede ancora. Se non si sbriga lo saluterò per telefono. Ma no, eccolo là che smonta da un’auto. Chissà perché ha parcheggiato così lontano. Al posto di guida c’è una donna. James gira intorno all’auto e si avvicina con la sua andatura flemmatica. Quando è a quattro passi da me la donna si volta a guardarci. Oh cazzo, è proprio lei!

    “James! Ma quella non è Molly?”

    Lui mi fissa con l’espressione di un poliziotto davanti a un teppistello.

    “Sì, è Molly. Mia moglie.”

    La botola si spalanca sotto i miei piedi. In un nanosecondo decine di incomprensibili freddezze trovano spiegazione. Se Dio vuole, in quella arriva il taxi.

    “Be’, devo proprio andare. Grazie di tutto” mormoro, con un involontario doppio senso.

    Afferro la valigia e mi avvio. Non sto ad ascoltare la risposta di James. Salgo in macchina con il più insulso dei sorrisi a fior di labbra. E mentre il taxi si avvia mi dico che aveva proprio ragione Sandra: perché sono così vigliacco?

                                                            ***

    Andare in treno da Oxford a Verulam è quasi un’avventura. Due cambi, una serie di cittadine semisconosciute: Worcester, Hereford, Shrewsbury, Wrexham. Un aborigeno avrebbe affittato un’automobile, ma da questa parte della Manica io mi rifiuto di guidare: basta un incrocio, una svolta, una distrazione, e mi ritrovo a viaggiare sulla destra.

    Guardo fuori dal finestrino la campagna, uguale a quella che ho visto finora (e, temo, identica a quella che vedrò fino a destinazione). Mi viene il sospetto che la mia infatuazione per l’Inghilterra stia arrivando agli sgoccioli. I Beatles non cantano più. Le ragazze non fanno più streaking in Devonshire Terrace. Mi guardo idealmente allo specchio e vedo un coglione di mezza età che viaggia su un treno di una linea secondaria in un posto dimenticato da Dio.

    Vuoi vedere che questo viaggio così laborioso James me l’ha confezionato apposta, come penitenza per le libertà che a suo tempo mi sono preso ai danni di quella che adesso è sua moglie?

    Ai danni? Ma quali danni! E poi, questa non è la patria del fair play?

    Però è qui che gelosia e rimorso hanno preso il volto di Otello e di Macbeth. È qui che Amleto è diventato l’emblema del sospetto. Qualcosa mi pizzica in fondo alla gola e mi suggerisce una specie di simmetria fra Molly e Anna, un possibile collegamento fra Anna e Sandra. Chissà perché mi viene in mente Re Lear e le sue tre figlie: una mite e sfortunata, le altre due crudeli e in lotta fra loro. Ma chi sono le malvagie e chi è l’anima buona? E io, cosa posso aver spartito fra Molly, Sandra e Anna per scatenare una tragedia?

    Stupidaggini. Sto solo elaborando il lutto. Questo viaggio non è vigliaccheria o istinto di fuga: è il desiderio di chiudere un capitolo della mia vita. Non devo più pensare al passato. 

                                                           ***

    Come se fosse facile! Mentre il convoglio si trascina tra Shrewsbury e Wrexham provo a visualizzare gli ingressi delle biblioteche di Bari, di Roma e di Napoli. Cerco di concentrarmi su Crollalanza, ma non c’è niente da fare: l’unica immagine che ho davanti agli occhi è l’ingresso del condominio di via Salgari, con le caselle della posta e due dita della mia mano infilate nella casella di Anna alla ricerca di una lettera che non c’è.

    È quasi una settimana che fingo con me stesso di aver archiviato tutto e mi ritrovo sbandato, in una Inghilterra che non è più quella che sognavo (ma lo è mai stata?), impegnato ad autorifilarmi una versione bugiarda della mia vita. Proprio io, che mi sentivo così saggio quando cercavo di far ragionare Sandra! Dovevo apparirle impettito come un tacchino. E lei, perché non mi sputava in un occhio? Forse mi considerava una causa persa.

    Vabbe’, sono uno stronzo senza rimedio. D’accordo. Ma come ha fatto la mia lettera a sparire dalla casella di Anna? Chi l’ha spedita alla polizia?

    Non lo so. Non riesco a capirlo. Devo pensarci sopra ancora un po’.

                                                          ***

    Ho avuto il mio daffare a convincere l’unico tassista presente sul piazzale della stazione di Wrexham a portarmi fino a Verulam. Da queste parti la gente parla un dialetto così stretto che devo farmi ripetere le frasi due volte. Per quindici miglia ci scambiamo silenzi e occhiate furtive. Quando arriviamo a destinazione, mi trovo a fronteggiare un certo numero di realtà.

    1) Verulam è un piccolo centro.

    2) Gli stranieri capitano qui raramente e non sono ben visti.

    3) La ricettività alberghiera della zona è costituita da una stanza sopra il pub.

    4) Piove. Non ho mai visto tanto fango in vita mia.

    Sono le quattro del pomeriggio quando strofino la suola delle mie scarpe inzaccherate su uno zerbino prima di entrare negli uffici del municipio. L’unica presenza è una impiegata senza età, con un volto latteo totalmente inespressivo, intenta a pucciare un biscotto nel the. Chiedo a chi mi posso rivolgere per una ricerca d’archivio. Lei ricupera il biscotto inzuppato, lo solleva con precauzione e lo fa sparire in una bocca improvvisamente enorme come il cratere di un vulcano.

    Ripeto la domanda, ma lei semplicemente mi ignora. La guardo sconcertato.

    Entra nell’ufficio un tizio in impermeabile e cappello. Ha un’aria da padrone di casa. Infila un ombrello sgocciolante nel portaombrelli, fa per aprire una porta, ma ci ripensa e si ferma alle mie spalle. L’impiegata alza gli occhi, forse coglie un cenno che io non vedo, e la sua espressione ha un infinitesimo mutamento.

    Mi volto e divento una statua di sale. Il tizio si è tolto il cappello. Ha la faccia quadrata che ho visto in sogno e che (chissà perché) ho associato all’idea di un macellaio. Mi riscuoto e ripeto per la terza volta la mia domanda.

    “Ricerca d’archivio?” abbaia lui. “Qui non ci sono archivi.”

    “Devo rintracciare un italiano che potrebbe essere stato…”

    “Qui non ci sono italiani.”

    “Si tratta di molto tempo fa. Verso la fine del sedicesimo secolo.”

    La fronte gli diventa viola.

    “Cos’è, prendi per il culo?”

    “No, guardi, è una cosa seria. Il comune deve pure…”

    “Il comune non ha tempo da perdere con queste idiozie. Fuori di qui!”

    “Davvero, lei è molto sgarbato.”

    “Fuori!”

    Crollalanza mi prende per il bavero e mi spinge alla porta.

                                                           ***

    Il gestore del pub ha trovato un tassista che arriverà alle sei e mezza e mi porterà a Crewe con un sovrapprezzo di quindici sterline per ricompensarlo della levataccia. Gli orari e le coincidenze non sono messi in modo da favorire i viaggi in questo posto dimenticato da Dio e amministrato dal simil-Crollalanza che mi ha scacciato farfugliando suoni aspirati simili a sputacchi. Sembrava un maiale nel truogolo, ma si riteneva nel suo pieno diritto: state a casa vostra, italiani del cazzo! Avete perso la guerra sì o no?

    Può darsi che nelle pause fra un capolavoro e l’altro Crollalanza abbia messo incinta una serva e il suo seme, scendendo per li rami, abbia prodotto questo esemplare da Arancia meccanica. Uno di quegli hooligans che atterrano a Milano al seguito di qualche squadra di calcio, e sulla strada di San Siro si ingozzano di birra, si ubriacano, pisciano contro i muri, fanno a botte, e tornano a casa sporchi di sangue e di vomito. Ma c’è da capirli: in questa patria della noia, dove piove per trecento giorni all’anno e i maestri di scuola prendono i bambini a bacchettate, gli unici diversivi sono alcool e violenza.

    Ecco che fine hanno fatto Penny Lane e Strawberry Field.

                                                          *** 

    È l’una di notte e continuo a girarmi nel letto. Invece di fantasticare o di contare le pecorelle, non farei meglio a pensare ai fatti miei? Tanto, il sonno non arriva.

    Vediamo: Anna sparisce e Sandra muore. C’è un rapporto fra i due fatti?

    La mia lettera è stata rispedita alla polizia. Chi aveva interesse a farlo?

    L’ipotetico assassino di Sandra. Che potrebbe anche essere Anna.

    Anna sparisce, uccide Sandra e quando riceve la mia lettera la spedisce alla polizia per compromettermi. Possibile? In qualche modo quella lettera coinvolge anche lei. Perché correre un rischio simile? Ammesso e non concesso che fosse gelosa di Sandra, perché attirare i sospetti su di me? Non ha senso.

    Però la lettera potrebbe averla intercettata suo marito, o un amante, o qualcosa del genere. Insomma, uno geloso di me. Ma allora perché uccidere Sandra? Anna avrebbe ucciso Sandra e suo marito (?) avrebbe mandato la mia lettera alla polizia per inguaiarci?

    No, questi non sono ragionamenti. È solo un rigirare il coltello nella ferita. Masochismo. L’unica cosa che sento in fondo al cuore è che Anna è sparita. Tutto il resto non lo so e non lo voglio sapere. Anna se ne è andata e non la vedrò mai più.

    Mi ripeto “mai più”, e all’improvviso mi rendo conto di cosa significa. Mi salgono le lacrime agli occhi.

 

 

 

 

                                                                6

 

    A Milano fa ancora un caldo micidiale. Guardo i cavalli di bronzo in cima all’Arco della Pace e mi aspetto di vederli stramazzare morti di sete. Scendo dal taxi: con la valigia in mano faccio pochi passi, un paio di gradini, e sono in un bagno di sudore. Resto mezz’ora sotto la doccia, poi infilo l’accappatoio e mi stendo sul letto a fumare una sigaretta. Quando spengo il mozzicone nel portacenere sono di nuovo sudato. Mi vesto, scendo in strada, prendo il tram.

    Sono tornato a Milano perché quella illusione di libertà che mi pareva di cogliere nelle canzoni di John Lennon, nei capelli lunghi e nelle gonne corte (ma pensa te che stupidaggini!), quel sogno è definitivamente andato a puttane. Sono fuggito in Inghilterra per non pensare più a Sandra, e ho rovinato il sogno che colorava la mia vita.

    Be’, le cose non bisogna mai farle durare troppo: quando crollano (e prima o poi crollano sempre) si fa una fatica della madonna, prima per rendersi conto che è finita, poi per guardarsi in giro e decidere dove andare. Ecco: è ora di dare un taglio al passato. Ma di tutto ciò che ho combinato in quaranta e rotti anni non c’è proprio niente da salvare?

    Chissà. Il tram è arrivato in centro e io ho la netta percezione di non sapere che cosa voglio dal mio futuro. Provo a convincermi che cerco solo un posto all’ombra, fresco, riposante. Ma sto raccontando frottole a me stesso, altrimenti sarei già sceso e avrei cercato un locale con l’aria condizionata: un bar, una libreria, un negozio di dischi. Invece aspetto ancora qualche fermata e quando mi decido a scendere non so bene perché lo faccio.

    Entro in un bar soffocante come un forno, bevo un caffè bollente e resto lì a guardare la doppia fila di bottiglie dietro le spalle del barman. Doppio Kümmel, Arquebuse, Curaçao. Liquori che nessuno beve più da cinquant’anni. Mi viene voglia di tornare a casa, rifare la valigia e partire per qualche altro posto lontano. Esco dal bar, giro l’angolo e alzo gli occhi alla targa: via Emilio Salgari. Ma certo. Non aveva senso tornare a Milano e non venire qui. Dovevo farlo. Continuerò a farlo. Domani e dopo, e dopo ancora. Forse la smetterò solo quando mi farò pena.

    Be’, ormai ci sono. Suonerò il campanello. Aspetterò venti secondi. Non succederà niente. Suonerò un’altra volta, aspetterò altri venti secondi, poi girerò sui tacchi e tornerò a casa.

    Questa è la soglia. Cerco il nome di Anna sul citofono. C’è ancora. Compongo il numero e premo il pulsante.

    Silenzio.

    Comincio a contare. Arrivo a venti: premo ancora e riprendo a contare.

    Dieci, undici, dodici…

    Lo scatto della serratura mi fa sobbalzare. C’è qualcuno?

    Entro. Salgo per le scale. Faccio i gradini a tre a tre. Sull’ultima rampa mi manca il fiato, ma tengo duro. La porta si apre. Il volto di Anna sorride nello spiraglio.

                                                           ***

    Due ore di sesso e fantasia. Anna è quella di sempre: intuisce le mie intenzioni un attimo prima che io stesso me ne renda conto, o forse è lei che me le suggerisce senza parlare, chi lo sa. Si contorce, si offre e si schermisce quando stacco la bocca da un bacio e scendo a leccarle tutto il corpo, i capezzoli, la base dei seni, l’ombelico, l’incavo dei ginocchi, fino alle piante dei piedi, prima di tornare indietro e affondare la testa fra le sue cosce. Rotoliamo giù dal letto e continuiamo a succhiarci sul tappeto, ci alziamo e ci infiliamo nella doccia senza mai staccarci, come due serpenti attorcigliati.

    Restiamo lì sotto il getto tiepido, poi ci strofiniamo reciprocamente con gli asciugamani, li lasciamo cadere a terra, riprendiamo a strisciare lingua su lingua, labbra su labbra, mani sulla pelle. Ci scambiamo la biancheria. Le sue mutandine si tendono allo spasimo per contenermi tutto. La mia camicia sbottonata le ondeggia sui seni e sui glutei. Lei improvvisa la parte della finta ingenua che provoca e si ritrae, io faccio il fessacchiotto che si lascia accalappiare; ma poi le parti si invertono: lei diventa Lulu e io Jack lo squartatore, il mostro che la stupra, la tortura, la fa a pezzi. Ricadiamo sul letto, dove posso dedicarmi a sbranarla con comodo.

    Sono qui! Quasi non riesco a crederci. Come se vivessi in un film. Sono di nuovo insieme a Anna e non importa il tempo che è passato, non importano le assenze, le paure, le tristezze. Il suo corpo, il profumo, il sapore della sua bocca, alzano muri che escludono il resto del mondo, mi danno la sicurezza assoluta che qualunque cosa io faccia, dica o pensi, non sbaglierò, sarà esattamente la cosa che lei si aspetta da me. E questo è tutto ciò che serve per vivere un frammento di eternità. Anna mi coinvolge e mi travolge. Mi entra negli occhi, nel naso, nei pori della pelle. Mi fa dimenticare di me stesso. Proprio così: non sono più io. Sono un androgino primordiale con quattro braccia, quattro gambe e due sessi. La collera degli dei mi aveva diviso in due, ma ho ritrovato la metà perduta, mi sono riunito con lei, e mi sento così potente da dare la scalata al cielo.        

                                                            ***

    Perché esistono le sigarette? Per accenderle dopo aver fatto sesso? Per restare lì, sdraiati a letto, a guardare il soffitto e a lasciarsi sfuggire domande cretine?

    “C’è un altro uomo, vero?”

    Un sorriso. Una boccata. Silenzio.

    “Sei innamorata?”

    “Ma dài!”

    “Anna, sono due mesi che non ti fai vedere. Dove sei andata?”

    Una smorfia di fastidio.

    “Uff! Tra noi non ci sono mai stati impegni. Siamo liberi. Quando vogliamo ci incontriamo. Tutto qui. È sempre stato tutto qui.”

    “Ma non capisci che ho avuto paura di non vederti più? Ho pensato di tutto. Che fossi fuggita all’estero con un amante. Che fossi incinta, ammalata o addirittura…”  faccio ostentatamente gli scongiuri.

    “Menagramo!”

    “E cosa dovevo pensare? Telefonavo tutti i giorni, venivo qui a suonare il campanello. Ti ho perfino scritto una lettera. Non puoi immaginare quanto ci ho sofferto. Anna, l’ho capito solo adesso: sono innamorato. Senza te non ho uno scopo nella vita.”

    Ecco, non potevo fare a meno di dirglielo. Mi è uscito dal cuore. Ma avrei fatto meglio a star zitto. Anna s’è rabbuiata.

    “Non dire queste cose.”

    “Perché no? È vero.”

    “Non dirlo.”

    “Senti, lo so che non ti piacciono le frasi sdolcinate. Ma non fissarti sulle parole: il fatto è che mi sei mancata. Mi mancavi tremendamente.”

    Anna non risponde. Si alza, va in bagno. Sento scorrere l’acqua. Quando ritorna ha lo sguardo serio. Si riveste velocemente, poi viene da me e mi dà un bacio rapido, labbra contro labbra. Mi mette in mano le chiavi e si avvia. Si volta sulla soglia e mi dice, tutto nello stesso tono:  

    “Ascolta: io non cerco complicazioni sentimentali. Oggi fai il geloso, domani ti metterai a spiarmi, mi farai pedinare, ti intrometterai nella mia vita. E io questo non lo accetto. Voglio un amante, non un innamorato. Forse è meglio salutarci e andare ognuno per la sua strada. Pensaci.”   

                                                          ***

    Ma sì, ha ragione lei! Perché crearci “complicazioni sentimentali”? Stiamo tanto bene così! Ci vediamo solo quando siamo pazzi, appassionati (ma non innamorati; lei, almeno, dice di no). Insomma: ci vediamo solo quando ne abbiamo voglia, e questo ci mette al riparo dagli scazzi della routine.

    Chissà com’è Anna ventiquattr’ore al giorno. Magari è noiosa, isterica, insopportabile. E sai che divertimento avere intorno una così quando mi prendono le paturnie e vado in bestia con chiunque: con chi apre bocca perché parla e con chi tace perché sta zitto.

    Oppure sai che pena recitare con Anna certe scenette da moglie e marito. Roba da filodrammatica. Per non parlare delle piccole tragedie quotidiane, come il vizio di leggere il giornale a tavola, di fumare a letto, di russare, ruttare, e peggio. Niente da fare, ha proprio ragione lei: non c’è passione che resista al bombardamento della miseria umana.    

                                                             ***

    Continuo a pensarci ma la faccenda è complicata. Sarà possibile riprendere come prima? Forse, se fossi riuscito a star zitto, sarebbe andato tutto liscio. Avremmo ricominciato come se non ci fosse mai stata un’interruzione. Ma l’interruzione c’è stata, eccome. Che senso ha sparire per così tanto tempo, senza preavviso, e rivedersi senza dare spiegazioni? Anna non mi vuole più? Non mi ha mai amato? Ha trovato un altro? Non lo so, e lei non ha intenzione di dirmelo. Ma insomma: dove diavolo è stata per due mesi? E con chi?

    Tutte domande senza risposta. Così, per non massacrarmi di masturbazioni cerebrali, ho fatto un salto a Padova. Secondo Alured Wilkins, il celebre critico che ha esplorato i collegamenti sotterranei fra tutti i tragici elisabettiani, un certo Zuane da Aquilegia avrebbe scritto intorno al 1530 una novella con una trama simile a quella di Molto rumore per nulla. C’era una vaga possibilità di trovarne traccia in coda a un trattato sugli influssi astrali della luna, un’opera minore di Giulio Camillo. Era una possibilità del tutto teorica, poco più che una curiosità. Ma avevo bisogno di concentrarmi su qualcosa di diverso da Anna.

    Ho passato la giornata in biblioteca. Naturalmente della novella non c’era traccia.

    Poco male: se ci fosse stata avrebbe spostato l’asse della ricerca. Avrei dovuto sudare sette camicie per stabilire un rapporto tra Zuane e Crollalanza. Un’impresa come scalare la parete nord dell’Eiger. La verità è che di Zuane da Aquilegia non me ne frega niente e ho deciso questa gita a Padova solo perché non riesco a star fermo. Se sto fermo penso, e non sono sicuro di pensare cose intelligenti.

    Anna è tornata, è vero, ma la sento più lontana di quando non c’era. Ieri le ho telefonato.

    “Anna…”

    “Ci hai pensato?”

    “Ma certo. Non ho fatto altro…”

    “Ahiahiahi!”

    “Ti prego, Anna, non fare così.”

    “Non mi piacciono gli uomini che pregano. Meglio se ci pensi ancora un po’.”

    No. Non è meglio per niente. Più penso e più sbaglio. Ho perso la mia sicurezza, che piaceva tanto alle donne. Non so cosa dire a Anna. Non so cosa dire a me stesso. Non so più un cazzo.

    E così sono andato a Padova come avrei potuto andare a Mantova o a Ferrara o da qualunque altra parte. All’una ho mangiato un panino al bar della biblioteca, poi ho ripreso la mia caccia senza scopo. Sono uscito alle sei di sera con il carniere vuoto. Il treno per Milano era alle otto e qualcosa, e non avevo ancora deciso se cenare o saltare il pasto. Sono andato a piedi fino al caffè Pedrocchi. C’era l’happy hour e ho avuto la pessima idea di entrare.

    Mi stavo organizzando un piatto di verdure miste quando mi è piombato addosso Lunardon. Avevo completamente dimenticato che è originario di Monselice o di un altro paese qui nei dintorni. Me lo sono dovuto sorbire per un’ora buona e fare anche finta di essere contento, sollevato, riconciliato con la vita per aver incontrato un amico in terra straniera. Non sono riuscito a scrollarmelo di dosso. Mi ha accompagnato in stazione. Mi ha messo sul treno. È rimasto lì a fare ciao con la mano finché il treno è partito.

                                                            ***

    Il sole si alza su un orizzonte intriso di foschia e Milano non se ne accorge. I tram e i metro scaricano fiumane di robot dagli occhi assonnati che si infilano nei bar a sgomitare per un lattemacchiatoebrioche. Le esalazioni delle auto salgono al cielo. I robot provenienti dai comuni della cintura vanno a annidarsi ciascuno nella sua cellula. Ne usciranno alle sei-sette di sera. Per tutto il giorno non vedranno il sole pieno, le nuvole bianche fioccose, le risaie verdi dove si posano gli aironi cinerini. Il sabato, la domenica, guarderanno queste cose distrattamente, come tutto ciò che è lì da sempre e sempre ci sarà e non ha niente da dirci. E poi, al diavolo, probabilmente sabato pioverà.

    Cammino sui marciapiedi stretti, dove le auto vorrebbero salire e arrotarmi nell’illusione di guadagnare un metro o un secondo. A quest’ora per andare in centro non serve né l’auto né il tram: l’unica è andarci a piedi. E io voglio andare in questura.

    Ci ho pensato venti minuti fa mentre mi facevo largo tra la folla assiepata davanti al banco del bar, mentre addentavo il cornetto, mentre conquistavo la mia tazzina di caffè e mi tiravo in disparte, fuori dalla mischia. L’ho deciso mentre mi fermavo all’edicola a comperare il giornale. Mi sono voltato per riprendere il cammino di casa, ho visto il viale, i tram, il sole tra le foglie dei platani offuscato dallo smog, ed è stato come se le cose cominciassero a convergere. Anna, Crollalanza, l’Università, Sandra, la scuola, tutto. Non che avessi in mente qualcosa di preciso, ma è stata una specie di presagio.

    Salgo le scale della questura. Come nella notte allucinata di quindici giorni fa mi trovo proiettato in un posto e non ricordo come ci sono arrivato, cosa ho visto lungo la strada, cosa è successo nel frattempo. L’ufficio dell’ispettore ha la porta aperta. Lui è seduto alla scrivania e sta leggendo il giornale. Alza la testa.

    “Ah, è tornato.”

    “Sono stato via qualche giorno.”

    “Lo so. È andato in Inghilterra. A fare cosa?”

    “Be’, un viaggio di studio…”

    Mi guarda con l’aria di chi vorrebbe domandare: “A chi la racconti?”, ma non apre bocca. Abbassa lo sguardo sulla scrivania e sembra combattuto, come se avesse qualcosa sul gozzo e non riuscisse a mandarlo su o giù.    

    “C’è una novità.”

    Lo sento ancora riluttante, ma ormai non può più fare marcia indietro.

    “La lettera, quella che lei ha scritto alla sua amante, era rimasta in giro per parecchi giorni in vari uffici della posta. Abbiamo ricostruito, indagato. È praticamente certo che a inviarcela sia stata la sua ex moglie.”

    “Sandra? Ma non è possibile!”

    Mi guarda con un’espressione poco amichevole. Prende un tono severo ma anche umano. Non saprei dire se più l’uno o l’altro.

    “Sua moglie non si è suicidata senza dare spiegazioni. Un biglietto ce l’ha fatto avere. Solo che non aveva bisogno di scriverlo: era già bell’e pronto.”

    Cado dalle nuvole. Sandra avrebbe intercettato la mia unica lettera a Anna e l’avrebbe spedita alla polizia? Assurdo!

    “Ma come ha fatto la lettera a finire in mano a Sandra?”

    Mi guarda come se avessi detto qualcosa di molto stupido. Si gratta in testa, sulla nuca. Il suo tono non ha più niente di burocratico. Sembra confidenziale, ma non è amichevole.

    “Guardi: io ne vedo passare tanti in questo ufficio, ma non smetto mai di meravigliarmi. Soprattutto le persone colte sono una delusione. Di sua moglie, a quanto pare, lei non ha capito niente. Era amareggiata ma non aveva smesso di amarla. Non si è mai chiesto perché la veniva a cercare e le parlava dei suoi problemi? A modo suo, al modo delle donne, tornava alla carica.”

    Nei suoi occhi c’è un lampo che mi pare di riconoscere. Lo vedevo nello sguardo del professore di matematica, alle medie, quando mi rimandava al posto e mi annunciava un quattro.    

    “Lei continuava a chiuderle la porta in faccia e sua moglie si avvitava nella gelosia. La spiava. Sapeva tutto. Ma sperava che le sue fossero solo avventure. Sa, professore, entrare nell’atrio di un condominio senza portineria e prelevare una busta dalle caselle della posta è la cosa più facile del mondo. Quando sua moglie ha letto la lettera si è sentita mancare la terra sotto i piedi. Il suo uomo era innamorato. Non c’era speranza di riconquistarlo. La vita non aveva più senso. Così ci ha spedito la lettera e poi… bum!”

    Ma com’è possibile? Sandra? Le sue storie dei suoi amanti erano invenzioni?

    “Se lo lasci dire: lei non ci fa una bella figura, professore. Proprio no.”

                                                            *** 

    Cammino giù per una strada che non so dove porta. Non mi interessa. Ho altro per la testa. Sandra l’ho uccisa io, con la mia indifferenza. L’ho uccisa io.

    Certo, l’amore era finito da un pezzo. E non si può amare a comando. Ma se avessi avuto un po’ di comprensione, di sensibilità, insomma, se fossi stato un essere umano e non un robot, avremmo potuto parlarci in un altro modo, capirci, esserci utili. No: io la guardavo dall’alto in basso, la compativo e le voltavo le spalle scuotendo la testa, come uno che dà consigli a un fesso dando per scontato che l’altro non gli darà retta.

    E invece il fesso ero io. Non ho capito un cazzo.

    Ma non è tutta colpa mia. C’era Anna che riempiva la mia vita. Come potevo accorgermi di un’altra donna? E quando poi è sparita non riuscivo a pensare altro che a lei.

    Però la mia dev’essere proprio un’imbecillità congenita: visto quel che è successo, anche di Anna non ho capito niente. D’accordo, è così, è proprio vero. Ma perché avrei dovuto pormi dei problemi? Era tutto così facile! Era il classico sogno fatto realtà: aveva odore, sapore e consistenza al tatto. Una donna stupenda la cui unica pretesa era avermi a disposizione quando io ne avevo voglia. Troppo bello! Sì, troppo bello per durare a lungo. Avrei dovuto pensarci.

    E adesso cosa posso dirle? Non mi importa se hai un altro? Cercherò di non amarti? Mi riderebbe in faccia.

    No. L’unica speranza è che Anna non pensi davvero quel che ha detto. Un periodo di luna storta può capitare a chiunque, e lei non può essere sempre soave, allegra, solare. Sì, dev’essere tutto qui: un po’ di cattivo umore. La verità è che anche lei mi ama, solo che non vuole o non può trarne le conseguenze. E la prova è questa: non vuole che io le dica di amarla perché così la costringo a domandarsi: “E io lo amo?” e a rispondere: “Sì.”

    Ma ormai è fatta. Io gliel’ho detto, lei se l’è domandato e adesso è costretta a rispondersi. Non sarà facile, ma prima o poi dovrà guardarsi allo specchio e dire alla sua immagine: “Sono innamorata”. Non ci credo che abbia un altro uomo. Magari avrà un marito, ma sono sicuro che non lo ama. 

    E io aspetto. Aspetto e mi guardo bene dal telefonare. Rovinerei tutto. Lei adesso sta pensando, si sta guardando dentro. In questo momento, qualunque cosa le dicessi sarebbe un errore. Ci vuole psicologia. E bisogna essere forti.

    Resisterò. Posso farcela. Ho un altro sogno a tenermi compagnia. Aspetterò lo squillo del telefono e intanto lavorerò su Crollalanza. Il lavoro non delude mai.

 

                                                                7

 

    Negli ultimi giorni non sono uscito di casa. Anna potrebbe telefonare in qualunque momento e nella conversazione più importante della mia vita ogni parola deve essere quella giusta. Non voglio rischiare di ricevere la telefonata per la strada, in un negozio, in tram: devo capire subito il suo stato d’animo, entrare in sintonia. Se non ci riesco Anna potrebbe scocciarsi, cambiare idea e non telefonare più.

    Sono rimasto qui a riordinare le mie schede: Marlowe, Oxford, Bacon, Kyd, Webster, ecc. ecc. Sto organizzando un’idea: fino al 1596 e forse anche oltre, il capocomico e Crollalanza potrebbero aver lavorato fianco a fianco, influenzandosi reciprocamente. L’inglese potrebbe aver prodotto Enrico VI, Riccardo III, forse anche la Lucrezia violata e il Tito Andronico. L’italiano potrebbe aver esordito con I due gentiluomini di Verona, per proseguire con la Commedia degli errori, la Bisbetica domata, e qualche altra commedia. Dopo Romeo e Giulietta il capocomico, riconosciuta la superiorità di Crollalanza, si sarebbe dedicato solo a fregargli gloria e proventi lasciando al prigioniero di Verulam la fatica di confezionare capolavori. 

    Così si spiegherebbe il salto stilistico dal primo al secondo Shakespeare, un mistero sul quale generazioni di critici si sono spaccati la testa. E si spiega anche come mai nel 1610, quando il vecchio Will si ritira dalle scene, per scrivere I due nobili congiunti ha bisogno della collaborazione di John Fletcher: semplicemente Crollalanza era morto.

    In un altro momento mi sarei precipitato a Londra per cercare riscontri. Invece resto qui nella Milano di fine luglio, affogo nel sudore, guardo il telefono che resta muto e il mio umore scivola sottozero. Anna non si fa viva. Che abbia detto la verità? Che davvero non tolleri il benché minimo coinvolgimento emotivo?

    Dio mio, se è così l’ho perduta per sempre. Ma non voglio pensarci. Non devo essere piagnucoloso quando lei mi chiamerà.

    Sì, ma se poi non chiama?

                                                              ***

    Squilla il telefono, e il cuore ha un soprassalto.

    “Pronto.”

    “Ah, ci sei! Mi ha detto Lunardon che ti ha incontrato a Padova e avete fatto follie insieme.”

    Perché non posso strozzarti, Poletti? Perché non abbaio che aspetto un’altra telefonata e sbatto giù la cornetta?

    “Ma cosa facevi a Padova? Non vuoi dirmelo? Ti farò confessare sotto tortura… conosco un paio di trucchetti… un giorno o l’altro ci proviamo, eh? Comunque, che tempo fa a Milano? Qui sul lago si sta benissimo. Fa fresco e non ci sono neanche le zanzare.”

    Poletti, cosa stai facendo? È come se tu sapessi che in questo preciso momento Anna ha deciso di fare un ultimo tentativo: alzerà la cornetta e lascerà fare alla sorte. Se rispondo mi offrirà una possibilità. Se trova la linea occupata mi manderà a quel paese. Ma tu continui a sbrodolare chiacchiere e io non mi ribello: la tua è la voce del destino. In fondo l’ho sempre saputo che Anna non chiamerà. Si è stufata di me. Ha trovato un altro. La storia è finita e non ce ne sarà mai più un’altra neanche lontanamente paragonabile. Il destino va avanti così, come uno schiacciasassi.

    “Cosa ti dicevo? Ah sì, che mi è venuta un’idea fenomenale per il tuo Crollalanza. Perché non vieni a trovarmi qui sul lago? Anche stasera. Non c’è nessuno, i miei sono in montagna. Ci piazziamo sul terrazzo con la bottiglia del whisky e il secchiello del ghiaccio, e in due o tre ore mettiamo giù il programma operativo, la scaletta. Cosa ne dici?”

    Anna, Sandra, dove siete? Non sento più le vostre voci. Le vostre immagini, i vostri bisbigli sono offuscati. Dall’altro capo del telefono la fattucchiera in calze a rete scaglia sortilegi.

    “Ma di cosa stai parlando?”

    “Della mia idea, no? Ascolta: tu passi la vita a cercare un Crollalanza che non è mai esistito. Però con tutto il materiale che hai raccolto ci si può scrivere un romanzo. Il genere è quello che va forte: fantapolitica, fantareligione, fantatutto.”

    Ho un nodo in gola. Non riesco a parlare, solo a grugnire. Faccio fatica anche a respirare.

    “Di’, ma mi ascolti? Guarda che è roba da milioni di copie!”

    “Uhhh” grufolo.

    “Traduzioni in tutte le lingue! Viaggi, convegni, articoli! Un film! E poi il sequel! Dài, vieni su da me, che facciamo il piano di battaglia. Porta lo spazzolino.”

    Fa l’imitazione di una risata erotica e allusiva. Io riesco a sbloccare la gola per il tempo necessario a farfugliare con una voce da impiccato:

    “Scusa, Poletti, adesso non posso risponderti. Richiamo io, va bene?”

    E metto giù.

    Resto lì a guardare il muro davanti a me, la parete liscia dove mi sono sempre rifiutato di appendere un quadro. Adesso so che il telefono non suonerà. Non suonerà più.

    Anna.

    Anna.

    Anna.

                                                          ***

    Mi riscuoto e guardo l’orologio: sono rimasto quasi un’ora nella più totale trasognatezza. Non ho pensato a niente. Non ho fatto propositi per l’avvenire. Ma so di aver voltato pagina. Come è successo non saprei dire, ma l’ho fatto, e sento che è definitivo. 

    Inutile rivangare. Il passato non si cambia. Meglio guardare avanti. Il futuro è più interessante: mette insieme l’illusione della novità e l’opportunità di ripetere gli stessi errori. Il futuro intriga e rassicura. Oddìo, forse continuo a ripeterlo perché non sono poi così sicuro di crederci. Ma non importa. La vita va avanti da sola. Mi lascerò vivere.

    Continuerò a immaginare teorie fantasiose. Quello lo so fare bene. E poi so piantare casini, illudere e illudermi, combinare guai. Non litigherò più con un cattedratico? Magari litigherò con un editore. Altrimenti con un preside. Se va proprio male, con un suocero. Mi caccerò nelle disavventure più meschine e me ne tirerò fuori, come sempre, facendo il gaglioffo. Chi avrà la sventura di amarmi perderà ogni stima del sottoscritto, e forse anche di se stessa.

    Ma chi se ne frega. Alla mia età non posso più cambiare. E poi, ci sono ancora tante donne a questo mondo, mari da solcare, miglia da percorrere…

    Giusto: adesso telefono alla Poletti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre schizzi

 

 

                                                  Anabasi                   

 

    “Compagnia, alt! Rip-pòso! Zaini aaa-terra!”

    Una sera di dicembre nella stazione di Viterbo. Quattro compagnie di avieri salgono su un treno diretto a nord. Licenza natalizia. Ma ci vorrà un’ora prima che il treno parta. Ne impiegheremo altre due per arrivare a Orte viaggiando a passo d’uomo intorno alle pendici di un vulcano spento. Nei boschi e nei campi incolti non si vede anima viva.                                    

                                                             ***

    I finestrini si abbassano solo di pochi centimetri. Le porte degli scompartimenti sono chiuse a chiave.    

    A Orte il treno non si ferma. Niente panini, niente aranciate. Se hai fame, te la tieni. Nello scompartimento non si accendono le luci. Le porte restano chiuse.                                                   

                                                             ***

    È notte. Ho quasi finito le sigarette. Resto sveglio solo perché ho fame e la panca è dura. Il treno rallenta. Finalmente! Questa deve essere Firenze.                            

    Una luce, un cartello: Foligno. Non ci capisco più niente. Il treno sfila davanti alla stazione, non si ferma, accelera nell’oscurità.                                                   

    Passano le ore. Nessuno parla più ad alta voce. Abbiamo fame e sonno. Non sappiamo dove andiamo. Le stazioni escono dalla notte e subito ci riaffondano. Chi riesce a leggere i cartelli riferisce nomi mai sentiti. Il treno rotola nel buio e non si ferma mai.

    Passano altre ore. La testa ciondola, la bocca sa di sabbia, bruciano gli occhi. E all’improvviso voci rauche: “Il mare, il mare!”.                                      

    Ma nel finestrino il mare non c’è. È a sinistra, sul lato opposto: stiamo andando a sud.  

                                                              ***

    Stazione di Ancona. È notte fonda. Le porte restano chiuse. Il treno riparte. Adesso il mare è a destra. Eravamo sbucati chissà dove e il treno è sceso a sud fino ad Ancona.

    Superiamo Falconara e proseguiamo con il mare sempre a destra. La tensione si sgonfia.

                                                               ***

    Mi sveglio all’alba, e non ho neanche fame: solo rabbia. Se a Bologna non aprono le porte ne sfondo una a calci.

    Tiro giù lo zaino e lo tengo fra le gambe. Qui dentro non ci resto più.

                                                               ***

    Bologna. Un ferroviere armeggia con la chiave e si fa da parte. Lo lascio perdere: lui non c’entra, l’idea non era sua. Con lo zaino in mano corro al tabellone delle partenze.

    I soldati semplici non potrebbero salire sui rapidi. Chi se ne frega. Al binario nove ne parte uno per Milano. Salgo senza biglietto. Il controllore mi passa davanti e abbassa lo sguardo: devo avere la faccia di un assassino.                                               

    La campagna è piena di brina e scintilla al sole.

    Sto tornando a casa. Adesso sì.                              

 

 

 

 

 

 

 

                                       Occasioni mancate

 

    Quante? Un’infinità. Le ho mancate tutte le occasioni buone per dare un po’ di grandezza alla mia esistenza. Il caso o l’indecisione me le hanno sfilate sotto al naso, ed eccomi qui a rimpiangere una vita sprecata.

    Il primo incontro con l’eccezionale mi capitò al largo di Savona, quando avevo quattordici o quindici anni. Tre amici di mio padre si erano messi in società per armare un gozzo e fare pesca d’altura per diporto. Una mattina ci andai anch’io, imbarcato come mozzo. Erano gli anni ‘60, quando per i milanesi il massimo della marineria consisteva nello scorrazzare in fuoribordo a trenta metri dalla spiaggia per farsi vedere dalle ragazze in bikini allungate sotto l’ombrellone. Nessuno era mai andato fin dove non si vede più la costa.

    Ci andammo noi, quella mattina, e verso le nove cominciammo a calare i palamiti, due o trecento metri di corda piombata con lenze e ami innescati ogni due metri. Ancora più al largo passava qualche rara petroliera. Un paio di volte si fecero vedere i delfini. La brezza del primo mattino era caduta e il mare era piatto come una tavola.

    Credo di averla vista per primo. Spento il motore, stavo ai remi per tenere la barca in direzione. Alla mia destra, a una cinquantina di metri al massimo, comparve un’isola color nocciola, lunga una decina di metri, con un profilo curvo che sporgeva dal pelo dell’acqua per non più di un metro. La cosa più inquietante era che l’isola sembrava un tapis roulant: scorreva da destra a sinistra. Durò pochi secondi, ma sembrarono ore. Gridai qualcosa e ci immobilizzammo tutti e quattro, guardando come ebeti l’irrompere del meraviglioso in una sonnolenta mattina di luglio, domandandoci tutti insieme: “Ma che cazzo è?”

    Poi venne su la pinna. Una cosa enorme, una torre in mezzo al mare. Ci sovrastò, si stagliò contro l’orizzonte e si inabissò come uno spaghetto risucchiato nella bocca di un bambino.

    Riprendemmo il lavoro con un’aria un po’ stordita. Sembrava di stare dentro a un sogno strano, in cui non succede nulla ma si respira il presentimento di una catastrofe. Parlammo poco. Anche più tardi, quando i palamiti furono calati e ci fermammo per mangiare i panini, dicemmo solo qualche parola.

    “Una balena?”

    “Eh sì. O un capodoglio.”

    Poi salpammo i palamiti. C’erano quattro o cinque naselli, un paio di capponi, qualche altro pesce.

    Una buona giornata di pesca, per quattro milanesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                            Alla cortese attenzione…  

 

 

Lugano, 19 maggio 2003

                                                                        Spett. Panfilo Castaldi Edizioni

                                                                        alla c.a. del Direttore Editoriale

 

Gentile Direttore,

                  non Le nascondo che la Sua cortese richiesta di un curriculum vitae mi ha sconcertato. Sulle prime, in un accesso di euforia, ho pensato che intendesse la presentazione da stampare sul risvolto di copertina. Invece Lei mi chiede un riassunto, una scaletta. E ne ha tutte le ragioni. Non sono stato io a presentarmi dichiarando che: “La mia vita è praticamente un romanzo”? 

                  Ebbene: la storia della mia vita, gentile Direttore, eccola qua. 

                  Sono nato nella prima metà del secolo scorso in Lombardia. (Mi consenta di non essere più preciso: gli ultracinquantenni hanno diritto a qualche piccola civetteria).

                  Al termine di una brillante carriera scolastica ho conseguito la laurea in scienze politiche presso l’Università di Taranto: l’indiscusso prestigio di un ateneo della Magna Grecia valeva il sacrificio del viaggio. La modestia mi impedisce di precisare la votazione di laurea.

                  Sin dagli esordi la mia attività è stata rivolta a iniziative di alto contenuto sociale. Che c’è di più nobile che portare aiuto a chi si trova in ambasce? Abbandonato il diploma in fondo a un cassetto, mi dedicai ad aiutare il prossimo, specializzandomi nell’anticipazione di denaro contante ai galantuomini travolti dalla sfortuna. Nella mia ansia di rendermi utile, viaggiavo da Venezia a Saint Vincent, da Campione a Sanremo.

                  Per una serie di circostanze troppo lunghe da ripercorrere, presi a cuore le sorti di uno sventurato che aveva dovuto riparare in Costa Azzurra. Anche lì trovai modo di fare del bene e il destino mi ricompensò facendomi conoscere Estelle.

                  Estelle, in realtà, si chiamava Purificación Martinez e proveniva da uno sperduto villaggio dell’Estremadura. Ballava il flamenco (o qualcosa di simile) a “El Morrocco” mettendo in mostra dei muscoli sodi che dalle cosce si innervavano su per i glutei fino alle reni. C’era da impazzire solo a guardarla.   

                  Fu amore a prima vista, amore senza limiti, di quello che non pensa altro che al bene dell’amata. Se sapesse, gentile dottore, quanta costanza, quanta sagacia e (ahimé, lo confesso) quante sberle dovetti profondere per convincerla a lasciare “El Morrocco”, dove si avviliva in quelle danze lascive!

                  La portai con me a Parigi. Le aprii le porte del bel mondo: industriali, duchi e banchieri. Con un lieve adattamento del repertorio Estelle acquistò ben presto una solida fama.

 

                  Sono sicuro che Lei comprenderà: la mia vita è stata così piena che, in questa sede, non posso rendere conto di ogni dettaglio. Ebbi un rovescio di fortuna. L’invidia, sa. I pettegolezzi dei concorrenti. Le calunnie.

                  Mi ritirai in meditazione in un istituto di Opera, vicino a Milano. Le maldicenze parigine avevano rimestato anche nella mia attività umanitaria sui piazzali dei Casinò italiani. Per tre lunghi anni fui vittima della depressione. Pensavo alla mia Estelle, che era caduta nelle grinfie di un ispettore capo della Sûreté. Glielo giuro dottore: io non ho mai trattenuto più del sessanta per cento. Invece quel maiale chissà come la sfrutta!

                  Ma non voglio tediarLa con i miei rimpianti. Tornai al mondo con due preziosi alleati: la rinnovata voglia di essere d’aiuto al mio prossimo e una amicizia che avrebbe segnato la mia vita.

                  In quella benemerita istituzione dove consumavo la mia tristezza, strinsi un vincolo di fratellanza con Juan Domingo Marpión, esule della Repubblica del Parapagal, anche lui vittima di calunnie e di oscure manovre. Insieme lasciammo l’Europa e ci infiltrammo clandestinamente nel suo paese d’origine.

                  In capo a due gloriosi anni di combattimento fianco a fianco sulle pendici della Sierra, l’odiosa dittatura di Porfirio Silva dovette cedere il passo alla rivoluzione. Entrammo nella capitale in mezzo a un tripudio di folla festante che lanciava fiori e invocava la benedizione della Vergine su chi veniva a restituire il bene più prezioso: la libertà. 

                  Ma la situazione era tragica: elettricità, telefoni, acquedotti, tutto versava in condizioni di insopportabile arretratezza. Come segretario personale del Presidente, mi adoperai per alleviare le sofferenze dei parapagalesi appaltando i servizi essenziali ad aziende tecnologicamente avanzate.

                  Mi creda: ho potuto toccare con mano che le multinazionali non sono avide e senza cuore. Accorsero numerose, al solo scopo di servire la causa del progresso. E lo fecero nonostante la sorda ostilità dei reazionari che tramavano per la controrivoluzione.

 

                  È proprio vero che non tutto il male viene per nuocere. Un curioso disguido bancario stornò su conti esteri gli introiti derivanti dalla concessione degli appalti. Per una strana dimenticanza, li lasciammo là. Due anni dopo, quando Porfirio Silva si presentò al confine con un esercito di truppe mercenarie, Juan Domingo e io riparammo a Miami, e in seguito a Sankt Moritz.

                  La malinconia dell’esilio non ci impedì di mantenere viva la fiaccola dei valori per i quali avevamo combattuto. E tuttavia, le amicizie cementate nella lotta resistono agli urti dell’avversa fortuna, ma non al trascorrere del tempo e alle inevitabili divergenze di opinioni. Marpión tornò in America per ritentare la sorte. Io mi ritirai a Lugano. Nei giorni di vento, quando l’aria è chiara e la luce è quasi liquida, posso contemplare il Casinò di Campione sull’altra sponda del lago e mi sembra di ritornare giovane.

 

                  Questa, gentile Direttore, è in estrema sintesi la storia della mia vita. Come ho avuto modo di accennarLe, mi propongo di narrarla diffusamente in un libro di memorie. È un progetto che, sono certo, non mancherà di interessarLa.

                  In fiduciosa attesa di un Suo cortese cenno di risposta, mi è gradito porgerLe, gentile Direttore, i sensi della mia stima unitamente ai miei più cordiali saluti. 

                                                                                     Riccardo Ferrazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           Kiss me Kate                      

 

    Non tornerà. È così assurdo che quasi non posso pensarci. Ma non tornerà, lo so. L’ho capito dal suo tono quando si è voltato e ha sibilato: “Questo è un altro ricatto. E io non ci sto più!”.

    Era la sua ultima parola. Ha preso la porta e non mi è rimasto che gridargli dietro: “E allora vattene!”.

    Spero che abbia sentito.

                                                                         ***

    No, non sarà come le altre volte, quando tornava nel giro di un’ora con l’orgoglio bastonato e la voce pentita. Che soddisfazione sentirlo chiedere scusa (anche se lui giurava di non capire cosa avrebbe dovuto rimproverarsi)! I maschi passano la vita a inventare alibi e bugie, ma il guaio è che si autoconvincono e finiscono per crederci anche loro (e siccome le inventano male, fanno un sacco di figure meschine).

    Marco, che tipo! Un bambino viziato. Prima di perdonarlo (e l’ho perdonato troppe volte) mi toccava costringerlo ad affrontare la realtà, e farlo ragionare, e fargli capire quanto era puerile a non ammettere di avere torto.     

    Quasi come Salvatore, quel presuntuoso del mio ex marito, che non si dava neanche la pena di argomentare le sue pretese (o i suoi rifiuti). Io perdevo la voce a dimostrargli dove e perché sbagliava. Lui per un po’ faceva finta di non sentire, poi urlava: “Caterina, non rompermi i coglioni!”. Volgare.                     

    Per forza l’ho lasciato. Per forza gli ho fatto causa. I maschi più stupidi (che sono poi tutti quanti) vanno trattati come i cuccioli: se fanno pipì in casa bisogna picchiarli sul muso con un giornale arrotolato.            

    E Mariano, anche lui! Un mammone con le fette di salame sugli occhi, capace di negare l’evidenza. Pretendeva di farmi credere che sua madre cucinasse solo verdure dell’orto appena colte dalle sue mani sante, quando l’avevo vista io aprire il congelatore e tirar fuori i piselli Findus. Be’, non voleva crederci! Secondo lui, ero io che prendevo la luna per il sole. E a dargli man forte ci si metteva anche quel suo amico che, vai a sapere perché, lo chiamava Petruccio. E giù a ridere. Sai che spiritosi.

                                                                        ***

    La verità è che sono bambinoni, convinti di avere ragione per diritto cromosomico. Ma sono anche perfidi, come Marco quando è venuto qui, a casa mia, la prima volta. Conosceva benissimo le mie idee (e sapeva di essere in difetto perché, poche storie, chi non è con me è contro di me, ed è inutile girare la frittata). Insomma, è entrato, ha guardato di qua e di là, poi è andato allo scaffale. Ha visto le opere di Lenin, ha letto i titoli sulle coste e si è voltato con un sorriso da schiaffi, come se avesse indovinato che non sono mai riuscita a leggerne una fino in fondo. 

    “Manca la più significativa” ha detto.

    Io, cretina:

    “Come? Quale?” 

    E lui, trionfante:

    “Estremismo, malattia infantile del comunismo.”  

    Ha dovuto chiedermi scusa tre volte, formalmente, come era più che giusto. Ma sulle prime tentava ancora di giustificarsi, cercava di farmi credere che la sua fosse soltanto una bonaria canzonatura. E di che? Del mio estremismo! Figuriamoci, estremista io?

    Ma lui niente. Un po’ cercava di sorridere, un po’ faceva il risentito.

    “Ma come sei suscettibile!”

    Suscettibile io?

                                                                         ***

    Abbiamo convissuto solo due mesi, Marco e io. Con Mariano era durato di più: quasi un anno. Con mio marito tre anni.

    Sarà perché gli uomini li ho conosciuti a poco a poco. All’inizio non credevo che fossero così meschini. Li vedevo alti come torri. Li immaginavo fatti di luce e di forza. Pensavo che, se ogni tanto diventano cattivi, è perché sono stupidi (questo l’avevo capito subito). Insomma, di lontano mi sembravano l’immagine della sicurezza. Da vicino li ho visti come sono: scimmioni prepotenti e senza cervello.

    Adesso non ricordo nemmeno come è cominciata l’ultima lite con Marco. So che erano due settimane che gli tenevo il muso e rifiutavo di fare l’amore. Ma il motivo non importa. Era una questione di principio: dovevo fargli capire che non mi lascio mettere i piedi in testa.

    E lui, con una faccia di bronzo che mi fa ancora rabbia a pensarci, si è permesso di dirmi che mentivo sapendo di mentire. Secondo lui, ero io che cercavo di infilarlo in una camicia di forza. Ha detto che sono possessiva.

    Possessiva io?

    E ha anche alzato la voce. Maleducato.

                                                                          ***

    Io ero a letto. Lui era già vestito e aveva la faccia pallida come quando soffre per l’ulcera e sembrava che ogni parola gli costasse un litro di sangue. Commediante.

    Gli ho spiegato chiaramente che, se non chiedeva scusa, nel mio letto non ci sarebbe entrato mai più. Cortese ma secca. Lui ha sputato quella idiozia del ricatto e ha preso la porta. Come se avessi bisogno di ricattarlo, io!

    E adesso chissà dov’è, a leccare le ferite del suo orgoglio. Farà la vittima anche con se stesso. Dirà che sono io l’irragionevole. E non tornerà.

    Come mio marito, che sei anni fa si è risposato. Con la segretaria. Hanno due figli e probabilmente è solo per loro che lei continua a sopportarlo.

    Come Mariano, che è andato a vivere a Roma, si è sposato, ha fatto un figlio con un’altra e ha piantato la moglie. Adesso convive con quella gattamorta che l’ha messo in riga e lo fa marciare come un soldatino.

    No, Marco non tornerà. Ci penso continuamente. Ma ho ragione io, lo so.

    Ecco, adesso ricordo perché abbiamo litigato. Toccava a lui lavare i piatti e faceva apposta ad asciugarli senza risciacquare. Gliel’ho fatto notare, educatamente, ma con fermezza, e lui, come al solito, ha cercato di farmi passare per scema. Ma non gliel’ho data vinta, eh no.

    Quando ha capito che non l’avrebbe spuntata è sbottato a dire che lo tormentavo di proposito, che l’avevo scelto come capro espiatorio dei miei fallimenti. È stato semplicemente disgustoso. Si è messo a gridare: “Cosa vuoi da me, che ti ami o che ti dia ragione?”.

    Aveva le lacrime agli occhi. Per la rabbia, credo.

    Naturalmente non meritava una risposta e non l’ha avuta. Sono andata a letto e ho chiuso la porta a chiave.

    Ha dormito sul divano.

    Ha aspettato la mattina, quando mi ha visto andare e venire dal bagno. Sa che mi piace lavare i denti e poi tornare a letto per fumare una sigaretta. Si è affacciato sulla porta con l’espressione falsa di chi propone “non parliamone più” e intanto pensa “te la farò pagare”.

    Sì, hai trovato quella giusta!

    Ma a cosa serve rivangare? Non imparerà mai. Magari è convinto di essere stato lui a lasciarmi. Presuntuoso e cretino. Sono io che l’ho scacciato!

 

 

 

 

 

                                         Anime gemelle     

 

    I parallelepipedi di viale Sarca si proiettano in una prospettiva senza sbocco. I marciapiedi sono deserti. Il cielo ha il colore di una patata lessa. Lei cammina un passo avanti a me. Si ferma di fronte al 132.  

    “Se ricordo bene, è al terzo piano.”

    Lo sa benissimo. Bicamere, soggiorno, cucina abitabile, bagno, ripostiglio. Ha fatto tutto lei, con l’agenzia.          

    “Ormai gli affitti costano come il mutuo.”

    Sarà. Ma in affitto, quando vuoi andare te ne vai. Il mutuo invece ti tiene alla catena. 

    “È come un’assicurazione: versi un tanto al mese e ti trovi lì un capitale.”

    Già. Ma la carriera? Quel posto a Roma? E gli imprevisti, li ha messi in conto gli imprevisti?

    Ma certo. Li affronteremo insieme, amore mio.

    Così chiude la gabbia e butta via la chiave.  

    La serratura del portoncino scatta con un clac allarmante. L’ingresso è un imbuto, un angolo ottuso che dà sull’ascensore. Poi la cabina buia, che ansima e ci sbarca su un pianerottolo in penombra.

    “Mi piace. Fa tanto casa.”

    Odore di soffritto. A destra, un portaombrelli rosso laccato. Al centro, uno zerbino con la scritta “Salve”. Lei traffica con la porta di sinistra. Apre l’uscio su un’altra penombra:

    “Qui staremo ottimamente.”   

    Anche prima, ogni tanto, faceva l’intellettuale. Ma aveva un sorriso che veniva dall’anima e metteva allegria. Aveva perfino le gambe dritte. Portava le scarpe con i tacchi alti. E tutto a un tratto, tutto insieme, questa voglia di tendine alle finestre, i capelli corti, il sussiego. 

    “Cosa ne dici: quel tramezzo lo buttiamo giù?”

    Buttare giù lei. Dal terzo piano? C’è gente che se l’è cavata.

    “Beh, non parli più? Cos’è che non va?”

    Acida. È diventata acida. Meglio il cianuro.

    “Questa è la nostra stanza. E in quella a fianco c’è posto per due lettini.”

    Sul volto le è tornato il sorriso, ma è di una sconfinata melensaggine.

    “Prima o poi dovremo pensarci.”

    Dovremo? Potremo. Potremmo.

    E se me ne andassi? Senza dire niente, senza rispondere agli io ti ho dato tutto!, ai vigliacco!, ai mascalzone!

    Alzare le spalle. Un taglio netto, a muso duro.   

    “Le piastrelle del bagno: grigio-rosa o grigio-azzurro?”

    Mobili, elettrodomestici, parquet, doppi vetri. La mia vita, l’unica vita che ho, consacrata alla cattedrale “casa”. Opere e giorni al trapassato futuro. Domeniche di pioggia a inventare sofismi per compatire quelli che vanno a Roma.

    “Certo, la cifra è impegnativa per le nostre attuali possibilità…”

    Ma sentitela: parla come un ministro delle finanze, come un capufficio, come un vigile urbano.    

    “Lo dirò a papà…”

    Il colpo di grazia. Dieci anni di suoceri appollaiati in soggiorno, in cucina, in camera da letto. La vita perde due dimensioni, si infila in un tubo unidirezionale, in un flusso che spinge sempre avanti nel buio e annulla orizzonti, grida di gabbiani, vento sulla faccia.

    Adesso o mai più. Dipingiti un sorriso ebete a fior di labbra, esegui un sereno dietro front e allunga il passo senza esitazioni. Non stare a pensarci. Just do it.

    Troppo tardi. La sua mano sul braccio.

    “Firma qui, dove ho firmato io.”

    La penna: angolo acuto che chiude la prospettiva e cancella le vie di fuga. Si comincia a morire a poco a poco.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I racconti di Vittorio

 

                                                La storia sotto il naso           

    Uscii dall’ufficio insieme a José Luis, che spense le luci e chiuse la porta col chiavistello. Se ne erano già andate anche le donne delle pulizie. José Luis abitava a casa del diavolo e aveva moglie e cinque figli, ma era troppo spagnolo per lasciarmi solo a combattere con il bilancio. “Hasta mañana, don Victor” mi salutò, e già pensava alle paturnie della moglie, ai piagnistei dei figli. Sgommò via per il Paseo de la Habana mentre il crepuscolo si spegneva sui tetti di Madrid e la gente nei bar faceva silenzio per ascoltare il telegiornale.

    Dopo decenni di letargo, la storia aveva avuto un soprassalto: Francisco Franco se ne era andato sottoterra. Non era mai successo che la Spagna cambiasse regime senza turbolenze e pochi anni prima, in Portogallo, c’erano state le prove generali. José Luis faceva il saldaconto dei clienti e si domandava: l’anno prossimo avrò ancora un posto e uno stipendio?  

    Presi la strada dell’albergo. La storia, pensavo, ha il vizio di procedere in modo discontinuo: ogni tanto va in catalessi e ci rimane per decenni, poi si risveglia all’improvviso e tu sei lì, ingessato nella pigrizia mentale.

    Camminavo a testa bassa e registravo meccanicamente gli odori che uscivano dai negozi: fiori appassiti, crema pasticcera, dopobarba, tabacco, pollo allo spiedo. Non si sovrapponevano, non si mescolavano. Era come se ogni bottegaio rivendicasse la sua sovranità sul tratto di marciapiede delimitato dal profumo della sua merce. Ognuno stava chiuso nella sua cellula odorosa ed esponeva la sua merce in condizioni di monopolio. In fondo, mi dicevo, anche i bilanci hanno un profumo. Cassa: 207.475 pesetas. Limpido. Preciso. Ma bastava aprire la cassaforte per vedere che i contanti erano sì e no ventimila. Il resto erano bigliettini sui quali il cassiere aveva annotato le cifre prelevate dal direttore generale, che si seccava all’idea di rimborsarle. 

                                                       ***    

    La hall dell’albergo rigurgitava, non di turisti giapponesi, ma di spagnoli purosangue. Faticai a raggiungere il bar. Vargas mi vide zigzagare nella calca e cominciò a mescolare il gin tonic.

    “Qué pasa? ” domandai.

    Lui lasciò cadere nel bicchiere la fettina di limone, incrociò le braccia e fissò un punto indefinito nella hall. Appollaiato sullo sgabello, mi voltai a contemplare il panorama.

    Erano tutti uomini, riuniti in gruppi come procuratori di borsa intorno alle corbeilles. Sfoggiavano gemelli e spille fermacravatta, teste imbrillantinate, giacche blu da ammiraglio e sgargianti foulard. Non era un congresso di parrucchieri per signora: erano hidalgos, possidenti di provincia. Gente che al paesello è qualcuno, ma a Madrid non si raccapezza e si sente in dovere di esagerare. Dal chiacchiericcio generale sentivo emergere accenti baschi e andalusi, galiziani e catalani. Convenuti dal monte e dal piano, hidalgos di tutte le Spagne si erano dati appuntamento nel mio hotel.

    Vargas il laconico alzò la fronte e cercò il mio sguardo.

    “El Movimiento” sussurrò. 

    Quei provinciali agghindati come parrucchieri erano i falangisti sui quali si era retta una dittatura quarantennale. Eppure, le parole che più spesso mi arrivavano all’orecchio erano Europa, democrazia e libertà di stampa. Mi avvicinai a un gruppo dove un quarantenne biondo, con i pantaloni freschi di stiratura, concionava a voce alta.

    “Cosa abbiamo da guadagnare dall’Europa? Con gli europei non abbiamo niente in comune. Pretenderanno di cambiare lo scartamento delle nostre ferrovie, di venderci pomodori tedeschi e tori francesi. Vadano al diavolo!”

    In un altro gruppo, signori più anziani la cui autorevolezza non aveva bisogno di aggrapparsi alla piega dei pantaloni scambiavano commenti su un altro tema.

    “Libertà di stampa? Ma andiamo! Vogliamo illuderci che un contadino sappia ragionare con la sua testa? No, no. La stampa resti sotto il controllo dello stato.”

    In un terzo gruppo aveva preso la parola un personaggio con gli occhi sporgenti e il mento ritratto.

    “Democrazia, senza dubbio.” Sottolineò questa sua personale concessione con un gesto deciso di ambedue le mani. “Ogni componente del popolo avrà voce. Ma le voci non possono essere tutte uguali. La legge elettorale dovrà prevedere il voto plurimo.”

    Mi cascarono le braccia. Quella gente pretendeva di cucire insieme le più disparate stupidaggini per poi presentarle con l’apparenza coerente di un bilancio.   

    Povera Spagna. Povero José Luis.

                                                             ***

    Qualche anno più tardi, quando la democrazia spagnola dimostrò di reggere i cambi di maggioranza e perfino i tentativi di colpo di stato, cominciai a pensare che la storia è un elfo. Ci appare sotto mentite spoglie. Possiamo vederla e parlarle, ma la riconosciamo solo quando non c’è più.

    Però l’altro giorno, aprendo il giornale, ho scoperto che Tomás Pito Flauta, un vecchio amico che si muove molto bene in certi ambienti, non la pensa come me. Ho ritagliato l’articolo. Il passo saliente è questo (e perdonate lo stile ridondante: i giornalisti spagnoli scrivono così).

    Il certificato di nascita delle nostre attuali istituzioni democratiche fu stilato la sera in cui Adolfo Suarez, nella sua qualità di segretario del Movimiento, convocò gli stati generali del franchismo senza Franco. L’adunata ebbe luogo all’hotel Eurobuilding nelle sale del Club Siglo XXI.       

    Forse non tutti i lettori sanno che, durante la dittatura, il club svolse la funzione di un parlamento ufficioso dove si presentavano in anteprima le svolte ideologiche, si saggiavano gli umori del partito, si spianava la strada ai giovani emergenti. Gli ignari si consolino: anche le opere di Seneca non arrivarono a Cordoba che dopo la morte di Nerone.

    Il concistoro si aprì in un clima di grande incertezza. Il generalissimo era morto senza eredi politici. La bassa forza del Movimiento attendeva di sapere attorno a chi organizzare il consenso e cosa avrebbe ottenuto in contropartita. Perché una sola cosa era lampante: il potere elettorale, per la prima e ultima volta, era in mano ai delegati di provincia.

    Osserviamolo, il delegato-tipo. È arrivato a Madrid dopo aver viaggiato in treno per un giorno intero (conosciamo bene la pertinacia con cui le ferrovie nazionali avversano il postulato euclideo secondo il quale la linea retta è il modo più breve per congiungere due punti). Il delegato porta con sé alcune ingombranti valigie con vestiti e camicie per ogni possibile circostanza, corredati da imprescindibili accessori come foulard e distintivi delle più varie associazioni. Ma porta anche la sua formazione mentale, temprata dall’abitudine a gestire piccole dosi di potere stando, come recita l’adagio castigliano, fra la spada e la parete: esercizio che, nella sua fisiologia, favorisce lo sviluppo di un virile buon senso.

    A Madrid, il delegato-tipo è un pesce fuor d’acqua. Passata l’euforia della prima nomina, quando il fascino della capitale raggiunge il suo zenit, il delegato capisce ben presto che, negli ambienti che contano, deve presentarsi con il cappello in mano e gli conviene tornare a coltivare l’orticello di casa, dove la sua autorità è fuori discussione.

    Ma all’improvviso il capo trasloca all’altro mondo. Il futuro avanza come una nube temporalesca. Lo stato d’animo dei delegati  oscilla fra il timore di legarsi a una politica perdente e la speranza di uscire dall’anonimato raccogliendo proseliti attorno a un’idea brillante. Ognuno ha la sua – e la carità di patria induce a sperare che non fossero tutte peregrine – ma nessuno ha il peso politico necessario per farsi prendere in considerazione. Quarant’anni di regime hanno calibrato una trafila gerarchica simile a quella della Chiesa o dell’esercito, e il delegato-tipo non è che un parroco o un sottotenente anziano.

    A questa schiera sull’orlo dello sbandamento Adolfo Suarez offrì un programma e una prospettiva. Ma soprattutto si rivelò uomo di stato: trattò con capi e capetti ben sapendo che la politica non può rifuggire dalle questioni di bassa cucina; al tempo stesso, non esitò a tagliare i ponti con gli ultraconservatori di Blas Piñar. La riunione del club Siglo XXI decise il percorso democratico: monarchia, federalismo, Europa. La strada della storia era tracciata.

                                                            ***

    Ieri sera, al Cafè Gijón, Tomás discuteva con Paco Sombral e mezza redazione de La Nación. Io sono entrato, li ho visti e mi sono guardato bene dall’intervenire: ho ordinato uno jerez e sono rimasto alla barra, ma allungavo le orecchie.

    Senza dirlo a chiare lettere, Sombral accusava Tomás di essersi venduto alla nuova destra rampante. Tomás asseriva di aver fatto solo giornalismo, niente di più e niente di meno. Aveva il tono provocatorio e la faccia da schiaffi. Un giovane redattore gli ha detto sul muso che non la penna dei giornalisti ma il pugnale dei sicofanti è sempre a disposizione del potere. Tomás l’ha guardato con sufficienza.

    “Non ti hanno mai chiamato nell’ufficio del direttore? Non ti hanno mai detto: butta giù due colonne così e così?”

    Il ragazzo ha alzato gli occhi verso Sombral e ha incrociato uno sguardo che diceva: sta’ zitto, cretino! 

    Tomás si è alzato.

    “Non credere di cavartela così a buon mercato” ha insistito Sombral con la faccia scura.

    “Ma sì” Tomás gli ha sorriso. “Nel tuo prossimo fondo mi farai a fettine. Io risponderò e tu replicherai. Divertiremo il pubblico e ci accrediteremo come opinionisti. Quando ti intervisteranno in televisione, ricordati di ringraziarmi.”

    Sombral non ha risposto. Tomás si è voltato verso di me.

    “E tu che ci fai in questo covo di pennaioli? Vieni, ti invito a cena.”

    Per la strada non ha fatto che sghignazzare; al ristorante ha chiamato i redattori de La Nación con un termine di gergo che non mi permetto di riferire. Insomma, è stato così supponente che, credendo di dargli una lezione, gli ho parlato delle idee antidiluviane che circolavano fra i delegati nella famosa riunione del club Siglo XXI. Io ero là, la Storia mi era passata sotto il naso e non l’avevo riconosciuta. Non avevo visto neanche lui. Da quale osservatorio privilegiato aveva seguito il dibattito?

    “Non mi hai visto perché non c’ero” ha confessato. Mi ha guardato in faccia e si è messo a ridere.

    “Victor” ha continuato scrollando la testa, “un contabile in gamba riesce a scappare con la cassa e a fare in modo che in apparenza i conti tornino. Quella che ti è passata sotto il naso era soltanto la verità. La Storia è quella che ho raccontato io.”

 

 

 

 

 

 

 

                                         Perché son tristi

 

    La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. È una città in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.

    La prima volta ci andai per lavoro. Negli uffici dove ero atteso, un usciere arcigno e poliglotta mi sbarrò la strada. Ci voleva il passi. Ci voleva una foto formato tessera. Ero già in ritardo e dovetti fare tutto di corsa. A due isolati di distanza entrai nel negozio di un fotografo, un uomo di mezza età, piccolo e stempiato, che aspettava clienti in giacca e cravatta nonostante il caldo infernale. Aveva una pronuncia blesa da vecchia checca e dovetti fare uno sforzo per non ridergli in faccia.

    Disse che, certo, mi avrebbe fatto quattro foto per venti scellini. Senza discutere, misi i soldi sul banco e lui mi guardò con occhi pieni di sorpresa.

    L’apparecchiatura era moderna e io pensai che lo sviluppo delle foto avrebbe richiesto al massimo un paio di minuti. Invece, dopo il clic, l’ometto sparì nel retrobottega e ricomparve solo quando gli gridai che avevo una fretta dannata. Aveva una strana aria guardinga quando mi mostrò un cartoncino con la mia faccia stampata in quattro copie. Feci per intascarlo.

    “Ma come!” protestò. “Non controlla?”

    “Va bene così” tagliai corto. “Non si preoccupi.”

    Con improvvisa autorevolezza mi tolse di mano il cartoncino, andò dietro il banco e ritagliò accuratamente le quattro foto. Le infilò in una custodia di plastica e me le consegnò ammonendomi:

    “Lei ha pagato. Il servizio è un suo diritto.”

    Chissà perché mi risvegliò il ricordo di una cittadina della Baviera dove ero approdato in un giorno di pioggia, sbagliando strada. Avevo chiesto indicazioni a un poliziotto, stolido come il marchio della birra Spaten, il quale me le aveva somministrate in tono formale e in esauriente quantità, ma con il tono di chi si domanda: da quale lurido buco salti fuori se non conosci Fatelapeska, che è il centro del mondo?

    Tornai di corsa agli uffici dove l’usciere mi aspettava per confezionare il passi. Avrei bevuto volentieri qualcosa di fresco, più che altro per scacciare la sensazione di fastidio. Accidenti! A quel fotografo non era mai capitato un cliente frettoloso?

                                                         ***

    La pelle di Judy aveva il colore di un’oliva bruna e i suoi occhi erano scuri, profondi. Le labbra erano intagliate in un materiale soffice come lo stucco e languido come la seta. Solo raramente Judy le sollevava fino a scoprire i denti bianchissimi. Lo fece quando ci incontrammo, e bastò per convincermi che al mondo non c’era nulla di più importante di quel sorriso.

    Judy era impiegata nell’albergo e non mi permetteva di apparire troppo assiduo. Diceva che colleghi e superiori la tenevano d’occhio. Sarebbe bastato un sospetto, anche solo una maldicenza, per essere licenziata.

    Judy aveva atteggiamenti che non capivo. Poteva fermarsi a chiacchierare con me in uno dei tanti ritrovi dell’albergo, ma non accettò mai di uscire a cena, al cinema o anche solo a passeggio sul lungomare. Mi disse che doveva tenere da conto il suo impiego, anche se lo stipendio era da fame. In quella città la vita era immensamente cara.

    Io le parlavo di me, del mio lavoro e delle mie speranze. Lei mi ascoltava con interesse, ma non perdeva occasione per dichiarare che non provava nulla per me. Le chiesi se aveva un uomo e, con l’imbarazzo di chi improvvisa, mi parlò di un fantomatico John, secondo pilota in una compagnia aerea americana, che si faceva vivo a scadenze imprevedibili e le aveva promesso di portarla a vivere in California.

    Eppure Judy trovava sempre tempo per me, mi chiedeva se ci tenevo molto alla mia religione, se avrei saputo insegnarle a sciare, se gli affari mi tenevano spesso lontano da casa. Ma non appena scorgeva nel mio sguardo un’ombra di tenerezza si affrettava a dire che non dovevo illudermi: lei non mi amava e non mi avrebbe mai amato.

    Io non sapevo cosa pensare. A quei tempi viaggiavo parecchio. Quando ero lontano le telefonavo tutte le sere e, forse per via della distanza, credetti di sentire nelle sue parole il sapore del sentimento. Una sera le annunciai il mio ritorno e lei promise che avrebbe preso qualche giorno di ferie. Le dissi che l’avrei portata con me in una città di sogno, che avremmo fatto un lungo fine settimana insieme. Mi rispose di non pensarci neppure, ma capii che la proposta le aveva fatto piacere.

                                                           ***

    Non era in albergo. Le telefonai e, per la prima volta, mi invitò a casa sua. Mi diede il benvenuto dicendo che avrei dovuto andarmene entro un’ora perché condivideva l’alloggio con una amica che sarebbe rientrata prima di sera. Versò il the con l’aria di vergognarsi del suo appartamentino d’affitto. Sedette a una certa distanza da me, lanciando sguardi preoccupati alla finestra.

    “Che c’è?”

    “I vicini ci spiano.”

    “Chiudiamo la tenda.”

    “Scherzi? Sai cosa penserebbero!”

    Parlava come se spiare in casa d’altri fosse un diritto costituzionale. Mi fece ripensare al fotografo e alla sua diffidenza per chi non esigeva tutto quanto è compreso nel prezzo. Cercai di non pensarci. Paese che vai, usanze che trovi. Dunque: dove le sarebbe piaciuto passare il fine settimana?

    “Con te?”

    “Certo, con me.”

    Finse di scandalizzarsi e mi obbligò a sorbire un quarto d’ora di chiacchiere senza senso prima di lasciarmi tornare sull’argomento. Proposi Atene o Istanbul.

    Judy storse il naso. Disse che ad Atene era già stata e di Istanbul non voleva nemmeno sentir parlare. Proposi Roma, ma neanche Roma andava bene. Proposi Parigi.

    Judy guardò l’orologio, disse che i negozi stavano per chiudere e che la sua amica sarebbe arrivata di lì a poco.

    Passai la serata a domandarmi dove avevo sbagliato. Il giorno dopo mi informai su voli e alberghi, cercando di organizzare un fine settimana a Parigi. Rimasi fuori a pranzo e, quando rientrai in hotel, chiesi di Judy. Mi dissero che aveva preso qualche giorno di ferie.

    Indeciso se telefonare o bussare alla sua porta, sospettavo che, qualunque cosa avessi fatto, sarebbe stato un errore. Con l’animo pieno di dubbi andai a casa sua, salii tre piani di scale e bussai a lungo. Cominciavo a temere che non fosse sola in casa, quando finalmente si affacciò sull’uscio e mi lasciò entrare. Aveva il viso assonnato.

    “Cosa vuoi?” domandò in tono acido.

    “Ho prenotato il volo e l’albergo a Parigi.”

    Non rimase ad ascoltarmi. Mi volse le spalle. Sembrava svagata o trasognata.

    “Ce li hai i biglietti?”

    “Vado a ritirarli. Judy, ascolta, mi ami almeno un po’?”

    Finse di non aver sentito.

    “Che carta di credito usi?”

    Mi imposi di non farle caso. Quando ci si incapriccia si è disposti ad accettare di tutto.

    “Judy, perché non mi guardi?”

    Tre occhiate. Una ai suoi pantaloni larghi di tela leggera; una, rapida, a me; e un’altra lontano, nel vuoto.

    “Non ho i vestiti adatti per andare a Parigi.”

    Come una stella cadente, mi attraversò il cervello un’idea sgradevole. Non ci volevo credere. Mi avvicinai a Judy cercando il suo sguardo distratto. La strinsi e la baciai.

    Rispose al bacio con una specie di stanca riluttanza, poi mi respinse debolmente, come se fosse sfinita. Con gli occhi bassi, tornò alla porta:

    “Ecco, hai avuto quel che volevi…”

    Tenne aperto l’uscio senza guardarmi in faccia. Non riuscii a trovare una parola che non suonasse irritata o volgare. Rimasi in silenzio, cercando un’altra spiegazione. Judy non alzò gli occhi da terra.

                                                        ***

    Mi ci volle tutto il pomeriggio e una parte della notte per decidermi a scrivere una lettera di addio. Le augurai che il suo John esistesse davvero e che mantenesse l’impegno di portarla in California. Misi la busta nella tasca interna della giacca e solo allora mi addormentai.

    La mattina dopo, mentre il taxi galleggiava nel traffico, prima di imboccare la strada dell’aeroporto mi ricordai della lettera. L’autista mi portò alla posta centrale e mi accompagnò a uno sportello.

    Venne il mio turno, mostrai la busta e chiesi quanto ci voleva di affrancatura. L’impiegato, un tizio flaccido, di quelli che comprano biglietti della lotteria con lo stesso spirito con cui pagano le tasse, stava seduto con le spalle ciondoloni.

    “Quattro scellini” mormorò riabbassando gli occhi. Fissava l’orlo del banco come se lo sguardo avesse un peso.

    Aspettai.

    Aspettavo ancora quando una mano si posò sul mio braccio.

    Era un uomo anziano in coda dietro a me.

    “Guardi che, se non mette i soldi sul banco, il francobollo non glielo dà.”

    “Vorrà scherzare!”

    “Niente affatto.”

    Misi quattro scellini sul banco. L’impiegato incassò le monetine, scelse un francobollo e me lo allungò.

                                                             ***

    All’aeroporto, mentre aspettavo la chiamata del volo, provai a figurarmi la scena di un pericoloso criminale che arraffava un francobollo e se la dava a gambe con la refurtiva stretta in pugno. Una cosa da pazzi.

    Poi ricordai di aver sceso tre piani di scale con le labbra chiuse per trattenere il sapore di una bocca riluttante. Judy mi avrebbe ricordato come un ladro in fuga, con il bottino stretto fra le labbra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                 Samir         

 

    Lo conobbi quando avevo i canini aguzzi e giravo per il Medio Oriente. Samir era un agente marittimo con gli uffici in due stanzette buie in fondo a un vicolo: non aveva bisogno di impressionare i clienti, preferiva disorientarli. Gli proposi di concorrere insieme a un appalto ad Alessandria d’Egitto.

    Era un buon contratto, ma avrei dovuto sapere che la burocrazia egiziana è intricata come il delta del Nilo e le pratiche finiscono sempre per incagliarsi in qualche meandro limaccioso. Non me ne preoccupai: in un modo o nell’altro ero sicuro di cavarmela.

    Vincemmo la gara e aprii il cantiere. Ma i pagamenti non arrivarono. Ogni fine mese incontravo Samir ad Alessandria: tiravamo le somme del dare e dell’avere, e lui mi guardava da dietro le ciglia socchiuse, in silenzio. Io sorridevo e lo invitavo a cena. 

    Quando si era trattato di preparare l’offerta aveva tirato in lungo per due settimane: era sparito per tre giorni, aveva preteso referenze e affidavit, aveva sfoderato un’infinità di obiezioni, una più capziosa dell’altra. Non sapevo più cosa pensare. Sospettavo che si fosse inteso sottobanco con la concorrenza e stavo per mandarlo al diavolo. Invece, di punto in bianco, cominciammo a lavorare in pieno accordo.

    In realtà, tutti quegli indugi gli erano serviti per studiarmi. Samir, un omone dalla pelle scura e dai lineamenti negroidi, voleva sentirsi ispirare una fiducia che andasse oltre la stima e che si arrestasse solo sulla soglia dell’amicizia: valutava l’uomo che aveva di fronte e prendeva i suoi rischi. Chissà se esiste ancora gente come lui.

    Due anni prima c’era stata una guerra. Non era durata molto, ma aveva ridotto l’Egitto in pessime condizioni. E negli ultimi tempi Samir sembrava l’immagine dell’Egitto perché era ammalato e lo sapeva. Una mattina trovai un telex sulla scrivania, e fu così che lo seppi anch’io: a Samir restavano poche settimane.

                                                       ***

    Sbarcai al Cairo in una sera d’aprile, rossa ed estenuata come gli ultimi bagliori di un incendio. A Beirut, in quei giorni, si sparava nelle strade e Zurigo era piena di libanesi. Ma erano i miei anni corsari: avevo nella pelle un mal d’Africa che non era nostalgia di un luogo in particolare ma una frenetica attrazione per gli aeroporti, per le camere d’albergo, per tutto ciò che sapeva di provvisorio.

    Scendendo dall’aereo non feci caso al sudiciume, al fetore di urina fermentata, alle attese senza spiegazioni. Ormai ci avevo fatto l’abitudine. Come sempre, ai cancelli di imbarco per Jeddah, Riyad e Dharan, bivaccavano squadroni di manovali in ghellabeia, con la testa coperta da luride sciarpe arrotolate. La Arab Contractors li strappava alle campagne e li sparpagliava nei campi petroliferi del deserto arabico. Qualcuno faceva bollire l’acqua per il the sui fornelli a spirito, altri dormivano rannicchiati su una fila di sedie, altri ancora guardavano nel vuoto, fissi e imbambolati, con l’espressione di chi ha messo il futuro nelle mani di Allah. E tutt’attorno c’era la sinfonia del vociare arabo, che ha la monotona uniformità e gli scoppi cacofonici di un’orchestra che accorda gli strumenti aspettando l’entrata del Maestro.

    Aid, l’autista, aveva poche novità. No, i pagamenti non erano arrivati. Sì, Samir stava per lasciarci: ormai non usciva più di casa. Dai finestrini aperti entrava aria tiepida, densa come brodo. Sfilammo lungo un viale fiancheggiato da ville liberty sepolte nella polvere e nella sporcizia. Quando arrivammo in vista della Cittadella il tramonto proiettava le ombre dei minareti fino alle cupole della Città dei Morti. Poi la collina fu alle spalle, e piombammo in mezzo al caos, al lerciume cairota. I bar rigurgitavano sulla strada una umanità in ciabatte e ghellabeia seduta a fumare sudici narghilè; le macellerie protendevano sulla strada ganci da cui pendevano pezzi di carne sommersa dalle mosche; e centinaia di storpi si trascinavano in mezzo al traffico urlando suoni gutturali contro gli ululati dei clacson; e le vie erano ingombre di gente, di autobus stracolmi, di camion che cadevano a pezzi, di carretti, asini e dromedari; e sui marciapiedi ragazzini armati di canne sottili spingevano avanti in fila indiana bufali magrissimi, con le ossa in rilievo sotto la pelle floscia.

    Poi la strada si avvitò in ampi tornanti su per un’erta bianca di calce. In cima, con un brusco passaggio, venne avanti il deserto, e con il deserto il silenzio. Aid guidava e taceva. Sapevo cosa gli passava per la testa. Se non ci fossi stato io, lui avrebbe preso la strada del delta, piena di villaggi dove ci si può fermare, bere un the, fumare in pace una sigaretta. Gli arabi odiano il deserto, gli europei ne sono affascinati. Ma gli europei sono pazzi.

    Il sole era caduto dietro l’orizzonte, eppure il crepuscolo non finiva mai. A poco a poco, la luna in cielo aveva preso a splendere fino a incendiarsi come il faro di Alessandria. Il deserto cambiava continuamente, con infinite sfumature di grigio che affondavano dentro a voragini buie e risalivano lungo creste metalliche come lame di falci.

    Ore e ore di riflessi e fuochi fatui, sigarette, colpi di sonno. E in fondo all’ultimo risveglio Alessandria, il mare, l’aria umida e salata.

                                                       ***

    Davanti a me avevo due giorni di lavoro e non volevo pensare ad altro, ma non potevo lasciare l’Egitto senza rendere visita a Samir. A meno che nel frattempo le cose precipitassero.     

    Già, e i funerali? Tappeti rossi, caffè amaro, la fila delle sedie, i parenti seduti con gli occhi bassi a spiare chi si alza per primo. Sarebbe stato anche peggio.

    No, non potevo svignarmela: dovevo affrontare la situazione. Con quella spina nel cervello giravo per uffici, sbrigavo pratiche, battevo cassa. E tra un appuntamento e l’altro, nelle ore di anticamera, pensavo: che colore avrà la mia faccia quando andrò da Samir e gli dirò “Prima di partire ho disposto un bonifico, i tuoi soldi sono in viaggio, dovresti riceverli da un giorno all’altro”?

    Se mi vedessi in uno specchio morirei di vergogna. Lui leggerà le bugie sul mio volto, io vedrò la mia faccia nei suoi occhi. Meglio dirgli la verità. Gli chiederò di aver pazienza.

    Ma quale pazienza? Lui non ha più tempo. Mi griderà sul muso: voglio i miei soldi, voglio vederli qui con me come se fossero i miei figli, perché sono i MIEI.                                  

    No. Non si fa così. Andrò in casa sua, dirò le mie menzogne e lui sarà contento. Farà finta di credermi. Fingerà anche con se stesso, perché non ha altra scelta. E io sarò cinico, crudele e sorridente.    

                                                        ***

    Ogni tanto mi capita di svegliarmi al buio e mi pare di essere ancora là, fra le lenzuola umide, in una notte di odori e di suoni sconosciuti, in una Alessandria semplice e complicata dove la gente ti pianta addosso certi sguardi che forse non vogliono dire niente ma sembra che celino un segreto tragicomico, la spiegazione di tutti i paradossi della vita.

    Ricordo una notte agitata, un risveglio a bocca amara. Altri incontri d’affari, e poi il pranzo con lo staff. Farli mangiar bene. Pagare il conto. E via, lungo la strada del delta, nella pianura dove le vele bianche appaiono e scompaiono tra gli alberi e le feluche scivolano nei canali seminascosti, tra chiuse e ponti, casupole fangose e bufali accovacciati nella mota. E di nuovo Il Cairo, la periferia sbrindellata e puzzolente, i milioni di abitanti, i vicoli senza nome. E il Nilo, gonfio, enorme, il padre dei fiumi.

                                                        ***

    La casa di Samir era un appartamento pulitissimo, con la cera ai pavimenti. Lui mi ricevette in camera, ma volle alzarsi dal letto. Con fatica, avvolto in una candida camicia da notte, venne a sedersi in poltrona. Sul tavolino era già apparecchiato il the, con un vassoio di dolci e pasticcini.

    Guardavo Samir e gli occhi non mi sembravano più i suoi. Aveva le guance cascanti. La voce si imbrogliava alla fine delle frasi come se gli mancasse il fiato in gola. Finse la più assoluta normalità, come se ci fossimo seduti al caffè per scambiarci notizie e pettegolezzi. Discutemmo di politica internazionale e del prezzo del petrolio. Assurdamente, sperai che si fosse messo il cuore in pace.

    Non era così. Finimmo il the, fu portato via il vassoio, e Samir, parlando come se non attendesse risposta, incominciò la sua perorazione: il mio debito era scaduto e il mancato incasso gli procurava un certo numero di inconvenienti. Li enumerò con il tono svogliato di chi adempie a un dovere. Non importava, concluse. Lui sapeva di avere a che fare con un galantuomo: era sicuro che presto avrei pagato.

    Tutto qui: un discorsetto pieno di decoro e signorilità. Appoggiò le mani sui braccioli e si affaccendò ad alzarsi per tornare a letto. Ma quando fu in piedi si voltò, come se avesse dimenticato qualcosa. Mi fissò, e per un attimo i suoi occhi tornarono a essere quelli che conoscevo.

    “Non è per mancanza di fiducia. Ma è una grossa cifra.”

    Giuro: disse queste precise parole. Una bugia nitida come un mattino di primavera, detta con semplicità, così come ci si volta, si tende il braccio e si preme il grilletto: era la vita che non voleva smettere di scorrergli nelle vene, era il gusto di viverla, l’accumulo di troppe esperienze pagate care e il desiderio di farne altre, tante altre, perché non sono mai abbastanza, e invece il nostro è un tempo limitato, il cui confine non si sa mai dov’è, e all’improvviso è qui, è già arrivato, e non puoi farci niente.  

                                                       ***     

    Lasciai l’Egitto il giorno dopo, in un mattino di cielo limpido e aria frizzante. Dal finestrino dell’aereo vedevo una distesa uniforme, terra bruciata fino in lontananza, dove cambiava tonalità e si sgranava in una nube confusa che a poco a poco diventava cielo. Laggiù, il Nilo era una striscia verde che tagliava il deserto e andava a conficcarsi dentro all’orizzonte. E si perdeva, semplice e complicata, nelle profondità dell’Africa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                     Hassan                    

 

“Are you a believer?”

    Questa è una scorrettezza, Hassan, un vero colpo basso. Stiamo discutendo di affari, come ti viene in mente di chiedermi se credo in Dio? No, non dirmi niente. Conosco già il tuo argomento: voi europei fate tante distinzioni, ma siete incoerenti. Vi arrampicate sugli specchi pur di non fare i conti con la morale e con la religione.

    Abbi pazienza, Hassan, vediamo di capirci. Ogni quindici giorni tu e io ci incontriamo a questo tavolo. Passiamo ore a discutere, poi ci diciamo arrivederci e io torno in Europa a ricevere istruzioni. Apparentemente, lavoriamo per mettere in piedi una joint venture: come due sensali di matrimonio contrattiamo a chi toccherà allestire la cucina e a chi la camera da letto. In realtà, mentre discutiamo di investimenti, manodopera e tecnologia, sappiamo bene che il punto è: quanto costa tutto ciò? E in ultima analisi: ne vale la pena?

    Ma non è tutto: tu e io vogliamo far carriera, uno a spese dell’altro, se necessario. Vogliamo consegnare ai nostri superiori un risultato del quale possano valersi per ascendere lungo una scala infinita, che si perde nelle nuvole di chissà quale Paradiso. Perché, si sa, l’unico modo per far carriera è diventare vassallo di chi sta un gradino più su e salire con lui montando sulle spalle degli altri, tutti impegnati a salire la stessa scala.

    Eppure, troppi sono i gradini. La speranza di raggiungere una condizione beata, presto o tardi, si trasforma in un imperativo fine a se stesso. Che differenza fa arrivare al centesimo o al millesimo scalino se, tanto, in cima non si arriva mai?

    Tu, Hassan, sei sicuro di farcela. Io ho paura di essermi impelagato in un’impresa più grande di me. E intanto combattiamo: tu per fede, io per senso del dovere, duelliamo fingendo di volere la stessa cosa in due modi diversi. Io metto in campo molta tattica e poca strategia. Tu apri tranquillamente un nuovo fronte: “Are you a believer?”

    Non lo so, Hassan, non lo so più. C’è stato un tempo in cui credevo di saperlo, ma da allora sono successe tante cose. Tu, che in vita tua non hai mai assaggiato una fetta di prosciutto o un bicchiere di vino, ti prostri a terra cinque volte al giorno e ti prepari ad andare alla Mecca vestito di un lenzuolo: girerai sette volte attorno a un presunto meteorite e tornerai a casa. Io sorrido e mi sento carico di laica saggezza.

    Ma gli europei hanno poco da stare allegri: dopo aver razionalizzato, demistificato, destrutturato, chissà se sono diventati migliori. Negli ultimi due secoli hanno instaurato l’idolatria della libertà, e solo adesso cominciano a capire che, nel preciso istante in cui se ne fa uso, la libertà diventa limite a se stessa. Tu, Hassan, nella pausa per il the fumi una sigaretta con gli occhi persi al di là di ogni possibile orizzonte, poi torni sulla terra e mi domandi: “Are you a believer?”

    A cosa dovrei credere, Hassan? Gli europei sanno di venire al mondo condannati a morte e hanno reagito aumentando la durata della vita media. Hanno sette anni in più da vivere, ma nessuno immagina di usarli per fare qualcosa che dia significato ai settanta precedenti: abbiamo smesso di sognare. La nostra civiltà era fondata sui miti, e li abbiamo degradati a etichette per i disturbi mentali. Non credo più in me stesso, Hassan, come vuoi che creda in Dio? Il caso mi ha destinato a vivere in un lunghissimo tramonto dove tutto marcisce lentamente. Intorno a me, a una a una, muoiono le certezze e io, che non so come sostituirle, mi limito a farne a meno.

    Ma tu hai diritto a una risposta, Hassan. Conto di dartela al mio ritorno, fra due settimane, quando avrò ricevuto istruzioni.

 

                                     Essere e tempo

 

    Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto o un’indigestione o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro.

    Il mio destino cambiò verso la fine del primo anno di università. All’appello di giugno portai cinque esami, convinto di superarne due o tre. Con molta fortuna e un po’ di sfacciataggine riuscii a levarli di mezzo tutti e cinque. All’appello di ottobre mi presentai a matematica. Passai lo scritto, con che voto non so, non me lo dissero mai, e il giorno del mio compleanno fui chiamato a sostenere l’orale.

    Alle nove del mattino un assistente si presentò in aula con il fiato corto per aver salito due piani di scale. Non si degnò di salutare i presenti, gettò le sue carte sulla cattedra, accese una sigaretta, buttò a terra un cerino scosso ma non spento e chiamò il primo candidato.

    Si fece avanti un ragazzo magro, dal viso rettangolare, che portava occhiali senza montatura e capelli a spazzola: sembrava un ingegnere tedesco. E sapeva tutto. Dal calcolo combinatorio alle equazioni differenziali snocciolò risposte precise, sviluppando i ragionamenti con una logica percussiva e quasi irritante. Dopo cinque domande e altrettante risposte l’assistente lasciò cadere il mozzicone, lo schiacciò sotto il tacco, e propose:

    “Ventisette. Le va bene?”

    Il poveraccio si sentì sprofondare: si era preparato per il trenta. Chiese di poter rispondere a un’altra domanda. L’assistente scosse il capo.

    “Se crede, può ritirarsi.”

    Lo studente sbattè le ciglia sugli occhi miopi, si alzò senza una parola e uscì.

    Mi feci avanti con l’animo rimescolato da un presagio di catastrofe. L’assistente aprì il libretto e contemplò i miei cinque voti che, all’insegna della mediocrità, planavano dal ventiquattro al diciotto. Lessi nel suo sguardo che quel mattino avrei fatto meglio a non venire.

    “Il secondo teorema di Napier” mormorò.

    Non saprei dire cosa mi successe. Ai tre teoremi di Napier avevo dedicato lunghi pomeriggi di impegno, tormento e conquista. Attaccai la dimostrazione con il sollievo di chi vaga in un quartiere sconosciuto, svolta un angolo e ritrova la strada di casa.

    “Ha problemi di udito? Le ho chiesto il SECONDO teorema!”

    Una luce bianca mi esplose nel cervello.

    “Torni a febbraio, se per allora avrà imparato a distinguere il secondo teorema dal terzo.”

    Non ebbi il coraggio di aprir bocca. Uscii dall’aula e andai a sedere sui gradini della scala con i gomiti sui ginocchi e il viso nelle mani. Pensavo a mia madre, che aveva preparato una torta, e a mio padre che era sceso in cantina a prelevare una bottiglia di spumante. E io tornavo a casa con un calcio nel sedere. Se avessi potuto cancellare l’ultima mezz’ora, se qualche perversa singolarità nella struttura dell’universo mi avesse fatto regredire di trenta minuti, non mi sarei lasciato smontare da un commento sarcastico. E non avrei buttato via tre mesi a ristudiare quel che sapevo già.

    All’improvviso mi sentii battere su una spalla. Un compagno di corso mi disse: “Be’, cosa fai, non vieni?”

    Non so nemmeno perchè lo seguii. Tornai in aula e mi schizzarono gli occhi dalle orbite. L’orologio segnava le nove e dieci. Il ragazzo con la faccia da ingegnere stava rosolando sulla graticola.

    Dapprincipio accaddero le stesse cose. L’assistente propose il ventisette, il candidato implorò di essere interrogato ancora, ma soggiunse che aveva bisogno di un voto alto per mantenere la borsa di studio. L’esaminatore lo guardò con disprezzo, domandò una inezia qualsiasi, tanto per la forma, e scrisse il voto ancor prima che lo studente avesse finito di rispondere.

    “Ventinove” sentenziò porgendo il libretto. L’altro lo prese e se ne andò, non esultante ma neppure disperato.

    Venne il mio turno. L’assistente tralasciò di ispezionare i miei precedenti. Mi rivolse una domanda di routine e sanzionò le mie incertezze con occhiatacce, grugniti e gesti di fastidio, ma evitò di infierire.

    Alla fine, mi diede ventitre. Solennizzai l’avvenimento con tutte le consuetudini del caso, dalla pubblica confricazione del libretto sulle parti più intime del corpo fino a un lussurioso intermezzo in un albergo a ore.

    Fu un bel compleanno.

                                                              ***

    Sono un uomo pratico. Credo che ognuno si comporti come vuole, come può, o come è costretto a fare. Il passato, o l’abbiamo voluto o l’abbiamo subito. Il passato è passato.

    È curioso che proprio io, l’unico essere umano che abbia risalito il fiume del tempo, pensi e dica, in tutta sincerità, “il passato è passato”. Eppure ho i miei motivi.

    Quella prima esperienza mi procurò, dopo l’euforia iniziale, alcuni giorni di sbandamento, in capo ai quali decisi che solo con una vita irreprensibile avrei potuto riscattare una mezz’ora di sostanziale immoralità. Non intendevo diventare un bacchettone, ma provavo rimorso a godere i vantaggi di una facoltà unica, che non avevo meritato e non sapevo come giustificare. Persino chi vince una fortuna alla lotteria, se non altro, ha sperato di vincere tanto da arrischiarci dei quattrini. Io non avevo fatto neanche quel poco. Mi vergognavo di non aver saputo risolvere da me i miei problemi e ingigantivo le cose equiparando un privilegio a una rapina.

    E poi, immancabile come la mela nel paradiso terrestre, mi si parava davanti la tentazione di sfruttare la mia facoltà per fini di lucro. Potevo leggere sul giornale i numeri estratti al lotto, regredire di un paio di giorni e scommettere sul sicuro. Potevo seguire il listino di Borsa e muovermi avanti e indietro nel tempo speculando al rialzo o al ribasso. Se respinsi la tentazione non fu per una forza d’animo o per una tensione morale che non avevo. In un certo senso, si trattò di spirito scientifico.

    Seduto in poltrona, alle tre di notte, provai a regredire di trenta secondi, poi di tre minuti, poi di di dieci. Ogni volta la lancetta dell’orologio ripercorse esattamente gli stessi spazi nello stesso tempo, ma accaddero degli imprevisti. Il primo esperimento trascorse identico a quella che seguitavo a chiamare “la realtà”. Durante il secondo una motocicletta passò rombando giù nella strada. Durante il terzo una donna si affacciò a una finestra del caseggiato di fronte e gridò “Aiuto!”

    Nelle notti successive, con estrema cautela, provai e riprovai questo tipo di esperimenti: tornai indietro nel tempo per periodi sempre più lunghi, annotando durate e variazioni.  

    Più si allungava la permanenza nel passato più aumentava la probabilità che gli avvenimenti deviassero dal percorso originario. Altri numeri potevano uscire sulla ruota di Milano, notizie inattese potevano affossare i miei titoli. Giunsi alla conclusione che sì, avrei sempre avuto a disposizione una seconda chance, ma le mie regressioni temporali ripristinavano la libertà dell’intero universo. Quando il calendario e l’orologio tornavano al punto di partenza la storia non era più la stessa.

    Non tentai l’esperimento opposto: il futuro mi appariva più inviolabile del passato e la curiosità aveva l’aria di una profanazione.

                                                               ***

    Non sono mai stato un mostro di coerenza, lo ammetto. Ci ricascai. La mia unica scusa è che lei era bellissima e io la volevo. Non avevo mai provato un desiderio così intenso e i miei buoni propositi furono spazzati via in un attimo. La conobbi in una sera d’estate, al mare, durante una festa caotica nei giardini di un castello. C’erano forse un migliaio di invitati e nel giro di un paio d’ore ognuno aveva perso qualcosa: il portafogli, le chiavi di casa, la fidanzata. Io vidi lei e persi la testa. La condussi in una terrazza affacciata sul mare. Ogni volta che una parola, un tono, un’espressione, non le risultavano graditi compivo un microbalzo all’indietro nel tempo, ci riprovavo e insistevo nei tentativi finchè vedevo i suoi occhi illuminarsi di un sorriso sincero.

    Sapevo che la moralità del mio comportamento lasciava a desiderare, ma sulle prime il risultato mise a tacere i rimorsi. Più tardi, quando lo stupore della conquista venne meno, mi accorsi degli inconvenienti.

    Tralascio le piccolezze come il tubetto del dentifricio schiacciato al centro o la mania di cambiare in continuazione mobili, quadri e tappeti. Si trattò di ben altro: di un inconveniente che rendeva la vita di coppia intollerabile come un soggiorno in gattabuia. Lei era sempre bellissima, ma aveva sviluppato una forma patologica di possessività che la portava a considerarmi non un essere umano, ma un suo sosia, un replicante, un clone. La infastidiva l’idea di comunicarmi le sue fantasie. Secondo lei avrei dovuto intuirle e fargliele trovare esaudite, risparmiarle il fastidio di parlarne. Cosa pretendevo da lei? Che chiedesse come un bambino insistente, che strepitasse come un’arpia, che si abbassasse a intavolare una trattativa? No: se davvero l’amavo avrei dovuto leggere i sogni nei suoi occhi, sognare con lei, fare in modo che il nostro (il suo) sogno diventasse realtà. Insomma: mi chiedeva, come una cosa logica e naturale, di non essere più me stesso.

    La lasciai. Avevo il cuore a pezzi e un dubbio straziante nel cervello: che fosse stata colpa mia? Muoversi nel tempo con troppa disinvoltura, come avevo fatto io, poteva alterare l’equilibrio della psiche, i meccanismi neurologici, la struttura dell’essere?                                      

    C’era solo un modo per saperlo: proseguire negli esperimenti. Mi inoltrai in un catalogo di brunette scattanti per l’estate e di bionde opulente per l’inverno. Ma il ritmo delle avventure divenne così frenetico da far passare inosservati pregi e caratteristiche delle mie compagne. Non riuscivo più ad apprezzarne lo spirito o la cultura. Finii per non badare nemmeno alla bellezza, convinto come ero che tutto ciò che mi accadeva fosse precario: in un batter di ciglia potevo renderlo mai esistito (così credevo). Al termine di una sarabanda di episodi, reali solo finché io lo volevo, mi domandai se la mia stessa volontà, dalla quale tutto sembrava dipendere, avesse un punto fermo a cui fare riferimento.

    Tornai indietro, esasperato. Tornai alla sera degli esperimenti col mio primo grande amore, e tanto pesava l’ombra della disillusione che non feci nemmeno un tentativo. Me ne andai, inseguito da due occhioni gonfi di vuoto e di impossibile. Chissà: se avessi tentato un’altra volta, forse il libero gioco dell’essere mi avrebbe riservato un futuro anteriore tutto diverso. Ma non me la sentivo più.

                                                               ***

    Quanti miraggi, quanti falsi scopi! Ho percorso fino in fondo una vita piena di successo e quattrini. Sono tornato indietro. In capo a un altro tentativo, ho abbandonato una vita di gloria e di sopraffazione. Per non farmi mancare l’essenziale, ho vissuto anche vite di rivolta, di fallimento, di depravazione. Sono tornato indietro solo quando ho visto il boia avvicinarsi con la siringa in mano.

    Infine, quando il dubbio era diventato la mia unica certezza e la precarietà dell’esistenza mi stava conficcata tra le costole come il pugnale di un sicario, ho studiato la natura dell’essere. Ho dedicato una vita alla filosofia e un’altra alle scienze occulte. Ma tirando le somme di tutte le mie esperienze ho dovuto ammettere che ne sapevo quanto prima. Avevo rivissuto cento volte la stessa vita cercando di penetrarne il segreto e non c’ero riuscito mai.         

    Al rientro dall’ultima vita ho visto intorno a me soltanto strade già percorse. Una stanchezza più morale che fisica mi gravava addosso: era il disinganno di una ricerca senza esito, era la desolazione e l’angoscia di una piazza deserta, arroventata dal sole e inumidita dalla luna. Mi restava da attendere un’ora troppo lontana: avrei dovuto vivere lunghi anni senza uno scopo che mi aiutasse a sopportare la noia, le fatiche e le ingiurie quotidiane.

                                                                  ***

    Fino allora non avevo mai osato affrontare il futuro. Quando mi accorgevo di essere finito in un vicolo cieco ricominciavo daccapo. Ma ormai non volevo più ricominciare: volevo finire per sempre.

    Ho fatto un salto in avanti di duecento anni, al di là della più ampia speranza di vita di ogni essere umano.

    E qui, dove il futuro non esiste, ogni mio passato si squaderna davanti a me in un immenso, immobile panorama. Tutti gli orologi si sono fermati. Tutti i corpi celesti hanno compiuto il periplo del mulino galattico. Tutto è compiuto.

    Non saprò mai cos’è veramente successo. Ho vissuto mille vite virtuali, ho esplorato i più promettenti vicoli ciechi, e mi piacerebbe che la memoria tramandata dei miei eccessi dissuadesse gli uomini dal ripercorrerli. Ma no, non sarà così. Gli uomini ripetono sempre gli stessi errori. Ogni generazione seguiterà a far rivivere Icaro e don Giovanni. Aprile, inconsapevole mescolarsi di putrefazione e rigoglio, condanna all’eterno ritorno di una spirale senza fine.

    Veri sono soltanto i miti: frecce scagliate oltre l’indifferenza dell’essere, oltre la crudeltà del tempo.

 

                                      Petrus Romanus  

 

    Quest’anno avrebbe dovuto esserci il censimento, ma non si farà. Non lo fanno più neanche in Francia, in Austria, in Spagna.

    In Germania la Bild Zeitung ha scoperto che l’Istituto di Statistica aveva truccato le cifre e lo scandalo ha travolto maggioranza e opposizione. Girano voci incontrollabili: pare che i luterani siano scesi al 9% e che i cattolici siano in caduta verticale. La percentuale dei musulmani è top secret. Neanche la Bild è riuscita a saperla.

    In Inghilterra la Camera dei Comuni sta dibattendo una legge per istituire una nuova festa nazionale. Non discutono se introdurla o no, ma solo se sarà il Bayram o la fine del Ramadan.

    In Italia è sempre più difficile trovare in edicola giornali scritti in italiano. Sono rimaste solo due testate. Tutte le altre sono fallite. È incredibile com’è cambiato il mondo in tre o quattro decennii. Quando ero ragazzo si pensava che nel Duemila gli impiegati sarebbero andati in ufficio in elicottero volando in mezzo ai grattacieli. Le emigrazioni sembravano imprese di cadetti in marcia verso aree incolte da bonificare: il Far West, la Pampa, l’Australia. Nessuno avrebbe immaginato una colonizzazione a rovescio.   

                                                            ***

    Sono cambiate tante cose e altre stanno per cambiare. Il mondo è una ruota che gira e niente è acquisito per sempre. Quando ero giovane, i vecchi contavano i re che avevano visto. Da quando sono diventato vecchio anch’io, ho preso lo stesso vizio.

    Sono nato sotto Pio XII, pastor angelicus, e mi sono rimaste impresse le sue pose ieratiche. Ricordo Giovanni XXIII, pastor et nauta, e lo stupore dei primi sbandamenti conciliari dopo secoli di Controriforma. Ho reminiscenze più vaghe di Paolo VI,  flos florum, un pontificato che mi è rimasto abbastanza incomprensibile. Giovanni Paolo I, de medietate lunae, chi l’ha visto? Eppure fu il primo ad abbandonare il plurale majestatis. Giovanni Paolo II, de labore solis, che uomo! Un Papa che pestava pugni sul tavolo. Benedetto XVI, de gloria olivae, non un inquisitore pieno di certezze, ma un uomo problematico. E adesso c’è questo Papa che ben pochi hanno visto e del quale si sa praticamente niente.

    Si è capito subito che non era uno dei cardinali, e neanche un vescovo. Poi un giornale spagnolo (chissà come ha fatto a saperlo) ha scritto che il Papa era un parroco di paese, uno che si era fatto prete a quarant’anni, e ormai era vecchio, con problemi di salute. Qualcuno aveva fatto il suo nome in conclave, gli avevano telefonato, lui si era rifiutato vivacemente e c’erano voluti tre giorni per convincerlo. Pare che sia arrivato di notte in tassì fino in piazza San Pietro, come un turista.

    I cardinali gli hanno chiesto se accettava la nomina. Lui ha risposto: Accipio. Con quella parola è diventato un monarca assoluto e l’ha dimostrato subito sconvolgendo la prassi e il cerimoniale. Ha vietato a tutti di rivelare il suo nome e la sua provenienza. Non ha voluto assumere un nuovo nome. Non è uscito sulla loggia per impartire la benedizione al popolo. Si è ritirato nei suoi appartamenti e, a un anno dalla sua elezione, è ancora lì. Non è mai uscito. Le personalità politiche in visita al Vaticano sono ricevute dal Segretario di Stato. Le cerimonie e le udienze sono affidate al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Papa comunica le sue apostoliche volontà con bigliettini che il Segretario di Stato custodisce gelosamente e non mostra a nessuno (ma, come sanno i soliti bene informati, contengono soprattutto richieste di generi di conforto: libri, cioccolato, whisky).

    Gli anticlericali strepitano che il Papa non c’è, che non è mai stato eletto, o che i cardinali di curia l’hanno fatto fuori. I romani lo chiamano Petrus Romanus. Nessuno dimentica che, secondo la profezia, un Papa di nome Pietro segnerà la fine della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.  

                                                          ***

    E mentre il mondo traballa, io sto per morire. Sto per morire e non ho ancora capito che senso ha, se pure ne ha uno, la vita che ho vissuto. È una domanda alla quale non si può rispondere senza prima aver deciso se Dio esista o no, se esista l’anima, se esista un aldilà. Ma io non ho sempre dato a queste domande le stesse risposte, e non per un motivo preciso. Semplicemente perché il tempo passava e io cambiavo.

    Detto così, sembra quasi che Dio esista solo per i vecchi, che sia una cosa che si inventano per alleviare la paura della morte. Invece è tutto il contrario. Finché uno non ti serve, non lo cerchi. Poi ti accorgi che non puoi farne a meno (succede a tutti, e sempre all’improvviso). E allora vorresti capirci qualcosa, trovarci un po’ di coerenza. Ma non la trovi.

    Insomma, sto cercando di dire che gli interessi di Dio meritavano di essere serviti un po’ meglio. Per me, il primo sintomo che qualcosa non quadrava fu l’abolizione del divieto di mangiare di grasso al venerdì.

    Ma come? Fino a venerdì scorso, se mangiavi un panino col salame e poi finivi sotto un tram, andavi sparato dentro a un calderone di pece bollente e non ne uscivi più in saecula saeculorum. Adesso, tutt’a un tratto, mangi zampone e culatello, vai in paradiso, guardi giù e vedi tuo padre che per aver fatto la stessa cosa qualche anno prima deve bruciare per l’eternità. Come si fa a credere una cosa simile?    

    Naturalmente la fesseria non stava nell’aver tolto il divieto. Stava nell’averci impegnato la faccia, minacciando demonii e fiamme infernali. Perché, se poi ti rimangi le prospettive apocalittiche, non resta che pensare: o mi hai preso in giro prima o lo stai facendo adesso. In ogni caso mi hai preso in giro. E io non mi fido più.

    Sarà pure meschino mettere in dubbio i dogmi della fede per via di una fetta di salame, ma tant’è: chi pretende di regolare anche le stupidaggini si fa del male da solo. 

                                                             ***

    Cosa volevo dire? Ho perso il filo. Ah, sì: stavo dicendo che, finché uno si sente giovane, è convinto di fabbricare il suo destino. Quantomeno ci prova, si appassiona, si esalta per i successi, medita la rivincita per le sconfitte.

    Non voglio darmi arie da psicologo o da antropologo, ma sospetto che questo atteggiamento sia un riflesso dell’esuberanza sessuale: finché sai di poter generare, vai incontro alla vita sicuro di dominarla. E finché ti trovi in questo stato d’animo imperialista, nessuno può venire a raccontarti che andando a letto con la collega dell’ufficio contabilità, sposata con due figli, commetti un peccato mortale e fai piangere l’angelo custode. 

    No. Non funziona. Tu e la collega siete presi, innamorati, arrapati, chiamalo come ti pare. È matematico che lo farete ancora, per quanti scrupoli di coscienza vi vengano. Cosa dovreste fare? Schizzare dal letto ogni volta che finite di peccare e correre a confessarvi sapendo bene che domani sarete daccapo? Che senso ha chiedervi di pentirvi per qualcosa che fra ventiquattr’ore, piova o nevichi, rifarete tale e quale?

                                                             ***

    Anche nel caso del sesso sembra meschino attaccare la morale con questi discorsi terra terra. Ma il fatto è che quando cala il testosterone smettiamo di fare progetti e ci dedichiamo ai consuntivi. Le cose per cui ci affannavamo non le abbiamo ottenute, e se domani mattina piovessero dal cielo arriverebbero fuori tempo massimo. Ecco: abbiamo sbagliato tutto. Gli errori sono peccati. E i peccati bisogna espiarli. Eccetera eccetera.

    Ma è poi questa la prospettiva giusta? I fatti più gratificanti della vita, la morale li guarda con gli occhi della vecchiaia. Gli occhi di chi non fa investimenti perché non ha più un futuro. Gli occhi di chi constata che – proprio quando sarebbe il momento di raccogliere i frutti – le forze, gli appetiti, i gusti che credevi dovessero durare fino all’ultimo, sono venuti meno.

    C’è poco da fare: la morale e la Storia hanno gli occhi sulla nuca. E invece le civiltà si costruiscono con i progetti di chi guarda al futuro, non con le melanconie di chi riflette sul passato.  

                                                               ***

    Un tempo si temeva che i cosacchi venissero ad abbeverare i cavalli nelle fontane di Roma. Oggi le anime belle dicono che dovremmo essere orgogliosi di aiutare milioni di diseredati. Ma dovremmo anche preoccuparci di avere sempre qualcosa da dare. Quando finiranno l’oro, le banconote e i debiti, cosa potremo offrire? Cultura? Saggezza? Ma no. La nostra civiltà è in agonia. E io muoio con lei.

    Eppure, chissà. In questi ultimi tempi mi è nata nel cervello una fantasia, un ultimo gesto di orgoglio. È assurdo, lo so, ma è la mia unica consolazione. Del resto, a chi sta per affrontare il Mistero si può concedere un pizzico di megalomania. Così, per farsi coraggio. Ecco: io guardo il cielo di Roma e immagino che tremila anni di civiltà si siano rifugiati in me, che restino abbarbicati alla mia vita, per quel poco che durerà. E ho fatto installare un congegno: quando il cuore avrà smesso di battere, la mia immagine apparirà alla finestra del palazzo apostolico e annuncerà la fine di tutto. Urbi et orbi. 

    Sì, lo so: con la Chiesa in liquidazione non ci sarà più una guida da seguire o un antagonista con cui contendere. Senza un punto di riferimento il mondo sbanderà. Ma se la Storia ha superato il punto di non ritorno, io sono troppo vecchio per indicare soluzioni. Me ne vado. Lascio al mondo il mio amore per l’umanità, la fiducia che la civiltà sappia rigenerarsi, la speranza che Petrus Romanus segni una fine ma anche un nuovo inizio.

    Addio.                                                         

I racconti dei miti comparati 

(Storia universale del senso di colpa)

 

 

                                         Adamo/Prometeo 

 

    Mi guardo. Sono seminudo, non ho neanche le mutande. Ho addosso soltanto una pelle di animale, piuttosto puzzolente, che mi copre il petto e le spalle. I piedi sono avvolti in altre pelli legate insieme con una cinghia. Ho le gambe infangate fino al ginocchio e le mie mani sembrano artigli di avvoltoio, con le unghie cerchiate di nero e le dita adunche. Ho un barbone da bandito e i capelli lunghi, sporchi. Chissà da quanto tempo non mi lavo. Mi gratto in testa. Devo avere anche i pidocchi. Sono ridotto come uno scimmione. 

    E ho una fame devastante. Niente a che vedere con l’appetito o con il buco nello stomaco. No, è una cosa animalesca, ferina, che non conosce limiti o tabù. Mangerei qualunque cosa: bacche, foglie, fili d’erba. Anche una biscia, anche un topo. Li sbranerei a morsi, così come sono. Non scherzo.

    Ieri mi sono quasi rotto la mascella cercando di sgusciare una nocciola. Ma è stato ieri? Magari è passato un secolo. Trovare frutti sta diventando difficile. La stagione della luce è agli sgoccioli, il buio aumenta ogni giorno e il grande Zum è sempre più basso sull’orizzonte. Questo venir meno della luce l’ho già visto tante volte, e a questo proposito so due cose.

    La prima è che la luce viene a mancare perché il grande Zum si accorge che qualcuno ha approfittato del caldo e punisce tutto il mondo per punire lui. Io non so come succede, però ogni tanto il grande Zum si distrae, il caldo arriva fin quaggiù e gli alberi fanno i frutti. Ma proprio quando si comincia a star bene lui se ne accorge, o qualcuno va a fargli la spiata, così diventa geloso e siccome è un tipo vendicativo si riprende tutto il caldo per sé.

    L’altra cosa che so è che la luce non viene mai a mancare nello stesso modo. Ho visto dei periodi di buio in cui la neve arrivava fino ai ginocchi. Altri in cui le piogge non smettevano mai. Altri ancora in cui, tutto sommato, la temperatura era accettabile e l’unica cosa fastidiosa era che le giornate finivano troppo presto.

    Una volta il freddo rischiò di ucciderci tutti. Ricordo che avevo i piedi perennemente gelati e di notte pensavo che non ce l’avrei fatta a tirare mattina. Si faceva fatica a distinguere il giorno dalla notte. La neve ci aveva bloccati nella grotta e stavamo sempre uno addosso all’altro per scaldarci.

    Poi le provviste finirono, e la neve continuava a cadere. Andò avanti così per tanto di quel tempo che fummo sul punto di morire di fame. Qualcuno provò a uscire per cercare qualcosa da mangiare. Non tornò. Quando smise di nevicare ci vollero giorni e giorni prima che la neve si sciogliesse, e altri ancora prima che la terra tornasse solida e si potesse uscire a cercare del cibo. Ma non ne trovammo. Il gelo aveva distrutto erba e foglie. Gli animali se ne stavano chiusi nelle tane. Una mattina il vecchio non si svegliò: era rattrappito, secco come un ramo di pino. Non che mangiare il vecchio mi sia piaciuto, ma pur di non crepare andò bene anche lui, eccome se andò bene.

    Insomma, ho fame. Però non mi preoccupo: ne ho passate di peggio. Qualcosa troverò. So dove cercare e ho con me la mia selce scheggiata che taglia tutto, rami verdi e rami secchi. È stata la prima cosa che mi sono fabbricato quando me ne sono andato dalla grotta. Avevo trovato una tana e mi ci sono sistemato. Niente di speciale: quando ti metti per conto tuo devi accontentarti di quel che trovi. La mia tana è aperta ai venti che portano pioggia. Però è riparata da quelli freddi ed è questo che conta. Comunque, a me serve poco: io sono fatto per stare all’aperto. Nella tana passo solo le notti lunghe e i giorni bui. 

    Avrei meno fastidi se non ci si fosse installata anche la femmina, che mangia le mie provviste e ogni tanto fa i piccoli, che poi vogliono mangiare pure loro. Ma almeno sta lì e fa la guardia. Dice che una volta ha scacciato un lupo gridando e scagliando sassi. Dice che non ha paura dei lupi e degli avvoltoi. Ha paura solo dei mostri.

    Io i mostri non li ho mai visti, ma so che ci sono. Una volta ho visto le orme. Sono bestiacce enormi, alte come un pino e grosse come le rocce che rotolano giù dai fianchi della montagna. Hanno una bocca che soffia fuoco e schizza veleno. E una coda lunghissima. Con una codata ti staccano la testa. Hanno denti enormi e affilati, e le lingue taglienti. Chissà perché il grande Zum li lascia vivere. Forse fanno paura anche a lui.

    Ma lui ha i fulmini. Perché non li usa?

    Quando penso a queste cose mi vengono dei dubbi. Tutti tremano davanti al grande Zum, eppure in fin dei conti che motivo c’è di tremare? Davanti ai mostri sì: se ne trovi uno, anzi, se lui trova te, non hai più scampo. Invece il grande Zum, a me, non mi guarda nemmeno. D’estate potrei sacrificargli anche metà dei frutti che raccolgo; tanto, se non li mangio marciscono. Beh, mettiamo che lo faccia e che gli chieda una cosa ragionevole, diciamo, di non far piovere per tre giorni. Risultato? Ci puoi scommettere che arriva un temporale. Gli chiedo di distruggere i mostri? E lui se ne frega. Sì, spara fulmini di qua e di là, fa un gran baccano, incenerisce un po’ di alberi, ma di mostri non ne ha mai ammazzato neanche uno.  

    E io, cosa vuoi che faccia? Mi arrangio. Penso a trovare da mangiare. Questo vallone, per esempio, ha l’aria di essere un posto buono per le erbe e le radici, forse anche per le more. Provo a dare un’occhiata. Risalgo il letto asciutto del fiumiciattolo che nasce lassù, proprio in cima alla collina.

    Il vecchio diceva che dall’altra parte, sul versante dove va a coricarsi il grande Zum, c’è un giardino dove crescono le mele d’oro. Io non ci sono mai stato, ma un giorno o l’altro voglio levarmi questa curiosità. Chissà che sapore hanno le mele d’oro. Il vecchio diceva che chi le mangia sa tutto e resta eternamente giovane.

    Ma quelle sono api! Qui intorno deve esserci il favo. Eccolo là, su quell’albero basso, dove si divaricano i rami. Bel colpo! Adesso attento. Lavora con calma. Lento e sicuro, come fanno gli orsi. Non staccare il favo tutto intero. Non pensare alle api: loro hanno altro per la testa e non badano a te. Spezza il favo. Se lo porti via tutto, ti rincorrono. Se lo rompi, pensano solo a ricostruire. Ecco: stacco un pezzo e succhio il miele che cola. Sputo la cera e la tengo da conto. Se domani non trovo niente posso ancora succhiarla.  

    A dir la verità, questo sarebbe cibo del grande Zum. Però non è che se la prenda più di tanto se uno glielo mangia. È capacissimo di perseguitarti per tutta la vita senza motivo, ma non si accorge se gli rubi qualcosa. O forse sì. Magari fa finta di niente, ti dà corda e te la farà pagare poi tutta in una volta. Oppure ha un modo di pensare tutto suo, e io non ci arrivo. Ma se è così, dico io, se io non posso intenderlo e lui non si spiega, cosa c’è da aspettarsi da lui? Tanto vale  arrangiarsi da soli. O no?

    Vabbe’. Intanto mi sono fatto una scorpacciata. E adesso vado su per il vallone fino a quella macchia di pinastri. Se gli scoiattoli non hanno già fatto man bassa, scommetto che trovo un bel po’ di pigne. Eh, caro il mio grande Zum, con mezzo favo di miele nello stomaco è tutto un altro ragionare.

                                                            ***

    Cos’è successo? Bah, mi sono addormentato. Ho trovato un sacco di pigne ancora sane e mi sono messo a lavorare. Non so più quanti pinoli ho messo da parte. Anche perché ogni tanto ne mangiavo qualcuno. Ma poi mi sono addormentato e il grande Zum si è nascosto dietro al crinale del vallone. Mi sono svegliato perché l’aria è rinfrescata.                                   

    Ma il grande Zum se ne è andato solo a metà. Ha mandato via la luce, ma lui è rimasto qui, lo sento. Brontola, tuona, ruggisce. Ce l’ha con me. S’è accorto della faccenda del favo. Le api hanno fatto la spia.

    Adesso piove a goccioloni grossi. Li sento spiaccicarsi sui rami. L’acqua si raccoglie lungo gli aghi dei pini e ripiove a terra. Ho i capelli zuppi. Ho il naso pieno di odori di resina e sottobosco. Sto qui seduto, con la schiena appoggiata a un tronco, e intanto il grande Zum fa il diavolo a quattro: i fulmini illuminano il cielo, ma qui, in mezzo al bosco e con la pioggia che batte, non si vede gran che. C’è solo questo lampo di luce spettrale che esce dal nulla e resta lì per un attimo, come una pelle bianca appesa ad asciugare, e prima che svanisca del tutto arriva lo scoppio che rimbomba dalle orecchie fino in fondo al ventre.

    È stupido, lo so, ma non posso fare a meno di tremare e battere i denti. Il grande Zum non mi ha visto, altrimenti mi avrebbe già incenerito. Qualcuno si è fregato mezzo favo del suo miele e lui è infuriato. È proprio incazzato nero, e si sfoga. Ma non può sapere che sono stato io.

    Un momento. Se le api hanno fatto la spia, allora lo sa che sono stato io! Forse mi ha soltanto perso di vista. E se mi vede mi fulmina senza tante storie. Ma perché mi sono buttato su quel favo? Stavolta l’ho fatta grossa. Vuoi vedere che la storia delle mele d’oro non è come la raccontano? Magari le mele sono i favi e l’oro è il miele. 

    Un altro esplodere di luce bianca. Uno schiocco terribile. Mi raggomitolo al suolo, ma non ho più speranze. Mi ha trovato, e con il prossimo botto chiuderà il conto. Chi me l’ha fatto fare di mangiare il cibo del grande Zum?

    E va bene. Non posso più sfuggirti. Tu sei armato e io no. Tu mi tieni sotto tiro e io non so neanche dove sei. Spara il tuo dannato fulmine e facciamola finita. Non dovevo toccare la mela d’oro? Va bene, non dovevo. Ma che ci posso fare? Ormai non posso più restituirtela. E poi, cosa volevi, che morissi di fame? Come dici? Che non sono affari miei, e per quel che mi riguarda potevi volere proprio quello? Ah, quando è così, niente da obiettare, ci mancherebbe: il grande Zum sei tu. Ma tra morire di fame e morire fulminato, se permetti, scelgo io. E anche se non permetti, porca miseria.

    Allora? Ti decidi, sì o no? Ti è passata la voglia di far baccano? Hai finito la scorta di fulmini? Ah no, volevo ben dire! Eccolo lì, il lampo, e poi, un po’ più tardi, il rombo. Però questa volta hai sbagliato la mira, sei andato a finire giù nel vallone.

    E lui ci riprova. Crash! Bello scoppio, ma anche questa volta sei finito piuttosto lontano. Che ti succede? T’è schizzata nell’occhio una scheggia? Non ci vedi più? No: secondo me non mi avevi trovato. Mi hai sfiorato per caso, ma non sapevi che ero lì, e adesso sei passato oltre. Sì, è proprio così. Te l’ho fatta!

    Ormai i tuoni sono sempre più distanti dai lampi e s’è alzato un vento che porta via le nuvole. Si vedono le stelle. L’acqua che cade è soltanto quella che sgocciola dai pini. Ha smesso di piovere e fa freddo, ma io di qui non mi muovo. Non sono mica matto. Continua a cercarmi, grande Zum. Cercami dove non sono e fatti passare la rabbia.

                                                           ***

    Qualcosa del botto è rimasto. Non ho visto bene come è andata perché ero steso con la faccia a terra, ma il fulmine ha centrato un pino e l’ha aperto per il lungo, tanto che metà è ancora in piedi e l’altra metà è crollata. Sulla metà piegata a terra è tutto un baluginare arancione: sono braci che luccicano fra le scaglie della corteccia, fra le colate di resina. Il legno brucia, si strina, si fa fuoco senza fiamma.

    Fa caldo qui, intorno al legno che fuma. Ed è una sensazione stupenda sentire il tepore che mi avvolge e non mi abbandona. È la stessa sensazione che provo quando la femmina viene a stendersi vicino a me e mi si struscia addosso. Di solito lo fa quando sono stanco morto e vorrei soltanto dormire, e più lei si struscia più mi viene voglia di scacciarla, e se non la prendo a pugni e calci è solo perché mi fanno male tutte le giunture e non ce la faccio neanche ad alzare un braccio. Ma a poco a poco quel tepore, quella morbidezza, mi fanno sentire di nuovo forte, e va a finire che schiaccio la femmina sotto di me – a ripensarci è davvero curioso – e lei geme come se la prendessi a pugni, ma è felice di gemere, e io non capisco cosa succede ma sono felice anch’io. Non che capiti spesso, ma quando capita è proprio così, e la cosa strana è che sto bene nel preciso momento in cui succede, ma quando tutto finisce mi sento in colpa come se avessi rubato una mela d’oro. 

    Vabbe’, intanto qui al caldo si sta bene. Il calore ha asciugato la pioggia. Il tronco del pino, là dove il legno s’è spezzato, ha sparso attorno scaglie di legno, frantumi di fusto e di corteccia. Metto una scaglia resinosa sulla brace e sto a guardarla prendere fuoco. Ci impiega parecchio e si spegne senza aver sviluppato la fiamma. Riprovo con altri rami, verdi, secchi, di pino e di quercia. Il fuoco si attacca ai rami secchi. Posso tenere il legno per un capo e muoverlo di qua e di là, fare luce, fare caldo, incendiare altre schegge, e tutto senza scottarmi. 

    Un’idea blasfema mi attraversa la testa: mi porto via il fuoco. In fin dei conti, ho già rubato la mela d’oro e sono ancora vivo. Fino a ieri il grande Zum mi ha fatto tremare, da domani terrà lontani i mostri e mi scalderà nei giorni di buio e di gelo. Lo metterò a far la guardia alla mia tana. Starò attento a non fargli mancare legna secca e il fuoco continuerà a bruciare. Il grande Zum venga pure a cercarmi: dovrà avere una mira migliore di quella che ha avuto oggi. Quando comincia a sparare fulmini mi chiudo nella tana e aspetto che gli passi.

                                                          ***

    Non l’avrei mai creduto. Non potevo neanche immaginarlo. Sono tornato alla tana con in mano un ramo secco fiammeggiante e altri sottobraccio da usare uno per volta per non lasciare che il fuoco si spenga. La femmina mi ha visto arrivare ed è corsa a prendere i piccoli, li ha portati via, ha cominciato a piangere, a ululare, a tirarmi sassi. Neanche fossi stato un mostro.

    Ho speso mezza giornata a farle capire i vantaggi di avere il fuoco in casa. Niente da fare. Secondo lei, rubare il fuoco al grande Zum era una cosa ignobile che attirava sulla mia testa e sulla sua e su quella dei piccoli una maledizione che non sarebbe finita mai. E siccome io insistevo e ho portato il fuoco nella tana, lei ha spinto via i piccoli e non ha neanche guardato i pinoli e la cera: ha continuato a piangere e a strillare e alla fine se ne è andata chissà dove.

    O meglio. Poi l’ho capito dove andava. La mattina dopo sono arrivati in cinque, tutti suoi parenti, e si sono presi il fuoco. Hanno gridato che l’avrebbero portato al fiume per spegnerlo, per chiedere scusa al grande Zum. Ma intanto hanno acceso tutti i rami secchi, ne hanno preso uno per ciascuno e se la sono battuta ognuno per una strada diversa. La femmina è rimasta a guardarli e non sapeva più dove andare. Una volta che il fuoco non c’era più, avrebbe voluto restare.  

                                                            ***

    Due giorni fa ho visto un ramo fiammeggiante davanti a una tana. Ho preso un ramo secco e sono andato ad accendere. Dalla tana è saltata fuori una femmina che si è messa a strillare, poi è arrivato un maschio, e un altro ancora, e poi tutta una famiglia. Erano in tanti e non volevano sentire ragioni. Mi tenevano stretto. Mi chiamavano sacrilego perché l’offesa al grande Zum l’avevo fatta io. Se poi il fuoco se lo tenevano loro, era un’altra faccenda. L’avevano pensata bene: mi avrebbero offerto come vittima sacrificale per placare la collera del grande Zum. Così, se lui non aveva altro da reclamare, potevano tenersi il fuoco.

    Ho gridato che erano pazzi, che invece di uccidermi avrebbero dovuto costruire un monumento in mio onore, che il grande Zum non mi aveva fulminato e dunque con che diritto pretendevano di giudicarmi e condannarmi? Non mi hanno nemmeno risposto.

    Io gridavo e mi divincolavo, loro salmodiavano scongiuri al grande Zum. Due volte sono riuscito a svincolarmi e sono scappato nell’unica direzione possibile: su per la montagna. Ma non sono riuscito a far perdere le mie tracce.

    Quando mi hanno raggiunto, avevano perso le loro pietre scheggiate. Erano in cinque e non ne avevano più neanche una. Non potevano tagliarmi le vene del collo, ma gridavano che mi avrebbero sacrificato comunque. Ho urlato che quello non era un sacrificio ma un assassinio. Non mi hanno neanche ascoltato. Hanno preso dei sassi e hanno cercato di colpirmi. Ma io non stavo lì a prenderle: schivavo i colpi, correvo di qua e di là, con un po’ di fortuna avrei anche potuto farmi strada e riprendere la fuga. Ma loro hanno lasciato cadere i sassi e mi sono venuti addosso tutti e cinque.    

    Mi hanno gettato in un burrone.  

    Da un giorno e due notti non faccio che urlare dal dolore. Sto qui su uno spuntone di roccia e sono pieno di graffi e ferite. Gli insetti mi tormentano. Ho tutte e due le gambe rotte e un braccio che non funziona. Con l’unico braccio sano che mi resta tiro sassi alle bestie che si avvicinano troppo. Ma sto perdendo le forze, lo sento, e c’è un maledetto uccellaccio che gira nel cielo e ogni tanto si abbassa per controllare se mi muovo ancora. Forse puzzo già di carogna.

 

 

 

 

 

 

 

 

                                             Caino/Romolo  

 

    Era lui il prediletto della Grande Madre. Lei gli ha insegnato a moltiplicare le erbe. Come ha fatto, e quando è successo, io non l’ho mai saputo. Per dirla tutta, non so nemmeno come entrò in casa nostra. Pare che non l’abbia vista nessuno. Del resto, io ero ancora bambino, e mio fratello era appena nato. Tutto quel che so l’ho sentito raccontare dalla nutrice.

    Nella stagione senza luce le notti sono lunghe. Fuori piove e non c’è altro da fare che raccogliersi al coperto. Si stava tutti lì, davanti al focolare, si parlava del tempo, delle provviste e delle novità, se ce n’erano. Ma non ce n’erano mai. Le storie di caccia finivano presto, perché non si trovava un’orma, non si sentiva un verso: quando piove e fa freddo la selvaggina sta rintanata. E così ogni sera si stava seduti in cerchio intorno al fuoco, e a poco a poco la nutrice diventava sentimentale, attirava il piccolo accanto a sé, lo faceva star buono a furia di carezze, e cominciava a raccontare della Madre che venne nella nostra casa e nessuno la riconobbe.

    “Era una donna grande, alta” diceva. “Aveva il modo di fare di chi appartiene a una stirpe superiore, e lo sa. Entrò senza chiedere permesso a nessuno e fu accolta come se avesse sempre fatto parte della famiglia. Con lei arrivò la prosperità. Le piante grondavano frutti, i nidi erano pieni di uova e la selvaggina non era mai stata così abbondante. E fu così per tutta la stagione della luce.

    “Ci inteneriva vedere quanto amava il piccolo. Passava le giornate a lavarlo, a cullarlo, a vegliare il suo sonno. Spremeva frutti nel latte di capra, ogni giorno un frutto diverso, e lo imboccava, ed era felice quando lo vedeva ridere. Era felice anche lui: per tutto il tempo in cui la Madre rimase qui non l’ho mai sentito piangere. E tutta la casa era allegra.” 

    Quando arrivava a questo punto la nutrice aveva le lacrime agli occhi. Faceva lunghe pause, lunghi sospiri. Poi ricominciava.

    “Il guaio capitò una notte, una notte serena dopo una lunga giornata di sole. Non so perché, mi svegliai con il presentimento di una sventura che sovrastava la casa. I tempi della felicità erano finiti. Pensai che ci fossero i ladri. Senza far rumore, andai nell’atrio e vidi che la Madre aveva preso il piccolo per un piede e lo teneva sospeso sopra il focolare come se avesse voluto abbrustolirlo. Urlai, e tutta la casa si svegliò.

    “Lei non cercò di fuggire, non negò quello che avevo visto: disse che si trattava di un rito per rendere divino il piccolo, il suo prediletto. Ma ormai la mia impudenza aveva profanato la cerimonia. Una volta svelati, i misteri non si potevano più celebrare. Così disse la Madre, e parlando si manifestò nella sua potenza: maledisse la casa e svanì. Senza un suono, senza un gesto, si confuse con la nebbia del mattino.”  

    Questa era la storia della nutrice e nessuno ne ha mai dubitato. Anche quando la maledizione non si era manifestata, era evidente che il piccolo aveva ricevuto un dono dalla dea. Prima di compiere dieci anni passava le giornate insieme al fabbro. Faceva fondere metalli per costruire attrezzi che non si sapeva a cosa servissero. Ordinava agli schiavi di sradicare alberi, di creare radure artificiali. Un giorno gli vidi sbriciolare una spiga di frumento vicino alla sponda di un ruscello, dove aveva smosso la terra con i suoi arnesi. Sparse i chicchi e li schiacciò nella terra molle.

    Era un gesto stupido, addirittura empio. Tutti gli antenati hanno sempre insegnato che il frumento è più caro dell’oro. A che serve l’oro nella stagione senza luce, se nessuno ha frumento da vendere? Chiesi al piccolo perché aveva distrutto una cosa preziosa, e lui non mi rispose. Forse avrei dovuto capire che si trattava di una ispirazione divina, ma c’era qualcosa nel suo modo di fare, un piglio arrogante che mi irritò. Finimmo per azzuffarci, quel giorno, ma neanche così ci fu verso di fargli dire cosa avesse in mente quando sgranava la spiga e spargeva a terra i chicchi. Da quel giorno, ogni volta che uscivamo a caccia voleva sempre tornare dove aveva sepolto i chicchi, anche se la deviazione ci costringeva magari a perdere la traccia di un cinghiale. Pensavo che volesse tornarci per il rimorso di avere distrutto qualcosa di vivo. Ma quando non usciva a caccia con me, passava le giornate a disboscare un campo che aveva scelto per non so quale motivo.

    Dovette passare tutta la stagione senza luce prima che potessimo vedere l’effetto della sua follia. Quando il sole raggiunse l’equinozio molte spighe di frumento erano spuntate proprio lì dove aveva sepolto i chicchi, e quando venne il solstizio erano diventate bionde e mature. Lui le raccolse e le mise da parte. Andò nel campo che aveva disboscato e lo sconvolse facendo tirare i suoi attrezzi da una coppia di buoi, e tanto maltrattò la terra che non ci cresceva più neanche un filo d’erba. Ma lui dichiarò sacro il campo e proibì a tutti di metterci piede. Quando gli uomini andarono a vedere cosa aveva combinato, vennero a domandarmi se dovevano ancora ubbidirgli, visto che non ci stava più con la testa. Ma io finsi di arrabbiarmi e gridai che mio fratello era molto più in gamba di tutti loro messi assieme, e chi non ci credeva avrebbe dovuto vedersela con me. C’era poco da scegliere: se avessi sconfessato mio fratello anche la mia autorità avrebbe finito per esser messa in dubbio.

    Ai primi freddi, il piccolo tornò a lavorare nel campo con altri attrezzi, mise sottosopra le zolle e sparse tutti i chicchi che aveva raccolto. Fu una pazzia peggiore della precedente, perché di grano ce n’è sempre stato poco e se la nuova stagione senza luce fosse stata appena un po’ più dura del solito avremmo dovuto mangiare la biada dei cavalli. Lo sapevano tutti, e qualcuno già parlava ribellarsi o di andarsene via. Ma io lo sostenni per la stessa ragione: se ci fossimo mostrati divisi sarebbe stata la fine della nostra autorità. E infatti obbedirono tutti, anche quelli che pensavano che al piccolo avesse dato di volta il cervello.      

    Fummo fortunati, o forse la Madre ci protesse: le riserve bastarono e tornò luce. Tornarono le foglie sugli alberi. Tornarono i cervi, le lepri, gli uccelli. E il campo di frumento era tutto verde. Quando le spighe furono mature, lui andò a mietere e io a caccia. Quel giorno il sole tramontò quando lui non aveva ancora finito di separare la paglia dai chicchi: ce n’era una quantità enorme. Ogni donna aveva riempito cinque stai. Nessuno aveva mai visto un raccolto simile.

    Io avevo perso ore e ore sulle tracce di un cinghiale senza riuscire a snidarlo e tornai a mani vuote. Il piccolo mi mostrò il raccolto e disse che con un quinto dei chicchi avrebbe seminato e un altro quinto l’avrebbe offerto in sacrificio alla Madre. I tre quinti restanti ci avrebbero dato il pane fino al nuovo risveglio della natura. Senza aspettare il mio parere tutti dissero che era giusto così e prepararono l’altare per il sacrificio.

    In un solo giorno la mia autorità era andata in pezzi: non ero più io ad assicurare il cibo per tutti e non ero più necessario. Come era potuto succedere? Non riuscivo a spiegarmelo. Il piccolo era stato il prediletto della Madre, ma erano passati anni da quando lei se ne era andata, e in tutti quegli anni avevamo comandato insieme. Cioè: avevo comandato io.

    E adesso era cambiato tutto. Forse scontavo un peccato che non sapevo di aver commesso. Ma anche se ignoravo quale fosse la mia colpa, una cosa l’avevo imparata: il comando non si ottiene una volta per sempre. Bisogna conquistarselo giorno per giorno. Per conservare il mio grado dovevo sacrificare anch’io alla Madre qualcosa di importante, almeno quanto il frumento.

    Quella notte tardai molto a prendere sonno e prima dell’alba mi svegliò il verso di una civetta. Non ero stato visitato da un dio, non avevo neanche sognato, e probabilmente non avevo le idee chiare, eppure mi alzai sapendo che avrei fatto una cosa altrettanto pazza come spargere il grano sulla terra. Sarebbe stata una sfida. Una proclamazione di fiducia nel mio futuro.

    La civetta era viva, impigliata nel roccolo, e io la trassi dalle reti, poi la legai a un trespolo come si usa per allenarla alla caccia. All’alba mio fratello fece misurare la quinta parte del grano e della paglia, e la sistemò al centro dell’aia. Poi pregò la Madre, le dedicò l’offerta e diede fuoco.

    Allora mi feci avanti io. Mostrai a tutti la civetta e dissi che per procurarmi prede non avevo bisogno di un uccello di rapina. Potevo cacciare anche senza falconi, senza richiami, senza cani, e finché c’ero io a cacciare non sarebbe mai mancato il cibo a nessuno. Torsi il collo alla civetta e la gettai nel fuoco così come mio fratello aveva gettato i chicchi nella terra. La sacrificai alla Madre.

    Negli occhi di chi mi guardava vedevo di nuovo il rispetto della mia autorità. Negli sguardi abbassati a terra leggevo l’imbarazzo. Anche mio fratello, che pure doveva aver covato l’idea di soppiantarmi, sembrava convinto a lasciar perdere. Ma la paglia finì di fiammeggiare e le braci abbrustolirono le offerte. Il fumo del grano saliva dritto al cielo spandendo aromi, quello della civetta stagnava a terra come una nebbia puzzolente.   

    Da quel giorno non ci fu più concordia. Gli uomini erano divisi. Alcuni obbedivano a me, altri al piccolo, e tra le due fazioni ogni giorno scoppiavano litigi: antichi rancori che tornavano a galla, antipatie, superstizioni. Ogni minima discussione finiva in rissa. Prima di andare a caccia o a lavorare nei campi, io e il piccolo passavamo ore a metter pace fra gli uomini. Non si poteva più andare avanti così. Tutti chiedevano che a comandare fosse uno solo. Ma nessuno voleva cedere e così i sacerdoti stabilirono che dovevamo separarci, ciascuno con il suo seguito di cacciatori e di agricoltori. E subito si ricominciò a discutere su come spartire beni e terreni. Era una diatriba senza fine. A un certo punto li lasciai lì, tutti quanti, a gridare e accapigliarsi. Andai a prendere i buoi del piccolo e l’arnese che usava per smuovere la terra, e cominciai a tracciare un solco. Noi di qua, dissi, e voi di là. Ma neanche questo bastò.

    Al di qua del solco c’erano dei terreni che voleva lui, e non serviva a niente far notare che a ciascuno toccava una parte esattamente uguale. Secondo lui, i cacciatori dovevano accontentarsi del bosco perché agli agricoltori servivano le radure. Del resto, che cosa ne avremmo fatto di quei prati noi che eravamo gente selvatica, più simile alle bestie che agli esseri umani ?

    Non gli risposi e continuai a tracciare. Lui insistette. Si fece sempre più insolente, sempre più offensivo. E siccome non gli davo retta, attraversò il solco e tutti i suoi lo seguirono. Era una dichiarazione di guerra. Presi la lancia e lo colpii. Cadde senza un lamento e rimase immobile mentre le sue membra si raffreddavano. Quando lo vidi a terra mi resi conto di non avere avuto l’intenzione di ucciderlo. Eppure l’avevo fatto e avrei dovuto vivere il resto della mia vita con quel peso sul cuore. Ma in quel momento tutti gli uomini facevano cerchio intorno a me: dovevo impormi, e dovevo farlo subito, altrimenti tutto sarebbe stato perduto. In quel momento capii che il comando costringe a commettere azioni di ogni genere. È una strada che va avanti, sempre avanti all’infinito, e non porta mai a un esito previsto.

    Mio fratello seppelliva i chicchi delle spighe, semi vivi gettati a marcire nella terra, e lo faceva per un istinto naturale come quello che spinge i lupi a braccare le greggi e sbranare gli agnelli. Io uccisi il piccolo per non essere bandito nei boschi. Perché la sua accusa era vera: sì, sono selvatico e a volte somiglio più a una belva che a un essere umano. Sono quello che sono, e non posso cambiarmi. Non so neanche se lo vorrei.

 

 

 

 

 

 

                                           Isacco/Oreste

 

    Quando mio fratello tornò dal suo viaggio in Egitto con la novità della scrittura, i sacerdoti storsero il naso. Dissero che scrivere le parole era come castrarle perché senza intonazione perdevano significato. Le parole scritte non avevano l’aura di mistero delle formule declamate davanti all’ara e nemmeno il ritmo di un verso accompagnato dalla cetra. Ma soprattutto la scrittura liberava dall’obbligo di imparare a memoria, di ripetere le parole fino a conquistarle e farle proprie. Insomma, era una cosa empia. Qualcuno mise in giro la voce che la scrittura avrebbe guarito i malati, rimesso i debiti, affrancato gli schiavi. Era una evidente provocazione, ma da quel momento presero a circolare un sacco di leggende metropolitane, tutte senza fondamento, una più fantasiosa dell’altra.

    L’unico a conoscere la scrittura era mio fratello, che non si sarebbe mai azzardato a insegnarla al popolo senza il beneplacito dei sacerdoti. La insegnò a me perché gli stavo sempre intorno, lo guardavo scrivere, lo ascoltavo compitare ad alta voce. Un giorno presi uno stilo e una tavoletta, scrissi due segni che gli avevo visto scrivere spesso, poi ne scrissi un altro che combinava segni e suoni delle prime due. Lui mi insegnò l’intero alfabeto. Ma la cosa si riseppe.  

    A quei tempi ero un ragazzo e molte cose me le tenevano nascoste. Non so cosa pensassero della scrittura mio padre e mia madre. Credo che si preoccupassero soprattutto delle divisioni nell’opinione pubblica, perché mio padre governava il popolo e lontano, a nord, si preparava una guerra. Si chiesero al dio buoni auspici per mettersi in marcia, ma gli auspici non arrivarono. I polli sacri non avevano appetito, se qualcuno starnutiva era sempre alla sinistra del re, da mesi non si vedeva in cielo un avvoltoio. I soldati restavano nell’accampamento e diventavano indisciplinati. Le donne reclamarono: o gli uomini partivano per la guerra o tornavano ai lavori dei campi.

    Fu allora che l’indovino disse di aver sognato un braciere acceso: un serpente si attorcigliava intorno a una delle gambe del tripode, saliva fino al braciere e si gettava nel fuoco. I sacerdoti decretarono che il dio esigeva una vittima, la più alta, la più colpevole. Tutti capirono di chi si trattava. La vittima poteva essere solo lui, mio fratello.

    Mio padre rimase impietrito. Mia madre si strappò i capelli e si graffiò le guance. Chiese al popolo di rinunciare a far la guerra e di salvare la vita di suo figlio. Ma in qualche modo le sue parole suonavano false e non toccarono il cuore di nessuno. Cadde un silenzio che era peggio di una sentenza.

    Dicono che mio padre e mio fratello salirono le pendici del monte senza scambiare una parola. Si avviarono a capo chino fra i cedri e gli abeti. Scomparvero dalla vista mentre le nubi diventavano sempre più scure e da occidente si avvicinava un temporale. Per tutta la notte il dio scatenò i fulmini e mostrò la sua potenza. Al sorgere del sole i sacri polli ripresero a mangiare, chi passava a destra del trono non poteva fare a meno di starnutire e cinque avvoltoi comparsi in cielo si misero a girare in cerchio sopra la reggia. 

    I sacerdoti proclamarono che il sacrificio era compiuto e che il dio l’aveva bene accolto. Non c’erano più ostacoli, l’esercito poteva partire per la guerra. Per tutto il giorno si fece festa. Ma mio padre non tornò.

    Anche questa volta i sacerdoti trovarono la spiegazione: il re era a colloquio con la divinità. Bisognava aspettare, pregare e purificarsi con le cerimonie lustrali. Per tre giorni occuparono la mente di tutti con riti e misteri. Ma mio padre non si fece vedere e la quarta notte passò in mezzo a una grande irrequietezza. Nessuno dormì. C’era chi continuava a pregare, chi si ubriacava, chi litigava, chi voleva tirare il collo ai sacri polli. I sacerdoti tennero consiglio, ma non riuscirono a mettersi d’accordo.

    Mio padre ricomparve la mattina del quinto giorno. Riunì il popolo e annunciò che il dio si era manifestato. La vita degli uomini, aveva detto il dio, apparteneva solo a lui. Il sacrificio di mio fratello doveva essere l’ultimo. Tutti gli anni, nella ricorrenza di questo giorno, ogni famiglia avrebbe immolato un agnello per celebrare la fine dei sacrifici umani.

    I sacerdoti, che da tre giorni ripetevano che gli auspici erano favorevoli, masticarono amaro. Ma la guerra poteva ancora cambiare tante cose.

                                                          ***

    A volte il tempo sana le piaghe, a volte le fa incancrenire. La guerra non finiva mai. I ragazzi diventavano uomini, le donne trovavano altri compagni. Mia madre accusava mio padre di avere sgozzato il figlio maggiore pur di trascinare tutti in una guerra senza senso. La gente cominciò a crederci. L’autorità del re assente venne meno. Mia madre si avvicinò ai sacerdoti e la scrittura diventò un tabù: secondo la versione ufficiale, il dio l’aveva reclamata per sé insieme a mio fratello. 

    Anch’io conoscevo la scrittura, lo sapevano tutti, e mia madre mi mandò lontano. Disse che lo faceva per salvarmi la vita. In realtà aveva orchestrato lei la manovra: una volta guadagnati il popolo e i sacerdoti, io ero diventato scomodo.

    Oggi ricordo i miei anni di esilio come i più felici della mia sventurata esistenza. Assurdo, vero? Ma la giovinezza colora di avventura anche le esperienze più tristi. Come quella volta in cui uno sconosciuto mi fece imbizzarrire i cavalli e per un pelo non fui sbalzato dal cocchio. O quando un masso si staccò da una rupe e mancò poco che mi travolgesse. Pensai soltanto di averla scampata bella e il sollievo aumentò la mia voglia di vivere.

    Passarono molti anni prima che i viaggiatori in arrivo dalla mia città portassero la notizia che mio padre era tornato dalla guerra. Oltre alla gloria e a un bottino di schiavi e concubine, portava con sé un esercito decimato che non faceva più paura a nessuno. Il popolo aveva fatto ala al suo passaggio senza esultare. Fra i pianti degli orfani e le invocazioni dei sacerdoti, il trionfo si era ridotto a una processione funebre.

    Non appena il re era entrato nella reggia, mia madre e il suo amante l’avevano ucciso a tradimento. I sacerdoti avevano giustificato il regicidio. Secondo loro, il re aveva mentito: il dio non aveva mai proibito i sacrifici umani. Anzi. La morte del re non era un delitto, ma, appunto, un sacrificio che restaurava la legge, sanava i torti e ristabiliva la giustizia.

                                                             ***  

    Ora sapevo che i miei cavalli non si erano imbizzarriti per caso. Il masso non era caduto per accidente. Mia madre aveva ucciso mio padre e attentava alla mia vita.

    Andavo a passeggiare in riva al mare, cercando di raccogliere le idee, ma non riuscivo a pensare niente di coerente. Un giorno, seguitando a camminare, lasciai la spiaggia ed entrai nel quartiere del porto. Due uomini sbucati da un portone mi vennero addosso brandendo i pugnali. Lottai a pugni e calci. Rimediai due tagli qui, sul braccio sinistro. Anche la cicatrice che mi attraversa la guancia è un ricordo di quella avventura.

    Cominciavo a vedermela brutta quando il secondo assalitore rotolò a terra con il collo squarciato da un colpo di spada. La stessa spada che trapassò il ventre del primo mentre ancora lottava con me. Mi addossai al muro e respirai. Davanti a me, tutto sporco di sangue, c’era un amico di infanzia che rivedevo per la prima volta dopo tanti anni. Non fosse stato per lui, la mia vita si sarebbe conclusa in quel vicolo puzzolente. E forse sarebbe stato meglio. Ma ero giovane e volevo vivere. Non potevo immaginare l’orrore che mi aspettava. 

                                                               ***

    L’amico mi parlò dei reduci. Dopo una campagna durissima nella quale più di metà erano rimasti uccisi, si aspettavano di essere accolti in patria come eroi. Invece il loro condottiero era stato assassinato, le donne non li volevano più, la regina e i sacerdoti li guardavano con diffidenza.  

    A cose fatte, se guardo nella mia coscienza non so dire se abbia avuto più peso il desiderio di giustizia o la prospettiva del potere. È vero: mia madre e i sacerdoti pagavano sicari per farmi uccidere. Ma uccidere la madre resta un’enormità, una cosa sproporzionata alle capacità di un essere umano.

    A farmi decidere fu la rivelazione che mio fratello era vivo, sacerdote del dio in una regione impervia e lontana. Dunque il re non era stato un infanticida e mia madre l’aveva calunniato. L’amico mi consegnò una tavoletta in cui mio fratello raccontava come nostro padre l’aveva affidato a un re alleato, confermava la notizia del regicidio e mi consigliava di mettermi in salvo in qualche luogo sconosciuto. Questa era la verità: mio padre era morto per aver voluto la scrittura e la fine dei sacrifici umani. Chi si era ribellato alla sua autorità non meritava di vivere, e io avrei fatto giustizia.

                                                                 ***

    Che cos’è un colpo di stato? Una carneficina, una macelleria. Se per tanti anni non sono riuscito a dormire è perché il ricordo di certe scene mi perseguitava: l’amante di mia madre trafitto nella schiena mentre fuggiva strillando come un coniglio; il suo cadavere gettato giù da una finestra; le guardie di palazzo massacrate dalle picche dei veterani; le tuniche candide dei sacerdoti macchiate di sangue; le schiave fedeli alla regina strangolate come volatili da cortile. Come può dormire chi rivive questi orrori?

    Invece i due colpi di spada con cui uccisi mia madre non riesco a ricordarli. Si sono rifugiati in un angolo buio della memoria ed è perfino peggio così, perché mi torturano in cento modi diversi, e quando sto al buio nel mio letto, e invoco il sonno che non viene, vorrei andare a sdraiarmi su un campo e implorare i contadini di passare sul mio corpo con l’erpice e con l’aratro.

    Ripenso alle acclamazioni del popolo, agli onori che mi resero, come se avessi combattuto contro i giganti, quando non si era trattato che di un assassinio, preparato con l’inganno e portato a termine con un misto di terrore e di esaltazione. No, non c’era stato niente di eroico. Tutt’altro. Era stato un massacro di gente disarmata, colta alla sprovvista. Ci sarebbe stato da vergognarsene, e invece tutti quelli che speravano di profittare del cambiamento senza averne corso i rischi erano lì, e gridavano, agitavano le torce, ricordavano torti veri e immaginari, reclamavano vendette private.

    Gli altri, quelli sfuggiti al massacro, stavano nascosti come topi nelle tane e aspettavano il momento buono per riunirsi.

                                                           ***

    La vita di un uomo è tutta qui: decisioni prese sulla base di elementi insufficienti, poi un affannoso voltarsi indietro per rintracciare una logica e una coerenza che forse non ci sono.

    Potrei sostenere che, dopo aver tolto al dio i sacrifici umani, tanto valeva togliergli anche il monopolio della giustizia. Ma c’era un problema più urgente: dovevo riconciliare le fazioni o sarebbe stata la guerra civile. Nel mio stato d’animo avrei potuto suicidarmi, ma non sarebbe servito a niente: una fuga non avrebbe risolto il problema. Invece, se avessi trovato un modo per riconciliare il popolo, avrei potuto dire a me stesso: adesso che sono in pace loro, puoi darti pace anche tu.

    Mio padre aveva fatto dire al dio che non voleva più sacrifici umani. Io gli avrei fatto dire che la giustizia apparteneva a lui, ma voleva che tutti la riconoscessero nei loro cuori. Proclamai che il dio mi era apparso in sogno: mi aveva ordinato di sottopormi al giudizio di un ugual numero di reduci e di amici della regina, e mi aveva promesso che, se i voti fossero stati pari, sarebbe intervenuto in mio favore.

    Non avevo idea di come avrebbe reagito il popolo. Temevo che scoppiassero dei tumulti. Invece, la cosa funzionò. Il tribunale fu costituito, il giudizio ebbe luogo, i voti furono pari, io fui assolto con l’intervento del dio e il verdetto fu accettato. La ritualità del procedimento soddisfece tutti e i tribunali riportarono la pace in un popolo che altrimenti non avrebbe mai smesso di dilaniarsi.

    Eppure il sonno non vuole fare pace con me. Quando soffio sulla lucerna resto con gli occhi sbarrati nel buio e i miei pensieri si fissano su un nulla angoscioso. Mi dico che il popolo non avrebbe ottenuto nulla dalla mia dinastia se non ci fossimo ribellati al dio: niente scrittura, niente abolizione dei sacrifici umani, niente tribunali. Certo, questa è la mia gloria. Ma per quante assoluzioni ottenga dagli altri, io non posso assolvermi. Non ci riuscirò mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                              Bruto/Robespierre  

 

    Era mio padre. Lo sapevano tutti, anche se fingevano di non saperlo. Fingevo anch’io. Cos’altro potevo fare? La sua spada e il suo prestigio tenevano il mondo in equilibrio. Nella sua reggia, fra intrighi e messe nere, gli adulatori e gli avventurieri contavano più dei generali e dei magistrati. Il comando di una provincia valeva il prezzo di una collana. 

    Sul cocchio dei suoi trionfi uno schiavo gli sussurrava all’orecchio: “Sei soltanto un uomo!”, ma nel corteo lo seguiva un re in catene che aveva sperato nella sua magnanimità e stava per essere strangolato in una cella del carcere Mamertino. Tutto sembrava ai suoi ordini, eppure tutto precipitava. La ragion di stato lo costringeva a uccidere con la stessa spada che avrebbe dovuto garantire la legge. Salì sul palco in maniche di camicia e senza parrucca. Gridò: “Cittadini, muoio innocente delle colpe di cui sono accusato…” e una voce nella folla gli ricordò il massacro dei Templari.                                                                        

                                                               ***

    Dicono che la notte prima del delitto sia successo il finimondo. Probabilmente fu solo un temporale. Ho sentito parlare di visioni, di fuochi fatui, di vitelli nati con due teste. Non so che dire. Non faccio caso ai presagi, ai fulmini di Giove o alle psicosi collettive. Ma la notte che precede un parricidio non può essere come le altre.

    Sua moglie si svegliò da un incubo e lo scongiurò di non uscire di casa. Con il volto impenetrabile dei giorni di battaglia, lui rispose che nessuno doveva pensare che un sogno potesse piegare la sua volontà. Il suo passato si reggeva da sé, compatto, pieno di significato. Quanti uomini hanno il privilegio di guardare la propria vita e sentire che è stata giusta così, esattamente così, e non c’è da cambiare neanche un sospiro? Nessuno poteva superare la sua gloria e non sarebbe bastata una vita intera per uguagliarla. Ma questa volta non stava a lui decidere. Lo scettro, il manto e la corona non potevano tenere a bada i miei sogni frustrati da avvocato di provincia, la mia invidia di deputato giacobino. Per stare alla sua altezza potevo solo distruggerlo.

    Non era ancora l’alba. Affacciato al balcone, guardavo i primi mercanti entrare in città. Le ruote rimbalzavano sui lastricati. Muli e buoi trascinavano carri pieni di verdure, pesci, polli, agnelli, selvaggina; i conducenti sostavano davanti al tempio di Ermes e lasciavano un obolo; chi incontrava un aruspice sabino gli chiedeva di esaminare le viscere di un animale.

    La città prendeva vita nella penombra e io mi domandavo se sarebbe stata ancora così dopo la sua morte. Decapitare il padre delle leggi. Per Giove! Il sole sarebbe sorto ancora? La processione mattutina dei bifolchi in cerca di piccoli guadagni sarebbe continuata in pace e in guerra? Non potevo saperlo. I dubbi mi ronzavano attorno come vespe impazzite.  

    Chissà, forse gli analfabeti vivono meglio sotto una dittatura. Forse l’amore della libertà non è così diffuso come sembrerebbe. Ma lui, il padre, perché deve essere così sicuro di sé, così vittorioso e indiscutibile? Lo amerei di meno se avesse l’aspetto di un uomo anziché quello di un dio? E cosa rimane, poi, quando la morte cancella l’amore? Solo il rimorso.

    Guardavo il cielo ancora buio e pensavo agli altri congiurati che avevano passato la notte tremando di paura, coltivando invidie e pregustando vendette. Perché una cosa va detta senza tante storie: anche le azioni più nobili hanno moventi infami e chi uccide per la libertà non è migliore del tiranno. Ma ormai gli ingranaggi erano in moto. Sarebbe morto il padre o saremmo morti noi. Forse saremmo morti tutti, tutti quanti. Dovevo essere pronto anche a questo. 

                                                         ***

    Bronzi e marmi: questo è il senato. Uno spiazzo ventoso in riva alla Senna: qui è montato il palco con la macchina per uccidere. Non c’è più tempo per pensare. La carretta rotola verso place de la Révolution. Il senato è pieno di toghe bianche.

    Giù la lama della ghigliottina! Voglio vedere la testa che rotola nel cesto, voglio sentire il fiotto del sangue che sgocciola fino a terra! Qui, davanti alla statua di Pompeo, vibro la ventitreesima pugnalata: nei genitali del padre, come fece Zeus con Crono. Calpesto la tua spada spezzata e ti consegno al mito. Il mondo chiede nuove leggi e, piuttosto che obbedirti, preferisce piangerti in eterno.

    E piangeremo, certo. Ma vivremo ugualmente, noi piccoli uomini senza maestà, con altri rimorsi in gola, con altre some sulle spalle. E intanto gustiamo un disperato sollievo, come scimmioni che battono il petto e urlano saltando sul cadavere del nemico sconfitto.       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                    Don Giovanni /Casanova

 

    Non sono un uomo torturato dai dubbi: sento che sono sicuro di me, che lo sono sempre stato in tutta la mia vita. Solo quando mi fermo a riflettere e mi scavo nell’intimo, scopro in fondo all’anima un non so che di amaro, una vaga insoddisfazione. 

    Guardo oltre i vetri della finestra. Nevica. Anche oggi siamo tra il fin d’ottobre e il capo di novembre: trentotto anni fa, in una notte come questa, sono scappato di galera pur di non sopportare un altro inverno al freddo, e guarda un po’ se non è un destino: dovevo finire a fare il bibliotecario in questo buco gelato! 

    L’anno scorso hanno tagliato la testa al re di Francia. E sei mesi dopo l’hanno tagliata anche a sua moglie, povera donna, che non aveva più difetti di qualunque altra regina. Tutt’al più, aveva un debole per le collane. Ma i parigini sono come i senatori romani: brava gente presi uno per uno, tutti insieme mala bestia. Io ho vissuto per anni sulle rive della Senna e posso dirlo: li ho conosciuti bene, ho tirato fregature e qualcuna l’ho anche presa, ma nessun parigino mi ha mai fatto paura. Certo, vederseli arrivare addosso tutti insieme dev’essere uno spettacolo da far tremare anche il prode Orlando. Ma un re che non sa giocare sulle divisioni dei suoi sudditi non può sperare di tenere salda la testa sul collo.

    A parte questo, che gran città, Parigi! In tutto il mondo civile non c’è un altro posto dove sia più facile darla a bere. Se poi conoscete qualcuno, magari uno con cui in passato avete fatto bisboccia, e lo ritrovate, e avete qualcosa di insolito da raccontargli, allora è fatta. I parigini sono così curiosi, così avidi di novità, che basta montare un po’ di apparato per fargli credere qualunque cosa. Ancora oggi mi meraviglio, non del successo che ha avuto il gioco del lotto, ma di come è stato facile vendere l’idea ai ministri del re. In fin dei conti, è bastato guardarli negli occhi e dire con aria convinta ciò che volevano sentirsi dire. E pensare che era gente abituata a trattare affari di Stato, la pace e la guerra!

    Comunque, non era compito mio farli diventare furbi. Avevo i miei problemi, io, e dovevo sbrigarmela da solo. I miei unici capitali erano il ricordo di tante bisbocce con un signore che – proprio per questo – poteva anche non aver piacere di rivedermi, la storia della mia evasione per rendermi interessante, e una certa presenza di spirito. Cos’altro potevo fare se non l’avventuriero, il baro, il truffatore?

    Sono sincero: non ho mai avuto rimorsi a bidonare i fessi. I pulcini e i leprotti esistono per essere ghermiti dai falchi, i fessi esistono per farsi bidonare dai furbi. Pensate che i rapaci provino rimorso quando dilaniano una preda? Io non mi sono mai fatto scrupolo di barare al gioco, di truffare vecchie duchesse, di prostituire giovani stupidelle in cerca di emozioni. Semmai, mi vanto di averlo fatto con un certo stile. E c’è poco da storcere il naso o da ridere sotto i baffi. Oltre alle doti fisiche, per fare il macrò ci vuole psicologia. Per fare il baro ci vogliono psicologia e intraprendenza. E nessuna duchessa, per quanto vecchia, parigina e svanita, si farà mai fregare un pozzo di quattrini dal primo sbarbatello. Ci vuole classe. Ci vuole cultura.

    Io, senza false modestie, sono un uomo colto e la cultura mi ha insegnato a distinguere la forma e la sostanza. Non ho mai creduto all’amore eterno, ma all’amore sì. Se poi qualcuno vuole darmi del libertino, prego, si accomodi: lo considero un complimento. Però non scherziamo: ho avuto molte amanti, ma ho avuto anche grandi amori. Posso aver fatto il ruffiano, ma non sono un ruffiano. E se qualcuna pensa di essere stata trattata peggio di quanto meritasse venga a dirmelo in faccia, se ha il coraggio. Ricordo pregi e difetti di ciascuna e ho fior di argomenti per metterle a tacere tutte quante.  

    Non ho rimorsi. Non ne ho, vi dico! Levatevi dalla faccia quell’aria da saputelli. Certo, ritorno spesso sulle mie avventure, perché i ricordi scaldano il cuore. Ma i soldi li ho spesi, gli amori non ci sono più, la giovinezza è andata in fumo. I ricordi sono il mio capitale e la mia condanna. Come un pittore che dipinge un autoritratto, posso abbellirmi ma non posso cambiarmi. E così mi faccio personaggio, mi ritrovo come avrei voluto essere e lo divento per sempre, in eterno.

    Ne ho bisogno, perché questo castello in cui mi sono ridotto a sopravvivere è un’isola in un oceano di inciviltà. Per miglia e miglia in ogni direzione ci sono solo villaggi di contadini analfabeti che parlano una lingua ostrogota. E io intristisco. Qui sono soltanto un impiegato e per farmi rispettare da serve e maggiordomi devo scendere al loro livello, abbassarmi a liti da ringhiera.

    Ma non è neanche colpa del castello e dei suoi screanzati abitanti: la mia vera prigione è l’età. Anche se potessi tornare a Parigi con una lettera di credito di centomila zecchini, che me ne farei? Sto per tagliare il traguardo dei settant’anni e sperimento nella mia carne la maledizione della vecchiaia: posso ancora provare piacere, ma non sono più in grado di dare piacere a una donna. E siccome tre quarti del godimento di un uomo consistono nel leggere sul volto dell’amata la felicità che le hai dato, il poco che rimane è gonfio di amarezza.  

    E allora cerco di pensare ad altro. In giorni come questo, quando fuori nevica, sono costretto a non allontanarmi dalla stufa e a ricordare cose piacevoli per non far caso ai dolori dell’artrite. Mi aggrappo ai ricordi, e per un po’ mi ci diverto, ma non posso fare a meno di riflettere. Rivivo i miei duelli, torno a fuggire sui tetti del palazzo ducale, tratto ancora con i ministri di Francia, rivedo la duchessa che ho sedotto e beffato. Ma tutte queste avventure avevano in se stesse la loro ricompensa: c’era solo da viverle, era tutto lì. Guardo la neve che cade e penso all’unica donna che mi ha sconfitto, al mistero che mi ha insegnato e che non sono stato capace di comprendere. Adesso che non posso più viverla, ma solo cercare di darle un senso, mi rendo conto che la mia vita è stata una ricerca senza esito. Ecco il mio unico rimorso.

    Perché si fa l’avventuriero? Perché si imbroglia? Per ottenere quel che si vuole. Io volevo soldi per fare colpo sulle donne e volevo le donne per avere amore, per viverlo, capirlo, sapere tutto. E non ci sono riuscito. So soltanto che le donne possiedono la coppa del segreto, ma non ne capiscono il significato e non si curano di capirlo. Sanno che l’amore stupisce, rende estatici, incanta, ma solo a patto di viverlo in modo inconsapevole.

    Ecco, mi par di vedere i soliti parrucconi arricciare le labbra e sentenziare: era necessario spendere una vita per arrivare a questa conclusione? Secondo me, sì. Le verità che si ascoltano da un altro non convincono mai come quelle che si vivono sulla propria pelle. Gli uomini commettono sempre gli stessi errori perché, anche se conoscono la teoria, non ci credono finché non la sperimentano di persona. E anche quando l’hanno davanti agli occhi se ne dimenticano, fingono di dimenticarla, fingono di credere di averla dimenticata. La verità è che il gusto della vita sta più nelle sconfitte che nelle vittorie.

    Non ci credete? Domandatelo a quell’imbroglione di Cagliostro, che guariva i malati con la suggestione. Per un po’ è riuscito anche a indovinare i numeri del lotto e ha finito per convincersi di avere chissà quali facoltà medianiche. Io sono stato miglior profeta di lui, quando gli ho consigliato di star lontano da Roma. Non mi ha ascoltato e l’ha pagata cara. Ma ha vissuto. Ha vissuto davvero, e nessuno può sostenere il contrario.

    Ebbene, eccomi qua: scrivo queste memorie per cercare nella mia vita un senso che non mi sono mai preoccupato di darle. Non lo trovo, e rimango con la sensazione di un peccato rimosso ma non dimenticato, che mi avvelena anche i ricordi più deliziosi.

    Ma sì, che mi costa ammetterlo? È vero: anch’io sono pieno di rimorsi. I miei sono diversi da quelli dei bigotti, ma il senso di colpa non dà tregua neanche a me. Ormai la neve che si accumula sul tetto sta per scendere fin nel mio cuore. Il freddo mi gelerà il sangue nelle vene. Con gli occhi sbigottiti di chi vede finalmente (o di chi è dispiaciuto per non riuscire a vedere neanche nel momento supremo), non mi resterà che fare come il mio amato Ariosto e in fondo al poema della mia vita scriverò il suo motto: pro bono malum.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro racconti storici

 

                                                     1815                                     

 

    Notte, vento nelle vele, odore di salmastro. L’ulcera scava le pareti dello stomaco. I ginocchi si flettono altalenando per ammortizzare il rollio, ma non sono più elastici come vent’anni fa. Troppe cose per la testa.

    Che succede se qualcosa va storta? Che succede se a terra c’è la polizia del ciccione di Parigi o un reggimento di fedelissimi alla corona, magari comandato da quella testa matta di Ney? Non ha molto senso domandarselo. Prima o poi bisognerà pure affrontarli, i reggimenti. Lui lo sa, ma non può fare a meno di pensarci.

    Bella guerra da operetta: il re di Portoferraio che va alla conquista della Francia praticamente da solo, di notte, a bordo di una goletta di contrabbandieri! Dieci a uno che lo chiudono in una gabbia e lo portano a Parigi come una bestia feroce. Siete già piccolo di statura, sire, volete farvi accorciare ancora un po’ dalla ghigliottina?

    Ma la gloria? Be’, ecco a cosa costringe la gloria: per intanto a un insopportabile mal di mare. Da quando è salito a bordo il rollio non gli ha dato tregua, gli ha fatto vomitare la cena, gli ha rovesciato le trippe e continua a tenergliele in tensione. Si vede che non c’è abituato: sarà la ventesima volta che si curva sulla murata. Per un pelo non ha perso il famoso cappello, quello che da solo, sul campo di battaglia, vale cinquantamila uomini. Poi, fra un conato e l’altro, ha imparato a tenerlo con la mano mentre piega la pancia sul parapetto. Poco fa un mozzo è andato sopravvento, si è sporto un po’ e l’ha guardato: sputava succhi gastrici e le onde gli rimandavano in risposta qualche spruzzo salmastro.

    La gloria? Negli ultimi mille anni nessuno l’ha impersonata meglio di lui. Eppure, se uno potesse domandarglielo (e se lui avesse voglia di rispondere sinceramente, cosa che non ha mai fatto neanche una volta in tutta la sua vita), si sentirebbe rispondere che la gloria è tutta apparenza e rimpianto. Tu rischi e sgobbi, smuovi acque stagnanti, ari terreni incolti, ma alla fine della fiera tutto va a beneficio di altri.

    Non c’è uomo al mondo che non ammiri l’imperatore. Anche i suoi nemici non possono fare a meno di invidiarlo. Ma cosa sono stati Marengo, Austerlitz, Wagram, le incoronazioni? Nient’altro che mosse sulla scacchiera di un gioco politico. Azzardi disperati. Gli ussari e i fanti (quelli rimasti vivi, beninteso), loro sì che hanno visto la gloria e hanno sentito i berretti trasformarsi in corone d’alloro. Lui no. Lui stava già cento miglia più avanti: doveva pensare a scompigliare le colonne del nemico in ritirata, rastrellare gli sbandati, presidiare i territori, terrorizzare le popolazioni, razziare foraggio, quattrini, opere d’arte; doveva pensare a ricevere i plenipotenziari del nemico, a litigare con re e papi. Ma doveva anche stare in guardia da quella vipera di Talleyrand, da quel delinquente di Fouché, da quel vanesio imbecille di Murat. E c’erano da portare le corna. Grazie, Joséphine.

    La gloria? Lascia che ci ricamino sopra gli storici e i romanzieri, che la sognino i reduci rimasti vivi, che la rimpiangano gli imboscati che non si sono mossi da casa e hanno fatto i soldi con le commesse militari. Ma lui, l’imperatore, che ne sa della gloria? Quando mai ha potuto assaporarla?  

    Ecco, si è rialzato. Ormai lo stomaco è vuoto. I conati gli hanno fatto vomitare solo un liquido acido. L’ulcera ha ripreso a trapanargli le viscere. Vai a sapere cosa sta pensando adesso! Fino a un’ora fa bastava un quarto di giro alla ruota del timone per arrivare in vista di Bastia. Poteva sbarcare in Corsica e seppellirsi lì, pascolare capre, mangiare miele selvatico, vivere in pace fino alla vecchiaia, chissà. Invece lui, quel dannato giocatore d’azzardo, stava calcolando l’opportunità di sbarcare a Tolone e sollevare gli equipaggi della flotta del Mediterraneo. Il guaio è che Tolone l’ha presa a cannonate proprio lui. Sono passati più di vent’anni, ma ci dev’essere ancora tanta gente che se ne ricorda.

    Eh, altro che la gloria! L’ulcera sì che è una realtà! Per questa ultima impresa gli unici alleati sono i più scomodi: i giacobini, i montagnards. Ma sentitelo un po’. Cosa sta canticchiando?

 

                                          …vive le son, vive le son.

                                         Chantons la carmagnole

                                         au son du canon!  

 

    Si è mai sentito un imperatore che canticchia una canzone sovversiva? Si è mai visto un re che va da solo e disarmato incontro a un esercito che potrebbe stenderlo secco con una fucilata? Mah! Forse perfino lui comincia a capire che non c’è gloria più grande del martirio.

    Date fondo alle ancore! Ammainate la lancia!

    Ecco, è sbarcato. A riceverlo ci sono un centinaio di vecchi arruffapopolo armati alla bell’e meglio. Basta guardarli per far venire voglia di risalire in barca e tornare all’Elba. Ma la gloria? Eh già, la gloria. Non c’è scelta: forse una palla nel cervello è quanto di meglio si può sperare. Una palla nel cervello e finire in bellezza.

    Dove sono i soldati del ciccione di Parigi? Lassù. Schierati sulla collina.

    Va bene. Li ha visti. Li ha riconosciuti. Lui sa cosa fare. Stiano fermi i vecchi giacobini. Questa non è Ulm, non è Jena. Qui non si vince con i cannoni. Ci vuole l’arma segreta, e ce l’ha soltanto lui. Eccolo là che esce dal gruppo, da solo, nel suo pastrano grigio e con il suo famoso cappello, e si incammina verso i plotoni con i fucili puntati.

    Gli ufficiali gridano: “Fuoco!” ma i fucili non sparano. Un soldato sviene per l’emozione. Lui si ferma, lancia un’occhiata alla bandiera, poi guarda tutti in faccia, uno per uno.

    “Soldati del Quinto reggimento di linea, volete uccidere il vostro imperatore?” 

    E sono tutti con lui. Ma sì, che si sta al mondo a fare se non ci si leva lo sfizio di far cazzate? Allez, si ricomincia. Se li lasciassero fare lo porterebbero a spalle fino a Parigi. Ma la gloria la vedono soltanto loro. Lui ha già mille cose a cui pensare. C’è da fidarsi dei vecchi marescialli? Con chi si schiererà Marmont? Cosa pensa di fare quel matto di Ney? E Murat, meglio richiamarlo o lasciarlo a Napoli? Bisogna formare un governo. Bisogna ordinare la leva. Ci vogliono cavalli, divise, fucili…

    È fatta. La palla di neve è diventata una valanga e può solo rotolare in un burrone. Francesi, preparatevi a crepare nel posto più schifoso del mondo, un buco dalle parti di Charleroi.

    E lui? Lui avrà ancora sei anni di tempo per rimpiangere la gloria che ha ottenuto a spese vostre e che non è mai riuscito a godersi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                        1849 

 

Il fattaccio

 

    Ormai era passata mezzanotte e i fatti stavano precipitando. La luna piena illuminava ancora le nubi che rotolavano giù dalle Alpi e preparavano un temporale. Sul limitare della brughiera, l’uomo le guardava distrattamente e ripassava il piano. Le cose non vanno mai come dovrebbero e guai a chi non sa improvvisare. Lo sapeva, lo sapeva bene. Socchiudeva gli occhi e cercava di immaginare tutti i possibili inconvenienti. Ma i pensieri divagavano, la concentrazione evaporava. Colpa della luna e delle nuvole. Colpa della notte, che sembrava fatta apposta per un drammone romantico.

    Stupidaggini, certo. Però la gente vive di stupidaggini. Non vuole saperne della realtà. E non ha neanche torto: uno lavora come una bestia per tutta una vita e ne ricava solo bastonate? Tanto vale sognare. Ma sì, viva la rivoluzione!  

    Poi le cose vanno a rotoli ed eccoli tutti lì a fare le vittime. Entusiasti finché c’è da far baldoria, scontrosi quando c’è da rischiare la pelle. Sempre pronti a gridare A mort i sciuri! e mai a usare il cervello: i cannoni di Bonaparte non potevano sparare in eterno, figuriamoci quelli di Carlo Alberto. Insomma: non avevano capito un accidente. Intellettuali, borghesi e gentiluomini erano rimasti tutti a cuccia, a guaire. E il popolo? Si era lasciato portare a spasso come un gregge di pecore.

    Perché poi, vatti a fidare dei pastori! Personaggi come don Oreste, il prevosto di San Michele, che non perdeva occasione per tuonare dal pulpito: “Da dove viene l’empia dottrina secondo la quale incarichi e onori spetterebbero a chi li merita, fosse anche figlio di una lavandaia? Questa è la voce dell’Anticristo! Ma la Storia ha precipitato l’Anticristo in fondo all’oceano. E che cos’è la Storia se non la manifestazione del disegno di Dio?”

    Con queste baggianate tenevano in rispetto gli ignoranti. Ma il guaio era che ci credevano anche loro.

    Un campanile lontano batté un unico rintocco. L’uomo si riscosse, estrasse un orologio dal panciotto, lo scrutò con occhi allucinati, poi si riavvolse nel tabarro e andò a rannicchiarsi al limitare del bosco.

                                                       ***

    Il Nino era un ometto piccolo con il viso volpino. Aveva quarantacinque anni, una moglie, due figlie, e sapeva come va il mondo. Abituato alle incoerenze della vita, si riteneva un buon marito e un discreto padre di famiglia: non aveva mai rinunciato a mettere un corno alla moglie ben sapendo che ogni tanto toccava a lui far finta di niente e sopportare. Con le figlie per una dozzina d’anni tutto era filato liscio; poi, una dopo l’altra, erano cadute in preda a una insofferenza che nell’arco del mese trascolorava dal dolente all’insolente e viceversa. Tutt’a un tratto papà era diventato un estraneo.

    Nino alzava le spalle. La vita, si sa, ce l’ha per vizio di portarti via le cose buone sul più bello. Il figlio del duca l’aveva visto nascere diciannove anni prima e gli aveva insegnato a cavalcare, a pescare nei torrenti, a cacciare in brughiera. In tanti anni si era abituato a pensare a lui come al figlio maschio che sua moglie non gli aveva dato. Ma ormai il duchino aveva la sua vita. Nino, rientrato nel suo ruolo di servitore, lo accompagnava a una villa dove le carrozze in attesa tenevano le armi coperte e i cocchieri non parlavano tra loro: stavano a cassetta ad aspettare, fumavano, si annoiavano, tacevano schivando lo sguardo degli altri. Nino, che sapeva come va il mondo, aveva concluso che anche per il duchino era finito il tempo dei giochi innocenti.

                                                       *** 

    Il letto del torrente era profondo un paio di metri e largo una decina. Abbastanza per costringere una carrozza a fermarsi, scendere l’argine al passo, guadare e arrampicarsi sull’altra sponda. Il posto ideale per un agguato.

    Doveva avere l’aria di una rapina. Ma il figlio del duca avrebbe capito che si trattava di tutt’altro: qualcuno lo teneva in pugno e si sarebbe fatto vivo per dettare condizioni.

    Lui, naturalmente, aveva cercato di saperne di più: se ti passa sotto il naso un colpo di fortuna e non allunghi la mano, sei un fesso. Aveva provato a tastare il terreno.

    “E se mi riconosce?”

    Un’alzata di spalle.

    “Spiegagli che la vita è breve.”

    “Quelle sono spiegazioni che non si dicono: si scrivono con una penna d’acciaio. E costano di più.”

    Aveva fatto brillare la lama del coltello, ma i due stranieri non avevano fatto una piega. Quello che non parlava mai l’aveva guardato dall’alto in basso e, con un tono pieno di disprezzo, aveva sentenziato:

    “Per uccidere un gentiluomo ce ne vuole un altro.”

    Stronzo di un aristocratico! Così la mettevi, prendere o lasciare? Benissimo: prendo. Un marengo era passato di mano e l’affare era stato concluso. Ma al diavolo gli ordini, avrebbe fatto di testa sua. E poi venissero pure a cercarlo, gentiluomini del cazzo. Li avrebbe messi a posto lui. Se necessario, anche per iscritto: con la sua penna a serramanico.

    No, non era più necessario nascere da magnanimi lombi per concedersi un po’ di intraprendenza. Non era più impossibile, anche per un signor nessuno, mangiare pernici invece che polenta e giacere con una marchesa in un letto a baldacchino anziché con le lavandaie in un fienile.

    Non che le lavandaie non abbiano i loro lati buoni, si disse. E sghignazzò.

                                                      ***

    Il Gran Maestro dichiarò chiusa la riunione e rinnovò la consegna del silenzio. A uno a uno, gli incappucciati uscirono dalla sala, lasciarono i paramenti nello spogliatoio e se ne andarono. Il duchino fu il primo a sgattaiolare fuori. Si avvicinò a un’altra carrozza e lanciò una moneta al cocchiere, che scese da cassetta in silenzio e sparì nel buio.

    Nino fece tanto d’occhi ma non aprì bocca. Passò del tempo.

    Le altre vetture se ne andarono. Per ultimo uscì un tipo bassotto dalla strana andatura, il volto nascosto fra la tesa del cappello e il bavero rialzato. Quando aprì lo sportello, Nino intravide il padrone semisdraiato in una posa strafottente. Alla luce della luna, sembrava nudo.

                                                      ***

Al Signor Intendente di Polizia di Busto Arsizio.

    Una vendita carbonara sita nel territorio di pertinenza della S.V. prepara un attentato contro un’alta personalità del Regno, forse lo stesso Arciduca Viceré.

    La suddetta vendita non fu mai segnalata nei rapporti della S.V.

    La S.V. intraprenderà con la massima sollecitudine tutte le necessarie indagini e ne riferirà prontamente, con la segretezza del caso.

    Bruno Rezzonico si passò una mano sudata fra i capelli. Il Sovrintendente in persona si scomodava per dargli del fannullone, dell’incompetente, dell’imbecille! Ma fra Busto Arsizio e Gallarate non si era mai sequestrato un volantino, non era mai comparsa una scritta sui muri. Nemmeno le solite calunnie di paese avevano mai indicato qualcuno come carbonaro. E poi, addirittura ammazzare l’Arciduca Ranieri! Soltanto un nobile poteva arrivare a portata di tiro del Viceré del Lombardo-Veneto. E quanti erano i nobili della zona? Sei, sette famiglie. Sessanta persone in tutto. Tolte le donne, i bambini e i vecchi bacucchi, quelli in età da far pazzie erano sì e no una dozzina.

    Certo, qualcuno era più compromesso di altri. I duchi, per esempio, erano imparentati con quel tizio che quasi trent’anni prima aveva tentato un colpo di stato a Torino. Ma interrogare un duca era fuori questione e per ficcanasare tra la servitù ci voleva un pretesto.

    Rezzonico spiegazzò il dispaccio. Superiori, inferiori e pari grado: tutti avvoltoi appollaiati sul ramo in attesa di vederlo stramazzare. Per ora si limitavano a mormorare alle sue spalle, domani gli avrebbero riso in faccia. Per un lungo momento, seduto alla scrivania, Rezzonico cadde in preda a un attacco di asma.    

    “Un pretesto” ansimò. “Mi serve un pretesto. E anche maledettamente buono.”

                                                       ***

    Tra il primo e il secondo assalto Maria Teresa ripensò alla sua vita ed ebbe l’impressione di dibattersi in una camicia di forza: il conte suo marito portava ancora la parrucca incipriata, aveva avuto un figlio bastardo da una cameriera, e per aver tentennato durante la ventata rivoluzionaria si era giocato poderi e rispettabilità.

    Le altre nobildonne si circondavano di amanti. Maria Teresa aveva un piano più elaborato: riempiva di corna il marito per dargli un erede. Il vecchio reazionario avrebbe legittimato un figlio non suo e avrebbe fatto in tempo a vederlo sventolare la bandiera della rivoluzione.

    Tornando a concentrarsi sulla ginnastica che metteva d’accordo piaceri e speranze, Maria Teresa ignorò i cigolii e i sobbalzi della carrozza. Nino temette che il padrone fosse venuto alle mani con lo sconosciuto, scese da cassetta e si avvicinò. Fra uno sballottamento e l’altro, udì dei gemiti inequivocabili. Lui, che sapeva come va il mondo, si concesse un sogghigno e accese un mezzo toscano.

                                                       ***

    La navata della basilica era immersa in una oscurità popolata di fiamme di candela. Inginocchiato sul primo gradino dell’altar maggiore, don Oreste meditava in preghiera. Ma il viso rivolto al tabernacolo non aveva nulla di sottomesso. La fronte alta, le labbra sottili, erano quelle di chi è certo di possedere la Verità.

    “Signore” si domandava don Oreste “cosa saremmo noi, poveri esseri umani, se rifiutassimo di riconoscere la legge morale che tiene assieme l’universo ?”

    Eppure, la sublime architettura del creato non si riflette nei comportamenti degli uomini, nella società civile, nella politica. Bisognava riconoscerlo. Ma com’è possibile? Perché l’umanità è così cieca, così ingrata?

    Perché il diavolo ci mette la coda.

    Il peccato: ecco la spiegazione, la deviazione dall’ordine naturale, l’illogicità di fondo. I rivoluzionari si erano affidati alla dea Ragione, e avevano fallito. Per forza. Quando mai la ragione ha saputo sconfiggere il peccato?

                                                       ***

    La notte non era silenziosa: il ruscello gorgogliava, il vento faceva stormire le cime degli alberi. Le nubi avevano coperto la luna quando il bosco ebbe un movimento convulso: gli animali notturni fuggirono a rintanarsi. La carrozza scese l’argine con il freno tirato, guadò il fiumiciattolo, arrancò per risalire l’altra sponda.

    Un uomo scattò verso i cavalli, afferrò una briglia e si rivolse al cocchiere in tono di comando:

    “Salta giù e tieni fermi i cavalli. Fa’ giudizio o sono guai.”

    Nino obbedì senza fiatare. Lui sapeva come va il mondo. Il padrone avrebbe gettato la borsa e la faccenda si sarebbe risolta in una elemosina.

    Ma ormai il mondo andava a rovescio. Quando l’uomo aprì lo sportello ci fu un botto. Una pallottola gli fischiò a due dita dall’orecchio e lui reagì d’istinto. Afferrò il passeggero per il bavero e, mentre lo strappava giù dal sedile, spinse avanti la destra, che impugnava il coltello. Il duchino gridò.

    L’uomo colpì ancora, tolse la pistola di mano al ferito e se la mise in tasca. Poi si curvò sul corpo, frugò le tasche e prelevò la borsa. Si voltò di scatto, come se solo allora avesse compreso l’enormità di quel che aveva fatto. Nino, impietrito nel buio, sentì la punta del coltello appoggiata fra due costole e una voce minacciosa all’orecchio.

    “Ricordati che hai famiglia.”

    Non riuscì a parlare: fece segno di sì con la testa, montò a cassetta e frustò i cavalli. Scoppiò il temporale e Nino non se ne accorse. Seguitava a frustare. Vedeva scorrere la strada e gli pareva di stare dentro a un incubo.

    Il duchino disteso sul fondo della carrozza stava per cedere a una invincibile stanchezza. La coltellata aveva reciso l’arteria epatica. Le palpebre pesavano una tonnellata.

    Sul ciglio della strada, con i goccioloni che schioccavano sulla tesa del cappello, l’uomo soppesò la borsa e fece una smorfia. Infilò un sentiero in mezzo ai campi. Camminò spedito come se non avesse un pensiero al mondo, canticchiando a mezza voce: “Già viene l’oro, già vien l’argento…” Si interruppe per riprender fiato, e parve che ci pensasse su. Poi riattaccò, in tono di sfida: “…e di me stesso maggior mi fa !”

    Pochi minuti dopo un cavallo sopraggiunse al galoppo, passò il guado e proseguì senza fermarsi. 

 

 

 

 

 

 

L’antefatto

 

    Negli schedari della imperial regia polizia, il Cardanino era descritto come un tipo grande e grosso, con un paio di baffi impertinenti. Il rapporto aggiungeva che aveva il modo di fare di chi sfida il mondo intero e ci prende gusto.

    Nome, cognome e luogo di origine risultavano da documenti quantomeno discutibili, perché gli archivi parrocchiali di Cardano al Campo erano andati distrutti in un incendio molti anni prima. Come se non bastasse, in paese nessuno ricordava di aver giocato con lui da ragazzo, nessuno sapeva chi fossero i suoi genitori, e tantomeno zii, cugini o nipoti.    

    Era uno che andava e veniva. Importava vacche e vitelli dal Piemonte. Si diceva che non sempre pagasse il dazio e che sulla provenienza del bestiame fosse meglio non fare i curiosi. C’era chi avanzava dei dubbi anche sull’unico fatto certo: il figlio della Luigina, che il Cardanino aveva riconosciuto il giorno del battesimo.

    A diciassette anni, la Luigina aveva sposato un giacobino che aveva combattuto a Waterloo e a furia di scappare era arrivato a Gallarate. Ma era rimasto in contatto con la Francia e un paio di anni dopo ci era tornato, aveva preso parte a una sommossa di bonapartisti e la pallottola di un gendarme l’aveva steso sul selciato di Parigi.

    Anni dopo, quando la Luigina era comparsa in chiesa con il Cardanino e il figlio della colpa, il prevosto era rimasto interdetto. Al momento di fare le scritture nel registro di stato civile, aveva trascritto il nome del padre aggiungendo in latinorum: quem in Cardano natum esse dicunt, tempore ignoto. Al Cardanino era saltata la mosca al naso e, come al solito, si era messo a fare il gradasso. Ma il prevosto l’aveva gelato: “Io battezzo bambini” aveva detto, “non fabbrico passaporti”.

    Al prete interessava il neonato: il Cardanino era un’anima persa, la Luigina idem. Si diceva che, nel preciso momento in cui suo marito aveva tirato le cuoia a Parigi, lei, a Gallarate, si era sentita male per la strada: quando era rinvenuta era corsa a casa e si era vestita a lutto. La gente stava attenta a non contrariarla troppo perché le maledizioni di una strega pesano come condanne a morte. La Luigina sparava maledizioni con facilità.

    L’unico a non preoccuparsene era il Cardanino. Ciò che lo attraeva nella Luigina era proprio l’intensità delle sue collere e dei suoi abbandoni. Del resto, anche lui quando si metteva a sbraitare faceva paura. E quando ragionava le cantava chiare. Per esempio, secondo lui il dibattito sulla costituzione era semplicemente inutile. Scrivete una costituzione su tavole di marmo, diceva il Cardanino, e il tiranno le spezzerà ogni volta che gli farà comodo. Oppure rispetterà la forma e calpesterà la sostanza.

    Fuchs, il vecchio intendente di polizia, lo aveva schedato come elemento sospetto. Il nuovo intendente, Bruno Rezzonico, si faceva un dovere di convocarlo ogni volta che una rapina o un abigeato turbavano la pace del circondario. Per via di quell’andirivieni, c’era chi pensava che il Cardanino fosse un confidente. Ma dalle chiacchiere del Cardanino gli intendenti non avevano mai ricavato il minimo indizio per acciuffare un brigante, sventare un reato o scoprire una vendita carbonara.

    La vendita, poi, era l’araba fenice. Fuchs l’aveva subodorata per anni senza cavare un ragno dal buco. Se Rezzonico fosse riuscito a scoprirla, la sua carriera avrebbe spiccato il volo. Nessuno avrebbe più sorriso accennando alla sua nascita, nessuno avrebbe più mormorato: “Chi meglio di un bastardo a capo degli sbirri?”  

    E se la vendita era un’ossessione, il Cardanino era una idea fissa. Rezzonico era sicuro che fosse lui il crocevia di tutte le malefatte della zona, eppure non poteva fare a meno di ammirarlo: quel dannato villano sapeva quando imporsi e quando farsi piccolo, sgusciava come un serpente e cavillava come un avvocato. Dieci giorni prima dell’omicidio, Rezzonico aveva pregato don Oreste di prender parte a una “conversazione”. L’idea era di attaccare il Cardanino sul piano della teoria. Don Oreste si era fatto pregare, ma non aveva potuto dire di no.

    Il Cardanino aveva cominciato subito a fare il sofistico. Che ci fa qui il prete? L’Inquisizione ha riacceso i roghi?

    Ma no, ma no. Questa è una chiacchierata. Parliamo di agnosticismo: un fenomeno preoccupante per l’autorità della Chiesa, per la morale pubblica, per la maestà delle istituzioni.

    Mi prendete per scemo? Figuriamoci! Papa e Imperatore tremano per le mie opinioni filosofiche? Ma dove siamo, in manicomio?

    Non se ne cava niente, aveva pensato Rezzonico. Il Cardanino rispondeva alle domande con altre domande e il suo sguardo diceva: “Da solo non ce la fai? Bastardo, ti fa comodo anche il prete!”

    Don Oreste argomentava. Il Cardanino si sottraeva, svicolava, menava il can per l’aia. Rezzonico arrivò a supporre che l’unica speranza di trovare un bandolo stesse nell’irrazionalità, in una casuale analogia capace di sintetizzare l’intero “caso Cardanino”.

                                                      *** 

    I Rezzonico erano svizzeri, originari di Capolago. Imbianchini di mestiere fin dal seicento, per anni e anni erano stati impegnati a decorare la villa dei conti di Busto.  

    Quando a Parigi successe il finimondo, nessuno comprese la portata degli avvenimenti. Sette anni dopo, la guerra colse tutti impreparati. Napoleone giunse a Milano e i conti presero il largo. Due anni dopo si fecero rivedere gli austriaci e i conti tornarono in sella.

    Sembrava che la buriana fosse passata e che la vita potesse riprendere il suo ritmo. In una mattina di settembre, Rosa Rezzonico abbracciò suo padre con le lacrime agli occhi: lasciava Capolago per andare a servizio in casa dei conti.

    Le cose erano tornate come prima, ma non erano più le stesse. Il conte era vedovo e anziano, il figlio era un ragazzo senza personalità. In casa rimanevano solo vecchi servitori: quelli giovani si erano arruolati con Napoleone o si erano dati alla macchia. La Rosa si fece carico della situazione: assunse le funzioni di maggiordomo, segretario, governante, come se non avesse mai fatto altro, con naturale autorevolezza. Il figlio del conte si trovò disarmato davanti a una donna che lo attraeva e lo metteva in soggezione. Con un miscuglio di femminilità, devozione e carattere, nel quale, invece, lei si destreggiava benissimo, la Rosa gestì la situazione senza esagerare.

    Poi la guerra tornò e si portò al seguito la rivoluzione. Davanti alla folla che premeva sul cancello, agitava le torce e gridava A mort i sciuri! la Rosa arraffò il mantello del cocchiere e salì di volata al primo piano, dove il nobile rampollo traguardava da una finestra con aria stordita.

    “Via!” gli gridò. “Prima che sfondino il cancello!”

    Il contino parve non capire. La Rosa gli gettò il mantello sulle spalle, lo spinse giù in giardino e poi nei campi fino alla canonica, dove don Oreste li nascose in cantina. Avevano idea di dove andare? A Capolago, disse la Rosa.   

    A notte fonda Don Oreste condusse i due fuggiaschi sull’angolo della canonica, dove li aspettava un baroccio.

    “Verranno tempi migliori, Eccellenza. Ritornerete.”

    Il conducente frustò il cavallo e il baroccio fu inghiottito dal buio come una scialuppa che si allontana dal luogo di un naufragio. Poco dopo lo spuntar dell’alba il cavallo si arrestò in aperta campagna.

    “Attraversate quel bosco. Dall’altra parte è Svizzera.”

    Camminarono per tutto il giorno, battendo i denti per il freddo, aggirando i paesi, tagliando per i campi. Arrivarono a Capolago all’imbrunire. La Rosa ritrovò la strada di casa e picchiò all’uscio. Nessuno rispose. Continuò a bussare sempre più forte, mentre un presentimento gonfiava in fondo alla gola e le bloccava il respiro. La Rosa gridava e la porta non si apriva, non si sentiva alcun rumore, non si vedeva una luce. 

    Sull’altro lato della via un uomo anziano si affacciò, rientrò in casa e chiamò qualcuno. La Rosa stava per svenire quando una donna venne a prenderla per mano e la condusse via mormorandole all’orecchio parole di condoglianza. Il conte si accodò impietrito.

                                                       ***

    Tutto era andato a rotoli ma, in un modo o nell’altro, la Rosa aveva catturato l’oggetto dei suoi desideri e se lo teneva stretto. Il conte, invece, rifiutava la realtà. Tra un ripensamento e l’altro impiegò anni per decidersi a tornare a Busto. Quando lo fece, ottenne la restituzione della villa padronale, poche terre e molti discorsi fumosi. Per ricuperare i suoi possedimenti doveva rivolgersi al tribunale, e il conte si trovò ingolfato in una trentina di cause. 

    Una volta di più, la Storia si incaricò di guastare la festa: erano tornati gli Austriaci e, con imperiale pacatezza, l’intendente Fuchs aveva preso le redini della città. Accordò udienza al Signor Conte, si informò sulle sue cause pendenti davanti al tribunale, lo pregò di attendere con fiducia. Bruno nacque in piena Restaurazione e, per interessamento di Fuchs, appena ebbe l’età entrò in una scuola che formava i quadri della burocrazia imperiale. Questa fu la prima mossa.

    In seguito Monsignore fece notare al conte l’irregolarità della sua situazione: come poteva sperare nella benevolenza del tribunale se manteneva una concubina in casa? Il conte resistette finché fu possibile, cioè ben poco. La Rosa capì che quello era il principio della fine.

    Intanto passavano gli anni. Le cause si trascinavano, i debiti crescevano. La Rosa si era trasferita in una casa di ringhiera. Il conte seguitava a lamentarsi. Secondo lui, tutto gli era dovuto; come poteva tollerare l’incomprensione della Rosa, la lentezza dei processi, l’impudenza dei creditori? Eppure tollerava. Non poteva fare altro. Quando Bruno tornò dal convitto cominciò a domandarsi che uomo fosse suo padre. E quando Fuchs gli offrì di entrare nel Ministero di Polizia accettò. L’unica alternativa sarebbe stata la carriera militare, ma lui, che non poteva vantare quattro quarti di nobiltà, non aveva speranze di carriera: avrebbe passato la vita a lucidare gli stivali dei nobili in tutte le periferie dell’Impero. 

    Bruno fece la sua gavetta in Valtellina, in Trentino e infine a Padova. Un giorno Fuchs convocò il conte e, senza tanti complimenti, gli rese noto che le sue cause erano sospese sine die: riprendere la terra a chi la coltivava da anni significava fomentare lo scontento o magari il germe di una rivolta; la situazione politica non consentiva di correre un simile rischio. Con lo sguardo perso nel soffitto, il conte rivisse il giorno della sua fuga e come allora rimase imbambolato, incapace di reagire.

    “Ci vuole una soluzione per i vostri debiti. Se le vie legali sono bloccate, bisogna pensare a un’altra via d’uscita” suggerì Fuchs.

    Il conte lo guardò senza capire.

    “Una via d’uscita..?”

    “Un matrimonio. La figlia dei signori di Taino non sarà vergine ma è nubile. E voi siete scapolo. La famiglia può pagare una dote generosa. Pensateci: non è una soluzione disonorevole. Del resto, o bere o affogare.”

    Dopo un pesantissimo silenzio, durante il quale non riuscì a pensare niente di coerente, il conte accettò.

                                                       ***

    Il matrimonio fu un fallimento. La contessa aveva trent’anni meno del marito, apparteneva a un’altra epoca. Non trovarono una intesa nemmeno a letto.

    La Rosa tornò a Capolago. Il conte incupì. Brigò a lungo per far trasferire Bruno a Busto. Ma la Rosa fece sapere che non sarebbe tornata neanche per rivedere suo figlio, e il conte ebbe un travaso di bile. Il medico gli consigliò di andare a passare le acque ad Abano. Il conte seguì il consiglio. Già che c’era, passò anche qualche notte a Venezia. Tornò rasserenato.

    Qualche anno dopo scoppiò il Quarantotto. Portò altri sconquassi e le teste calde ripresero ad agitarsi. Ci fu la guerra. Quando Radetzky suonò la fine del carnevale e tornarono le divise bianche, Fuchs venne richiamato in Austria. Bruno, nominato intendente, cominciò a guardare la vita con altri occhi. Aveva perso ogni stima o considerazione per suo padre. Le circostanze l’avevano messo in condizione di non avere più bisogno di nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’indagine

 

    La mattina dopo l’omicidio Bruno Rezzonico mezzo addormentato si lasciava sballottare dentro a una carrozza che rotolava sull’acciottolato umido. Le ruote schizzavano fango dalle pozzanghere. Il temporale che aveva imperversato nella notte era finito da due ore.

    Alle quattro del mattino una staffetta venuta da Gallarate l’aveva tirato giù dal letto. Tre ore prima, il Nino si era presentato sotto casa del chirurgo. Aveva ragliato, muggito e ululato finché il dottor Castiglioni era sceso in strada, aveva tastato il polso del ferito e si era rialzato scuotendo il capo: troppo tardi. Secondo il rapporto, a questo punto il Nino “aveva dato fuori di matto” e il dottore “aveva dovuto prenderlo a legnate”.

    Rezzonico aveva rinviato la staffetta con l’ordine di trattenere il cocchiere: voleva essere il primo a interrogarlo. Ma non ci sperava troppo. E infatti, davanti alla porta di casa Castiglioni, il Nino stava a cassetta di una carrozza nobiliare mentre il duca in persona, scuro in volto, discuteva con il tenente Zoia. L’eccellenza gesticolava, Zoia era immobile sull’attenti. Rezzonico si fece avanti e recitò parole di circostanza. Il duca lo interruppe con malagrazia.

    “Ordini a questo imbecille di consegnarmi il corpo di mio figlio. Immediatamente, ha capito?”

    “Vostra Eccellenza non dubiti” Rezzonico usò il più deferente dei toni. “Me ne occuperò personalmente. Il tempo di procedere agli accertamenti…”

    Il viso del duca diventò congestionato.

    “Ma quali accertamenti!” gridò. “Stia al suo posto e non si permetta di contraddire un gentiluomo!”

    Rezzonico si dominò.

    “Farò conto di non aver sentito, signor duca. Prendo parte al dolore di un padre, ma i servitori della legge devono compiere il loro dovere. Vostra Eccellenza comprenderà.”

    Rezzonico si volse per entrare in casa, ma si sentì trattenere per un braccio.

    “Comprendere?” gridò il duca. “Cosa c’è da comprendere? Che i bastardi sputano nel piatto dove mangiano!”

    L’intendente si divincolò e fissò il duca con gli occhi di chi sta per commettere una pazzia.

    “Per l’ultima volta” sibilò, “farò conto di non aver sentito.”

    Il duca gli lanciò uno sguardo velenoso, ma tacque. Montò in carrozza e gridò: “A casa!”. Rezzonico entrò nel vestibolo con il respiro affannato, le palpebre e le guance agitate da un tic. Fece uno sforzo per riprendersi mentre il dottor Castiglioni, con la cravatta slacciata e senza parrucca, compariva in fondo al corridoio.

    “Due ferite di coltello all’addome. Lama lunga una spanna, larga un pollice. Il classico coltello a serramanico. L’emorragia interna è stata micidiale. La morte è sopravvenuta nel giro di pochi minuti.”

    Il dottore esitò, come se avesse sul gozzo qualcosa di imbarazzante.

    “È strano” borbottò, “ma le ferite sembrano inferte dall’alto in basso, come se l’assassino fosse un nano. E non c’è traccia del colpo di pistola.”

    “Quale pistola?”

    “E chi lo sa? Il cocchiere dice che è stato sparato un colpo. Ma era fuori di sé. Ha dato in escandescenze e ho dovuto usare le maniere forti.”

    Fece strada in una stanza. I vestiti del morto e il contenuto delle tasche erano disposti in bella mostra su un tavolo. Il cadavere, adagiato su un sofà, era coperto con un lenzuolo. Il braccio destro pendeva fino a terra. Quel che si vedeva del corpo era così pallido da sembrare di gesso. La camicia e gli indumenti intimi erano appena macchiati intorno allo strappo della coltellata. Sul tavolo c’erano un fazzoletto ricamato, una tabacchiera quasi vuota, una boccetta di profumo, quattro caramelle. Nient’altro.

    Rezzonico uscì a ispezionare la carrozza. Sul pavimento ricoperto di panno damascato trovò una macchia che gli fece inarcare i sopraccigli.

    “Dottore, sugli indumenti intimi ha trovato tracce di liquido seminale?”

    “Cosa? Be’, sì…”

    “È una cosa compatibile con l’agonia da dissanguamento?”

    Il dottore scosse la testa.

    “No, vero? Dunque, la vittima ha… svolto una attività sessuale poco prima di essere pugnalata.”

                                                      ***  

    Il duca ricevette le spoglie del figlio con dignità e, su richiesta di Rezzonico, mandò a chiamare il cocchiere.

    Nino puzzava di grappa e sembrava ubriaco. Non aprì bocca e tenne gli occhi a terra. Rezzonico gli ordinò di guidarli sul luogo dell’agguato e lui, con un filo di voce, disse di prendere la strada per Busto. In carrozza, l’interrogatorio cominciò.

    Dove erano andati? Da chi? 

    Un mugugno incomprensibile. Non so. Non ricordo.

    Zoia lo prese per un braccio e lo scosse.

    “Di’, ma ci prendi per fessi?”

    Nino grugnì come un animale e rifiutò di rispondere finché la carrozza non arrivò sul luogo dell’agguato.

    “Ecco” brontolò, “è successo qui.”

    Posizionata la carrozza nel punto esatto, Zoia scese a cercare la pallottola. La trovò incastrata nel tronco di un albero a pochi passi dalla strada, quasi all’altezza degli occhi. La ricuperò usando il pugnale d’ordinanza, legò uno spago al tronco e andò a consegnare l’altro capo a Rezzonico. Risultò che se a sparare era stato il duchino seduto in carrozza, l’assalitore doveva essere alto almeno sei piedi. Altro che un nano!

    Cercarono orme o altre tracce. Non ne trovarono. Il temporale aveva cancellato tutto. 

                                                      *** 

    A Busto, nell’ufficio dell’intendente, Nino si sentiva un pesce fuor d’acqua.

    “Allora. Hai appena superato il guado. Salta fuori il bandito e cosa fa?”

    “So mica. L’era scuro come la tana del lupo. Ho sentito: la borsa o la vita. Potevano anche essere in tre o quattro.”

    “E invece era uno solo. Ma com’era?”

    “So mica. Era buio. Si vedeva un tubo.”

    “Era alto o basso, grasso o magro?”

    “Pareva un toro. Ci aveva su tabarro e cappello.”  

    Grande e grosso, eh? Ma guarda: proprio come il Cardanino.

    “E la voce com’era?”

    “Ha detto solo: la borsa o la vita.” Nino scrollò la testa, con gli occhi a terra. “Io credevo che il padrone ci tirava la borsa. Credevo che era un morto di fame, mica un bandito vero.”

    Rezzonico gli spinse indietro il muso e lo costrinse a guardarlo negli occhi.

    “Tu non la racconti giusta. Tu il bandito lo conosci: avete fatto a metà!”

    Nino scattò in piedi bestemmiando. Zoia lo bloccò e lo tenne stretto.

    “Oppure” insistette Rezzonico, “il bandito te lo sei inventato. Hai fatto tu il colpo, da solo!”

    “Non è vero!” ringhiò il Nino. “Una porcata così la puoi pensare solo tu, sbirro bastardo!”

    “Non fare lo scemo!” gli gridò Zoia nell’orecchio.

    “Porci schifosi! Figli di troia!”

    Nino urlava, ansimava e si guardava intorno come una bestia al macello. Ma quando Zoia lo lasciò andare cadde seduto e rimase in silenzio con la testa fra le mani. Rezzonico prese un tono da fratello maggiore.

    “Non capisci che il primo sospettato sei tu? Vuoi finire sulla forca?”

    Nino aprì la bocca, poi ci ripensò e guardò in su con aria di sfida. Rezzonico gli girò la faccia con un ceffone.

    “A che ora siete usciti di casa?”

    “Alle otto.”

    “Dove siete andati?”

    Nino ricominciò a tentennare. Incassò altre sberle e stette zitto. Rezzonico ordinò a Zoia di chiuderlo in cella. Nino ci ripensò.

    “Siamo andati dalla Rossa.”

    “La Rossa? Chi è?”

    “So mica. Dicono che l’è rossa di capelli, ma io l’ho mai vista. Sta in una casa in riva al fiume.”

    “E perché non l’hai detto subito?”

    “Il padrone voleva mica. L’era un segreto.”

    Rezzonico lo squadrò poco convinto. Nino continuò a tenere la testa bassa.

    “Insomma, l’hai portato lì. Lui resta dentro fin verso mezzanotte, poi esce, sale in carrozza…”

    Nino scosse la testa.

    “No, lui monta sulla carrozza di fianco. Dopo un po’ arriva un altro, fatto su in un mantello. Ma l’era una donna.”

    “Una donna? Come fai a dirlo?”

    Il volto del Nino si allargò in un sorriso volgare.

    “Eh, se siete stati in letto con una donna, lo sapete i rumori che fa. Poi il padrone salta giù con le braghe in mano, monta sulla mia carrozza e grida: a casa!”

    Rezzonico lo guardò dubbioso, senza dir niente. Fece un cenno a Zoia. Nino si morse le labbra. Zoia lo prese per un braccio e lo condusse in cortile. La guardia aprì la porta di una cella e il Nino cercò di divincolarsi. Dovettero tenerlo in due.

                                                              ***

    Rezzonico accese un sigaro. Il luogo e l’ora del delitto erano quelli indicati dal Nino? C’era il proiettile. Ma il cocchiere avrebbe potuto pugnalare la vittima in un altro momento, in un altro luogo. Avrebbe potuto sparare il colpo a cose fatte, calcolando la traiettoria in modo da far pensare a qualcuno più alto di lui. Per esempio, al Cardanino.

    L’unica dichiarazione del Nino che trovasse conferma nei fatti erano le attività sessuali del duchino. Ma che senso aveva passare tre ore in un bordello per poi fare l’amore in carrozza?

                                                       ***

    Don Oreste era indignato. Ecco la conseguenza delle stolte teorie meritocratiche, della moda romantica, di un clima culturale fatto di licenza e sfrenatezza! Ormai i banditi da strada non si facevano scrupolo di assalire e uccidere i membri dell’aristocrazia!

    Rezzonico tentennò: che c’entrava il romanticismo?

    C’entrava eccome. Il delitto è un elemento di contorno in un quadro grande e complesso. Studi il quadro, signor intendente, e troverà il suo uomo.

    “Be’, don Oreste, mi dia una mano lei.”

    “Cerchi un uomo senza legge né fede, amorale, irrazionale, sicuro di sé, spietato, intrigante.”

    Era il ritratto del Cardanino. Rezzonico tentò in un’altra direzione.

    “Lei pensa a un delitto politico?”

    “Questo non lo so. Il punto è che, senza la diffusione di certe idee sciagurate, nessun plebeo avrebbe osato uccidere un nobile.”

    Rezzonico non aveva voglia di ascoltare un’altra predica reazionaria e prese congedo. Ma sulla strada di Gallarate rifletté che don Oreste aveva individuato un nuovo tipo umano: l’avventuriero senza timori reverenziali, deciso ad arraffare tutte le opportunità della vita. Con questo spirito un piccolo córso squattrinato aveva giocato d’azzardo con la Storia e per vent’anni era riuscito a far saltare il banco. E cosa aveva da perdere il Cardanino? Per uno come lui, rischiare la pelle era quasi normale.

                                                      ***  

    La perquisizione era agli sgoccioli. Due gendarmi si attardavano in cucina rovistando fra pentole e tegami sotto lo sguardo critico della Luigina.

    “Dov’è il tuo uomo?”

    “E chi lo sa? È tre giorni che non lo vedo.”

    “Dov’è andato?”

    “E quando mai me l’ha detto?”

    Fiato sprecato parlare con la Luigina; l’ho sempre saputo, si disse Rezzonico, ma ogni volta ci ricasco.

    “Trovato niente?”

    I gendarmi scossero il capo. Rezzonico sbuffò e prese a salire le scale.

    Al piano di sopra, il pavimento era di mattoni consumati e i muri avevano urgente bisogno di essere imbiancati. A destra, una stanzetta e uno sgabuzzino pieno di polvere e cianfrusaglie. A sinistra, nella camera matrimoniale, il letto e un armadio. Nient’altro. Una casa di povera gente.

    “Abbiamo guardato sotto il letto, picchiato sulle mattonelle, tastato i materassi” sussurrò il caporale.

    Rezzonico aprì l’armadio. Dalle grucce penzolavano cose informi che dovevano essere indumenti della Luigina. Un paio di pantaloni di fustagno e un vestito intero di lana pesante erano il guardaroba invernale del Cardanino.   

    Rezzonico frugò tutte le tasche. Non trovò niente. Tolse il panciotto dalla gruccia. La fodera pigolò con un rumore di carta stropicciata. Rezzonico la scucì e venne alla luce un foglio di carta da lettera intestato “F.lli Sesia & C.ia”. Il testo era conciso.

 

    “Il latore della presente è accreditato presso di noi fino alla somma di cento marenghi d’oro in moneta del Regno di Sardegna”.

 

    In calce, due firme illeggibili.

    Rezzonico tornò dabbasso e incontrò la Luigina sulla porta.

    “Per quando lo aspetti di ritorno?”

    “Me l’ha mai detto?”

    “Quanti soldi ti ha lasciato?”

    “Abbastanza.”

    Mentre si voltava, Rezzonico credette di sentire un commento borbottato a mezza voce. Qualcosa come “Maledetto bastardo!”. Si girò di scatto, ma la Luigina era già per le scale. Se ne andò anche lui, indispettito più che altro con se stesso.

                                                      ***

    Zoia lo aspettava con la faccia di chi ha raccolto un canestro di funghi ma non sa se sono mangerecci o velenosi. In casa del duca nessuno apriva bocca: tutti ciechi e muti. L’unica cosa degna di nota era il cavallo del padrone, che non pareva molto fresco.

    I normali controlli di polizia non avevano dato risultati. I pregiudicati avevano frequentato le solite osterie. I pochi pensionanti nelle locande della zona erano stati controllati e trovati in regola. Non erano ancora disponibili i rapporti sui movimenti dei nobili; la materia, si sa, richiedeva delicatezza.

    Quanto alla Rossa, la sua villa apparteneva nientemeno che a un principe, esponente di una delle famiglie più in vista di Milano. La Rossa viveva lì da due anni e faceva vita ritirata. Aveva una governante venuta con lei da chissà dove, una serva e un giardiniere. Di tanto in tanto si assentava per giorni o settimane. Insomma: la Rossa era una cocotte.

    Rezzonico tornò a Busto e fece una visita in banca. Sì, la ditta Sesia era conosciuta: operava con le migliori aziende del biellese, ma anche con il Tesoro del Regno di Sardegna. No, il banchiere non aveva mai visto quell’affidavit e, nel caso, se ne sarebbe ricordato: era insolito, per una cifra consistente e, di fatto, in qualunque valuta.

    “Come, non c’è scritto in moneta del Regno di Sardegna?”

    “La moneta aurea piemontese ha un valore facciale molto vicino al valore intrinseco” spiegò il banchiere. “Questo pezzo di carta equivale a un lingotto d’oro del peso di cento marenghi.”

    “E si può rilasciare un documento simile al portatore?”

    “Certo. Con un deposito collaterale a garanzia.”

    “Ma chi può avere interesse a richiederlo?”

    Il banchiere fece il gesto di cucirsi le labbra.

    “Chi lo sa? Potrebbero anche essere affari di Stato…”

    Rezzonico tornò in ufficio fischiettando un motivetto rivoluzionario e fece sbarrare gli occhi alla sentinella.

                                                       ***

    La pista più promettente era la proprietaria della carrozza in cui si era infrattato il duchino. La Rossa doveva conoscerla. Chissà com’erano le mantenute dei principi.  

    Suonavano le sette quando il cocchiere arrestò i cavalli di fronte a un cancello anonimo: la villa in riva al fiume non aveva niente di lussuoso. Un uomo dai capelli grigi venne a spalancare i battenti. Attraverso un giardino fitto di pini e cipressi, il vialetto conduceva a una casa a due piani. Dentro, qualcuno strimpellava una musica strana.

    La serva lo guidò sulla soglia di una sala dove un uomo al pianoforte dava le spalle alla porta e continuò a suonare. La donna seduta sul canapé alzò gli occhi verso Rezzonico e lo fissò senza espressione.

    Le finestre erano chiuse e gli scuri accostati. Tutti i  candelieri erano accesi. Sulle pareti tappezzate non c’erano quadri, solo specchi. Rezzonico si era aspettato dipinti di ninfe al bagno, come nei bordelli. Anche la donna, che continuava a fissarlo in silenzio, non era come aveva immaginato. Portava i capelli rossi raccolti in un’acconciatura senza fronzoli; il vestito non era troppo vistoso; il volto – labbra sottili, naso greco, pelle diafana – sembrava quello di una statua.

    Lasciando a mezzo un arpeggio l’uomo smise di suonare e si voltò. Sorrise a Rezzonico come a un vecchio amico. Sembrava perfettamente a suo agio. Si alzò, baciò la mano alla Rossa per congedarsi.

    “Cosa penserebbero i miei creditori se mancassi al tavolo del baccarat?”

    Sorrise ancora e accennò un inchino. Rezzonico dovette ricambiare, più profondamente. Aveva ancora gli occhi puntati sul pavimento quando sentì la porta aperta e richiusa. Poi passi sulla ghiaia. Poi silenzio.

    Il viso della donna era sempre impassibile. Sembrava che trattenesse anche il respiro e il battito delle ciglia, come una bambola in grandezza naturale. Rezzonico fece un passo avanti.

    “Quali sono le istruzioni del principe per questo colloquio?”

    “I miei amici confidano nella mia discrezione.”

    Aveva una voce rauca e volgare che colpì Rezzonico come uno schiaffo.

    “Chi era in questa casa ieri sera a mezzanotte?”

    “Ho appena parlato di discrezione!”

    Rezzonico finse di stupirsi.

    “Dico: non penserà di cavarsela così a buon mercato? Il figlio di un duca è stato ucciso mezz’ora dopo essere uscito di qui.”

    La Rossa alzò le spalle.

   “Una padrona di casa si occupa degli ospiti per servirli, non per sorvegliarli.”

    Rezzonico la guardò negli occhi. Lei sostenne lo sguardo. Doveva scuoterla, ma l’unica arma che aveva a disposizione avrebbe potuto fare cilecca.

    “Cosa mi dice del Cardanino?”

    Qualcosa di impercettibile passò nello sguardo della donna. L’espressione sul suo viso divenne improvvisamente attenta. Non parve spaventata, ma Rezzonico capì di aver colpito nel segno: il dannato intrigante aveva un aggancio anche qui.

    C’erano altre domande da fare, ma avrebbero ottenuto risposta? Sicuramente no. E poi, domandare fa capire alle persone intelligenti quanto poco si sa. Rezzonico rientrò a Busto prima di mezzanotte, salì nel suo alloggio, aprì la dispensa e ricuperò pane, vino e formaggio. Ricordò di aver coltivato la speranza di una cena a lumache e borgogna in compagnia della mantenuta di un principe. Ebbe un accesso di riso. Il vino gli andò di traverso.

                                                      ***

    Il sonno non voleva arrivare. Dopo essersi girato e rigirato nel letto, dopo aver buttato via la coperta e cambiato il cuscino, Rezzonico si rassegnò ad accendere un sigaro.

    Un duchino godereccio accoltellato sulla strada maestra.

    Una vendita carbonara che prepara attentati.

    E dove succede tutto questo? A Parigi? A Istanbul? Nossignori: a Busto Arsizio, dove la gente passa dodici ore al giorno con le mani nelle tinture e diventa gobba a furia di trasportare ceste di filato umido che pesa come il piombo! Questo sarebbe un paese di sovversivi? Ma se i tintori non pensano che a impiantare una tessitura e i lavoranti a mettersi in proprio! Chi pensa a fare la rivoluzione quando gli affari vanno bene?

    Stiamo ai fatti: l’ucciso veniva da una riunione in casa di una donna che conosce il Cardanino. Il Cardanino è latitante. In casa sua, ben nascosta, c’è una lettera di credito al portatore. Se è scappato, perché non l’ha portata con sé? L’ha lasciata alla Luigina per provvedere a lei e al figlio, nel caso che gli fosse impossibile tornare? Sì, può essere.  

    Prendiamo il problema da un’altra parte: se la vendita esiste, se prepara un attentato e, per forza di cose, l’attentatore deve essere un nobile, come mai proprio adesso un nobile viene ucciso? All’interno della vendita ci deve essere una spia. Qualcuno che per sventare l’attentato contratta un sicario. Ma un sicario straniero ha bisogno di appoggi, informazioni, coperture. Tutte cose che non si improvvisano. No, è uno del posto. Uno convinto di riuscire a cavarsela comunque. Il Cardanino. Sì, può essere andata solo così.

    Altrimenti, cosa dovrei pensare? Che è stato il Nino. Ha fermato i cavalli, ha sbudellato il padrone, ha sparato un colpo con la pistola che poi ha fatto sparire, ha preso la borsa, è corso dal chirurgo a fare la scena madre. Ma perché? Per quattro soldi? Se ne aveva bisogno non poteva chiederli? Chissà. Forse dovevano servire per uno scopo infame. Forse una delle figlie era rimasta incinta? Sai che novità, sai che tragedia. Di tutte le ipotesi, questa è la più inverosimile. Ma Zoia un controllino può farlo.

    Oppure? Un bandito da strada. Uno sconosciuto, un incensurato. Ma sulla strada non si lavora da soli. E se ci fosse in giro una banda, lo sapremmo. E poi, figuriamoci: uno arriva da fuori, trova per caso l’appostamento buono e al primo colpo si vede passare davanti la carrozza di un duca? No, il bandito di passaggio non sta in piedi.

    Rezzonico cadde in un sonno agitato, pieno di sogni dai quali si risvegliava di soprassalto per ripiombare nel sonno e in altri sogni che non avrebbe saputo ricordare. La luce del mattino lo svegliò alle sei, di cattivo umore come uno che l’ha scampata bella ma è ancora troppo scosso per felicitarsene.

                                                      ***

    Si annunciava una giornata calda. Rezzonico andò a dissotterrare un vestito estivo dal fondo di un cassettone, dove dormiva farcito di lavanda. Mentre si radeva cercò di ricuperare le sue argomentazioni notturne e riuscì a tagliarsi due volte. Incespicò scendendo le scale ed entrò in ufficio tirando moccoli. Sempre di malumore, dettò un dispaccio per Zoia con l’ordine di indagare sulla famiglia del Nino con particolare riferimento alle figlie, e una circolare a tutti i posti di polizia della zona con l’ordine di segnalare chiunque avesse manifestato improvvise disponibilità. Di suo pugno stese un mandato di cattura per il Cardanino, lo piegò e lo mise nella tasca interna della giacca.

    Alle sette arrivò una novità. La notte del fattaccio la carrozza della contessa era uscita verso le nove di sera e aveva fatto ritorno dopo l’una di notte. Il sottufficiale che aveva stilato il rapporto precisava di aver ottenuto l’informazione dal cocchiere, il quale, richiesto di dove fosse andato, aveva risposto testualmente: “Questurino, fatti i cazzi tuoi!”

    Rezzonico partì per Milano.

                                                       ***

    Gli impiegati della sovrintendenza avevano la tendenza a credersi ufficiali di stato maggiore, e lo guardarono stupiti. Il sovrintendente era a colloquio con il feldmaresciallo Radetzky e a nessuno degli arditi burocrati passava per la testa di disturbare il gran capo. Uno scritturale in evidente attesa dell’ora di pranzo suggerì:

    “A mezzogiorno in punto, fosse anche in udienza con l’Imperatore, il feldmaresciallo pianta tutto e corre a casa a mangiare gnocchi, per i quali va matto. Manca un quarto alle dodici. Fra poco scenderà da quella scala.”

    Alle dodici in punto una carrozza prese posizione ai piedi della scala. Alle dodici e quattro minuti Radetzky comparve sul pianerottolo e planò verso la carrozza inseguito dal sovrintendente e da un segretario. Uno chiuse lo sportello, l’altro augurò buon appetito. Mentre il cocchiere avviava i cavalli, Rezzonico si presentò e chiese udienza. Il sovrintendente, ancora rivolto alla carrozza, non lo degnò di uno sguardo.

    “Tornate alle tre e mezza” disse, dandogli le spalle.

    “Ho un mandato di cattura urgente da diramare!” protestò Rezzonico con un accenno di esasperazione nella voce. Il sovrintendente si voltò a fissarlo con una espressione seccata.

    “Consegnatelo al mio segretario. Lo diramerà con la mia firma.”  

    Rezzonico porse il mandato e girò sui tacchi. Era stato a un pelo dal chiamare il signor sovrintendente “stupido questurino ipocrita”.

                                                      ***

    All’altezza del Cordusio Rezzonico incrociò una faccia conosciuta: il Garavaglia, un commerciante di tessuti frequentatore dell’intendenza per continue richieste di visti e lasciapassare. L’amico era appena rientrato da Vienna. Entrarono in una trattoria e Rezzonico si informò sulle ultime novità. L’altro allargò le braccia.

    “Di novità ce n’è un campionario: la salute dell’imperatore, gli amori della prima ballerina dell’Opera, i locali di moda per ballare il valzer…”

    “Mi interessano le cose serie. È vero che l’unione doganale scricchiola?”

    L’allegria del Garavaglia sparì di colpo.

    “Non scricchiola più: è andata in pezzi. La Baviera ha triplicato i dazi dalla sera alla mattina e uno dei miei migliori clienti ha chiuso bottega.” Strizzò l’occhio. “Ma il Garavaglia non è mica fesso. Gli ho ritirato il magazzino: è tutta roba che a Napoli va come il pane.”

    “E come mai la Baviera…”

    “Mah. Dicono che c’è di mezzo un matrimonio reale promesso e andato a monte. Ma si parla anche di accordi sottobanco con la Francia per tenere a bada i prussiani. Ogni giorno ce n’è una nuova: spie che scappano, spie catturate, spie fatte fuori… il diavolo se li porti. Passami la caraffa del vino. Di birra non ne posso più.”

    Alle due la testa del Garavaglia ciondolava. Rezzonico, che in vista del colloquio con il sovrintendente era rimasto sobrio, lo accompagnò in una locanda e poco mancò che dovesse salire per metterlo a letto.

                                                      ***

    Di fronte alla porta della sovrintendenza Rezzonico si accomodò su una panca e appoggiò la nuca contro il muro. Chiuse gli occhi.

    Dalla presa della Bastiglia in poi non si era più riusciti a star tranquilli: prima vent’anni di guerre, poi trenta di congiure. L’umanità era in rivolta contro i padri e il mondo era una pentola in ebollizione. La politica andava avanti a furia di intese segrete, destabilizzazioni, spionaggio. Niente di strano se queste manovre, nella loro imprevedibilità, sfociavano nell’omicidio di un nobile di provincia.

    Alle tre e venti Rezzonico attraversò il cortile e si presentò al segretario che, trattandolo come se fosse in ritardo, lo introdusse nell’ufficio del sovrintendente.

    Sull’attenti davanti al pezzo grosso, Rezzonico riferì le indagini sul luogo del delitto, l’interrogatorio del Nino e della Rossa. Espose i ragionamenti che lo portavano a escludere il cocchiere, il bandito da strada e il balordo locale, restringendo il campo al Cardanino.

    “Sta bene per il mandato di cattura” consentì il granduomo, “ma l’indagine fa acqua. Il sicario è latitante. La vendita è sempre attiva.”

    “Eccellenza, il Cardanino potrebbe essere nascosto in una cascina o in un palazzo nobiliare. Potrebbe trovarsi all’estero. Ho bisogno di informazioni sul suo conto, sulla Rossa, e anche sul principe. Chiedo un colloquio con un responsabile dei servizi segreti.”

    L’espressione dell’Eccellenza si fece contrita. Certo: le esigenze dell’indagine prima di tutto. Ma era necessario, anzi indispensabile, evitare iniziative precipitose o, peggio, malaccorte che, nel caso, nell’assurda eventualità che si rendessero… Sarebbe comunque necessaria una supervisione politica, mi ha capito?

    Quando Rezzonico si congedò il sovrintendente aveva lo sguardo fisso nel vuoto: vedeva spalancarsi la prospettiva di una grana colossale. E chi gestiva l’indagine? Un novellino, un raccomandato, un presuntuoso stupidello.

                                                      ***

    Per un labirinto di scale, corridoi e archivi, il segretario guidò l’intendente fino a un salotto anonimo, dove lo lasciò ad attendere il “signor colonnello”. Rezzonico si sentì abbandonato in un luogo dal quale non sapeva come uscire.

    L’anticamera durò a lungo. Quando il colonnello si degnò di comparire, Rezzonico riconobbe il prototipo dell’ufficiale antipatico e pericoloso. Si mise sull’attenti e, per la seconda volta in poche ore, fece un riassunto della situazione sottolineando gli indizi che collegavano l’omicidio con la carboneria e lo spionaggio.

    “A quanto pare” commentò l’eminenza grigia aprendo un dossier “avete picchiato le corna in un affare più grande di voi. Questo Cardanino è probabilmente italiano d’origine, ma ha viaggiato parecchio. La prima segnalazione è di alcuni anni fa, quando arriva a Venezia proveniente da Corfù. Non ha documenti, non ha visto d’entrata e riparte su un vapore francese. Sei mesi dopo si presenta alla dogana di Boffalora con documenti probabilmente falsi che lo danno per nativo di Cardano. Viene lasciato entrare e tenuto sotto sorveglianza. Pare che commerci in bovini, ma i piemontesi non si curano di arrestarlo come ricettatore anche se i marchi del bestiame sono contraffatti. Non riteniamo che appartenga a un servizio: è più probabile che lavori in proprio. Può essergli stato commissionato un assassinio? Sì, ma a che scopo? Quando si individua un carbonaro non lo si uccide, lo si avverte: lavora per me o ti smaschero.”

    Il tono lasciava trasparire una scarsa stima per l’acume dei poliziotti in genere e di Rezzonico in particolare.

    “E veniamo alla signora. Ne sappiamo di più, ma sono costretto a dire di meno. Ha vissuto a Berlino. È stata espulsa dalla Prussia. Si è fatta notare in quasi tutte le capitali d’Europa. Sulle prime, devo dire, non ci era amica, ma ha imparato ad apprezzarci. Staremo a vedere. Per quanto riguarda questa signora, l’autorità di polizia è pregata di lasciar fare a noi.”

                                                       *** 

    Il feldmaresciallo Radetzky aspettava in salotto, con la camicia aperta e il colletto slacciato. Fumava un toscano. Il colonnello salutò con deferenza ed entrò in argomento.

    “La cosa è poco chiara” commentò “ma, devo dire, questa è un po’ la regola. Una vendita che fino a ieri sembrava innocua avrebbe cominciato ad agitarsi. Il nostro agente sta cercando di fare accertamenti sulla soffiata.”

    “Che potrebbe anche essere un depistaggio” puntualizzò Radetzky. “Ho già sentito gridare al lupo altre volte.”

    “Questa è un po’ la regola” ripeté il colonnello. “Ma, vera o falsa che fosse, la voce dell’attentato è trapelata e persino un intendente di provincia è capace di collegare l’omicidio e il presunto complotto.”

    “Cosa propone, un trasferimento?”

    “Preferirei di no. È figlio naturale di un nobile del luogo. La storia farebbe il giro dei salotti. Piuttosto, sarebbe il caso che la polizia si limiti a catturare un assassino. Salvare lo Stato non è affar loro. Un colpevole, e basta. Lo prendano e lo impicchino.”

    Il feldmaresciallo annuì. Gettò il mozzicone nel camino spento e scatarrò.

    “Ne parlerò io al sovrintendente. La polizia faccia il suo mestiere e tenga in riga i sottoposti.”

                                                       ***

    Bruno arrivò a Busto in tempo per cenare e andare a letto. A lume di candela, aprì un libro sperando di conciliare il sonno. Non ci fu verso.

    Il Cardanino non andava in Piemonte solo per ricettare bestiame. E vabbe’. Ma era solo un avventuriero di mezza tacca, un sicario a disposizione del migliore offerente? Chissà. E chi erano i suoi mandanti?

    E la Rossa? Una agente dei servizi segreti! Una agente poco affidabile. Ripensando al suo breve colloquio, doveva riconoscere: non aveva proclamato “Sono una spia”, ma in fondo l’aveva lasciato capire. Ebbene, cosa avevano in comune una spia, il Cardanino e un principe? A che gioco giocavano?

    Bruno spense la candela e gli occhi della Rossa riempirono l’oscurità: riflettevano l’immagine del desiderio che ci si specchiava. Un’immagine deformata e misteriosa, ma in qualche modo familiare.

                                                      ***  

    Mentre sciacquava il viso, curvo sul catino, Rezzonico si vergognò delle sue fantasie. Scese in ufficio, rovistò sulla scrivania che la sera prima non aveva degnato di uno sguardo e diede una scorsa ai rapporti. Del Cardanino non c’era traccia. La sua assenza era una fuga, si disse per la centesima volta, e la fuga era una confessione. Ma più se lo ripeteva e più dubitava di esser saltato alle conclusioni. Non si era lasciato condizionare da un miscuglio di antagonismo, ammirazione e invidia? Forse quell’accanirsi sul Cardanino nasceva da una pulsione inconfessabile: quella del parricidio. Ci avrebbe preso gusto a incastrare il Cardanino, a metterselo sotto i piedi. Sarebbe stato un rito di emancipazione. Ma si poteva parlare di emancipazione da un mollusco come il conte suo padre? Rezzonico tornò a vergognarsi di se stesso.

    Doveva tenere i piedi per terra. Prove non ce n’erano, ma indizi sì. Una volta catturato e messo alle strette, il Cardanino avrebbe confessato. E, dovunque fosse andato a cacciarsi, doveva essere rimasto in contatto con la Luigina o con la Rossa. O con tutte e due.

    Ecco cosa restava da fare: uno sporco lavoro di polizia. Intrighi. Menzogne. Il solito problema dei compromessi.

                                                       ***

    Faceva caldo solo da due giorni ma la bottega del caffè aveva già iniziato a fare le granite. Rezzonico prese posto a un tavolo d’angolo. Poco più in là, un mediatore di terreni discuteva a bassa voce con un contadino dall’aria diffidente. Qualche minuto dopo entrò il banchiere e Rezzonico lo invitò al suo tavolo.

    “Si è visto il Garavaglia ?” domandò, tanto per fare conversazione.

    “Sì, è rientrato l’altro ieri da Vienna.”

    “L’altro ieri? Ho pranzato con lui ieri a Milano e credevo che fosse appena arrivato!”

    “Eh, i commercianti sono sempre in movimento! Ma mi dica, so che avete arrestato il cocchiere del duca.”    

    “È soltanto un fermo. Una precauzione.”

    Il banchiere abbassò la voce.

    “Ma allora il bandito è ancora libero! C’è da aver paura a viaggiare di notte?”

    “Stia tranquillo, prenderemo l’assassino.”

    “Speriamo.”

    Il banchiere era così poco convinto che Rezzonico tacque, imbarazzato. Lo trasse d’impaccio il mediatore che si avvicinò profondendosi in inchini e chiese l’assistenza del banchiere. Rezzonico rimase solo, con un bicchiere di granita e una gazzetta vecchia di tre giorni. Tornò in ufficio.

                                                       ***

    Gli osti non segnalavano bevute memorabili, i bordelli non avevano avuto clienti in vena di orge. Se qualcuno aveva raccattato una borsa piena, se la teneva stretta.

    A proposito delle figlie del Nino, Zoia aveva certezze assolute. Le ragazze, bene ammaestrate dalla madre che ai suoi tempi aveva goduto di una certa rinomanza, erano sempre state alla larga dal figlio del duca. Cercavano piuttosto di accalappiare i figli dei bottegai o dei fittavoli, ma stando bene attente a non restare incinte.

    Rezzonico scrisse l’ordine di scarcerazione e si avviò verso le celle. Consegnò il foglio al secondino e stette ad attendere il Nino sulla soglia. Lo vide venire avanti a passi incerti. Nella penombra si intravedevano solo gli occhi, rossi di rabbia.

    “Sei ancora in tempo per fare il tuo dovere: dimmi chi è stato.”

    Tutto quello che arrivò fu un brontolio sordo, inarticolato. Esattamente quello che Rezzonico si era aspettato. 

    “Ti mando a casa perché il tuo padrone sappia che razza di vigliacco si tiene in casa. Tu conosci l’assassino, l’hai visto con i tuoi occhi, e tutto quello che sai fare è tremare di paura. Vattene via! Fuori dai coglioni!”

    Fece l’atto di prenderlo a calci e il Nino scartò, impaurito. Poi ebbe un soprassalto e si voltò come per reagire, ma incontrò gli occhi di Rezzonico e si smontò subito. Girò sui tacchi e si incamminò a testa bassa.

    Anche questa volta, mentre guardava il Nino allontanarsi, Rezzonico si vergognò: che senso c’era a maltrattare un miserabile? Eppure, voltandosi per tornare verso gli uffici, si accorse che lo sguardo amorfo della guardia era cambiato: ci si leggeva l’ammirazione. In certa gente, soltanto la violenza riusciva a suscitare un lampo di vita.

                                                       ***

    Sul cancello della villa Rezzonico si guardò attorno. Quello che ricordava come un parco immenso, pieno di alberi giganteschi, era solo un giardino senza pretese, con qualche pino venerabile e due fontanelle rose dal muschio. Un giardino dal quale era stato scacciato e dove non aveva piacere di tornare. Il veleno, il viscidume, gli era rimasto dentro. Gli ricordava che anche lui non era migliore della gente che frequentava quella casa. Gente che nei compromessi ci viveva, subendoli per mancanza di spina dorsale o andandoli a cercare per vocazione, per arrivismo, per ignoranza. Serpi, camaleonti, troie. Ognuno aveva i suoi interessi e ci ricamava sopra fino a trasformarli in precetti di etica o di saper vivere. Ognuno voleva illudersi di essere nel giusto o di non avere avuto scelta. Tutti santi, tutti martiri. Tutti ipocriti, perfino con se stessi.

                                                       ***

    La cena era terminata. Ospiti e padroni di casa si erano accomodati nella veranda. L’arrivo di Rezzonico suscitò grandi oooh! come se l’intera brigata non avesse fatto altro che sospirare la sua venuta. La contessa pareva imbronciata, ma si sforzò di sorridere. Garavaglia lo accolse con una pacca sulla spalla. Monsignore aveva l’aria soddisfatta di un diplomatico alla ratifica di un trattato. L’avvocato Sommaruga non dubitò di fare da lacché andando personalmente a versargli una coppa di cognac. 

    In tono salottiero, Rezzonico domandò a Garavaglia quanto aveva dormito dopo la sbornia del giorno prima. L’altro protestò che non era da gentiluomini mettere in piazza le debolezze altrui.

    “E tu, che mi hai fatto credere di essere appena rientrato da Vienna? Anche raccontare balle non è da gentiluomini.”

    Garavaglia sorrise a denti stretti.

    “Come sarebbe a dire?”

    “Voglio dire che eri a Busto l’altro ieri, quando il figlio del duca è stato assassinato.”

    Tutti presero a parlare assieme:

    Il conte: “Ma Bruno…”

    La contessa: “Ma come si permette…”

    L’avvocato: “Ma non siamo mica in tribunale…”

    Monsignore: “Ma sono solo chiacchiere tra amici…”

    Due dame: “Ma non è il caso, non è il caso…”

    Garavaglia boccheggiava, come se lo stupore gli avesse tagliato la lingua. Alzò il mento con aria di sfida, poi ci ripensò, fece il muso lungo dell’offeso e rimase lì come un bambino un po’ stupido, con le dita sporche di marmellata e la voglia matta di gridare “Non sono stato io!”

    Nel frattempo il consesso aveva raggiunto l’unanimità su “non era il modo” e il padrone di casa si sentì in dovere di invitare lo screanzato a raggiungerlo nello studio. Bruno congelò Garavaglia sul posto con poche parole in tono da intendente di polizia, si avviò dietro al conte, entrò nello studio e si affrettò a chiudere la porta.

    “Cosa ti è saltato in mente? Perché metti in imbarazzo i miei ospiti?”

    “Quella manica di leccapiedi! Anche se li faceste frustare ogni sera tornerebbero a ossequiarvi col sorriso sulle labbra. Due di loro erano in circolazione nelle ore in cui veniva commesso il delitto, e Garavaglia devo interrogarlo subito perché domattina potrebbe ripartire per chissà dove.”

    “Mi pare infatti che abbia accennato a un viaggio a Napoli, quando tu non eri ancora arrivato.”

    “Non ci voleva molto a immaginarselo. A cena s’è parlato del delitto?”

    Il conte fece la faccia scura.

    “Certo che no. Davanti alla contessa!”

    “Benissimo. Mandatemi qui Garavaglia.”

    Come sempre, davanti alla decisione degli altri, il conte diventava remissivo.

    “E l’altra persona?”

    “Quella non scapperà.”

                                                      ***

    “Di’, ma sei diventato matto? Chi credi di essere per trattarmi così?”

    “Chiudi la porta e siediti.”

    Garavaglia, che era entrato nello studio a passo di carica, aprì la bocca senza dire niente e finì per obbedire. Sulla fronte, all’attaccatura dei capelli, aveva qualche goccia di sudore, ma le mani non tremavano, le ciglia non sbattevano. Si controllava.

    “Voglio una lista di tutte le persone con cui hai parlato ieri e l’altro ieri. La voglio per iscritto, nel mio ufficio, entro domani mattina. E adesso rispondi: perché sei rientrato a Busto e poi sei tornato a Milano?”

    Garavaglia aprì le braccia e lo guardò negli occhi.

    “Parliamoci chiaro: i miei affari non hanno niente da spartire con il delitto, ma potrebbero andare in malora, se cominciassero a girare chiacchiere sul mio conto. Facciamo un patto: passa oltre, per il momento. Se poi ti sembrerà indispensabile, ci torneremo sopra.”

    “Se sarà indispensabile o no posso deciderlo solo io.”

    “Mi fido di te.”

    Rezzonico si sentì disarmato, ma andò avanti.

    “Quando sei tornato da Vienna?”

    “L’altro ieri.”

    “A che ora sei arrivato?”

    “Saranno state le sei, sei e mezza.”

    “E dove sei andato?”

    “Non te lo dico.”

    “E allora, peggio per te.”

    “Ma aspetta un momento! È una faccenda d’affari. Ti ho parlato di un cliente al quale ho ritirato il magazzino? Be’: devo sdoganare la merce alla svelta, altrimenti quello vende a un altro, incassa e sparisce.”

    “E allora?”

    “Ma sei proprio impossibile! Insomma: dovevo pagare il dazio alla dogana centrale. Ci volevano i contanti. E allora sono venuto a Busto, da qualcuno che mi fa credito, e sono tornato subito a Milano. Adesso sei contento? Fammi il santo piacere di tenertelo per te.”

    Garavaglia lo fissava con due occhi limpidi e offesi che sembravano reclamare giustizia.

    “Non allontanarti da Busto senza il mio permesso.”

    “Nientemeno! Perché non mi metti addirittura in galera? Come faccio a commerciare se non posso muovermi? Ho i miei impegni!”

    “Dovranno aspettare.”

    Rezzonico riaccompagnò alla veranda un Garavaglia che brontolava a mezza voce, scuoteva la testa e levava gli occhi al cielo; ma l’apparenza era che le cose fossero andate a posto e la compagnia si sciolse in piena serenità. Il conte e la contessa salutarono sulla porta gli ospiti che se ne andavano, e così fece Rezzonico, anche lui sulla soglia, dirimpetto al conte.

    Quando tutti si furono avviati nel buio del vialetto, i tre rimasti stettero per un lungo momento a guardarsi in faccia senza parlare. Il conte capì chi era l’altra persona da interrogare e ne fu costernato. Ma era troppo gentiluomo per fare storie e, dicendosi stanchissimo, si ritirò.

                                                       ***

    “Signora, non mi sono mai interessato ai vostri svaghi” Rezzonico alzò una mano a prevenire le proteste, “ma questa volta ci sono obbligato: all’ora del delitto eravate fuori di casa.”

    “Siete impazzito? Non penserete di interrogare me?”

    “Credo che abbiate visto il figlio del duca.”

    “Credete quel che vi pare.”

    Rezzonico mantenne la calma.

    “Signora, il conte è un uomo di mondo e forse preferirà ignorare ciò che avete fatto nella vostra carrozza. Ma siete stata vista, sapete?”

    La contessa accusò il colpo.

    “Siete uscita di casa verso le nove. Siete andata direttamente dalla Rossa?”

    La contessa annuì con gli occhi sbarrati.

    “C’erano parecchi invitati. Mi servono i nomi.”

    La contessa scosse il capo e mormorò: “Per me c’era soltanto lui”. Rezzonico insistette: fra tutti i presenti il duchino non poteva essere l’unico conosciuto. Ce ne doveva essere almeno un altro.

    “Sì, c’era Garavaglia…” 

                                                       ***

    In ufficio era rimasto solo il piantone. Ma i dispacci di Zoia erano impilati bene in vista sul tavolo. La notte del fattaccio un fornaio aveva sentito passare prima una carrozza, di gran carriera, poi un cavallo al galoppo. Poco dopo, il campanile aveva battuto l’una.

    La lista dei passeggeri in arrivo e in partenza era altrettanto interessante: Garavaglia era arrivato con la corriera delle sei, ma non era ripartito con quella della notte.    

    Rezzonico sellò il suo cavallo. Arrivò alla casa in riva al fiume prima di mezzanotte. In un’atmosfera surreale, dietro un cespuglio apparve lo sbirro di guardia, come una comparsa di opera buffa, con una lanterna cieca in una mano e una pistola nell’altra. Riconobbe il capo e tornò ad acquattarsi.

    Rezzonico dovette scampanellare a lungo prima che qualcuno si facesse vivo. Venne la governante. Lo squadrò con aria sospettosa, aprì il cancello borbottando qualcosa in una lingua straniera e gli fece strada.

    La Rossa lo attendeva in piedi presso il pianoforte, in una posa studiata in modo che la luce mettesse in risalto il pallore del viso. Indossava un vestito di velluto verde, questa volta scollato. Il suo fascino palpabile arrivò a Bruno come un pugno nello stomaco.

    “Mi avete taciuto molte cose. Troppe.”

    “Sapevo che ci saremmo rivisti.”

    C’era una strana sicurezza nella sua voce.

    “La sera del delitto la contessa era vostra ospite. Potete parlarne, non è più un segreto.” 

    “Davvero? Ma i gentiluomini non dovrebbero essere discreti?”

    “Stupidaggini!”

    Rezzonico, senza sapere esattamente perché, era irritato. La Rossa sorrise.

    “Ce l’avete con me?”

    Lo disse in un tono conciliante che, per contrasto, riuscì a esasperare Rezzonico.

    “In questa casa si è riunita una vendita carbonara. C’erano il figlio del duca e la contessa. C’era Garavaglia. Come vedete, ormai si gioca a carte scoperte. Vi conviene parlare: i vostri protettori non sono tanto stupidi da fidarsi di voi.”

    Si era aspettato strilli, pianti, maledizioni. Invece lei si limitò a fissarlo. Il silenzio diventò pesante.

    “Cosa volete, veramente?”

    Rezzonico ripetè a se stesso la domanda. Cosa voleva?

    “Il Cardanino.”

    “E nient’altro?”

    Aveva parlato come se dovesse insegnare le tabelline a un ragazzo un po’ testone, e Bruno rimase interdetto per un attimo. Ma si riprese.

   “Il processo sarà gestito in modo da proteggere gli interessi dello Stato, il che vi permetterà di proteggere anche i vostri. Se non mi consegnate il Cardanino, vi darò in pasto alle gazzette. I servizi segreti vi abbandoneranno, e vi ritroverete addosso i carbonari, gente che adora vendicarsi dei traditori.”

    Gli occhi della Rossa avevano preso un’espressione calda, quasi aggressiva. Ma rimase in silenzio. Rezzonico insistette. 

    “Lo volete capire che se non metto le mani sul colpevole la mia carriera è compromessa? Devo andare per la mia strada e non guardare in faccia nessuno.”

    Lei abbassò lo sguardo a terra, e non disse una parola.

    “State considerando un’altra possibilità? Per esempio, potrebbe capitarmi qualcosa prima del processo. Non è così? Potrei essere pugnalato o avvelenato. Ma questo vi metterebbe nelle mani del servizio segreto. Vi conviene ? Meglio venire a patti con me, credetemi.”

    Lei continuò a tacere.

    “Ascoltate: sarà un processo a porte chiuse. Omicidio a scopo di rapina. Niente carbonari. Niente principe. Non vi chiamerò neppure a testimoniare.”

    La Rossa sollevò il viso: adesso il suo sguardo era quello di una vittima indifesa, pronta al sacrificio.

    “Non potete garantirlo. E se le cose vi sfuggissero di mano?”

    Una volta spostato il discorso sul “come posso fidarmi di te?” le distanze si ridussero. Il dialogo divenne meno coerente. Assicurazioni insensate e domande ansiose si sciolsero nel piacere di immergere gli occhi in altri occhi, di perdersi in un gioco di specchi, in un piccolo assaggio di infinito.

                                                       ***

    Rezzonico lasciò la casa in riva al fiume allo spuntare dell’alba, sotto lo sguardo stranito dello sbirro che non sapeva se salutare o fingere di non averlo visto.

    La faccenda, una volta ricapitolata, era quasi farsesca: a casa della Rossa si riuniva una vendita carbonara della quale facevano parte il figlio del duca, la contessa e qualche altro bello spirito. Siccome si mascheravano, la Rossa non li aveva ancora identificati tutti. Quello che si vantava di essere in contatto con una potenza straniera e che aveva suggerito l’idea dell’attentato poteva essere Garavaglia. In effetti, come poteva venire in mente una simile enormità a quattro fessi di aristocratici campagnoli? E che idea peregrina, affidare un attentato al figlio del duca, a un ragazzino esaltato! 

    Rezzonico chiamò la carrozza e si fece portare a Gallarate.

    Pochi minuti dopo la sua partenza, una staffetta arrivò con un dispaccio riservato. Nessuno fu in grado di indirizzarla sulle tracce dell’intendente e il dispaccio rimase ad attenderlo sulla scrivania.

                                                       ***

    Sul viso del duca era sparita ogni arroganza. In due giorni era invecchiato di dieci anni. Rezzonico fu tentato di lasciar perdere.

    “Eccellenza, cosa vi ha spinto quella sera a montare a cavallo sulle tracce di vostro figlio?”

    “Anche questo! Sono stato seguito?”

    Il duca voltò le spalle e andò alla finestra.

    “Qualcuno era venuto ad avvisarvi, vero? Qualcuno che sapeva della villa in riva al fiume.”

    Il duca si voltò, esasperato:

    “Era un domestico senza livrea. Mi fece strada al galoppo fino a quella casa. Un uomo nascosto nel buio disse che mio figlio si era lasciato coinvolgere in una cospirazione. Mi pregò di rinchiuderlo per impedirgli di commettere una sciocchezza irreparabile. Tornai indietro per raggiungere la carrozza, che era partita forse da un quarto d’ora. Prima del guado sentii un colpo di pistola, ma quando arrivai sul posto non c’era più nessuno. Due miglia più avanti vidi la carrozza davanti alla casa del dottore. Nino picchiava alla porta e gridava.”

    In silenzio, quasi in punta di piedi, Rezzonico si ritirò.

                                                       ***

    Ormai era tutto chiaro. I servizi segreti non avevano ancora arrestato i carbonari solo perché la Rossa non li aveva identificati tutti. O forse perché il gran maestro era il principe. Ma la voce dell’attentato era trapelata e il Sovrintendente aveva preteso un’indagine, così, senza infiltrati, senza piste. Intanto, qualcun altro si era mosso e aveva ingaggiato un sicario. In un certo senso, il caso era chiuso. Restava solo da catturare l’assassino.

    Rezzonico, tornato in ufficio, trovò il dispaccio sulla scrivania. Ruppe il sigillo e lesse:

 

    All’Intendente di Polizia – Busto Arsizio

    Ovvie considerazioni di giustizia impongono la conclusione dell’inchiesta e la punizione del colpevole. Si ordina pertanto alla S.V. di abbandonare ogni indagine collaterale, da ritenersi fuorviante e suscettibile di recar danno agli scopi perseguiti dalle Autorità dello Stato. La S.V. concentrerà ogni sforzo nella cattura dell’omicida, peraltro già identificato.

 

    E così il caso era chiuso per davvero. L’ipocrisia ufficiale arrivava a invocare “ragioni di giustizia” per giustificare i suoi contorcimenti. Ma certo. Perché smascherare i mandanti dell’omicidio in un pubblico processo? Meglio ricattarli e scambiare il silenzio con qualche vantaggio politico. Cosa chiede la Giustizia? Un colpevole, una vittima. La Signoria Vostra la procuri.

    Ma il Nino continuava a tacere. E se avesse testimoniato che sì, era proprio il Cardanino quello che gli aveva puntato il coltello fra le costole, ci sarebbe stato da credergli? Avrebbe anche potuto farlo per dimostrare al vero assassino, chiunque fosse, che lui ci teneva alla pelle e non cantava.  

    Altre piste non ce n’erano. Il Cardanino non si sarebbe fatto vedere mai più e un processo senza imputato sarebbe stato un fallimento. Gli pareva di sentire spettegolare tutta Busto e mezza Milano: “Un intendente di polizia che non acciuffa gli assassini? Un incapace!”. Già. Ma che senso c’è a fare il burattino di un padrone che sa già tutto e non mi dice niente? E che senso c’è a far rispettare la legge ai sudditi, se il primo a infrangerla è lo Stato?

                                                       ***

    Gli sbirri di guardia alla Luigina non si nascondevano più. La canzonavano: era vecchia, era una strega, e il suo uomo se ne era andato per riempirle la fronte di corna. Dicevano sghignazzando che il Cardanino aveva un’amica alla quale tutti i giorni mandava regali e bigliettini.

    La Luigina reagì con un crescente nervosismo che in capo a tre giorni la rese inavvicinabile. Rezzonico la lasciò bollire anocra un po’ prima di farla condurre nel suo ufficio. Si fece trovare seduto dietro la scrivania, con l’aria di chi sta cercando di risolvere una sciarada.

    “Luigina” le chiese,”cos’è questa storia, secondo te ?”

    Le mostrò un biglietto profumato sul quale una mano un po’ rozza aveva disegnato un cerchio diviso in spicchi numerati. In ogni spicchio c’erano dei segni cabalistici.

    “Io non sono proprio un ignorante” insistette. “A prima vista sembra un oroscopo, ma il Capricorno di fianco al Leone non ci sta. E poi mancano tre o quattro pianeti. E cosa sono le cifre tutt’intorno, numeri del lotto?”

    La Luigina non riuscì a trattenersi. Avrebbe dovuto stringersi nelle spalle. Invece scattò:

    “Chi ve l’ha dato?”

    Rezzonico scosse il capo.

    “Una che non gioca al lotto.”

    “Andate al diavolo, non vi dico niente.”

    Rezzonico la fissò con l’aria di non crederle.

    “Vorresti dire che tu ci capisci qualcosa ?”

    La Luigina ricambiò lo sguardo.

    “È chiaro come il sole.”

    “L’ho fatto vedere a una maga: ha detto che è soltanto uno scarabocchio.”

    La Luigina si mise a ridere e non disse niente. Rezzonico la soppesò con lo sguardo.

    “Allora è un messaggio, e tu conosci il codice. Ti faccio una proposta: dimmi solo una parte, qualcosa che posso controllare. Se risulta che è vero, io ti spiego come l’abbiamo avuto, e tu mi dici il resto.”

    Era una proposta troppo complicata per la Luigina, che in quel momento non era in grado di ragionare.

    “Andate a quel paese!” strepitò. “Arrangiatevi!”

    L’intendente alzò le spalle e intascò il foglio. La Luigina continuò a inveire infervorandosi sempre più. Quando il suo linguaggio divenne decisamente volgare, Rezzonico calcolò che lo scopo era raggiunto e ordinò alle guardie di buttarla fuori. La portarono via di peso, in un bailamme di strilli, sputi, graffi, morsi, e giudizi senza appello sulla dirittura morale delle madri dei poliziotti.

                                                       ***

    La notte stessa, una guardia riferì che il marito di una comare della Luigina, un perdigiorno senza arte né parte, era uscito di casa e, dopo qualche giro vizioso, aveva preso la strada di Somma. Lì si era incontrato con una vecchia conoscenza della polizia ed era tornato indietro. Lo sbirro aveva lasciato perdere il primo messaggero e aveva seguito il secondo fino in riva al Ticino. Al casotto dei traghettatori l’aveva visto confabulare con un tipo dall’aria poco raccomandabile che aveva attraversato il fiume in barca. A quel punto lo sbirro aveva requisito un cavallo di posta ed era tornato a Gallarate.

    Ormai il Cardanino poteva farsi vivo da un momento all’altro. Lo sbirro intelligente, che si chiamava Piero Colombo, fu incaricato di coordinare le operazioni.

                                                       ***

    Il tempo di un’attesa, si sa, è una cosa relativa. Il Cardanino avrebbe voluto attendere il più possibile, per elementare prudenza, ma il messaggio parlava di una malattia del figlio. Prima del tramonto ruppe gli indugi e passò il Ticino.

    La Luigina, che aveva passato una notte d’inferno e una giornata con il fiele in bocca, si era preparata tutto un discorso: avrebbe detto al suo uomo di portarli via, lei e suo figlio, in Piemonte o in capo al mondo, ma via di lì e tutti insieme. Altrimenti era meglio che sparisse per sempre, lui e le sue puttane.

    Per le guardie appostate intorno alla casa della Luigina l’attesa era semplicemente una barba. Poco prima dell’ora di cena un sasso entrò dalla finestra aperta, batté sul pavimento e rimbalzò sulla credenza. Era avvolto in un foglio. Il monello che aveva lanciato il sasso fu salutato come un benefattore.

    Da quel momento l’attesa delle guardie diventò più trepida. Si trattava di arrestare uno che, con un morto sulla coscienza e nulla da perdere, avrebbe venduto cara la pelle. Gli ordini, poi, erano di prenderlo vivo, il che significava rischiare come minimo una coltellata.

    Rezzonico si dibatteva nei dubbi. Dov’era, in fin dei conti, la prova della colpevolezza del Cardanino? Tutti i ragionamenti e le deduzioni gli apparivano improvvisamente inconsistenti, inquinati dalla sensazione di aver cercato una confusa vendetta contro un padre putativo. Perché gli era toccato un padre come il conte? Perché non il Cardanino?

    Passò da un attacco d’ansia all’altro. Si proibì di fumare e non toccò cibo. Bevve solo un bicchiere di vino, ma trovò che aveva un sapore strano, come quando si ha la febbre. In carrozza, per tutto il tragitto da Busto a Gallarate, tenne gli occhi chiusi e le mani premute sul viso. Quando Zoia lo raggiunse per fare rapporto, la faccia dell’intendente era di un pallore cadaverico.

                                                       ***

    Piero Colombo arrivò all’angolo dell’osteria e si fermò ad accendere un toscano. Poco dopo arrivò la Luigina, si voltò a guardare nel buio della strada ed entrò. Nel giro di un minuto arrivarono le guardie e Colombo le distribuì negli angoli bui. Seduto in carrozza, Rezzonico estrasse l’orologio. Rimase a fissarlo per qualche minuto, poi lo richiuse e, guardando a terra, disse a Zoia: “Avanti”.

    Zoia diede il segnale.

    Piero Colombo fu il primo a entrare nell’osteria, seguito da altri cinque sbirri. Vide la Luigina seduta in un angolo, insieme a un uomo con la barba lunga e il cappello in testa. Discutevano animatamente, ma senza alzare la voce. L’osteria era piena di avventori, di fumo e di rumore.

    Colombo fece segno agli altri di bloccare l’uscita e si avvicinò al tavolo. L’uomo alzò la testa.

    Gli avventori si voltarono. L’uomo spinse via la Luigina, rovesciò il tavolo e si lanciò verso la porta. Colombo gli sbarrò la strada. Gli altri gendarmi accorsero mentre gli avventori rinculavano verso la parete opposta.

    Adesso gridavano gli sbirri, gridavano gli avventori, gridava la Luigina. L’uomo, con il viso stravolto e un coltello in mano, si divincolò e cercò di gettarsi verso l’uscita. Piero Colombo era steso a terra con un buco nel petto. 

    Quando il Cardanino fu immobilizzato, due sbirri giacevano sul pavimento in un lago di sangue e un terzo, appoggiato al muro, aveva la guancia sinistra aperta, che sanguinava orrendamente. La taverna sembrava un mattatoio. Da dietro il tavolo rovesciato la Luigina scappò via sibilando maledizioni. Un paio di avventori, alla vista di tutto quel sangue, davano di stomaco. Mentre le guardie lo portavano via, lo sguardo del Cardanino era indecifrabile.

    Bruno Rezzonico, il trionfatore della giornata, aveva sul volto l’espressione di chi ha sentito qualcosa spezzarsi dentro per sempre. Uno sbirro gli portò il coltello insanguinato. Con quella penna, pensò Rezzonico, il Cardanino aveva firmato la sua condanna a morte.

                                                        ***                                                       

 

    Ai margini dei libri dedicati al Risorgimento c’è una Storia minima che spesso è più vera di altre vicende, troppo mitizzate e gonfie di retorica.

    Pietro Paolo Ferrazzi, detto Cardanino, fu impiccato il 13 dicembre 1849 a Busto Arsizio, in piazza San Michele, nel luogo dove oggi sorgono le scuole “Alessandro Manzoni”.

    Sui moventi dei suoi crimini – politici o comuni che fossero – circolarono a lungo versioni contrastanti. Mio padre, che ne aveva sentito parlare da suo nonno, propendeva per i crimini comuni. Ma in tempi così burrascosi qualche confusa idea rivoluzionaria doveva averla anche lui, il Cardanino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    1914            

 

    La bottega all’angolo di Judenplatz non aveva insegna e, vista dalla strada, faceva pensare all’antro di un alchimista o a un laboratorio di anatomia: il buio al di là della vetrina era una notte dai confini incerti dove una lampada schermata pulsava come una stella bassa sull’orizzonte. Ma tenendo gli occhi fissi e abituandoli all’oscurità si riusciva a distinguere la sagoma di un uomo curvo sul banco, dove giacevano i meccanismi di orologi sventrati.

    L’orologiaio si chiamava Shimon Komeran ed era originario di Praga. Aveva cinquantaquattro anni e pochi ricordi: la vita gli era scivolata addosso come l’acqua di un fiume, sempre più veloce. I suoi primi trent’anni si erano smarriti nei vicoli del vecchio centro, erano rotolati nella Moldava, e la corrente aveva travolto, uno dopo l’altro, giorni, mesi e stagioni.

    Shimon Komeran ricordava soltanto Lia. Nell’unico anno benedetto della sua vita, l’aveva conosciuta, l’aveva sposata, e per dodici mesi il tempo aveva smesso di sfuggirgli tra le mani: come il burro nella zangola aveva preso una consistenza tenera e fragrante.                           

    L’anno di buona sorte era scaduto tre mesi dopo il matrimonio. Un’epidemia secca come il vento dell’inverno aveva gelato Lia nel pallore e nell’immobilità. A Shimon Komeran erano rimasti solo una tomba, il penoso dondolio rituale e le parole del lamento funebre ripetute fino a perdere significato, fino a diventare un puro suono come lo strepito del corno shofar. Recitare il lamento funebre gli provocava un senso di impotenza e gli riportava alla memoria la leggenda nera che i contadini mormoravano nelle notti di temporale: ogni sette anni da Vienna partivano per tutte le periferie dell’impero agenti incaricati di spargere epidemie. In un mondo in cui ciascuno si scopriva abbandonato a se stesso, le sciagure non sembravano dipendere da una cattiva stella, ma dalla cieca crudeltà del potere.   

    Da ventiquattro anni Shimon Komeran aveva lasciato la Moldava per il Danubio. A Vienna imputridiva l’impero, incarnato in un vecchio che considerava figli i sudditi, li giudicava e li puniva in forza di un diritto che si rifaceva ai papi e agli imperatori di mille anni prima. Vienna era la caverna dove Crono non si rassegnava a morire e seguitava a divorare i figli. Vienna era l’orologio sul quale la reggia indicava il mezzogiorno. Lì ogni cosa era un simbolo, come l’ampia strada costruita sul vallo romano, che conduceva ebrei e imperatori a chinare il capo davanti alla cattedrale. Quell’antico fossato legittimava il pennacchio di Franz Josef, il pastorale dell’arcivescovo e la dannazione di Shimon Komeran.

    Eppure, l’impero emanava ancora un aroma che impregnava cuori e cervelli. A Vienna tutto sembrava regolato sull’armonia delle sfere celesti. Suo malgrado, l’orologiaio vedeva rispecchiato nella capitale l’inalterabile equilibrio dell’impero millenario.

                                                              ***   

              Herr Komeran!

                      Il signor Leo Fischel mi ha parlato di Lei come di un

              astrologo di rara sensibilità.

                      Elenco qui di seguito i miei dati di nascita. Spero che

              Le bastino per compilare un oroscopo. Conto di venire a

              Vienna prima di maggio e non mancherò di farLe visita.

 

    La lettera, o meglio il biglietto, su carta non intestata e con una firma illeggibile, arrivò in un giorno di aprile che diede inizio alla primavera, una domenica in cui il sole e il föhn sciolsero gli ultimi ghiaccioli appesi alle grondaie.

    Quel pomeriggio Shimon Komeran ricostruì lo stato del cielo nell’ora in cui il consultante dichiarava di aver visto la luce. Con metodica pedanteria individuò la costellazione e il grado in cui il sole era sorto all’orizzonte, sezionò la circonferenza siderale nelle dodici case, calcolò la posizione dei pianeti, della testa e della coda del drago, delle parti di fortuna e di morte.     

    I corpi celesti, pensò alzando la testa dalle carte, orbitano incessantemente come gli ingranaggi di un orologio, ma obbediscono a norme inderogabili che risplendono nella serena pacatezza dell’ordine. Poichè la Legge che conforta l’animo del giusto è la stessa che sostiene la volta del cielo stellato.

    Shimon Komeran si concesse una pausa e andò in cucina a preparare il the. Ma poco dopo, mentre spiava la superficie dell’acqua in attesa del primo bollore, un’ansia improvvisa lo fece tornare sui suoi passi. Spiegò i fogli, e fu come se una mano gli avesse afferrato lo stomaco: sulla carta del cielo gli astri erano disposti in un modo disarmonico, brutale. Gli tornarono in mente un nome impronunciabile e una pozza di sangue sull’erba di un prato. Si irrigidì: non doveva pronunciare quel nome, non doveva permettergli di uscire dalla tomba.                         

    È colpa dell’oroscopo, si disse, e del presagio di catastrofe che lascia intravedere. Uscì di casa e se ne andò al Prater. La carta del cielo rimase sul tavolo, arrotolata come una vipera in letargo. 

                                                           ***

    “Ecco, maestro. Ora può tornare a usarlo per controllare il metronomo!”

    Shimon Komeran spinse sul banco un cipollone con la cassa d’acciaio. Il cliente stava in posa militaresca con uno spartito sotto il braccio. La camicia stirata e la cravatta annodata con cura non gli davano l’aspetto di un artista. Ma aveva grosse borse sotto gli occhi.

    “Cosa studia in questi giorni, maestro?”

    Per tutta risposta il cliente posò lo spartito sul banco: Anton Bruckner, sinfonia n.8 in do minore, dedicata all’Imperial Regia Apostolica Maestà il Kaiser Franz Josef I.

    “Non è questa la musica che la farà salire sul podio dei Filarmonici” disapprovò Shimon Komeran scrollando il capo.

    Il cliente ebbe un gesto di sconforto.

    “Non saranno neppure i valzer e le operette. Il meglio che mi è capitato sinora è stato una sostituzione per il “Pipistrello”. Il giorno dopo, sul Kurier c’era un trafiletto di elogi per i cantanti e nemmeno una parola per l’orchestra. Stupido io che mi ero fatto delle illusioni! In un’operetta le masse orchestrali non hanno tattica nè strategia, devono solo accompagnare il canto.” Battè una mano sullo spartito. “Invece, in questa sinfonia archi, fiati e percussioni si muovono come un esercito, come una legione romana!”

    Shimon Komeran lo guardò di sottecchi.

    Perchè provo simpatia per uno che pensa alla musica come a una battaglia? Alla sua età guardavo anch’io il futuro con la stessa incoscienza? Non mi ricordo. Non ricordo più.

    Accennò all’orologio, che ticchettava udibilmente.

    “Una corona e mezza” borbottò.

                                                               ***

    Shimon Komeran aveva abitudini fisse come un prussiano. Dopo pranzo, prima di riaprire la bottega, passeggiava lungo il viale tra l’Opera e l’Hofburg, in mezzo al viavai di taxi e carrozze, strilloni e fattorini, vagabondi e poliziotti. La città accompagnava i suoi eterni malumori e le sue scarse euforie con la premura di un amico affezionato.

    Shimon Komeran alzò la testa: si era fermato davanti allo spiazzo sul quale incombevano due edifici gemelli. Al centro, il monumento a Maria Teresa era circondato da aiole, arbusti e vialetti inghiaiati. Sullo sfondo, in lontananza, si intravedeva una vegetazione incolta, qualche villetta suburbana, e un cielo latteo, soffocante. Lungo i vialetti la ghiaia scricchiolava sotto i passi dei bambini. Giocavano e correvano a testa china.                                  

    Avrebbero diritto a prati immensi, a cieli senza ostacoli fino all’orizzonte. Alla loro età avevo almeno questo. E all’età mia dovrei avere migliaia di ricordi. Perché conservo solo quelli di un anno? Non è stata Lia a cancellare la mia giovinezza: sono io che ho voluto dimenticare. Dove passavo l’estate da bambino?                                

    A Kalischt, dagli zii. Ogni domenica andavamo in piazza ad ascoltare la banda che suonava marce militari. Per tutta la settimana Gustav le ripeteva a memoria sul pianoforte.                           

    Ecco, l’ho detto. Nonostante tutto, posso ancora pronunciare il suo nome. Gustav. È stato il mio migliore amico. Ma non devo pensarci.                                      

    Che altro c’era a Kalischt? C’era lo zio, che prestava soldi e ogni anno diventava proprietario di un altro negozio. Affari, diceva. Ma non era tutto lì. C’era la soddisfazione di ridurre a suo dipendente il sellaio che gli aveva venduto briglie e finimenti, il maniscalco che gli aveva ferrato il cavallo. Quando ho avuto bisogno di loro mi hanno preso per il collo; adesso paghino.

    Ma lo zio non faceva credito ai disonesti. Lo faceva agli ingenui, per esigere capitale e interessi al momento buono, e impadronirsi delle garanzie.

    Beh, gli affari sono così. E i gentili hanno poco da recriminare. Loro prestano senza interessi, senza pegni? Perchè non sanno cosa vuol dire essere stranieri a vita. Hanno un impero, loro, da più di mille anni, e sono così snob da vederne solo i difetti.

    Ma se cadesse l’impero? La solidarietà dei gentili si squaglierebbe come i ghiaccioli sotto il föhn. Senza un padre venerando e terribile i popoli non farebbero che odiarsi; l’umanità verrebbe sbriciolata in milioni di individui, ognuno solo con se stesso.

                                                              ***

    Quell’oroscopo faceva paura. Ogni volta che tornava a studiarlo Shimon Komeran ricordava la sera in cui era andato al Prater ed era salito sulla Ruota. Il panorama notturno del Danubio con i fari rossi e verdi delle chiatte gli aveva placato l’ansia. Ma quando la cabina era giunta al sommo, l’orologiaio si era voltato verso sud, si era avvicinato ai vetri e un’attrazione irresistibile l’aveva spinto a guardar giù a perpendicolo. Il panico gli era entrato nelle vene: come se il pavimento si fosse staccato sotto il suo peso, aveva creduto di precipitare dentro a un vortice dove le urla non trovavano un’eco e il vuoto non finiva mai. Si era aggrappato al corrimano per resistere alla voglia pazza di aprire la porta e gettarsi fuori.

    Faceva paura, quell’oroscopo. Shimon Komeran ci leggeva il presagio di un atto sanguinoso e incolpava il destino di averlo reso testimone, forse complice. L’impero colpito a morte? Sarebbe stata la vendetta per i suoi anni segregati, per il contagio che gli aveva tolto Lia, per la rabbia di una vita agli sgoccioli. E invece, in tanti anni, il suo odio era diventato incoerente. Il trascorrere del tempo aveva convertito il nemico in un appoggio per la sua debolezza. Il solo fatto di conviverci era stato un compromesso. E ormai non poteva più farne a meno.   

    “Amo coloro che non aspettano di trovare nelle stelle una ragione per tramontare. Amo coloro che della propria virtù fanno una vocazione e un destino funesto.”

    Strane parole. Dove le aveva lette?

                                                               ***

    Nella bottega entrarono due uomini scuri in volto. Shimon Komeran ne riconobbe uno: era venuto un giorno insieme a Gerda Fischel ed era tornato poi da solo. Aveva scelto un cronometro usato, di poco prezzo.

    L’altro era un tipo curioso. Si guardava intorno con lo sguardo di chi si crede al di sopra della norma, anche se il suo aspetto faceva pensare piuttosto il contrario. Aveva i capelli che gli spiovevano sulla fronte, occhi da ladruncolo, un volto magro da lupo affamato, due baffi che in un altro viso sarebbero apparsi ridicoli. Portava una giacca con i gomiti lisi tanto da far intravedere la fodera, e i pantaloni erano impillaccherati di vernice dalle caviglie ai ginocchi. Eppure, anche così male in arnese, riusciva a imporsi: l’amico di Gerda Fischel lo trattava con deferenza, si faceva piccolo, e sembrava stupirsene lui per primo.

    “Va’ pure, Hans Sepp” disse il capo, con una risatina odiosa. “La tua sirena ti aspetta.”

    Hans Sepp girò attorno un’occhiata, disse “Arrivederci” con voce troppo alta e uscì. L’altro estrasse dalla tasca del panciotto un orologio senza catena e lo posò sul banco.

    “Non va più” disse, contrariato.

    Shimon Komeran incastrò la lente sull’occhio destro, aprì la cassa ed esaminò i meccanismi.

    “Questo orologio” borbottò “è stato trattato come un asino.”

    Il cliente si irrigidì.

    “Come sarebbe a dire?”

    La voce aveva un tono permaloso.

    “In tanti anni” spiegò Shimon Komeran “nessuno ha aperto la cassa, nessuno ha pulito gli ingranaggi. E l’orologio ha sempre funzionato. Come un asino, ha sempre detto J-A; poi un giorno è crollato e non si è rialzato più.”

    L’uomo aggrottò le sopracciglia.

    “Come sarebbe a dire?” ripeté.

    Le parole gli nascevano sulle labbra prima che nel cervello. Mentre le pronunciava si accorgeva di aver parlato senza pensare e il volto prendeva una espressione risentita.

    “Gli ingranaggi sono ossidati. Bisognerebbe pulirli, sostituirne alcuni. Parecchi, a dir la verità.”

    “Non farla lunga, giudeo!”  Il volto del cliente era diventato terreo. “Quanto verrebbe a costare?”

    Shimon Komeran lo guardò di sotto in su. I gentili alzano la voce e ti chiamano giudeo quando sono senza soldi.

    “Ci sono troppi pezzi da sostituire. È troppo malandato. Non le conviene.”

    Richiuse la cassa e spinse l’orologio sul banco.

    “Come sarebbe a dire, non conviene ripararlo? Vale tanto poco? Parla chiaro, giudeo! Quanto vale?”

    “Sì e no si potrà ricuperare la cassa.” L’orologiaio alzò gli occhi. “Senta, ho appena revisionato un cronometro. È praticamente nuovo e lo vendo per quaranta corone. Se lei mi lascia questo relitto, glielo cedo per… diciamo… trentacinque?”

    “Cinque corone per il mio orologio?” Il cliente sembrava più indignato che sorpreso. “È una rapina!”

    Parlava e si ascoltava. Si esasperava al suono della sua stessa voce.  

    “Ti faccio vedere io!”

    Si sporse sul banco e cercò di afferrare l’orologiaio per il bavero.

    “Se ne vada!” gridò Shimon Komeran.

    “Ladro giudeo! Giuro che ti spacco la faccia con le mie mani!”

    Hans Sepp e Gerda Fischel entrarono in quel momento, videro la scena e impallidirono. Hans Sepp si fece avanti parlottando di un treno per Monaco, prese l’uomo sottobraccio e cercò di trascinarlo via. L’altro gli diede uno spintone, si guardò attorno, non trovò un oggetto su cui sfogare la collera e uscì a precipizio sbattendo la porta.

                                                              ***

    Marte retrogrado fra un mese, congiunto a Saturno fra quattro anni. Tornando a studiare l’oroscopo, nell’animo di Shimon Komeran si fece strada una certezza: chi gli aveva scritto stava per commettere un’azione devastante, un attentato che avrebbe provocato la dissoluzione del potere costituito. Quale insofferenza, quale odio poteva spingersi fino a quel punto?

    In fondo, chiunque può irritarsi sentendo svalutare un orologio dal quale contava di ricavare una ventina di corone. Se quel ringhioso imbianchino non l’aveva preso a pugni era perchè l’opinione pubblica l’avrebbe considerato un malfattore, e lui lo sapeva. I giovanotti con la vocazione del teppista non erano tenuti a freno dalla polizia e dai tribunali: l’impero formava le coscienze e il comune sentire garantiva legge e ordine più della forza pubblica.    

    Ma fate scoppiare una guerra! Anni di fame e di stenti, milioni di morti, un lutto in ogni famiglia. E soprattutto perdetela! Travolgete l’impero in una disfatta senza rimedio. La gente perbene, non sapendo più a chi credere, concederà il beneficio del dubbio anche ai teppisti.

                                                               ***

    “Shimon, perchè non ti sei risposato?”

    “Perchè me lo domandi?”

    Il farmacista scosse il capo come se non avesse più parole. Conosceva Shimon Komeran da vent’anni e per la prima volta si era azzardato a fargli una domanda personale.

    “Stiamo invecchiando. Te ne sei accorto?” 

    La schiuma delle birre si era sciolta. I sigari erano stati fumati e i mozziconi giacevano nel portacenere. Il pomeriggio scivolava verso la sera con la riluttanza di un vitello sulla via del mattatoio.

    “Faccio fatica a prender sonno” ammise Shimon Komeran.

    “Prendi un po’ di valeriana.” 

    “Non è pericolosa?”

    Il farmacista sorrise.

    “Be’, in una certa misura, tutto ciò che ingeriamo si accumula nel corpo. Ai melanconici si gonfia la milza. Ai collerici il fegato. I flemmatici trattengono gli umori. I sanguigni diventano pletorici sino ad affaticare il cuore.”   

    Shimon Komeran rimase in silenzio. L’altro gli lanciò un’occhiata in tralice e sospirò.

    “Non camperemo in eterno.” Alzò le spalle. “Perchè vivere male i pochi anni che ci restano? La valeriana ti darà sollievo. Vieni a trovarmi domani in farmacia.”

                                                               ***

    Quando il consultante si fece vivo, una sera di fine maggio, all’ora di chiudere bottega, Shimon Komeran aveva preso le sue precauzioni ma non era sicuro dell’uso che ne avrebbe fatto. Il giovanotto parlava malvolentieri e si guardava attorno con occhi sospettosi. Disse di chiamarsi Gavrilo Princip e di aver viaggiato per due giorni e due notti: tanto era lontana Sarajevo, la sua patria. La chiamò così: la sua patria, non la sua città, e aveva il tono di chi vorrebbe sfogare la nostalgia in un lungo discorso. Invece tacque, e scosse la testa come per scacciare un pensiero ostinato.

    Shimon Komeran stese sul banco la carta del cielo e cominciò a tastare il terreno.

    “Lei non è ancora sposato, vero?”

    “Non sono venuto fin qui per parlare di me” lo interruppe il forestiero.

    “Mi dica almeno cosa la preoccupa. La salute, l’amore, il denaro?”

    “Ho un progetto. Voglio sapere se avrò successo.”

    Shimon Komeran tornò ad avvertire una stretta alla bocca dello stomaco.

    “I presagi di un oroscopo vanno interpretati in relazione alla personalità di ciascuno” mormorò. “Cos’è per lei il successo?”

    Guardò in su, ma il giovanotto non rispose. Aveva gli occhi persi nel vuoto.

    “Ascolti, è sicuro di voler conoscere l’avvenire? Creda, a volte è meglio non sapere.”

    Il cliente non mostrò alcun segno di preoccupazione. I suoi occhi erano diventati scintillanti come quelli dei cacciatori quando la battuta incomincia. Non mi ascolta, pensò l’orologiaio, non vuol capire.

    “L’astrologia non può prevedere la durata di una vita umana” mentì Shimon Komeran. “Ma prevede i momenti critici, e nel suo futuro ci sono due circostanze nelle quali lei verrà a trovarsi in grave pericolo.”

    L’altro parve risvegliarsi.

    “Può dire quando accadranno?”

    “Sì. La prima è imminente. La seconda dovrebbe verificarsi tra circa quattro anni.”

    “Le stelle dicono che vivrò ancora quattro anni? Allora il mio progetto riuscirà!”

    “Dicono soltanto che sulla sua strada ci sono due rischi mortali. Non creda di essere invulnerabile.”

    Gli occhi del forestiero si velarono, per un attimo tornarono vacui, e di nuovo brillarono.

    “Quel che è in gioco è molto più importante di me. La morte è un prezzo che sono pronto a pagare.”

    Shimon Komeran lo guardò sbigottito.

    “Si illude di ottenere la riconoscenza dei posteri? Ma ciò che giova ad alcuni potrebbe nuocere a tutti gli altri. Ci ha pensato?”

    Il giovanotto rimase in silenzio, con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo crudele. Shimon Komeran ricordò di aver già visto quegli occhi nel volto del macellaio kosher, quando impugnava il coltello e andava a svenare un manzo impastoiato. A Kalischt i sacrifici avvenivano nel prato dietro al negozio. Gustav non ne perdeva uno, ma l’orrore del sangue sparso sull’erba lo faceva scappare. Si chiudeva in camera a leggere vecchie fiabe bavaresi, perduto fra stupore e disperazione. Diceva che il compiersi di un destino incomprensibile era come un cielo dove, a una a una, si spengono tutte le stelle.

    Shimon Komeran si fece forza. 

    “Scatenerà una catastrofe. Trascinerà l’Europa in una guerra. Se ne rende conto?”

    La carrozza della posta arrivò in Judenplatz. Il postiglione suonò il corno. Un cavallo nitrì.

    Il giovanotto fece un passo avanti.

    “Pensa di denunciarmi?” sibilò.

    “Chi le dice che non l’abbia già fatto?”

    Due occhi pazzi vennero avanti, insieme a due mani tese verso il collo dell’orologiaio.

                                                               ***

    “Fermo o sparo!”

    Shimon Komeran aveva estratto di sotto al banco una rivoltella. Il giovanotto era indietreggiato.

    “Non posso denunciarla: un oroscopo non è una prova valida in tribunale e la polizia non lo riterrebbe neppure un indizio. Ma io lo so – capisce? – io so tutto. E allora immagini di trovarsi di fronte al suo giudice. Parli: dica le sue ragioni.”

    La luce di un fanale attraversava di sbieco la vetrina. Shimon Komeran lesse in volto al cliente i pensieri di un disperato. Cosa dire a chi ti punta addosso una rivoltella? Con quali bugie convincere un bottegaio?              

    L’uomo alzò le spalle.

    “Perché la Bosnia deve dipendere da Istanbul o da Vienna? Non ha il diritto di decidere da sé?”

    “Ne sarebbe capace?”

    “Come chiunque altro. Ma l’impero tiene i popoli in soggezione. Perché ne ha paura.”

    Shimon Komeran sentì una fitta, come una pugnalata alle reni. Cercò di reagire.

    “La legge e l’ordine sono più importanti di una identità nazionale.”

    “Le leggi della Storia sono altre.”

    “Sì, ma chi fa la Storia versa il sangue!”

    “E chi giudica fa altrettanto!”

    Shimon Komeran tacque. Per un lungo momento guardò il volto deformato da un gioco di luci e ombre, le orbite dove gli occhi sembravano scomparsi. Come se fosse giunto al termine di un ragionamento, annuì.

    “Non sarò io a giudicare” disse.

    Continuando a tenere l’uomo sotto tiro, posò al centro del banco due bicchieri e versò del vino.      

    “Uno di questi bicchieri contiene una dose di digitale. Scelga. Dimostri che Dio vuole la fine dell’impero.”

    L’uomo ebbe un gesto di rabbia.

    “Lei è pazzo!”

    Shimon Komeran non rispose. L’altro fece un passo avanti.

    “Cosa crede di dimostrare con questa stupida…”

    Shimon Komeran tese il braccio e contò.

    “Uno… Due…”

    Al tre, l’uomo afferrò un bicchiere e bevve.                 

    Si udì la carrozza della posta ripartire in un calpestio di zoccoli e di ruote ferrate. Dal fondo della via, fra tetti e balconi, rimbalzò l’eco del corno.

                                                              ***

    La mattina del 26 luglio, a Zurigo, la proprietaria della pensione “An der Sihl” porse a Shimon Komeran una lettera e un telegramma. Il cugino Yehuda scriveva da un paesino nei dintorni di Monaco. Il telegramma veniva da Vienna.

    Shimon Komeran lesse la lettera e il telegramma, poi uscì, scese verso il lago, comprò un giornale e andò a cercarsi una panchina. Alzò gli occhi alle cime delle Alpi che emergevano da uno strato di foschia. Seguì con lo sguardo la superficie del lago fino al ponte dove l’acqua frusciava contro le pile e riprendeva a scorrere verso l’Aar, il Reno, il mare. Era una giornata afosa. A occidente il cielo minacciava pioggia.                                       

    Shimon Komeran prese a sfogliare il giornale dal fondo. Un giovane maestro viennese avrebbe diretto l’orchestra di Zurigo nell’ottava sinfonia di Bruckner. La galleria Limmat esponeva opere di un tal Tristan Tzara. Al circolo panslavo un certo Vladimir Ulianov avrebbe tenuto una conferenza sul tema “Tolstoi e Marx”. In prima pagina non si parlava che dei fatti di Sarajevo. L’ultimatum austriaco stava per scadere. Le cancellerie d’Europa erano in subbuglio.

    Shimon Komeran ripensò alle ultime ore passate a Vienna, alla rivoltella gettata nel Donaukanal, al treno notturno che l’aveva portato a Zurigo. Invece della digitale c’era una buona dose di valeriana in tutti e due i bicchieri. Gavrilo Princip aveva resistito mezz’ora, convinto di morire da un momento all’altro. Prima di chiudere gli occhi aveva parlato ancora della patria, di Sarajevo e Belgrado, di prati, boschi e montagne; ne parlava come della madre che l’aveva messo al mondo. Poi la valeriana l’aveva sospinto oltre i confini del sogno.                                     

    Shimon Komeran si era domandato dove avrebbe trovato una patria lui, ebreo praghese a Vienna, se l’impero si fosse frantumato in tanti stati nazionali. L’ansia stava per diventare panico e l’indice sembrava incollato al grilletto quando una donna che non era Lia gli era apparsa come un’allucinazione. Anche lei aveva parlato a lungo, ma di ciò che aveva detto Shimon Komeran ricordava soltanto una frase: gli uomini hanno bisogno di un padre “venerando e terribile”, ma anche di una madre tenera come la primavera.

    Princip si era addormentato. Shimon Komeran si era riscosso, era corso a gettare la rivoltella nel canale, aveva fermato una carrozza e si era fatto portare alla stazione. Da due settimane aveva ceduto la bottega, i suoi bagagli erano già a Zurigo.

    Prima di immergersi nella notte, il treno era transitato davanti a un cartello che diceva: K.K.Bahn. Imperial Regie Ferrovie. Già: in Kakania tutto quanto era imperial regio. Nello scompartimento vuoto Shimon Komeran si era tolto il cappello.

                                                               ***

    Le nubi si accumulavano nel cielo e minacciavano un temporale. La donna scese da una carrozza e si avviò verso il lungolago. Shimon Komeran la riconobbe e distolse lo sguardo. Era una donna senza età, con la bocca sensuale e i tratti del viso marcati come quelli di una statua greca. Venne a sedere accanto a lui.

    “Grazie di essere venuta, Alma.”

    “Davvero vuoi lasciare l’Europa? Non posso crederci.”

    Shimon Komeran si voltò a fissarla.   

    “Non credi che sia possibile liberarsi di te?”

    Lei sorrise senza rispondere e l’orologiaio desiderò di essere lui a farla soffrire, almeno una volta.

    “Che hai fatto da quando Gustav è morto?”

    Lei guardò verso il lago e non rispose.

    “Non ti bastava tradirlo. Volevi farglielo sapere. Hai fatto in modo che leggesse i messaggi del tuo amante.” 

    Shimon Komeran teneva la testa bassa e lo sguardo fisso a terra. Se in mezzo alla ghiaia ci fosse stata una pietra l’avrebbe impugnata nel gesto di Caino.

    “Me l’ha scritto lui. Dopo la sua abiura non avevo più voluto vederlo, e lui mi scrisse che si era convertito per te, che si sentiva colpevole, ma che se fosse vissuto cento volte avrebbe sopportato cento sensi di colpa pur di averti. Sei stata il suo premio e il suo castigo, Alma. È tanto tempo che ti conosco. È tanto tempo che ti odio!”

    Lei tornò a guardarlo negli occhi.

    “Tu mi hai sempre amata.”

    Shimon Komeran scosse la testa. Alma non capiva. L’Europa non capiva. Eppure – lui lo sapeva bene – si può aver ragione anche senza capire.

    “Guarda” le mostrò i titoli del giornale. “Io lo sapevo. Eppure non volevo crederci. Speravo di essermi sbagliato.”

    Cavò di tasca la lettera e la esibì come una testimonianza.

    “Avevo deciso di dimenticare Praga e Vienna. Pensavo di stabilirmi con i miei parenti dalle parti di Monaco.”

    Tornò a scuotere il capo.

    “Ma ormai non ho più speranze. L’Europa è una madre di individui soli e di ideali sciagurati. Nel nuovo mondo ci saranno altre stelle, altri orologi.”

    Non parlarono più. Rimasero a lungo in silenzio, rivolti al lago, alle nubi che rotolavano giù dalle Alpi. Si salutarono con una reciproca occhiata, senza aprir bocca. Non c’era altro da dire. Alma si allontanò col suo passo elegante nell’aria afosa del lungolago.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                     1945

 

    Alle dieci del mattino Ettore Crivelli si fermò a massaggiare il gomito colpito a tradimento da una fitta. Accese una sigaretta e scommise con se stesso che non avrebbe fatto in tempo a fumarne neanche metà. Ebbe la sua magra soddisfazione: il tram emerse dalla nebbia, si arrestò scricchiolando e aprì le porte. Tutto intorno, Milano si andava scongelando come un barbone coricato su una panchina, che apre gli occhi, sente il ghiaccio nelle ossa e si meraviglia di essere vivo.   

    Beccheggiando da una fermata all’altra, il tram percorse un interminabile rettilineo. Cullato dal dondolio, Crivelli si abbandonò a uno stato semiipnotico.

    Il tram si arrestò al semaforo del Verziere, e solo allora Crivelli si rese conto che avrebbe dovuto scendere prima. Per un attimo sperò che, in tanti anni, via Larga fosse cambiata. E invece no, era sempre quella, con le facciate dei palazzi incrostate dal fumo di tutte le ciminiere di Milano e le finestre che sembravano feritoie.

    Davanti all’entrata del Teatro Lirico c’era una piccola folla. Le locandine riportavano il programma di un concerto. Il tram descrisse un’ampia curva e si fermò in via Albricci. Con lo stesso senso di ineluttabilità con cui per tanti anni era andato al lavoro, Crivelli scese e tornò indietro. Fu come varcare a ritroso la soglia del tempo.

                                                              ***  

    Freddo, buio inverno del ‘44: rastrellamenti, fucilazioni, bombardamenti. Era odioso farsi la guerra fra italiani, era umiliante nascondersi nei rifugi.

    Crivelli arrivò davanti al teatro e si fece largo. Nessuno insegna a perdere, rimuginò: i giovani che imparano a perdere non vinceranno mai. Ma poi pensò a suo figlio e la fitta nel braccio tornò a farsi sentire.

    Si rivide in coda nella biglietteria, circondato dalle camicie nere: gente che non aveva più niente da perdere e avrebbe voluto morire per non ammettere di avere perso tutto. Colse il riflesso del suo volto nel vetro di una porta, si riconobbe e ci rimase male: le disillusioni l’avevano scavato, le contrarietà gli avevano incattivito lo sguardo.    

    Cinquant’anni fa aveva salito di corsa le scale che ora lo facevano ansimare, era sbucato in piccionaia e aveva guardato giù verso il palco. L’uomo calvo, vestito di un ruvido grigioverde, aveva preso a parlare senza il solito piglio arrogante. Ma la platea reclamava il capo, duro e carogna come un Agamennone. Erano stati serviti.

    Ettore Crivelli, travolto dalla retorica, aveva gridato: Duce! con la stessa passione con cui da piccolo, svegliandosi al buio, gridava: Mamma!

                                                              ***

    Sul palcoscenico, gli orchestrali arrivavano alla spicciolata. Succede sempre così, pensò Crivelli: gli avvenimenti piovono dal cielo come fiocchi di neve, e tutt’a un tratto diventano valanghe.

    In quel giorno di dicembre del ‘44 Guido era accanto a lui, ma già preparava la svolta che avrebbe cambiato le loro vite. Erano insieme fin dalle elementari. Balilla, avanguardisti e compagnia bella. Bruciavano di impazienza: gli altri andavano all’assalto delle demoplutocrazie e loro rischiavano di non avere più nemici da uccidere, bottini da saccheggiare.

    Ma da quando si erano arruolati le cose erano andate sempre peggio. Guido aveva cominciato a parlare sottovoce. Diceva che Stalin i padroni li aveva fatti fuori per davvero e invece i fascisti avevano raccontato un sacco di balle. Diceva che i veri nemici erano gli inglesi e gli americani, con la loro democrazia pilotata dai padroni.

    Guido sparì verso la metà di febbraio e fu dichiarato disertore. Crivelli, amico del criminale, venne consegnato per due settimane. Ogni giorno subiva interrogatori e saltafossi. Allo scadere della consegna, due camerati lo trascinarono al bordello e lo infilarono nel letto di una Circe da quattro soldi che non smise mai di far domande. Chissà quanto sarebbe durato il trattamento se la repubblichina non fosse stata un albero che in primavera perse tutte le foglie, e il tronco diventò un capestro.

    Crivelli raggiunse Guido il 13 aprile e per undici giorni rimase nascosto in una cantina ad aspettare l’ordine di collocare bombe nei bidoni della spazzatura. Ma per colpire così, nel mucchio, ci vuole uno stomaco forte: il bidone torna a scoppiare ogni notte, e ogni sogno comincia con un’ombra che vola in aria e ricade come una bambola di pezza, e sprofonda negli occhi spalancati di un vecchio che non riesce a urlare perché la scheggia gli ha tranciato un braccio e il dolore gli blocca il fiato nei polmoni.

                                                              ***

    Il primo violino si alzò per dare il la e tutta l’orchestra, dai contrabbassi all’ottavino, rumoreggiò in un caotico baccano. A Crivelli tornò in mente la notte tra il 24 e il 25 aprile. Anche quella volta era andata così.

    Avevano litigato per le munizioni, le giberne e i caricatori. Poi avevano litigato per una bottiglia di grappa. Alle due di notte, per sedare le risse, Guido aveva sventolato la pistola. Li aveva fatti salire a calci sul camion e, invece di montare in cabina, si era messo in un angolo con il mitra spianato.

    Furono sballottati per un paio d’ore, e spuntava l’alba quando arrivarono in un paesone deserto. Guido ordinò di scendere e circondare un edificio. Quando furono in posizione sparò una raffica contro la porta, si avvicinò correndo e le diede un calcio. La porta non si aprì e Guido, bestemmiando perché si era storto la caviglia, sparò ancora contro una finestra sprangata. Dal primo piano partirono quattro colpi di pistola. Subito dopo volò una cosa luccicante.

    Con lo stomaco aggrovigliato, Crivelli scappò a gambe levate, inciampò, si buttò dietro un angolo lasciando il mitra in bella vista, in mezzo alla piazza.

    La bomba era una SRCM, di quelle che fanno più fracasso che danni, ma quando, a metà del volo, il cappuccio di alluminio si staccò, tutti erano stesi a terra. Dopo lo scoppio, nessuno si decideva a sporgere la testa. Guido ordinò l’appello. E mentre loro sussurravano pseudonimi, dal primo piano qualcuno urlò: 

    “Siete italiani?”

    Guido gridò che erano della brigata ***. E così, finalmente, lo seppe anche Crivelli. Trascorsero lunghi minuti, poi la porta si aprì e cinque uomini in camicia nera vennero fuori con le mani intrecciate sulla nuca.

    E non si sa come, tutto il paese era lì attorno, tutti spingevano e vociavano, le donne urlavano insulti e sputavano addosso ai prigionieri, e ogni tanto sbagliavano la mira. E non si sa da dove, saltò fuori un tribunale popolare. Crivelli non riuscì a sentire la contestazione dei reati. La folla gridava e i giudici, considerando inutili le formalità, pronunziarono la sentenza.

    I prigionieri si guardarono in faccia. Guido li condusse al muro e schierò il plotone; si fece da parte come un arbitro quando c’è da tirare un rigore e ordinò “Caricat”. Nel plotone nessuno si mosse, un po’ perché avevano già il colpo in canna, un po’ perché tutto era successo troppo in fretta. I condannati si misero sull’attenti, alzarono il braccio e gridarono qualcosa. Il giorno dopo, Guido disse che l’avevano distratto, e così aveva ordinato “Fuoco” dimenticando il “Puntat”. I colpi partirono a casaccio. I cinque scivolarono a terra, seduti, rannicchiati, stupiti di essere ancora vivi. Guido bestemmiò, estrasse la pistola e andò a distribuire i colpi di grazia.

    Era successo. Era andata così. Crivelli cercò di pensare ad altro, ma gli tornò in mente che in quei giorni non c’erano stati assalti, eroismi, scontri all’arma bianca. Mentre dall’orchestra salivano le note beffarde del primo pezzo in programma, un poema sinfonico dal titolo impronunciabile, Crivelli storse la bocca. Poi si riscosse e fece autocritica: mai farsi prendere la mano dal sentimentalismo.

                                                               ***

    Nei primi mesi del ‘46, Guido l’aveva piazzato in una fabbrica, ufficialmente come magazziniere, in realtà come staffetta della rivoluzione. Bisognava stare in guardia: la reazione aveva occhi e orecchie dappertutto. Persino ai massimi livelli del Partito si scoprivano infiltrati e deviazionisti. In una riunione di cellula fu deciso che i compagni avrebbero frequentato solo ambienti sicuri. Venne stesa una lista di negozi e ritrovi gestiti da compagni. Rimase scoperto solo il settore barba e capelli perché nessun barbiere della zona era iscritto al Partito. Per un po’ tutti si arrangiarono con pennelli, lamette e allume di rocca. Quando la sezione provinciale segnalò un parrucchiere apolitico e incline a farsi i fatti suoi, Crivelli andò in avanscoperta. Trovò che nello stesso negozio, segmentato da esili paraventi, si radevano barbe e si facevano messe in piega. Nello specchio, incrociò lo sguardo della Luciana.

    Saranno state le sue vanterie o la sua fama di duro; sarà che lei era morbida ma soda nei punti giusti. Il risultato divenne ogni mese più evidente. Il Partito era per il libero amore, ma con le responsabilità inerenti e conseguenti: se la metti incinta la sposi. Era il 1952. Nacque un maschio e lo chiamarono Sergio, come il nonno.

                                                              ***

    Per un paio d’anni tutto filò liscio. Poi, all’improvviso, successe che non andava più liscio un accidente. Lui, capo della commissione interna, prese una sbandata per una certa Elena che inalberava due tette provocatorie e si arrendeva con complice soavità.

    La Luciana faceva baruffa col parrucchiere un giorno sì e uno no. Cominciò a parlare di aprire un negozio per conto suo. Non era chiaro di dove sarebbero saltati fuori i soldi, e Crivelli non voleva neppure discuterne. La questione era un’altra: la moglie di un membro del Partito non poteva mettersi a fare profitti con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E neanche della donna sulla donna.

    Crivelli arrivava a casa, versava un bicchiere di vino e la Luciana attaccava la litania prima ancora di mettere in tavola. Con la scusa delle riunioni sindacali, lui prese a rincasare dopo cena. Ma più che col sindacato, si riuniva con Elena Fiordilatte.

    In quel periodo morì suo padre, di un colpo, come si chiamava allora l’infarto, e sua madre lo seguì pochi mesi dopo. Si spensero come i moccolotti che rilucono nei cimiteri e chiedono solo di essere lasciati in pace a consumarsi, e di notte, nei vialetti deserti, hanno una luce così priva di scopo da sembrare non un simbolo ma una parodia della vita.

    Tutto sommato fu una fortuna che i vecchi Crivelli se ne fossero andati così; almeno non lessero la lettera che arrivò a metà dell’autunno. Un foglio azzurrino senza firma. Sulla busta c’era un timbro: Armée Française – Légion étrangère.

    “Sergeant major Crivelli caduto in combattimento le 20 avril 1954 mentre copriva la retraite à ses camarades. Tutti que estavano à Dien Bien Phou n’oublieront jamais suo gesto héroico.”      

                                                              ***

    La prima autocritica Crivelli la fece tra sé e sé, immaginando cosa avrebbe detto Guido se fosse venuto a sapere di quella lettera, e cosa avrebbe dovuto dire lui alla Luciana se avesse deciso di mostrargliela.

    Guido avrebbe sentenziato che suo fratello era morto da cretino, se non da delinquente. Non gli era bastato combattere fino alla fine per la parte sbagliata: aveva continuato a far la guerra per gli imperialisti, per i padroni.  

    Crivelli non voleva ascoltare quelle parole e non voleva costringere Guido a pronunciarle. Non gliene parlò, e si tenne dentro per sempre il paragone tra la sua vittoria e la sconfitta di suo fratello. Non ne parlò nemmeno alla Luciana. Si sarebbe sentito rinfacciare che, se faceva un’eccezione all’ortodossia per il fratello morto, poteva farne un’altra per la moglie viva.

    Non ne parlò a nessuno. E di questo fece autocritica: si era illuso di essere coraggioso, ma ormai non ci credeva più neanche lui.

                                                              ***

    L’applauso arrivò inaspettato e Crivelli sobbalzò nella poltroncina. Sul palcoscenico, il direttore indicava di volta in volta uno strumentista e quello si alzava in piedi per ricevere gli applausi. Crivelli si domandò se la prassi valeva anche per i fischi.

    Come tutti tranne lui avevano pronosticato, la collega dalle poppe a mongolfiera trafisse il cuore di un dirigente. Da un giorno all’altro la falce e il martello arrugginirono, sbocciò il biancofiore. Ettore attese Elena all’uscita e lei finse di non vederlo. Lui la rincorse, la prese sottobraccio e lei si divincolò. Con scarsa delicatezza, lui le ricordò un paio di particolari intimi; lei scappò via, raggiunse un gruppo di colleghe e lo chiamò sporcaccione importuno.

    Non era di buonumore Crivelli quando gli toccò aprire gli occhi. In tram, una signora anziana piena di sussiego lo fulminò con lo sguardo e lo redarguì: “Se proprio non può farne a meno borbotti pure, ma ci risparmi le bestemmie”.

    Crivelli la mandò a quel paese. Ma, anche se continuava a guardarsi attorno con la faccia feroce, si sentiva un mascalzone. Scese due fermate prima del solito, accompagnato da sguardi solforici e sospiri di sollievo. Il tram ripartì. Lui gli gridò dietro una oscenità e fece il gesto dell’ombrello. 

    Arrivò a casa premeditando scenate per una macchia sulla tovaglia o per la minestra senza sale. Suonò il campanello, bussò e sacramentò. Quando si decise a usare le chiavi, trovò le luci spente. Sulla tavola non apparecchiata c’era un foglio a quadretti sotto un bicchiere rovesciato.

    “Me ne vado e mio figlio viene con me. Questo è tutto ciò che ti interessa. Quando sarò più calma ti scriverò una lettera con tutti i motivi per cui non posso più restare.”

                                                              ***

    La lettera arrivò una settimana dopo, quando lui aveva già fatto cantare la portinaia. La Luciana era scappata con un rappresentante di cosmetici che le ronzava attorno da più di un anno.

    “Sei buono soltanto a chiacchierare” scriveva la Luciana. “Aspetti che gli altri facciano la rivoluzione, ma tu non fai un accidente. Cosa sarà tuo figlio? Un operaio come te, sempre al minimo di paga per non passare da reazionario? Cosa c’è di male a darsi da fare per vivere meglio? Tu hai in testa solo gli scioperi. Mai che ti venga l’ispirazione di fare un’ora di straordinario.”

    “Ecco chi mi ero tirato in casa!” urlò Crivelli. “Una serva dei padroni!”

    La lettera proseguiva rinfacciandogli la sua storia con la collega dal seno inversamente proporzionale alla virtù.

    “Non ce l’ho con te per un’avventura con una puttanella, ma non ti perdono di aver trovato tempo per il partito, per il sindacato e anche per le porcherie: per tutto, meno che per la tua famiglia.”

    Crivelli diede fuori di matto: ma pensa te! lei scappa con l’amante e, ancora un po’, è colpa mia!

    In capo a tre settimane venne a sapere dove la Luciana aveva aperto il dannato negozio. Quando lei girò l’angolo e se lo trovò di fronte, reagì come una gatta spaventata.

    “Cosa sei venuto a fare?” soffiò. “Non abbiamo più niente da discutere.”

    A Crivelli si rimescolò il sangue. Tra cento possibili risposte pescò nel mazzo la più inutile e sbraitò:

    “Brutta troia!”

    La Luciana si mise a strepitare. A corto di argomenti, Crivelli commise un altro errore. Non capì che la Luciana aveva oltrepassato il punto in cui i gesti conservano un valore simbolico. Ormai era troppo tardi per prenderla a sberle. La discussione degenerò in una rissa in mezzo alla strada, con tanto di pubblico.

    L’eterno carabiniere, condannato da un destino mediocre a fare il notaio dei fallimenti altrui, allontanò i curiosi e domandò alla signora se intendeva sporgere denuncia per maltrattamenti. La Luciana scosse il capo. Crivelli urlò che la querela l’avrebbe sporta lui, per adulterio e abbandono del tetto coniugale. Il carabiniere lo prese per un braccio, lo trascinò via, lo mise sull’autobus e gli intimò: “Ci dorma sopra!”

    Con l’aiuto di un fiasco, Crivelli ci dormì sopra fino al mattino dopo. Andò al lavoro e passò la giornata in stato confusionale, imboscato tra gli scaffali o chiuso nel cesso a fumare una sigaretta dietro l’altra. Uscì dalla fabbrica camminando a testa bassa e, invece di prendere il tram, si avviò a piedi verso casa. Non aveva fame, non aveva sete, non voleva niente. Voleva restare così, come i serpenti che inghiottono una preda e restano assorti finché non l’hanno digerita. Non fece caso al tizio che lo seguiva.

    Quando uscì dall’osteria non era ubriaco, ma si muoveva con la pesantezza di un orso e aveva i riflessi annebbiati. L’uomo si fece avanti e lo chiamò. Crivelli si voltò e, con la compiaciuta volgarità dell’ebbrezza, gli spiegò dove avrebbe fatto meglio ad andare. Il rompiscatole sparò un diretto che gli arrivò inatteso alla bocca dello stomaco. Crivelli si accasciò. Per buona misura, lo sconosciuto gli mollò un calcio nelle costole, poi tirò il fiato dal naso, come i cavalli, e sibilò: “Tocca ancora la Luciana e ti spacco la faccia.”

    Crivelli non rispose. Quando riuscì a rialzarsi, l’altro era sparito.

                                                              ***

    L’orchestra rumoreggiava. Sembrava che ogni strumento se ne andasse per conto suo. Crivelli sentì acuto un senso di smobilitazione, di bancarotta. Forse l’orchestra si era ribellata. Forse il direttore restava sul podio perché si vergognava di ammettere il disastro.

    Il giorno dopo il pestaggio, Crivelli andò al lavoro masticando l’amara radice dell’odio. All’ora di pranzo riunì cinque compagni attorno a un tavolo della mensa e spiegò che c’era da dare una lezione a un porco fascista che la sera prima l’aveva preso a tradimento.

    Con la fronte corrugata e gli occhi bassi, gli altri risposero: “Compagno, le nostre azioni hanno un significato politico e devono essere approvate dal Partito”. Se ne andarono con uno strano ghigno sulla faccia.

    Prima di sera Guido gli mandò a dire di presentarsi in sezione. Quando Crivelli entrò nella saletta trovò lo stato maggiore schierato come un tribunale.

    “…la tua condotta danneggia l’immagine del Partito: sei andato a gridare i fatti tuoi in mezzo a una strada e non hai smesso di far baccano finché non sono arrivati i carabinieri. I quali avranno fatto un rapporto, e magari adesso sei anche schedato. Ma non basta: hai cercato di coinvolgere i compagni nelle tue beghe personali! Compagno Crivelli, è necessaria una severa autocritica.”

    Mentre Guido parlava, nella testa di Crivelli accaddero molte cose. L’amico di tutta la vita, quello che gli aveva aperto gli occhi al momento buono, voleva disfarsi di lui? Impossibile. La spiegazione era un’altra. Guido doveva salvare l’immagine del Partito. Perché il Partito è tutti noi. Il Partito ha sempre ragione.

    E Crivelli si autocriticò: aveva lasciato che la sua vita privata si sottraesse alla sfera ideologica. Invocò l’attenuante di circostanze eccezionali che l’avevano fuorviato. Si impegnò a rafforzare il controllo ideologico sui sentimenti.

    Evitò l’espulsione, ma dovette dimettersi da tutti gli incarichi.

                                                              ***

    I suoni che salivano dal palcoscenico evocavano atmosfere cupe. I colpi del timpano ritmavano il passo del destino, le trombe riportavano alla memoria uno scontro senza esclusione di colpi. Crivelli alzò il mento e strinse la mascella. È dannatamente virile andare verso l’ignoto in piena consapevolezza. È come firmare una cambiale: per quanto calcolato sia il rischio, speriamo di non venir mai a sapere fino a che punto abbiamo sfidato la sorte.

    Dopo l’autocritica, il compagno Crivelli scrisse tre lettere alla moglie. Ma non le spedì. Era venuto a sapere che la portinaia, due volte al mese, prendeva l’autobus e andava a farsi fare la messa in piega dalla Luciana. Lui prese l’abitudine di passare in guardiola a confidarsi. Per vedere suo figlio avrebbe dovuto rivolgersi al tribunale, diceva, ma l’ultima cosa che voleva era la Luciana a San Vittore. Il messaggio giunse a destinazione e ottenne una risposta: non mettere di mezzo un innocente del quale ti sei sempre disinteressato. Lui continuò a consultarsi con la portinaia e i rifiuti della Luciana a poco a poco divennero meno categorici. Intanto, visto che il consorte dell’ambasciatrice faceva i turni di notte all’Alfa Romeo, Ettore e Andromaca si consolarono a vicenda.

                                                               ***

    Nelle riunioni di cellula, Crivelli non apriva bocca se non interrogato. Il ricondizionamento ideologico funzionava alla grande. In pochi mesi aveva fatto proprie alcune verità fondamentali. Per esempio, aveva capito che il “giusto politico” non ha niente a che vedere con la logica o con i sentimenti. In politica il giusto coincide con il potere, e gli ideali non diventano prassi se non capisci da che parte tira il vento.

    Come sempre, successe all’improvviso. Sull’onda delle sommosse polacche, l’Ungheria perse la bussola. Non ci voleva molto a immaginare come sarebbe andata a finire e Crivelli prese la parola in sezione per propugnare l’allineamento sulle posizioni dell’Urss. Quando i carri armati russi spararono sugli insorti, certi compagni si indignarono e Crivelli li accusò di fare il gioco dell’America. Quando la delegazione degli insorti entrò nell’ambasciata sovietica e non ne uscì più, gli stessi compagni domandarono se l’Urss contava di edificare il socialismo in quel modo e con quei metodi.

    Crivelli si alzò per incolparli né più né meno che di tradimento. Poche ore dopo la radio trasmise la presa di posizione ufficiale del Partito. In un inverno plumbeo Crivelli fu reintegrato nelle sue cariche. Guido, che era passato alla sezione provinciale, sorrideva e gli dava grosse pacche sulle spalle.

    A poco a poco le cose cambiarono. Nessuno si azzardò più a dargli del cornuto, le compagne ricominciarono a sorridergli. Il marito della portinaia era passato ai turni di giorno. Il primo ottobre del ‘58 la Luciana gli permise di accompagnare Sergio al primo giorno di scuola.

                                                              ***

    La musica aveva preso un andamento di marcia, ma non aveva l’aria di un trionfo; la melodia era spezzata e i violini sembravano presagire un finale poco allegro. Crivelli ripensò alle domeniche con Sergio al Luna Park, allo zoo, al cinema, e ai litigi con la Luciana quando lo riportava a casa.

    Erano i tempi del miracolo economico e degli autunni caldi. I padroni facevano soldi a palate e bisognava scioperare di brutto per costringerli a spartire il plusvalore. Crivelli organizzava picchettaggi e cortei, e non era un compito facile. Al primo sciopero serio un compagno, grattandosi la testa, gli fece notare:

    “Compagno, noi abbiamo tutti il superminimo. Le nostre paghe sono già più alte delle richieste contrattuali.”

    “Poche storie!” urlò Crivelli. “Il padrone è un porco per definizione!”

    Nacque così lo slogan che gli avrebbe procurato una certa notorietà. E gli anni sessanta passarono di gran carriera, tra uno sciopero, una festa dell’Unità e una serata al tavolo dello scopone scientifico, sempre maledicendo la suinità della razza padrona. Passarono di corsa gli anni in cui Crivelli avrebbe potuto far carriera nel Partito o nel sindacato. In fabbrica la sua autorità era indiscussa, ma in sezione ogni tanto dimenticavano di convocarlo e quando lo chiamavano non riusciva mai a prendere la parola.

    Il Partito candidò Guido alla Camera. Risultò primo dei non eletti ma a Roma ci andò ugualmente: il capolista venne eletto anche in un’altra circoscrizione e optò per quella. Crivelli rimase a far la spola tra Sesto e Milano, a odiare i padroni, a sognare scioperi per metterli in ginocchio. Il Partito non si ricordò di lui. O forse, nella sua impersonale saggezza, decise che Crivelli stava bene dov’era.

    L’apice del successo venne, non con la primavera, ma con l’autunno di Praga. Quando la Cecoslovacchia fu normalizzata, Crivelli, che da mesi auspicava i carri armati, poté gridare “l’avevo detto io!”. Ma i tempi erano cambiati. Un anno prima, gli studenti erano scesi in piazza a Parigi e la ventata anarchica si era propagata a mezzo mondo. Gli studenti cercarono il collegamento con la base operaia e al loro arrivo nelle sezioni i dirigenti diventarono impettiti e sussiegosi: per la prima volta qualcuno chiedeva la loro opinione e li faceva sentire importanti.

    Nel ‘71, Crivelli e una studentessa di architettura realizzarono tra loro il famoso collegamento. Per dirla tutta, la ragazza non era gran che (più che altro era una borghese con punte di stronzaggine), ma finché durò fu una soddisfazione. Tutto finì quando lei gli disse che a fine mese avrebbe sposato il figlio di un architetto.

    Intanto Sergio, che studiava giurisprudenza, aveva infittito i contatti. Veniva in sezione e giocava a carte con i compagni operai. Nel corso degli anni Crivelli non aveva mancato di spiegargli come funzionano le cose a questo mondo, ma anche Sergio non era più quello di una volta. Una sera saltò su a dire che il Partito aveva tradito gli ideali della classe operaia e Crivelli gli girò la faccia con una sberla. Poi si guardò la mano sbalordito: era stato come se a picchiare fosse stato Guido e a prenderle fosse stato lui.

    Scosse la testa. Chi parla male del Partito è un nemico del popolo, e basta. Ma da troppo tempo la teoria e la pratica avevano imboccato strade divergenti. Sergio metteva sul tavolo questioni irrisolte. Crivelli gli vedeva bollire dentro i suoi sogni di sempre: forse la rivoluzione era matura e Sergio avrebbe potuto cavalcarla.

                                                              ***

    Scrosciarono gli applausi e sul palcoscenico tutti si profusero in inchini. Ci fu un intervallo e parte del pubblico sfollò verso il bar. Crivelli rimase inchiodato sulla poltroncina con il gomito dolorante e la memoria che ripercorreva il periodo più odioso della sua vita.

    Una domenica mattina la Luciana aveva telefonato. Da qualche giorno Sergio non si faceva vedere. Crivelli le aveva risposto di non fare la madre possessiva: Sergio aveva ventidue anni e sani appetiti. Sarà in giro con una ragazza, aveva concluso.

    Il giorno dopo suonarono alla porta due sconosciuti con barbe lunghe, vestiti sporchi e uno sguardo che diceva: “Sono fasullo”. Erano carabinieri in borghese. Gli fecero un sacco di domande, poi lo condussero in una caserma che Crivelli non aveva mai visto. Prima di lasciarlo andare, un tizio con la faccia decisa disse che Sergio era “passato in clandestinità”. 

    Crivelli telefonò a Roma. Guido promise di informarsi. Tre giorni dopo, entrando in sezione, Crivelli lo trovò insieme a cinque o sei compagni che tacevano con l’aria di chi non sa come regolarsi. In tono secco Guido disse che Sergio aveva preso parte a un esproprio proletario, cioè a una rapina, nel corso della quale era rimasto ucciso un gioielliere. Sergio era membro di un’organizzazione extraparlamentare, faceva parte di un gruppo di fuoco, era ricercato e latitante. A nome dei presenti, Guido parlò di solidarietà e di vicinanza umana, ma fece capire che il Partito non doveva essere coinvolto e che Crivelli avrebbe fatto bene ad autosospendersi.

    Da quel momento in fabbrica e in sezione nessuno gli rivolse più la parola. Crivelli si aggrappò all’idea che i compagni non parlassero con lui per non avere grane con la polizia.

    Le ultime parole della Luciana furono maledizioni. Lo accusò di aver rovinato la vita a Sergio riempiendogli la testa di idee sballate. Lo insultò fino a perdere il fiato. Crivelli la cacciò fuori e le sbatté la porta alle spalle. Quella sera saltò la cena e quando il fiasco fu vuoto lo scagliò contro il muro.

    E in capo a un anno la maledetta cosa che doveva succedere successe. La televisione disse che, in seguito a una soffiata anonima, la polizia aveva fatto irruzione in un covo. C’era stato un conflitto a fuoco. Un morto e cinque feriti: tre poliziotti e due terroristi. Il morto era Sergio.

    Il primo pensiero di Crivelli fu: “Non si è arreso, come suo zio”. Ma la botta gli era arrivata addosso e gli dava un senso di menomazione, come se una scheggia gli avesse portato via un braccio.

                                                              ***

    Crivelli seguì il corteo da lontano. I parenti della Luciana gli si affollarono intorno in silenzio con le facce scure e lo tennero a distanza finché lei se ne andò. Tornò in città e, per non chiudersi in casa, passò in sezione. Nessuno lo salutò. Il barista gli disse sottovoce: “Ciao Crivelli”, e lui pensò: perché non mi chiami compagno? la politica e gli ideali non hanno niente a che fare con il mio lutto? e Sergio, allora, per che cosa è morto?

    Buttò giù un bicchierino e se ne andò, attraversando una platea di ciechi e muti. Alle due di notte cercò a tastoni i fiammiferi sul comodino. Nel buio, fissò a lungo la brace della sigaretta.

                                                               ***

    I musicisti ripresero posto sul palcoscenico. Crivelli ricordò di aver letto sulla locandina un titolo tedesco impronunciabile, una parola corta e una lunga; e il nome dell’autore, che sul momento gli era parso inoffensivo, gli riportò alla memoria i lampi di un antico temporale. Scosse il capo e la fitta nel braccio si rifece viva. Rimase immobile, respirando piano, finché il dolore si acquietò.

    Dopo la morte di Sergio, il mondo aveva preso a funzionare a rovescio: le vittorie arrivavano come frutti maturi, ma una specie di maleficio le tramutava in fradicie sconfitte. Inatteso come un tredici al totocalcio, il padrone convocò la commissione interna e comunicò di aver ceduto l’azienda a un ente statale.

    “Sarete soddisfatti” concluse, alzandosi dal tavolo. Ma loro no, non erano soddisfatti: volevano sapere il perché e il percome.

    “Mio figlio lavora a Londra e mia figlia vive a Parigi” brontolò il vecchio nemico. “Non ne vogliono sapere di tornare: avete spennellato il mio nome sui muri della fabbrica e ci avete scritto sotto boia, ladro, e compagnia bella. Cosa volete da me? Arrangiatevi.”

    In sezione fecero festa. Finalmente la sanguisuga si era tolta di mezzo. Ma l’esultanza aveva bisogno di continui stimoli. Finirono per accapigliarsi fra interisti e milanisti. Prima di mezzanotte se ne andarono a casa.

    In quel periodo Guido fu nominato vicepresidente di una commissione parlamentare e diventò irraggiungibile. Tornava a Milano solo nei periodi elettorali, convocava i capi sezione, impartiva disposizioni e tornava a Roma in giornata.

    In fabbrica, quando venne a scadenza il contratto aziendale, i nuovi dirigenti presentarono un documento pieno di parole americane e di ragionamenti fumosi. Lo sproloquio concludeva che l’azienda andava ristrutturata. Non diceva come. Seguirono tre anni di fulminei scorpori e inesplicabili riaggregazioni. Ogni sei mesi cambiavano il direttore generale e il capo del personale. I salari rimasero inchiodati ai minimi, non si sostituì chi andava in pensione, non si fecero investimenti. A uno a uno, i progettisti emigrarono verso altre aziende. In una mattina di ottobre, una mattina come tante altre, un foglio in bacheca avvertì che la società era stata posta in liquidazione. L’ufficio personale aveva allo studio un piano per incentivare le dimissioni volontarie.

    La commissione interna decretò l’occupazione. Per qualche giorno tutti ebbero un gran daffare a confezionare striscioni e cartelli. L’Unità pubblicò mezza colonna, una domenica, nelle pagine interne. La controparte non replicò. Dopo due mesi di inconcludenza venne in fabbrica il segretario provinciale. Esordì ammettendo “Compagni, abbiamo perduto una battaglia” ma, invece di proseguire come al solito con “Restiamo uniti e vinceremo”, consigliò di aderire al piano di licenziamenti incentivati.

    Crivelli, capo degli irriducibili, aveva scritto a Guido, che da tempo non si faceva trovare al telefono. Ma nemmeno la lettera ebbe risposta e allora Crivelli prese il treno e andò a Roma. Passò il pomeriggio e la sera tra Montecitorio e Botteghe Oscure. Uscieri e segretari non gli diedero retta. Guido sembrava irreperibile. Crivelli dormì in una specie di locanda e il mattino dopo tornò davanti al bottegone. Intercettò Guido alle due, mentre usciva per andare a pranzo, e gli fece capire che non si sarebbe accontentato di quattro chiacchiere e una pacca sulla spalla.

    Guido lo fece salire in ufficio. Disse che non era colpa di nessuno: dal Giappone arrivavano prodotti migliori a prezzi più bassi. Non si potevano investire miliardi per salvare una fabbrica del nord mentre al sud c’era la disoccupazione. Non restava che chiudere. Ma lui si era mosso, altroché. Aveva stretto nell’angolo il ministro del Lavoro e quello delle Partecipazioni Statali. Aveva preteso reimpieghi e prepensionamenti. Aveva minacciato ritorsioni.

    “Tu lo sai come funzionano queste cose” disse, inchiodando Crivelli con lo sguardo, “non bisogna chiedere un centesimo più del possibile, ma il possibile non si chiede: si pretende. E tu?” aveva continuato senza dargli il tempo di riflettere, “quanti anni hai, Ettore? Hai diritto di riposarti dopo una vita straordinaria come la tua. Guerra, donne, politica! Una vita piena di passioni.”

    Lo fece accompagnare alla stazione da un’auto di servizio. Chiuse la portiera dicendo: “Vieni a trovarmi quando vuoi. Ma fissa l’appuntamento col segretario, se no magari non mi trovi.” Crivelli lo guardò senza parlare. Per un’ora non parlò neppure a se stesso. A Orte, lo scossone della fermata ricompose le espressioni del viso di Guido, i suoi gesti, i suoi toni di voce. Per la prima volta nella sua vita Ettore Crivelli provò amarezza senza provare odio.

                                                               ***

    “La rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua spinta propulsiva”. Ascoltando questa frase pronunciata in televisione, Crivelli pensò che il capo si era lasciato trasportare dal risentimento contro gli zucconi di Mosca. Ma la reazione montò una campagna propagandistica e il Partito non reagì, chiuso in un silenzio che ostentava sdegno e nascondeva imbarazzo.

    Anche Crivelli diventò silenzioso. Sempre più spesso gli tornavano in mente le parole “una vita piena di passioni”.  Si aggrappò all’idea che, in fondo, le menzogne sono verità viste di striscio. E passarono altri anni, tra partite a scopa e dibattiti ai quali non partecipava più. Il presagio che si dibatteva come un uccello nel roccolo sigillava la bocca di Crivelli e scioglieva la lingua a chi si illudeva di far politica sproloquiando i nuovi slogan: glasnost, perestroika.

    Successe, semplicemente successe. Senza grandezza, come in un 8 settembre, il muro di Berlino cadde a pezzi, l’Urss si sgretolò. L’inverno del ‘45 era tornato e la vita, la vita piena di passioni, era diventata uno stoppino annerito, adagiato su una larga goccia di cera.

                                                              ***

    Ingannato da tutti, pensò Crivelli guardando giù verso l’orchestra e massaggiandosi il braccio. Ingannato fino all’ultimo. Una vita piena di passioni? Ma no: una vita di odio.

    Scoppiò l’applauso e Crivelli, meccanicamente, batté le mani. Il dolore salì dal gomito alla spalla e gli mozzò il respiro. Crivelli si piegò in avanti, si rialzò con fatica, sfilò ingobbito davanti agli spettatori in attesa dell’ultimo brano in programma, raggiunse l’uscita e si fermò sul pianerottolo. Cercò di raddrizzarsi, di tirare il fiato.

    Ci riuscì solo a metà. Ebbe un capogiro e dovette appoggiarsi al muro. Il dolore si era esteso al petto. Il volto aveva preso una espressione sbigottita, con gli occhi che schizzavano dalle orbite. Il pavimento dondolava come la piattaforma di un tram.

    L’ultimo pensiero cosciente di Ettore Crivelli fu lo sforzo di non lasciarsi andare. Voleva morire in piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre schizzi

 

 

 

 

                                               Angelo caduto          

 

    Il sole fonde l’asfalto sul Paseo del Prado. Alle dieci del mattino di un sabato di giugno, nel Parco del Retiro i giardinieri innaffiano le aiuole spruzzando lunghi getti parabolici che si disfano in aria e si stendono sull’erba come una mano di vernice fresca. Lo stagno riflette immobile il colonnato di marmo, i tempietti e le statue, bianchi nell’aria trasparente. È bianca anche la glorietta dove Lucifero giace sconfitto dalla spada dell’arcangelo Michele. Come scrive Paco Umbral su “El Pais” di stamattina, in tutto il mondo quello è l’unico monumento al Demonio.

    Alle cinque del pomeriggio arrivano i bambini e le tate. Gli ambulanti offrono cartocci di pistacchi e bottiglie di orzata. Un giardiniere sonnacchioso si imbosca sul versante in ombra della glorietta e accende un sigaro avana. Il ragazzo in pantaloni e maglietta aderenti, e mocassini italiani, ha le ciglia che sbattono in continuazione. Non sa se muoversi o star fermo. Gira attorno a una grande aiuola, poi si incammina lungo il viale.

    Alle sette in punto i guardiani convergono alla spicciolata nel casotto degli attrezzi dove qualcuno ha acceso un televisore. L’evento è storico: Santiago Martin “El Viti” dà il suo addio alle corride. La statua dell’Angelo Caduto brilla di un candore insopportabile. Il ragazzo ben vestito parla con un tizio dai baffi tinti e dallo sguardo furtivo. I bambini e le tate si avviano ai cancelli. Gli ambulanti contano gli incassi e sgranocchiano pistacchi.

    Verso mezzanotte, al riparo dalle luci dei fanali, Rayo arraffa i mille duros del tossico e gli fa segno di andare ad aspettarlo dietro la glorietta. Quello si avvia nel buio, gira l’angolo, inciampa e brontola: “Pero qué coño…?”. Accende un fiammifero, ma lo butta via subito e si mette a strillare come un deficiente. Rayo parte al galoppo e scompare nel buio.  

    Due guardie civili arrivano di corsa. Uno prende a sberle il tossico che non smette di strillare. L’altro punta la tascabile sul ragazzino elegante, bianco come una statua, che giace con la testa rotta e i pantaloni abbassati.                     

    “Maricones” borbotta la guardia. “È una sporca faccenda di maricones.”   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                          Pendolari                    

 

    La stazioncina è di un assurdo colore rosso sangue, ma i pendolari non se ne accorgono: sono le sei del mattino, e piove. Arrivano camminando a testa bassa, aggirano le pozzanghere, entrano ed escono dalla luce dei fanali. Vanno ad aspettare in piedi sotto una pensilina che non li ripara. La pioggia cade in diagonale, come gli atomi di Epicuro. I pendolari bagnati restano lì, a dimostrare che il mondo è dominato da una forza che trasforma il caso in destino. 

    Un faro giallo emerge dal buio e si avvicina con lentezza esasperante. La pioggia si fa più forte. I pendolari lasciano la pensilina e si arrampicano sui gradini stretti. Lo scompartimento sa di fumo, polvere, plastica, sudore, cappotti bagnati. I finestrini sono schermi opachi dove strisciano le comete dei fanali.                 

    I pendolari non possono dormire, non hanno voglia di leggere, non sanno dove guardare. Stanno in silenzio, immobili. I loro occhi sono specchi curvi dietro i quali, senza convinzione, scorre una vita alternativa, senza orari, scadenze, responsabilità. Il treno scivola lungo una notte agli sgoccioli. 

    Omsk, Tomsk, Irkutsk. Le stazioni appaiono una dopo l’altra nel cono dei fanali, dietro il velo degli aliti che incollano la polvere sui finestrini.

    Castellanza, Rescaldina, Saronno. Non c’è nemmeno l’aspettativa dell’ignoto, il rischio dell’avventura. Solo una infernale ripetitività quotidiana. I pendolari guardano nel vuoto.                 

 

 

 

 

 

 

                                    Clinicamente vivo                  

 

    Pomiciarono anche alla stazione, incapaci di staccarsi uno dall’altra. Sul treno mostrarono i documenti ai doganieri continuando a guardarsi in viso, come se si scoprissero in ogni momento per la prima volta. Erano universitari che rientravano da una vacanza clandestina.

    “Confessa: non ti sei mai divertito tanto.”

    Baci, mani sotto le felpe, brevi pause per calmare i bollori. Tra Arnhem e Francoforte lei gli chiese sottovoce:

    “Piaciuta l’erba? Valeva la spesa, no?”

    Lui scosse la testa. Lei gli mostrò la lingua.

    “Va’ là che tra dieci anni sarai uno stimato professionista.”

    Lo pizzicò sulle maniglie dell’amore.

    “E sarai ancora più grasso.”

    A Basilea lui volle comprare un hot dog. Scoprì di non avere neanche un quattrino. Era convinto di averne ancora, ma il portafogli era vuoto. Tornarono nello scompartimento e non si baciarono più.    

    “E dài, non è mica la fine del mondo.”

    Lui non rispose. Lei si seccò.

    “Sempre giudizioso e previdente! Ma quando vuoi divertirti, a settant’anni?”

    Lui fece un gesto di fastidio.

    “Insomma, sei già pentito. Questo viaggio è stata un’idea idiota, vero?”

    Lui guardò fuori dal finestrino.

    “Be’ mi hai proprio rotto. Non hai un grammo di fantasia. Sei… clinicamente vivo!”

    Lei prese il sacco e cambiò scompartimento. Lui fece per alzarsi e seguirla, ma ci rinunciò. A Milano scesero separati. E si persero di vista.

                                                             ***

    “… penserai che sono matta. No: sono umiliata. Dieci anni fa ero un’incosciente e non avevo idea dei prezzi che la vita pretende da quelli come me. Oggi ti scrivo per dirti che avevi ragione tu.

    Lo so, è tanto tempo che ci siamo lasciati e io non ho il diritto di farmi viva adesso, così. E poi, tu sei una persona seria. Lo sei sempre stato. Solo una volta ti sei lasciato andare e forse sei ancora pentito. Io continuo a credere che sia stata una cosa bella, da non dimenticare. Oggi sono passata davanti all’università, mi sono seduta al bar e ho ripensato alla settimana ad Amsterdam, ai soldi per l’erba, al litigio di Basilea. E a me, la stupida che ha rovinato tutto.

    Avevo paura di immalinconirmi, invece è stato come riascoltare una fiaba. Uno di questi giorni lo rifaccio.

 

    Lui ingoiò le pastiglie, fece una smorfia e uscì. Sul metro, tra una fermata e l’altra, si vide riflesso nel finestrino, dimagrito, curvo, senza più capelli.

    Con la chemio c’è il sessanta per cento di esiti favorevoli. Andrà tutto bene. Certo che andrà bene. Andrà bene senz’altro.

    Oh Dio Dio Dio Dio.   

    La scala mobile lo riportò in superficie e fu come riemergere dagli inferi. Senza rendersene conto affrettò il passo. Arrivò correndo a un semaforo.  

    Si fermò di botto, e si sentì ridicolo. Il bar aveva pochi clienti, ma lei era là, seduta a un tavolino centrale. Teneva fra le mani una rivista. I suoi capelli non erano più sciolti sulle spalle: erano corti e le davano un’aria matura. Ma il profilo era sempre quello di una ragazzina che sta per scoppiare a ridere.

    Alzò la testa. Forse si sentiva osservata. Lui si bloccò per un lungo istante. Lei riabbassò gli occhi sulla rivista.

    Non mi ha riconosciuto. E perché dovrebbe? Quasi non mi riconosco io.                                             

    Scelse un tavolino e chiamò il cameriere. Lei dovette sentirlo, ma tenne lo sguardo fisso nel vuoto.

    Non riconosce neanche la mia voce. Eppure quella non è cambiata!

    Lei sfogliò due pagine con impazienza. Lui rimase a guardarla indeciso, senza azzardare un gesto. Il tizio seduto a due tavolini di distanza mise in bocca una sigaretta e l’accese con un gesto esperto.

    Che ci faccio qui, con un avvenire al sessanta per cento? Avrei dovuto rincorrerla dieci anni fa.

    Ma non se ne andò. Lasciò passare il tempo. Forse lei avrebbe alzato lo sguardo, l’avrebbe fissato. In fin dei conti, gli aveva scritto. Poteva pure immaginare che si sarebbe fatto vivo. Ma se lei non lo riconosceva, perché farsi avanti? Per vederle sul viso una smorfia di ribrezzo? Per essere rifiutato?

    La schiuma del caffè si rapprese sul bordo interno della tazzina. Il tizio che leggeva il giornale, lo ripiegò, lo mise in tasca e spense la sigaretta nel portacenere. Lei guardò l’orologio, fece un cenno al cameriere e pagò. Aveva sul viso una strana espressione, e a lui tornò in mente la maestra delle elementari, la matita rossa e blu. Lei si avviò, girò l’angolo, e all’improvviso la piazza parve vuota come un cimitero. Lui indugiò ancora. Poi scattò in piedi e la rincorse.

    Girò l’angolo con il cuore in gola e si bloccò.

    Il tizio che al caffè fumava e leggeva adesso teneva in mano il giornale, arrotolato come se fosse un randello, con aria minacciosa. Lei sbuffava, con l’aria di scusarsi:

    “Te l’avevo detto, sì o no? Come si fa a tirare un bidone a uno che non ha neanche un briciolo di fantasia? Quello è clinicamente vivo!”

 

 

 

                                          Best seller 

 

    La busta era troppo leggera. E poi, una lettera è sempre brutto segno: un editore che vuole pubblicare telefona. Se scrive è per rifiutare. E infatti.

    “Gentile Augusto Rossi, Le siamo grati, eccetera eccetera. Peraltro, il Suo scritto non rientra nell’indirizzo editoriale delle nostre collane, eccetera eccetera.”

    Tutto ciclostilato. Tutto un po’ storto. Ciclostilata anche la firma, debitamente illeggibile per evitare che lo scrivente riconosca il funzionario e lo assilli con lettere e telefonate. I rifiuti editoriali sono così: anonimi e ipocriti. 

    Augusto Rossi passò in copisteria a ritirare tre copie fascicolate. Le avrebbe spedite a tre editori contemporaneamente. Tanto valeva lavorare all’ingrosso.

                                                          ***

    La donna apatica, immersa in un silenzio carico di noia e di indifferenza, infilò i tre fascicoli in una busta di plastica. Senza dire una parola, stampò lo scontrino, incassò, porse il resto, e tornò a sedere fissando lo sguardo nel vuoto.   

    Una lettera di rifiuto, il muso di una cartolaia, una giornata grigia. Non restava che cercare consolazione in qualche vizio. Rossi allungò l’itinerario per passare dall’enoteca. Si affacciò sulla porta e si vergognò. Troppo presto. Bere a quest’ora era da alcolizzati.

    Però.

    Però l’enoteca vuota aveva i suoi vantaggi: per esempio, si poteva stare al banco senza ritrovarsi in mezzo a una discussione fra collezionisti di auto d’epoca o di bicchieri art déco. Si poteva opporre un educato silenzio ai tentativi del gestore di attaccare bottone sul retrogusto del Pigato di Ortovero. Si poteva sedere al tavolino con un giornale e un bicchiere di vino novello, e restare in pace per due ore, senza sogni ma anche senza rotture di coglioni, lasciando stufare la delusione fino a ridurla come certi brasati ben cotti, che si potrebbero mangiare con il cucchiaio. 

                                                              ***

    “Porc…! Si è scaricato. Hai mica da accendere?”

    “Cosa? Ah, sì. Però guarda che il fumo rovina il gusto del vino.”

    “Oh Cristo. Un altro dell’Esercito della salvezza.”

    “Sbagliato. Quelli ce l’hanno con l’alcol.”

    “Oh cazzo, anche pignolo.”

    “Perché pignolo? Preciso, semmai. Al giorno d’oggi l’imperativo è: professionalità.”

    “Ma quante balle. Il mio mestiere, per esempio, è dilettantismo al cubo. Tu cosa sei, un contabile, un ingegnere?”

    “Be’… a dir la verità, non sono niente.”

    “In che senso?”

    “Nel senso che non lavoro.”

    “E come fai a mangiare tre volte al giorno?”

    “Una eredità. Ho avuto fortuna, almeno in questo. E tu, come sarebbe un mestiere da dilettante?” 

    “Io? Io invento storie e le racconto.”

    “Cioè sei uno scrittore!”

    “Ebbene sì. Prendi coscienza della tua immeritata fortuna: un giorno potrai dire ai nipotini che hai bevuto un bicchiere di dolcetto con Dario Moroni, l’immortale autore di Vite a rate e di Fragilità. Sentiti onorato per non meno di quattro secondi e non più di dieci. Okay, basta così. Sul serio non fai il contabile? Quei fascicoli lì cosa sono, manuali per computer?”    

    “Questi? No. È roba… senza importanza.”

    “Fammi dare un’occhiata.”

                                                              ***

    Fu così che, in un imprecisato pomeriggio, in una enoteca vuota, Dario Moroni lesse il primo capitolo di Facciamoli neri, il romanzo che avrebbe segnato la storia del costume quasi quanto La capanna dello zio Tom.

    Perlomeno, questa è la versione di Rossi.

    I filologi hanno rintracciato sei diversi dattiloscritti negli archivi di altrettante case editrici che, in maggioranza, non si disturbarono nemmeno a spedire la solita lettera di rifiuto. Una leggenda metropolitana insinua che una responsabile di collana abbia fatto balenare a Rossi la possibilità di una pubblicazione in cambio di favori sessuali. Ma il libro fu pubblicato solo tre anni dopo, presso un altro editore e in tutt’altre circostanze. Se la leggenda ha un fondamento, c’è da pensare che l’ansia da prestazione abbia giocato un brutto scherzo ad Augusto Rossi (e alla malcapitata).

    Episodi boccacceschi a parte, capire come mai Facciamoli neri fu rifiutato da cinque case editrici è impresa ardua. Incontestabilmente, non è mai esistito un best seller più best seller di questo. Ancora oggi si continua a tradurlo nelle lingue più improbabili, dal basco all’urdu. La Quarterly Publisher Review ha recentemente calcolato che Facciamoli neri, da solo, ha venduto quanto l’intera produzione letteraria di Ken Follett. C’è chi, senza dar credito alle posteriori ritrattazioni, attribuisce a Dario Moroni un commento di questo tenore: “Gli editor leggono i dattiloscritti cercandoci dentro l’argomento che era di moda sei mesi prima. Io ho visto subito che quel romanzo avrebbe imposto la moda dei prossimi decenni.”

    Ma le storie vere non sono mai lineari. La paternità di Facciamoli neri è avvolta nel dubbio. E anche questo ha contribuito non poco alle sue fortune editoriali.

                                                               ***

    Se dobbiamo credere a quanto dice Augusto Rossi, Moroni fu letteralmente catturato dal primo capitolo. Si portò via una copia del dattiloscritto e la lesse avidamente. Telefonò alle tre di notte per complimentarsi. Senza la minima sollecitazione, promise il suo interessamento. “Ne parlo domani stesso in Certaldi&Bandini! Oppure lo faccio leggere a Calzolari e a Stefanin. E ne saranno elettrizzati, ci puoi scommettere. Lascia fare a me.”

    Per qualche giorno l’entusiasmo di Moroni fu alle stelle. Ma Certaldi&Bandini non si sbilanciarono. Il redattore che lesse il manoscritto trovò mille scuse per non mostrare la scheda di valutazione. Il responsabile delle collane di narrativa parlava solo di due autori pakistani che vendevano molto bene negli USA, e ogni tanto si lasciava scappare qualche commento scettico sugli esordienti in genere.        

    Moroni si scocciò. Portò il dattiloscritto alla Rebaudengo, dove confidava nel supporto di Stefanin e di Calzolari. Ma anche i due noti autori si mostrarono tiepidi. Moroni arrivò a chiedere un appuntamento al responsabile editoriale (cosa che non aveva mai fatto neppure per i suoi romanzi), ma l’incontro non gli venne accordato. 

    La svolta, sempre a dire di Rossi, avvenne nell’enoteca che già una volta era stata segnata dal destino, davanti a due bicchieri di bonarda dell’oltrepo.

                                                              ***

    “Ma cosa cazzo credono, questa manica di tirapiedi, che io non ne capisca di libri? Credono di capirne loro, dopo i flop che hanno messo insieme negli ultimi anni? Se io dico che il libro vale, vuol dire che vale! Diecimila copie garantite. E se ingrana il passaparola…”

    “Dario, lascia perdere. Tu sei davvero gentile, ma io ormai ho smesso di prendermela. Non pubblicano? Chi se ne frega.”

    “No, no. Ascolta: non devi abbatterti. Bisogna picchiare, picchiare e picchiare ancora finché funziona.”

    “Ma io mica mi abbatto. Solo, non ci credo più. Avevo spedito il dattiloscritto anche ad altri editori. Uno ha mandato la solita lettera ciclostilata, gli altri hanno cestinato e basta. Francamente, insistere mi sembra patetico.”

    “Ma non dirlo neanche per scherzo! Sarebbe patetico se il romanzo fosse una porcheria. Invece è ottimo e sarà un successo. Ci devi credere.”

    “Gli editori hanno il problema di rientrare nella spesa. Sono loro che non ci credono.”

    “No, il guaio è che gli editori non esistono più. Sono tutti funzionari. Invece che a far libri pensano a far carriera. Dal punto di vista di un funzionario, un miliardo per i diritti di un Wilbur Smith è un investimento, dieci milioni sul libro di un esordiente sono una scommessa.”

    Rossi crede di ricordare che a questo punto ci fu una pausa, come se tutti e due avessero bisogno di tempo per assorbire il concetto. Poi la cosa si precisò. E da quel momento il destino prese in mano le redini della faccenda.

                                                              ***

    Il patto, sostiene Rossi, fu scritto su un foglio strappato dalla sua agendina e siglato dai due contraenti. Ma quel foglio è andato perduto. Sempre secondo Rossi, fu consegnato al notaio Ariberto Stucchi, il quale, due mesi dopo la firma dell’atto, morì stroncato da un infarto. Il figlio, subentrato nell’attività, negò l’esistenza di un preliminare scritto. Segretarie e giovani di studio dissero di non saperne nulla.    

    L’atto in carta bollata, timbrato e autenticato, contiene pattuizioni di dubbia legittimità e, come è noto, fu oggetto di lunghe controversie civili e penali. Lecito o illecito che sia, l’atto stabilisce quanto segue:  

    1) Moroni si impegna a cercare un editore per Facciamoli neri spacciandolo per opera sua.

    2) Rossi si impegna a non rivendicarne la paternità.

    3) Alla morte di uno dei due, il notaio renderà pubblico il patto.

    4) Anche nel caso in cui Rossi sia il primo a defungere, il patto sarà comunque reso pubblico. Moroni erediterà una cifra sufficiente a indennizzarlo da ogni danno pecuniario e morale.

    Oltre a queste disposizioni, l’atto contiene due prolisse dichiarazioni dei contraenti che si dipingono pieni di candore e di disinteresse. In buona sostanza, Rossi dichiara di aspirare solo alla gloria letteraria, ancorché postuma; Moroni giura di avere a cuore il romanzo e, in definitiva, le patrie lettere.  

    Curiosamente, nell’atto non si fa cenno ai diritti d’autore. Secondo Rossi, Moroni non aveva ancora deciso. 

                                                              ***

    A quei tempi Giansiro Guidarelli non era nessuno. Postavanguardia era una minicasa editrice che occupava un ufficio di due stanze in un seminterrato dove si alternavano giovani studentesse con contratti temporanei e, più spesso, senza contratto. All’epoca dei fatti c’erano sei mesi di affitto arretrato e due cambiali in scadenza. Il catalogo era costituito da soli nove titoli, alquanto disparati.

    Quando Moroni gli propose Facciamoli neri, la prima reazione di Guidarelli fu di sospetto: perché mai un autore affermato andava a proporre un romanzo proprio a lui?

    Moroni tagliò corto.

    “Non vuoi leggerlo? Peggio per te.”

    Guidarelli lo rincorse, lo blandì, gli strappò il dattiloscritto dalle mani. E ancora oggi si congratula con se stesso: quelle cinquecento cartelle furono l’equivalente di una vincita alla lotteria. Gli bastò leggere le prime trenta per convincersi di avere messo le mani su una bomba.

    In realtà, qualcosa di strano c’era: lo stile era molto diverso da quello dei precedenti romanzi di Moroni; più carico di metafore e di effetti, meno curato nell’articolazione di trama e intreccio. E poi, a dirla tutta, la storia in sé era quasi banale. Ma era trattata con una forte vena moralistica che rimestava pregiudizi e sensi di colpa in modo davvero originale. Guidarelli pensò che gli editori commerciali avessero rifiutato il libro perché non se la sentivano di rischiare: un autore che cambia pelle è un maledetto azzardo. Quando poi il cambiamento è così radicale, rischia di compromettere il catalogo. Insomma, per Postavanguardia era un’occasione da non perdere.

    E ancora più ghiotta diventò al momento di discutere le condizioni.

    Guidarelli intonò il discorsetto: “Caro Dario, ti renderai conto che un editore in trincea, che fa ricerca e sperimentazione, non può pagare gli anticipi ai quali sei abituato…”

    Moroni diventò rosso fuoco.

    “Guarda, Giansiro, sono un po’ di notti che ci penso…” articolò annaspando. “Non mi interessa far soldi con questo libro. Devolvi i diritti all’Unicef e alla Fao. Non chiedermi perché: ho i miei motivi.” 

    Il contratto fu firmato, senza anticipo e con i diritti all’8 per cento. Il libro fu stampato in duemila copie, mille delle quali vennero spedite in omaggio, oltre che ai critici letterari, a tutte le organizzazioni di volontariato e ai movimenti che lottano per i diritti delle minoranze.

    La mossa di Guidarelli fu un misto di lungimiranza e di cinismo. Oggi, Facciamoli neri è riconosciuto come il manifesto del “politically correct”. Ma all’epoca, quando nessuno era in grado di prefigurare gli sviluppi, l’intuizione di Guidarelli fu un colpo di genio imprenditoriale che trasformò il romanzo da evento letterario a vero e proprio fatto di costume. Il passaparola partì con fulminea rapidità. Nessuno si curò della finezza con cui la storia (tanto tragica quanto plausibile) veniva asservita alla tesi dell’autore. Le analisi sociologiche, la complessità dei personaggi vennero totalmente trascurate. Il messaggio che circolò fu più o meno questo: “Facciamoli neri ci rappresenta con una coerenza che non sapevamo di avere. D’ora in avanti nessuno potrà accusarci di essere in contraddizione se criticheremo le multinazionali dalla terrazza dei nostri attici ai Parioli o dalla tolda delle nostre barche a vela.”

    Ben prima della settima ristampa il libro fu richiesto dai maggiori agenti letterari internazionali. Uscì negli USA accompagnato da una campagna pubblicitaria a dir poco aggressiva: chi non lo leggeva era una carogna, un maschilista guerrafondaio nemico delle minoranze, un fautore della vivisezione e della pena di morte. In meno di un anno vendette tre milioni di copie.

                                                               *** 

    “Ti rendi conto? Da quando il libro è uscito non vedo più una lira! Vivo con le ospitate nelle televisioni, i gettoni di presenza, i rimborsi spese.”

    “Addirittura! E gli altri tuoi romanzi?”

    “Ma per amor del cielo! Da quando è uscito il maledetto best seller non vendono più neanche una copia. Sono troppo diversi. Il pubblico li considera cose minori, superate. Intanto, Guidarelli reclama il seguito di Facciamoli neri. E dovrei anche scriverlo con lo stesso stile!”

    “Scusa, ma perché diavolo hai rinunciato ai diritti?”

    “Oh, dico, ho un amor proprio! Ho una dignità! E poi, come facevo a immaginare…? Fatto sta che Certaldi&Bandini mi accusa di avergli portato via Facciamoli neri sotto il naso. Rebaudengo idem. Stefanin e Calzolari semplicemente mi odiano, come se fosse colpa mia se hanno fatto la figura dei babbioni. Postavanguardia, che ci ha fatto sopra i miliardi, adesso ha la puzza sotto il naso: se non è scritto con quello stile e se non è politicamente corretto, non mi pubblica neanche un raccontino di due cartelle. L’unica cosa che ho è un blocco creativo: non riesco più a scrivere una riga. Soltanto l’idea di mettermi a imitare uno stile che non è il mio mi fa star male. Insomma: sono rovinato.”

    “Be’, questo non potevamo proprio prevederlo!”

    “Eh, certo che no. Ma io sono nei guai fino al collo. Devi darmi una mano. Non hai qualcosa nel cassetto?”

    “Un momento! Quel che ho nel cassetto sono affari miei. Scrivere un romanzo mi costa anni di vita. Il prossimo deve uscire con il mio nome.” 

    “Uhm! L’hai scritto o ce l’hai soltanto in testa?”

    “È scritto, è scritto. Ma come faccio a presentarlo a un editore? È troppo evidente che è il seguito di Facciamoli neri! Chiunque direbbe che sono io a imitare te!”

    “Oh madonna, in che casino siamo andati a cacciarci!”

                                                               ***

    È bene sottolineare una volta di più che questa è la versione di Augusto Rossi. La verità di Dario Moroni è tutt’altra. Ma va anche detto che, analizzati in dettaglio, sia il resoconto di Rossi che quello di Moroni presentano lacune e incongruenze. Come è noto, solo la finzione è accurata, la realtà molto spesso appare approssimativa. 

    Rossi sostiene di aver passato a Moroni due raccontini e un breve saggio che furono pubblicati su “Donna moderna” e su “L’intransigente” e vennero ripresi dalle riviste più prestigiose: Time, Spiegel, Paris Match. Risulta dalle fatture che quelle poche pagine furono pagate a peso d’oro. Ma nei mesi successivi cominciarono a circolare indiscrezioni sul seguito di Facciamoli neri.

    Sempre stando a Rossi, i due scrittori si accusarono reciprocamente di aver fatto filtrare la notizia allo scopo di forzare la situazione. Rossi sospettava una manovra per espropriarlo del secondo romanzo, Moroni temeva che Rossi avesse deciso di rendere pubblico il contratto prima del tempo. I rapporti fra i due si deteriorarono rapidamente.

    Rossi sostiene di aver proposto una soluzione: rivelare la verità presentandola come una burla, servirsene per il lancio pubblicitario del secondo romanzo, fare a metà dei diritti.

    Moroni avrebbe controproposto: anticipo e diritti da dividersi 60% Rossi e 40% Moroni, ma il libro uscirà con il mio nome e Facciamoli neri resterà mio.

    Non ci fu modo di trovare un’intesa.

    Pochi giorni dopo la rottura, Rossi sporse denuncia per un furto con scasso nel suo appartamento. Non erano stati rubati oggetti di valore, ma era stato distrutto il computer ed erano spariti tutti i floppy disk. La denuncia era contro ignoti. Solo tre anni dopo Rossi accusò Moroni di avere trafugato il testo di AntiBigMac, il seguito di Facciamoli neri.  

    All’epoca del presunto furto, Moroni viveva come un recluso. Aveva acquistato un revolver e lo teneva carico sotto il cuscino. Non usciva di casa se non accompagnato. Aveva fatto testamento. Tutti i suoi amici confermano che temeva un attentato. Si parlò di manie, depressione, paranoia. Nessuno poteva immaginare l’esistenza di un patto in virtù del quale Rossi avrebbe tratto enormi vantaggi dalla morte di Moroni.   

                                                              ***

    La data esatta in cui Moroni sparì non fu mai accertata. Per qualche giorno, quotidiani e televisioni cucinarono la notizia in cento salse. I periodici insistettero per un mese. Le chiacchiere dei salotti stiracchiarono l’interesse ancora per un po’.

    Quando il clamore si ridusse a rumore di fondo, una notizia sconvolse il mondo letterario: un agente londinese aveva ricevuto il dattiloscritto di AntiBigMac. Il plico gli era pervenuto tramite un corriere internazionale, aveva come mittente una banca svizzera e conteneva, oltre al testo, una procura e due pagine di dettagliate istruzioni. Il tutto in forma rigorosamente anonima.

    L’argomento, lo stile, il linguaggio, tutto concordava nel far ritenere che anche questo libro fosse stato scritto da Moroni (o quantomeno dallo stesso autore di Facciamoli neri). Ma l’anonimato stuzzicò la curiosità del pubblico e della  critica.

    Per la vendita dei diritti l’agente organizzò una vera e propria asta. I maggiori editori del pianeta si svenarono per disputarseli. In America e in Europa le campagne pubblicitarie furono ossessive. AntiBigMac rimase in cima alle classifiche per ottantasei settimane.

    Il fatto che, questa volta, i diritti non andassero in beneficenza scatenò discussioni e dibattiti. Gli intellettuali italiani e francesi si divisero trasversalmente in due partiti: gli indignati e i concilianti. In America, un celebre giornalista indagò sul percorso dei bonifici bancari per il pagamento dei diritti d’autore. Ma dopo sei mesi di indagini, durante i quali era rimbalzato da Nassau a Zurigo, a Curaçao e a Lussemburgo, approdò alle Isole Tongue, repubblica islamica dove il segreto bancario era scritto nell’articolo 1 della Costituzione e gli impiegati di banca, in caso di infrazione, erano puniti con il taglio della lingua. 

                                                                         ***

    Un anno dopo l’uscita di AntiBigMac, un aereo da turismo precipitò nella selva ecuadoriana. Il pilota, lanciatosi con il paracadute, riuscì a salvarsi e, dopo sei giorni di marcia fra serpenti e cannibali, raggiunse un villaggio dal quale poté fare ritorno a Quito. Alla commissione d’inchiesta della Aviazione Civile dichiarò di avere avuto a bordo un solo passeggero, registrato come Moreno da Rio, che in realtà era lo scrittore italiano Dario Moroni. Il passeggero non aveva voluto paracadutarsi. La notizia fece il giro del mondo.

    Con la tipica procedura sommaria sudamericana il tribunale di Quito convalidò le dichiarazioni del pilota ed emise una sentenza di morte presunta per Dario Moroni. Il consolato italiano la notificò al notaio Ulderico Stucchi fu Ariberto, il quale convocò il corrispondente dell’Ansa e gli consegnò una fotocopia del patto Rossi-Moroni.

    Lo scalpore fu immenso. Facciamoli neri venne immediatamente ristampato e andò a ruba. Augusto Rossi fu conteso da televisioni e riviste, invitato al Festival di Sanremo e a un the in casa di Camilla Parker Bowles. In Francia, Facciamoli neri ricevette il premio Goncourt; in Italia, la giuria dello Strega si riunì per decretargli un premio straordinario.

                                                                  ***

    Sul finire del millennio una spedizione di antropologi finanziata dall’ONU entrò in contatto con una tribù di indios Auca stanziata sul versante amazzonico delle Ande ecuadoriane. Per la prima volta nella storia un gruppo di uomini bianchi entrò in un villaggio di cannibali e ne uscì vivo. L’impresa fu possibile grazie a una circostanza del tutto eccezionale.

    Ai margini del villaggio, in una capanna separata, viveva un uomo bianco al quale gli indigeni portavano ogni giorno cibo e acqua. In contropartita, gli proibivano di avvicinarsi alle femmine e gli chiedevano dei responsi. Insomma, lo trattavano come uno sciamano.

    L’uomo era Dario Moroni. Miracolosamente sopravvissuto allo schianto dell’aereo, era stato estratto dai rottami da una pattuglia di Auca i quali, credendolo cadavere, avevano cominciato a incidergli una coscia con l’idea di cuocerla allo spiedo. Il dolore aveva fatto riprendere i sensi al povero Moroni, che aveva mormorato parole confuse. Gli indios le avevano prese per una invocazione. In quel momento, dal folto della selva era uscito strisciando un anaconda, animale sacro agli Auca. Il grosso rettile aveva attraversato la radura e se ne era andato per i fatti suoi, del tutto ignaro di aver salvato la vita allo scrittore.

    Nella sua qualità di pontefice del dio anaconda, Moroni si fece garante per gli antropologi e li mise in grado di studiare usi e costumi degli Auca. Gli antropologi, partendo, gli lasciarono una torcia elettrica. Rientrati a Manaus, noleggiarono un elicottero. Atterrarono in piena notte nella radura sacra (e quindi tabù), dove Moroni faceva segnalazioni con la torcia. Riportarono a Manaus uno scrittore redivivo e due rotoli di carta igienica fittamente coperti da una scrittura continua e faticosa. 

                                                                   ***

    Quando Dario Moroni rimise piede in Europa era stato informato di tutto: la sua morte presunta, la pubblicazione del patto, l’apoteosi di Augusto Rossi.

    Prima di incontrare la stampa, Moroni consultò un avvocato ed ebbe un colloquio con Giansiro Guidarelli. La versione che espose ai giornalisti risultò semplice e lineare.    

    Il contratto esibito da Rossi era falso: Rossi aveva ingannato il vecchio notaio grazie a un complice che si era spacciato per Dario Moroni. La firma in calce all’atto era apocrifa. Altrettanto fasullo era il furto in casa di Rossi: l’originale di AntiBigMac, l’unica copia esistente, era quella giunta a Londra per corriere. L’aveva spedita lui, Moroni, e poteva provarlo. Si era dato alla clandestinità per sottrarsi alle minacce di Rossi, ormai deciso a eliminarlo fisicamente. Ma fuggire non era stato sufficiente: Rossi l’aveva rintracciato e voleva la sua morte. Aveva pagato il pilota per simulare un’avaria e salvarsi con l’unico paracadute di bordo dopo aver diretto l’aereo verso il folto della selva. A riprova di ciò, Moroni richiamò l’attenzione sul fatto che il pilota era ricomparso nella civiltà a ovest della cordigliera delle Ande, mentre l’aereo era precipitato a est. Il pilota, raccontò, si era lanciato con il paracadute dopo aver innestato il pilota automatico. L’aereo aveva continuato a volare ed era precipitato solo dopo aver esaurito il carburante. 

    Quello stesso giorno Guidarelli annunciò che Moroni aveva scritto un nuovo romanzo in un uno stile del tutto diverso dai precedenti. Il libro sarebbe stato in vendita nel giro di due mesi, era intitolato Inciviltà, ed esprimeva la nuova visione della vita che l’autore aveva maturato nel suo esilio amazzonico.

    Augusto Rossi non ebbe il tempo di emettere un comunicato o di rilasciare un’intervista. Una pattuglia di carabinieri gli consegnò un avviso di garanzia che ipotizzava molteplici reati, fra i quali il tentato omicidio. In presenza del rischio di reiterazione del reato, il Gip convalidò l’arresto. 

    Dario Moroni tornò a essere la star dei talk show. Inciviltà vendette un milione di copie in un mese. Il partito radicale gli offrì una candidatura al senato. In televisione, una matura ma non del tutto sfiorita soubrette si dichiarò pazzamente innamorata di lui.

                                                               ***

    L’inchiesta giudiziaria andò avanti con la lentezza, le fughe di notizie e i falsi scoop di prammatica. In capo a dieci mesi, dopo il solito ping pong di sentenze e ricorsi, Augusto Rossi ottenne gli arresti domiciliari. Il processo era ancora di là da venire.

    Poco dopo uscì Calunnia, il nuovo libro di Rossi che, nello stile di Facciamoli neri, stemperava le tesi originarie in una visione più pacata. 

    In coincidenza con la sentenza di primo grado che derubricò il tentato omicidio a lesioni colpose, Moroni diede alle stampe Je m’en fous du passé, il romanzo che segnò la sua adesione all’induismo e la sua presa di distanza dalle banalità del quotidiano.   

    Nonostante la disapprovazione degli intellettuali, Moroni rimise la querela penale contro Rossi e venne a una transazione per la causa civile. Rossi si impegnò nel volontariato. Moroni riprese a girare il mondo. A carico di Rossi rimase in piedi solo l’accusa di tentato omicidio, per la quale la procura era ricorsa in appello e sulla quale giornali e televisioni specularono ancora a lungo. La causa finì due volte in Cassazione. Non se ne venne a capo finché il presunto reato non fu estinto da un’amnistia.

    Rossi e Moroni, liberi e separati, seguitarono a viaggiare, scrivere, far parlare di sé. Ebbero mogli passeggere e amanti bellicose. Sopravvissero alle une e alle altre. Finirono per ritrovarsi, a novanta e più anni, nello stesso albergo sulla costiera amalfitana.

                                                               ***

    “Abbiamo vissuto?”

    “Me lo domando anch’io. Certe volte mi sembra tutto così stupido.”

    “Sarebbe bello se, almeno, restassero i nostri libri.”

    “Già. Facciamoli neri, AntiBigMac…”

    “Non ricominciare: quelli li ho scritti io!”

    “Vecchio balordo, non ricordi neanche cosa hai mangiato a colazione: Facciamoli neri e AntiBigMac sono roba mia! E comunque, chi se ne frega. A quelle idee non credo più. Non ci crede più nessuno.”

    “Ma non è vero! A me continuano ad arrivare email di lettori entusiasti.”

    “Imbecille! Non hai ancora capito che ogni vent’anni il mondo cambia interessi? I nostri libri sono già dimenticati. Il massimo che possiamo sperare è che qualche critico li riscopra fra un secolo o due.”

    “Ma dici davvero?”

    “Ho paura di sì.”

    “Mah…”

    “Eh…”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           Intolleranza

    La mattina del 29 Febbraio 2048 i cinquemila operai delle Manifatture Donnerwetter non si presentarono al lavoro: si erano dati convegno a Keinergau, capoluogo della Neustria e sede del Governo Mondiale Unificato. Quando il corteo si mise in marcia verso il palazzo del governo, la popolazione della capitale, in modo del tutto inatteso, si unì ai manifestanti. La polizia non aveva ordini al riguardo e non intervenne.

    Gli avvenimenti che seguirono sono così raccapriccianti che il Consiglio Provvisorio ha provveduto a cancellarne ogni accenno dalle memorie dei computer. Da centocinque anni il mondo ignora tutto dei tre giorni nei quali la Storia imboccò la via della decadenza. Persino il luogo in cui si svolsero i fatti è ormai introvabile. Keinergau non esiste più e pronunciare il suo nome è considerato reato.

    La storia, quella vera, mi fu narrata da mio nonno, ex funzionario della Presidenza Federale, il quale finché visse non volle mettere per iscritto i suoi ricordi e raccomandò anche a me di non rivelare a nessuno la storia della catastrofe. Fino a oggi ho rispettato il suo consiglio; ma ormai anche la mia vita volge al termine, sono rimasto l’ultimo a conoscere la verità e ostinandomi a tacere condannerei il mondo alle nebbie dell’ignoranza.

                                                                      ***

    Per un breve periodo l’Unione Mondiale parve aver liberato il genere umano dall’incubo della guerra. In Europa, per stroncare la piaga del nazionalismo, gli stati nazionali vennero smembrati, ricostituiti con diversi confini e ribattezzati. Le istituzioni federali favorirono l’ampliamento dei mercati, fecero progredire l’economia e migliorarono la qualità della vita. Ma le elezioni del 2047 diedero la maggioranza assoluta al Partito Ecologista Unificato e al suo leader Max Kleiderstein, una figura tragicamente grande nei vizi come nelle virtù. Di lui restano poche immagini negli archivi e nei database, immagini ritoccate che lo raffigurano come un bruto. Ma mio nonno, che ebbe modo di vederlo e di parlargli, lo descriveva come un uomo colto, il cui aspetto ispirava semmai soggezione.

    Fra mille altri problemi, che apparivano ben più importanti, l’ascesa al potere del partito ecologista portò alla ribalta anche la “questione delle corride”. Da tempo immemorabile, in Vandalia e in Visigotia (così erano state ribattezzate l’Andalusia e la Castiglia) era uso celebrare le feste patronali uccidendo a fil di spada un certo numero di tori. L’antica usanza era considerata intollerabile dagli animalisti, fazione estrema del partito ecologista. Forti del potere appena conquistato, gli animalisti scatenarono una campagna di stampa contro vandali e visigoti accusandoli di crudeltà, sadismo e perversione. Non si è mai saputo se la campagna fosse stata organizzata dal governo o semplicemente vista con favore; ma quando la mobilitazione dell’opinione pubblica raggiunse il culmine, Kleiderstein convocò nella capitale i governatori di Vandalia e Visigotia, sicuro di concludere la faccenda in un paio d’ore.

                                                                     ***

    In quel momento, la leadership di Kleiderstein non aveva rivali nel partito di governo. L’opposizione, sbigottita dalla sconfitta, si era divisa in tronconi demoralizzati e rissosi. Kleiderstein ne approfittò per svuotare di contenuto gli organi costituzionali. Gli affari di stato venivano decisi nel suo ufficio e al Parlamento non restava che ratificare.

    Ma la questione delle corride si rivelò più complicata del previsto. I governatori di Vandalia e Visigotia, per quanto membri del partito ecologista, accamparono ogni genere di scuse, si arrampicarono su tutti gli specchi. Le corride alimentavano enormi correnti di turismo. Davano lavoro a trecentomila capifamiglia. Erano entrate nella letteratura, nelle arti figurative, nell’opera lirica, nel cinema. Proprio le corride salvavano dall’estinzione la razza dei tori da combattimento. Eccetera eccetera. I due vecchi arnesi della politica locale non risparmiarono sofismi, cavilli e acrobazie verbali. Nonostante ciò, il decisionismo di Kleiderstein stava per fare breccia nella resistenza visigota. E allora il governatore vandalo alzò la posta.

    “Signori” dichiarò, “non fatevi illusioni: i vandali sanno che la vostra pietà è strabica. I nostri tori scorrazzano per pascoli di migliaia di ettari e non scendono nell’arena prima dei quattro anni d’età, mentre voi incatenate i bovini alla mangiatoia e li uccidete a diciotto mesi per farne bistecche. Proibite le corride e ogni vandalo ci vedrà un sopruso della Neustria industriale ai danni della Vandalia agricola. Niente ideali, niente buone intenzioni. Solo arroganza. Abolite le corride e alle prossime elezioni non avremo un solo voto in tutta la Vandalia!”

    Ci fu un coro di proteste. Ma il vandalo non se ne dette per inteso.

    “Siete sicuri di essere nel giusto?” insistette. “Allora date l’esempio! Abolite la caccia, vietate la pesca, smantellate le stalle e i macelli! Proibite a tutti di sfruttare gli animali e di ucciderli per farne cibo!”

    Qualcuno cercò di far tacere il provocatore gridando: “Demagogia!”. Ma Kleiderstein rimase silenzioso e il vandalo proseguì.

    “Volete il consenso del popolo? Allora esibite una virtù che faccia impallidire il peso dei sacrifici: promulgate una Costituzione Vegetariana! Insomma: devo insegnarvi io l’abicì della politica?”

    Forse fu quest’ultima provocazione a spingere Kleiderstein verso una scelta dalle conseguenze disastrose.

                                                                         ***

    La legge costituzionale che faceva dell’Unione uno stato vegetariano fu approvata a larga maggioranza ma, quando si trattò di emanare le leggi di attuazione, sorsero un’infinità di problemi pratici e di principio. I parlamentari discussero per mesi se fosse lecito cibarsi di uova e latticini. Quanto al latte, si raggiunse un faticoso compromesso: era lecito mungere le vacche, ma era reato rinchiuderle nelle stalle. Quanto alle uova, venne laboriosamente sancito il principio che quelle non fecondate potevano far parte dell’alimentazione umana. Nacque però una diatriba su come distinguere le uova fecondate dalle altre e sulle pene da comminare ai trasgressori. Poi sorse il problema se le uova di oca, anitra, tacchina e degli altri volatili da cortile fossero assimilabili alle uova di pollo. Un’accesa polemica divise i due rami del Parlamento a proposito delle uova di selvaggina. E siccome il diavolo si nasconde nei dettagli, il furore legislativo giunse a occuparsi persino delle uova di nandù e di ornitorinco.

    Intanto, l’economia era sottoposta a violenti scossoni. Carne e pesce non erano più in commercio, i prezzi delle derrate vegetali erano saliti alle stelle. I bovini liberati dalle stalle vagavano allo stato brado per i campi, rovinando le colture e facendo scempio degli orti. Mungere le vacche ritornate selvatiche era difficilissimo. La produzione di latte e formaggi crollò. I media, con il solito scandalismo, riportarono casi di neonati denutriti e di anziani sbriciolati vivi dall’osteoporosi.

    La produzione industriale crollò perché i redditi delle famiglie erano interamente assorbiti dalle spese per il vitto. Nessuno poteva permettersi l’acquisto di un’auto, un elettrodomestico, un vestito, un paio di scarpe, e le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Gli operai disertavano i posti di lavoro durante il raccolto degli ortaggi e della frutta: in campagna, se non altro, erano pagati in natura. Ma i contadini, che avevano subito la perdita del bestiame, tesaurizzavano il guadagno dei campi comperando monete d’oro che poi nascondevano in cantina.

    La malavita organizzata allestì macellerie clandestine dove, senza il minimo controllo igienico, si spacciava carne di ogni genere a prezzi di borsa nera. Kleiderstein, prigioniero delle sue scelte, ne accentuò il rigore. Per tutelare la salute pubblica, comminò la pena di morte a chiunque uccidesse un animale.

    La vita di un pollo era arrivata a valere più di una vita umana.

                                                                        ***

    La manifestazione del 29 febbraio fu causata appunto da questo sciagurato provvedimento. Kamal Müller, operaio delle Manifatture Donnerwetter, disperato per l’impossibilità di nutrire i suoi tre figli, aveva tirato il collo a una gallina vagante e l’aveva cotta allo spiedo. Grazie alla delazione di un vicino, la polizia aveva ammanettato il pericoloso criminale e, in attesa dell’esecuzione, l’aveva rinchiuso nelle carceri di Keinergau.

    Come ho già detto, il corteo fu indetto dalle rappresentanze sindacali delle Manifatture Donnerwetter al solo scopo di implorare un atto di clemenza. In modo del tutto imprevisto, quasi tutta la popolazione di Keinergau scese in piazza e si unì al corteo. Quando le avanguardie giunsero al palazzo del governo e i rappresentanti chiesero di essere ricevuti per consegnare una petizione, il capo della guardia rispose che non avrebbe fatto passare nessuno se prima i manifestanti non si fossero dispersi. Ma la gente sopraggiungeva in continuazione e si accalcava agli ingressi. A un certo punto, senza motivo apparente, la moltitudine rumoreggiò e prese a spingere sui cancelli. Fu allora che un giovane ufficiale perse la testa: estrasse la pistola e sparò in aria. La folla gridò “Assassini!” e fu subito un coro che migliaia di persone urlavano eccitandosi l’un l’altra. Mentre le guardie spianavano le armi, il popolo sfondò i cancelli, travolse le difese, invase il palazzo del governo e lo mise a sacco. Kleiderstein, preso alla sprovvista, fu linciato. Il suo cadavere venne posto a rosolare su un treppiedi che gli operai di un cantiere stradale avevano ricavato tagliando le sbarre della cancellata con la fiamma ossidrica. Intanto, tutti gli spacci nelle vicinanze erano stati svaligiati e si era fatto man bassa di birra, vino e liquori. 

                                                          ***

    Nella concitazione dell’assalto, nessuno fece caso all’elicottero che si alzava dalla cima del palazzo. Il Capo di Stato Maggiore, generale Gutenteil, mentre ancora si trovava in volo, ordinò alle divisioni corazzate di stanza in Austrasia e Borussia di convergere sulla capitale. In poche ore l’accerchiamento fu completato e i cannoni aprirono il fuoco. Keinergau venne rasa al suolo. Dopo tre ore di bombardamento a tappeto, Gutenteil ordinò alla fanteria di avanzare “sparando su tutto ciò che si muove”.

    Il giorno dopo, un Comitato di Salute Pubblica costituito in tutta fretta ringraziò le truppe e le invitò a ritirarsi in una guarnigione della Lotaringia. Il generale Gutenteil, convocato nella fortezza di Tablette, vi entrò da trionfatore e non ne uscì mai più. Pare che sia stato giustiziato quella stessa notte e sepolto in un luogo sconosciuto. I soldati che avevano preso parte alla strage e i pochi abitanti superstiti di Keinergau furono deportati senza processo nelle miniere di verulamio della Cambria Settentrionale. Nei mesi seguenti, migliaia di ruspe spianarono i ruderi della città e la Guardia Forestale trapiantò milioni di alberi di alto fusto. Di Keinergau non rimase più traccia.

                                                                *** 

    Questa è la verità che i governanti hanno occultato per più di un secolo e io la consegno al mondo perché non dimentichi che niente è più catastrofico che l’illusione di possedere la verità.

    La distruzione di Keinergau fu il principio della fine: negli anni successivi il Comitato di Salute Pubblica fu paralizzato dalle divisioni interne, a partire dalla periferia le regioni presero a staccarsi dall’Unione, le dispute di confine degenerarono in uno stato di guerra permanente, le comunicazioni diventarono pericolose. I commerci si bloccarono, l’economia sprofondò in una recessione senza fine, le arti e le scienze decaddero. In meno di un secolo la civiltà scomparve e un secondo medioevo scese sull’umanità.

 

                                                 Il tram              

 

    Non gli era mai successo. Dopo pranzo si era seduto in poltrona con l’idea di ascoltare un telegiornale, e invece si era addormentato. In certi assolati pomeriggi della sua infanzia non avrebbe chiesto di meglio che dormire per un paio d’ore. Non c’era mai riuscito. Questa volta si svegliò a pomeriggio inoltrato, fluttuando nel torpore, e rimpianse di non aver continuato a dormire, placidamente, senza sogni.

    Scese in strada galleggiando su una nuvola di incoscienza, con in bocca uno strano sapore di nostalgia. Montò in macchina senza aver deciso dove andare e procedette a caso lungo strade curve. Perse l’orientamento. La città gli appariva smisurata, come l’aveva vista da bambino, e tutto ciò che avrebbe dovuto ricordare sembrava scritto su una lavagna dove qualcuno aveva passato un colpo di straccio. I pensieri si attardavano lungo i profili di un albero, di un palazzo, di una pensilina alla fermata del tram. Poche ore prima, pensieri senza scopo gli sarebbero parsi un’assurdità. Ma in quella condizione aurorale, con la mente beata e i lineamenti distesi in una espressione estatica, la strada era il letto di un fiume in secca e le sponde erano pareti ripide, piene di buchi ai quali ogni tanto si affacciava una donna. La doppia fila di platani che fiancheggiava le rotaie del tram segnava le rive di un fosso. Il cielo era un’ovatta azzurra che chiudeva tutti gli interstizi. Al di là dell’ovatta c’era un coperchio, e intorno al coperchio un giro di scotch.

                                                              ***

    Arrivò in uno spiazzo dove le rotaie descrivevano un cerchio e ripartivano in senso opposto. Il tram sopraggiungeva in quel momento: percorse curva e si fermò. Le persone in attesa salirono a una a una. Diventarono teste mozze appoggiate ai finestrini, come le zucche intagliate che i bambini depongono davanti alle braci del camino. Il tram si avviò. Senza motivo, ma con la sensazione che quella fosse la cosa giusta da fare, lui ingranò la marcia e lo seguì.

    Il viale era un lungo rettilineo ai lati del quale le case emergevano fra prati incolti e discariche abusive. Il tram viaggiò fino alla prima fermata e aprì le porte. Nessuno scese, nessuno salì. All’angolo di una strada deserta, una chiesa con un quadriportico bianco di calce sembrava una struttura senza scopo in mezzo a un paesaggio abbandonato. Nel silenzio, nel sole che faceva male agli occhi, la geometria del colonnato insinuò la suggestione di un segreto. I contorni netti della luce e dell’ombra sembravano contrapporsi in modo irriducibile. Era una cosa priva di senso. 

                                                              ***

    Il tram si era rimesso in moto. Mentre lui fantasticava, aveva percorso quasi un chilometro e si era fermato a un semaforo, con le porte chiuse. Il viale cominciava ad animarsi. C’era gente sui marciapiedi. Nel piazzale di un supermercato i clienti scaricavano i carrelli.

    Altre fermate, e il viale non era più tanto largo, le automobili sopraggiungevano chiedendo strada, i guidatori lanciavano occhiate.

    Il tram sostò davanti a una scuola. Il portone era sbarrato, ma lui salì lunghe scale dagli alti gradini e percorse lunghi corridoi dagli alti soffitti. Finestre aperte. Luce formicolante. Buio. Luce. Sul lato opposto, porte chiuse e voci autoritarie. Andò avanti col cuore in gola, cercando una porta, una statua parlante e tante statue silenziose, ingabbiate dentro a strutture di legno, lunghe barche senza scalmi.

                                                               ***

    Non si rese conto di essere ripartito. Seguì il tram come un sughero risucchiato dalla corrente. Lo affiancò alla fermata successiva. Tra le persone che salivano colse il profilo di una donna. Gli mancò il fiato. Ora il segreto non aveva più niente a che fare con i giochi puerili e le sensazioni da adolescente. Quel viso era l’unica cosa che avesse senso. 

    Il traffico aumentava, le strade erano più strette. Lei era seduta sul lato destro: affiancando il tram, alzando lo sguardo, la sua immagine era tagliata dal riflesso dei vetri nell’altalena di scatti e frenate. Il tram avanzava con un moto irregolare e anche lui procedeva a singhiozzo, schivando pedoni trasognati e pony express inseguiti da fantomatici comanches. La donna seduta lassù era l’unica certezza. Lei. Solo lei. Lei e nessun’altra.

                                                               ***

    Eppure il tram si fermava davanti a un vicolo. E anche lì si passava continuamente dalla luce all’ombra, avanti e indietro, trasportando sacchi polverosi. I viaggi moltiplicavano i sacchi e si smetteva presto di far caso alla polvere. I sacchi erano disposti a strati, erano la base di una torre. Ogni strato aumentava il distacco dalla banalità quotidiana, cancellava paure e timidezze. I sacchi viaggiavano dal giorno alla notte, dal pozzo alla superficie, e il loro andirivieni trasmutava la materia vile nel più nobile dei metalli.   

    Era così semplice! Per conoscere il segreto bastava comperare la chiave. E impugnando la chiave avrebbe fermato il tram, sarebbe salito come un re barbaro conquistatore, l’avrebbe guardata negli occhi e tutto sarebbe cambiato.

    Il tram arrivò davanti al tribunale. Scale, gradini, corridoi di marmo. All’improvviso, la sensazione di andare a un duello disarmati. La paura e la vergogna di essere senza risorse. Un meccanismo impersonale, un gioco dell’oca, lo costringeva a sostare in una casella.

                                                               ***

    Il tram era entrato in una zona pedonale. Non c’era tempo per parcheggiare, rincorrerlo, salire anche senza biglietto. Perché non ci aveva pensato prima? Ormai poteva solo aggirare la zona pedonale, attendere il tram e sperare che lei ci fosse ancora.

    In una sala di marmo fredda come il banco di un macellaio, una voce impassibile recitò una litania di condanna. Il semaforo di fronte alle carceri passò sul rosso.

    Corridoi, corridoi. Luci false e falso buio. Penombra. Il tempo era una stalattite di ghiaccio che pendeva da una grondaia dove il sole non batteva mai. Il tempo senza sole era uno sfondo dove tutto si confondeva. Non aveva più senso innalzare una torre di sacchi polverosi o cercare il segreto dell’alternarsi di luce e ombra.

    In fondo alla strada il tram uscì dalla zona pedonale. Il semaforo passò sul verde e lui riprese l’inseguimento. Ma senza affiancarsi: si limitò ad accompagnare il tram, sostando alle fermate, scrutando il volto dei passeggeri che scendevano. Lei doveva essere a bordo, doveva esserci per forza, altrimenti niente avrebbe più avuto senso.

                                                               ***

    E ormai era finita anche la penombra. Il tram aveva acceso il suo unico occhio da gatto e filava nel buio lungo un altro viale di periferia. Le fermate erano sempre più distanti, i passeggeri sempre più scarsi.

    Corse in fondo al viale, dove le rotaie tornavano a descrivere un cerchio e ripartivano verso la città. Fermò la macchina davanti al capolinea e attese. Il tram arrivò scivolando, come una nave alla banchina, con tutte le sue luci accese. Si arrestò e aprì le porte. Non scese nessuno.

    Lui si avvicinò alle porte spalancate, ai finestrini illuminati. Il tram era vuoto. Le porte a soffietto si richiusero. Il tram ripartì, si allontanò nella notte, battello di luce in un mare senza onde. Lui si voltò, lasciò alle spalle gli ultimi bagliori dei lampioni. Entrò nel buio ininterrotto.

 

 

 

                                      Stazione Centrale

    “Bello” disse Shirley senza entusiasmo. La valle che si stendeva ai suoi piedi era coperta di piante di pistacchio. Una foresta che saliva fino al colle dirimpetto, in cima al quale, come una ciliegina su un dolce a forma di cono, c’erano poche case raggruppate intorno a un campanile. La conca si apriva in dolci declivi sia a nord che a sud. Solo lì, fra Pevera e Tor del Tronco, formava una strettoia, un grande sifone assolutamente sproporzionato al fiumiciattolo che scorreva sul fondo.

    Per convincerla a passare due giorni con lui in quel posto fuori dal mondo, Maurizio non le aveva dato tregua. Shirley aveva dovuto sciropparsi, in sequenza, il racconto della scoperta del borgo di Pevera, avvenuto cinque anni prima durante un vagabondaggio solitario fra boschi e vigneti (sai che avventura!); il panegirico dell’hotel Pangloss, ex convento dal quale si godeva una vista sublime (uff! vuoi mettere Montecarlo?); una lunga menata sulle particolarità del microclima (figuriamoci!) e la leggenda del garibaldino (ommadonna, ci mancava anche questa!) che in Sicilia si era riempito le tasche di sementi di pistacchio, dopodiché, tornato a Pevera, aveva seminato e trapiantato fino a far crescere una foresta.

    Totale: erano partiti per condividere i cieli aperti, i villaggi posati sul cocuzzolo delle colline di creta e d’argilla, il vento tra le fronde degli olivi e dei pistacchi. Ma poi Maurizio aveva voluto fare sesso e la faccenda aveva preso la solita piega. In tutte le sinfonie di repertorio nella Filarmonica (dove lui era primo violoncello, lei flautista precaria) Maurizio non avrebbe mai sbagliato un attacco. A letto non ne azzeccava uno. Se Shirley lo desiderava in versione Tarzan, lui era impacciato come un sedicenne; quando lei avrebbe voluto abbandonarsi a dolciastre melensaggini, lui diventava scomposto e aggressivo. E, soprattutto, svicolava come uno scolaretto che non ha studiato la lezione ogni volta che – per puro caso – il discorso cadeva sull’organico delle tournées. Insomma: era un disastro.

    “Come hai detto che si chiama quel paesino?”

    “Tor del Tronco.”

    “Chissà se di lassù le cose hanno un altro aspetto.”

                                                              ***

    Ma quale estasi, ma quale rapimento! Shirley era una frana. Per due settimane la passione le aveva cucito addosso una falsa immagine, ma adesso il velo era caduto e la ragazza si mostrava in tutta la sua povertà: la sua conversazione era una antologia di frasi fatte, il suo scopo nella vita era comparire sui rotocalchi che le signore sfogliano mentre tengono la testa a stufare nel casco del parrucchiere. Secondo lei, la felicità consisteva nel far credere agli altri di essere felice.

    No, Shirley non era deliziosamente femminile. Era soltanto un’oca. Tutti gli episodi della loro breve storia si erano conclusi con due reciproche, desolate constatazioni: “Dio, come sei superficiale!”, “Cazzo, quanto sei stronzo!”. Non si erano mai sintonizzati. Non riuscivano a essere raffinati o volgari all’unisono.

    E pensare che lui l’aveva portata in quell’angolo di paradiso in Toscana. Che aveva sognato di fuggire con lei a Napoli e mandare al diavolo la Filarmonica. Ma Shirley aveva in mente solo le tournées. Maurizio si voltò a guardarsi nello specchio e vide l’immagine di un quarantacinquenne in sovrappeso, con una barba color topo e gli occhialini alla Cavour. Se non fossi primo violoncello, pensò, Shirley non si sarebbe neanche accorta della mia esistenza.

    Un taglio netto. Questo ci voleva. Un taglio netto e non se ne parli più.

    “Ti accompagno alla stazione. Fra un’ora c’è il rapido per Milano.”

    “Ah sì? E tu che fai?”

    “Devo andare a Napoli.”

    “Così? Tutto a un tratto?”

    “Avevo in programma di andarci e me ne ero scordato. Mi è tornato in mente solo adesso.”

    Shirley lo guardò negli occhi e lui non abbassò lo sguardo. Lo abbassò lei, con aria disgustata, e si mise a raccogliere cose da infilare nella borsa.  

                                                             ***

    Davanti alla stazione Shirley era scesa dall’auto senza dire una parola, senza nemmeno sbattere lo sportello. Maurizio era ripartito sgommando. Aveva imboccato un viale che non conosceva e si era intestardito a girare a casaccio. Quando si era reso conto di aver sbagliato direzione era tornato indietro, non era riuscito a raccapezzarsi e aveva perso l’orientamento. La notte l’aveva sorpreso in una strada di periferia dove l’amministrazione comunale non si era degnata di spendere un quattrino in segnaletica. Gli unici cartelli in vista erano la réclame di una impresa di pompe funebri e la targa metallica di una linea di autobus. Ma non c’era nessuno in attesa.

    Si ritrovò in aperta campagna, avanzando nel buio con l’andatura di una processione del venerdì santo. Sui bordi della strada intravedeva sterpi, fossi, siepi, ombre poco rassicuranti. I chilometri erano più lunghi del solito. Non c’era un fanale, una casa, una finestra illuminata. Non c’era neanche uno spicchio di luna.  

    Cominciò a fantasticare di spettri e lupi mannari. La strada si inerpicava sulla costa di una collina, fiancheggiata da fossi e da filari di alberi impettiti, piantati sulle prode. Erano cipressi? In fondo a un interminabile rettilineo apparve una luce fioca. Era un cimitero?

    No, era un paesino addormentato. Poche case lungo la strada, con le porte sbarrate e le finestre chiuse. Il paese finiva come era cominciato, sprofondando in un buio che minacciava di affondare nel nulla.

                                                         ***

    Con uno scossone prolungato il treno si fermò sotto l’arcata della stazione centrale di Milano. La borsa nella destra, una rivista sotto il braccio e la sigaretta fra l’indice e il medio della sinistra, Shirley affrontò la discesa dal vagone ondeggiando sui sandali dal tacco alto. La gonna si tese a modellare i glutei.

    Nelle sue solitarie ore di libertà, l’agente Rosario Caliandro frequentava la stazione per scambiare due parole con i colleghi della Polfer e per vedere un po’ di movimento, ma più che altro perché la stazione era collegata con l’idea di casa. Per lui, quello era l’unico punto in tutta Milano dove aleggiasse un presentimento di sole, aranci e gelsomini. Un’idea calda e profumata come carne di femmina.

    Intrigato da uno scorcio di gambe che scendevano dal Roma-Firenze-Bologna-Milano, Rosario incollò uno sguardo indagatore sulla donna che, ricuperato l’equilibrio, si avviava sulla banchina. Sui trenta, nervosa, fumatrice, disinvolta, lettrice di rotocalchi. Rosario evitò di sintetizzare il concetto in un sostantivo.                      

    Con ostinazione tutta femminile, Shirley tentò di passare la borsa dalla destra alla sinistra senza smettere di camminare. Non ci riuscì. Dovette fermarsi e ripetere l’operazione. La rivista che teneva sotto il braccio cadde a terra. Caliandro si mosse con due secondi di ritardo. Arrivò davanti a Shirley quando lei, ricuperate borsa, rivista e sigaretta, si risollevava con il volto teso e l’espressione seccata.

    “Posso esserle utile?”

    “Chi cazzo sei? Che cazzo vuoi? Fuori dai coglioni o mi metto a gridare!”

    Il poveraccio scattò sull’attenti. Ma era in borghese e il gesto risultò insieme ridicolo e minaccioso. Shirley fece quasi un salto e si allontanò sibilando insulti, gli stessi che in quattro ore di treno aveva confezionato per Maurizio.

    I loro sguardi si incontrarono di nuovo sotto il portico, dove impazzava la sarabanda dei taxi. Rosario si avvicinò con l’espressione mogia di chi si sente in colpa e non capisce perché. Mostrò il distintivo.

    “Vede? Sono una persona perbene. Volevo soltanto esserle d’aiuto.”

    Shirley arrossì. In un empito penitenziale si autoaccusò di ingratitudine. E Rosario, ricordando la fatica con cui aveva contrastato una certa sintesi verbale, disse ma per carità, anche i suoi modi erano stati bruschi e inurbani, aveva dato prova di maschile insensibilità, eccetera, eccetera, eccetera.

                                                         ***

    Maurizio aveva fatto manovra ed era tornato indietro. E questa volta la strada gli era parsa meno buia. Il doppio filare di cipressi ai lati della strada non aveva più l’aria di un viale delle rimembranze. A ogni chilometro apparivano frecce e indicazioni che non aveva notato all’andata. Era passata mezzanotte quando i fari illuminarono il cartello verde dell’autostrada. In piena consapevolezza, ma senza sapere perché, Maurizio imboccò la direzione Milano e accelerò.  

    Mezz’ora dopo, mentre sfrecciava davanti al cartello che annunziava un autogrill a dodici chilometri, si accorse dell’incongruenza. Non voleva andare a Napoli? Un giro a vuoto in mezzo alla campagna l’aveva impaurito al punto da fargli abbandonare i suoi progetti, da fargli vedere Napoli come l’ignoto e Milano come una sicurezza? Aveva ancora bisogno della mamma?

    Rigirò due o tre volte il coltello nella piaga. Scoprì che non faceva male. Il motivo del suo lapsus doveva essere un altro. Proseguì la sua corsa con il vuoto in testa, incapace di formulare pensieri secondo un filo logico, angustiato dall’idea che ci fosse qualcosa di importante che non riusciva a mettere a fuoco. L’autogrill emerse dal buio in lontananza, incorniciato di luci al neon che promettevano panini caldi e caffè. Quel che ci voleva per ricuperare razionalità.

    E invece, quando la bomba gli scoppiò in testa, lasciò il panino a mezzo e buttò giù il caffè scottandosi la lingua. Al diavolo la razionalità! Corse in auto e riprese la strada per Milano. Sono un cretino. Napoli, il San Carlo, un’altra orchestra? Sono un cretino. Sono un cretino. Shirley, ti ho fatto piangere e non ce n’era motivo. Shirley, perdonami. Shirley, ultime braccia morbide della mia vita, Shirley dalla pelle calda, Shirley con il sole nei capelli, Shirley profumata, Shirley umida e soda, Shirley ti prego, non ero io, ero un altro, credimi Shirley, sei anche tu un’artista, lo sai che siamo ombrosi, incoerenti, irritabili, Shirley tu puoi capirmi, Shirley, Shirley, Shirley…

                                                          ***

    La Grigna e il Resegone erano all’orizzonte, un po’ azzurri un po’ rosa nella prima luce del mattino. Maurizio entrò in città bruciando semafori e stop. Frenò all’imbocco di via Ferrante Aporti.

    Trovò un buco per parcheggiare sotto i contrafforti della ferrovia e gli parve un segno del destino. Sul marciapiede dirimpetto, una portinaia uscì trascinando i sacchi della raccolta differenziata, lasciando aperto il portone. Perfetto: Shirley stava al quarto piano e l’ascensore era lì che aspettava.

    Lei aprirà la porta e io la prenderò tra le braccia. Bacerò i suoi occhi pieni di sonno e la terrò stretta e le dirò ti desidero Shirley, ti voglio, dovevo essere impazzito per correre il rischio di perderti.

    Sbucando dall’ascensore a Maurizio parve di sentire una musica. C’era una radio accesa da qualche parte? Suonò il campanello. Rimase in attesa.

    Forse Shirley si è svegliata ma non sente più il campanello e pensa di aver sognato. Maurizio suonò ancora.

    Passò un treno, come un terremoto. Ancora un’altra scampanellata.

    La porta si aprì.                                                   

    “Cosa fai qui? Cosa sei venuto a fare?”

    “Oh, Shirley!”

    Lei si ritrasse con gli occhi bassi e le labbra all’ingiù. Doveva essere colpa del sonno. Ma non aveva l’aria addormentata. Sembrava che non le facesse piacere trovarsi il primo violoncello sul pianerottolo, a Canossa.

    “Shirley…”

    Una porta sbatté in fondo al corridoio. 

    “Aaahhh, che doccia super!”

    Rosario Caliandro apparve sulla soglia del bagno con tutti i muscoli, nessuno escluso, in bella vista.

    Non è possibile! Shirley, dimmi che non è vero. Dimmi che quello lì è tuo fratello. O almeno il fidanzato di tua sorella. Dimmi che è un omosessuale di stretta osservanza. Shirley, ti scongiuro, dimmi qualunque cosa e io ci crederò, ma parla, per carità, parla subito! Shirley, non guardare a terra. Shirley, per favore. Shirley, ti prego.

    “Andate via. Tutti e due. Fuori!”

    Shirley si voltò, entrò in cucina e sedette dando le spalle alla porta. Alzò il volume della radio e non si mosse più. Rimase lì con i gomiti sul tavolo e la faccia tra le mani, e sembrava che dicesse: andate a farvi fottere.

    Rosario infilò i pantaloni, arraffò il resto dei vestiti e corse giù per le scale. Maurizio fece un lento dietro front e tornò all’ascensore.

    La porta di casa restò aperta. La vicina, sveglia e occhieggiante dallo spioncino, prese nota. Se ne sarebbe lamentata all’assemblea di condominio.

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